FF

sabato 13 novembre 2021

0 LA LETTURA NEGRIANA DELLA RIVOLUZIONE KEYNESIANA


Nel modo di produzione capitalistico il fordismo si è combinato con il taylorismo, sebbene non siano la stessa cosa. Quest'ultimo può essere definito come una tecnica per razionalizzare il processo lavorativo con un effettivo guadagno di produttività attraverso la scomposizione e massificazione della forza lavoro. Utilizza la semplificazione dei compiti del lavoratore e la loro esecuzione sotto forma di gesti e movimenti ripetuti. Associato al taylorismo, il fordismo si affermò dando origine a quello che Antonio Gramsci definì
“un nuovo tipo di lavoratore”.

Con il consolidamento del fordismo, il proletario divenne l'operaio senza attributi, con la funzione di integrarsi nel movimento della macchina, incapace di riconoscersi nel risultato del suo lavoro e con pochissima capacità di intervenire nel processo produttivo. D'altra parte, è stato catturato da un'intera rete di relazioni sociali volte a tenerlo assoggettato al nuovo metodo di produzione non solo per coercizione, ma attraverso il suo consenso.

In “Americanismo e fordismo” Gramsci ha affrontato riccamente il tema, cogliendo l'ampiezza della trasformazione sociale operata dal fordismo. Ha analizzato un insieme di fattori esistenti per l'emergere dell'allora nuovo metodo di produzione e il suo momento di implementazione in America, che rivisiteremo qui in alcuni punti.

In primo luogo, ha evidenziato l'importanza della composizione della popolazione americana che ha messo a disposizione del sistema fordista un grande esercito industriale di riserva.

L'introduzione del fordismo in America è stata facilitata, secondo il pensatore italiano, dall'assenza di una maggiore complessità nella divisione in classi. Diversamente dalla condizione sociale dell'Europa, che, per la sua storia, sarebbe segnata dall'esistenza di un'ampia gamma di "classi parassitarie", per gli Stati Uniti pesavano significativamente il meticciato della popolazione, la presenza di neri americani e il forte afflusso di immigrati utilizzati come manodopera dalle industrie fordiste.

Un dato rilevante, accuratamente sottolineato da Gramsci, è stata la necessità di un adattamento psicofisico dell'operaio alla produzione fordista. Il lavoratore doveva adattarsi a un modo specifico di svolgere il suo lavoro che richiedeva solo movimenti fisici, lasciando in secondo piano qualsiasi attività cognitiva o comunicativa:


“Il Taylor esprime con cinismo e senza sottintesi il fine della società americana: sviluppare nell’uomo lavoratore al massimo la parte macchinale, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che domandava una certa partecipazione dell’intelligenza, dell’iniziativa, della fantasia del lavoratore, per ridurre le operazioni di produzione al solo aspetto fisico.”


Si rese conto della scissione operata dal metodo Ford tra mente e corpo, un processo di radicalizzazione che separava lavoro manuale e lavoro intellettuale e che obbligava il lavoratore a dimenticare o quantomeno a non riflettere sul contenuto intellettuale del proprio lavoro.

Data la "brutalità" del nuovo metodo e partendo dalla precedente situazione in cui prevaleva il lavoratore specializzato, sarebbe stato difficile per i lavoratori accettare una forma di produzione che richiedesse al lavoratore di adattarsi a lunghe ore di lavoro di routine e che rimuovesse in un modo quasi assoluto qualsiasi controllo sul disegno, sul ritmo e sull'organizzazione del processo produttivo.

Per superare la resistenza dei lavoratori, sono stati sviluppati alcuni meccanismi. Meccanismi che non riguardavano solo la coercizione, ma anche il consenso.

Secondo Gramsci, il puritanesimo e il proibizionismo tipici dell'uomo medio americano occupavano un posto fondamentale nell'implementazione efficace del fordismo. Per garantire un'elevata produttività, il lavoratore fordista non dovrebbe spendere energia vitale in attività diverse dal lavoro, cioè dovrebbe preservare la sua forza fisica. Si trattava, quindi, di creare abitudini compatibili con le esigenze del lavoro. Occorre quindi contenere l'istinto sessuale, organizzare la famiglia al fine di realizzare un'attività sessuale regolamentata, combattere l'alcolismo, il gioco d'azzardo e ogni condotta che possa in qualche modo caratterizzare una vita bohémien.

Questa funzione moralizzante non fu assunta solo dall'organizzazione industriale, ma anche dallo Stato. L'insistenza sulla lotta all'alcolismo negli Stati Uniti, ad esempio, può essere associata al drastico divieto di produzione, commercio e consumo di alcol in tutti gli Stati americani, regolato dal Diciottesimo Emendamento Costituzionale, entrato in vigore nel 1920 e applicato per tredici anni.


“In America la razionalizzazione e il proibizionismo sono indubbiamente connessi: le inchieste degli industriali sulla vita privata degli operai, il servizio di ispezione creato da alcuni industriali per controllare la «moralità» degli operai sono necessità del nuovo metodo di lavoro. Chi irridesse a queste iniziative e vedesse in esse solo una manifestazione ipocrita di «puritanesimo», si negherebbe ogni possibilità di capire l’importanza, il significato e la portata obbiettiva del fenomeno americano, che è anche il maggiore sforzo collettivo [finora esistito] per creare con una rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e d’uomo.”


Altro elemento fondamentale del fordismo era il pagamento di alti salari, almeno superiori alla media degli altri lavoratori. Rappresentava una forma temporanea di redistribuzione del reddito, finalizzata, da un lato, ad ottenere l'adesione dei lavoratori al nuovo metodo di produzione, che avrebbe potuto risultare a maggior costo se si fossero adottati solo mezzi violenti di coercizione. In un altro senso, mirava alla conservazione della forza lavoro, e questo punto è un aspetto strettamente legato all'insistenza nel voler instillare il puritanesimo nei lavoratori, per evitare che il reddito salariale venisse utilizzato per danneggiare o distruggere questa stessa forza con un comportamento moralmente inappropriato.

In questo saggio si possono evidenziare due aspetti molto rilevanti. In primo luogo, Gramsci si rese conto che il fordismo era decisamente destinato a forgiare un nuovo tipo di uomo, un nuovo tipo di lavoratore. In secondo luogo, divenne chiaro che lo Stato stava assumendo un ruolo sempre crescente come attore sociale ed economico, ruolo dal quale non poteva più sottrarsi.

Quindi, in risposta alla domanda che si pone, cioè se fosse possibile generalizzare il metodo Ford, “se cioè sia possibile, con la pressione materiale della società, condurre gli operai come massa a subire tutto il processo di trasformazione necessario per ottenere che il tipo medio dell’operaio Ford diventi il tipo medio dell’operaio moderno” Gramsci risponde affermativamente, purché la coercizione sia “sapientemente combinata con la persuasione e il consenso e questo può essere ottenuto nelle forme proprie della società data da una maggiore retribuzione che permetta un determinato tenore di vita capace di mantenere e reintegrare le forze logorate dal nuovo tipo di fatica.”


Antonio Negri fa la sua lettura del fordismo. Segue la direzione che Gramsci sembra indicare sottolineando il metodo Ford come fenomeno di trasformazione sociale e il ruolo dello Stato interventista, ma la sua riflessione raggiunge una nuova dimensione.

Negri si preoccupa di dimostrare fino a che punto il fordismo sia il risultato della lotta di classe e, più in generale, di indicare che l'avanzata del capitale avviene solo in mezzo al movimento delle lotte operaie.

Secondo Negri, la crisi del 1929 è una diretta conseguenza della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e della definitiva costituzione della classe operaia come soggetto politico. Un processo di costituzione che inizia in Francia con la Rivoluzione del giugno 1848 e si prolunga fino al 1870 con la Comune di Parigi, e riprende in seguito, dopo la sconfitta della Comune, fino al 1917 con la vittoria dei bolscevichi in Russia.


Con la Rivoluzione del 1917 il sistema capitalista subì uno sconvolgimento, un cambiamento nella composizione delle sue forze che non potevano più tornare al passato. Tuttavia, il capitalismo rimase cieco a questa trasformazione fino al 1929, quando il laissez-faire divenne insostenibile. La “mano invisibile” per la regolazione del mercato non bastava più, da quel momento sarebbe stato necessario negoziare con la classe operaia.

In effetti, gli stati capitalisti hanno dovuto affrontare la rivoluzione sovietica e le sue conseguenze. Inizialmente, hanno cercato di ottenere l'isolamento militare, politico e diplomatico dell’URSS, interpretando la minaccia comunista come qualcosa di esterno. Ben presto si resero conto che il problema non era così semplice. La rivoluzione comunista, realizzando la possibilità della sua organizzazione politica indipendente dal capitale, costituì definitivamente la classe operaia come soggetto politico e creò un punto di identificazione politico per la classe operaia internazionale, perciò la minaccia non era più solamente esterna ma divenne, principalmente, interna.

La risposta del capitale alla minaccia posta dalla rivoluzione comunista rimase invariata rispetto al passato: prima, violenta repressione per sconfiggere il movimento politico della classe operaia, e poi riassorbimento della forza lavoro attraverso un salto tecnologico.

Fu questo movimento di repressione violenta e di "repressione tecnologica" che si può osservare negli Stati Uniti nella prima metà del XX secolo, quando si diffuse il fordismo.

Negli Stati Uniti, l'International World Workers (IWW) è stata, all'inizio del XX secolo, una delle principali organizzazioni operaie a guidare le lotte di classe. Storicamente visto come un movimento anarco-sindacalista le cui idee furono portate in America nei primi decenni del secolo da immigrati politicamente radicali, fin dalle sue origini fu legato al Partito Socialista Americano, che difendeva la via elettorale per la costruzione del socialismo. L'IWW si costituì presto come un movimento di lavoratori americani, bianchi e neri, lavoratori rurali e urbani. Nel primo decennio del XX secolo fu il principale responsabile della convocazione e dell'organizzazione di scioperi generali negli Stati Uniti.

Alcuni numeri possono aiutare a comprendere la dimensione della lotta operaia di allora: nel 1914 e nel 1915 il numero degli scioperi fu rispettivamente di 1.204 e 1.593. Nel 1916 il numero salì a 3.789 e nel 1917 raggiunse quota 4.450, raggiungendo la partecipazione rispettivamente di 1.600.000 e 1.300.000 lavoratori. Nel 1919 vi furono 3.630 scioperi indetti, con la partecipazione di 4.160.000 lavoratori, cioè il 20,2% dei lavoratori degli USA.

Gli anni del rafforzamento degli IWW furono seguiti da una dura repressione da parte delle autorità statunitensi. Durante questo periodo furono approvate dal Congresso due importanti leggi, l'Espionage Act, del 1917, seguito dal Sedition Act, del 1918. Con queste nuove leggi, tutti i movimenti considerati politicamente radicali, in particolare gli IWW, furono duramente perseguitati.

Naturalmente non era sufficiente l'uso della violenza, da qui la diffusione del fordismo e del taylorismo come “via tecnologica alla repressione”. Le nuove tecniche di produzione assolvevano alla loro funzione di riassorbire la forza lavoro mentre disorganizzavano il movimento operaio.


“Taylorismo, fordismo hanno questa immediata funzione: togliere il partito bolscevico alla classe, attraverso la massificazione del modo di produrre e la dequalificazione della forza-lavoro, immettere per tal via nel processo produttivo nuove forze proletarie, distruggendo la forza d’urto delle vecchie aristocrazie ed impedendo che si ricostruiscano."


La coercizione e la via tecnologica alla repressione servirebbero alla sola conservazione del sistema di produzione capitalista. L'offensiva operaia, secondo Negri, potrebbe essere contenuta dal capitale solo con una vera ricostruzione del sistema capitalista, che implicherebbe “far scendere lo Stato nella società”.

La crisi del 1929 segnò la fine del laissez-faire e dello stato di diritto la cui funzione era quella di proteggere i diritti individuali, in particolare la proprietà e l'impresa privata. In risposta alla crisi economica nazionale, il modello del New Deal è stato uno sviluppo unico della politica statunitense, attraverso il quale l'intera società civile è stata sempre più assorbita dallo Stato. Dopo la Seconda guerra mondiale, questo modello di Stato che interviene e regola tutti gli aspetti della vita sociale e tutte le articolazioni produttive e riproduttive si diffuse tra i paesi a capitalismo avanzato come strumento per la ripresa mondiale.

In “Il New Deal e il nuovo assetto delle istituzioni capitalistiche” Luciano Ferrari Bravo ci aiuta ad analizzare le nuove forme giuridiche del New Deal per controllare la classe operaia, mostrando le categorie giuridiche come “dispositivo sociale, ovvero la funzione regolamentare che esse, di volta in volta, esercitano all’interno del conflitto di classe.”

Nelle parole di Negri: “bisognava identificare i soggetti che giocavano la partita del diritto. Nel caso che ci interessa, il New Deal rooseveltiano, un enorme e vivacissimo sindacato di operai-massa in formazione, il Cio, e dall’altra parte dei padroni reazionari [...], quei medesimi che per smisurata fame di profitto e per orgasmo antisovietico avevano negli anni ‘20 spinto la nazione americana alla più terribile delle crisi. Di mezzo il governo rooseveltiano. Big labor, big business, big government, Luciano assunse ad oggetto di studio questo rapporto, non semplicemente nei contenuti contrattuali (e/o di contropotere), che pure aveva sempre presenti, ma in quanto dispositivo costitutivo di nuove forme del rapporto giuridico. Dentro questa realtà. si formava dunque un modello del diritto, quello che, a partire dagli anni ‘30, avrebbe dominato il resto del secolo. Luciano non descriveva solo la genesi di questo diritto, ma nella genealogia scopriva il motore di un nuovo (futuro) dispositivo storico: quello del riformismo fordista.”



Nel saggio “John Maynard Keynes e la teoria capitalista dello stato nel ‘29”, Negri difende la tesi secondo cui lo “Stato sociale” sarebbe nato a partire dalla lettura keynesiana della crisi del 1929, riconoscendo la nuova composizione delle forze economiche e proponendo da allora in poi la ristrutturazione capitalistica dello Stato per interiorizzare la classe operaia nel capitale. La crisi del 1929, come sopra accennato, è il risultato, secondo Negri, della nuova composizione delle forze economiche emerse dalla rivoluzione comunista del 1917. Sulla base di questa comprensione, cerca di analizzare come la percezione di questo cambiamento nel rapporto di forza tra le classi in lotta si evolve nel pensiero di Keynes, dalla sua esperienza alla Conferenza di Parigi, sfociata nella pubblicazione di The Economic Consequences of Peace e della sua opera principale The General Theory of Employment, Interest and Money.

Negri cerca di dimostrare che nel 1919 l'intuizione di questo cambiamento era già presente nella riflessione di Keynes, sebbene concepisse ancora la “questione russa” come esterna agli altri Stati capitalisti – come una questione da affrontare tra Stati nazionali. In questo senso, Keynes si è limitato a indicare soluzioni come “incoraggiare e aiutare la Germania a riprendere il suo posto in Europa come creatrice e organizzatrice di ricchezza per i suoi vicini orientali e meridionali”, tra cui la Russia bolscevica. Tuttavia, si percepiva già la sua immensa preoccupazione per le conseguenze che la miseria potrebbe avere sugli animi delle persone.


“Il pericolo che ci sovrasta, perciò, è il rapido calo del tenore di vita delle popolazioni europee, fino al punto che alcuni saranno ridotti a morire semplicemente di fame (un punto già raggiunto in Russia, e quasi raggiunto in Austria). Gli uomini non sempre sono disposti a morire tranquillamente. La fame, che genera in alcuni apatia e un inerme scoramento, spinge altri temperamenti a un’isterica instabilità nervosa e al furore della disperazione. E nella loro angoscia costoro possono abbattere quel tanto di organizzazione che resta e sommergere la civiltà stessa nel tentativo disperato di soddisfare i prepotenti bisogni individuali. Questo è il pericolo contro il quale tutte le nostre risorse e coraggio e idealismo devono adesso collaborare.”


Due anni dopo la Conferenza, in The Revision of the Treaty, Keynes mantenne questo filo conduttore del suo ragionamento. Dando uno sguardo nuovo alla condizione dell'Europa e alle conseguenze del Trattato di Versailles. 


“Two years ago the Treaty, which outraged justice, mercy, and wisdom, represented the momentary will of the victorious countries. Would the victims be patient? Or would they be driven by despair and privation to shake society's foundations? We have the answer now. They have been patient.”


Insistendo sull'interiorizzazione dell'elemento politico nell'economia, Keynes promosse una critica radicale della teoria liberale di Say, sfidando i principi di separazione tra Stato e mercato e del laissez-faire. Sosteneva espressamente che la legge di Say non era più valida, essendo cambiate le variabili degli equilibri economici e politici. La critica di Keynes alla legge di Say, sostiene Negri, ha attaccato il cuore dell'economia liberale ribaltando la concezione di un equilibrio naturale tra domanda e offerta e accesso illimitato al mondo della ricchezza.

In “The General Theory of Employment, Interest and Money”, opera del 1936, Keynes proponeva un nuovo equilibrio, che doveva essere sostenuto non dalla “naturale mano invisibile”, ma da un sistema che attribuisce allo Stato la condizione di soggetto economico globale della vita.

Il punto di partenza per l'economista britannico è stato mettere in discussione l'origine della crisi del 1929. Keynes conclude che essa deriva da un eccesso di offerta, che influenza direttamente - per ridurli – i livelli di investimento netto e, infine, influenza - per ridurre anche loro - i parametri dell'efficienza marginale del capitale.

Il grande progresso della teoria keynesiana, sostiene Negri, è stato quello di portare la classe operaia nel capitale come momento autonomo nella dinamica della lotta.

Secondo Keynes, la crisi del 1929 ha minato la fiducia nel futuro. Risulta necessario salvarla affinché il capitalismo possa sopravvivere. Toccherebbe poi allo Stato intervenire affinché si ristabilisca la fiducia, il suo ruolo sarebbe “di proteggere il presente dal futuro”.

In primo luogo, l'intervento dovrebbe avvenire per assicurare il rispetto della legge, in questo senso lo Stato garantirebbe l'adempimento degli obblighi. L'intervento dovrebbe svolgersi anche su un altro livello, lo Stato dovrebbe farsi capitale e organizzare la produzione. In tal caso, lo Stato avrebbe la funzione di agire nel presente e programmare il futuro, regolando il flusso del risparmio e degli investimenti, garantendo una domanda effettiva, assumendo in generale il ruolo di attore globale della vita economica.


“La figura giuridica ed indiretta dell'intervento statuale non è sufficiente. Non è sufficiente il fatto che lo stato garantisca la convenzione economica fondamentale che lega presente e futuro: è necessario qualcosa di più, che lo stato si faccia struttura economica – soggetto produttivo. È necessario che lo stato divenga il ​​centro di imputazione dell’intera vita economica. Quale formidabile progresso!”


Per Negri, proponendo la riforma capitalista dello Stato, facendone garante del presente contro l'incertezza futura, Keynes riconosce e inserisce la lotta operaia all'interno della struttura capitalista. Proteggere il presente dal futuro significherebbe agire per ridurre le tensioni sul futuro causate dalla lotta della classe operaia e garantire la fiducia all'investitore capitalista. Considerare il ruolo della lotta dei lavoratori come una minaccia per il futuro è pensarla esterna al capitale, anche se, inserita nella sua struttura, ne determina la riforma.

La lettura di Keynes da parte di Negri dimostra che “il formidabile salto in avanti che la scienza del capitale opera con Keynes consiste nel riconoscimento della classe operaia come momento autonomo dentro il capitale”, Keynes lo fa con l'introduzione della teoria della domanda effettiva. Negri continua a esporre:


“La diagnosi comporta immediatamente una terapia: rialzare la propensione al consumo, il volume della domanda. Ma poiché le variazioni della propensione al consumo sono essenzialmente variazioni di reddito misurato in unità di salario, ecco che l’equilibrio corrispondente ad uno stadio di domanda effettivamente realizzata sarà quel valore per cui il prezzo dell’offerta complessiva della quantità di prodotto e l’aspettativa di ricavo imprenditoriale saranno determinati dal livello dell’occupazione operaia. È da dire che, prese così le cose, nella interdipendenza quasi circolare delle parti interne del sistema che Keynes si sforza di fissare, l’elemento politico del discorso keynesiano sembra difficile da cogliere. Ma un’osservazione solo un po’ più attenta rivela che l’intero sistema delle interrelazioni riposa su un postulato: quello della rigidità dei salari verso il basso. “L’unità di salario, quale è determinata dalle negoziazioni concluse tra i datori di lavoro e lavoratori” costituisce infatti la fondamentale “variabile indipendente definitiva”. Ed è qui, attorno a questo motivo, che la teoria keynesiana si scopre: registrazione ed uso della forza oggettiva di classe operaia colta nella sua autonomia. Essa non può essere repressa, non può essere tolta: l’unica possibilità è di coglierne il movimento, di regolarne la rivoluzione"


A questo punto, l'interpretazione della teoria keynesiana difesa da Negri è completamente inserita nella linea di pensiero per la quale lo sviluppo capitalistico può affermarsi solo nella dinamica e nella potenza della lotta operaia.


La composizione tra fordismo e Stato interventista costituisce un punto di svolta per il capitalismo. L'abbandono del laissez-faire e da allora in poi l'indiscussa necessità dello Stato come agente economico, come capitale sociale, hanno unito economia e politica, società civile e processo produttivo in modo che non potessero più essere dissociate.

Il New Deal nordamericano fu l'espressione più completa di questa combinazione tra fordismo e interventismo statale, subordinando tutti gli elementi sociali della produzione e della riproduzione al comando del capitale e dello Stato. La conseguenza non poteva che essere il passaggio del campo della lotta operaia dalla fabbrica alla società, uscendo dal limite del rapporto salariale e assumendo la proporzione della disputa della classe operaia come soggetto politico.


lunedì 25 ottobre 2021

0 LA RUSSIA NEL MULTIPOLARISMO

 


Commento del libro "Adam Smith a Mosca" di Diego Zanetti con Gianfranco La Grassa.

sabato 23 ottobre 2021

0 ADAM SMITH A MOSCA: UN TENTATIVO DI ANALISI SMITHIANA DEL PUTINISMO


Articolo originariamente apparso sul giornale La Città Futura


“Adam Smith a Mosca” di Diego Zanetti è un’analisi molto interessante per cercare di comprendere la Russia fuori dagli schemi tradizionali. Già dal titolo capiamo bene quale sia uno dei principali riferimenti teorici dell’autore, ovvero, Giovanni Arrighi ed il suo fortunato libro “Adam Smith a Pechino”, oggetto di un massiccio revival negli ultimi anni tra quanti si cimentano nello studio della realtà cinese.

Zanetti riprende pienamente la lettura fatta dall’economista milanese di Adam Smith e in particolare il concetto di “percorso di sviluppo” inteso come “ogni possibile modalità di organizzazione della struttura sociale” [1] che lega al concetto di sovranità, distinto in una “sovranità flessibile” e in una “sovranità rigida”.

Per chiarire meglio l’argomento, occorre distinguere lo sviluppo naturale e quello innaturale secondo l’economista scozzese nell’analisi di Arrighi: 


“Le diverse caratteristiche presentate nei modelli di sviluppo orientale e occidentale sono state analizzate dalle rispettive nomenclature: sviluppo “naturale” e “innaturale”. Lo sviluppo naturale è caratterizzato dalla decisione di investire nell’espansione del mercato interno. Queste risorse vengono utilizzate principalmente nel miglioramento agricolo per rifornire la popolazione (di solito grandi popolazioni come i cinesi). Il buon andamento dell'agricoltura si traduce nello sviluppo di attività manifatturiere che, a loro volta, devono essere ad alta intensità di manodopera. L'interesse per il commercio estero deve riflettere l'espansione agricola e industriale, o meglio, in caso di eccedenza nel mercato interno. Lo sviluppo “innaturale”, invece, è definito dallo sviluppo economico realizzato attraverso guadagni di produttività attraverso il miglioramento tecnologico in tutte le sfere del mercato, cioè sia nella dimensione produttiva che a livello organizzativo. In questo senso, l'enfasi delle attività economiche è sull'uso intensivo delle risorse non umane a scapito delle risorse umane. Inoltre, l'obiettivo della crescita è espandere il commercio estero. Questa tipologia di "sviluppo" di solito caratterizza lo stile di crescita occidentale.”[2]


Secondo Zanetti, il percorso di sviluppo scelto dipende fortemente dalle modalità d’intervento dello Stato e quindi dalla tipologia di sovranità che esercita. Senza alcun intervento statale, il conflitto tra capitale e lavoro tende ad essere favorevole al primo mentre se “il conflitto viene gestito dallo Stato, gli esiti possibili saranno diametralmente opposti tra loro: una gestione statale del conflitto che risulti favorevole alle imprese si risolverebbe in maniere non dissimile dall’assenza totale di coinvolgimento dello Stato; al contrario, una gestione favorevole alla manodopera porterebbe allo scioglimento degli eventuali cartelli delle imprese ed a concessioni più ampie alla manodopera. Nella concezione di Smith, quindi, l’esistenza di una forte autorità statale è l’esatto motivo per cui è possibile garantire una vita dignitosa ai lavoratori e l’uguaglianza economica tra le classi sociali pur nelle condizioni di un’economia di mercato.” [3]


Questa citazione dal libro chiarisce il significato di “sovranità flessibile”, cioè l’assenza di intervento dello Stato sul mercato. Mentre per “sovranità rigida” si intende una regolamentazione pubblica del mercato che può favorire il capitale o il lavoro, anche se l’autore preferisce parlare di manodopera.

Nel primo caso si ha il liberalismo, nel secondo il nazionalismo e nel terzo il “laburismo”, ovvero una “sovranità rigida” che difende i lavoratori.

Zanetti non si limita a definire il percorso di sviluppo in base alla tipologia di sovranità ma anche ad altri elementi come il rapporto dello Stato con il diritto internazionale, con le organizzazioni internazionali, la forma di governo, il potere e le sue fonti, la distribuzione del potere tra le nazioni e il modello economico adottato.


Da questo livello di maggiore astrazione, si scende ad un livello più concreto dove l’autore analizzerà la politica estera ed economica della Russia per dimostrare che il paese guidato da più di vent’anni da Putin non segue il modello di sviluppo occidentale ma quello che ha chiamato “laburismo”.


Per Zanetti, la Russia rispetta il principio di non-ingerenza in politica estera, non volendo mai risolvere con la forza dei contenziosi a proprio favore ma intervenendo solo su esplicita richiesta di altri governi e per tutelare il diritto dei popoli all’autodeterminazione, come accaduto in Siria o in Crimea. Questo serve da pezza d’appoggio per dimostrare che in politica estera il governo di Putin adotta non una postura nazionalista ma “pragmatica” e non ideologica. Il patriottismo del putinismo è rivolto verso l’interno e non verso l’esterno, diversamente dai paesi che seguono un percorso di sviluppo capitalistico.

Questo si riflette anche nella scelta di non aderire mai ad organizzazioni internazionali che erodono la sovranità della Russia o di altre nazioni che ne fanno parte e nella ferma volontà, in politica interna, di preserva e consolidare la propria autorità e quella di qualsiasi altro governo, al di là dell’ideologia seguita, contro chiunque miri a rovesciarne il potere.

L’analisi della politica estera di Putin si chiude su una riflessione sul suo atteggiamento critico dell’unipolarismo che porta con sé la morte del diritto internazionale. Zanetti sostiene che la Russia, favorendo un mondo con più poli di potere, il famoso multipolarismo, contribuisca ad equilibrare la distribuzione di potere tra gli Stati, rafforzandone la sovranità, specie nel Sud del mondo.

Il libro si chiude con l’analisi della politica economica della Russia. Il primo decennio dell’era Putin è stato contraddistinto da una crescita economica impetuosa, da una massiccia riduzione della povertà e dall’aumento della classe media. Fino al 2011 circa, l’aspetto del rinnovamento dell’esercito era posto in secondo piano rispetto al recupero di una situazione disastrosa eredita dagli anni ‘90 della shock therapy di Eltsin. L’autore afferma che tra il 2000 e il 2008 gli stipendi sono aumentati del 15% a fronte di una crescita del PIL del 7% e, nei periodi di contrazione, i lavoratori ne hanno subito le conseguenze in minima parte rispetto ad altri paesi. Questo per confermare la tesi secondo cui, con il modello “laburista”, la crescita economica è orientata più alla redistribuzione della ricchezza prodotta rispetto all’accumulazione in sé.

Con Putin si assiste anche ad una inversione di tendenza rispetto al suo predecessore per quanto riguarda le privatizzazioni delle imprese statali. Sotto il controllo diretto e indiretto dello Stato ricadono le imprese operanti nei settori considerati strategici, come il petrolio e l’energia. Queste aziende sono circa il 70% del PIL russo e sono soggette ad un alto livello di imposte sul valore aggiunto rispetto alle piccole e medie imprese che costituiscono il restante 30% del PIL russo.

Questo perché le imprese pubbliche operano da monopoliste nel proprio segmento di mercato mentre le piccole e medie imprese operano in un mercato altamente competitivo che serve a livellare verso il basso il tasso di profitto, consentendo la nascita di nuove imprese che occuperanno nuovi lavoratori. A ciò è funzionale un livello di imposte sul loro valore aggiunto inferiore rispetto a quello delle imprese pubbliche da cui lo Stato ottiene importanti risorse per finanziare il welfare state.

Questo è esattamente il modo in cui il mercato dovrebbe funzionare secondo Smith, cioè facendo competere tra loro le imprese, non i lavoratori, per comprimere i loro tassi di profitto. E questo dovrebbe tradursi nella volontà dello Stato di privilegiare investimenti ad alta intensità di manodopera, come la manifattura o l’agricoltura, rispetto a quelli ad alta intensità di capitale.

Tuttavia questo è vero solo in parte in Russia poiché il primo tipo di attività si sono sviluppate solamente come conseguenza delle sanzioni economiche occidentali, cioè uno shock esogeno, e non grazie ad un preciso piano industriale del governo russo.

Da quest’ultimo punto inizio a muovere delle critiche al lavoro di Zanetti. Al libro manca una solida analisi della storia russa che avrebbe sicuramente aiutato ad inquadrare meglio le dinamiche di lungo periodo dell’economia del paese e la sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro e nelle gerarchie della globalizzazione. Il processo di integrazione dell’URSS nell’economia mondiale accelera negli anni ‘70, quando gli alti prezzi del petrolio trasformano il paese in un mercato di materie prime per l’Occidente, come dimostrano gli accordi di compensazione con i nemici capitalisti che scambiano il petrolio e il gas sovietico con crediti e tecnologia per estrarre queste risorse (essendo investimenti ad alta intensità di capitale). L’integrazione con il mercato mondiale ha accentuato le sproporzioni dell’economia sovietica. Con la transizione al libero mercato e il successivo processo di deindustrializzazione del paese, gas e petrolio sono rimaste le principali fonti di profitto per la classe dirigente russa. Cosa che nota anche Zanetti ma non ne trae le adeguate conclusioni. La Russia quindi è a tutti gli effetti un impero periferico totalmente incapace, ad oggi, di scalare le gerarchie della globalizzazione.

Piuttosto che parlare di sviluppo non capitalistico, una totale assurdità in presenza di elementi come il mercato, il lavoro salariato, la forma impresa, mi concentrerei sul modello di capitalismo adottato oggi dalla Russia.

Putin ha realizzato le ambizioni dei militari che tentarono contro Gorbaciov il cosiddetto “Putsch di agosto”, come afferma in maniera convincente Yurii Colombo nel suo libro “Urss, un’ambigua utopia”, cioè un modello di modernizzazione autoritario e centralizzato simile a quello cinese ma da una posizione periferica nell’economia mondiale che non poteva ancora essere realizzato agli inizi degli anni '90.

La tesi politica che invece traspare dal libro è quella sostenuta da una classica lettura socialdemocratica critica della globalizzazione secondo cui solamente nello spazio dello Stato nazionale è possibile fare una politica democratica a favore dei lavoratori. Quindi, i processi della globalizzazione che erodono la sovranità nazionale ne impediscono lo sviluppo. Ritengo questo tipo di analisi concentrate troppo sui risultati della globalizzazione e meno sulle cause, ovvero una lotta vittoriosa dei lavoratori e dei popoli del Terzo Mondo che ha costretto il capitale ad una profonda modificazione. 

Chi sostiene la prima tesi non è in grado di assumere le dinamiche della globalizzazione all’interno del rapporto di capitale, ponendosi fuori dal discorso marxiano. 


[1] Adam Smith a Mosca, Diego Zanetti, Asterios, Trieste 2021, p. 39

[2] Tre tesi sullo sviluppo cinese, Bollettino Culturale, luglio 2021, https://bollettinoculturale.blogspot.com/2021/07/tre-tesi-sullo-sviluppo-economico-cinese.html 

[3] Adam Smith a Mosca, Diego Zanetti, Asterios, Trieste 2021, p.50

mercoledì 6 ottobre 2021

0 CONRICERCA: UNO SVILUPPO DELL'INCHIESTA OPERAIA


Steve Wright ci dice che se il primo tema dell'operaismo era quello dell'autonomia, il secondo riguardava la “possibile utilità della sociologia 'borghese' come mezzo per comprendere la realtà della moderna classe operaia”. La riflessione sulla sociologia, infatti, ha avuto una forte presenza nella ripresa del marxismo italiano del dopoguerra, presenza che si riscontra anche tra i collaboratori dei
Quaderni Rossi, che più volte nei loro incontri hanno trattato questo tema. Nel settembre 1964, nella città di Torino, Panzieri presentò un seminario dal titolo “Uso Socialista dell'inchiesta operaia”. Con questo seminario il fondatore dei Quaderni intendeva raggiungere due obiettivi: da un lato, “portare qualche chiarimento al tema «Scopi politici dell'inchiesta»” e dall'altro “la precisazione di un certo metodo di lavoro dei «Quaderni rossi».” Quanto al primo ambito, la domanda centrale di Panzieri potrebbe essere così sintetizzata: è possibile costruire una sociologia del lavoro e dell'industria che non sia al servizio dello sviluppo tecnologico ma delle lotte operaie? Per rispondere, l'autore ricorrerà a una considerazione del lavoro di Marx, confrontandolo con le esperienze degli stessi lavoratori. Panzieri spiega che sebbene Marx abbia affrontato a suo tempo un'economia politica al completo servizio del capitale, il pensatore tedesco, invece di rifiutarla come scienza a causa del suo uso borghese, l'ha sottoposta a critiche. La base di questa critica starebbe nell'”accusa riccamente, se non sempre sufficientemente e persuasivamente, documentata del carattere unilaterale dell'economia politica.”

In questo senso, la critica marxiana indicherebbe non la falsità teorica della scienza economica, ma i suoi limiti: “l'economia politica pretende di chiudere la realtà sociale dentro lo schema limitato di un particolare modo di funzionamento, e assume poi questo modo di funzionamento come il migliore e quello naturale.”

Il capitalismo si trasforma così in un dato di natura, nel suo stato naturale, ma anche di ogni altra società cosiddetta civilizzata, la conseguenza più importante di questo credo naturalista dell'economia politica è la riduzione del lavoratore a mero fattore di produzione (forza lavoro) o a mera componente del capitale (la sua parte variabile). Ebbene,  la critica di Marx mira a superare i limiti della scienza economica. Diversamente da ciò, l'analisi marxiana riconoscerà il carattere dicotomico della società capitalista e delle due classi che la costituiscono. Di conseguenza, "rifiuta la indivi­duazione della classe operaia a partire dal movimento del capitale, cioè afferma che non è possibile risalire dal movimento del capitale automati­camente allo studio della classe operaia: la classe operaia sia che operi come elemento conflittuale, e quindi capitalistico, sia come elemento antagonistico, e quindi anticapitalistico, esige una osservazione scientifica assolutamente a parte.”

Analogo sarà il caso della sociologia. Panzieri sviluppa l'ipotesi che il capitalismo avesse inizialmente bisogno di interrogarsi sul proprio modo di funzionare, facendo dell'economia politica la sua scienza più preziosa. Tuttavia, con il passaggio dal capitalismo competitivo al capitalismo pianificato del dopoguerra, sorge una nuova esigenza, ovvero “organizzare lo studio del consenso, delle reazioni sociali che s'impiantano su questo meccanismo.” Il passaggio del capitalismo a un maggior grado di maturità, quindi, potrebbe spiegare sia il declino dell'economia politica in quegli anni sia l'ascesa della sociologia, utilizzata per integrare la classe operaia con il capitale. Tuttavia, la sociologia non dovrebbe essere liquidata come una scienza. Al contrario, il pensatore italiano afferma che: “noi possiamo usare, trattare, criticare la sociologia come Marx faceva con l'economia politica classica, cioè vedendola come scienza limitata (e del resto dal tipo d'inchiesta che stiamo progettando è evidente che in essa ci sono già tutte le ipotesi che vanno al di fuori del quadro della sociologia corrente); e tuttavia significa che ciò che essa vede nel complesso è vero, cioè non è falsificato in sé, ma è piuttosto qualcosa di limitalo, che provoca delle deformazioni interne: ma essa tuttavia conserva quello che Marx considerava il carattere di una scienza, cioè un'autonomia che regge su un rigore dì coerenza, scientifico, logico.”

La questione, quindi, non è l'opposizione tra verità e falsità in nessuna scienza. Una volta considerati adeguati gli strumenti di ricerca o, ancora, stabilita la loro validità scientifica, ciò che separa la cosiddetta sociologia borghese dall'indagine sociologica proposta da Panzieri è, piuttosto, il loro uso. L'uso borghese della sociologia è mistificante nel senso che prende unilateralmente una realtà sociale dicotomica, accettando la razionalità apparentemente neutra del capitale e ignorando il rapporto di classe, nucleo pulsante del processo produttivo. L'uso socialista dell'inchiesta sociologica, al contrario, deve riconoscere la scissione fondamentale della società capitalista e assumere preventivamente la consapevolezza della parzialità omessa dalla scienza borghese, che le consentirebbe una migliore comprensione della classe operaia.

L'origine dell'uso dell'inchiesta sociologica proposta da Panzieri va fatta risalire allo stesso Marx, e si ritrova in maniera esemplare nell’”Inchiesta operaia”, pubblicata sulla Revue Socialiste nel 1880. Nell'introduzione all’Inchiesta, Marx mette in evidenza l'assenza di ogni seria indagine sulla situazione della classe operaia in Francia. In Inghilterra, invece, indagini di questo tipo – condotte sia dal governo monarchico che da “gruppi socialisti” – esistevano già, rivelando l'infamia dello sfruttamento capitalistico e dando luogo a riforme legislative, che lasciarono “la borghesia francese ancora più timorosa dei pericoli che potrebbe presentare un'inchiesta imparziale e sistematica” sui lavoratori del loro paese. In questo contesto, la Revue Socialiste decide di avviare da sola un'indagine sulla classe operaia francese, contando sul fondamentale appoggio di Marx. Questa inchiesta aveva lo scopo di acquisire “una conoscenza esatta e positiva delle condizioni in cui lavora e si muove la classe operaia, la classe a cui appartiene l'avvenire” attraverso la risposte degli stessi lavoratori, gli unici che “possono descrivere con piena cognizione di causa, i mali che li colpiscono.”

Ma, al di là degli obiettivi scientifici dell'indagine, il pensatore tedesco mirava principalmente ai “pericoli” che tale ricerca poteva causare. In questo senso, l'Inchiesta aveva un obiettivo politico ben preciso, cioè quello di contribuire alle lotte della classe operaia, l'unica in grado di “applicare energicamente rimedi alle miserie sociali di cui soffrono” gli operai mentre costruiscono una nuova società.  Prendendo come riferimento l'iniziativa del 1880, Panzieri propone la realizzazione di una nuova inchiesta operaia adeguata alla comprensione della classe operaia italiana e anche alla collaborazione con le sue lotte. In primo luogo, l’inchiesta permetterebbe di evitare qualsiasi concezione mitica della classe operaia, molto comune nel marxismo ufficiale, attraverso la determinazione del reale livello di coscienza di classe dei lavoratori. Per fare ciò, deve considerare attentamente l'ascesa del capitalismo pianificato e studiare le nuove tendenze che le trasformazioni dello status dei lavoratori (derivanti dalle trasformazioni del capitalismo stesso) hanno suscitato nella sua coscienza di classe. Oltre a cercare di accertare il livello di coscienza di classe dei lavoratori italiani, l’inchiesta mirava anche ad elevarlo, attraverso non solo la formulazione e concatenazione delle domande del questionario, come in Marx, ma anche attraverso il contatto tra i ricercatori e lavoratori che si verificherebbe necessariamente durante l'analisi. L'inchiesta, quindi, garantirebbe anche il legame tra teoria e pratica, fungendo da tramite tra scienza sociologica e azione politica.

Così, gli obiettivi dell'inchiesta operaia dei Quaderni Rossi sono rimasti molto vicini a quelli dell'Inchiesta operaia della Revue Socialiste – almeno secondo l'interpretazione che ne hanno fatto gli stessi Quaderni Rossi. Se la rivista francese intendeva, oltre a “spiegare teoricamente condizioni che essi conoscono molto bene", risvegliare "la graduale e sempre più ampia critica operaia dello sfruttamento capitalistico", articolando esemplarmente due obiettivi che vanno di pari passo nell'opera marxiana, e cioè, l'analisi critica del sistema produttivo capitalistico e l’azione politica contro di esso grazie ad “un'osservazione scientifica del grado di consapevolezza che ha la classe operaia” che è “la via per portare questa consapevolezza a gradi più alti.” Con la rinnovata proposta dell'inchiesta operaia, Panzieri ha cercato di dare un supporto teorico alla pratica operativa dello “studio reale della fabbrica reale”. Tuttavia, sommate agli obiettivi scientifici e politici, nonché all'articolazione tra teoria e pratica, l'inchiesta, come dicevamo, ha avuto lo scopo di risolvere alcuni problemi riguardanti il funzionamento degli stessi Quaderni Rossi.

“La lettura di questo testo, poi, deve tener conto del fatto che non si tratta di una relazione introduttiva, ma di un intervento nel vivo della discussione”, una discussione che va avanti sin dalla fondazione dei Quaderni. Varie sono state infatti le posizioni all'interno della rivista sull'uso della sociologia come strumento di comprensione della classe operaia. Essendo la sua redazione composta da diversi gruppi dissidenti dei partiti comunista e socialista in Italia, accomunati soprattutto dalla critica agli sviluppi del movimento sindacale e delle direzioni di partito, il “nucleo teorico” costruito dai Quaderni è stato elaborato in modo essenzialmente negativo, cioè in antitesi con le posizioni della sinistra ufficiale. L'assenza di un fondamento positivo comune ai vari membri della rivista avrebbe dato origine ad alcune “ambiguità” teoriche, e anche importanti divergenze, al suo interno. La proposta dell'inchiesta operaia, poi, interviene in questo contesto, tesa a mediare le controversie interne ai Quaderni Rossi e a sopprimerne le ambiguità teoriche fornendo un “fondamento positivo”, cioè fondando “empiricamente a livello di classe” il lavoro della rivista operaista.  Tuttavia, Panzieri non è riuscito a raggiungere quest'ultimo obiettivo. Il seminario sull'uso socialista dell’inchiesta operaia fu il suo ultimo intervento nel dibattito operaista, tenuto nel settembre del 1964, appena un mese prima della sua prematura scomparsa, e pubblicato postumo nell'aprile 1965 nel quinto numero dei Quaderni Rossi. Già allora si era consolidata la rottura interna tra i gruppi di Tronti, Alquati e Negri e il gruppo di Panzieri e dei cosiddetti “giovani sociologi”. La rivista Classe Operaia (1964-1967), mensile fondato da Tronti, aveva subito occupato un posto di rilievo nella sinistra italiana, annoverando, all'epoca del lancio del quinto numero dei Quaderni, più di una dozzina di pubblicazioni. La rivista di Panzieri, a sua volta, non ha resistito alla rottura tra i gruppi che la costituivano e alla morte del suo fondatore, terminò la sua attività nel 1965, dopo il sesto numero. Tuttavia, è possibile sostenere che almeno una parte degli obiettivi dell’inchiesta era già stato realizzato con la ricerca sul campo svolta dagli operaisti  nei primi anni Sessanta. Tra il 1959, quando Panzieri affermò l'autonomia della classe operaia oltre che la partecipazione alle sue lotte, e il 1964, quando si tenne il seminario sull'inchiesta operaia, erano già state condotte dai Quaderni Rossi importanti inchieste all'interno delle fabbriche italiane. Tra queste, la ricerca svolta presso lo stabilimento FIAT di Mirafiori, a Torino, nel 1960, fu fondamentale per la realizzazione dell'inchiesta operaia, ma anche per il consolidamento di un'originale forma di inchiesta che intendeva radicalizzare il nesso tra teoria e pratica portata dall'inchiesta, ovvero la conricerca.

La ricerca alla FIAT nel 1960 è stata un'iniziativa dello stesso Panzieri. Mentre alcuni membri dei Quaderni Rossi volevano avviare il lavoro sul campo nelle fabbriche dove la lotta era già in atto, Panzieri insisteva sulla peculiarità della FIAT. A differenza di altre fabbriche del Nord Italia, la casa automobilistica degli Agnelli non aveva partecipato alla riapertura del ciclo di lotte del 1959-1960, quando i lavoratori del settore metallurgico e i principali sindacati italiani si uniscono attorno alla campagna per il rinnovo contrattuale. Quella che sarebbe diventata la più grande fabbrica del mondo negli anni '60 era in grado di offrire un salario ai suoi operai semiqualificati relativamente superiore a quello di altre società della stessa regione. Inoltre, avrebbe trovato un certo successo nel proiettare un'immagine istituzionale di un buon datore di lavoro che pagava di stipendi alti offrendo la possibilità di una carriera dinamica, insomma, un'incarnazione del meglio del "miracolo economico". Tuttavia, per molti a sinistra, la FIAT evocava immagini di condizioni di lavoro spaventose, sindacalismo giallo legato agli interessi dei datori di lavoro e una forza lavoro docile e ossessionata dal consumo. In ogni caso si conveniva che fosse riuscita a forgiarsi attorno un cordone sanitario, isolandosi dai tumulti operai che affliggevano altre industrie del Nord Italia. Luogo colossale di sfruttamento capitalistico e con una classe operaia apparentemente passiva, la FIAT si presentava come uno spazio conveniente per l'attuazione della conricerca, per prendere un primo contatto con i lavoratori, verificare i cambiamenti nella loro coscienza di classe e individuare, nell'ambiente produttivo, potenziali conflitti futuri.

La prima approssimazione degli operaisti di Mirafiori ebbe il fondamentale appoggio del movimento operaio tradizionale, in particolare della CGIL e del suo sindacato dei metalmeccanici, la FIOM. Una parte del gruppo che avrebbe condotto la ricerca del 1960 aveva già lavorato sul campo con i sindacati di altre fabbriche torinesi. Inoltre, nonostante l'estrema sfiducia nei confronti dell'approccio sociologico, le ripetute sconfitte nel capoluogo piemontese nel corso degli anni Cinquanta, va sottolineata quella del 1955 presso la stessa FIAT, motivarono le organizzazioni sindacali a sperimentare nuove forme di lavoro politico all'interno delle fabbriche che ha reso i sindacati un canale privilegiato per lo svolgimento dell'inchiesta sui lavoratori. Tuttavia, oltre alla sfiducia nei confronti dell'approccio sociologico da parte delle organizzazioni sindacali, un altro ostacolo da superare nella ricerca di Mirafiori riguardava il discredito dello stesso movimento operaio tradizionale agli occhi degli operai della fabbrica automobilistica. Nonostante il numero impressionante di lavoratori, i tassi di sindacalizzazione alla FIAT erano estremamente bassi, tanto che lo stabilimento di Mirafiori appariva come un territorio sconosciuto non solo per i Quaderni Rossi ma anche per l'intera sinistra storica d'Italia. Per questo motivo la ricerca nella linea di assemblaggio delle  automobili è iniziata con un approccio chiamato "dall'esterno" e, per aprire un campo così sconosciuto, diverse ipotesi di lavoro, raccolte fondamentalmente dagli studi di sociologia dell'industria e del lavoro di Francia, Inghilterra e Stati Uniti, e approcci sono stati testati. 

Sebbene la sua influenza nello svolgimento delle ricerche del 1960 sia stata determinante, la partecipazione di Panzieri alle inchisete sulla FIAT si è limitata ad una funzione direttiva. Il lavoro sul campo è stato svolto da un gruppo eterogeneo di ricercatori, composto essenzialmente da “giovani sociologi”, un gruppo maggioritario la cui formazione era principalmente legata a Nicola Abbagnano, e da un sottogruppo guidato da Alquati, la cui formazione era legata soprattutto a Montaldi, a Cremona. Secondo la testimonianza di Alquati, tra i vari metodi di ricerca sperimentati alla FIAT, spiccava la ricerca sociologica o tradizionale e quella che egli chiama autoricerca operaia o conricerca. La conricerca si è ispirata alle “autoanalisi delle comunità” condotte da Danilo Dolci nel Mezzogiorno povero e rurale, ed è stata adottata in ambito industriale da Alessandro Pizzorno, Montaldi e Alquati, ciascuno a modo suo, basandosi sul contatto con esperienze americane e francesi. A Mirafiori fu inizialmente condotto dal gruppo legato a quest'ultimo in maniera “velleitaria” e “sporadica”, essendo di fatto subordinata alla tradizionale ricerca sociologica. Questa, a sua volta, è associata al gruppo dei "giovani sociologi", guidato da Rieser. Questo gruppo, che già svolgeva ricerche con i sindacati negli stabilimenti torinesi, iniziò a contare a partire dagli anni Sessanta su un'importante formazione teorica e metodologica fornita da Panzieri. Tuttavia, a prescindere dalle loro differenze, sia un approccio che l'altro, ci racconta Alquati, hanno cercato di stabilire un primo rapporto con il campo, facendo sempre riferimento a lavoratori considerati isolatamente, cioè come lavoratori presenti individualmente nel processo lavorativo.

In questo senso è possibile affermare che, nonostante i suoi limiti, elementi importanti della proposta panzieriana dell'inchiesta operaia si ritrovano già nella ricerca del 1960, se non nell'esecuzione empirica dell'inchiesta stessa. Panzieri, infatti, nel suo tentativo di “portare qualche chiarimento al tema «Scopi politici dell'inchiesta»” e “di facilitare la precisazione di un certo metodo di lavoro dei «Quaderni rossi»” aveva tenuto conto della ricerca che era già stata condotta dai membri della sua rivista. L'uso della ricerca sociologica a favore del movimento operaio, intrapreso alla FIAT, fu fortemente difeso da Panzieri e gli obiettivi da lui raggiunti presso la fabbrica di automobili furono assunti come ambito di indagine nella proposta del 1964. Il lavoro stesso del 1960 in seguito verrà indicato come inchiesta operaia. Ma, oltre agli elementi che hanno avvicinato l'esperienza in FIAT alla proposta di Panzieri, si possono trovare anche dei limiti che allontanerebbero la prima dalla seconda. Per il fondatore dei Quaderni, il contatto tra ricercatori e lavoratori attraverso l'indagine sociologica servirebbe come mezzo per l'obiettivo politico di elevare il livello di coscienza di classe di quest'ultimi. C'era, nelle sue parole, "una continuità ben precisa tra il momento dell'osservazione sociologica, condotta con criteri seri e rigorosi, e l'azione politica”. 

Tuttavia, questa continuità era meno evidente nelle ricerche a Mirafiori. Secondo Alquati, il gruppo maggioritario di ricercatori di Mirafiori ha resistito al passaggio all'azione politica. In questo senso, afferma con tono provocatorio che alla FIAT “”ricerca operaia” non se ne faceva. Si faceva invece una ricerca sociologica sulla classe operaia”. In essa entrarono i singoli lavoratori “come fonte di conoscenze preliminari che noi elaboravamo all’esterno”. Sebbene la realizzazione di questo tipo di ricerca rappresentasse in quel momento un significativo passo avanti nella emergente sociologia dell'industria in Italia, il sottogruppo di Alquati ha auspicato, dopo aver infranto la prima barriera che separava lavoratori e ricercatori, il passaggio ad una "seconda fase" in quanto la tradizionale modalità di inchiesta è stata superata, assumendo un carattere militante che ha privilegiato l'azione politica dei lavoratori, o, in altre parole, la conricerca ha cessato di sottostare alla ricerca sociologica e si è spostata da un'esecuzione meramente "intenzionale" a una reale esecuzione. Tuttavia, questa non era l'opinione dei “giovani sociologi”. Per loro alla FIAT non erano ancora date le condizioni per il passaggio all'azione politica, né per motivi tecnici (il numero dei ricercatori alla linea di assemblaggio era esiguo e le condizioni di lavoro precarie), né per motivi politici (i sindacati dei metalmeccanici non sono stati in grado di organizzare la lotta alla fabbrica di automobili), motivo per cui hanno insistito per rimanere nella fase della ricerca tradizionale. In questa decisione furono sostenuti da Panzieri. In contrasto con Panzieri, Alquati afferma che: 

“la ricerca stessa si muove all'interno di una realtà formata, strutturata e ancora gerarchica e centralizzata [...], proponendosi di influenzare la trasformazione di questa realtà dal suo interno, da una presenza e da una posizione particolare all'interno di questa realtà, secondo determinati desideri e un certo progetto di liberazione sempre costitutivo, del nuovo e del diverso, dell'alterità (oltre a essere costituito da una resistenza al presente, che può portare all'antagonismo).“

Implica, a differenza dell’inchiesta di Panzieri, una certa sfiducia nell'uso della sociologia tradizionale, vista solo come strumento utile per l'approccio iniziale dei ricercatori sul campo e, quindi, relegata a una fase subordinata della ricerca. Una volta abbattuta la barriera iniziale tra l'osservatore e il campo, il primo cambia posizione, spostandosi dall'esterno all'interno dei processi analizzati, ponendosi cioè sullo stesso piano della classe. Questo processo differisce da quello utilizzato nell'inchiesta sui lavoratori effettivamente svolta nelle fabbriche italiane. La ricerca sociologica condotta dal gruppo guidato da Rieser, pur allontanandosi notevolmente dal togliattismo, conservava ancora alcuni resti del modello dell’“intellettuale organico” relativo alla separazione tra avanguardia e massa, mentre la conricerca richiedeva una collaborazione radicale tra ricercatori e ricercati, con l'obiettivo di annientare ogni verticalità nella produzione della conoscenza, nonché la consueta distinzione tra soggetto e oggetto di ricerca. Inoltre, la conricerca intende andare oltre la mera raccolta di dati sui lavoratori isolati che era stata effettuata a Mirafiori per arrivare all'esame del lavoratore collettivo, cioè della classe operaia organizzata come classe.

In questo senso, la sua attenzione sarà spostata sulla soggettività dei lavoratori, sul loro comportamento, sui loro bisogni, in breve, sul loro punto di vista sul funzionamento della fabbrica, sulla produzione, sulle assunzioni, sulla carriera…, nonché sulla mediazione esercitata da organi rappresentativi, come i sindacati. Sebbene tale proposta fosse già riscontrabile nel modello dell’inchiesta operaia in Panzieri e nello stesso Marx, la conricerca, passando all'esame della soggettività della classe operaia, piuttosto che articolare scienza e politica, cerca di minare ogni separazione o  precedente rapporto tra l'uno e l'altro, conducendoli contemporaneamente nello stesso processo. Così, la conricerca ha cercato di avanzare rispetto all’inchiesta operaia condotta alla FIAT, ma lo ha fatto anche rispetto alla proposta panzieriana di tale inchiesta. Più che concentrarsi sul processo cognitivo dei lavoratori, mirando, con lo sviluppo di questo processo, a una successiva azione politica, con la conricerca il processo cognitivo e l'azione politica sono inscindibili, svolgendosi contemporaneamente. In questo senso, la conricerca o serviva a organizzare i lavoratori in autonomia, oppure non esisteva.  Il prefisso “con” esprimeva la messa in discussione dei confini tra produzione di conoscenza e soggettività politica, tra scienza e conflitto. Non si trattava semplicemente di conoscenza, ma di organizzare una resistenza. La conricerca era la scienza della classe operaia. Con essa troviamo la realizzazione più completa di quel secondo precetto enunciato da Panzieri, cioè che l'inchiesta comporta necessariamente la partecipazione alla lotta.


domenica 12 settembre 2021

0 ECONOMIA DELLE PIATTAFORME E UBERIZZAZIONE DEL LAVORO

 

 

Negli ultimi cinquant'anni abbiamo assistito alla devastazione delle forme tradizionali di lavoro. Non c'è dubbio che la forma del lavoro salariato, sotto il modello taylorista-fordista, caratteristico del XX secolo, contenesse sfruttamento, alienazione e costrizione. Tuttavia, era stato forgiato e regolato da innumerevoli lotte portate avanti da coloro che lavoravano per sopravvivere, fin dalla Rivoluzione Industriale. La crisi dell'accumulazione di capitale, iniziata negli anni '70, è stata momentaneamente superata da una serie di ristrutturazioni produttive che sono state chiamate postfordismo, toyotismo o accumulazione flessibile. Dalla crisi del 2009, il modello che si è diffuso in tutto il mondo è stato l'economia delle piattaforme e il lavoro uberizzato, usate per il superamento della crisi dell'accumulazione. Questi due elementi possono essere studiati molto bene nel settore dei servizi, a causa dell'intensificarsi della flessibilità, della precarietà, dell'informalità e dell'ideologia dell’autoimprenditorialità.
La discussione sulla flessibilità deve considerare il processo di ristrutturazione produttiva, basato sull'incorporazione di nuove tecnologie basate sulla “microelettronica e connettività di rete al sistema produttivo”, nonché nuove modalità di organizzazione, gestione e controllo del lavoro. Ciò implica un intenso aumento dell'uso delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT) nell'organizzazione del lavoro, con il risultato di lavoratori sempre più sfruttati, isolati e sempre più precari. La deindustrializzazione, seguita dall'espansione del settore dei servizi, hanno dato origine a occupazioni instabili, insicure, con salari bassi e un costante indebolimento delle organizzazioni sindacali.
In questo senso, c'è un movimento pendolare in cui la forza lavoro oscilla, da una parte verso un mondo con un ruolo minore e decrescente di lavoro stabile, ad un ritmo di lavoro intensificato e privo di diritti, a dall’altra ad una crescente superfluidità, guidata da lavori informali e precari. Analoga diagnosi è stata fatta da David Harvey, indicando la crescita dei lavoratori appartenenti al gruppo periferico del mercato del lavoro, con instabilità lavorativa, lavori più semplici, di routine, facilmente sostituibili dalla tecnologia e con minore sicurezza del lavoro, e il calo dei lavoratori nel gruppo centrale del mercato del lavoro, composto da lavoratori a tempo pieno, con assunzione formale, con flessibilità funzionale e maggiori possibilità di avanzamento professionale.
Le società di trasporto private che utilizzano le applicazioni per lavorare, rispecchiano la realtà di questi due gruppi di lavoratori. Essendo aziende ad alta tecnologia, hanno bisogno di una forza lavoro più qualificata per lo sviluppo di software e ICT, allo stesso tempo hanno bisogno di modalità di lavoro più instabili, informali e precarie per svolgere il lavoro operativo.
In questo scenario, le aziende appartenenti all'economia delle piattaforme gestiscono una forza lavoro ampia e disaggregata attraverso le loro piattaforme e algoritmi, che forniscono esperienze relativamente standardizzate ai passeggeri, attraverso conducenti dilettanti, trattati come "collaboratori e imprenditori di se stessi", responsabili delle risorse utilizzate e i servizi forniti.
Queste società cercano cercano dei “collaboratori” da mettere al volante a causa dell'appello alla flessibilità, all'indipendenza, all'autonomia e al reddito extra che questa attività lavorativa può offrire.
Antunes  sottolinea che è quindi fondamentale comprendere i modelli espressivi e i significati delle modalità di organizzazione e controllo del processo lavorativo, "[...] al fine di consentire una migliore comprensione dei meccanismi e degli ingranaggi che guidano il mondo del lavoro verso l'informalità".
Società come Uber emergono come i principali rappresentanti del settore, in grande crescita, denominato economia delle piattaforme.
Esistono altri termini utilizzati per studiare questo fenomeno ma io preferisco questo termine poiché sono interessato alle condizioni  ed ai rapporti di lavoro proposti dalle società-piattaforma o dalle società-app. Anche se abbiamo organizzazioni che di fatto utilizzano le piattaforme digitali alla ricerca di alternative non monetarie e di mercato che promuovono la condivisione di beni, o anche cooperative-piattaforma alla ricerca di alternative al modello gestionale tradizionale, è il mercato che si appropria su larga scala della tecnologia della piattaforma e promuove cambiamenti significativi nel mondo del lavoro. Non si stabilisce quindi una nuova economia della condivisione o collaborativa, né una nuova economia delle persone per le persone, ma società-piattaforma che espandono la capacità di organizzare e controllare il lavoro e, quindi, di estrarne plusvalore.
Le piattaforme rappresentano un punto di produzione distinto e digitale in quanto le piattaforme reindirizzano e isolano le relazioni sociali coinvolte nel lavoro e le trasformano in relazioni di produzione. Come in un luogo di lavoro tradizionale, in cui i lavoratori timbrano il proprio cartellino all’inizio e alla fine del turno, i lavoratori dell'economia delle piattaforme si collegano a un'applicazione e, nel farlo, sono soggetti a un'autorità esterna che organizza la domanda dei consumatori, determina quali compiti devono essere eseguiti, dove, quando, il prezzo e ne controlla direttamente o indirettamente l'esecuzione. Quindi, indipendentemente da dove si svolge esattamente il lavoro, sia fisicamente per strada, come nel caso degli autisti Uber, sia digitalmente come il Mechanical Turk di Amazon o il lavoratore Upwork, le piattaforme, grazie ai propri algoritmi, sono responsabili della gestione e dell'organizzazione del lavoro.
Possiamo analizzare il nostro oggetto di studio dividendo l'economia delle piattaforme in quattro grandi gruppi:

1. Piattaforme di lavoro digitali: piattaforme clickwork di microlavoro digitale come Amazon Mechanical Turk, Microworkers, Clickworker, Appen e Lionbridge, in cui chiunque abbia accesso a Internet può registrarsi, far parte di una linea di produzione digitale (locale e globale) ed eseguire microlavori, sottoprodotti dell'informazione, in gran parte incentrati sulla produzione e il miglioramento dell'intelligenza artificiale. Nel caso di piattaforme come Upwork o Freelancer, invece, viene facilitato l'incontro di lavoratori con qualifiche specializzate e differenziate, tradizionalmente noti come freelance, con grafici, consulenti, designer, traduttori, ingegneri, tra gli altri. In altre parole, una sorta di retribuzione di massa e informale per la produzione di lavoro digitale, qualificato e non.
2. Piattaforme di organizzazione del lavoro in loco: società-piattaforma che controllano e organizzano i lavoratori  sul posto come autisti, elettricisti, guardie giurate, infermieri, bidelli, tra i tanti, come Uber, Cabify, Glovo, TaskRabbit o Handy. La differenza con il primo gruppo è che, qui, i lavoratori devono essere presenti fisicamente per svolgere i loro compiti. Come per il primo gruppo, possiamo affermare che le società-piattaforma utilizzano le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione come sotterfugio per eludere le normative sul lavoro salariato.

3. Piattaforme di lavoro digitale non retribuito: consideriamo le attività svolte su piattaforme come Facebook, Tripadvisor, Youtube e Google come lavoro digitale non retribuito, dove non è stabilita una forma di lavoro salariato dipendente mascherata, che produce dei dati raccolti dalle piattaforme e trasformati in input produttivi. Ad esempio, diventano informazioni utili a sostegno di decisioni strategiche, tattiche ed operative delle aziende. L’economista Andrea Fumagalli propone l’idea di valore-rete per analizzare la creazione di valore a partire dai dati raccolti da queste piattaforme.

4. Piattaforme classificate come digitali: infine abbiamo le piattaforme che aiutano nell'intermediazione tra persone, che mirano a noleggiare prodotti personali, come Airbnb, con rapporti commerciali mediati dalle società-piattaforma e inesistenza di produzione di plusvalore. In breve, sono grandi annunci digitali che rendono facile per proprietari e inquilini o acquirenti e venditori trovarsi l'un l'altro.
In sintesi, si comprende che sia il lavoro digitale (primo gruppo) che il lavoro in presenza (secondo gruppo), mediati da piattaforme digitali, si presentano come un nuovo modello di organizzazione e controllo del lavoro salariato. Il lavoro svolto dai lavoratori di entrambi i gruppi produce valore direttamente al capitale, mentre sia il lavoro digitale non retribuito (terzo gruppo) sia i rapporti commerciali promossi dagli annunci digitali (quarto gruppo) producono solo valore indiretto al capitale, fondamentale per la sua riproduzione, senza, tuttavia, estrarre plusvalore. Anche se per il terzo gruppo la questione è oggetto di dibattito da parte dei marxisti di ispirazione operaista.
Questa differenziazione è necessaria, poiché non possiamo trattare il lavoro dei consumatori o l'intermediazione commerciale come lavori direttamente produttivi per il capitale, in cui si stabilisce un rapporto capitale-lavoro. Credo che sia fondamentale identificare i punti critici nei processi produttivi e distributivi, dove le azioni dei lavoratori possono effettivamente generare risultati.
In altre parole, non sono gli host di Airbnb e nemmeno i prosumer di Tripadvisor che spingeranno le società-piattaforma a migliorare le condizioni di lavoro.
L'uberizzazione del lavoro è il termine usato per rappresentare la stragrande maggioranza del lavoro offerto dalle aziende nell'economia delle piattaforme, chiamato anche  crowd employment e crowdworking. L'uberizzazione del lavoro sta alle società-piattaforma, come il lavoro in outsourcing sta alle aziende toyotiste o postfordiste, essendo sinonimo di lavoro intermittente, in gran parte informale, in cui i rapporti di forza tra capitale e lavoro, in passato frutto di un conflitto sindacale, diventano imposizioni del capitale sul lavoro. L'uberizzazione è una nuova forma di organizzazione, gestione e controllo del lavoro, adatto per un lavoratore just-in-time, sempre disponibile e scartabile. Con le società-piattaforma si amplia la capacità di organizzazione di questi lavoratori alla spina, che David Harvey aveva già osservato svilupparsi con le aziende toyotiste. Se nel Toyotismo le aziende sottolineano l'importanza dell’outsourcing, grazie alle esternalizzazioni verso piccole e medie imprese collegate alla sede centrale e pronte a soddisfare le sue esigenze, oggi dobbiamo aggiungere anche i cosiddetti "imprenditori di stessi”. In entrambi i casi, l'obiettivo principale del capitale è quello di rompere con la struttura politico-istituzionale della regolamentazione del lavoro attraverso il discorso dell'imprenditorialità, la magia della tecnologia e l'appello a coloro che lottano per la sopravvivenza in una società del lavoro senza lavoro.
Il termine uberizzazione del lavoro si riferisce al successo di Uber nell'utilizzo di piattaforme per controllare e organizzare il lavoro di milioni di lavoratori in tutto il mondo. In ambito accademico, il termine uberizzazione ha fatto la sua prima comparsa negli studi di Hill, quando si discuteva della precarietà del lavoro negli Stati Uniti con lo sviluppo dell'economia delle piattaforme. Antunes considera l'uberizzazione del lavoro, nel contesto del capitalismo finanziario informativo, come una forma tripode di terziarizzazione, informalità e flessibilità, che valorizza l'adozione di processi di subappalto, che incoraggia l'emergere di piccole imprese e la produzione di massa di persone che si pensano come nano-imprenditori.
I fan di Uber e simili attribuiscono il successo di queste aziende alla tecnologia e all'efficienza nel collegare passeggeri e conducenti. Tuttavia, le ricerche già mostrano che la vera differenza di queste compagnie di trasporto rispetto alle compagnie di taxi, che hanno già una tecnologia simile, è il mancato o parziale pagamento di tasse e oneri stabiliti per il settore, la soppressione dei diritti dei  lavoratori come le ferie e la tredicesima e l'intensificazione del lavoro.
I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT), nel 2018 hanno svolto un ampio studio sulla remunerazione del lavoro degli autisti Uber e Lyft. Hanno intervistato 1100 conducenti negli Stati Uniti, concentrandosi sui costi e sui guadagni legati allo svolgimento di questa attività lavorativa. I risultati mostrano che il profitto medio del conducente è di 3,37 dollari l'ora al lordo delle tasse e che il 74% dei conducenti guadagna meno del salario minimo nel loro stato. Il sondaggio ha anche rivelato che il 30% dei conducenti sta effettivamente perdendo denaro. Il reddito lordo medio del conducente è di $ 0,59 per miglio percorso (1,6 km), ma quando si aggiungono le spese operative del veicolo, il profitto effettivo del conducente scende a una media di $ 0,29 per miglio.
Stanford, nella sua indagine sui conducenti Uber e tassisti australiani, suggerisce che il reddito orario netto effettivo dei conducenti Uber, dopo aver dedotto i costi totali di funzionamento del veicolo e altre spese, è inferiore alla metà del salario minimo medio specificato per i lavoratori del trasporto passeggeri. Stanford conclude, nella sua ricerca ampia e dettagliata, che se Uber pagasse ai suoi autisti l'equivalente del salario minimo (senza modificare il suo margine) eliminerebbe completamente il suo vantaggio di costo rispetto ai taxi convenzionali. Impiegando lavoratori precari e informali, il capitale può produrre beni con un valore inferiore al loro valore sociale medio perché i loro costi salariali sono inferiori a quelli pagati per lavori formali. Di conseguenza, i beni prodotti contengono meno capitale variabile, ma sono comunque venduti a prezzi regolari in modo da poterne ricavare un extraprofitto.
Le società-piattaforma sono responsabili della produzione e riproduzione dell'uberizzazione del lavoro e contribuiscono al processo di impoverimento dei lavoratori. Simboli dei modelli precari di lavoro post-fordisti del recente passato, aziende come Toyota, WalMart, McDonald's, tra le tante, cedono il passo ai modelli di gestione e controllo del lavoro di società-piattaforma come Uber, Amazon Mechanical Turk, Glovo, TaskRabbit, tra i tanti possibili esempi.
Per lavoro precario, intendo un tipo di lavoro incerto, con un alto livello di imprevedibilità e con un notevole grado di rischio dal punto di vista del lavoratore. Sulla scia del processo di globalizzazione economica e di sviluppo tecnologico, senza trascurare le politiche neoliberiste attuate negli anni '70/'80 in diversi paesi centrali e periferici, si è assistito ad un indebolimento dei sindacati che, fino ad allora, erano stati fonte tradizionale di tutela per i lavoratori. Inoltre, la deregolamentazione del mercato del lavoro ha ulteriormente intensificato la contraddizione del rapporto capitale-lavoro favorendo il primo rispetto al secondo, in termini di riduzione delle forze compensative che consentivano aumenti salariali e tutela dei lavoratori. Ciò significa che il lavoro precario fa correre ai lavoratori il rischio della loro attività lavorativa al posto delle imprese e dello Stato, oltre a perdere i benefici sociali del lavoro regolamentato, nonché le protezioni sociali.
Per la sociologia economica, il lavoro precario può essere compreso dalle seguenti tendenze: 1) desindacalizzazione, che influisce in negativo sulla tutela dei lavoratori; 2) finanziarizzazione dell'economia, che conferisce maggiore potere agli investitori istituzionali nei confronti degli altri stakeholder; 3) la globalizzazione, che aumenta la concorrenza tra i lavoratori e aumenta la velocità della mobilità dei capitali; e 4) la rivoluzione digitale, che oltre a guidare le tre tendenze precedenti, consente alle aziende di utilizzare le piattaforme digitali come struttura organizzativa, rendendo indipendenti i suoi lavoratori e alimentando la crescita dell'economia delle piattaforme. Tali tendenze portano all'immagine della deriva, così ben esplorata da Sennett, in quanto gli individui iniziano ad avere esperienze frammentate, ma che, allo stesso tempo e paradossalmente, si organizzano come un tutt'uno. L'organizzazione del lavoro non è imprevedibile e nemmeno casuale, ma è il risultato della riorganizzazione manageriale del lavoro, che punta sul trasferimento dei costi ai lavoratori attraverso contratti flessibili. Pertanto, i costi associati all'assunzione di forza lavoro stabile sono ridotti, in quanto i lavoratori vanno e vengono.
Sulla stessa linea, Boltanski e Chiapello affermano che le aziende più innovative sembrano lavorare con un gruppo stabile di lavoratori precari che coesistono accanto a persone impiegate con politiche di fidelizzazione. L'attuale prassi delle organizzazioni consiste nell'occupazione di posti di lavoro fissi da parte di un numero ridotto al minimo di persone con l'utilizzo, in parallelo, di lavori detti esterni, sotto forma di lavoro interinale affiancato da outsourcing e part-time. In quanto strumento essenziale di flessibilità, il part-time consente il lavoro on demand, in quanto aumenta la presenza di personale nelle ore di punta, ed è quindi spesso utilizzato in attività del terziario, per definizione, non stoccabili.
Oltre alla precarietà, i lavoratori iniziano a comportarsi come se fossero microimprese concorrenti sul mercato. L'uberizzazione della forza lavoro porta direttamente all'idea che le persone siano in ultima analisi responsabili dei propri destini economici. Pertanto, le aziende nell'economia delle piattaforme trasferiscono gran parte dei rischi e dei costi dell'impresa a lavoratori fintamente autonomi , debitamente registrati nelle loro banche dati e disposti a svolgere le attività con le proprie risorse.
Per giustificare il trasferimento di questi rischi e costi, l'idea di imprenditorialità e/o produzione di massa di persone che si pensano come se fossero nano-imprenditori sembra servire a questo scopo.
Questa logica fa parte del discorso sul capitale umano, in cui la trasformazione dell'uomo in imprenditore diventa un vero e proprio progetto di società. Il manager emerge come un tipo ideale di uomo che fa impresa, con un'elevata capacità di assunzione di rischi, di decisione, di risoluzione di problemi complessi, e deve essere preparato a sopportare lo stress del lavoro quotidiano, con lo sviluppo di diversi tipi di intelligenza (cognitiva ed emotiva), in modo che possa mobilitare tutte le sue qualità al servizio della redditività.
A causa dell'attuale sviluppo tecnologico, è possibile installare uffici nelle case dei lavoratori, ad esempio sotto forma di uffici domestici, implicando una vera e propria colonizzazione dello spazio e del tempo personale, progressivamente dominato da preoccupazioni legate alla redditività delle proprie azioni.
In questo senso, l'auto-imprenditore si affianca a quello che Gaulejac chiama manager di se stesso, in cui la soggettività diventa oggetto di una sollecitazione massiccia, oltre che contraddittoria. La sua autonomia si afferma nello stesso momento in cui deve rispondere in modo equilibrato e, perché no, con maturità alle ingiunzioni sociali. Nell'ideologia dell'autorealizzazione, il potenziale umano viene sviluppato in funzione della sinergia con gli obiettivi di redditività dell'impresa. Tuttavia, poiché ogni ideologia cerca, in linea di principio, di nascondere i veri rapporti sociali, si premia la buona gestione di se, la costruzione di rapporti di lavoro il più armoniosi ed efficaci possibile, dimenticando le contraddizioni sociali e non mettendo mai in discussione il funzionamento dell'impresa e, più in generale, i rapporti di lavoro.
Così, l'uberizzazione, che ha fatto brillare gli occhi di molti che intravedevano la possibilità dell'emergere di una modalità di lavoro collaborativa, segna il ritorno di condizioni di lavoro simili a quelle praticate prima delle conquiste del movimento operaio. L'uberizzazione rafforza il massimo grado di influenza del capitale industriale (detenuto da Uber) sul processo lavorativo sussunto al capitale. Pertanto, l'uberizzazione può essere intesa come una nuova fase di sfruttamento del lavoro, che apporta cambiamenti qualitativi alla condizione del lavoratore e alla configurazione delle imprese, che iniziano a ricevere l'appellativo di società-applicazione e incoraggiano nuove forme di controllo, gestione e espropriazione del lavoro.

 

Bollettino Culturale Copyright © 2016 | Created by Tarosky | Powered by Blogger Templates