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giovedì 29 luglio 2021

0 "LA NUOVA RAGIONE DEL MONDO. CRITICA DELLA RAZIONALITÀ NEOLIBERISTA" DI DARDOT E LAVAL: UNA GENEALOGIA FOUCAULTIANA DEL NEOLIBERISMO




Per comporre la loro genealogia del neoliberismo, Dardot e Laval, nel libro “La nouvelle raison du monde”, iniziano descrivendo il “primo liberalismo”, risalente al XVIII secolo, che si distingue per l'elaborazione dei limiti al governo, inquadrati da “leggi” che dovrebbero guidare, in termini utilitaristici, gli interessi individuali per farli servire al bene generale. Dalla metà dell'Ottocento in poi, il liberalismo presenta crepe derivanti dalla tensione tra due filoni interni che si approfondiranno fino alla prima guerra mondiale: quello dei riformatori sociali, che difendono un ideale di bene comune, e quello dei sostenitori della libertà individuale come fine assoluto. In questo momento, l'emergere della necessità dell'intervento del governo per far fronte ai cambiamenti affrontati dal capitalismo – i conflitti di classe che minacciano la “proprietà privata” e i nuovi rapporti di potere internazionali – mette in crisi il liberalismo. Il principio dogmatico del laissez-faire non era in grado di guidare adeguatamente le azioni del governo per raggiungere l'obiettivo dichiarato di garantire la massima prosperità possibile in concomitanza con l'ordine sociale. Tra coloro che rimangono attaccati agli ideali del liberalismo classico, ci sono due tipi di risposte formulate per affrontare i rischi posti dal totalitarismo (che significa la distruzione della società liberale).

“Il «nuovo liberalismo», di cui Keynes rappresenta un'espressione tarda, ma anche più elaborata, sul piano economico, consisteva nel riesame dell'insieme dei mezzi giuridici, morali, politici, economici e sociali che permettessero di realizzare «una società della libertà individuale» a beneficio di tutti (...) la realizzazione degli ideali liberali esige che si sappiano utilizzare dei mezzi apparentemente estranei o perfino opposti ai principi liberali stessi, per poter meglio difendere la loro messa in opera (leggi di protezione del lavoro, imposta progressiva sugli stipendi, assicurazioni sociali obbligatorie, attivazione della spesa pubblica, nazionalizzazione). Ma se tale riformismo accetta di restringere gli interessi individuali per meglio garantire l'interesse collettivo, non lo fa mai per altro scopo che quello di garantire le condizioni reali della realizzazione dei fini individuali.”

L'altro tipo di risposta creata in seguito è stato il neoliberismo, per il quale, secondo gli autori, l'intervento dello Stato non riguarda la limitazione del mercato attraverso l'azione diretta dello Stato, ma lo sviluppo e la purificazione del mercato competitivo attraverso un quadro giuridico accuratamente adattato. Coniugando, in questo modo, la riabilitazione dell'intervento pubblico con una concezione del mercato centrata sulla concorrenza. Nato nel 1930, ha significato una rottura con la versione dogmatica del liberalismo. In un contesto di crisi economica, politica e dottrinale, si è verificata una rifondazione “neoliberale” della dottrina, che si è presentata in due tendenze divergenti: la corrente ordoliberale tedesca e la corrente austro-americana. Fu una risposta al riformismo sociale sempre più pronunciato dalla fine dell'Ottocento in poi, cioè un tentativo di arginare questo orientamento con politiche redistributive, assistenziali, normative e protezionistiche, viste come minacce che avrebbero portato direttamente al collettivismo.

Per Dardot e Laval, le due correnti del neoliberismo di inizio secolo – neoliberalismo e neoliberismo – consideravano il collettivismo (comunista o fascista) e tendenze politiche riformiste (come il keynesismo) due nemici nella lotta congiunta contro l'interventismo statale e il collettivismo. Ciò che il neoliberismo ripropone è la sua enfasi sul rapporto tra istituzioni e azione individuale. Dal momento che la massimizzazione del comportamento economico è qualcosa di innaturale, è necessario spiegare quali fattori la influenzano verso l'efficacia.

“Laddove i principali responsabili della «rinascita neoliberale» (Rougier e Lippmann), insieme agli ordoliberali tedeschi, mettono l'accento sulla necessità dell'intervento del governo, von Mises rifiuta, invece, di concepire l'idea che l'intervento possa essere considerato la funzione essenziale delle istituzioni. (...) Mettendo l'accento sull'azione individuale e sul processo di mercato, gli autori austroamericani mirano, in primo luogo, a produrre una descrizione realistica di una macchina economica che, quando non viene intralciata dal moralismo o da interventi politici e sociali distruttivi, tende automaticamente all'equilibrio. In secondo luogo, il loro obiettivo è anche mostrare come sia possibile, in una situazione di concorrenza generale, costruire quella determinata dimensione dell'uomo chiamata entrepreneurship, che rappresenta il principio di condotta potenzialmente universale più essenziale all'ordine capitalistico. (...) E, in effetti, il contributo teorico principale della corrente austroamericana sarà proprio la definizione, ma in maniera diversa dalla sociologica ordoliberale, di questa dimensione antropologica dell'uomo-impresa.”

La dottrina austriaca privilegia le dimensioni della competizione e della rivalità, incarnate in una teoria dell'agire umano in cui la vita economica è descritta dalla lotta di agenti, imprenditori, mossi da uno spirito imprenditoriale che è solo "limitato" dallo Stato - attraverso l’aumento o restrizione alla libera concorrenza. “È principalmente nell'ambito del management che questo orientamento ha trovato la sua principale traduzione.”

Per questa corrente, il problema principale è scoprire come legittimare un certo tipo di intervento del governo, senza ammettere, come gli ordoliberali, che l'ordine di mercato (artificiale) è ciò che crea la coesione della società. Negli anni '80, gli autori hanno identificato Ronald Reagan e Margaret Thatcher come simboli della rottura con le politiche di welfare della socialdemocrazia. Il loro principale attributo è il modo radicalmente diverso di esercitare il potere, attraverso una politica conservatrice e neoliberista, in un contesto di finanziarizzazione e globalizzazione del capitalismo, correlato a una certa razionalità politica e sociale. Mettevano in relazione la socialdemocrazia con l'interventismo statale e, d'altra parte, il neoliberismo con il libero mercato. Definita "la grande svolta", il periodo è stato caratterizzato dallo sforzo di privatizzazione e smantellamento dello stato sociale, che caratterizza l'esistenza di una "strategia neoliberista" come un graduale coinvolgimento di gruppi eterogenei con obiettivi comuni.

“Il neoliberismo, dal momento che ispira politiche concrete, nega di essere ideologia perché è la ragione stessa. È così che politiche molto simili fra loro possono adattarsi al modello delle retoriche più disparate (conservatrici tradizionaliste, moderniste, repubblicane, a seconda delle situazioni e dei casi), manifestando in questo modo la loro estrema plasticità. Per dirla in altre parole: la dogmatica neoliberista si propone come una pragmatica generale indifferente alle origini di parte. La modernità e l'efficienza non sono né di destra né di sinistra, secondo la formula di quelli che «non fanno politica». L'essenziale è «che funzioni», come ripeteva spesso Tony Blair. Tutto questo ci permette anche di misurare lo scarto tra la fase militante del neoliberismo politico della Thatcher e di Reagan, e la fase gestionale, in cui non si parla che di «buon governo», «buona prassi» e «adattamento alla globalizzazione». (...) La grande vittoria ideologica del capitalismo, insomma, è stata la «de-ideologizzazione» delle politiche che abbracciava, al punto che queste non sono più nemmeno in discussione.”

Per Dardot e Laval, continuando a credere nella possibilità pratica di un'autonomia degli interessi privati ​​rispetto allo Stato, i critici del liberalismo commettono l'errore di considerare il mercato come un fatto naturale, prima della politica, dando forza all'idea di un disimpegno dello Stato che libera l'azione del settore privato (libero mercato).

“Il principale rimprovero rivolto allo Stato è la sua mancanza globale di efficacia e produttività nel quadro dei nuovi vincoli imposti dalla globalizzazione: costa troppo caro rispetto ai vantaggi che porta alla collettività e intralcia la competitività dell'economia. Dunque, si intende sottoporre l'azione pubblica ad un'analisi economica, non solo per distinguere gli agenda dai non-agenda. È l'obiettivo della linea dello «Stato efficace» o «Stato manageriale», come comincia a costituirsi a partire dagli anni Ottanta. (...) La differenza che tali politiche vogliono introdurre sta nell'efficienza della gestione, e dunque nel metodo da utilizzare per fornire beni e servizi alla popolazione. Quando la gestione è in mano alle amministrazioni, essa funziona (stando alle «evidenze» della nuova ortodossia) contrariamente alla logica di mercato per quello che riguarda il ruolo dei prezzi e la pressione della concorrenza. È il fondamento della posizione antiburocratica dei dirigenti «modernisti» dell'amministrazione statale e dei loro esperti di riferimento.”

Tuttavia, avvertono gli autori, la logica della concorrenza mondiale ha alterato la concezione stessa dell'azione pubblica, per cui lo Stato deve gestire la società e metterla al servizio del mercato, dovendo al tempo stesso piegarsi alle proprie regole di efficacia delle imprese private. Il paradigma gestionale imposto alle pratiche di governo mira ad aumentare l'efficacia dell'azione pubblica, sovvertendo i fondamenti della democrazia trattando l'intervento politico come un'interazione orizzontale tra attori privati, e lo Stato dovrebbe essere sottoposto ad una modalità di controllo estremamente rigorosa. L'istituzione del modello di concorrenza come strumento più efficace per migliorare l'azione pubblica avviene attraverso il concetto manageriale di “buon governo”, nell'ambito delle “buone pratiche economiche”, sostituendosi all'idea di sovranità, vista come superata e svalutata . La nuova gestione pubblica, formata dalla simbiosi tra circoli imprenditoriali privati ​​e alti dirigenti, cerca la sua legittimità nell'intersezione tra "modernità" e "scienza" e mira a controllare rigorosamente gli agenti pubblici, con un focus sui risultati, che sono contabilizzati come nelle società private. "Uno degli scopi è fare interiorizzare le norme di prestazione, se non (meglio ancora) fare sì che il risultato stesso produca le norme che serviranno a giudicarlo.”

Secondo gli autori, il management si basa sull'illusione di considerare l'interpretazione puramente numerica dei risultati come una rappresentazione completa della realtà, prescindendo dalle dimensioni non quantificabili della professione. Tale visione incide sulla qualità del servizio, poiché considera la dedizione e la consapevolezza professionale come qualcosa di fittizio. Attraverso modalità di controllo più raffinate, il servizio pubblico perde il proprio significato, poiché le sue missioni si confondono con i valori della produzione del settore privato. Questa logica contabile, oltre a fungere da potente meccanismo di normalizzazione dei comportamenti, tende a disfare i rapporti politici tra Stato e cittadini.

“La diffidenza come principio e la sorveglianza valutativa come metodo sono i tratti più caratteristici della nuova arte di governare gli uomini. Lo spirito manageriale che la anima si impone a spese dei valori ormai declassati di servizio pubblico e della dedizione degli agenti a una causa più superiore. (...) Ma da quando il nuovo management ha postulato che non si può fare affidamento sull'«individuo ordinario», intrinsecamente privo di qualsiasi attaccamento ad una «missione» pubblica e di qualsiasi valore che non lo interessi direttamente, l'unica soluzione è la sorveglianza e il «controllo a distanza» degli interessi particolari. Che si tratti del personale ospedaliero, di giudici o di pompieri, le molle e i principi della loro attività professionale vengono concepiti ormai soltanto dal punto di vista degli interessi personali e corporativi, negando ogni dimensione morale e politica al loro impegno in un mestiere che si basa su valori propri. Le tre “E” del management, «economia-efficacia-efficienza», hanno cancellato dalla logica del potere le categorie del dovere e della coscienza professionale. La diffidenza, allo stesso modo, caratterizza i rapporti tra le istituzioni pubbliche e i soggetti sociali e politici, considerati anch'essi come «opportunisti» alla ricerca del massimo vantaggio possibile senza alcuna considerazione dell'interesse collettivo.”

La ristrutturazione neoliberista cambia la definizione del soggetto politico, in quanto trasforma i cittadini in meri consumatori di servizi, che li giudicano in termini di rapporti costi-benefici. L'estensione della mercificazione all'ambito delle relazioni umane è avvenuta attraverso la contrattualizzazione di queste, così che la società è percepita come un insieme di relazioni di associazione tra individui. Questa constatazione di Dardot e Laval sui tempi nuovi serve come aggiornamento dell'immagine del contrattualismo del vecchio pensiero liberale (fondato da Adam Smith), che ha le sue basi nella differenziazione tra contratto di lavoro e altri tipi di contratto. Poiché il primo è stipulato tra persone che non sono in condizioni di parità (lavoratori contro padroni), e in cui una delle parti (i lavoratori) non è realmente libera di assumere o non assumere: legalmente non sono obbligati a lavorare, ma economicamente sono costretti a vendere la loro forza lavoro. Dardot e Laval ampliano il concetto, dimostrando che i rapporti contrattuali si svolgono ormai globalmente, in tutti gli ambiti, poiché sia ​​l'individuo è considerato una società a sé stante, sia lo Stato stesso lo è, e, quindi, sono soggetti a rapporti contrattuali e alle regole di concorrenza del mercato. Per gli autori, il neoliberismo politico ha effettivamente avuto un impatto sul comportamento degli individui, poiché la sua proposta è che ciascuno dovrebbe "prendersi cura di sé", in contrasto con l'idea di solidarietà collettiva, massimizzando i propri interessi in un contesto di forte competizione tra di loro.

(...) psicanalisi e sociologia (ciascuna a suo modo) registrano una mutazione del discorso sull'uomo che può essere rapportata, come in Lacan, da un lato alla scienza e dall'altro al capitalismo (...) Il nuovo soggetto (se di nuovo soggetto si tratta) deve essere colto nelle pratiche discorsive e istituzionali che alla fine del XX secolo hanno prodotto la figura dell'uomo-impresa, o «soggetto imprenditoriale», favorendo l'imposizione di una fitta trama di sanzioni, incentivi e coinvolgimenti che generano comportamenti psichici di un nuovo tipo. (...) L'uomo benthamiano era l'uomo calcolatore del mercato e l'uomo produttivo delle organizzazioni industriali. L'uomo del neoliberismo è competitivo, completamente immerso nella competizione mondiale.”

Le figure di un soggetto produttivo e di un potere definito essenzialmente produttivo sono caratteristiche della società industriale, come ricordano gli autori. Nella nuova economia dell'uomo, il suo governo è dato da piaceri e dolori e da una politica che glorifica la sorveglianza di tutti su tutti. Per la fabbricazione di questo nuovo soggetto imprenditoriale, le vecchie metodologie coercitive istituzionali che miravano a soggiogare gli spiriti vengono sostituite da nuove tecniche di gestione del nuovo soggetto che lo fanno lavorare per l'impresa come se lavorasse per se stesso, eliminando così la distanza tra l'individuo e l'azienda che lo impiega. Il nuovo governo dei soggetti impone al soggetto un costante lavoro interiore: deve agire come imprenditore di se stesso affinché l'economia si trasformi in disciplina personale, nella gestione di se stesso, valutata attraverso il suo impegno soggettivo con il lavoro. Attraverso una razionalizzazione del soggetto, Dardot e Laval portano elementi foucaultiani (governo di sé e degli altri) nella definizione del concetto di società di sé, trattata come un modello che richiede all'individuo di cercare di massimizzare il proprio capitale umano continuamente, puntando all'efficienza. Questo modello definisce i paradigmi che governano il mercato del lavoro e il settore educativo, in termini di miglioramento continuo, occupabilità e strategie di formazione continua.

“Il grande principio della nuova etica del lavoro è l'idea che la congiunzione delle aspirazioni individuali e degli obiettivi di eccellenza dell'impresa, del progetto personale e del progetto dell'impresa, sia possibile solo se l'individuo stesso diventa una piccola impresa. In altre parole: l'impresa va pensata come un'entità composta da piccole imprese di sé.”

Secondo Dardot e Laval, oltre i limiti dell'impresa, l'etica neoliberista si espande in tutti i domini dell'esistenza, proponendo che si lavori con il fine di aumentare l'efficacia della relazione con l'altro. A tal fine, vi è una profusione di tecniche (coaching, programmazione neurolinguistica, analisi transazionale) che propongono una trasformazione degli individui per adattarli meglio alla realtà. Tuttavia, il modello presuppone che se l'individuo è cosciente e fa le sue scelte liberamente, dovrebbe essere responsabile di tutto ciò che gli accade e, in questo modo, scarica esclusivamente su sé stesso il peso della competitività – e dei suoi rischi. Quindi, i problemi economici sono trattati come problemi legati alla mancanza di controllo su se stessi e sul proprio rapporto con gli altri.

“La distribuzione delle risorse economiche e la posizione sociale sono considerate esclusivamente come la conseguenza di percorsi, riusciti o meno, di realizzazione personale. Il soggetto imprenditoriale è esposto in tutte le sfere della sua esistenza a rischi significativi ai quali non si può sottrarre, dal momento che la loro gestione dipende da decisioni strettamente private. Essere impresa di se stessi presuppone di vivere continuamente nel rischio. (...) Allo stesso modo e di pari passo con il soggetto del rischio, si produce il soggetto dell'assicurazione privata.”

Per gli autori, se il modello industriale è segnato dal rapporto tra un'ascesi puritana del lavoro con la soddisfazione del consumo e la speranza di godere dei beni accumulati, nel modello neoliberista, diversamente, il nuovo soggetto dovrebbe massimizzare indefinitamente tanto la produzione quanto il godimento. Nella stessa logica si ritiene che vi sia un'effettiva uguaglianza tra gli individui di fronte ai nuovi obblighi, affinché nulla possa costituire un ostacolo a un impegno obbligatorio per la massimizzazione delle prestazioni personali. Dalla congiunzione del discorso psicologico, con la norma della concorrenza e la rappresentazione dell'individuo come “capitale umano”, nasce un modello di performance/godimento che definisce le forme di identità tra soggetto psicologico e soggetto produttivo. Tale modello è incessantemente pubblicizzato attraverso un discorso pubblicitario del “successo” come valore supremo.

“La psicanalisi può aiutarci ad analizzare il funzionamento del neo-soggetto nel regime del godimento di sé. Stando a quanto ne dice Lacan, il godimento di sé, inteso come aspirazione alla pienezza irraggiungibile e per questo molto diverso dal semplice piacere, si presenta sempre come limitato e parziale nell'ordine sociale. In un certo senso, l'istituzione ha il compito di limitarlo e di dare senso a quel limite. L'impresa, forma generica dell'istituzione umana nelle società capitaliste occidentali, non sfugge a questa regola, salvo poi, al giorno d'oggi, negarla. Essa limita il godimento di sé con la costrizione del lavoro, la disciplina, la gerarchia, tutte le rinunce che fanno parte di una certa ascesi del lavoro. La perdita del godimento di sé non è meno netta che nelle società religiose, ma lo è in modo diverso. I sacrifici non sono più amministrati e giustificati in nome di una legge inerente alla condizione umana, nelle sue molteplici varietà locali e storiche, ma tramite la rivendicazione di una scelta individuale «che non deve nulla a nessuno».”

A differenza dei valori precedenti che richiedevano la rinuncia individuale a favore di una forza collettiva, gli autori sottolineano che la nuova logica normativa fa sì che il soggetto sia contemporaneamente il lavoratore che accumula il capitale e l'azionista che ne gode, il che, insieme alla idea di performance senza limiti e godimento senza ostacoli, compone l'immaginario del soggetto liberale.

In modo sintetico, l'argomentazione di Dardot e Laval estende la logica del mercato a tutte le sfere dell'esistenza umana, trattandosi, più che di un'ideologia, di un progetto sociale e politico, la cui agenda è definire il modo in cui gli individui sono portato a comportarsi, a relazionarsi con gli altri e con se stessi. Ne deriva una soggettivazione dell'instaurarsi della concorrenza a tutti i livelli, che fa leva su fenomeni di disoccupazione, precarietà, indebitamento, valutazione e forme di gestione in azienda.

Dardot e Laval non considerano la neoliberalizzazione accelerata delle società come un destino fatale. Considerano che le cause dell'attuale crisi strutturale si fondano sulla sproporzione delle forze tra una logica dominante e una logica minoritaria, per cui la prima si nutre di "fenomeni morbosi", come crisi e odio sociale.

“D'altra parte, la logica minoritaria del comune non ha ancora trovato la sua espressione di massa, i suoi quadri istituzionali o la sua grammatica politica. Siamo solo all'inizio di una nuova configurazione rivoluzionaria. E questo ritardo ci disturba. (...) Si tratta qui di prendere in considerazione la radicalizzazione neoliberista in tutta la diversità e complessità dei suoi aspetti. È capire come la crisi multiforme che stiamo vivendo, lungi dall'essere un freno, è diventata uno strumento di governo. Il neoliberismo non smette, di fronte agli effetti dell'insicurezza e della distruzione che genera, di alimentarsi e rafforzarsi.”

Riprendendo i presupposti stabiliti da Dardot e Laval, partendo ora da una lente focalizzata sull'intimità dei processi mentali dell'individuo in relazione agli aspetti sociali e culturali a cui è circoscritto, c'è un tema che giustifica un ulteriore studio. Si può ipotizzare, in un primo momento, sulla possibilità che il meccanismo dell'omeostasi socioculturale agisca come un processo di sicurezza che garantisca, in una certa misura, la coesione (forma) della società, poiché opera in un regime differenziato. In questo scenario, unendo le conclusioni foucaultiane di Dardot e Laval sulla forza del neoliberismo da ricercare proprio nella fusione tra il governo di sé e il governo dell'altro, diventa chiara la gravità delle implicazioni di questa razionalità su questo processo di omeostasi socioculturale. Le prospettive di deformità nel tessuto sociale stanno diventando sempre più probabili, motivo per cui è fondamentale delineare con precisione questo quadro complesso prima di pensare a qualsiasi intervento o strategia di riforma.


domenica 25 luglio 2021

0 CON TONI NEGRI. 2/4: SOGGETTIVITÀ RIVOLUZIONARIA

 


Soggettività, tecnologia ed egemonia

PUPIL: La postmodernità, che stiamo vivendo, si presenta sotto forma di un’intima interconnessione tra bios e politica, forza vitale e violenza su di essa. Da qui si aprono due possibilità aperte dalla lotta: o il trionfo dell’eugenetica del potere, o la vittoria dell’innovazione della moltitudine. L’oggetto di questa lotta è la vita o la tecnologia della vita, che può essere sia l’ultimo passo verso il dominio tecnologico del capitale, sia una via alternativa al capitalismo. La lotta politica, oggi, non riguarda solo i salari e le condizioni di lavoro, né l’organizzazione o la struttura politica, ma riguarda la vita. Risulta evidente l’influenza di Foucault nelle sue riflessioni. Come ci aiuta a rileggere Marx? Quanto importante è in tale lettura la sua nozione di “produzione di soggettività” e come riesce ad ampliare o intensificare la portata della teoria marxiana?

NEGRI: Prima di tutto bisogna chiarire il terreno: l’aut aut che sembra essere fondante in questa domanda è la contrapposizione tra la tecnologia della vita e/o la vita. Penso che questa alternativa, se male interpretata, possa deviare dal terreno sul quale la questione è posta, alla domanda se si dia (o no) un’intima interconnessione tra bios e politica. Personalmente non penso che le modalità della tecnologia della vita possano essere contrapposte in maniera assoluta alla vita stessa: si pensi, ad esempio, ai casi in cui la sfera della vita stessa esiste solo mediante tecnologia, si pensi all’ambito medico e alla chirurgia delle protesi. Il rapporto tra vita e tecnologia è, nella mia stessa costituzione fisica, qualcosa che mi fa vivere e sopravvivere. Ne concludo che quando si parla di eugenetica, si rischia l’uso di un termine estremamente pericoloso che si riferisce ad un’ideologia definitivamente caratterizzata dall’esperienza nazista, nonostante (in ipotesi) ci possa pur esser un’eugenetica “buona”. La tecnologia non è il male, contrariamente ad un certo mainstream filosofico che ha troppo seguito; bisogna stare attenti ad un certo heideggerismo di maniera e ad una conseguente lettura di Foucault in termini agambeniani.

Quella (fin qui denunciata) articolazione del discorso ci renderebbe impossibile leggere Marx, perché in Marx tecnologie e vita costituiscono un unicum storico e sociale rispetto al quale ci muoviamo, nel doppio dispositivo di sfruttamento capitalista/strumento di emancipazione. La produttività del lavoro sottolinea questa dualità: sfruttamento umano nel logorarsi della forza lavoro e, di contro, introduzione delle macchine e velocizzazione dei percorsi produttivi in sostituzione del lavoro. Qui arriviamo ad un’altra soglia, quella postmoderna, dove questo tipo di interconnessione si determina su livelli diversi da quelli delineati precedentemente. La questione ecologica, ad esempio, è un elemento di riferimento per l’insieme di questi nuovi livelli: si tenga presente che il marxismo non è mai stato antiecologico.

BARBETTA: E’ la questione del cambiamento tecnologico come lo sviluppo delle forze produttive all’interno di determinati rapporti di produzione: quando Marx parla di cambiamento tecnologico parla sempre di un cambiamento qualitativo denotato dai rapporti di proprietà e di produzione prevalente.

NEGRI: Sono d’accordo. Nella misura in cui cambia la composizione di classe – ovvero l’assetto delle forze produttive – per epoche specifiche, si formano degli assi ontologici, determinanti la nuova composizione, ovvero dei piani rispetto ai quali è impossibile tornare indietro.

BARBETTA: Soprattutto non stiamo parlando del processo tecnico implicato nella visione neoclassica dell’economia, poiché noi lo inseriamo in una dimensione sociale in cui il progresso tecnico non porta automaticamente ad un avanzamento del progresso nel suo senso generale.

NEGRI: Sono d’accordo. Lasciamo perdere gli economisti neoclassici, sennò si dovrebbe tornare a polemiche degli anni ’40; chiamiamoli economisti liberali.

BARBETTA: Tronti diceva che Alfred Marshall era il nuovo Hegel della borghesia perché autonomizza l’economia dalla politica.

NEGRI: Tronti ne ha dette tante, affermazioni che hanno ancora validità così come molte altre soggette all’erosione del tempo (per esser pietosi…). Quello che ci interessa è chiarire che il rapporto tra il lavoro vivo ed il lavoro morto è estremamente complesso: il primo è reso morto dal capitale nello sfruttamento mediante il comando e l’accumulazione; d’altra parte, il lavoro vivo è reso ontologicamente attivo e genera potenza produttiva dentro lo stesso processo. Potete chiamarlo potenza contro-produttiva io lo prendo semplicemente per un fondo ontologico rispetto al quale si caratterizza la composizione di classe. Se non si passa attraverso questa ontologia del valore, non c’è la possibilità di estendere il discorso sul lavoro produttivo al lavoro riproduttivo, nella maniera continua nella quale oggi è possibile fare. È infatti, oggi, impossibile immaginare un’estrazione di valore sulla dimensione globale della vita e della storia se non si accede al livello ontologico del rapporto che si dà tra il lavoro vivo e quello morto.

PUPIL: Sinceramente, con la mia domanda, non volevo proporre implicitamente l’interpretazione agambeniana di Foucault. Questa domanda voleva portare ad un discorso specifico: a discutere attorno non solo la prospettiva di Agamben, ma ad una prospettiva ampia che sta divenendo mainstream in una certa sinistra radicale. Essa si pone agli antipodi del discorso dello stesso Agamben, presentando comunque una, per così dire, opposta pericolosità: parliamo dell’accelerazionismo come ideologia dello sviluppo tecnologico. La differenza che Lei traccia tra sfera della vita e sfera tecnologica al contrario mi sembra un’analisi lucida a fronte dei due estremi, l’uno derivante dalla stigmatizzazione della tecnica tipica del binomio autentico-inautentico presente nella sfera di influenza heideggeriana, l’altra, al contrario, derivante dalla valorizzazione acritica dell’aspetto delle tecnologie della vita come componenti slegate da qualsiasi circuito di sfruttamento, mai considerando dietro a queste il piano di lotta.

NEGRI: Bisogna stare attenti a questo tipo di posizioni, soprattutto alla deriva accelerazionista: nella discussione euro-americana, si è arrivati ad estremizzarla. L’accelerazionismo è stato preso in carico da Land e altri che lo hanno sviluppato in termini parafascisti o comunque ambigui. Lì cade la distinzione tra un accelerazionismo di destra e uno di sinistra. Ho conosciuto Land, allievo di Deleuze, negli anni ‘90: da allora ad oggi, è riuscito a monopolizzare il discorso accelerazionista e a deviarlo verso destra in maniera incisiva.

BARBETTA: Ora se non mi sbaglio lo stesso Land scrive per il governo cinese. Ci sono Srnicek e Williams che hanno dato un’interpretazione di sinistra dell’accelerazionismo.

NEGRI: Io intervenni nel dibattito con un articolo di discussione sulle tesi di Srnicek e Williams. C’è un libretto pubblicato da Merve Verlag, in relazione al Manifesto Accelerazionista, curato da un mio vecchio amico, Matteo Pasquinelli, docente a Karlsruhe. Questo consiste in una raccolta di articoli di autori di sinistra radicale in merito alla questione accelerazionista. Piccolo inciso: Pasquinelli attualmente sta facendo una profonda analisi su un autore spesso citato nel primo libro del Das Kapital, tale Charles Babbage, che lui ritiene una figura geniale ed essenziale nel discorso marxiano sulla tecnica. Per tornare alla domanda iniziale, bisogna capire come si articoli la connessione tra bios e politica, forza vitale e violenza. Per avanzare, è allora necessario comprendere cosa voglia dire “dialettica”. Quando la si sviluppa in un’ottica hegeliana, si ha una dialettica triadica, una dialettica del Tre come dialettica dell’Aufhebung, del superamento. Contrariamente a questa dialettica, dal punto di vista del materialismo, a noi interessa una dialettica esplicitata come confronto che si ferma al due: l’affermazione e la negazione si pongono in una contrapposizione che, nella catena causale, non implica necessariamente alcun aufheben. Questa è la dialettica di Spinoza. È chiaro che la forma espositiva del pensiero marxiano ha una forma in cui la dialettica hegeliana ha giocato un certo ruolo, ma è proprio spogliando la dialettica con cui rileggere Marx di questi orpelli, che si riesce a sviluppare un’analisi sull’interconnessione degli opposti, evitando ogni tipo di teleologia (presente esplicitamente nello sviluppo dell’hegelismo). Bisogna eliminare ogni tipo di prefigurazione del rapporto che apra a strutture internamente finalistiche o di superamento gerarchico. Soltanto muovendo da questa epurazione degli elementi idealisti, si riesce ad aprire all’analisi della produzione di soggettività, cioè alla soggettivazione interna al rapporto causale che ha in sé determinazione e movimento. In questo modo, reinventando la soggettivazione nel cuore della dialettica, si può amplificare la portata della teoria marxiana, ripercorrendola sia in quanto analisi dello sfruttamento, sia in quanto analisi del processo di liberazione (e tenendoli perennemente assieme). Questo cammino è proprio dell’operaismo: non pretende di staccare mai queste due analisi processuali, essendo ben conscio del fatto che una scienza oggettiva del capitale non esiste. Una “scienza operaia” esiste solamente quando la soggettivazione è in atto all’interno del capitale.

PUPIL: Oltre a Land noi abbiamo anche una certa offensiva accelerazionista all’interno dell’interpretazione – pur non landiana ma derivata dalle speculazioni della CCRU –  dei testi di pensatori non accelerazionisti come Deleuze: esempio su tutti il libro Dark Deleuze di Andrew Culp, tradotto e curato in Italia da Ronchi, Di Maio e Vignola. Che ne pensa di questa propensione a rendere ogni autore passato un precursore accelerazionista?

NEGRI: Sono pasticci fatti in famiglia, Land è pur sempre allievo di Deleuze. Non ho mai letto questo libro, forse è nato per semplificare la complessità del pensiero di Deleuze. Ma non è quella la via. Se voi prendete un mio libro appena uscito da Polity Press, Spinoza, Then and Now, trovate un articolo nel quale polemizzo con Hasana Sharp, pensatrice americana che sviluppa un’interpretazione ecologica del pensiero di Deleuze. Io non polemizzo sull’ecologismo del pensiero di Deleuze, che è oggettivo, tangibile, bensì polemizzo contro il fatto che si tenda a rendere l’ecologismo deleuziano in salsa bergsoniana, ovvero fluida, senza alcuna capacità di singolarizzare la presa del reale. Voglio dire che non sembra azzardato muoversi su un terreno siffatto, se si ha in mente che ci sono due Deleuze: il primo antecedente all’Antiedipo e a Millepiani, il secondo che invece si smarca da ogni opzione spiritualista a favore di una prospettiva molto più materialista, coadiuvata dal fertile incontro con Guattari. Se si leggono gli scritti di Deleuze si vede questa evoluzione. Nell’intervista che gli feci, pubblicata nel suo libro Pourparler, gli chiesi se fosse comunista.

Lui mi rispose affermativamente, chiarendo la maniera in cui era diventato comunista accanto a Guattari: comunista, non marxista. Quell’intervista è un bel documento, vale la pena di leggerla perché definisce da un lato come Deleuze possa esser ambiguo, d’altra parte come possa essere estremamente ricco di spunti e sviluppi, incredibilmente utili per avviare allo studio della soggettivazione. C’è poi lo splendido libro di Deleuze su Foucalut: ora si dovrebbe scrivere un libro foucaultiano su Deleuze. Foucault ha scritto la prefazione alla traduzione americana di Differenza e ripetizione, esprimendo in un “il secolo xxi sarà deleuziano” la sua chiave per un’omologia e una tangibile solidarietà concettuale con Deleuze: bisogna seguire questa traccia.

PUPIL. Tornando a parlare del ruolo della soggettività all’interno delle leggi di sviluppo del capitalismo, in particolare parlando di “produzione di soggettività”, lei definisce i processi di “sussunzione reale” come orizzonti che permettono la costruzione di poli di resistenza e di costruzione dell’orizzonte «biopolitico». Che legame esiste tra quella tendenza all’astrazione identificata da Marx come tendenza del capitale, l’astrazione metodologica che Marx utilizza nell’analisi del capitalismo e l’astrazione come processo anticipatore del concreto inteso come prodotto d’invenzione?

NEGRI: Per quanto riguarda il processo di astrazione, esso è definito da Marx per la sua funzione metodologica. L’astrazione deve essere sempre determinata: riguarda l’unificazione del reale attorno a dei concetti che vengono sempre presi con una hic, con una determinazione singolare che lega l’astrazione concettuale al suo movimento temporale. In Marx non c’è mai un’astrazione che sia un’astrazione senza la definizione di una singolarità in movimento. Non si può leggere Marx se non lo si legge in termini diacronici, attraverso la temporalità, in quanto ci permette di cogliere la natura del capitalismo in movimento, ovvero come tendenza. Questa tendenza è tuttavia qualcosa che subisce due modalità di esposizione: la prima è il suo essere anticipatrice, la seconda è l’esser depositaria di realtà ontologica. Così si mostra il rapporto tra produzione in generale ed i vari strati di sussunzione: ci sono sussunzioni “formali” che vanno fino alla sussunzione “reale”, ma quest’ultima è sempre in divenire dentro il movimento. Tale processo di sussunzione corrisponde a successive ricomposizioni: nella ricomposizione, la sussunzione è il deposito ontologico che sta dentro al processo di trasformazione delle forze produttive – questo è quanto ci interessa. Le forze produttive qualificate dal rapporto tra capitale variabile e capitale costante, capitale variabile e capitale complessivo, capitale circolante e capitale fisso, forza lavoro e ambiente (politica e natura): sono questi intrecci che determinano una composizione specifica, determinante il modo di produzione, ovvero determinante il rapporto in cui la forza produttiva si pone con i rapporti di produzione. Sia la forza produttiva che i rapporti di produzione vanno compresi nella loro più grande ampiezza: “sussunzione” è la capacità del capitale di raccogliere sotto il suo comando, interamente o meno, questo snodo del modo di sviluppo. La sussunzione “reale” rappresenta il momento nel quale i rapporti capitalistici di produzione assorbono le forze produttive in senso pieno – sempre relativo al grado di sviluppo di tali forze. Tutto questo ha però un limite ben preciso: la misura in cui il processo di sussunzione reale assorbe la forza lavoro, nella sua interezza, mette sì in atto una dinamica di dominio ma anche un processo di resistenza. Quanto più la sussunzione si presenta intensamente, tanto più si sviluppa in controtendenza un potenziale alternativo-produttivo, altrettanto alto ed intenso. Oggi, questa è la produzione di soggettività. Quando si dice soggettivazione si registra innanzitutto, come abbiamo visto prima, il fatto che la forza lavoro è oggi prodotta (dentro ai rapporti stessi di produzione) in termini soggettivi, ovvero in termini di soggettivazione: tale soggettivazione diviene elemento centrale dello sviluppo.

 PUPIL: La soggettività emerge quando c’è il massimale di dominio, ovvero il massimale di sussunzione.

NEGRI: Esatto! Si trattava di capire da dove veniva questa soggettività! Ed è in questo frangente che capisci come questa sia una questione interna al leninismo. Cerchiamo di situare la cosa cronologicamente. Siamo nei ’70, nel momento di massima insorgenza di soggettività, studiavo Lenin in quel periodo; c’era Luciano Ferrari Bravo, un carissimo compagno e amico, che all’epoca lavorava sulla teoria dell’imperialismo e continuava a fornirmi pezzi utilissimi alla lettura del pensiero leninista. Si trattava di vedere la creatività del lavoro resistente a livello globale, e ciò era possibile ponendo la nostra lettura vicino quella della Luxemburg. E tuttavia non bastava. Sia l’approccio hilferdinghiano, sia quello leninista, sia quello luxemburghista si danno dentro una condizione non superata da nessuno di loro – della classe operaia al centro della storia, e perciò destinata a rimanere soggetto fondamentale del progetto rivoluzionario. Però, ciascuno di questi autori sente l’insufficienza di questa condizione.

PUPIL: Nonostante la differenza tra Hilferding che, riprendendo le tabelle di riproduzione allargata del secondo libro del Das Kapital per vedere se il capitale teoricamente può riprodursi autonomamente in un sistema chiuso mentre la Luxemburg e Grossmann sono più portati ad affermare la teoria del crollo?

NEGRI: Senz’altro, queste differenze ci sono, eccome. Il problema è che bisognava cambiare treno – fissare un altro terreno – non la fabbrica ma il sociale. E farlo attraverso l’inchiesta. Credo che questo meccanismo estremamente empirico nel cercare il luogo, lo spazio, la determinazione singolare della socializzazione del lavoro sia stato un passaggio fondamentale, e che ora si stia andando ben più al di là di dove sia andato io. D’altronde, ognuno di noi lavora pezzetto per pezzetto su questa strada. Solo l’atto pratico, la rivoluzione, può permettere di riempire i vuoti dei nostri discorsi.

PUPIL: Rispetto al rapporto tra classe e massimale di sfruttamento, Gramsci parla (a proposito dell’americanismo) dello sviluppo delle politiche fordiste e tayloriste che vanno a disciplinare l’operaio, inteso come gorilla ammaestrato, sussunto da una parte nel circuito di fabbrica che lo costringe a compiere meri meccanismi automatici di produzione e, d’altra parte, controllato nel tempo libero (esempio storicamente tangibile, la questione del proibizionismo) al fine che certi vizi (come l’utilizzo di alcolici) non possano renderlo inefficiente in ambito lavorativo. Fino a che punto Gramsci riuscì a studiare i processi di sussunzione, nonostante il suo fermarsi alla visione della classe operaia come classe-soggetto?

NEGRI: Gramsci faceva quello che poteva: era già importante accorgersi che c’erano Ford e Roosevelt che trasformavano l’operaio in operaio fordista, e soprattutto era molto intelligente a sospettare che tale disciplinamento del lavoro venisse applicato pure in URSS – sospetto che, se espresso in Unione Sovietica, tranquillamente poteva far patire al malcapitato qualche anno di galera in più. Ciò che fa problema per Gramsci, è che l’hanno preso come un profeta di cose che non erano sue, inventandolo o mistificandolo, cominciando da Togliatti, a seguire Bobbio, il suo grande interlocutore in questo proposito. Poi, di volta in volta, venivano fuori Gramsci diversi: un Gramsci crociano, oppure hegeliano, desantissiano… mai un Gramsci leninista quale era.

PUPIL: A proposito di Gramsci, cosa pensa della ripresa attuata da Poulantzas rispetto la sua concezione di storicismo assoluto come non più nozione di ascendenza crociana ma dominata da una necessità performante che “non aveva nulla a che fare con alcuna concezione teleologica e metafisica della storia”, conscio del “carattere complesso, irregolare e multi-temporale del processo di emergenza dell’egemonia borghese” che avvicina il pensatore sardo ad “un’ontologia di singolarità e incontri, più vicina in questo senso al materialismo aleatorio successivo di Deleuze o Althusser, piuttosto che a Hegel” ? Che eredità secondo lei, in tempo di Moltitudini, ha il concetto di Egemonia di Gramsci?

NEGRI: Gramsci non bisogna trasformarlo da quello che era davvero, ovvero un autore leninista, a qualcos’altro. Quando Gramsci parla di egemonia, parla di dittatura del proletariato – che non è il totalitarismo di cui parlano autori come la Arendt, e neppure l’esercizio totalitario dell’apparato di potere statale sulla sfera della vita (un po’ come si dice faccia la Cina sugli Uiguri) – bensì è una forma in cui si deve sviluppare il socialismo come economia collettiva principalmente di piano che toglie ai capitalisti la proprietà dei mezzi di produzione. Egemonia è la capacità di accompagnare questa rivoluzione con un sostegno sociale e statale adeguato, condurlo è compito prioritario dei comunisti. Subordinatamente si tratta allora di considerare l’esercizio di tali misure e tali politiche prevalentemente in ambito agrario, al fine di organizzare il passaggio dei contadini all’industria, riorganizzando in concomitanza la città. Questo processo Gramsci ce l’ha ben in mente perché è leninista: in molti vogliono ora farlo passare come teorico della gloriosa storia del PCI, ma questo partito, con la sua idea di democrazia progressiva e di coesione tra forze politiche differenti, non corrisponde affatto al modello egemonico di Gramsci. Il PCI fu piuttosto l’anticipazione (non cosciente ma storicamente realizzata) dell’egemonia secondo Laclau, dell’egemonia populista. Questa posizione di Laclau rappresenta un tradimento profondo del pensiero gramsciano: Laclau è legato ad una composizione di classe completamente diversa (dell’Argentina della metà del secolo scorso) e ad un’ideologia specifica: il populismo peronista.

Di veramente originale in Gramsci c’era il discorso sul sud, tutt’ora valido all’interno di una vasta letteratura sul sud, che non è solo gramsciana. Insomma, Gramsci è un formidabile esempio di sapere e di militanza nel passato. Bisogna smascherare il tentativo di farlo passare per profeta: lo ridurrebbe ad essere un profeta di miseria e di sconfitta. La ripresa di Gramsci da parte di Poulantzas, di cui abbiamo tra noi parlato, era già più cauta rispetto alla questione dello storicismo: lui spesso ironizza in termini post-strutturalisti, come nella citazione riportata nella domanda. Siamo invece d’accordo sul fatto che lo storicismo di Gramsci non è lo storicismo crociano. Ma a questo proposito, seguendo l’indicazione di Poulantzas, andiamo più a fondo nel collocare Gramsci nel pensiero rivoluzionario del xx secolo. Ad esempio, poniamoci il problema del rapporto del suo pensiero con quello di Althusser. Ora, il rapporto tra Gramsci ed Althusser è nullo: il pensiero di Gramsci è totalmente storicista ma leninista. Althusser non accettava la lettura di Marx umanista, mentre Gramsci venne influenzato dall’attualismo gentiliano, ben diverso dalla “dialettica dei distinti” e da tutte le strategie crociane per tenere assieme l’uno, il due ed il tre. Senza qualche fortuna.

Diciamo piuttosto che pur coloro che nel dopoguerra si richiamavano esplicitamente a Croce, erano in realtà gentiliani: il gentilianesimo in Italia è stato molto profondo nelle scuole di filosofia, e anche ora è molto presente, nonostante ci si vergogni a dirlo. C’era un mio quasi omonimo, Antimo Negri, professore a Roma, che era molto divertente perché prendeva in giro tutti quelli che tentavano di rifiutare il gentilianesimo da posizioni di sinistra, non accorgendosi di essere fermamente gentiliani. Nel ‘79, l’anno in cui mi rinchiusero in carcere, proprio su indicazione di Althusser stavo facendo all’École Normale Supérieure a Parigi un corso su Gramsci; l’anno precedente l’avevo fatto sui Grundrisse.

Dovetti sospendere il corso poiché tornando in Italia venni arrestato. In questo seminario lavoravo assieme al traduttore francese di Gramsci che integrava il mio corso; lui era un bordighista, quindi andavamo abbastanza d’accordo nella valutazione di Gramsci. Ma ritorniamo appunto a Gramsci-Pulantzas, la cui definizione dello storicismo gramsciano mi sembra corretta. Ma aggiungevamo: Gramsci è storicista ma anche leninista. È quest’ultimo carattere che mi pare il più importante: non solo il proletario fa la storia, ma facendola si libera; non soltanto le moltitudini fanno la storia, ma costruiscono una cooperazione linguistica e produttiva sempre più larga. A me sembra che in Gramsci, più che in altri autori marxisti del xx secolo, ci siano questo spirito moltitudinario, questa intelligenza della cooperazione: questo e null’altro aprono il suo pensiero al xxi secolo.

PUPIL: Quindi si può tranquillamente dire che l’ambito dello storicismo gramsciano è totalmente a sé stante, non necessitando di quella metafisica dello sviluppo che si può trovare in Croce?

NEGRI: Questo senz’altro. Gramsci non chiude il processo storico nello storicismo (= determinismo + teleologia). È un processo che rimane aperto, aperto nella lotta di liberazione: la finalità storica è – mano a mano –totalmente eliminata a favore della finalità che i soggetti pongono dal basso. Questo processo chiamiamo di soggettivazione. La soggettivazione introduce anche finalità in quanto espressione che compete alle forze produttive, e che le costituisce in macchine di libertà: la storia è discontinua, è storia di lotte che residuano metamorfosi ontologiche. È certo il fatto che dopo la lotta non si torna più indietro. Se c’è stata sconfitta, ci si ferma, ma in ogni caso più avanti di dove si era partiti. Bisogna stare attenti a non prendere troppo sul serio la continua ripetizione che si fa di una frase di Benjamin: la storia come storia di catastrofi. Sarà vero che l’Angelus Novus guarda indietro e vede catastrofi, ma tra le catastrofi c’è pure il Welfare State, una delle più importanti conquiste della lotta di classe nel secolo scorso. Il Welfare State non si deve mollare, è stata la garanzia dell’allungamento della vita. Devo dire che gli allievi di Althusser, da Balibar a Pulantzas a Jessop, sono stati molto chiari nel sottolineare questa vittoria.

BARBETTA: Spesso il comunismo è visto solo come il raggiungimento di una società ideale, mai nella sua forma di movimento. C’è sempre una sottovalutazione velata delle lotte, oscurate dall’imponenza storica dei fini.

PUPIL Lo stesso Bensaid in un commentario sulla frase di Gramsci prima citata, in cui l’unico elemento scientificamente determinabile è la lotta, pone la differenza tra la “necessità prescrittiva” tipica delle teleologie e una “necessità performante” che può rendere conto del comunismo solo in lotta, in movimento.

NEGRI: È una bellissima definizione di che cos’era la lotta comunista per Gramsci.

Quanto a Bensaid, era un trotskista molto aperto, contrariamente a Callinicos, altro grande manitou (col quale feci un dibattito feroce a Saint Denis nelle assemblee no-global). Comunque Bensaid era pure lui un uomo di partito e con me polemizzò nel 2005 attorno al referendum francese per la Costituzione Europea: io ero a favore della Costituzione, sono europeista fino in fondo, e lo resto. Fu per me un periodo difficile. Dovetti stare attento a mantenere un certo distacco dalle posizioni decisamente destrorse del mio vecchio amico Cohn-Bendit, con cui feci un ciclo di incontri a favore dell’approvazione della Costituzione. Bensaid mi attaccò aspramente. A posteriori non posso dire abbia fatto, in quel caso, una scelta corretta. Lui ed il suo partito speravano, unificando le forze antieuropee, di aprire un fronte unitario per le elezioni della presidenza francese che erano proposte subito dopo il voto europeo. Era, il loro, un progetto estremamente ambiguo, sovranista, ed inoltre fallimentare perché si dirigeva a forze quasi tutte di destra che ovviamente non aderirono alla linea proposta. Posso aver fatto errori tattici, loro fecero degli errori strategici.

BARBETTA: Ha parlato del movimento no-global: come mai secondo lei quel movimento è giunto al termine? Dove si è arenato?

NEGRI: Il movimento no-global fu un fenomeno di grande valore. Fu bloccato con operazioni politiche repressive che ne impedirono il ricambio generazionale. Si arenò in Italia attorno a quel brutto corpaccio oramai putrescente che era il vecchio PCI; Rifondazione tentò di recuperare il movimento con una polemica contro la violenza tanto retoricamente vibrante quanto politicamente inutile, perdendo così completamente la gioventù comunista che si rintanò nel movimentismo. Perché mai RC fece questa mossa politica, così dannosa e gratuita? Era coscientemente finalizzata ad allontanare COBAS e autonomi dalla sua base politica. Non avevano capito che per crescere politicamente in Italia o si cerca un nuovo terreno, tagliando ogni possibile relazione col passato, o si finisce come il corpaccio morto ed enorme che ci è rimasto in eredità del PCI, un corpaccio marcio entrato dappertutto, negli apparati istituzionali, nella cultura popolare e negli ambiti familiari. Senza una generazione che decide di non far più propria quella tradizione puramente istituzionale, non ci sarà mai più una sinistra radicale. E invece a sinistra si cerca sempre il papà, ricostruendo l’unica esperienza che si considera esser stata giusta ed efficiente: quella del PCI. Bisogna invece ormai puntare al futuro lasciando decomporre quel corpo che non ha più nulla da dirci. Certo, fu l’unica sinistra valida, agente dal ‘43 al ’56, per poi passare il testimone ad un immenso corpo burocratico, che già negli anni ’60 verrà a definirsi in pochi anni come forza socialdemocratica (sino a portar, con D’Alema, la guerra in Jugoslavia!). Ci si chiede ora perché i movimenti autonomi, antagonisti a questa logica, non siano riusciti a restituire nulla di nuovo. Forse perché non hanno idea di come sviluppare una ricomposizione di forze adeguate ad una nuova composizione tecnica e politica del proletariato del postmoderno. In Europa, l’unico esempio di ricomposizione politica è stato lo spagnolo Podemos, che ha applicato Laclau. A queste condizioni, meglio aspettare ancora un po’ che la ricomposizione si dia, senza Laclau, e senza neppure un’oncia di pciismo.

BARBETTA: In relazione invece a movimenti come Barcellona in Comune?

NEGRI: Barcellona in Comune è stato un progetto molto intelligente, ma la dirigenza è stata schiacciata sia dalla linea di Podemos sia, in Catalogna, dalla sinistra catalana, ovvero da un insieme molto strano di militanti… talora sembrano avere molto più in comune con la Lega Nord di Bossi che con un movimento comunista. Si può diventar matti cercando di creare un polo sovversivo, comunista, tra queste due posizioni.

BARBETTA: In Francia al contrario Melenchon ha cercato in tutti i modi di civettare con gli elettori della destra sovranista, tentando ottenere una qualsiasi leadership all’interno del movimento dei Gilets Jaunes.

NEGRI: Cosa che i Gilets Jaunes non accolsero affatto positivamente: la loro lotta ha inaugurato un anno di mobilitazioni e proteste della qualità dello Champagne più pregiato! Poi c’è stata la repressione, poi c’è stato il massacro degli innocenti: non riuscite ad immaginare cosa abbia fatto la polizia in Francia contro i manifestanti, siamo al di là del bene e del male. In quarant’anni di esperienza di lotta contro la polizia, non ho mai visto una tale violenza: impediscono i cortei entrandoci a forza e con estrema violenza, e se reagisci utilizzano armi tremende come le flash balls, per accecare – che hanno fatto centinaia di feriti gravi. Sono armi illegali in moltissimi paesi europei.

PUPIL: Tant’è che in Italia c’è ancora la moratoria sul loro uso.

NEGRI: Si ha paura ormai pure di uscir di casa. Ma proprio in questo contesto si riesce a vedere come incredibilmente i Gilets Jaunes siano riusciti a imporre due caratteristiche essenziali per un movimento rinnovato, ovvero presenza e continuità. Esiste inoltre una forte capacità di elaborazione, seppur in condizioni molto difficili. In ogni caso, i GJ riescono a tenere assieme proletariato urbano e classi popolari non cittadine che hanno sofferto più di tutti i contraccolpi della globalizzazione. Ora, il problema da mettere in primo piano è come organizzare, unificare nel movimento il proletariato colorato, che è stato fin qui estromesso per la sua natura identitaria dal movimento, seppur poi riassorbito nelle varie lotte: il balzo in avanti sarebbe enorme.

Abbiamo in Italia ancora tanto lavoro da fare se vogliamo arrivare a scadenze di questo genere.

sabato 24 luglio 2021

0 INTERVISTA A STAVROS MAVROUDEAS SULLA PANDEMIA E LE SUE CONSEGUENZE SULL'ECONOMIA E IL LAVORO

 

 

Stavros Mavroudeas, economista marxista greco che insegna alla Panteion University of Social and Political Sciences di Atene, discute con noi della pandemia e delle sue conseguezne sull'economia europea e greca.

1. Come giudichi la gestione della pandemia in Unione Europea?

1. Come ho affermato altrove, la pandemia da COVID -19 è una crisi gemella. La crisi economica stava già ribollendo (perché il capitalismo non è riuscito a svalutare adeguatamente i capitali dopo la crisi del 2008) e il coronavirus ha innescato e aggravato questa crisi. La risposta dell'UE è stata simile a quella degli Stati Uniti, ma con una marcata differenza nella "potenza di fuoco" politica. Come dopo la crisi del 2008, gli Stati Uniti e l'UE hanno intrapreso politiche social-liberali (quindi politiche non neoliberiste) dettate dall'ormai dominante New Keynesian Macroeconomic Consensus. Queste politiche implicano tipiche misure keynesiane: politica fiscale espansiva e politica monetaria accomodante. Implicano anche un insulto al neoliberismo: una politica industriale discreta. Tuttavia, e contrariamente alla "sinistra" miope e riformista anti-neoliberista, queste politiche sono neoconservatrici e non a favore del lavoro e della classe operaia. Condividono con il neoliberismo l'onere sul lavoro, ma si allontanano radicalmente dal neoliberismo utilizzando attivamente il settore pubblico per sostenere la redditività capitalista.

Come ho già detto, l'UE ha seguito questa strada. Ma le "munizioni" utilizzate (cioè l'espansione fiscale e monetaria) sono nettamente inferiori a quelle impiegate dagli Stati Uniti. Ciò deriva da due fattori:

(a) La Germania (e il blocco "prudente" che la circonda) non vuole espandere molto questi pacchetti poiché portano l'onere principale per il loro finanziamento.

(b) Gli Stati Uniti hanno più margini di manovra a causa del ruolo dominante del dollaro come principale valuta di riserva mondiale.


2. Pensi che i soldi del NGEU rappresentino un potenziale radicale mutamento delle politiche economiche europee o l’emergenza verrà usata per una transizione ad un modello di società peggiore di quella pre-Covid?


2. Come ho già sostenuto, queste politiche neoconservatrici social-liberali non miglioreranno la posizione dei lavoratori. La NGEU è uno strumento per ristrutturare il capitalismo europeo di fronte agli antagonismi di Stati Uniti e Cina. Le sue priorità privilegiano specifici interessi settoriali (dettati grossolanamente dai principali conglomerati dell'UE) e seguono una strategia industriale che aspira a rafforzare la loro posizione nei confronti delle loro controparti statunitensi e cinesi.

La NGEU obbedisce alla direttiva di creare "campioni europei" (cioè grandi conglomerati multinazionali europei in grado di confrontarsi con i concorrenti statunitensi e cinesi). Pertanto, porterà ad una maggiore concentrazione e centralizzazione del capitale (cioè oligopolizzazione e monopolizzazione). Ciò colpirà duramente i capitalismi periferici e mediterranei che sono caratterizzati da un enorme strato di imprese di medie dimensioni. Per quanto riguarda il lavoro, non vi è alcun impegno ad aumentare i salari. Al contrario, la ripresa pianificata si basa sul contenimento dei costi salariali. Certo, il capitalismo può fare piani, ma è anche pieno di contraddizioni. Così, a causa di questa violenta ristrutturazione capitalistica, appare oggi – almeno per quanto riguarda il lavoro specializzato – una mancanza di offerta di lavoro che si traduce in un aumento dei salari in questi settori.


3. Per il futuro post-pandemia, pensi sia una strategia da sostenere quella del Green New Deal? Negli ultimi mesi ci sono state molte discussione interne ai sindacati in Italia sull’uso di questo tipo di politiche economiche per creare posti di lavoro ben remunerati per i laureati, favorire una situazione di piena occupazione da associare alle politiche di “lavoro garantito”. Te cosa ne pensi?


3. Il Green New Deal è parte integrante di questa ristrutturazione capitalista social-liberale neoconservatrice. È stato promosso come il New Deal keynesiano dei nostri tempi. E la maggioranza miope e riformista della "sinistra" occidentale si è immediatamente lanciata su di esso, agendo come i migliori propagandisti del capitalismo. Il Green New Deal è in gran parte una strategia industriale cripto-protezionista che mira a sostenere i capitali occidentali contro la sfida della Cina e dei mercati emergenti.

È verde solo di nome in quanto oscilla tra (a) respingere i concorrenti (con credenziali verdi peggiori) e (b) non danneggiare gli interessi acquisiti dei capitali occidentali (imponendo dure restrizioni verdi). I recenti conflitti normativi in ​​materia di energia e logistica sono casi esemplari.

Non prevede aumenti salariali. Questa è una fantasia della maggioranza della "sinistra" occidentale riformista. Al contrario, a causa della ristrutturazione capitalista che essa comporta, molti posti di lavorno andranno perduti. In Grecia abbiamo l’esempio della brusca chiusura delle fabbriche di elettricità a lignite. Ciò ha aumentato i costi dell'energia elettrica per l'economia greca (che si ripercuotono sulle bollette dei consumatori e aumentano la povertà energetica) e sta devastando le regioni con la lignite (causando un aumento della disoccupazione e della povertà). Naturalmente, d'altra parte, favorisce specifici interessi imprenditoriali con enorme influenza sui governi greci (SYRIZA inclusa).

Non c'è piena occupazione e aumento dei salari nella favola del Green New Deal. I sindacati che giocano a questo gioco sono semplicemente pedine del capitale. Se si dà un'occhiata alla letteratura ambientalista tradizionale, si scoprirà che si insiste molto sul fatto che l'esistenza dei sindacati è anti-ambientalista perché favoriscono i salari rispetto alle politiche verdi. La conclusione è che questi due elementi sono in contraddizione.


4. La pandemia ha messo in luce le carenze del welfare in Europa dovute alle politiche di austerità dei decenni passati. Pensi che questa esperienza possa essere utilizzata per riformare in meglio il welfare? Alcune organizzazioni comuniste hanno anche fatto emergere il tema di un reddito universale di base per risolvere i problemi legati all’assenza di reddito creati dal lockdown. Pensi sia una soluzione praticabile e con cui risolvere anche il problema della disoccupazione in Europa o piuttosto che rappresenti una rassegnazione nei confronti degli alti tassi di disoccupazione dei nostri paesi?


4. Nel breve e nel medio periodo si registra un aumento dei finanziamenti al settore della sanità pubblica perché è l'unico in grado di affrontare la pandemia. Tuttavia, le aree più redditizie (vaccini, farmaci, ecc.) sono state mantenute nelle mani del settore privato e sovvenzionate con denaro pubblico. Mi aspetto che, una volta che la pandemia si sarà calmata, si invertirà almeno in parte l'espansione del settore sanitario pubblico e rinvigorirà la quota del settore sanitario privato.

Per quanto riguarda il sistema di welfare in generale, il liberalismo sociale non è migliore del neoliberismo. Anche il liberalismo sociale vuole contenere la spesa pubblica; soprattutto nelle economie occidentali che invecchiano. Tuttavia, è più intelligente del neoliberismo e comprende che il settore pubblico deve essere la spina dorsale del sistema e sostenere i costi principali. Inoltre, è richiesta quella rigorosa regolamentazione da parte dello stato o degli organismi parastatali (come le famigerate autorità di vigilanza indipendenti) altrimenti i capitali privati causeranno il caos.

Sono totalmente in disaccordo con l'idea del reddito universale di base. È una proposta neoconservatrice lanciata inizialmente da M.Friedman. È considerato sia dai social-liberali che dai neoliberisti come una bassa rete di sicurezza per prevenire sconvolgimenti e rivoluzioni sociali. Funzionerà anche come disincentivo alle lotte per l'aumento dei salari. Ricorda la politica dell'impero romano di "panem et circenses” per tenere sottomesso il proletariato romano.


5. Recentemente in Grecia è stata prolungata la giornata di lavoro a dieci ore. Puoi spiegarci questa novità in quale piano di ristrutturazione del capitalismo greco rientra?


5. Questo è parte integrante delle politiche neoconservatrici di flessibilità del lavoro (che ancora una volta la maggior parte della miope e riformista "sinistra" occidentale ha sposato e propagandato). Prolungherà l'orario di lavoro effettivo a scapito della crescente disoccupazione. Aumenterà anche il tasso di plusvalore (cioè di sfruttamento del lavoro) in quanto viene praticamente abolito lo straordinario (che veniva pagato di più) e il lavoro extra non viene pagato ma ricompensato con ferie aggiuntive (!!!). Il piano del capitalismo greco è quello di sopprimere ulteriormente i costi salariali.


6. In Italia si sta discutendo in questi giorni sullo sblocco dei licenziamenti che erano stati bloccati dall’inizio della pandemia. I sindacati si sono opposti all’idea di uno sblocco selettivo in base alla situazione di ogni singolo settore chiedendo una riforma degli ammortizzatori sociali. Ci sono state discussioni simili anche in Grecia?


6. C'è una dichiarazione generale del governo sul bilancio pubblico che sostiene il suo esaurimento e, una volta passta la pandemia, queste misure di protezione dell'occupazione saranno ritirate. In Grecia, le aziende che hanno ricevuto sussidi e sostegno contro la pandemia sono state obbligate a non licenziare i propri dipendenti. D'altra parte, i loro lavoratori, una volta posti in sospensione dal lavoro (cioè lavoravano di meno) venivano pagati solo una frazione del loro salario normale. Al giorno d'oggi, molti portavoce imprenditoriali (in particolare dal vergognosamente disinibito settore turistico) sostengono che questi sistemi di protezione dell'occupazione sono disastrosi poiché i lavoratori preferiscono prendere questi sussidi invece di lavorare per salari magri in altri luoghi lontani dalla propria residenza.

C'è un'altra complicazione. Questi sistemi di occupazione hanno facilitato trucchi statistici con il tasso di disoccupazione e quindi lo hanno mantenuto artificialmente basso. Ciò è necessario per il governo di Nuova Democrazia di destra che cerca di progettare un piano di doppia elezione probabilmente in autunno (sfruttando le pessime prestazioni di SYRIZA). L'aumento della disoccupazione non è positivo per questa strategia elettorale. Pertanto, il governo evita per il momento di eliminare questi sistemi di protezione dell'occupazione. Ma alla fine, elezioni o non elezioni, li abolirà.

I sindacati ufficiali (GSEE ecc.) in Grecia sono principalmente tirapiedi del governo e del capitale. Si svolgono quindi discussioni serie su questi temi e il pubblico non vi presta comunque attenzione.


7. In questa fase di ripresa delle attività economiche, gli imprenditori italiani stanno criticando il reddito di cittadinanza. I giovani preferiscono ricevere questo reddito piuttosto che salari molto bassi per molte ore di lavoro nel settore del turismo o della ristorazione. Invece che aumentare i salari, chiedono la cancellazione del reddito di cittadinanza. Questa vicenda rende plateale un problema: spesso si è poveri pur lavorando a causa di salari molto bassi. Secondo me, è un problema legato al sistema produttivo italiano specializzato in produzioni a basso valore aggiunto. Di conseguenza, molte aziende possono rimanere sul mercato o con i soldi pubblici oppure comprimendo i salari e i diritti dei lavoratori. Questi problemi, saranno accentuati dalle conseguenze della pandemia? Come dovrebbe intervenire su questi problemi una forza politica che difende i lavoratori?


7. Ho già risposto a questo nelle domande precedenti. Permettetemi di chiarire il mio punto di vista. I fallimenti e gli esuberi aumenteranno dopo la rimozione dei sistemi di protezione. Questo è il corso naturale di una crisi capitalista. I governi borghesi intervengono in questo ciclo cercando di scaricare parte del peso della crisi principalmente sui singoli capitali ma anche sul lavoro. Lo fanno perché temono che se la crisi avrà luogo senza alcuna protezione, il sistema dovrà affrontare il collasso economico e la rivoluzione sociale. Tuttavia, una volta superato lo zenit della crisi, i costi di queste politiche devono essere pagati. Non c'è pranzo gratis nel capitalismo e la Modern Monetary Theory (MMT), essenzialmente keynesiana, è totalmente sbagliata (per una critica vedi qui).

Il movimento comunista e la sinistra (degna di questo nome) dovrebbero perseguire una politica di classe contro il capitalismo e allo stesso tempo lottare perché il peso della crisi sia pagato dal capitale e non dal lavoro. Il sistema appartiene al capitale e, quindi, è il capitale (e non il lavoro) che deve pagare la sua crisi gemella (salute ed economia).

Ma la sinistra e il movimento comunista devono vedere chiaramente chi è il vero avversario. I lacrimosi anti-neoliberisti e gli appelli per un maggiore interventismo statale non sfidano le politiche capitaliste. Supportano semplicemente il cambio degli amministratori del sistema. Il neoliberismo è morto e lo Stato borghese - che non è mai uscito su questioni cruciali - è già tornato. Ma l'ortodossia social-liberale di oggi promette semplicemente alla classe operaia alcune aspirine come cura per i tumori socio-economici che il sistema crea. È questo interventismo statale di ritorno che sostiene generosamente il capitale e cerca di trasferire l'onere sui lavoratori. E sono le politiche neo-keynesiane dominanti che sono il veicolo di questo cambiamento oggi. La sinistra e il movimento comunista devono lottare contro tutte le forme di ristrutturazione capitalista; neoliberista e social-liberale e proporre il socialismo come unica alternativa credibile.

In termini di richieste di transizione, i comunisti e il movimento operaio devono lottare per la de-mercificazione di aree chiave dell'attività economica e la fornitura dei loro prodotti e servizi attraverso i sistemi pubblici. Il caso della salute è oggi l'esempio perfetto. L'istituzione di sistemi sanitari pubblici (con forti finanziamenti e personale e senza forme indirette di privatizzazione) è un'urgente necessità; soprattutto data la frequenza delle grandi epidemie contemporanee. Il finanziamento di questi servizi deve basarsi su solidi sistemi di tassazione progressiva che colpiscono il capitale.

Inoltre, devono opporsi fermamente alla "nuova normalità" che il capitale sta cercando di imporre. L'indebolimento della normativa a tutela del lavoro non deve essere tollerata e quest'ultima deve essere ulteriormente rafforzata. Particolare attenzione deve essere rivolta al previsto cambiamento dei rapporti di lavoro attraverso il telelavoro e le nuove forme di controllo e intensificazione del lavoro che il capitale cerca di imporre.

Ultimo, ma non per importanza. La pandemia da coronavirus e il "distanziamento sociale" imposto hanno gravemente limitato i diritti politici e sociali. È già evidente che il sistema sta sperimentando questi limiti sia per la loro applicazione generale che per nuove forme di manipolazione ideologica del popolo. La sinistra e il movimento comunista devono respingere fermamente questi sforzi.


8. Una forma di lavoro che si è diffusa rapidamente a causa della pandemia è lo smartworking. La sua diffusione ha portato a molte discussioni nei sindacati in Italia. Personalmente ho associato questa forma di lavoro al lavoro a domicilio analizzato da Marx nel Capitale. Sembra che lo scenario lavorativo contemporaneo si stia muovendo verso quella che Ricardo Antunes chiama “uberizzazione” del lavoro – un inarrestabile modus operandi imprenditoriale, che cerca il profitto e l'aumento del valore del capitale attraverso forme di lavoro precario in espansione su scala globale. Pertanto, questa "uberizzazione" del lavoro, sommata alle lacune legislative e alle loro possibili conseguenze dannose, favorisce l'emergere di una serie di difficoltà legate al lavoro a distanza: individualizzazione dei compiti, isolamento sociale, perdita di azione collettiva, cattiva gestione del tempo, aumento del carico di lavoro, distrazione e interferenza familiare durante lo svolgimento del lavoro, con conseguenze sulla salute fisica e psichica del lavoratore. Pensi che questa forma di lavoro possa ancora espandersi o subirà un brusco declino appena finita la pandemia?


8. Ne ho già parlato nelle domande precedenti. Vorrei aggiungere alcuni punti.

Nell'ambito delle sue politiche di ristrutturazione, il capitale tenta nuovamente di esternalizzare diversi lavori che possono essere coinvolti da questo processo. Nell'attuale clima socio-politico, questa esternalizzazione riduce al minimo i costi del capitale e li sposta verso i lavoratori precari (pubblicizandoli come "imprenditori di se stessi" e cercando di instillare loro questa ideologia reazionaria).

Tuttavia, ci sono contraddizioni in questa politica poiché il capitale può minimizzare i suoi costi ma perde la sua capacità di controllare e dirigere questi lavoratori. Il sistema di fabbrica è stato creato con il capitalismo perché solo attraverso di esso si poteva realmente stabilire la prerogativa manageriale del capitalista (la sussunzione reale del lavoro al capitale) e ottenere continui aumenti della produttività del lavoro. L'"uberizzazione" pone il pericolo di perdere la capacità del capitale di dirigere e controllare in modo efficiente il lavoro. Per evitare questa possibile perdita, vengono sostenuti costi aggiuntivi di supervisione e controllo (telecamere, applicazioni ecc.). L'equilibrio finale è tutt'altro che sicuro. Lo stesso vale per il suo impatto ideologico.


9. La pandemia ha dimostrato quanto sia ancora centrale il lavoro, smentendo clamorosamente tutte le analisi sulla fine del lavoro emerse negli ultimi quarant’anni. È un’ulteriore prova a favore della validità della teoria del valore-lavoro di Marx?


9. La teoria del valore-lavoro di Marx vale in ogni caso. La crisi gemella di oggi, ancora una volta, verifica la centralità del lavoro. Tuttavia, il capitale e i suoi portavoce, anche prima della crisi, hanno propagandato la fine del lavoro attraverso il marketing dell'inesistente 4a rivoluzione industriale (per una critica vedi qui). La svolta verso l'automazione durante la pandemia di COVID-19 ha aumentato questo attacco ideologico. Dopotutto, è sempre la fantasia del capitalismo un mondo senza la fastidiosa presenza del lavoro. Il problema è, come mostra in modo molto appropriato il marxismo, che se non ci sono lavoratori allora non c'è capitale.


 

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