FF

domenica 12 gennaio 2020

0 INTERVISTA AL SOCIOLOGO WALDEN BELLO


Walden Bello, nato a Manila l’11 novembre del 1945, consegue nel 1966 una Bachelor Degree of Arts in discipline umanistiche all’Università di Manila. Dopo aver insegnato per alcuni anni nel suo paese, nel 1969 prosegue i propri studi a Princeton, dove ottiene nel 1972 un Master of Arts in sociologia. In questo periodo, coinvolto nelle manifestazioni contro la guerra nel Vietnam, inizia a sviluppare una propria coscienza politica. Nello stesso anno visita il Cile di Allende per studiare da vicino la via cilena al socialismo, da cui si sentiva molto attratto.
Nel 1975 ottiene, sempre a Princeton, il PhD in sociologia mentre nel suo paese Marcos instaura la legge marziale, sciogliendo parlamento e partiti. Gli eventi filippini lo porteranno ad aderire al Partito Comunista delle Filippine di Sison e Buscayno, fatto che lo renderà per molto tempo apolide.
Durante questo periodo studia il modo in cui Banca Mondiale e FMI sostenevano Marcos, pubblicando il libro “Development Debacle: the World Bank in the Philippines” nel 1982, contribuendo al rafforzamento del movimento di opposizione alla dittatura.
Negli anni ’90 sviluppa una forte coscienza ambientalista, aderendo anche al movimento no-global. Fu tra i protagonisti dei dibattiti a margine della manifestazione di Seattle del 1999, durante la quale venne picchiato dalla polizia statunitense. Era presente alla manifestazione di Genova del 2001.
Critico dei processi della globalizzazione, a lui si deve il termine deglobalizzazione, dello sviluppo impetuoso del capitalismo dai valori asiatici e dell’imperialismo americano.
Fa parte del partito Laban ng Masa, ispirato dalla marea rossa latinoamericana di inizio millennio.
Tra i suoi libri più importanti ricordiamo:
Il futuro incerto. Globalizzazione e nuova resistenza (2002); Deglobalizzazione. Idee per una nuova economia mondiale (2004); Capitalism’s Last Stand?: Deglobalization in the Age of Austerity (2014); Paper Dragons: China and the Next Crash (2019)


1. “Deglobalizzazione” è un termine da lei coniato all’inizio del XXI secolo nell’apogeo del movimento No Global. Questo è concetto che lei usava per descrivere i rapporti di dipendenza tra Nord e Sud globale, in relazione alle istituzioni su cui gli USA hanno cercato di costruire i processi della globalizzazione. Lo intende come un processo di ridiscussione della globalizzazione mettendo al centro gli interessi dei popoli e non delle multinazionali. Vorrei sapere che relazione sussiste tra questo suo concetto e quello della disconnessione di Samir Amin, per certi aspetti molto simile.

La deglobalizzazione assume la subordinazione del commercio al bene sociale comune e la reintegrazione del mercato nella società. È, nel profondo, una prospettiva etica. Rende prioritari i valori sugli interessi, la cooperazione sulla competizione, e la comunità sull’interesse individuale. Trasportato in termini economici, il fine del paradigma della globalizzazione è di oltrepassare l’economia della semplice efficienza, in cui il criterio chiave nella produzione è la riduzione dei costi unitari, senza riguardi alla destabilizzazione socio-economica che ciò comporta. Al contrario, la deglobalizzazione cerca di promuovere un’economia efficace, che rafforza la solidarietà sociale subordinando le operazioni di mercato ai valori di uguaglianza, giustizia, di comunità e ampliando lo spazio dei processi decisionali democratici nella sfera economica. Per usare il linguaggio del grande pensatore ungherese Karl Polanyi nel suo La Grande Trasformazione, la deglobalizzazione riguarda il “ricollocamento” dell’economia e del mercato nella società, invece di avere una società guidata dall’economia e dal mercato.

Al contrario del concetto di sganciamento (delinking) di Samir Amin, la deglobalizzazione non promuove mai la separazione dell’economia nazionale dall’economia internazionale. Ciò che auspicava era di rendere di nuovo il mercato interno al centro di gravità dell’economia, con un rinnovato ruolo mediatore dello stato attraverso l’uso di dazi e altri meccanismi.

2. La fine del “progetto di Bandung” non ha prodotto un tentativo ulteriore di rompere la dipendenza con il centro dei paesi a capitalismo periferico. Prendono come esempio il suo paese, ha prodotto l’ascesa di un personaggio molto pericoloso come Duterte.

Come spiega questo stallo nei paesi a capitalismo periferico?

La decolonizzazione del Sud del mondo è stata affiancata dall’emersione di economie socialiste o in via di sviluppo capitalista, dove lo stato aveva un ruolo centrale come mediatore delle relazioni tra l’economia globale e quella locale. I paesi di maggior successo di queste economie guidate dallo stato sono stati in Asia orientale, col Giappone, la Corea del Sud, Taiwan, la Malesia, la Thailandia, l’Indonesia, e Singapore, dando l’esempio fino agli anni Novanta, seguite dalla Cina a partire dagli anni Novanta. I sistemi politici di sviluppo statalista soffrirono per molti problemi in molte parti del Sud del mondo, ma questi erano prevedibili sin dai primi stadi di quando si imposta un nuovo approccio economico. I paesi dominanti del Nord, tuttavia, approfittarono di queste difficoltà e, usando come arma il debito che possedevano dei paesi del Sud, forzarono quest’ultimi a smantellare le istituzioni del capitalismo in via di sviluppo e del socialismo attraverso programmi di aggiustamento strutturale che privilegiavano i meccanismi di mercato e spostarono la produzione ai fini dell’esportazione ai mercati del Nord come obiettivo predominante dell’economia. L’aggiustamento strutturale o le riforme neoliberiste non portarono alcuna crescita e aumentarono sia la povertà sia la diseguaglianza per tutto il Sud del mondo.

Il neoliberismo divenne l’orientamento economico dei paesi che adottarono la liberaldemocrazia dopo la caduta delle dittature in tutto il Sud fin dai primi anni Ottanta. Non sorprendentemente, il neoliberismo contraffece e sviò le promesse di responsabilizzazione economica e politica che aveva offerto con la liberaldemocrazia e finì per screditarla. Ciò è lo screditamento della democrazia da parte dell’economia neoliberista che è stata una delle ragioni principali per le quali abbiamo visto l’ascesa di pericolosi controrivoluzionari di destra come Duterte nelle Filippine e Modi in India, che hanno approfittato della persistente e palese disuguaglianza e povertà per convincere le persone che la democrazia non funzionava e promuovere la loro agenda autoritaria.

3. Sono stati questi anche gli anni del socialismo del XXI secolo in America Latina che ha sostenuto. Si tratta di un’esperienza molto importante per le nazioni a capitalismo periferico ma questi governi non sono stati in grado di mettere in discussione un modello estrattivista e dipendente, non avviando un processo di disconnessione per industrializzare le proprie nazioni. Emblematico il Venezuela e la sua dipendenza dal petrolio. Che giudizio si sente di dare e che possibilità di avanzamento verso il socialismo intravede in queste nazioni?

L’ascesa di governi filo-socialisti, populisti di sinistra o di sinistra moderata in America Latina nei primi anni 2000 era uno sviluppo promettente. Tuttavia, alcuni di questi governi, come in Venezuela, Bolivia ed Ecuador, scelsero di focalizzarsi sull’industria estrattiva per produrre ricavi da redistribuire alla popolazione nel suo insieme e da usare per programmi sociali. Questo è stato un caso di avere buone intenzioni ma metodi sbagliati.

Il problema è che l’industria estrattiva destabilizza molto ecologicamente e perseguire alcune estrazioni significa violare i diritti delle comunità indigene che possiedono le risorse estratte. Questo portò i governi in conflitto con alcune di queste comunità, con conseguenze tragiche per entrambi, come abbiamo visto nel caso della Bolivia.

Un approccio estrattivista porta inoltre alla compiacenza da parte di alcuni governi, come in Venezuela, che decise di dipendere solamente dal petrolio e di non diversificare l’economia. Il collasso del prezzo del petrolio portò al tracollo catastrofico dei ricavi, a stenti e al caos economico.


Nel caso dei governi di sinistra moderata, i problemi erano diversi. Il governo del Partito dei Lavoratori in Brasile non promulgò persino la riforma più vaga della struttura del capitalismo oligarchico per paura di provocare l’opposizione della classe dominante, e scelse invece di focalizzarsi sul versamento di parte dei ricavi governativi attraverso programmi anti-povertà, che era un successo limitato.

Sfortunatamente, provò inoltre a promuovere la sua agenda sociale corrompendo alcuni membri di altri partiti, e la vicenda si concluse nell’accalappiamento nella cultura della corruzione di cui la politica brasiliana è tristemente nota. In Cile, i governi della Concertacion costruiti su un’alleanza tra il Partito Socialista e il Partito Cristiano-democratico non cambiarono l’orientamento neoliberista alla radice dello stato ereditato da Pinochet, ma tentarono di ammorbidirlo con programmi compensativi per i poveri. Questo esercizio di equilibrismo alla fine collassò, col fatto che le recenti proteste di massa in Cile sono il ripudio di oltre quarant’anni di governo sostanzialmente neoliberista. Ma queste esperienze non sono vane. Sono utili come lezioni positive e negative di cosa fare e cosa non fare per i movimenti progressisti futuri, quando la sinistra ritornerà al governo.

4. Anche in Africa la situazione non sembra eccezionale. La Cina sta investendo in questo continente da molti anni. Giudica un pericolo o un’opportunità per gli africani la sempre crescente presenza cinese?

In materia di finanziamento allo sviluppo, la Cina è stata straordinariamente un vantaggio per i paesi in sviluppo. Nell’indispensabile campo della costruzione delle infrastrutture, dove si stima ci sia gravemente una necessità di circa tremila miliardi, la Cina si definisce praticamente come la sola risorsa di finanziamenti per molti paesi, da quando i finanziamenti occidentali per lo sviluppo sono stati stagnanti per anni finora, e le agenzie occidentali come la Banca Mondiale e il FMI impongono condizioni neoliberiste che impediscono lo sviluppo.

Tuttavia, il ruolo positivo che alla fine svolge l’espansione della Cina nel Sud del mondo è stato oscurato da critiche sugli investimenti da imprese statali cinesi, che sono spesso connesse ai finanziamenti per lo sviluppo cinesi. Si dice che i prestiti cinesi per lo sviluppo portino a maggiori tassi d’interesse rispetto ai prestiti dal Giappone o da banche multilaterali per lo sviluppo dominate dall’Occidente. Molti progetti sono stati biasimati per aver aiutato dei regimi dittatoriali, cedendo benefici solo per le élites locali, trascurando i diritti dei lavoratori e provocando danni ambientali.

Non c’è alcun dubbio che molte di queste critiche siano valide. I prestiti cinesi recano un maggiore onere per interessi.

I cinesi hanno fatto prestiti a regimi dittatoriali. La Diga Myitsone, finanziata dalla Cina, in Birmania avrebbe destabilizzato comunità della minoranza etnica Kachin e non è stata fermata dal governo birmano. Organizzazioni Non-Governative hanno inoltre mostrato come in Cambogia la Diga Kamchay, finanziata dalla Cina, e progetti di infrastrutture energetiche in Ghana abbiano portato vantaggi sostanzialmente alle élites dominanti. E in Zimbabwe, Zambia, nella Repubblica Democratica del Congo, e in Sudafrica, le aziende cinesi, sia private che pubbliche, sono state associate con abusi nei confronti dei lavoratori locali e una preferenza per impiegare lavoratori cinesi immigrati.

Queste critiche, comunque, devono essere collocate in un quadro più ampio.

In primis, sulla questione dell’onere per interesse dei prestiti cinesi, mentre è vero che i prestiti cinesi recano un tasso di interesse superiore a quello che è portato dai prestiti della Banca Mondiale, di banche regionali per lo sviluppo e donatori bilaterali come il Giappone, la Cina si impegna anche in molti atti di condono o cancellazione del debito. Quest’anno, 2019, ha annullato $ 78 milioni [€ 70 milioni] di debito al Camerun; nel 2018, cancellò $ 72 milioni [€ 63 milioni] dovuti dal Botswana e 10,6 milioni [€ 9,3 milioni] dovuti dal Lesotho; e nel 2017, $ 160 milioni [€ 133 milioni] di valore del debito dovuti dal Sudan.

Il gruppo di ricerca Rhodium ha trovato 40 istanze di rinegoziazione del debito alla Cina, per un ammontare di 50 miliardi di dollari [44,7 miliardi di euro] su 24 paesi dal 2000. Nel suo discorso del 2010 per la Millennium Challenge dell’ONU, l’allora primo ministro Wen Jiabao rivelò che la Cina aveva cancellato il debito dovutole da 50 paesi poveri altamente indebitati (HIPCs) e dai paesi meno sviluppati (LDCs) per un ammontare di 25,6 miliardi di yuan [2,9 miliardi di euro] nel 2009, e avrebbe cancellato di più nel 2010. In modo simile, nel 2018 Xi Jinping affermò durante il Forum per la Cooperazione Cina-Africa che la Cina avrebbe cancellato alcuni dei debiti senza interesse alle più povere nazioni africane.

In secondo luogo, sull’argomento dei prestiti e degli investimenti cinesi che aiutano a sostenere regimi dittatoriali, se ci sono casi dove ciò è vero, non sembra essere una regola generale. Un’indagine di Julia Bader, infatti, ha fatto emergere il risultato controintuitivo per il quale «la cooperazione economica della Cina sembra avere inaspettati effetti positivi per la democratizzazione», ovvero, l’importo dell’aiuto estero cinese è correlato positivamente con le transizioni alla democrazia. È senza dubbio un dato che dev’essere ulteriormente comprovato.

Per terzo, se in certi casi i piani finanziati dalla Cina esacerbano la disuguaglianza, i dati macroeconomici indicano che i prestiti cinesi offrono non solo finanziamenti alternativi ma dei finanziamenti alternativi che tendono a ridurre le diseguaglianze. La ricerca di un consorzio transnazionale di analisti guidati da università statunitensi e tedesche ha trovato il risultato che «i piani cinesi per lo sviluppo – in particolare, i progetti di ’infrastrutture connettive’ come strade e ponti – si riscontra che creino una distribuzione maggiormente uguale di attività economica nelle province e distretti dove sono stati inaugurati». Lo studio ha anche misurato l’impatto dei piani cinesi di sviluppo sulle disuguaglianze economiche tra province e distretti, «e pure qui i risultati forniscono motivi per essere ottimisti: i progetti finanziati dal governo cinese sembra che riducano, più che amplino, le disparità economiche tra regioni».


Se non c’è alcuna macro-correlazione tra i piani cinesi e la disuguaglianza che aumenta, non c’è alcun dubbio sul fatto che i programmi di aggiustamento strutturale finanziati dal FMI e dalla Banca Mondiale, con le loro imposte condizioni duramente neoliberiste, portino a un serio aumento della disuguaglianza e della povertà fra i loro destinatari negli anni Ottanta e Novanta.

In quarta istanza, sul fatto che le imprese statali cinesi sono spesso ritenute di inquinare l’ambiente più intensivamente delle multinazionali occidentali, c’è, di fatto, una prova contrastante sul fatto se sia vero o meno. Per certo, le società occidentali coinvolte in attività estrattive e relative, come il gigante minerario australiano-canadese OceanaGold in El Salvador e nelle Filippine, hanno record paragonabili, se non superiori in triste fama, delle aziende cinesi.

Per di più, le ditte transnazionali occidentali hanno sempre più subappaltato la loro manodopera a basso costo e le operazioni inquinanti a imprese nei paesi in sviluppo, cosicché l’impatto globale complessivo delle loro catene di valore, in termini di sfruttamento della manodopera e di inquinamento ambientale in Africa, America Latina, e Asia (fatta eccezione la Cina) è probabilmente molto maggiore di quello del numero limitato di imprese statali cinesi.

È stato mostrato, per esempio, che le emissioni di carbone prodotte dalle filiere globali dell’industria farmaceutica europea sono circa dieci volte maggiori delle sue emissioni dalle sue dirette operazioni. Un quadro simile si osserva per il consumo d’acqua (circa tre volte maggiore) e l’inquinamento aereo (venti volte maggiore).

Effettivamente, per tutte quelle lamentele sul comportamento delle imprese statali cinesi in quei paesi, molte persone nelle nazioni in sviluppo non pongono la Cina nella stessa categoria delle multinazionali occidentali.


Guardando attentamente ai ritratti della Cina sia nella stampa governativa che d’opposizione nel novero delle nazioni africane, uno degli studi più equi trasmessi sul ruolo cinese nel continente ha rilevato che «i media africani hanno criticato gli individui o le multinazionali cinesi per un cattivo comportamento; alcuni articoli di giornali zimbabwesi sono risultati accusare la Cina di neo-colonialismo o di ritrarla come una minaccia economica, e alcuni articoli di media sudafricani e zambiani hanno criticato i rispettivi governi per essere troppo amichevoli con la Cina, tuttavia la maggioranza degli articoli non ha ritratto la Cina di essere un impero del male che sfrutta l’Africa… Benché la Cina ottenga la sua quota di critiche nei media africani, a parte poche eccezioni, la stampa africana non vede la Cina come neo-imperialista, né tratteggiano i cinesi in tinte razziste».
Queste percezioni possono comunque cambiare se la Cina non si muove per correggere i suoi errori e permette alle proprie multinazionali e aziende di persistere con pratiche discutibili nei suoi primi venticinque anni di apertura del paese.

Le nazioni che in passato avevano intenzione di dare spazio alla Cina per fare errori a causa del fatto che era su una ripida curva d’apprendimento, possono non essere più così tolleranti nei prossimi anni. Non sarà facile cambiare comportamenti opinabili o sbagliati, ma a meno che la Cina non agisca presto, questi comportamenti possono coagularsi in schemi strutturali simili a quelli mostrati dalle multinazionali occidentali. Queste strutture possono quindi diventare i meccanismi e le vie di dominazione che dovrebbero emergere in Cina per una dirigenza che cerca l’egemonia globale.

5. A proposito di Cina, ha recentemente scritto un libro in cui prefigura una prossima crisi economica proprio nel gigante asiatico. In relazione a ciò, come giudica la politica economica cinese e che significato assume la BRI, la via cinese alla globalizzazione?

La Cina sta entrando in un periodo che potremmo chiamare, secondo la definizione di Toynbee, un “periodo di problemi”. Il suo tasso di crescita è calato dall’11% di quindici anni fa all’attuale circa 5%. È occupata in una guerra commerciale con gli Stati Uniti, che significa che i suoi profitti dal commercio saranno ridotti significativamente. Le sue industrie stanno soffrendo di sovrapproduzione, tant’è che non è più vantaggioso per molte di queste produrre in Cina. È afflitta da una bolla immobiliare, da un mercato azionario surriscaldato, e dall’ascesa di un vasto settore bancario ombra, che lo rende candidato ad essere il detonatore della prossima crisi finanziaria globale.

È in questo contesto più ampio che dobbiamo valutare il tema della Belt and Road Initiative (BRI). Molti hanno scritto che la BRI sia un grande progetto per la dominazione globale di Pechino. La realtà è che è davvero uno sforzo disperato per creare un mercato esterno tale da risolvere il problema di sovracapacità estremamente serio dell’economia cinese, che ha reso la produzione in Cina sempre meno redditizia.
Alcuni analisti affermano che è una strategia ben congeniata eseguita dall’alto. La verità è che è un caos mal-coordinato e incoerente che è guidato dal basso da governi e autorità provinciali che competono in lizza per risorse, prestigio e l’attenzione di Pechino. Quando è stata annunciata per la prima volta nel 2013, era solo One Belt, One Road, o OBOR. Nel 2015, è diventata tre belts, due rotte marittime, e sei corridoi. È stata aperta a tutti i paesi sulla terra, così che un influente studioso cinese, Xi Lue, si è lamentato del fatto che “se la poni ovunque, [la BRI] diventa nulla”.


Alcuni ritengono che la Cina sia una banca-salvadanaio inesauribile che può finanziare i progetti mal-assortiti della BRI. In realtà la crescita cinese è precipitata dall’11% di un decennio fa a poco più del 5% di oggi, ed è occupata nella guerra commerciale con gli Stati Uniti che taglieranno duramente i suoi ricavi dalle esportazioni, le sue imprese statali sono indebitate alle banche di stato per un totale di 12 mila miliardi di dollari, secondo alcune stime, rendere la BRI reale significherà fare debiti a più governi che non saranno capaci di risolverli, schiacciando i depositari cinesi dei loro risparmi, che è stato il metodo principale di accumulare risorse. Ciò provoca resistenza dal lato della stagnazione economica interna, e la combinazione di una pericolosa bolla di proprietà, un mercato azionario fuori controllo, e la crescita del settore bancario ombra rende la Cina un candidato come detonatore della prossima crisi finanziaria globale.
Il maggior problema con la BRI è che sta esportando non solo il problema della sovracapacità cinese ma anche la sua crisi ecologica. Un grande numero dei suoi progetti sono focalizzati sulla costruzione di dighe e la creazione di impianti energetici a carbone, le cui conseguenze ambientali negative sono già largamente note. La BRI è un grandioso trasferimento anacronistico al XXI secolo dell’impostazione mentale tipicamente novecentesca, tecnocratica capitalista, socialista di stato e sviluppista che ha prodotto la Diga Hoover negli Stati Uniti, i giganteschi progetti edilizi nell’Unione Sovietica staliniana durante gli anni trenta, la Diga delle Tre Gole in Cina, la Diga Narmada in India e la Diga Nam Theun 2 in Laos. Tutti questi sono lasciti di ciò che Arundhati Roy ha definito la “malattia di gigantismo” o gigantomania della modernità. È obsoleto.

Più che essere una via d’uscita dalla crisi, la BRI può in realtà spingere la Cina nel baratro, portando molto mondo con lei.


6. Tra le alternative alla globalizzazione da lei proposte ricopre una posizione importante il ruolo delle imprese cooperative. Un tema molto caro al dibattito economico marxista. In Italia il tema delle cooperative e dell’autogestione operaia è stato lungamente trattato dall’economista marxista Bruno Jossa ma in passato venne discusso lungamente dalla tradizione del marxismo libertario e dai difensori del socialismo di mercato come Oskar Lange. Come si confronta con questi teorici ed anche ai critici del modello autogestionario, come Charles Bettelheim, secondo cui l’autogestione permette ad un gruppo di lavoratori di assumere la proprietà giuridica dei mezzi di produzione della propria fabbrica ma altresì divide la classe operaia in tante unità quante sono le fabbriche autogestite, collegate attraverso il mercato. L’uso dei mezzi di produzione è quindi ancora dominato da rapporti di mercato che giocoforza influenza il funzionamento della fabbrica autogestita in termini di lavoro e obiettivi. Per esempio riproducendo la divisione sociale e tecnica del lavoro per mezzo dell’elezione dei dirigenti, che automaticamente diventano i direttori della fabbrica. C’è il rischio di rinchiudere l’orizzonte dell’operaio alla sua singola azienda invece di estendere la lotta per un radicale superamento dei rapporti di mercato?

Non ho seguito davvero il dibattito in questo campo. Permettimi di dire solo che l’autogestione operaia sarebbe un autentico passo in avanti in termini di democrazia economica. Naturalmente, ci sono dei pericoli, come gli amministratori eletti che hanno capacità possono costituirsi in un’élite cosciente che si forma dalle fabbriche e dalle imprese, o che le relazioni di mercato tra imprese possono portare al ribaltamento dell’interesse collettivo della società. Questi sono pericoli, comunque, che possono essere affrontati attraverso la creazione di meccanismi istituzionali che li controllano, come il limite di mandati degli amministratori e l’accertamento collettivo settimanale della loro esecuzione non-tecnica, o dei loro risultati in termini di raggiungimento di obiettivi democratici.

Il socialismo democratico non farà un viaggio tranquillo. Sarà pieno di problemi e contraddizioni, sia previste che impreviste, che emergono e maturano mentre le persone vanno a tentoni sulla loro via attraverso forme sempre più socialiste democratiche di governo e responsabilità. Non c’è alcun modello estemporaneo, ma una serie di progetti contingenti che sono adottati o rifiutati a seconda di come ci permettano o ci intralcino dal muoversi verso i valori o gli obiettivi finali di uguaglianza, giustizia e democrazia. Il mercato non dev’essere gettato via. È un meccanismo molto importante per l’allocazione delle risorse e per lo scambio che non può essere rimpiazzato dalla pianificazione centralizzata. Ciò che è importante è che le relazioni di mercato siano subordinate ai valori e al bene sociale, per il cui raggiungimento esso può necessitare dei meccanismi di controllo che possono risultare “inefficienti” dal punto di vista dei nudi criteri di efficienza, ma che in realtà promuovono ciò che definisco “economia effettiva” in termini di promozione della solidarietà sociale.

7. Fa parte dal 2007 del partito Akbayan. Come guida questa formazione politica l’opposizione a Duterte e qual è la base sociale di questo governo, di quale classe difende gli interessi?

Mi sono dimesso da capogruppo di Akbayan nel Parlamento [House of Representatives] nel 2016 a causa delle divergenze con la dirigenza del partito sulla continuazione del supporto all’amministrazione dell’allora presidente Benigno Aquino III. Mi è stato rinfacciato che le mie dimissioni sono state l’unico caso di dimissioni su un argomento di principio nella storia del Congresso delle Filippine. Ora sono Segretario Nazionale di Laban ng Masa [Contro le Masse], una coalizione democratica progressista che si oppone all’amministrazione di Duterte per le sue conclamate violazioni dei diritti umani e per le sue politiche neoliberiste.

Il governo Duterte è un regime controrivoluzionario che approfitta del vasto supporto popolare a causa della disillusione per il fallimento di trent’anni di liberaldemocrazia dopo Marcos a convogliare un’effettiva responsabilizzazione e uguaglianza come anche provvedere alla sicurezza fisica. Duterte ha convinto le persone che il ruolo dell’uomo forte e l’omicidio dei tossicodipendenti siano la risposta ai problemi delle Filippine. Il fatto che qualcuno che è responsabile per l’esecuzione fuori processo di oltre 20.000 persone in tre anni si veda un tasso di popolarità dell’87% è impressionante.


La base principale di Duterte è il ceto medio, ma è anche supportato dalle classi più basse. Per citare Gramsci, la classe media fornisce “consenso attivo”, mentre quello delle classi inferiori è “consenso passivo”. Le élite hanno, eccetto alcune, oscillato dietro Duterte, non solo perché sanno che non smantellerà la dipendenza del sistema capitalista periferico da cui provengono le loro ricchezze, ma anche perché ognuno di questi gruppi abbienti è preoccupato che Duterte possa espropriarli se lo oltraggiano. La relazione di Duterte alle élite economiche è come quella di Hitler con l’élite capitalista tedesca e Mussolini col capitalismo monopolistico italiano. È una collaborazione difficile in cui ognuno tenta di usare l’altro per soddisfare i propri interessi in un sistema economico e una struttura di classe di capitalismo periferico. Duterte ha un grande grado di relativa autonomia dalle élite economiche.

8. Due grandi movimenti di opposizione al neoliberismo in Asia sono le guerriglie maoiste in India e nelle Filippine. Per molto tempo è stato membro del Partito Comunista delle Filippine. In che rapporti è oggi con Jose Maria Sison e che giudizio può darci di questi movimenti guerriglieri?

Il Fronte Democratico Nazionale, che include il Partito Comunista delle Filippine, supportò inizialmente Duterte durante i suoi primi mesi di potere. Tuttavia, ora sono all’opposizione a causa dell’intransigente reticenza dell’esercito filippino per un autentico accordo di pace tra loro e Duterte. Per compiacere l’esercito, che è l’unica forza costituzionale capace di spodestarlo, Duterte ora sta reprimendo il NDF e il CPP. Tutte le forze, incluso il NDF-CPP, Akbayan, Laban ng Masa e le élite anti-Duterte costituiscono un largo fronte d’opposizione. Comunque, questo ampio fronte deve ancora diventare una forza coesa.

9. Il suo paese è a maggioranza cattolico. Quale ruolo potrebbe avere la Teologia della Liberazione sviluppata in America Latina per condurre le lotte sociali a favore delle masse?

Nelle Filippine, il problema per la gerarchia e il clero della chiesa cattolica è che ha perso molta credibilità e capitale politico per via della sua inflessibile opposizione alla pianificazione familiare, che è vista con favore dalla popolazione. Inoltre, come in altri paesi, la gerarchia ecclesiastica e il clero sono gravati di molti casi di comportamento non-etico e immorale, incluso l’abuso di donne e bambini da parte di preti, e ciò li ha resi vulnerabili di ricatti da Duterte, che ha promesso di rendere pubblica la cattiva condotta dei preti se la Chiesa si oppone a lui. Apparentemente la rabbia di Duterte verso la Chiesa è dovuta al fatto che è stato abusato sessualmente da un prete gesuita quando era uno studente. Ad ogni modo, eccetto per pochi vescovi e preti, la Chiesa è, per la sua maggior parte, in silenzio per ciò che attiene ai crimini di Duterte.

La Teologia della Liberazione è ancora rilevante? Forse.

10. Ritiene l’opera di Karl Marx e di altri pensatori marxisti, penso a Mao e Lenin, ancora uno strumento valido per analizzare il capitalismo e in particolare una forma periferica di capitalismo come quello filippino?

Naturalmente, tutti i pensatori progressisti, come Marx, Mao, Lenin, Rosa Luxemburg, Polanyi, Gramsci, Nicos Poulantzas, Ho Chi Minh, rimangono rilevanti. Ciò che la sinistra filippina, come la sinistra in altri paesi, deve imparare, è come fare delle discriminazioni, ovvero come distinguere ciò che è applicabile e utile da ciò che è sbagliato o insignificante tra gli scritti di questi pensatori, e approcciarsi al primo buttando via il secondo. E abbiamo bisogno di essere aperti non solo ai marxisti, ma anche ai non-marxisti come Keynes, l’economista ecologista Herman Daly, pensatori critici come Susan George e James C. Scott, alle femministe Vandana Shiva, Bina Agarwal e Sergy Floro, a teorici agrari come Jun Borras, e a paradigmi alternativi come l’economia femminista, la sovranità alimentare, la decrescita, e il Buen Vivir [buon vivere]. La fertilizzazione incrociata di questi approcci diversi, son sicuro che ci porterà a innovazioni nella teoria e nella prassi che rigenereranno la sinistra mondiale.

— Intervista a Walden Bello condotta dal Bollettino Culturale

venerdì 10 gennaio 2020

0 COME APPLICARE UNA TEORIA AL CAPITALISMO CONTEMPORANEO IN MOLTEPLICI CRISI


Caratteristiche della teoria di Uno

La teoria di Uno fu elaborata dall'economista politico marxiano giapponese Kozo Uno (1897–1977). Aveva tre caratteristiche principali, come ho riassunto nel mio libro Value and Crisis. La prima è una chiara distinzione tra l'ideologia socialista e il ruolo dell'economia marxiana come scienza sociale oggettiva. La seconda è la differenziazione sistematica di tre livelli di ricerca - vale a dire i principi dell'economia politica come nel Capitale di Marx, mette in scena la teoria dello sviluppo capitalista (come in Uno 1971; per seguire Lenin 1917), e l’analisi concreta del capitalismo mondiale contemporaneo dopo la Prima guerra mondiale. La terza comprende i tentativi teorici di completare il Capitale, come principi dell'economia politica. Attraverso queste tre caratteristiche, la teoria di Uno intende leggere l'essenza del Capitale di Marx come una solida base della ricerca scientifica nell'economia politica, che può essere applicata in modo flessibile al capitalismo contemporaneo, nelle crisi attraverso la teoria degli stadi intermedi dello sviluppo capitalista.

Secondo la mia comprensione, l'essenza teorica del Capitale di Marx è composta principalmente dalla teoria del valore e della crisi.
Sulla teoria del valore, Uno ha sistematicamente sottolineato la scoperta originale di Marx della forme-valore nelle relazioni tra merci, denaro e capitale, che è stata trascurata dalla teoria del valore-lavoro della scuola classica rappresentata da Smith (1776) e Ricardo (1817). Uno ha sottolineato il riconoscimento teorico di Marx secondo cui "lo scambio di merci inizia laddove le comunità hanno i loro confini, a contatto con altre comunità o con i membri di queste ultime".
Allo stesso modo, Uno ha sottolineato che anche il denaro e il capitale come forme di economia di mercato sono nati e si sono sviluppati con lo scambio mercantile, attraverso relazioni commerciali economiche tra società comuni (come lungo la Via della Seta) che sono state espresse come relazioni esterne alle autosufficienti società comunitarie non commerciali. La riformulazione originale di Uno della teoria della forme-valore di Marx nelle prime due parti del primo volume del Capitale come pura dottrina della circolazione, senza fare riferimento alla sostanza del valore come relazioni sociali del lavoro incarnate nelle merci, è profondamente correlata a tale comprensione teorica del carattere storico dell'economia di mercato nel lungo corso della storia umana, che è chiaramente separabile dall'ordine economico storico del capitalismo.
Come diceva Marx:

"L'epoca capitalista è ... caratterizzata dal fatto che il potere del lavoro, agli occhi del lavoratore stesso, assume le forme di un bene che è di sua proprietà; di conseguenza il suo lavoro assume la forma del lavoro salariato. D'altra parte, è solo da questo momento che la forma-merce dei prodotti del lavoro diventa universale ".

Uno intendeva dimostrare l'inevitabilità sociale della legge del valore nel regolare le relazioni tra i prezzi come forma-valore e le quantità di lavoro incorporate nelle merci come sostanza del valore, nella teoria della produzione capitalistica basata sulla mercificazione della forza lavoro. Era un tentativo originale di mostrare la necessità sociologica della teoria del valore-lavoro in un'economia capitalista, che evitava la spiegazione convenzionale basata su un modello di una semplice società di produttori di merci che precede il capitalismo come una sorta di residuo della scuola classica in Marx .
I contributi originali di Uno alle controversie contemporanee sulle teorie di Marx sul valore e la trasformazione del valore in prezzi di produzione potenzialmente ci consentono di comprendere sistematicamente come concepire le relazioni sociali tra i prezzi come forme di valore e le quantità di lavoro incorporate nelle merci in modo più coerente. La forma e la sostanza del valore delle merci devono essere direttamente proporzionali in un'economia capitalista quando non esiste un surplus di lavoro. Tuttavia, fintanto che l'effettivo processo di formazione del valore è esteso al processo di valorizzazione (o aumento del valore), compreso il lavoro in eccesso oltre il lavoro necessario, i prezzi delle materie prime contengono teoricamente spazio per lo scambio ineguale di lavoro, come nel caso di prezzi di produzione. Pertanto, dalla duplice nozione di forme e sostanza del valore, i prezzi della produzione che eguagliano il saggio di profitto tra le industrie attraverso la concorrenza tra capitali devono essere un aspetto coerente della legge del valore, non una revisione trasformata del valore.

Per quanto riguarda la teoria della crisi, Marx ha suggerito quattro possibili cause delle crisi cicliche. Due di esse sottolineano l'eccessiva produzione di merci in relazione alla domanda limitata dei consumatori, a causa della riduzione dei salari, o come risultato dello squilibrio anarchico della produzione tra le industrie. Le altre due sottolineano l'accumulo eccessivo di capitale che provoca un calo del tasso di profitto a causa dell'aumento della composizione organica del capitale (C / V) o dell'aumento dei salari a causa della relativa carenza di forza-lavoro. Tra queste quattro possibilità, la scuola ortodossa marxiana sovietica sostenne il modello del sottoconsumo della teoria della crisi. Ma se la domanda limitata dei consumi dei lavoratori salariati è la causa della crisi, non è facile capire perché il capitalismo non sia sempre in crisi; piuttosto, le crisi si verificano periodicamente nel processo dei cicli economici.

Uno ha tentato di completare la teoria della crisi ciclica sulla base della teoria di Marx sull'accumulo eccessivo di capitale in relazione alla limitata offerta di forza-lavoro, che è stata mostrata coerentemente nella parte 7 sulle teorie dell'accumulazione di capitale nel primo volume del Capitale, nella parte 3 sulla caduta tendenziale del saggio di profitto e nella parte 5 relativa ai sistemi di interesse e di credito nel terzo volume del Capitale. Il tentativo di Uno ha dimostrato l'inevitabilità logica di periodiche alterazioni della prosperità e della depressione attraverso crisi acute come l'apparizione di un'auto-contraddizione dell'economia capitalista basata sulla mercificazione della forza lavoro. Allo stesso tempo, la teoria della crisi di Uno ha integrato l'impegno teorico incompiuto di Marx di chiarire i ruoli flessibili svolti dai sistemi finanziari e creditizi per promuovere l'accumulazione capitalista e per lavorare in modo distruttivo nel causare crisi.
Nel mio lavoro, il ruolo del trading speculativo è sottolineato in combinazione con tale instabilità finanziaria che causa la crisi. Le possibilità di sovrapproduzione di merci che diventano difficili da vendere sul mercato possono anche essere integrate nella teoria della crisi di Uno, organicamente o come processo di crescente squilibrio tra le industrie, a causa dell'espansione speculativa dell'accumulazione di capitale verso la fine della fase di prosperità, o come risultato della crisi.

È degno di nota il fatto che i classici cicli economici e le crisi si ripetessero negli anni 1820-1860. Sebbene l'affermazione di Marx, "Proprio come i corpi celesti ripetono sempre un certo movimento, una volta che sono stati lanciati in esso, così anche la produzione sociale, una volta che è stata lanciata in questo movimento di espansione e contrazione alternata" è una metafora impressionante, risulta essere un'esagerazione. Con la crescita delle industrie pesanti e del capitale finanziario, le caratteristiche dei cicli economici sono cambiate dagli anni 1870, per provocare le grandi depressioni del 1873, 1896 e degli anni '30.
In una lunga introduzione alla Teoria della crisi, Uno ha sostenuto che la teoria di base della crisi periodica dovrebbe essere sottratta alle crisi attuali a metà del XIX secolo. Ha fatto riferimento ai cambiamenti storici nella natura delle crisi economiche capitaliste dal periodo mercantilista alla Grande Depressione dopo il 1929, suggerendo la necessità di lavorare su studi più concreti sulle crisi in diversi stadi o nel capitalismo contemporaneo. Quando Uno vide la crisi dei tulipani olandesi nel 1634-1637 e la crisi della bolla britannica nel Mare del Sud nel 1720 come tipiche crisi mercantilistiche, riconobbe le crisi speculative finanziarie come crisi capitaliste derivanti dall'instabilità finanziaria. Il principio delle tipiche crisi cicliche non deve essere applicato meccanicamente né alla teoria degli stadi dello sviluppo capitalista né ad analisi più concrete del capitalismo contemporaneo.
In effetti, le contraddizioni internamente autodistruttive del capitalismo potrebbero non apparire sempre nelle crisi economiche. Nella teoria degli stadi del capitalismo, i ruoli degli stati e del mercato mondiale, che sono lasciati fuori dai principi dell'economia politica come nel Capitale, devono essere presi in considerazione. Nella fase dell'imperialismo dopo la fine del XIX secolo, il focus della crisi socio-economica del capitalismo fu spostato dalle crisi economiche alla distruttiva guerra mondiale. La Grande Depressione alla fine del XIX secolo promosse il passaggio allo stadio dell'imperialismo da quello del liberalismo. I cambiamenti di base nel settore manifatturiero leader a livello mondiale nel Regno Unito, dal cotone all'acciaio e ad altre industrie pesanti con capitale finanziario (azioni congiunte), hanno reso necessaria l'esportazione di capitale principalmente per costruire reti ferroviarie su scala mondiale. Man mano che l'accumulazione industriale nel cotone e nelle industrie pesanti maturava nel Regno Unito, nazioni industriali rivali come la Germania e gli Stati Uniti hanno avuto l'opportunità di raggiungere la fine della Grande Depressione. Ciò portò all'intensificazione del conflitto imperialista tra i loro capitali finanziarie (monopolio) nel mercato mondiale, attraverso dazi doganali protezionistici o attraverso la richiesta di ridivisione dei territori coloniali e semicoloniali. Di conseguenza, la disastrosa Prima guerra mondiale si verificò tra potenze rivali imperialiste.

La teoria classica degli stadi di Uno, espressa in “I tipi di politiche economiche sotto il capitalismo”, formulò un tale stadio dell'imperialismo assorbendo contributi da Hilferding e Lenin insieme alla teoria degli stadi del precedente mercantilismo e liberalismo. Uno ha suggerito che l'economia capitalista mondiale dopo la Prima guerra mondiale deve essere studiata al terzo livello di analisi concrete, usando sia i principi di base che la teoria degli stadi intermedi dello sviluppo capitalista come strutture di riferimento.
Seguiamo il suggerimento di Uno e proviamo a rivedere i significati storici di molteplici crisi nel secolo scorso del capitalismo, dividendo l'intera epoca in tre periodi distinti.

Come analizzare i 30 anni di crisi tra le due guerre

Durante i 30 anni tra la Prima guerra mondiale e la Seconda guerra mondiale, l'economia mondiale capitalista era effettivamente in gravi crisi multiple. Questi sono ora spesso percepiti come punti di svolta storici, che sembrano contenere alcune somiglianze con, così come lezioni per, crisi multiple nella nostra epoca del capitalismo neoliberista.

Dal catastrofico danno sociale inflitto dalla Prima guerra mondiale, la rivoluzione russa (1917) guidata da Lenin creò il primo paese socialista basato sul marxismo. Ciò diede un grave shock al mondo capitalista. I diritti socialdemocratici, tra cui il suffragio universale e un sistema di sicurezza sociale, si sono ampiamente diffusi tra i paesi capitalisti avanzati negli anni '20, come tipicamente rappresentato dalla legge costituzionale tedesca di Weimar.
L'impatto della Prima guerra mondiale non si limitò ad esso. Gli Stati Uniti sono stati eccezionalmente favoriti da un enorme aumento della domanda di prodotti militari e prodotti agricoli dall'Europa, senza subire danni distruttivi come sede di campi di battaglia. Il paese divenne sostanzialmente una superpotenza egemonica nel mondo e godette di un boom postbellico nei "ruggenti anni Venti", anche se si ritirò politicamente per un po' dalle difficoltà nella ricostruzione delle economie europee usando il principio di Wilson. 
Il sistema monetario internazionale su un sistema standard di cambio dell'oro restaurato dipendeva da un'esportazione di capitale privato molto fragile (principalmente sotto forma di acquisti Titoli di stato tedeschi) dagli Stati Uniti alla Germania, come base per mantenere i pagamenti internazionali, comprese le riparazioni dalla Germania alla Francia e al Regno Unito e il rimborso del debito di guerra da quest'ultimo agli Stati Uniti.
Quando fu ripristinata l'agricoltura europea, la depressione agricola mondiale tendeva a diffondersi, comprese le difficoltà dell'agricoltura contadina statunitense dalla metà degli anni '20. Poiché il controllo monopolistico sui prezzi di vendita dell'acciaio e di altri prodotti delle grandi imprese è stato ristabilito, ha portato a indebolire la domanda interna dei consumatori di auto, elettrodomestici e case nell'economia degli Stati Uniti e ha spostato il principale fattore di prosperità economica in bolle speculative in borsa e nei mercati immobiliari. Già verso la fine degli anni 1920, il conseguente ritiro del capitale precedentemente esportato dagli Stati Uniti per reinvestire nel commercio speculativo interno ha funzionato per minacciare le basi stesse della catena internazionale del debito di guerra e i pagamenti di riparazione che sono stati la base per il restaurato sistema standard dell’oro.
La Grande Depressione ebbe inizio quando la bolla crollò alla Borsa di New York nell'ottobre del 1929. Tre ondate di crisi bancarie negli Stati Uniti seguirono fino all'ottobre del 1932, formando un circolo vizioso devastante, con un declino dell'economia reale nel processo di deflazione del debito. La produzione di beni durevoli negli Stati Uniti è stata ridotta del 77 percento, l'indice dei prezzi all'ingrosso è sceso del 38 percento e il tasso ufficiale di disoccupazione ha raggiunto il 25,6 percento entro marzo 1933, quando la convertibilità del dollaro in oro divenne insostenibile e fu abbandonata. L'approfondimento della crisi finanziaria negli Stati Uniti ha anche inevitabilmente distrutto le basi del sistema di pagamenti internazionali basato sul gold standard restaurato. La relativa stabilità dell'economia mondiale negli anni '20 è crollata in uno scenario di diversi blocchi economici, ciascuno con una diversa valuta gestita. Usando l'approccio Uno, Takumi ha sottolineato la fragilità del sistema monetario internazionale transitorio da sterlina a dollaro negli anni '20, il processo distruttivo di deflazione del debito e l'approfondimento delle crisi finanziarie ed economiche sia interne che internazionali negli anni '30. Ciò riflette anche una nuova tendenza all'interno della scuola di Uno, come avviata da Suzuki e Iwata, che sottolinea che il capitalismo nella sua essenza si forma e si sviluppa come un sistema globale basato su un mercato mondiale.

Mentre la teoria delle tappe di Uno ha formulato tipi rappresentativi di politiche economiche nelle fasi di mercantilismo, liberalismo e imperialismo principalmente come motivate da forme dominanti di capitale nei paesi leader, questa nuova tendenza ha identificato fasi di sviluppo capitalista con cambiamenti dinamici nell'ordine unificato e sistema del mercato mondiale, formando così stadi storici del capitalismo mondiale. Questo approccio riconosce che il processo sociale centrale della produzione e dell'accumulazione capitalista sulla base della mercificazione della forza lavoro è sempre stato in realtà in contatto con varie forme di produttori e lavoratori non capitalisti attraverso meccanismi di mercato, sia a livello globale che nazionale.
L'analisi dettagliata di Takumi sui 30 anni di crisi ha dimostrato come gli impatti della Prima guerra mondiale abbiano causato difficoltà all'ordine politico-economico mondiale negli anni '20 e alle singole economie. Come approccio olistico al capitalismo mondiale, questo sottolinea il ruolo della moneta e della finanza nell'economia mondiale. L'analisi marxiana convenzionale della Grande Depressione ha sottolineato la tendenza capitalistica di base verso crisi di sottoconsumo, intensificate dal capitale monopolistico nel capitalismo contemporaneo che riduce l'occupazione e cerca di mantenere i prezzi monopolistici dei prodotti. Il ruolo del capitale monopolistico, infatti, ha funzionato per indebolire la domanda dei consumatori nella seconda metà degli anni '20 nell'economia degli Stati Uniti e ha intensificato l'aumento della disoccupazione nell'aggravarsi della crisi negli anni '30. Tuttavia, l'insufficienza della domanda dei consumatori rispetto all'offerta di beni di consumo non era ancora così grave nell'economia americana nell'ottobre 1929. L'autodistruzione acuta e totale dell'economia capitalista da parte della Grande Depressione in questo periodo non può essere adeguatamente analizzata senza considerare il ruolo instabile di denaro e finanza, come sottolineato da Takumi.

Gli effetti negativi del capitale monopolistico devono essere riconosciuti come parte del problema nel generare tendenze stagnanti nell'economia reale verso la fine del boom precedente, che a sua volta ha promosso un boom finanziario speculativo e un fattore importante per approfondire la Grande Depressione. Durante gli anni '30 stavano aumentando la disoccupazione unita all'impatto distruttivo della crisi finanziaria.
Dalla necessità sociale di ripristinare le economie capitaliste dopo la Grande Depressione, apparvero due diversi tipi di politiche di recupero. Il tipo di politica occupazionale del New Deal divenne dominante nelle principali regioni capitalistiche come gli Stati Uniti, il Regno Unito e altri paesi dell'Europa occidentale. La sua base teorica fu infine formulata da Keynes. Un altro tipo di politica di recupero fascista orientata all'espansione militare nazionalistica dominava in Germania, Italia e Giappone, che costituiva l'alleanza militare chiamata Asse. La pressione della costruzione apparentemente riuscita di un'economia socialista nell'Unione Sovietica attraverso i piani quinquennali ovviamente ha funzionato come una motivazione importante nel promuovere entrambi i tipi di politiche di recupero statalista.
La catastrofica distruzione della Seconda guerra mondiale fu il risultato di una sfida militare da parte delle potenze dell'Asse fascista al blocco di economie che formavano nazioni alleate che erano sotto le politiche economiche del New Deal. A differenza della prima guerra mondiale, non era una classica guerra mondiale imperialista, causata esclusivamente dallo sviluppo capitalista. Comprendeva chiaramente gli effetti della pressione del socialismo in diversi modi contrastanti, sia sul fascismo che sulle politiche di recupero del New Deal, nella costruzione della guerra. Inoltre, lo stesso socialismo sovietico fu costretto a unirsi alle nazioni alleate a causa dell'invasione militare tedesca durante la guerra, e alla fine fu abilitato ad espandere regimi socialisti simili nei paesi dell'Europa orientale e nella Corea del Nord a seguito dell'occupazione dell'Armata Rossa dei paesi nella fase finale della guerra.

Così, in quel periodo di 30 anni, l'economia mondiale capitalista fu continuamente scossa dalle guerre mondiali, dalla Grande Depressione, dal fascismo e dal socialismo.

Ovviamente, questo periodo era così instabile e difficile da formulare come modello di nuova fase dello sviluppo capitalista. Questo è il motivo per cui il suggerimento di Uno di svolgere ricerche più concrete sull'economia mondiale dopo la Prima guerra mondiale a un livello di ricerca diverso dai principi di base e dalla teoria degli stadi dello sviluppo capitalista sembra del tutto appropriato, come Takumi ha esemplificato.

Il periodo postbellico di forte crescita economica

Nei pochi anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, la maggior parte dei paesi capitalisti era continuamente in crisi a causa del deterioramento delle economie. Tra l'altro, i paesi dell'Asse sconfitti, incluso il Giappone, sembravano caotici e difficilmente si sarebbero ripresi in pochi anni. L'economia politica marxiana sovietica formulò che il mercato mondiale capitalista entrò nella seconda fase di approfondimento della crisi generale nel dopoguerra, dopo la sua prima fase dopo la Prima guerra mondiale, mentre il mercato capitalista si restringeva con l'ascesa dei paesi socialisti. Le rivoluzioni socialiste tra i paesi in via di sviluppo, come la rivoluzione cinese, seguirono ulteriormente le lotte di liberazione contro il colonialismo. Tuttavia, i paesi capitalisti avanzati potrebbero riprendersi e si resero inaspettatamente protagonisti di un quarto di secolo di forte crescita economica dal 1950 al 1973, a differenza del periodo successivo alla Prima guerra mondiale.

Il tasso di crescita economico reale medio annuo in sette paesi capitalisti sviluppati (Stati Uniti, Regno Unito, Germania occidentale, Francia, Giappone, Italia e Canada) ha registrato il 4,5 percento in questo periodo. Questo era quasi il doppio del tasso di crescita negli stessi paesi nel 1870-1913, quando il tasso di crescita era più alto che in qualsiasi periodo storico comparabile. Sebbene in questo periodo vi siano state diverse recessioni, sono state lievi e lontane dalla crisi. Questo periodo di forte crescita economica è quindi chiamato Golden Age of Capitalism. La prestazione paradossale nelle economie capitaliste avanzate ha sicuramente rappresentato un problema difficile per l'economia politica marxiana (compresa la scuola di Uno) per spiegare perché è stata raggiunta senza causare gravi crisi economiche. Ha inoltre sollevato la questione di come valutare il ruolo del keynesismo nel continuo processo di crescita economica.

Dal blocco sovietico, Zieschang nella Germania orientale ha presentato una teoria del capitalismo monopolistico di stato. Zieschang ha sostenuto che il capitalismo contemporaneo ha introdotto il ruolo delle politiche macroeconomiche dello stato nei rapporti di produzione nel contesto di un aumento del potere produttivo, in modo da mantenere la crescita economica. La formulazione del materialismo storico di Marx fu quindi utilizzata direttamente come quadro di riferimento applicabile per individuare l'apparente successo del keynesismo in questo periodo. La teoria di Zieschang divenne influente tra un certo numero di economisti politici marxiani giapponesi.
Un importante teorico della Scuola di Uno, Ouchi ha criticato i difetti nella formulazione di Zieschang, come l'uso scorretto della nozione di Marx delle relazioni di produzione nella formula del materialismo storico, così come una spiegazione troppo astratta della necessità storica delle politiche dello stato keynesiano. Invece, Ouchi ha applicato la teoria di Uno per riformulare la nozione di capitalismo monopolistico di stato. Secondo Ouchi, il ruolo intensificato delle politiche inflazionistiche keynesiane era richiesto nel periodo della Grande Depressione negli anni '30 non solo per far fronte all'aumento del potere produttivo in astratto, ma per contrastare la minaccia del socialismo. Le politiche inflazionistiche basate sul sistema valutario gestito hanno anche contribuito a evitare le crisi derivanti dall'aumento dei salari reali nel processo di accumulazione del capitale, dal punto di vista della teoria della crisi di Uno.

Uno ha commentato il dibattito tra Zieschang e Ouchi in merito alla loro nozione di capitalismo monopolistico statale nel "Memorandum sullo sviluppo capitalista dopo la Prima guerra mondiale", come nota integrativa aggiunta alla seconda versione rivista di “I tipi di politiche economiche sotto il capitalismo”. Secondo Uno, il dibattito non ha ancora stabilito l'idea di una nuova fase dello sviluppo capitalista dopo la Prima guerra mondiale.
Tra le altre ragioni, non è chiaro se le politiche inflazionistiche basate sul sistema valutario gestito siano state sostanzialmente adottate a causa degli interessi economici della forma dominante di capitale, vale a dire, il capitale finanziario.

Sebbene tali politiche riflettano uno sviluppo estremamente disomogeneo tra i paesi capitalisti, sono utilizzate come misure politiche per difendere il capitalismo dal socialismo, come ha giustamente sottolineato Ouchi. Il capitalismo contemporaneo dopo la Prima guerra mondiale deve quindi essere trattato al terzo livello di analisi concrete dell'economia mondiale, come capitalismo contro il socialismo, non adatto a modellare una nuova fase dello sviluppo storico del capitalismo.
In questo memorandum Uno ha anche sottolineato che il capitalismo ha perso formalmente o parzialmente, se non sostanzialmente, le sue basi del sistema monetario come società mercantile autoregolamentata, adottando il sistema monetario gestito.

Tuttavia, a differenza di Zieschang e Ouchi, non ha affermato chiaramente che le politiche inflazionistiche basate sul sistema valutario gestito sono state il fattore principale per consentire un'elevata crescita economica in questo periodo post-Seconda Guerra Mondiale senza causare crisi.
Nel periodo di forte crescita economica, oltre che per la fase iniziale della ricostruzione, le politiche macroeconomiche keynesiane in realtà non operavano su larga scala, poiché la domanda effettiva si espandeva principalmente all'interno del settore privato senza dipendere da politiche fiscali e monetarie . Di conseguenza, i bilanci statali nella maggior parte dei paesi avanzati in questo periodo erano piuttosto prudenti e non aumentarono molto i rapporti tra debito pubblico e PIL. La scuola della Regolazione francese, a partire da Aglietta, ha ripreso questa caratteristica del periodo di rapida crescita economica e ha formulato un modello del regime di accumulazione fordista. In questo modello, i salari reali aumentano con la produttività, come era stato eccezionalmente realizzato da Henry Ford nella sua fabbrica di automobili negli anni '20. Ciò si diffuse nei paesi capitalisti avanzati, spesso attraverso un contratto sociale con i sindacati, e consentì l'espansione della domanda effettiva di beni di consumo durevoli all'interno del processo di accumulazione del capitale industriale. Ciò implicava una critica alla visione keynesiana convenzionale secondo cui la continua alta crescita economica era dovuta principalmente alle politiche statali keynesiane dall'alto. Tra i teorici della scuola di Uno, Albritton, in Canada, ha sostenuto questo punto di vista regolazionista e ha tentato di riformulare la teoria degli stadi di Uno sullo sviluppo capitalista aggiungendo il quarto stadio del consumismo come modello del capitalismo contemporaneo dopo il terzo stadio dell'imperialismo. Sono a favore delle opinioni di Albritton e dei regolatori piuttosto che di modelli di capitalismo monopolistico statale come analisi concrete di fattori sostanziali che consentono una crescita economica elevata e continua in questo periodo. Il lavoro di Albritton è anche interessante nell'espandere la portata della ricerca della teoria degli stadi al ruolo dell'ideologia sociale, i ruoli delle donne e del femminismo e il sistema di leggi e politica.
Tuttavia, il suo tentativo di aggiungere il quarto stadio del consumismo alla teoria degli stadi dello sviluppo capitalista ha lasciato una serie di problemi difficili e non ha raccolto ampio consenso tra i teorici di Uno. Ad esempio, possiamo davvero scegliere questo periodo di forte crescita economica come base per studiare il capitalismo contemporaneo rappresentativo, trascurando così i precedenti 30 anni di crisi e il successivo periodo di neoliberismo? In che senso il capitale multinazionale ha sostituito il capitale finanziario come nuova forma dominante di capitale in questa nuova fase del consumismo? Il capitale non è molto più "multinazionalizzato" nel successivo periodo neoliberista? Perché il keynesismo è diventato un'ideologia dominante anche con la forma dominante di capitale multinazionale in questo periodo? Inoltre, nel quadro del modello regolazionista del fordismo e del modello del consumismo di Albritton, così come nelle teorie del capitalismo monopolistico di Stato, le condizioni concrete che hanno consentito un'elevata crescita economica sostenuta nell'economia mondiale tendevano in gran parte a essere trascurate. Di conseguenza, la crisi che ha posto fine al periodo di forte crescita economica non ha potuto essere adeguatamente analizzata. A questo proposito, il suggerimento di Uno secondo cui l'economia mondiale dopo la Prima guerra mondiale deve piuttosto essere soggetta al terzo livello di ricerca concreta, e non al secondo livello della teoria degli stadi, sembra ancora appropriato nell'applicare la sua teoria al capitalismo contemporaneo.





Crisi multiple sotto il neoliberismo

Il ritorno della crisi per porre fine all'elevata crescita economica

Quattro condizioni storiche concrete sono servite da fattori essenziali per mantenere il processo relativamente stabile di accumulazione del capitale nel periodo di elevata crescita economica nei paesi avanzati. Innanzitutto, l'egemonia economica statunitense con il potere competitivo industriale dominante era una condizione necessaria per sostenere il sistema monetario internazionale di Bretton Woods con tassi di cambio fissi tra le valute sulla base della convertibilità del dollaro in oro. Il sistema di Bretton Woods ha facilitato la relativa stabilità dei prezzi sul mercato mondiale e su ciascun mercato interno. In secondo luogo, una serie di tecnologie industriali è stata sviluppata negli Stati Uniti e utilizzata in altri paesi avanzati, inducendo investimenti nella produzione in serie di vari nuovi beni di consumo durevoli in fabbriche su larga scala. In terzo luogo, l'offerta di prodotti primari relativamente economici, incluso il petrolio, principalmente dai paesi in via di sviluppo, era costantemente disponibile. In quarto luogo, era disponibile anche una fornitura elastica di lavoratori salariati qualificati necessari per l'espansione della crescita industriale, principalmente dal settore agricolo, nel processo di urbanizzazione.
Attraverso il lungo boom, queste quattro condizioni si sono gradualmente esaurite.
Quando la frontiera industriale della produzione di massa di beni durevoli di consumo è maturata negli Stati Uniti, il potere competitivo industriale del paese è stato superato da Germania Ovest e Giappone, tra gli altri, e ha perso il suo surplus commerciale entro il 1970. La sostenibilità del pubblico promette di convertire $ 35 in un oncia d'oro era in dubbio dopo ripetute ondate di crisi del dollaro. Di conseguenza, la convertibilità del dollaro in oro fu sospesa nel 1971 e il sistema di cambio fisso di Bretton Woods fu convertito in un sistema di cambio fluttuante nel 1973. Con l'abolizione dei vincoli e dei regolamenti internazionali per la fornitura di denaro e finanziamenti nell'ambito del sistema di Bretton Woods, sono state promosse offerte inflazionistiche di valuta e credito.
Allo stesso tempo, dalla fine degli anni '60 si è verificato un eccesso di accumulo di capitale industriale nei paesi avanzati in relazione alla limitata offerta di popolazione lavoratrice domestica e di prodotti primari nel mercato mondiale. Di conseguenza, l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC), che era stata impotente per un decennio dalla sua apertura nel 1960, divenne così potente in questo periodo da provocare lo shock petrolifero nel 1973, seguendo i prezzi in forte aumento di altri prodotti primari nel mercato mondiale.
A questo proposito, l'eccessiva accumulazione di capitale in questo periodo ha inaspettatamente riprodotto la logica classica della teoria della crisi di Uno basata sulle tipiche crisi cicliche del 19° secolo. La mercificazione della forza lavoro umana, che è la premessa essenziale per un'economia di mercato capitalista, deve rimanere la radice delle contraddizioni intrinseche autodistruttive nel processo di accumulazione del capitale, come rivelato dall'inevitabile ripetizione delle classiche crisi cicliche. Verso la fine della fase di prosperità nei cicli congiunturali, la sovraccumulazione del capitale industriale britannico a metà del XIX secolo causò un aumento dei salari e dei prezzi dei prodotti primari come il cotone e altri prodotti agricoli, promuovendo un calo del tasso di profitto, speculazione e un aumento del tasso di interesse nell'ambito del sistema gold standard.
Le classiche crisi cicliche si sono verificate quando il trading speculativo è crollato, in genere sotto forma di carenza di denaro come mezzo di pagamento necessario per compensare il credito, combinato con una sovrabbondanza di prodotti di base sul mercato che erano diventati difficili da vendere.

Contrariamente, nella crisi inflazionistica del 1973-1975, una contraddizione sostanzialmente simile nella forma di un accumulo eccessivo di capitale in relazione alla popolazione lavoratrice domestica e alla fornitura elastica di prodotti primari ha prodotto un risultato opposto. In questo periodo, la crisi economica ha assunto la forma di una sovrabbondanza di denaro durante il crollo del sistema monetario internazionale di Bretton Woods e una relativa carenza di prodotti a causa di scorte speculative. Ciò portò a un'inflazione viziosa, con tassi di interesse reali spesso negativi (come analizzato da Itoh 1980, 1990). La depressione con riproduzione disturbata e aumento della disoccupazione con un alto livello d'inflazione seguirono nella seconda metà degli anni '70 e fu chiamata stagflazione. Attraverso queste fasi, le politiche keynesiane non potevano né prevenire né mitigare la crisi e la depressione. Piuttosto, il keynesismo ha funzionato in modo controproducente, perdendo così la fiducia e la fiducia sociale.

Contrasti del capitalismo neoliberista

Pertanto, il tema delle politiche economiche nei paesi capitalisti avanzati è passato dal keynesismo al neoliberismo dagli anni '80. La credenza nella razionalità e nell'efficienza del mercato competitivo non regolamentato sulla base di versioni modernizzate di micro teorie neoclassiche divenne dominante. Ciò ha anche aiutato e fondato la ristrutturazione capitalista dell'economia utilizzando il nuovo sviluppo delle tecnologie dell'informazione (IT).
Per quanto riguarda le condizioni di lavoro, la razionalizzazione dell'IT nell'ambito del neoliberismo ha favorito l’aumento dei lavoratori irregolari e poco remunerati (soprattutto donne) attraverso una maggiore automazione delle fabbriche, degli uffici e dei negozi. A questo proposito, una delle caratteristiche della fase della depressione nei cicli economici classici, come sottolineato dalla teoria della crisi di Uno - che la forte concorrenza per sopravvivere costringe i tentativi capitalisti di rinnovare le tecnologie industriali - sembra essere riapparsa su larga scala nel prolungato processo di ristrutturazione dagli anni '80. A differenza del periodo di accumulazione fordista, i salari reali erano generalmente soppressi, nonostante gli aumenti della produttività fisica a causa dell'automazione IT.

I sindacati hanno sofferto di un calo dei membri a causa dell'aumento del numero di lavoratori irregolari. La privatizzazione delle imprese pubbliche ha anche lavorato per indebolire i movimenti sindacali tradizionalmente militanti nei settori pubblici. Questa tendenza è stata esemplificata in Giappone, dove il centro nazionale dei sindacati di sinistra Sohyo è stato smantellato nel 1989 attraverso un attacco distruttivo su di esso nel processo di privatizzazione delle ferrovie nazionali e di altre imprese pubbliche.

La crescita economica reale in Giappone è scesa a una media annua del 4,2 per cento nel periodo 1974-1990. Questo era meno della metà del tasso di crescita del paese nel periodo precedente di forte crescita economica. Tuttavia, era ancora dall'1% al 2% in più rispetto ai tassi di crescita in altre importanti economie avanzate. L'industria manifatturiera giapponese potrebbe aumentare il numero assoluto di posti di lavoro e mantenere un forte potere competitivo internazionale, nonostante la forte pressione del ripetuto apprezzamento del tasso di cambio dello yen, da 360 yen un dollaro sotto il sistema di Bretton Woods a circa 120 yen un dollaro verso la fine degli anni '80. Se un produttore giapponese ha mantenuto lo stesso prezzo in dollari del suo prodotto sul mercato statunitense, per esempio un certo modello di auto, ha dovuto ridurre il costo in yen a un terzo. Questo severo compito è stato raggiunto interamente dalla leale cooperazione con la razionalizzazione dell'IT tra i lavoratori. Come effetto del massiccio apprezzamento dello yen, il PIL giapponese per persona nel 1987 ha superato i livelli degli Stati Uniti e della Germania occidentale su base del dollaro USA. Pertanto, il Giappone è stato considerato il numero uno tra le principali economie avanzate. Tale successo del capitalismo giapponese ha indotto un tipo di applicazione della teoria Uno per interpretare il compagismo giapponese (ideologia centrata sulla società tra i lavoratori) che ha già raggiunto un elemento del socialismo per abbandonare la mercificazione della forza lavoro, come sostenuto da Baba (1991) e Shibagaki ( 1997). Tuttavia, questa sembra essere una sopravvalutazione di una delle caratteristiche del sistema di lavoro permanente (fino a circa 60 anni) e di altre disposizioni previdenziali basate sulla società per i lavoratori regolari nelle grandi imprese giapponesi, progettate per indurre una leale cooperazione tra i lavoratori. In effetti, l'occupazione irregolare instabile, poco retribuita, è cresciuta ampiamente in varie forme di lavoro individuale sotto il neoliberismo dagli anni '80 anche in Giappone, con una tendenza ad attaccare e smantellare le ali sinistre dei movimenti sindacali orientate al socialismo.
L'apparente successo del capitalismo giapponese si basava quindi su gravi sacrifici da parte dei lavoratori. La ristrutturazione neoliberista ha ulteriormente rafforzato il deterioramento delle condizioni di lavoro, nonostante gli aumenti della produttività del lavoro attraverso la razionalizzazione dell'IT che è diventata comune nelle economie capitaliste avanzate, come esemplificato dal Giappone. Questa tendenza è stata una base essenziale per la crescente disuguaglianza nella distribuzione di ricchezza e reddito, come ha sottolineato Piketty (2014) con lunghi dati storici, con il Giappone identificato come un caso tipico.
Secondo Uno, la radice fondamentale delle contraddizioni in un'economia capitalista è la mercificazione della forza lavoro. Nei periodi di depressione, questa contraddizione fondamentale si manifesta in un circolo vizioso con aumento della disoccupazione e abbassamento dei salari (poiché l'offerta della forza lavoro non può essere riadattata nella fase di riduzione della domanda, a differenza di altre merci prodotte dal capitale), la domanda effettiva depressa di consumo, capitale produttivo inattivo con un basso tasso di profitto e capitale monetario inattivo con un basso tasso di interesse. Nel prolungato declino del capitalismo contemporaneo, un simile circolo vizioso persiste su larga scala nelle economie avanzate, incluso il Giappone.

Il capitale reale e monetario, che era inattivo nei mercati interni a causa di una domanda interna inadeguata, è stato costretto a trovare i propri sbocchi nella globalizzazione e nella finanziarizzazione, tra le altre strade.
Anche la globalizzazione delle imprese e delle società industriali nei paesi avanzati è stata ampiamente facilitata dall'IT, e tali aziende hanno spostato sempre più i loro siti produttivi e altre attività commerciali verso i paesi in via di sviluppo in Asia e altrove che avevano ancora enormi scale di surplus di popolazione che potevano essere mobilitato come manodopera a basso costo. La deregolamentazione neoliberista del flusso internazionale di capitali ha promosso questa tendenza. Non pochi paesi in via di sviluppo, compresa la Cina, hanno accolto con favore gli investimenti delle multinazionali e hanno iniziato a crescere rapidamente, in contrasto con la stagnazione nei paesi avanzati. Il centro di crescita nell'economia mondiale si è quindi spostato dalle economie avanzate ai paesi in via di sviluppo, causando una serie di cambiamenti strutturali nell'economia mondiale, come esaminato da Itoh (2016). Misurata dalla parità del potere d'acquisto di ciascuna valuta nazionale (anziché dai tassi di cambio del mercato in base al dollaro USA), la quota dei paesi in via di sviluppo sul PIL globale totale, che era solo del 40 percento nel 1950, aumentò lentamente al 47 percento nel 2000, e si stima che aumenterà rapidamente all'84 percento entro il 2050 (Yao 2012: 66.).
Causando un tale cambiamento strutturale nell'economia mondiale, il processo di esternalizzazione delle imprese e delle imprese industriali nelle economie avanzate utilizzava sempre più manodopera a basso costo nei paesi in via di sviluppo per la loro accumulazione. Ciò si è aggiunto al circolo vizioso nelle loro economie domestiche sotto forma di pressione competitiva verso il basso tra i lavoratori e ha incoraggiato l'aumento delle quote di lavoro irregolare. Pertanto, la globalizzazione del capitalismo sotto il neoliberismo ha interiorizzato in economie avanzate la pressione al ribasso che ha portato ad ampi divari salariali su scala mondiale. Pertanto, il capitalismo neoliberista non ha potuto generare la prevista ripresa economica efficiente nei paesi avanzati, soprattutto dal punto di vista dei lavoratori.

Crisi multiple in un circolo vizioso

Mentre la stagnazione interna nei paesi avanzati continuava, insieme a condizioni di lavoro deteriorate e instabili per un numero crescente di lavoratori, le grandi imprese tendevano a evitare ingenti investimenti in attrezzature di produzione, a differenza del precedente periodo di elevata crescita economica, e si autofinanziavano, spesso detiene enormi quantità di riserve interne. Il settore finanziario potrebbe facilmente raccogliere capitali inutilizzati, ma è diventato difficile trovare debitori industriali stabili. Sebbene la cosiddetta finanziarizzazione abbia consentito alle banche e ad altri istituti finanziari di intermediare in modo più efficiente il capitale monetario attraverso i mercati monetari a breve termine e i mercati dei capitali a più lungo termine negoziando titoli variegati tramite l'IT, non ha fatto molto per rilanciare le attività economiche reali in fase avanzata di sviluppo.
Pertanto, la ripresa economica nel capitalismo globale neoliberista è diventata dipendente da ripetute bolle speculative, come nel settore immobiliare e azionario, nonché da altri titoli nel mercato dei capitali. L'enorme bolla speculativa in Giappone nel 1986-1990, che è stata avviata politicamente da operazioni fiscali e monetarie per espandere la domanda interna al fine di mitigare l'impatto della frizione commerciale con gli Stati Uniti, alla fine è crollata, causando gravi danni: il cosiddetto ventennio perduto, con una crescita pressoché nulla in Giappone (il tasso medio annuo di crescita economica reale nel periodo 1991-2011 era dello 0,9 per cento).
Bolle speculative simili nei mercati immobiliari e dei capitali e le loro esplosioni si sono ripetute nella crisi asiatica nel 1997-1998, nella crisi della bolla IT degli Stati Uniti nel 2001 e nella crisi dei subprime nel 2007-2008. In questo "bubble relay", la crisi dei subprime è stata la più grave nel suo impatto globale, causando la crisi dell'euro come effetto collaterale, e sembra ancora difficile da superare. È spesso considerata la più grande crisi economica mondiale dalla Grande Depressione degli anni '30.
Come si può applicare la teoria di Uno alle analisi di questa crisi dei subprime? Harvey (2010: capitolo finale) ha commentato quanto segue: Un gruppo di teorici marxiani ha formulato una teoria della crisi di profitto basata sulla limitata offerta di forza lavoro relativa all'accumulazione di capitale. La crisi economica all'inizio degli anni '70 fu opportunamente analizzata secondo questo tipo di teoria della crisi. Tuttavia, nel 2008 non vi è stato alcun segno di una simile riduzione dei profitti a causa di un aumento dei salari, poiché esisteva ancora un massiccio esercito industriale di riserva, insieme a movimenti laburisti indeboliti. Pertanto, il tentativo di interpretare questa crisi in relazione alla teoria della compressione degli utili (come esemplificato da Makoto Itoh) incontra difficoltà.
Concordo con Harvey sul fatto che la crisi all'inizio degli anni '70 e la crisi dei subprime non possano essere analizzate in modo analogo applicando la teoria di base di Uno (tipo di profitto). Tuttavia, non è soddisfacente per me seguire l'approccio multicausale di Harvey (Harvey, 2011) per interpretare le diverse teorie della crisi in Marx come una sorta di cassetta degli attrezzi da applicare convenzionalmente alle crisi reali in diverse circostanze storiche. Un tale approccio multicausale deve oscurare la logica necessità delle classiche crisi cicliche radicate nella contraddizione più fondamentale in un'economia capitalista, quella di considerare la forza lavoro umana come una merce. Inoltre, non è sufficiente analizzare le crisi all'inizio degli anni '70 e nel 2008 come casi diversi. Il contesto storicamente organico tra loro in relazione alla radice fondamentale delle contraddizioni del capitalismo dovrebbe essere chiarito.

In effetti, la crisi dei subprime non è stata semplicemente un caso di crisi di sottoconsumo. Piuttosto, nella fase di ripresa economica e boom dal 2002 al 2006, l'economia degli Stati Uniti ha beneficiato dell'espansione della domanda dei consumatori, in particolare nel mercato immobiliare, nonché nel mercato dell'arredamento, degli elettrodomestici e delle automobili. Un simile boom dei consumatori ha fatto un contrasto paradossale con la tendenza al ribasso delle quote di reddito salariale del PIL, che ha registrato il livello più basso del 43,5 per cento nel 2006, a seguito di una lunga depressione dalla crisi all'inizio degli anni '70. Apparentemente, il boom dei consumi è stato ampiamente supportato dall'enorme espansione dei prestiti immobiliari che ha raggiunto 13 trilioni di dollari (circa lo stesso importo del PIL annuale degli Stati Uniti), consentendo a circa il 43 percento della popolazione di acquistare nuove case, come ho analizzato altrove (Itoh, 2012). Un'enorme quantità di denaro inattivo globale è stata mobilitata e riversata in prestiti immobiliari statunitensi, inclusi prestiti subprime (non completamente affidabili) variamente composti come titoli.
Quando il boom immobiliare degli Stati Uniti ha raggiunto il picco verso la fine del 2006, la crisi dei subprime si è diffusa dal 2007 sotto forma di un numero crescente di insolvenze su milioni di prestiti immobiliari, svalutazioni di titoli correlati a prestiti immobiliari come CDO (obbligazioni di debito garantite) e conseguenti fallimenti di istituti finanziari, compresi hedge fund e banche di investimento. Ciò ha provocato uno shock su scala globale. Come sottolineato da Kawamura (2013), (a seguito dell'analisi di Takumi sulla Grande Depressione), questa crisi globale indica l'instabilità essenziale della globalizzazione dei servizi finanziari incentrata sugli Stati Uniti per formare il cosiddetto nesso del nuovo circuito dell'impero nel flusso globale di capitale monetario basato sul dollaro.

Avendo un tale contesto globale, la crisi economica dei subprime nel 2007-2008 ha sostanzialmente avuto origine dalla contraddizione della finanziarizzazione della forza lavoro (aggiungendo meccanismi di sfruttamento e persino espropriativi sotto forma di prestiti immobiliari e altri prestiti al consumo in generale per remunerare i redditi) come una forma di approfondimento recentemente acuita della mercificazione della forza lavoro nella prolungata fase contemporanea della depressione. Ha anche mostrato l'insicurezza fondamentale generata dal sistema finanziario capitalista. Questo sistema ha mobilitato fondi di denaro inattivo, con condizioni iniziali apparentemente attraenti ma, in definitiva, sfruttative e persino espropriative. Ciò è stato particolarmente vero per i debitori socialmente più deboli tra i lavoratori, che sono stati cacciati dalle loro case o obbligati a sopportare significative perdite di capitale a causa del calo dei prezzi delle loro case, con conseguenti oneri prolungati e pesanti sui loro salari.
Pertanto, le contraddizioni fondamentali nell'economia capitalista originate dalla mercificazione della forza lavoro combinate con il funzionamento in espansione ma insicuro del sistema creditizio, come sottolineato da Uno nella sua teoria marxiana di base delle crisi cicliche classiche, riappaiono in una serie di crisi multiple con caratteristiche contemporanee dopo gli anni '70. In primo luogo, causarono una crisi inflazionistica nel 1973-1975 e una stagflazione che pose fine all'elevata crescita economica dopo la Seconda guerra mondiale insieme alla credibilità del keynesismo.
Quindi, sotto il neoliberismo, la razionalizzazione delle spese salariali abilitata dall'IT ha funzionato con forza per riprodurre l'esercito industriale di riserva, con un deterioramento delle condizioni di lavoro e un numero crescente di lavoratori irregolari. Ciò ha costituito la base per una depressione prolungata nelle economie avanzate, mostrando le difficoltà di base per il capitalismo nell'affrontare una popolazione in surplus relativa nella fase della depressione. A causa della prolungata depressione, il capitale monetario inattivo è stato spesso mobilitato per bolle speculative nel settore immobiliare e nel mercato azionario, causando conseguenti crisi quando le bolle sono scoppiate. Come notato da Marx, può esserci un tipo speciale di crisi monetaria, che può apparire indipendentemente dalle crisi industriali e commerciali e "colpisce l'industria e il commercio con il suo controlavaggio" (Marx 1867: 236), che abbiamo chiamato crisi monetaria di tipo 2 (Itoh e Lapavitsas 1999: 124). Le crisi dei rilasci di bolle nel capitalismo contemporaneo sembrano identiche a questo tipo di crisi monetaria di tipo 2, anche se dovremmo notare che la ripetizione di tali crisi monetarie dagli anni '80 si basava sulla depressione di fondo con una forte pressione sui redditi salariali nelle economie avanzate. Come è generalmente dimostrato nel caso della bolla statunitense nel mercato immobiliare che ha causato la crisi dei subprime, la finanziarizzazione della forza lavoro, in quanto contraddizione contemporanea e accentuata della mercificazione della forza lavoro, ha svolto un ruolo centrale nel 2007-2008 nel causare la grave crisi economica dagli anni '30. La crisi rivela l'instabilità contraddittoria essenziale nella finanziarizzazione del capitalismo contemporaneo, analizzata da Lapavitsas (2013) teoricamente ed empiricamente dal punto di vista della teoria di Uno.

Il deterioramento delle condizioni di lavoro instabili sotto la finanziarizzazione neoliberista, in particolare tra le generazioni più giovani, si rifletteva anche nel calo dei tassi di matrimonio e dei tassi di natalità in molti paesi avanzati. Ad esempio, il tasso di fecondità totale delle donne giapponesi è diminuito drasticamente da 2,05 nel 1974 a 1,26 nel 2005. Anche se ha recuperato un po' a 1,45 nel 2015, la popolazione giapponese è in calo dal 2008 e si stima che si dimezzerà entro la fine del 21° secolo. Questa tendenza al declino demografico deprime chiaramente il potenziale di crescita economica, soprattutto perché un numero minore di generazioni di lavoratori deve sostenere sempre più costi sociali per sostenere le pensioni dei pensionati e i servizi medici in una società anziana. L'aumento dei costi sociali per il mantenimento della sicurezza sociale in una società che invecchia ha funzionato come causa principale della crescente crisi dei bilanci statali, come generalmente mostrato in Giappone, dove il rapporto tra debito pubblico totale (incluso il governo locale) e PIL ha superato il 200% nel 2011. L'approfondimento della crisi dei bilanci statali ha indotto la tendenza neoliberista alla privatizzazione dei costi medici ed educativi, riducendo il sostegno pubblico a tali spese, e quindi ha funzionato come un fattore per aumentare la disparità nella distribuzione del reddito e della ricchezza sotto il neoliberismo.
Quindi, stiamo assistendo a una serie di crisi multiple in cicli viziosi nel capitalismo neoliberista contemporaneo, originati dalla mercificazione della forza lavoro. Che significato storico hanno queste crisi multiple? Uno ha suggerito che il capitalismo contemporaneo dopo la Prima guerra mondiale e la rivoluzione russa devono essere soggetti al terzo livello di ricerca sotto forma di analisi concreta ed effettiva dell'economia mondiale, compresa la necessità politica di difendersi dal socialismo. Tuttavia, nel periodo del neoliberismo, il capitalismo è stato in gran parte liberato dalla pressione di difendersi dal socialismo, in particolare dopo il crollo dell'Unione Sovietica come modello rappresentativo del socialismo del 20° secolo e a seguito delle rivoluzioni dell'Europa orientale (1989) e della dissoluzione dell'Unione Sovietica (1991), che Uno non aveva previsto. Pertanto, l'approfondimento delle crisi multiple nel capitalismo neoliberista non ha dato immediatamente opportunità al socialismo. Al contrario, si riteneva che il capitalismo avesse ottenuto la vittoria finale contro il socialismo per "porre fine alla storia", come dichiarato da Fukuyama (1992). Tuttavia, il capitalismo neoliberista non è riuscito a raggiungere la prevista ripresa economica efficiente. Piuttosto, paradossalmente ha dimostrato le contraddizioni di base del capitalismo originate dalla mercificazione della forza lavoro combinata con il sistema finanziario intrinsecamente instabile, attraverso una serie di crisi multiple in cicli viziosi sotto il capitalismo neoliberista. A questo proposito, la teoria di base della crisi di Uno è un potente quadro di riferimento applicabile alle crisi del capitalismo contemporaneo. Questo significa che stiamo affrontando contraddizioni fondamentali nel capitalismo contemporaneo che non sono facili da risolvere nel suo ordine.
Una reazione naturale alle molteplici crisi del capitalismo neoliberista contemporaneo è la rinascita delle aspettative per il socialismo come possibile futuro alternativo. Ad esempio, il Partito laburista britannico ha rotto con decenni di politica di compromesso con il neoliberismo ed ha eletto nel 2015 un nuovo leader del partito, Jeremy Corbyn, che si riconosce apertamente come socialista. Nel 2016, Bernie Sanders ha raccolto un tempestoso sostegno popolare, soprattutto tra le giovani generazioni, nelle elezioni per scegliere un candidato democratico per il presidente degli Stati Uniti, sostenendo la necessità di una rivoluzione politica socialista. Infatti, secondo un sondaggio del Pew Center del dicembre 2011, la percentuale di reazioni positive al socialismo tra le persone di età compresa tra 18 e 29 anni ha raggiunto il 46% negli Stati Uniti (Kotz 2015: 211). Il socialismo in quei casi deve, in senso lato, includere la socialdemocrazia contro il neoliberismo. Tuttavia, deve contenere anche il risveglio delle aspettative per il socialismo oltre il capitalismo tra le persone, specialmente tra le giovani generazioni che soffrono di un senso di stallo per il futuro del capitalismo.
Per rispondere a tali aspettative, dovremmo anche lavorare insieme come economisti politici su come comprendere e interpretare i fallimenti del modello del socialismo sovietico del 20° secolo e chiarire le possibilità teoriche più promettenti dei modelli di socialismo alternativo del 21° secolo. Come applicare la teoria di Uno su valore e crisi a questo difficile campo di ricerca non è stato trattato in questo articolo, sebbene sia già stato avviato in altri miei lavori (ad es. Itoh 1995).

Si ringrazia il professor Makoto Itoh 


Bibliografia

Aglietta, M. 1979. A Theory of Capitalist Regulation. Brooklyn, NY: New Left Books.
Albritton, R. 1991. A Japanese Approach to Stages of Capitalist Development. London, UK:
Macmillan.
Armstrong, P., A. Glyn, and J. Harrison. 1984. “Capitalism since World War
II.” London Fontana Paperbacks. Baba, K. 1991. [“Contemporary World and Japanese Company-ism.”] In: The University of
Tokyo, Research Institute of Social Science ed. [Contemporary Japanese Society]. vol. 1.
New York, NY: University of Tokyo Press.
Fukuyama, F. 1992. The End of History and the Last Man. New York, NY: Avon Books.
Harvey, D. 2010. A Companion to Marx’s Capital. Brooklyn, NY: Verso Books.
Harvey, D. 2011. The Enigma of Capital and the Crises of Capitalism. London, UK: Profile
Books
Hilferding, R. 1910. Finance Capital. trans M. Watnick and S. Gordon, Abingdon, UK:
Routledge and Kegan Paul, 1981. Itoh, M. 1964. [“The Great Depression - Centering British Economy in 1873 – 1896”].
In [Studies on Imperialism], edited by K. Suzuki. Tokyo, Japan: Nihon-Hyoronsha. Itoh, M. 1974. [Credit and Crisis]. New York, NY: University of Tokyo Press.
Itoh, M. 1980. Value and Crisis. New York, NY: Pluto Press and Monthly Review Press.
Itoh, M. 1988. The Basic Theory of Capitalism. New York, NY: Macmillan and St. Martin’s
Press.
Itoh, M. 1990. The World Economic Crisis and Japanese Cpitalism. New York, NY:
Macmillan and St. Martin’s Press.
Itoh, M. 1995. Political Economy for Socialism. New York, NY: Macmillan and St. Martin’s
Press.
Itoh, M. 2012. “The Historical Significance and the Social Costs of the Subprime Crisis:
Drawing on the Japanese Experience.” In Financialization in Crisis, edited by
C. Lapavitsas. Leiden, Netherlands: Brill.
Itoh, M. 2016. “The structural change in the world economy with a decay in advanced
countries.” In: Japanese Political Economy, vol. 42-I-IV (2016) Published online
Itoh, M., and C. Lapavitsas. 1999. Political Economy of Money and Finance. New York, NY:
Macmillan and St. Martin’s Press. Iwata, H. 1964. [World Capitalism]. Tokyo, Japan: Miraisha. in Japanese.
Kawamura, T. 2013. “The Global Financial Crisis: The Instability of the U.S.-Centered
Global Capitalism.” In Crises of Global Economies and the Future of Capitalism, edited
by K. Yagi, N. Yokokawa, S. Hagiwara and G. A. Dymski. Abingdon, UK: Routledge.
THE JAPANESE POLITICAL ECONOMY 19

Keynes, J. M. 1936. The General Theory of Employment, Interest and Money. London, UK:
Macmillan.
Kotz, D. 2015. The Rise and Fall of Neoliberal Capitalism. Cambridge, MA: Harvard
University Press.
Lapavitsas, C. 2013. Profiting without Producing: How Finance Exploits Us All. Brooklyn,
NY: Verso.
Lenin, V. I. 1917. Imperialism: The Highest Stage of Cpitalism. Peking, China: Foreign
Language Press, 1965.
Marx, K. 1867. Capital. vol. 1, 2, 3. Trans B. Fowkes and D. Fernbach, East Rutherford, NJ:
Penguin, 1976, 78, 81. Ouchi, T. 1970. [State Monopoly Capitalism]. Tokyo, Japan: University of Tokyo Press.
Piketty, T. 2014. Capital in the Twenty-First Century. Cambridge, MA: Harvard University
Press
Ricardo, D. 1817. On the Principles of Political Economy and Taxation. Cambridge, UK:
Cambridge University Press, 1951. Shibagaki, K. 1997. [The Logic in Contemporary Capitalism - Political Economy of
Transitional Societies]. Tokyo, Japan: Nihon-keizai-hyoronsha.
Smith, A. 1776. An Inquiry into the Nature and Causes of Wealth of Nations. Oxford, UK:
Clarendon Press, 1976. Suzuki, K. Ed. 1960. [Princiles of Political Economy], Vol. 1, 2. Tokyo, Japan: University of
Tokyo Press. Takumi, M. 1994. [The World Great Crisis]. Tokyo, Japan: Ochanomizu-shobo. Uno, K. 1953. [The Theory of Crisis]. Tokyo, Japan: Iwanami-shoten. Uno, K. 1964. [Principles of Political Economy]. Trans T. Sekine, Baldwin, Kansas:
Harvester Press, 1980. Uno, K. 1971. [The Types of Economic Policies under Capitalism]. Trans T. Sekine, Leiden,
Netherlands: Brill. Yao, N. 2012. [The World Economy and Japan in the 21st Century]. Kyoto, Japan:
Koyo-shobo.
Zieschang, K. 1957. “Zu einige theoretischen Probleme des Staatsmonopolistischen
Kapitalismus in Westdeutchland.” In Deutsche Akademie Der Wissenschaften zu Berlin,
Probleme Der Politischen Okonomie € .

 

Bollettino Culturale Copyright © 2016 | Created by Tarosky | Powered by Blogger Templates