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lunedì 17 febbraio 2020

0 INTERVISTA AL PROFESSOR PATNAIK


Prabhat Patnaik, nato a Jatani il 19 settembre del 1945, è uno dei principali economisti marxisti dell’India. Tramite una borsa di studio ha la possibilità di studiare al Daly College di Indore ed in seguito si laurea in economia al St. Stephen’s College di Nuova Delhi. Ad Oxford consegue il proprio dottorato per poi tornare in patria nel 1974 per insegnare, fino al pensionamento avvenuto nel 2010, presso il Centre for Economic Studies and Planning (CESP) della Jawaharlal Nehru University di Nuova Delhi. Specializzato in macroeconomia ed economia politica, è uno dei più attenti osservatori e critici della politica economica del governo indiano. Feroce critico delle politiche economiche neoliberiste e del nazionalismo hindu, ha pubblicato numerosi articoli e libri in diverse lingue.
Tra i più importanti vorrei ricordare: A Theory of Imperialism, scritto con sua moglie Utsa Patnaik, altra importante economista marxista indiana, The Value of Money,
Re-Envisioning Socialism e Demonetisation Decoded – A Critique of India’s Currency Experiment.


1) Professor Patnaik, lei è un marxista in un paese che scivola sempre di più a destra. Il fondamentalismo indù di Modi ha molto in comune con lo sciovinismo di Abe in Giappone, Trump, Orban e Salvini. Come si materializza questo fondamentalismo indù in economia e che rapporto ha con la gestione dell’ordine neoliberista?

1) L’attuale partito al governo del paese è stato istituito dalla RSS [Rashtriya Swayamsevak Sangh, Organizzazione Nazionale Patriottica] come suo braccio politico. La RSS è un’organizzazione fascista istituita nel 1925 che aveva inviato un emissario a Mussolini e aveva grande ammirazione per il fascismo tedesco e italiano.

La sua recente ascesa improvvisa ha molto a che fare col sostegno ricevuto dall’oligarchia corporativo-finanziaria del paese, a sua volta legata alla crisi dell’ordine neoliberista che a mio parere si è arenato. In precedenza, l’ordine neoliberista aveva autonomamente ottenuto supporto promettendo un’alta crescita, prosperità e occupazione. Siccome queste promesse hanno iniziato a suonare come parole vuote durante il periodo di crisi, il neoliberismo ora ha bisogno di un nuovo pilone per sostenere la sua egemonia; e il suprematismo indù funge proprio da nuovo puntello.

L’attuale governo fascista non solo persegue con vigore l’agenda neoliberista, ma è più vicino di qualsiasi altro governo precedente all’oligarchia corporativo-finanziaria. Il suo deliberato smantellamento del settore pubblico, la sua decisione di imporre un’unica imposta sui beni e sui servizi come richiesto da questa oligarchia, il suo attacco ai sindacati e i suoi piani di modifica delle leggi sul lavoro a scapito dei lavoratori, il suo calpestare i diritti degli stati e l'indebolimento del federalismo, il suo dilagante clientelismo e gli enormi tagli fiscali alle imprese elargiti (apparentemente per stimolare l’economia), sono tutti sintomi della sua estrema vicinanza al capitale multinazionale.

Il suo problema, tuttavia, è che, a differenza degli anni Trenta, quando maggiori spese militari, finanziate dal debito pubblico, avevano portato i paesi fascisti fuori dalla Grande Depressione, il fascismo contemporaneo è incapace di aumentare l’occupazione o di alleviare la crisi economica. Questo perché l’unico modo in cui il governo può stimolare fiscalmente l’economia è spendendo di più e finanziarla sia attraverso un deficit fiscale che attraverso le tasse sui capitalisti (maggiori spese pubbliche finanziate dalle tasse sui lavoratori non aggiungono molto alla domanda aggregata, in quanto i lavoratori spendono comunque la maggior parte dei loro redditi); ma il capitale finanziario non gradisce tali modalità di finanziamento delle spese statali. E oggi, quando il capitale finanziario è internazionale, mentre lo Stato rimane uno Stato-nazione, le obiezioni della finanza giocano un ruolo decisivo (altrimenti ci sarà un deflusso finanziario e quindi una crisi finanziaria). Questo fatto impedisce qualsiasi attivismo fiscale. E la politica monetaria è abbastanza irrilevante per stimolarne l’attività.

2) A suo avviso, quali sono stati i punti di forza e di debolezza della pianificazione economica dell’epoca di Nehru, che ebbe la consulenza di un grande economista marxista come Charles Bettelheim?

2) Sebbene l’India non fosse un’economia socialista, la pianificazione di Nehru prese come modello la pianificazione sovietica. Aveva due grandi punti di forza: uno era quello di costruire il settore pubblico come baluardo contro le multinazionali; il secondo era quello di rendere il paese il più possibile autosufficiente, in modo da non essere suscettibile a pressioni imperialiste. L’India ha sviluppato le proprie capacità tecnologiche in tutta una serie di industrie e potrebbe così affermare la propria indipendenza nei confronti delle multinazionali straniere. Ciò, tra l’altro, è tornato utile per il paese anche dopo l’introduzione del neoliberismo, quando la forte base di istruzione tecnica del paese (gli istituti di tecnologia finanziati con fondi pubblici) ha permesso il rapido sviluppo di un’industria nazionale di software per computer.

Il primo punto debole della pianificazione di Nehru è stata l’incapacità di effettuare una completa ridistribuzione delle terre. Lo sviluppo dell’agricoltura, che si è affermato come requisito necessario per l’industrializzazione, ha avuto luogo sulla base di una miscela di capitalismo latifondistico e capitalismo “kulako”, di conseguenza, i benefici dello sviluppo dell’agricoltura non sono stati equamente ripartiti tra la popolazione rurale. Ciò ha significato un aumento della disuguaglianza di reddito (anche se non è diventato così ingente come nel periodo neoliberista), che ha mantenuto limitato il mercato interno per l’industria. Inoltre ha conservato nelle campagne la vecchia struttura sociale di potere, con la sua ideologia di disuguaglianza per caste.

Il secondo punto debole del modello nehruviano è che non c’era una grande devoluzione delle risorse e del processo decisionale agli organi eletti localmente nei villaggi, il che impedì la fioritura dell’iniziativa locale. In breve, un sistema di pianificazione pesantissimo fu imposto a una struttura sociale che non era sufficientemente convertita, cosa che contribuì alla crisi finale del modello nehruviano, e facilitò il suo superamento. (Anche se, naturalmente, dato il potere che il capitale finanziario internazionale aveva acquisito, e dato inoltre il crollo dell’Unione Sovietica, è dubbio se l’India avrebbe potuto resistere alla pressione per l’introduzione di politiche neoliberiste in assenza di una mobilitazione di massa che però all’epoca non era fattibile).

Ma siccome in questo periodo c’è molta diffamazione dell’era di Nehru, devo sottolineare un fatto significativo. La disponibilità di cibo pro capite nell’«India Britannica» all’inizio del XX secolo era di circa 200 kg; era scesa precipitosamente a meno di 150 kg all’epoca dell’indipendenza nel 1947; dopo l’indipendenza è salito a circa 180 kg fino alla fine degli anni ’80, quando il paese ha intrapreso la svolta neoliberista; sotto neoliberismo c’è stato di nuovo un calo della disponibilità di cibo pro capite a circa 170 kg. 

 
3) Che analisi può darci dell’insurrezione maoista dei Naxaliti e che rapporto ha con la natura periferica del capitalismo indiano ?

3) Il problema con i maoisti indiani è che la loro analisi rimane bloccata negli anni Trenta e Quaranta. I maoisti senza dubbio articolano le sofferenze delle tribù, dei dalit e di altri gruppi estremamente oppressi, ma non si può fare una rivoluzione con il sostegno di solo il 20% della popolazione. Alla questione difficile di come unire tutti i lavoratori, gli operai, gli operai agricoli, gli artigiani, i contadini che sono stati tutti vittime del neoliberismo (più di trecentomila contadini si sono suicidati negli ultimi venticinque anni) si deve rispondere nel contesto specifico dell’India contemporanea, che è diverso dalla Cina degli anni Trenta e Quaranta.

Permettetemi di fare un esempio. Le elezioni basate sul suffragio universale avvennero in Francia, il paese della rivoluzione borghese classica, per la prima volta nel 1945. L’Inghilterra si era avvicinata al suffragio universale nel 1928 quando le donne avevano ottenuto il diritto di voto. In India il suffragio universale è stato incorporato nella Costituzione ed è stato introdotto per la prima volta nelle elezioni del 1952. Fu un enorme avanzamento, un grande guadagno per gli oppressi, in una società che era stata caratterizzata da millenni di disuguaglianza istituzionalizzata sotto forma del sistema delle caste.

Per essere sicuri che i risultati elettorali siano determinati dal potere monetario, le classi dominanti hanno tutto l’interesse a ridurli a farsa, proprio perché la sinistra deve lottare per renderli significativi, per rendere reale la democrazia. Ma boicottare le elezioni perché i marxisti classici, tutti precedenti all’introduzione del suffragio universale, erano scettici al riguardo, significa vivere nel passato. E affermare che una dittatura monopartitica, anche da parte di un partito comunista, può rappresentare una forma di governo superiore a quella di un governo eletto a suffragio universale, significa chiudere gli occhi sulla realtà.

C’è troppa mancanza di coerenza nell’analisi della situazione indiana da parte dei maoisti.

4) Ritiene il vicino modello cinese una possibile alternativa da proporre per una forza comunista indiana al paese?

4) Non sono sicuro che cosa intendi dire come “modello cinese”. Il modello di Mao certamente è diverso da Deng Xiaoping. Non voglio certo che l’India emuli l’attuale modello cinese, nonostante il suo grande successo nel raggiungere tassi di crescita impressionanti, né voglio che anche l’India segua il modello di Mao, benché ci siano molti aspetti che gradisco.

Non mi piace l’attuale modello cinese perché non sono a favore di dittature monopartitiche che finiscono immancabilmente per spoliticizzare gli operai e i contadini; a mio parere non è questo il socialismo. Inoltre, l’attuale modello economico cinese ha prodotto enormi disuguaglianze in termini di reddito e distribuzione della ricchezza, ha prodotto un consumo dilagante, e un senso di concorrenza tra le persone invece di un senso di solidarietà, e nessuna di queste è la mia idea di una società che si muove verso il socialismo.

Il mio problema con il modello maoista riguarda più la sua politica, e non tanto la sua economia. Una dittatura monopartitica, come ho già detto, non è la mia idea di socialismo. Tuttavia, nell’ambito economico, l’enfasi di Mao sulla regolazione del cambiamento tecnico per raggiungere la piena occupazione, sull’evitare il consumismo, sull’accettazione volontaria di un modello di consumo nella società tale per cui tutti rimangano occupati, e soprattutto sulla costruzione di solidarietà tra le persone invece che di competitività che le esclude reciprocamente, è qualcosa che accetto.

Tra i marxisti c’è la tendenza a sottolineare esclusivamente lo sviluppo delle «forze produttive» come conditio sine qua non del socialismo. Mao ha respinto questa concezione del marxismo e io accetto la sua posizione al riguardo.

Ma nel complesso vorrei che la via indiana verso il socialismo fosse sui generis; a livello economico deve comportare non la decimazione della piccola produzione, che è quello che fa il capitalismo, ma la sua protezione e promozione e la graduale trasformazione in forme collettive di proprietà e pure la sua riqualificazione tecnologica. A livello politico deve implicare un approfondimento della democrazia così come esiste, piuttosto che una sostituzione della democrazia con una dittatura monopartitica.

5) Difende, con la sua risposta a David Harvey, “A theory of imperialism” la validità della Teoria della Dipendenza. Fondamentalmente lei ribadisce che una forma periferica di capitalismo non è segno del sottosviluppo ma come questo modo di produzione si materializza in quel luogo specifico e in un rapporto di dipendenza con il centro del sistema-mondo capitalista. Secondo lei come può una nazione dipendente rompere questo legame? Ad esempio, Samir Amin propose la disconnessione, lei cosa ne pensa?

5) In assenza di una «disconnessione», è impossibile per un paese periferico essere autonomo  nel perseguire politiche di sua scelta e quindi uscire dalla morsa dell’imperialismo. Anche quando il paese periferico fa bene in termini di crescita del PIL, come ha fatto l’India fino a poco tempo fa, non può migliorare le condizioni dei lavoratori. Anche una crescita accelerata del PIL in un regime globalizzato sarebbe accompagnata da una crescente povertà e malnutrizione. Ciò è dovuto al fatto che, come abbiamo sostenuto nel nostro libro sull’imperialismo, in assenza di misure di «aumento della terra disponibile» [land-augmentation] alla periferia, la crescente domanda di beni primari da parte della metropoli è soddisfatta solo attraverso una stretta sull’assorbimento locale di tali merci, o di altre merci che utilizzano la stessa terra. E misure di «aumento della terra disponibile» richiedono un’attività indipendente dello Stato che non è possibile finché lo Stato deve agire secondo i capricci del capitale finanziario internazionale. In caso contrario, in un regime globalizzato ci sarà una massiccia fuga di capitali che causerà una crisi finanziaria.

Di conseguenza, sono indispensabili i controlli sui capitali che impediscono tali fughe e, una volta instaurati i controlli sui capitali, i disavanzi della bilancia dei pagamenti dovranno essere rispettati, non attraverso gli afflussi finanziari attuali, ma attraverso controlli commerciali. Tali controlli commerciali diventeranno ancora più necessari se l’imperialismo imporrà sanzioni commerciali in risposta ai controlli sui capitali. È quindi assolutamente necessario «disconnettersi» dal regime di relativo libero scambio e dei flussi di capitali.

Ma che cosa si fa insieme alla «disconnessione»? Un paese periferico deve perseguire una strategia di sviluppo che protegga l’agricoltura contadina; effettua la ridistribuzione della terra; intraprende misure di «aumento della terra disponibile»; aumenta la produzione pro capite e la disponibilità di cereali; industrializza non rimuovendo dalla terra la popolazione dipendente dall’agricoltura, cioè non effettuando l’«accumulazione primitiva di capitale», ma organizzando questa popolazione in cooperative e collettivi volontari e lasciando che tali collettivi (a parte il settore pubblico) diventino essi stessi proprietari dell’industria; e fornisce l’istruzione universale gratuita e l’assistenza sanitaria attraverso le istituzioni pubbliche.

Tutto ciò naturalmente richiede un cambiamento nella natura di classe dello Stato. In realtà solo uno Stato di lavoratori e contadini avrà la volontà e la predisposizione a «disconnettersi» dalla globalizzazione per fare tutto ciò.

6) Lei spesso ha parlato delle vecchie economie del socialismo reale come prive di crisi di sovrapproduzione e di disoccupazione. Non è l’opinione di alcuni economisti marxisti come Charles Bettelheim che ha dimostrato la presenza in quei sistemi di crisi cicliche e dell’uso delle categorie del mercato nei piani quinquennali elaborati dalla classe dirigente comunista. In fondo questa era una delle critiche principali di Mao all’URSS ed uno dei motivi che hanno scatenato la Rivoluzione Culturale. Lei ritiene fondate queste critiche e se si, come possono influire sullo sviluppo di una pratica economica tendente al socialismo?

6) I vecchi paesi socialisti avevano cicli di investimento, ma non di reddito. I cicli di investimento non hanno portato a cicli di reddito perché il rapporto moltiplicatore è stato tagliato: se a causa di un basso investimento in un certo anno, le merci sembravano essere in eccesso di offerta, poi i prezzi sono stati abbassati assieme ai salari in denaro determinati, in modo che i salari reali, e quindi la domanda di consumo, aumentassero per compensare la riduzione della domanda dovuta alla riduzione degli investimenti. In un’economia capitalistica gli investimenti ridotti riducono anche i consumi e quindi il reddito complessivo, siccome i prezzi sono legati ai salari in denaro e non possono essere abbassati rispetto ai salari in denaro. Le economie socialiste tagliano questo stretto legame tra salari monetari e prezzi. Questi ultimi potrebbero scendere rispetto ai salari in denaro in periodi in cui vi sembrava essere domanda altrimenti insufficiente. (Per inciso, ciò non porterebbe mai a perdite da parte di tutte le imprese considerate nel loro insieme. Alcune imprese possono subire perdite mentre altre no, ma non ha importanza poiché tutte le imprese sono di proprietà dello Stato).

A loro volta, i cicli di investimento potrebbero aumentare a causa degli «effetti eco»: se gli investimenti fossero stati effettuati in modo frammentato in un certo periodo iniziale, allora tutti questi strumenti sarebbero stati più o meno demoliti circa nello stesso periodo, e quindi causa un altro ciclo di raggruppamento di investimenti. Le fluttuazioni degli investimenti sono avvenute anche a causa dei cicli dell’agricoltura: in anni di cattivo raccolto, ad esempio, gli investimenti sono stati tagliati. Questi cicli di investimento non hanno quindi nulla a che vedere con l’uso di “categorie di mercato”. Al contrario, le economie socialiste hanno evitato la crisi di sovrapproduzione a causa del meccanismo che ho appena descritto.

L’esistenza del mercato in un’economia non la rende orientata di per sé al mercato. Per esempio, si può avere un sistema in cui l’aggregato dei beni di consumo prodotti è distribuito attraverso il mercato, ma che non rende l’economia retta dal mercato, in quanto in un’economia guidata dal mercato, le decisioni di produzione e di investimento sono prese interamente sulla base dei segnali da parte del mercato. Questa è la causa delle crisi.

La disoccupazione nasce non solo a causa delle crisi, ma anche perché un’economia di mercato non può fare a meno di un esercito di manodopera di riserva, poiché non ci sarebbe alcun limite superiore ai prezzi e salari se ci fosse la piena occupazione, cioè in assenza di un esercito di manodopera di riserva. Quindi, riferendosi alle economie socialiste precedenti, che non avevano alcuna disoccupazione «retta dal mercato», sarebbe a mio parere del tutto sbagliato.

In realtà, credo che il problema della pianificazione nell’Unione Sovietica sia altrove, cioè nell’eccessiva centralizzazione del processo decisionale. Ciò dovrebbe essere evitato in un’economia del Terzo mondo che sta tentando di costruire il socialismo con sostanzialmente un settore di piccola produzione, compreso l’agricoltura contadina. Tale economia deve dare a tutti un salario, indipendentemente dal fatto che la persona sia occupata o meno, e dovrebbe istituire una serie di controlli centrali. Poiché un’economia di questo tipo con un notevole decentramento deve disporre in misura significativa di mediazioni di mercato, disporre di controlli centrali è essenziale per mantenerla vicina alla piena occupazione e ad una distribuzione egualitaria del reddito.

A mio parere, questioni quali l’esistenza o meno del mercato e la quota di proprietà sociale dei mezzi di produzione non sono di per sé importanti. Il capitalismo credo sia un sistema “spontaneo” o semovente, soggetto alle proprie tendenze immanenti; e non ci può essere libertà a meno che questo sistema sia rovesciato. Gli accordi economici del socialismo devono essere tali da superare questa spontaneità.

7) Molti paesi dell’Asia sono stati in grado di uscire dalla trappola del sottosviluppo non rispettando i dogmi imposti dal FMI, penso al capitalismo assistito di Singapore o della Corea del Sud. Lei come si confronta con quello che Zizek, riprendendo Lee Kuan Yew, chiama “capitalismo dai valori asiatici”?

7) Non credo che esista il «capitalismo dai valori asiatici», tranne forse come un fenomeno di passaggio o di transizione. Il capitalismo, essendo un sistema spontaneo, imprime abbastanza spontaneamente i suoi valori in ogni società che penetra. Esso mercifica tutto, introduce la concorrenza al posto della cooperazione, e diffonde il consumismo e l’egocentrismo ovunque (eccetto qualora si sviluppi tra i lavoratori una controcultura contro il capitalismo). Così i cosiddetti «valori asiatici» non possono durare a lungo di fronte al capitalismo; non ci può essere alcun fenomeno duraturo definito «capitalismo dai valori asiatici».

La spontaneità non significa assenza di assistenza statale. Infatti lo Stato può favorire le tendenze spontanee del capitalismo, al fine di accelerarne il funzionamento. La domanda da porsi è, quindi, in quale misura Singapore e Corea del Sud confutino la tesi secondo cui lo sviluppo del Terzo mondo è impossibile sotto il capitalismo. A mio parere sostenere che lo facciano è ingannevole.

È perfettamente possibile che il centro si estenda ad alcune sacche del Terzo mondo, anzi, lo fa sempre. Ma la tendenza di base a generare povertà, come abbiamo spiegato nel nostro libro "Una teoria dell’imperialismo", non scompare. Se Mumbai, per esempio, fosse un paese separato che si aprisse per diventare una base per il capitale del centro, e che imponesse un divieto a tutta l’immigrazione dal suo entroterra, allora potrebbe benissimo diventare un «paese» prospero. In realtà, l’imperialismo sta sempre sostenendo tali esempi di «successo» per camuffare la sua tendenza di base a impoverire le masse del Terzo mondo. Ma la mia preoccupazione è con l’«entroterra».

Ciò pone l’importante questione su ciò che dovrebbe costituire l’unità di analisi. L’unità di analisi non può essere un «paese» giuridicamente definito. Poiché l’imperialismo è un fenomeno globale, dobbiamo guardare la totalità di ciò che esso fa ai popoli del Terzo mondo.

Consentitemi di fare solo un esempio. Tra i primi anni Ottanta e oggi, la produzione pro capite e la disponibilità complessiva nel mondo di cereali sono diminuite in termini assoluti; e questo vale per l’intero Terzo mondo, il che significa che oggi la fame è maggiore rispetto ai primi anni Ottanta. (Il consumo ridotto nei paesi avanzati a causa di un maggiore «salutismo» è troppo marginale per spiegare questo calo). Poiché è positiva l’elasticità della domanda di cereali al reddito disponibile, almeno nella fascia di reddito di cui fa parte il Terzo mondo, ciò deve comportare un peggioramento delle condizioni della popolazione. Pertanto, i tassi di crescita del PIL non parlano molto delle condizioni della popolazione. Si suppone che l’India abbia avuto un alto tasso di crescita del PIL a causa del neoliberismo, ma la sua povertà assoluta, nel senso della percentuale di persone che scendono al di sotto di una norma nutrizionale assoluta, nello stesso periodo è aumentata.

Quindi l’idea che la diffusione del capitalismo nei paesi del Terzo mondo eliminerà la povertà introducendo tassi di crescita del PIL più elevati è completamente sbagliata.

8) Nei suoi scritti è chiara l'influenza di due grandi economisti marxisti come Paul Sweezy e Paul Baran. Quanto deve a questi due economisti e che rapporta ha con Keynes, di cui “Il capitale monopolistico” raccoglie la sfida lanciata al marxismo?

8) Sia Baran che Sweezy sono stati influenzati da un altro grande economista marxista, Michał Kalecki, che è arrivato indipendentemente alle stesse conclusioni di Keynes nella sua Teoria Generale ma utilizzando categorie marxiste. Era un ingegnere di formazione la cui unica introduzione all’economia fu il Capitale di Marx e l’Accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg. Ciò mi porta a un problema di base con l’economia marxiana.

Marx aveva confutato la Legge di Say e aveva riconosciuto che il capitalismo è vulnerabile al problema di una carenza di domanda aggregata, quasi tre quarti di secolo prima di Keynes. Ma questa parte della sua scoperta scientifica è stata posta in secondo piano nella convinzione che la carenza di domanda aggregata era solo un problema ciclico automaticamente superato attraverso la rottamazione delle attrezzature. L’economia marxista continuò quindi come se questo problema non avesse alcuna importanza, se si considera il quadro medio per cicli.

Si tratta tuttavia di un errore; non vi è alcuna ragione logica per cui la rottamazione delle attrezzature dovrebbe superare una crisi di carenza di domanda aggregata. Ancora oggi pochissimi economisti marxisti riconoscono la carenza della domanda aggregata come la causa più potente della crisi del capitalismo.

Ora, Kalecki, Baran e Sweezy sono andati in netta controtendenza all’interno del marxismo, motivo per cui prendo molto seriamente il loro lavoro. Fra l’altro, Baran fu tra i primi marxisti a considerare il ruolo dell’imperialismo non solo nel senso leninista, ma anche nel colonialismo, nello sviluppo del capitalismo. Siccome ritengo che il capitalismo non possa essere visto come un sistema autonomo, che purtroppo è il modo in cui Marx lo aveva analizzato nel Volume I de il Capitale, mi trovo nella tradizione di Kalecki, Baran, e Sweezy. È questa tradizione del marxismo che è di grande rilevanza per i marxisti del Terzo mondo.

9) Mentre in Occidente l’onda lunga del ‘68, penso al mio paese, l’Italia, metteva in discussione il capitalismo fordista, iniziarono le prime delocalizzazioni in quello che veniva definito il Terzo Mondo, accompagnato dalla rivoluzione verde in agricoltura, la forzata apertura dei mercati di queste nazioni e dalle riforme cinesi del 1978. Di fatto avvenne una massiccia espulsione dei contadini dalla campagne che crearono gli slum nelle metropoli. A mio avviso, venne sabotata la forza rivoluzionarie delle masse contadine, le stesse che avevano condotto alla vittoria i comunisti in Cina, in Vietnam, nel Laos, in Corea e in Cambogia e che stavano combattendo in altre zone dell’Asia, come le Filippine, l’India, la Thailandia e la Birmania. Lei pensa che questa ristrutturazione complessiva del capitalismo abbia influito sulla possibilità di una larga vittoria delle forze comuniste almeno nei paesi del Terzo Mondo?

9) Non credo che l’espulsione dei contadini dalle campagne spieghi il riflusso rivoluzionario. In India, per esempio, ancora oggi quasi la metà della forza lavoro è impegnata nell’agricoltura come operai o contadini. Penso che in questo contesto vi siano altri due fattori di maggiore importanza.

Il primo è l’enfasi data nel marxismo allo «sviluppo delle forze produttive». Il socialismo è considerato come sinonimo di sviluppo di forze produttive, che poi si suppone significare un alto tasso di crescita. Io chiamo questa tendenza nel marxismo come «produzionismo». Il produzionismo ha vinto in Cina dopo una lotta lunga e accanita in cui Mao è stato impegnato senza successo. La vittoria del produttivismo è avvenuta in parte perché sembra conforme all’asserzione di base secondo cui il socialismo è sinonimo di sviluppo di forze produttive (e non di libertà umana) e in parte perché ha un grande fascino nel Terzo mondo, che ha visto così poco sviluppo in questa direzione. Inoltre, il fatto stesso che la delocalizzazione delle attività avvenisse sotto il capitalismo neoliberista ha dato alla tendenza «produzionista» nel marxismo nel Terzo mondo una credibilità di cui non aveva mai goduto prima.

Il secondo fattore è il peso sociale e le aspirazioni della gioventù della classe media, che vuole emulare lo stile vita occidentale. La globalizzazione neoliberista lo fa capire chiaramente: pur avendo giovato alla classe media e avendo goduto di un notevole sostegno all’interno di questa classe, ha al tempo stesso portato grandi difficoltà ai contadini. Infatti il conflitto tra la gioventù (soprattutto urbana) borghese e i contadini (e gli operai che soffrono anche a causa della miseria dei contadini che gonfia l’esercito industriale di riserva), è il nuovo fenomeno più visibile nel Terzo mondo di oggi. Ma ritengo anche che questa situazione stia cambiando. Il neoliberismo ha raggiunto un vicolo cieco. Il fatto stesso che Donald Trump stia introducendo il protezionismo negli Stati Uniti è sintomatico di questo vicolo cieco. Grazie alla prolungata crisi in cui questo vicolo cieco del neoliberismo ha spinto l’umanità, una crisi in cui ci troviamo ancora oggi, i giovani della classe media che fino ad ora avevano sostenuto con entusiasmo la globalizzazione, saranno presto disillusi; e nuove possibilità rivoluzionarie si apriranno per portare avanti le società del Terzo mondo nella direzione del socialismo.

10) Un'ultima domanda. Lei ritiene fondamentale cambiare la natura di classe dello Stato per opporsi sia al neoliberismo che per ottenere dei successi per le masse come un solido stato sociale. Altri pensatori marxisti, come Robert Kurz o Gianfranco La Grassa, ritengono inservibile lo Stato nella costruzione del socialismo. Va superato con tutte le categorie del capitalismo come il lavoro salariato, la merce e il denaro. Questo è il motivo che portò alla nascita, ad esempio, dei soviet. Lei ritiene possibile costruire la premessa del socialismo per mezzo di un capitalismo fortemente dirigista?

10) Il ruolo dello Stato è estremamente importante. È importante per «disconnettere» l’economia dalla globalizzazione attraverso controlli dei capitali e commerciali; per investire nel settore pubblico, dal momento che i capitalisti andranno in uno «sciopero degli investimenti»; per realizzare la ridistribuzione della terra e per difendere l’avanzamento verso il socialismo contro i tentativi imperialisti di sabotaggio. Ma non vorrei un modello di sviluppo centralizzato e pesantissimo. Vorrei che lo sviluppo fosse decentralizzato e inquadrato in un obiettivo di approfondimento della democrazia.

La vera sfida della costruzione del socialismo sta però altrove, cioè nel trovare una fonte alternativa di motivazione e di disciplina del lavoro senza le quali nessuna società può esistere. Sotto il feudalesimo, la gente lavora a causa dell’uso e della tradizione, che sta alla base della coercizione, per esempio la frusta del monsignore; sotto il capitalismo la disciplina del lavoro è inculcata attraverso la coercizione implicita dell’esercito industriale di riserva, che significa che se il «capo» non è soddisfatto del vostro lavoro allora siete licenziati; sotto il socialismo la motivazione del lavoro e la disciplina del lavoro devono venire dalla pura volontà dei lavoratori di lavorare.


Il socialismo, come è esistito realmente, ha usato la coercizione per introdurre la disciplina di lavoro; ma questo non può essere l’immagine di una società socialista. Come ho detto prima, il socialismo deve avere la «piena occupazione» nel senso che tutti ottengono un salario. Se la motivazione del lavoro e la disciplina del lavoro devono essere volontarie in una situazione del genere, mi sembra necessaria una decentralizzazione del processo decisionale. In un contesto collettivo, ad esempio, l’emulazione, la pressione tra pari e la discussione possono svolgere il ruolo di rendere effettiva la disciplina del lavoro.

Questo pone in risalto un’altra questione fondamentale: in un’organizzazione così decentralizzata, come si possa costruire una grande solidarietà, andando oltre il villaggio, o la comune, o la contea, o la provincia. È qui che la politica dovrà entrare in scena. La politicizzazione permanente dei lavoratori è essenziale; e per questo credo che il socialismo debba essere associato ad un approfondimento delle strutture democratiche che promuovano la partecipazione, piuttosto che ad una dittatura monopartitica.







domenica 9 febbraio 2020

0 LA TEORIA DEL VALORE-LAVORO E I KEYNESIANI


Nel pensiero keynesiano, ci sono argomenti a favore di una società più egualitaria e una preferenza per quote più elevate di ricchezza sociale da orientare verso il popolo. Tuttavia, la sua teoria non abbandona mai la prospettiva del capitale. L'individualismo analitico è così radicato che persino un economista keynesiano di sinistra cosciente come Joan Robinson fraintende Marx in diversi punti della sua critica, perché ritiene che la prospettiva di un singolo capitalista sia il punto di partenza, in cui l'analisi di Marx considera l'insieme sociale come precedente. Accanto a questo c'è il rifiuto di comprendere il valore come una relazione sociale, insistendo su un'analisi materialistica riduttiva. Con queste due assunzioni precedenti al lavoro i keynesiani respingono la teoria del valore-lavoro.

Robinson attaccò il concetto stesso di valore, sostenendo che era solo metafisico, una "misteriosa emanazione" nel marxismo che "era ancora in qualche modo in agguato nei prezzi relativi". Tuttavia c'è una differenza tra una qualità che non può essere apprezzata come sostanza concreta e qualcosa che non ha una vera esistenza. Esistono diverse analogie che possono spiegare questo, ma una è la coscienza umana. Finché non invochiamo il fantasma di Cartesio nella macchina, la coscienza è un fenomeno del mondo materiale, eppure non ci sono particelle di coscienza. Non esiste in questo o quel neurone come unità tangibile. Piuttosto, è la creazione della totalità dell'attività cerebrale; è una proprietà emergente che dipende dal movimento o dal processo per entrare in un'esistenza molto reale.
Il valore è molto simile, tranne per il fatto che esiste a livello di interazioni sociali totali, piuttosto che a livello di neuroni. Parallelamente, il valore può esistere solo se il volume e la complessità delle interazioni economiche raggiungono un certo livello in una società. Pertanto, nelle economie medievali il livello di scambio era ad un livello e intensità relativamente basso (nel senso che la produzione per scambio rappresentava una bassa percentuale nelle attività delle famiglie). Mentre la presunzione che il lavoro avesse a che fare con il valore di una merce era presente, non era abbastanza forte come relazione sociale per superare altre influenze sul prezzo. Il valore non era, di conseguenza, una relazione dominante sui processi di produzione.
Ci sono molti fenomeni reali che non possono essere isolati come oggetti fisici e le relazioni sociali sono quasi una categoria a sé stante di queste forze reali ma "immateriali"; non c'è sostanza in cui possiamo individuare l'amore, la solidarietà o il conflitto di classe. Tuttavia, se seguiamo gli argomenti di economisti come Joan Robinson, dovremmo respingere la loro esistenza, poiché ogni caso è come quello del valore; “Non ha contenuti operativi. È solo una parola."
Chi si congeda della teoria del valore-lavoro di Marx spesso assume che la sua concezione sia identica a quella del suo predecessore, l'economista classico David Ricardo (che non era amico della classe operaia). Marx prese la teoria di Ricardo ma la modificò in modi sottili ma cruciali, quindi queste critiche cadono in realtà al primo ostacolo. Un tipico argomento usato contro la teoria del valore-lavoro è quello di prendere una sostanza con valore di rarità e affermare che il suo prezzo elevato rispetto ad altre merci dimostra che il lavoro inerente ad essa non può quindi essere la misura del suo valore.

Un esempio che è stato usato a scopo illustrativo è il caso dell'ambra grigia. Una possibilità di trovare un mucchio di ambra grigia sulla spiaggia può essere venduta in modo molto redditizio all'industria dei profumi, eppure la persona che la trova ha speso pochissimo lavoro, mentre camminava sulla spiaggia, in relazione alla quantità di valore di scambio in questione. Il difetto di questo ragionamento, e molti altri come questo, è che assume che il valore sia definito attraverso singoli casi. Non è così; il valore è una relazione sociale ed è definito attraverso i processi sociali coinvolti.
Non è il lavoro individuale in un particolare articolo merceologico che è la misura del valore, è il tempo di lavoro socialmente necessario totale che definisce il valore contenuto nelle merci di un tipo particolare. Non è una persona che cammina su una spiaggia, ma il lavoro sociale medio preso in considerazione. Vale a dire, ciò che conta è il totale delle ore trascorse dal numero totale di persone, camminando lungo tutte le spiagge disponibili, che deve avvenire prima che una persona la colpisca. Il caso dell'ambra grigia conferma la teoria di Marx fintanto che viene letta, come deve essere, nel quadro sociale, non quello individuale. Come dice Harvey:

"Marx definisce il valore come tempo di lavoro socialmente necessario. Il tempo di lavoro che trascorro per produrre beni da acquistare e utilizzare per gli altri è una relazione sociale".

In questo modo viene definita la differenza tra la versione dialettica del materialismo di Marx e la versione positivista standard quasi universalmente sposata nel mondo accademico:

"Il materialismo fisico, in particolare nella sua veste empirista, tende a non riconoscere cose o processi che non possono essere documentati fisicamente e misurati direttamente".

Una vera scienza dell'economia non deve adottare un approccio materialista riduttivo per comprendere il capitalismo. Il capitalismo deve essere visto nei termini di una serie di relazioni sociali che creano particolari dinamiche. I positivisti vogliono che tutti i fatti si trovino in superficie, siano direttamente osservabili e numerabili, e tuttavia, come chiunque capisca di fisica moderna comprenderà bene, la realtà non funziona in questo modo. Ciò che l'analisi di Marx raggiunge è mettere a nudo i risultati spesso contro-intuitivi delle dinamiche del capitalismo, che sono nascoste alla vista.

Per Robinson, unito alla prospettiva pragmatica del capitalista, questo è esattamente ciò che non va nella teoria del valore; non corrisponde al buon senso; "gli accademici possono segnare un punto contro Marx, che ha sempre fatto i conti in termini di costo medio, perché a questo proposito il principio del costo marginale, o piuttosto del costo al margine, corrisponde al buon senso." Tuttavia, Robinson non riesce a notare che proprio come il buon senso non corrisponde necessariamente al reale funzionamento del mondo, la prospettiva del singolo capitalista non corrisponde alla dinamica sociale del tutto. A questo proposito, il pensiero di Keynes era superiore al suo presunto alleato più radicale, come quando era in grado di percepire l'impatto negativo contro-intuitivamente del risparmio individuale sull'intera economia.

Quindi, ancora una volta, in Marx, il valore è determinato dalla quantità socialmente media di lavoro necessaria per produrre una merce, ma quanto produrrà un capitalista e a quale prezzo sarà venduta dipende da una serie di fattori. A livello sociale, il profitto che ritorna sulle materie prime sarà determinato dal rapporto tra lavoro e capitale nella loro produzione, che è noto come la composizione organica del capitale (maggiore è la quantità di macchinari e altri investimenti di capitale, maggiore è il valore organico di composizione). Ciò non significa che una particolare fabbrica che fa affidamento su più manodopera umana rispetto alle macchine riceverà un tasso di profitto più elevato di una tecnologicamente più avanzata, anche se la prima fabbrica è più produttiva di plusvalore rispetto alla seconda.

Questo perché le industrie più avanzate, con una composizione organica più elevata di capitale, tendono complessivamente a catturare una quota maggiore del surplus socialmente disponibile. La dinamica del capitalismo è contraddittoria qui, con le industrie che producono più plusvalore catturando meno surplus socialmente disponibile rispetto a quelle con una composizione organica più elevata del capitale. Questo poiché utilizza meno manodopera rispetto al capitale o ha una produttività del lavoro più elevata, produce quantità relativamente inferiori di plusvalore. La tendenza nel tempo è quindi, a livello sociale, che si produca una proporzione minore di valore rispetto al capitale avanzato, portando alla caduta tendenziale del saggio di profitto.

I critici di Marx semplicemente non seguono questa linea di argomentazioni, insistendo sul fatto che i "fatti" devono indicare che tutto, capitale, lavoro, macchinari e input grezzi, devono tutti contribuire al valore. L'incapacità di accettare che l'analisi debba procedere dal punto di vista dell'insieme sociale è il problema. Robinson, ad esempio, insiste nel valutare il concetto di valore in base al fatto che un singolo capitalista possa utilizzarlo per determinare il prezzo al quale determinate merci dovrebbero essere vendute, dimostrando con sua soddisfazione che un capitalista non venderà razionalmente merci sulla base del valore, ma piuttosto in base all’utilità marginale. In argomenti come questo, Robinson manca del tutto lo scopo dell'analisi di Marx a causa delle profonde differenze metodologiche tra il suo positivismo-keynesiano e l'approccio dialettico marxista.
Egli rifiuta di accettare il concetto di valore in base all'uso di Marx; la critica quindi dimostra solo che le stesse assunzioni di Robinson sono errate, non quelle di Marx. Il grado in cui i keynesiani tendono a importare le proprie assunzioni nella discussione su Marx è rivelato dal modo con cui assurdamente si afferma che l'argomentazione di Marx dipende in alcuni punti dalla Legge di Say, quando Marx è noto per aver criticato Say con disprezzo.
Più fondamentalmente, Robinson, all'inizio del suo argomento sulla teoria del valore-lavoro, si riferisce al tempo di lavoro senza chiarire il ruolo della forza-lavoro. La distinzione è assolutamente cruciale per la revisione di Marx della versione della teoria di Ricardo. La forza-lavoro è un termine qualitativo, in cui vengono rivelate le relazioni sociali; è il potenziale per il potere produttivo, la cui realizzazione dipende da una lotta tra lavoro e capitale sul valore che questi ultimi possono estrarre dal primo, in cambio di una determinata quantità di salari. La differenza tra tempo di lavoro e forza-lavoro spiega anche perché una macchina o un animale non possono essere la fonte di valore aggiunto; entrambi possono solo rilasciare il valore incarnato nella loro riproduzione, mentre solo il lavoro umano può, in primo luogo, trasformare il lavoro passato in una nuova forma e, in secondo luogo, essere creato per creare più valore di quanto è necessario per riprodursi. 

Il nucleo della critica di Robinson alla teoria del valore-lavoro di Marx e il seguito di Steve Keen a Robinson, si riduce a quello che è noto come il problema della trasformazione. Si tratta di un problema altamente tecnico incentrato su una sola sezione del Capitale. È stato sottolineato che questa sezione, anche se Engels l'ha inclusa nel volume tre, è stata scritta nel 1864/5, prima della pubblicazione del volume uno nel 1867. Pertanto, le ipotesi in esso contenute non possono essere prese per rappresentare la teoria del valore-lavoro di Marx.

Sfortunatamente, questo è esattamente ciò che fanno i critici keynesiani, ritenendolo rappresentativo dell'intero argomento. Robinson e Keen affermano, sulla base del passaggio nel terzo volume, che Marx ritiene che il tasso di plusvalore sia costante nel tempo e in diversi settori e lo applica alla logica dell'intera teoria. Questo, tuttavia, è solo un presupposto analitico limitativo fatto in questo particolare punto al fine di rendere possibile una serie di calcoli. Altrove, poiché il tasso di plusvalore è una misura della produttività del lavoro, Marx gli consente di variare. Qualsiasi lettura del resto del Capitale mostrerebbe i lavori di analisi di Marx attraverso le conseguenze delle variazioni del tasso di plusvalore. Le tabelle di trasformazione di Marx nel terzo volume non erano pensate per fare il lavoro che i keynesiani attribuivano loro, e la critica è stata quindi fondata su false premesse. Qualunque siano i problemi tecnici coinvolti, il problema non è certamente la definitiva confutazione della teoria del valore-lavoro che i critici di Marx hanno presentato.

Robinson insiste sul fatto che l'analisi di Marx dipende da un tasso costante di plusvalore al fine di smascherare l'argomento sul calo del tasso di profitto. La sua scoperta di fatali "incoerenze" in Marx ignora semplicemente il modo in cui l'analisi viene costruita mantenendo alcuni fattori costanti in determinati punti, al fine di esplorare le dinamiche risultanti. La reintroduzione dei fattori detenuti produce quindi una comprensione dialettica dei movimenti delle diverse tendenze. Nonostante l'assunto di Robinson, l'impatto di un aumento del tasso di plusvalore ha, di fatto, effetti contraddittori.

Da un lato, se nuovi processi o tecnologie rendono il lavoro più produttivo, ciò può ridurre le materie prime necessarie per la riproduzione del lavoro. I conseguenti minori costi salariali possono avere il risultato di un aumento del saggio di profitto. Tuttavia, un aumento generalizzato della composizione organica del capitale, anche a seguito dell'aumento della produttività del lavoro, deprimerà il tasso di profitto. La tendenza dominante all'interno del movimento dialettico dipende, ad esempio, dalla portata della generalizzazione della nuova tecnologia attraverso diversi settori dell'industria. Nel tempo, tuttavia, è probabile che la caduta tendenziale del saggio di profitto si ripeta. La lettura di Robinson dell'intera argomentazione insiste invece su un controbilanciamento uno a uno, riducendo le dinamiche complesse delle relazioni economiche reali a un movimento astratto e lineare su o giù in grandezza.
C'è una tendenza costante tra gli economisti non marxisti a tentare di ridurre le relazioni qualitative attraverso le quali Marx analizza le dinamiche del capitalismo, come il valore o la forza lavoro, a misurazioni quantitative. Tuttavia, questo non è né l'obiettivo di Marx, né la funzione del concetto di valore. Paul Mattick ha respinto il "problema della trasformazione" qualche tempo fa spiegando che:

“Naturalmente, la "trasformazione" è solo un modo per dire che sebbene tutto nel processo di scambio si verifichi in termini di prezzi, questi ultimi sono comunque determinati da relazioni di valore di cui i produttori non sono a conoscenza. Questa determinazione del prezzo in base al valore non può essere stabilita empiricamente; si può dedurre solo dal fatto che tutte le merci sono prodotte dal lavoro. Non vi è alcuna "trasformazione" osservabile dei valori in prezzi; e il concetto di valore ha significato solo per quanto riguarda il capitale sociale totale.”

Sia Robinson che Keen trovano Marx frustrante e irrilevante perché il valore non si converte automaticamente in prezzi. Qual è il punto di un'analisi che non è in grado di prevedere prezzi particolari? Un impegno per la visione materialistica riduttiva è necessario per una prospettiva capitalista, ma non è lo stesso che incarna le verità sulle relazioni sociali. In effetti, l'impiego di concetti irriducibili e qualitativi da parte di Marx rivela la sua analisi della spinta del capitalismo verso l'alienazione come struttura pervasiva e dispiegata delle relazioni sociali capitaliste. Questa è la storia e il futuro del capitalismo.

Al contrario di Keynes per cui il capitalismo non ha una storia complessa, ma solo una traiettoria quantitativa e lineare verso un aumento della disponibilità di capitale. Indossato da una storia radicata nelle relazioni sociali, il capitalismo astratto dell'analisi di Keynes è molto più unidimensionale nelle sue dinamiche di quello di Marx. Pertanto, Keynes si aspettava che l'aumento del capitale nel tempo significasse che sarebbe diventato più economico, come indica la legge storica della domanda e dell'offerta, e quindi la società ne trarrebbe beneficio. Invece, risultati piuttosto diversi si accumulano sulla crescente sovrapproduzione di capitale in un'economia globale in cui la percentuale di valore prodotta è in calo rispetto al capitale. Il risultato è un'economia in cui boom e arresti speculativi sono le forze trainanti e dove il consenso keynesiano del dopoguerra si è rotto nel corso degli anni '70.
Le differenze metodologiche e filosofiche tra marxismo e keynesismo non sono, quindi, solo questioni astratte, ma partono dall'incapacità del keynesismo di percepire che tutte le questioni economiche sono in realtà domande sul potere sociale. La scelta politica che favorisce il capitale o il lavoro non sarà determinata da un giudizio oggettivo e razionale basato su un più ampio bene economico, ma sul potere sociale dei due campi contendenti. L'assenza della teoria del valore consente anche ai keynesiani di immaginare che si possa trovare un equilibrio tra gli interessi del capitale e del lavoro. Ciò può indurre i keynesiani al governo a chiedere sacrifici dal lavoro per il bene di quell'equilibrio. La teoria del valore consente al marxismo di analizzare le crisi della redditività e come condurranno il capitale verso il più violento possibile degli assalti al lavoro al fine di ripristinare la redditività.







domenica 2 febbraio 2020

0 NON ABBIAMO PAURA DEI CINESI

Il sito Bollettino Culturale aderisce alla campagna #nonabbiamopauradeicinesi.
Contro la sinofobia montante sull'onda dell'epidemia del Coronavirus, esprimiamo la massima solidarietà al popolo cinese vittima di razzismo a causa di questo tragico evento.
Allarmismo e isteria di massa non devono essere la scusa per far riemergere i peggiori luoghi comuni e il peggiore razzismo contro il popolo cinese.


China jia you



mercoledì 29 gennaio 2020

0 LETTERA AD UN COMUNISTA GRECO SULLE ELEZIONI REGIONALI ITALIANE


Nelle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria abbiamo assistito a due partite diverse.
In Calabria la sfida era abbastanza scontata. I comunisti erano assenti, anche perché nel sistema elettorale regionale calabro la soglia di sbarramento è del 5%. C’era solo una lista di un geologo, Tanzi, con alcune anime della sinistra riformista che però si è presentato come nè di destra né di sinistra. 
La destra ha vinto portando in barca i voti del clientelismo locale, vincendo per distacco sulla coalizione di centro-sinistra uscente che ha avuto notevoli dissidi interni tra i capi locali e la direzione nazionali prima del voto.
La Calabria è una delle regioni più povere del paese, dove il lavoro scarseggia ed i giovani emigrano. Il tasso di disoccupazione locale è paragonabile a quello delle zone più povere del tuo paese.
Storicamente in queste zone si è affermato una forma mafiosa di capitalismo, analizzata molto bene da Giovanni Arrighi, che ha regalato i suoi figli allo sviluppo capitalistico del Nord Italia e del resto d’Europa.
Anche se il protagonista del romanzo non era calabrese, per spiegare questo fenomeno mi viene in mente il romanzo di Nanni Balestrini “Vogliamo Tutto”, in cui viene descritto il processo di formazione dell’operaio-massa dall’emigrazione dal Sud Italia alla fabbrica della Fiat di Mirafiori. Il romanzo arriva fino al punto di rottura degli scontri di Corso Traiano del 1969, un romanzo che fu anche libro di formazione per una generazione di operai e militanti comunisti tra gli anni ‘60 e ‘70.
Da segnalare c’è soprattutto la netta sconfitta del Movimento Cinque Stelle, movimento populista che ha cercato, un po’ come Podemos in Spagna, di sfruttare la sua carica antisistemica per giungere al governo.
Una volta arrivato al potere ha cercato di conservarlo ad ogni costo, prima alleandosi con il populismo di destra della Lega ed ora con le forze neoliberiste del PD.
Nel Sud Italia ha preso più del 30% dei consensi alle ultime elezioni nazionali, promettendo soluzioni ad ogni problema. Il suo cavallo di battaglia era il Reddito di Cittadinanza, un nome che evoca una forma di basic income ma che nella realtà è un subdolo modello di workfare simile all’Hartz IV tedesco.
Tentano di rendere occupabile il lavoratore, non di slegare la sopravvivenza dalla vendita della merce forza-lavoro sul mercato.
La Lega ha avuto gioco facile grazie ad una martellante propaganda contro i migranti, promettendo quella sicurezza che nella società capitalista non esiste più. 
Pensa, alle amministrative di qualche mese fa hanno vinto perfino a Riace, dove la sinistra trovò un nuovo idolo su cui costruire il proprio futuro in Mimmo Lucano e nel suo lodevole sistema di accoglienza dei migranti.

La partita dell’Emilia-Romagna aveva un esito meno scontato ma anche un’importanza maggiore per la tenuta del governo nazionale. Qui il PD, che affonda le proprie radici soprattutto nella storia del PCI, governa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Un tempo vinceva con percentuali di consenso da far invidia ad Enver Hoxha, grazie al suo radicamento territoriale, alla capacità di amministrare le città e di influenzare il conflitto sociale, ovviamente a favore del capitale, con le proprie organizzazioni.
Questa storia è comune alla maggior parte delle regioni dell’Italia Centrale ma lo scorso anno il PD perse in Umbria a favore della Lega.
Fu una sconfitta annunciata perché negli anni hanno perso molte roccaforti operaie, ad esempio Terni.
In Emilia-Romagna c’erano delle avvisaglie che potevano prospettare un esito simile, qualche mese fa hanno perso città amministrate da sempre da loro come Ferrara ed Imola.
Tuttavia parliamo di una regione ricca, con una tasso di disoccupazione inferiore alla media nazionale e un radicamento politico da parte del PD non indifferente, specie nel mondo delle cooperative.
Si sono presentati con un listone che accorpava dalla sinistra riformista ed ecologista (la brutta copia dei Verdi) ai liberali europeisti. Fa scalpore la presenza in questa coalizione di un imprenditore locale che licenziò gli operai della sua azienda con un SMS. 
Il presidente uscente, inoltre, ha promosso senza troppo pensarci una grande quantità di opere inutili che ha aggravato il problema del consumo di suolo della regione, oltre ad aderire il progetto dell’autonomia differenziata dallo Stato centrale, progetto tanto caro agli amministratori locali del Nord Italia della Lega dai tempi di Bossi.
Ti ricordi quando parlavano di Padania libera negli anni ‘90 e Duemila?
Si tratta della stessa cosa ma con meno folklore. Sostanzialmente dicono: la ricchezza prodotta nella mia regione deve rimanere qui, non mi interessa del Sud Italia e del suo futuro, sono problemi che non mi riguardano, li abbiamo aiutati inutilmente per troppo tempo.
La stessa lotta all’ultimo sangue tra individui che contraddistingue questa infame società, loro la riportano alla dimensione territoriale, minacciando di dividere il paese e rendersi ancora più dipendenti dal capitalismo tedesco, di cui queste zone sono i subfornitori.
I comunisti si sono presentati con tre liste diverse.
PaP ha candidato una lavoratrice precaria molto giovane e qualche esperienza di lotta nel mondo universitario. PaP è una realtà piuttosto confusionaria e giovane, tante idee e confuse e ancorati spesso ad una logica movimentista poco fruttuosa. Hanno preso una percentuale da prefisso telefonico e non erano presenti in tutte le circoscrizioni della regione.
Hanno criticato molto bene il governatore uscente del PD ma secondo me non hanno capito bene la portata e le cause del fenomeno leghista. Accusano Salvini di essere un fascista e sono troppo ambigui sulla questione migratoria su cui gioca la Lega per ottenere il conenso delle masse. Sull’UE si sono radicalizzati, creando la piattaforma Eurostop a cui questa candidata aderisce e che definisce “gabbia”.
Il secondo partito comunista è il PC di Rizzo, legato al KKE greco che gli ha permesso di essere presente alle elezioni Europee prestandogli il simbolo del proprio eurogruppo.
Sul piano ideologico son due partiti simili, forse Rizzo è meno ambiguo sul tema UE al momento ma potrebbe facilmente cambiare idea se la situazione politica lo richiedesse.
Hanno anche loro mosso delle critiche al PD simili a quelle di PaP e come loro non erano presenti in tutte le circoscrizioni della regione ed hanno raccolto percentuali da prefisso telefonico.
L’ultimo partito è Rifondazione Comunista che invece straparla di una possibile riforma sociale dell’UE, loda Syriza ed ha finito per invitare a votare il candidato del PD per fermare l’avanzata della Lega.

Il fattore chiave è stato, però, il movimento delle Sardine che è nato proprio a Bologna. Questo strano movimento di piazza a favore del governo è nato, un po’ come il vecchio antiberlusconismo, da cui non hanno imparato nulla, contro Salvini.
Alla critica contro quest’ultimo si sommano un generico astio contro il populismo e l’invocazione di una presunta “Politica con la P maiuscola” che significa: lasciamo la politica agli esperti. Si tratta di giovani studenti universitari e abitanti di città che guardano con disprezzo, odio di classe, le masse che votano per Salvini perché le reputano semplicemente ignoranti.
Per questi il mondo è troppo complesso per pretendere delle soluzioni alla situazione attuale di disperazione e povertà, se lo fai sei un populista che non capisce nulla.
I loro programmi politici sono inesistenti, non vanno oltre un generico europeismo, antirazzismo e antifascismo.
Come direbbe Horkheimer: “Chi non ha nulla da dire sul capitalismo deve tacere anche sul fascismo”.
Sono riusciti a riempire molte piazze in ogni angolo d’Italia contro Salvini, chiedendo di non portare alcun simbolo politico, ovviamente c’era la bandiera dell’UE che non viene considerato tale ed hanno allontanato invece quella rossa con la falce e martello, una chiara presa di posizione a parer mio.
Sono stati decisivi in questa vittoria del PD perché hanno catalizzato la base del centro sinistra e non solo, penso che molti potenziali elettori comunisti abbiano preferito il voto utile per fermare Salvini, contro questo presunto mostro fascista che ha perso malamente in quasi tutte le città ma ha vinto in provincia.
A parer mio segna nettamente un gol a favore delle tesi di Guilluy sulla crisi del ceto medio in Occidente: l’esistenza di due paesi inconciliabili che vanno in due direzioni diverse.
La città, globalizzata e con i suoi confini di classe interni, che cede alle parole d’ordine antirazziste e antifasciste all’acqua di rose per fermare il populismo di destra e la provincia abbandonata, senza lavoro e servizi, che si getta nelle braccia di un mostro altrettanto pericoloso e inscritto nella grammatica del potere capitalista.

domenica 26 gennaio 2020

0 INTERVISTA A WOLFGANG STREECK


Wolfgang Streeck, nato a Lengerich il 27 ottobre del 1946, studia sociologia all’Università Goethe di Francoforte, proseguendo i suoi studi alla Columbia University tra il 1972 e il 1974.
A Francoforte studia nel contesto dell’omonima scuola marxista, fondamentale per lo sviluppo del marxismo occidentale.
Dopo aver insegnato in alcune università tedesche, nel 1995 diventa direttore dell’Istituto Max Planck per lo studio delle società mentre insegna sociologia all’Università di Colonia.
Dal 2014 è direttore emerito dell’Istituto Max Planck.
Nei suoi lavori è centrale l’analisi dell’economia politica del capitalismo, usando un approccio dialettico applicato all’analisi istituzionale.
Feroce critico del neoliberismo e della struttura imperialista chiamata Unione Europea, negli ultimi anni ha anche cercato di definire le modalità con cui potrebbe collassare il capitalismo.
In italiano è stato tradotto nel 2013 “Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico”.
Segnaliamo inoltre: “How Will Capitalism End?: Essays on a Failing System”; “Re-Forming Capitalism: Institutional Change in the German Political Economy” e “Politics in the Age of Austerity”.

1. Professor Streeck, come Samir Amin e Giovanni Arrighi lei parla di una crisi del capitalismo che dura dagli anni '70. In Gekaufte Zeit. Die vertagte Krise des demokratischen Kapitalismus conduce un’analisi interessante del capitalismo dagli anni '70 ai giorni nostri. Vorrei chiederle se la sua lettura accetta l'analisi di Arrighi, che interpreta il predominio nel capitalismo del capitale fittizio come parte finale del ciclo di accumulazione aperto dagli Stati Uniti.

R. Il capitale fittizio è un'invenzione finanziaria americana di Wall Street, governata dagli Stati Uniti e trasportata da lì nel resto del mondo. Inoltre, per il presente periodo non vedo ancora cicli. Quello che vedo è un decadimento lineare generale di un vecchio ordine, senza che appaia un nuovo ordine. Un interregno prolungato più che il cambio della guardia.

2. Sempre in Gekaufte Zeit. Die vertagte Krise des demokratischen Kapitalismus lei riprende le elaborazioni dei filosofi di ispirazione marxista come Habermas e Honneth per spiegare la crisi del capitalismo democratico. In questo schema teorico che lei usa, c'è spazio per un grande eretico marxista, Robert Kurz, spesso ingiustamente ignorato negli ambienti accademici?

R. Devo purtroppo segnalare che non ero a conoscenza di Robert Kurz. Ciò potrebbe avere a che fare con il fatto che il mio accesso al pensiero radicale di sinistra avviene attraverso una combinazione di moralismo ed empirismo, piuttosto che attraverso le astrazioni della teoria del valore marxista. Per me, i capitoli principali del primo volume sono quelli della giornata lavorativa e dell'accumulazione primitiva. Ci si potrebbe rammaricare di ciò, ma dato il tempo limitato che mi rimane non posso davvero sperare di recuperare la strada filosofica verso l'economia politica. Inoltre credo di aver capito i problemi che abbiamo di fronte anche senza di essa.


3. Pensa che il modello di un capitalismo ben temperato, con un forte intervento economico statale, possa essere un passo obbligatorio per una transizione al socialismo e riconosce questi elementi nel paese che forse guiderà il prossimo ciclo di accumulazione di capitale, vale a dire la Cina?

R. No. Non credo nelle leggi storiche secondo le quali ci sono "passi obbligatori" e "transizioni" necessarie da una formazione sociale alla successiva. Per quanto riguarda la formazione sociale cinese, a me sembra più un capitalismo di Stato che un socialismo incipiente; mi sembra anche guidato più dal nazionalismo che dal desiderio di estendere un nuovo modello di socialismo cinese al resto del mondo. In tale contesto, mi viene da pensare all'assenza di diritti di autogoverno per le minoranze etniche; questo comporta inevitabilmente una dura repressione. Noto inoltre la corruzione endemica e l'auto-arricchimento anche tra i quadri di partito, una grottesca disuguaglianza di redditi e ricchezza e un consumismo che sembra profondamente radicato come negli Stati Uniti.

4. La controrivoluzione neoliberale, oltre ad aver trasformato molti dei suoi dogmi in senso comune, ha lavorato tenacemente per distruggere l'idea stessa di società. "La società non esiste", ha detto la Thatcher. Oggi vediamo una società ridotta in monadi, incapace di creare legami di solidarietà di fronte a un capitalismo sempre più feroce e violento. Lo vediamo nei luoghi di lavoro in cui la via dell'emancipazione è vista come una questione individuale (competere contro i colleghi, fare carriera per ottenere più soldi) piuttosto che una questione collettiva, una lotta comune contro il padrone per ottenere diritti. Da sociologo, come spiega questo radicale cambiamento nella società e in particolare sul posto di lavoro?

R. In una cosiddetta "società della conoscenza", con alti livelli di istruzione formale, ci troviamo di fronte a una profonda esperienza ideologica "meritocratica": se lavori duro e ti adatti, la società, impersonata dai suoi datori di lavoro, ti premierà. Le prestazioni dei giovani sono classificate a partire dall'età di dieci anni, quindi interiorizzano la validità di quei voti e credono che questi determineranno il loro destino e la loro fortuna, il che potrebbe anche essere vero. Lottare per ottenere buoni voti e l'attenzione delle risorse umane non ha alcuna somiglianza con la lotta di classe: è uno sforzo molto solitario. Inoltre, in assenza di alternative note e pratiche, le persone tendono a glorificare ciò che hanno. Nessuno vuole essere depresso continuamente, anche se ci possono essere buone ragioni per questo.
Un ulteriore rafforzamento della meritocrazia sta nella sua innata promessa di libertà individuale: se ce la fai all'interno del sistema, puoi scegliere come vuoi vivere. Questo si unisce alle attrattive del libertarismo, distinto da quello che un tempo si chiamava repubblicanesimo o che oggi è talvolta chiamato comunitarismo: diritti senza doveri, nessuna società che può importi obblighi, licenza di creare la propria società, per esempio una che consiste solo di compagni "cosmopoliti", persone che danno per scontato i beni collettivi locali evitando gli impegni duraturi di qualsiasi tipo: cittadini gig, persino personalità gig. Il socialismo arriva inevitabilmente con ingenti impegni e legami comuni durevoli.


5. Molti a sinistra faticano a identificare l’UE come uno strumento per esercitare la dittatura della classe borghese contro i lavoratori europei, parlando ancora di fantasiose riforme in senso sociale. L'unica cosa che ha prodotto l'UE è una maggiore differenza tra il suo centro e la sua periferia, la deflazione salariale e la compressione dei diritti sociali in nome di un modello mercantilista ormai insostenibile anche per la Germania. Una forza di sinistra che volesse davvero rappresentare le masse come dovrebbe guidare la lotta contro l'UE e quali alternative dovrebbe proporre?

R. Sono pienamente d'accordo con la tua diagnosi, anche se penso che la politica economica tedesca sia erroneamente definita mercantilista. Come sapete, la posizione tedesca è di libero scambio e mercati aperti, mentre l'intervento del governo è considerato di pessimo gusto. È vero che ciò avvantaggia il settore manifatturiero tedesco ampio e altamente competitivo, aiutato dalle preoccupazioni dei sindacati sulla perdita di occupazione che potrebbe essere associata alla deindustrializzazione. Che l'inclusione di paesi più deboli nell'UE riduce il tasso di cambio dell'euro rispetto al resto del mondo, mentre la valuta comune protegge le esportazioni tedesche nell'area dell'euro dalla svalutazione da parte dei paesi con tassi di inflazione più elevati, è una cosa molto benvoluta ma non era prevista quando la Germania ha accettato l'euro come richiesto dalla Francia e dall'Italia in particolare.
A parte questo, penso che l'obiettivo centrale della sinistra oggi debba essere il ripristino della responsabilità politica, che è possibile solo a livello dello stato-nazione. L'Unione Europea deve essere costretta a lasciare spazio a ciò, cosa che può essere fatta solo attraverso la pressione sui governi nazionali. Per questo la sinistra deve capire come il regime di Bruxelles restringe gli spazi politici nazionali secondo linee neoliberali; questo richiede di spostare l'attenzione dall'identità all'economia. Sul lungo periodo, l'obiettivo deve essere un'Europa politica basata sulla cooperazione orizzontale anziché sulla direzione verticale, sia rispetto al mercato interno sia, soprattutto, alla moneta comune.
Modificare il regime monetario europeo in modo che ne beneficino più paesi invece della sola Germania e pochi altri sarà molto difficile. Ci sono molte buone idee su come ammorbidire il regime quasi-gold standard dell'euro per consentire una maggiore reattività alle diverse condizioni economiche, strutture, interessi. Mentre alcuni di loro suggeriscono di dividere la zona euro nel Nord e nel Sud, altri propongono valute doppie, vale a dire valute nazionali accoppiate in modo flessibile all'euro. Ma le incertezze e le complicazioni tecniche di un passaggio a un nuovo regime monetario sono immense e si può dubitare che le classi politiche nazionali siano effettivamente interessate a una maggiore reattività e responsabilità politica, soprattutto se hanno già rinunciato a governare le democrazie capitaliste incorporate in un libero mercato mondiale. Inoltre, senza un accordo tra Germania e Francia non è concepibile alcun cambiamento sostanziale e tale accordo è altamente improbabile. Non da ultimo la Francia spera in una sorta di dividendo pagato dalla Germania ad altri stati membri meno fortunati, per impedire ai propri cittadini di votare per i loro Le Pen o Salvini locali. A questo proposito, si noti che il cosiddetto "surplus commerciale" della Germania non è nelle mani dello Stato tedesco, ma è appropriato privatamente dal capitale tedesco (dopo tutto parliamo di capitalismo, non di socialismo): invece di trovarsi nel seminterrato della Bundesbank, non è altro che un aggregato statistico di fortune e sventure delle imprese tedesche all'estero. Per utilizzarlo come compensazione fiscale per i paesi meno fortunati dell'UE, deve prima essere portato via dai loro proprietari capitalisti attraverso la tassazione, in un mondo in cui il capitale è più mobile che mai. Inoltre, i trasferimenti verso altri paesi al netto delle tasse probabilmente non saranno popolari tra gli elettori in tempi di crisi fiscale e di crescenti esigenze di investimenti pubblici in patria, ad esempio per riparare e mantenere infrastrutture pubbliche fatiscenti create ai bei vecchi tempi dell'economia mista conclusasi alla fine degli anni '70.

6. In termini di alternative all'UE in Italia la piattaforma Eurostop del professor Luciano Vasapollo ha proposto l'ALBA euromediterranea, basato sul modello dell’ALBA latinoamericana, per riunire i paesi dell'Europa meridionale e uscire dall'UE. Una piattaforma da prendere come esempio da parte degli altri paesi del Sud del mondo e attraverso cui tentare di uscire dal capitalismo. La conosce? Ritiene che questa opzione sia praticabile?

R. Non la conoscevo, l'ho cercata, mi è piaciuta, ma ho dubbi sulla sua fattibilità. Oltre alle ragioni sopra esposte, aggiungi le spaventose incertezze - spaventose non solo per il capitale ma anche per molti salariati - associate a un progetto come questo, a meno che non sia realizzato con il pieno supporto di tutte le parti interessate, incluso il governo tedesco, il che è molto improbabile.

7. Alcuni marxisti in Italia, incluso Vladimiro Giacché, ritengono che i trattati europei siano in contraddizione con le costituzioni antifasciste nate dalla resistenza antifascista. Quella italiana è stata scritta dal nostro forte partito comunista, dal partito socialista e dai cattolici, tutte forze ostili al liberalismo. L'idea di Paese alla base della nostra Costituzione è un'economia mista con un ruolo centrale dello Stato che ha come obiettivo primario la piena occupazione; considerando che i trattati europei difendono la centralità e l'efficienza del mercato, vietando gli aiuti di Stato. Consideri la difesa della sovranità nazionale, quindi le nostre Costituzioni, il primo fronte di battaglia contro questa organizzazione di classe?

R. Sono pienamente d'accordo con la tua analisi. Per il resto penso di aver risposto a questa domanda. La sovranità nazionale - o meglio, la sovranità degli stati democratici - è indispensabile per riportare l'economia sotto una sorta di controllo politico.

8. La Germania sta facendo di tutto per salvare il suo sistema bancario, dove Deutsche Bank è piena di derivati ​​tossici, mentre la Francia continua indisturbata le sue politiche imperialiste in Africa che hanno prodotto l'esodo dei migranti verso l'Europa. Le regole europee sembrano essere scritte a beneficio di alcuni paesi e a spese di altri, come l'Italia e la Grecia. Consideri l'UE un polo imperialista, nato dal matrimonio tra il capitale francese e quello tedesco?

R. Gli imperi hanno un dentro e un fuori. La natura imperiale dell'UE all'interno sarà probabilmente rafforzata dalla partenza della Gran Bretagna. Ora, sia l'alleanza franco-tedesca che la sola Francia o Germania possono aspirare a essere l'egemone europeo. L'alleanza franco-tedesca è traballante a causa di diversi interessi nazionali correlati a diversi atteggiamenti nei confronti della NATO e degli Stati Uniti. La Francia può immaginare l'Europa come un'estensione dello stato francese, con essa come unico membro dell'UE con armi nucleari e una sede permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una UE a guida francese cercherebbe il dominio postcoloniale in Nord Africa e Medio Oriente. La Germania è troppo strettamente alleata con gli Stati Uniti attraverso la NATO per accettare un'Europa a guida francese, anche perché la forza nucleare francese resta sotto il controllo nazionale francese e gli interessi tedeschi sono nell'Europa orientale piuttosto che in Africa. Mentre la Francia è disposta a soddisfare i problemi di sicurezza della Russia, la Germania si schiera con gli Stati Uniti e i governi anti-russi dell'Europa orientale. C'è un grande potenziale qui per il conflitto tra Germania e Francia sull'egemonia europea e il posizionamento geopolitico dell'UE rispetto agli Stati Uniti, alla Russia e, in definitiva, alla Cina.

9. Lei difende giustamente la necessità di una politica migratoria. Molti a sinistra hanno rinunciato alla lotta di classe, parlando solo di minoranze etniche o sessuali, evitando il terreno in cui siamo tutti uguali, vale a dire essere salariati. Perché a sinistra faticano a capire la necessità di una regolamentazione dei flussi migratori, come dimostrato, ad esempio, dal dibattito all'interno di Die Linke?

R. Sento che c'è un miglioramento qui di recente. Troppe catastrofi elettorali erano legate alla retorica delle frontiere aperte. L'unico effetto di tale retorica è un maggiore supporto per l'estrema destra e lentamente questo sembra essere compreso. Le frontiere generalmente aperte sono semplicemente l'applicazione dei principi neoliberali del libero scambio ai mercati del lavoro e alle società, in tacita accettazione del detto di Thatcher, "Non esiste la società"; ci sono solo gli individui e le loro famiglie. In definitiva, questo sostituisce la solidarietà politica con la carità filantropica. È disfattista, nel senso che rinuncia alla possibilità che le persone dei paesi poveri possano aiutare se stesse, con l'aiuto di politiche commerciali responsabili e la lotta alle politiche di esportazione delle armi che i socialisti devono combattere nei paesi più ricchi. C'è uno strano elemento paternalista nel movimento per l'accoglienza dei rifugiati. La solidarietà internazionale di sinistra dovrebbe consistere soprattutto nell'aiutare le persone a liberarsi delle loro cleptocrazie nazionali, mantenute al potere dai governi "occidentali", post-coloniali, se necessario attraverso la rivoluzione popolare armata, e quindi costruire una società democratica protetta dalla mobilitazione nel Nord del mondo contro l'intervento imperialista da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia o, per quello che vale, dell'"Europa".

 

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