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giovedì 15 settembre 2022

0 LA CLASSE MEDIA IN WRIGHT E MILLS


Fin dagli scritti di Marx, la questione della classe media è apparsa come un problema da risolvere. Già nei suoi lavori le contraddizioni tra il modello “concreto” e il modello “astratto” delle classi segnalavano difficoltà nell'affrontare la categoria. Ma il fattore che si è rivelato più difficile da affrontare con la nozione di classe media nell'opera di Marx è stata la tesi della polarizzazione di classe nel modo di produzione capitalista e delle “classi in transizione”. È anche possibile evidenziare altri presupposti, come la questione della coscienza e della formazione di classe che rendono più complessa la questione della classe media. Secondo il modello di classe “astratto” di Marx, ci sono due classi antagoniste fondamentali nel modo di produzione capitalista: il proletariato e la borghesia. Tuttavia, il modello “concreto” di Marx indica l'esistenza di una classe media nella struttura “empirica” della realtà. Questi due rilievi indicano che esiste un'incompatibilità analitica in relazione alla categoria della classe media tra il modello “astratto” e il modello “concreto” di Marx. Sarebbe legittimo, quindi, parlare di classe media all'interno della teoria marxista? Questa questione è diventata più complessa con l'idea di "classi in transizione" e la tesi della polarizzazione di classe tra capitale e lavoro nel modo di produzione capitalista. L'idea di classi in transizione riguarda le classi che, secondo Marx, sarebbero in via di formazione o scomparsa in un dato sistema sociale. Nel capitalismo, i piccoli proprietari o la piccola borghesia (quelli che lavorano in proprio e impiegano poche persone o non sono salariati), i cui interessi divergerebbero da quelli della grande impresa, sarebbero destinati a scomparire. In questo senso, questa classe, chiamata anche classe media, sarebbe una “classe in transizione”.

Per Giddens, l'attribuzione di questo carattere di transizione alla piccola borghesia e/o alla classe media sarebbe un modo per non sacrificare il modello di classe dicotomico, poiché il suo carattere di transizione, cioè la sua tendenza a scomparire, esprimerebbe la sua non- essenzialità al modello strutturale conflittuale di classe. Ciò significa quindi che la classe media non troverebbe un posto strutturale nella teoria di Marx. Accanto all'idea di "classi in transizione" c'è la tesi della polarizzazione di classe. La logica di funzionamento del modo di produzione capitalista, basata sull'estrazione del plusvalore, porterebbe ad un crescente aumento dello sfruttamento del capitale sul lavoro. La borghesia tenderebbe così, alla lunga, ad accrescere la propria ricchezza, a scapito della povertà del proletariato. In altre parole, ci sarebbe una disparità crescente tra la ricchezza materiale del capitale e il lavoro salariato (la tesi della “proletarizzazione”). Allo stesso tempo, tenderebbero a scomparire anche le classi e i segmenti di classe che “complicano” il modello marxiano. Ciò significa che ci sarebbe una tendenza della piccola borghesia a proletarizzarsi. In breve, la logica dello sfruttamento immanente al funzionamento del modo di produzione capitalista porterebbe, alla lunga, a una crescente polarizzazione tra le classi dominanti e dominate. In questo modo, la piccola borghesia e/o la classe media, nella teoria di Marx, sarebbero una categoria insignificante e non si adatterebbero strutturalmente al suo modello di classe dicotomico e antagonista.


Queste premesse teoriche non ponevano un problema per la prospettiva marxista. Tuttavia, più di duecento anni dopo lo sviluppo della teoria di Marx, la tesi della polarizzazione radicale tra le classi non si è verificata nelle società capitaliste. Molti marxisti erano convinti che questa tesi non fosse corretta. Si assiste, infatti, ad un progressivo calo della popolazione detentrice dei mezzi di produzione e/o dei lavoratori autonomi, detti anche piccola borghesia. Inoltre, c'è stata un'espansione delle occupazioni professionali e tecniche e la crescita del personale amministrativo e manageriale o di ciò che molti chiamano classi medie o strati intermedi dei paesi capitalisti. C'era quindi un'asimmetria tra il progetto teorico di Marx e la realtà empirica. La non conferma della teoria della polarizzazione di classe ha reso più complessa la teoria marxista della formazione delle classi. Con l'aumento dei settori e/o dei ceti considerati borghesi, le potenzialità rivoluzionarie delle classi lavoratrici non potrebbero concretizzarsi. Secondo Marx, la discrepanza tra la ricchezza della borghesia e la povertà del proletariato sarebbe responsabile della radicalizzazione delle lotte di classe. In ciò risiederebbe il processo di coscientizzazione e formazione della classe operaia, come classe rivoluzionaria. Tuttavia, come forgiare una “classe per sé” in una società sempre più dominata dalla classe media?

Alcuni marxisti sono giunti a dedurre che questi nuovi lavoratori e/o questa nuova piccola borghesia si troverebbero in uno stato di “falsa coscienza” e quindi non avrebbero una chiara concezione della loro identità di classe. Tuttavia, autori come Alain Touraine hanno cercato di sostituire l'idea di proletarizzazione tradizionale e quella di "falsa coscienza" di classe. Per Touraine, più che semplici strati della classe media, questi nuovi lavoratori costituirebbero la nuova avanguardia della classe operaia, poiché vivrebbero una situazione di contraddizione tra la necessità di un controllo autonomo sulla propria forma tecnica, attraverso la produzione di conoscenza, e gli adempimenti burocratici delle imprese. Pertanto, la crescita di queste classi medie non avrebbe implicazioni per il processo di formazione della “classe per sé”.

Tuttavia, la questione della coscienza e della formazione di classe non è l'oggetto centrale di questo lavoro. La cosa più importante è capire le relazioni e le strutture delle classi. In questo modo si intende dimostrare come i marxisti risolvano le incongruenze tra il posto residuo che la piccola borghesia e/o la classe media hanno nella teoria dicotomica delle classi e l'aumento di questi strati o classi sociali nella contemporaneità. Si potrebbe parlare di classe media all'interno del marxismo? Quale sarebbe il suo ruolo nella struttura di classe marxista? Importanti autori come Nicos Poulantzas ed Erik Olin Wright si sono concentrati, all'interno della tradizione marxista, sulla polemica borghese, sviluppando diverse teorie per spiegare il posto di questi nuovi lavoratori e/o di questa classe nella struttura di classe, da una prospettiva neomarxista. Erik Olin Wright ha sviluppato una teoria in cui la classe media ha un posto strutturale nell'organizzazione delle classi sociali. La sua teoria si distingue da altre prospettive marxiste che tendono a identificare la piccola borghesia e/o i colletti bianchi come una terza forza nella struttura di classe marxista. A differenza di altri teorici che tendono a dissolvere la classe media nella piccola borghesia e nel proletariato per mantenere una doppia immagine della società, Wright costruisce un quadro teorico che inserisce la classe media nella struttura di classe, creando il concetto scientifico per il termine in questione. Wright sviluppa la sua teoria mantenendo alcuni principi fondamentali della teoria marxista. Tra questi, possiamo evidenziare il principio relazionale delle classi, l'antagonismo degli interessi ad esse immanenti, lo sfruttamento come base oggettiva di interessi antagonistici e i rapporti di produzione come base fondamentale per la strutturazione delle classi. D'altra parte, Wright decostruisce la relazione isomorfa tra posizione sociale e classe di un dato individuo che esiste nella teoria di Marx. Da queste premesse, Wright sviluppa il concetto di “contradictory class locations”.

Attraverso rapporti di dominio e subordinazione all'interno della produzione, analizza tre dimensioni: il capitale monetario, cioè il flusso degli investimenti e la direzione dell'accumulazione nel processo produttivo; il capitale fisico, cioè i mezzi di produzione effettivi all'interno del processo produttivo; lavoro, cioè ciò che comporta le attività di trasformazione dei produttori nel processo produttivo. Le asimmetrie tra queste tre dimensioni generano le posizioni contraddittorie degli individui all'interno della struttura di classe. Coloro che sono in una relazione di dominio rispetto a una delle dimensioni, ma sono subordinati rispetto a un'altra dimensione, sono inseriti in una contradictory class locations. In tal modo, la loro posizione sociale avrebbe le caratteristiche delle due classi antagoniste: quella operaia e quella borghese. Questo modello teorico è stato migliorato da Wright. La sua autocritica gli fece capire che non erano i rapporti di sfruttamento al centro della sua analisi, ma i rapporti di dominio e di subordinazione. Ciò andava contro uno dei principi fondamentali del marxismo. Quindi, influenzato dalle idee di John Roemer, rielaborò la sua teoria, introducendo maggiormente i rapporti di sfruttamento al centro della sua argomentazione.

Parte quindi, in questa seconda fase di sviluppo della sua teoria, dall'idea che le disuguaglianze nella distribuzione dei beni produttivi determinerebbero lo sfruttamento materiale. In termini di produzione, la disuguaglianza dei beni consentirebbe il trasferimento di pluslavoro, cioè determina rapporti di sfruttamento. Pertanto, non ci sarebbero relazioni di classe senza appropriazione e dominio. Sarebbero collegati tra loro e costituirebbero le basi dei rapporti di classe. Le disuguaglianze dei beni produttivi sarebbero le basi materiali dello sfruttamento e forgerebbero rapporti di proprietà. In questo senso, la base dello sfruttamento sarebbe radicata nel controllo delle varie tipologie di asset utilizzati nella produzione. Wright indica l'esistenza di diversi tipi di risorse. L'organizzazione del lavoro o la divisione del lavoro all'interno di un'azienda rappresenta una risorsa produttiva, una fonte di produttività. Anche il controllo di questa fonte di produttività sarebbe un asset produttivo. Oltre a questo, un altro svantaggio sarebbe il possesso di scarse qualifiche. Quando un gruppo ha il controllo su una certa conoscenza, il suo lavoro viene valorizzato e, quindi, la sua conoscenza diventa anche una risorsa nella produzione. Affinché questo tipo di sfruttamento possa esistere, deve esserci una restrizione all'offerta della qualifica. Il nesso tra tipi di beni e sfruttamento ci permette di pensare che ci siano varie forme di sfruttamento nei rapporti di classe capitalista. Ciò consente di comprendere la rilevanza della nozione di “contradictory class locations”, poiché all'interno di tali posizioni gli individui possono essere contemporaneamente sfruttatori e sfruttati e, quindi, dominanti e dominati, a seconda del bene o della dimensione in questione. La struttura di classe, per Wright, deve basarsi sulla nozione di sfruttamento e di interessi materiali generati all'interno delle relazioni. La sua struttura di classe corrisponde a una rete di relazioni sociali complesse che determina un accesso ineguale alle risorse produttive e modella interessi materiali diversi. Questo modello di struttura delle classi ha generato dodici posizioni di classe. In questa teoria gli individui sono distribuiti secondo i rapporti di appropriazione/sfruttamento che esercitano nell'ambito della produzione, in base ai beni produttivi. Nello schema di Wright è possibile notare che esistono tre posizioni di titolari di beni strumentali e nove di lavoratori dipendenti. Così, tra i proprietari, sono inclusi la borghesia, i piccoli datori di lavoro e la piccola borghesia (lavoratori autonomi, senza dipendenti). La classe media sarebbe composta da occupazioni inserite in posizioni contraddittorie e in luoghi privilegiati di appropriazione da parte del gruppo dei dipendenti. Comprenderebbe tutti i tipi di manager, specialisti e supervisori qualificati. La classe operaia, invece, sarebbe costituita da dipendenti subordinati in relazione alle dimensioni dell'autorità e della qualificazione, cioè non dirigenti e non qualificati. 

Questa esposizione del teorema di Wright permette di percepire, in primo luogo, che il concetto di classe media ha una delimitazione teorica consistente e che è strutturalmente inserito nell'organizzazione delle classi sociali. In secondo luogo, si differenzia dalla piccola borghesia. Contrariamente alla tesi di Poulantzas, la classe media non fa parte della piccola borghesia. Ci sono due gruppi distinti. In terzo luogo, è da notare che le occupazioni hanno una grande forza esplicativa nella delimitazione di questa classe. In questo modo è possibile pensare che la nozione di classe media non sia necessariamente incompatibile con la teoria marxista delle classi. È possibile concettualizzarla scientificamente all'interno di questa tradizione.


Nella prospettiva weberiana, a differenza di quella marxista, non sembrano esserci grossi impedimenti teorici a lavorare con il termine “classe media”. Il principio relazionale delle classi non è una conditio sine qua non della struttura delle classi proposta da Weber. Ciò che definisce le diverse situazioni di classe nella prospettiva weberiana sono i tipi di proprietà e/o servizi posseduti dagli individui. Da ciò si deduce un modello a classi multiple, che suggerisce che l'organizzazione delle classi è più vicina a una piramide stratificata.

A seconda della costruzione della tipologia di proprietà e dei servizi, possono essere sviluppati diversi modelli di struttura delle classi. Pertanto, è possibile che ci siano diverse delimitazioni per le classi sociali. In questo senso, il termine “classe media” all'interno della teoria weberiana non sembra avere un significato delimitato ed essere alquanto incongruo con questa prospettiva. D'altra parte, vale la pena aggiungere che Weber ha addirittura segnalato l'esistenza di quattro classi sociali: la classe operaia manuale, la piccola borghesia, i colletti bianchi non proprietari e la classe dei proprietari terrieri privilegiati. Ma cosa si può intendere per classe media? Sarebbero i colletti bianchi o la piccola borghesia? Charles Wright Mills analizza i cambiamenti economici e sociali avvenuti negli Stati Uniti tra il XIX e il XX secolo. Egli suggerisce che l'instaurazione della nuova società industriale americana abbia generato cambiamenti nell'economia, nella cultura e, soprattutto, nell'organizzazione di quella società. Secondo Mills, il principale cambiamento organizzativo nella società è stato il declino della "vecchia classe media" e l'emergere di una "nuova classe media". Il nuovo capitalismo industriale ha imposto all'impresa una dinamica sempre più legata al bisogno di conoscenza e, di conseguenza, progressivamente monopolizzata dalle grandi industrie. Ciò avrebbe contribuito a creare una crisi nelle campagne. I piccoli proprietari terrieri e imprenditori rurali, chiamati da Mills "vecchia borghesia", non seppero competere con le grandi imprese e andarono progressivamente in declino. Allo stesso tempo, un nuovo capitalismo industriale ha stabilito istituzioni burocratiche nelle città che offrivano nuovi tipi di lavoro. Meno lavoro manuale e più focalizzato su gestione, organizzazione e vendita. A poco a poco, nelle città si formò un nuovo gruppo occupazionale: gli impiegati, chiamati anche “nuova classe media”. Ma cosa si può intendere per impiegati? In che modo questo gruppo sarebbe diverso dalla "vecchia classe media"?

Seguendo le orme di Weber, Mills utilizza i tipi di occupazione e di proprietà per delimitare le "situazioni di classe". Ritiene, secondo la prospettiva weberiana, che ogni occupazione sia associata a una posizione di classe, a un certo prestigio sociale e a un certo potere. Inoltre, l'occupazione è anche legata a competenze e funzioni specifiche. Pertanto, questi fattori vengono utilizzati per delimitare la "vecchia" in relazione alla "nuova classe media".

Per lui la “nuova classe media” si differenzia dalla “vecchia” per la mancanza di proprietà. Quest'ultima sarebbe formata da piccoli intraprendenti proprietari terrieri radicati prevalentemente nelle campagne. Questi sarebbero quindi titolari di piccole proprietà. Il tipo di proprietà la differenzierebbe quindi dai grandi capitalisti. Diversamente, la nuova classe media non possiederebbe proprietà. Mills aggiunge che attualmente l'occupazione, più della proprietà, sarebbe una fonte di reddito che determinerebbe le possibilità di vita della maggioranza della classe media. Pertanto, in termini di proprietà, i colletti bianchi si troverebbero nella stessa posizione degli altri lavoratori. In termini di occupazione, i colletti bianchi si definirebbero occupando posizioni lavorative non manuali. Secondo Mills, si occupano più di simboli e persone che di cose. Sono coinvolti nel coordinamento, distribuzione e organizzazione delle funzioni, soprattutto nel settore dei servizi. Pertanto, i tre gruppi professionali più grandi associati a questi lavoratori sarebbero insegnanti, venditori e vari impiegati. Le loro occupazioni richiederebbero determinate abilità nella gestione di carte, denaro e persone. Sarebbero maestri dei rapporti commerciali, professionali e tecnici. Non produrrebbero cose, al contrario, organizzerebbero e coordinerebbero le persone che producono cose. Sono loro che mantengono il controllo, forniscono servizi tecnici e personali e insegnano le abilità di cui gli altri hanno bisogno per lavorare. In termini di status, i colletti bianchi rivendicano un prestigio maggiore rispetto agli altri lavoratori salariati. Il loro prestigio è tradizionalmente legato ai luoghi e ai tipi di lavoro svolto, nonché al reddito relativamente più alto che guadagnano rispetto agli altri lavoratori. Molti di loro hanno prestigio grazie allo status dell'azienda per cui lavorano. Le competenze e le qualifiche richieste per l'esercizio del proprio incarico, o anche l'autonomia di cui dispongono nel decidere le modalità del proprio lavoro, sono fattori che contribuiscono al prestigio di questo ceto sociale. La posizione di potere di questa "nuova classe media" dipende da altri fattori come l'occupazione e lo status. Alcuni impiegati ricoprono posizioni di autorità. Hanno potere sulle altre persone, come nel caso dei manager. Ma anche fuori dal lavoro, alcuni professionisti hanno una posizione di potere, per i rapporti istituzionali o per il reddito che hanno. 

In termini di reddito, Mills indica che i colletti bianchi hanno, in media, un reddito relativamente più alto rispetto agli altri lavoratori salariati. Sebbene Mills indichi il reddito come un fattore importante che distingue la nuova classe media, non lo interpreta come un fattore di delimitazione esclusivo delle situazioni di classe. Secondo l'autore, i colletti bianchi formano una piramide sociale situata tra la parte superiore e inferiore della piramide sociale stratificata basandosi sul reddito. Ciò significa che, se il reddito fosse considerato l'unico fattore di raggruppamento della nuova classe media, non formerebbe uno strato continuo, ma una piramide sociale. Questa breve esposizione delle idee di Mills ci permette di percepire, in primo luogo, che il termine “classe media” ha diversi significati nella sua opera. La vecchia classe media era composta da piccoli proprietari terrieri e imprenditori rurali. Ciò significa che la nozione di classe media, in questo caso, è associata alla dimensione e alla tipologia della proprietà, fattore fondamentale per la sua determinazione. La nuova classe media, invece, comprende i cosiddetti colletti bianchi, il che dimostra che la nozione di classe media, in questo caso, non è più associata a un tipo di proprietà, ma a un tipo di servizio svolto. Pertanto, la nozione di classe media racchiude significati diversi nel lavoro di Mills. Inoltre, sembra racchiudere distinte “situazioni di classe”, in senso weberiano. Poiché Weber ha stabilito che ogni situazione di classe è associata rispettivamente a un tipo di proprietà e/o servizi, la nozione di classe media usata da Mills sembra oscillare tra diverse “situazioni di classe”, cioè comprendere più di una classe nel suo significato. Questa ambiguità di significati del termine sembra, in secondo luogo, dimostrare che il significato di classe media è storicamente costruito socialmente e, quindi, cambia nel tempo e nella società. Se per tutto l'Ottocento il termine esprimeva una certa specifica situazione di classe, nel Novecento ne esprime una del tutto diversa. Inoltre, i significati del termine sembrano essere specifici della realtà nordamericana. I piccoli proprietari terrieri rurali fanno parte di una specifica configurazione sociale negli Stati Uniti durante il XIX secolo, così come il predominio dei colletti bianchi sembra essere specifico di un paese il cui modo di produzione capitalista è abbastanza sviluppato. Infine, è possibile notare che le delimitazioni dei termini “vecchia” e “nuova classe media” evidenziate da Mills producono immagini approssimative di ciò che potrebbe essere compreso da queste categorie. Queste immagini sembrano essere un po' imprecise, lasciando alcune lacune teoriche. Ad esempio, è possibile inserire i piccoli proprietari urbani nella vecchia classe media? Inoltre, come dobbiamo interpretare i piccoli proprietari terrieri rurali rimasti ancora nel XX secolo? Sarebbero classificati come vecchia o nuova classe media? Ci sarebbero, allora, diversi tipi di classe media contemporaneamente? Queste imprecisioni possono derivare dal fatto che Mills è più interessato ad analizzare le trasformazioni storico-sociali degli Stati Uniti che a classificare la classe media.


Da ciò è possibile fare alcuni confronti finali tra le nozioni di classe media di Mills e Wright. È necessario sottolineare che la nozione di Wright sembra essere più accurata di quella di Mills. Ma questo è legato al fatto che gli obiettivi della loro ricerca sono diversi. Mentre Mills si preoccupa di analizzare le configurazioni sociali da un punto di vista storico e processuale, Wright si preoccupa di sviluppare un concetto scientifico e teorico per il termine classe media al fine di consentirne l’analisi sulla base del modello conflittuale di Marx. D'altra parte, la proposta di Mills, a differenza di quella di Wright, dà origine a una configurazione del termine legata alle specificità storico-sociali di ciascuna società. Il modello di Wright, stabilendo una definizione teorica molto specifica, non lascia spazio a specifiche realtà storico-sociali. Pur con queste differenze, è possibile notare che i modelli della classe media dei due autori hanno delle affinità. Entrambi adottano i rapporti di proprietà, i rapporti di autorità, le differenziazioni di qualificazione e, soprattutto, i tipi di occupazione come fattori differenzianti delle classi sociali. I nuovi colletti bianchi sono quindi molto vicini alla classe media definita da Wright. La sua proposta di associare i rapporti di dominazione a quelli di sfruttamento nell'ambito del lavoro e di utilizzare questi fattori nella delimitazione delle classi sociali, permette di avvicinarsi, non solo ai modelli della classe media, ma anche alla strutturazione delle classi nella tradizione marxista e weberiana. Infine, è importante ricordare che le due proposte differiscono dalla nozione di classe media frequentemente utilizzata dagli economisti. È comune per le indagini economiche delimitare la classe media in base esclusivamente al reddito. Tuttavia, le proposte sociologiche all'interno della tradizione weberiana e marxista, valorizzano l'uso di altri fattori sociologici come l'occupazione per la delimitazione delle classi sociali. Sebbene il reddito sia importante, come sostiene Mills, nel determinare la nuova classe media, non può essere l'unico fattore determinante di una classe sociale.

Bibliografia

Erik Olin Wright, Classes, Verso, 1997

Charles Wright Mills, Colletti bianchi. La classe media americana, Einaudi, 1982

mercoledì 31 agosto 2022

0 INTERROGARSI SULLA NATURA DEL SISTEMA POLITICO-ECONOMICO CINESE

Rémy Herrera, economista e ricercatore al Centro di Economia della Sorbona (CNRS), e Zhiming Long, economista e professore all’Università Tshinghua di Pechino, sono autori di un testo molto interessante sul socialismo con caratteristiche cinesi: “La Cina è capitalista?”.

Questo libro, pubblicato in Italia da Marx21, affronta questioni contemporanee cruciali, come la rinascita della Cina come una delle principali potenze del sistema internazionale, le cause della sua rinascita e dove si sta dirigendo. È un libro olistico e una lettura consigliata a chiunque sia interessato a questi problemi. La principale questione sollevata dagli autori, che mette in discussione le teorie prevalenti in questo ambito, è che, nel contesto della crescita economica cinese, non va trascurato il ruolo della Cina maoista nel periodo 1949-1978. Gli autori sono innovativi nel modo in cui rompono con le correnti dominanti e nelle informazioni che aggiungono, avendo creato serie temporali di grafici per giustificare le proprie tesi.

Va ricordato che per quanto riguarda i dati statistici sulla Cina popolare non c’è nessun consenso o dato ufficiale sul periodo storico analizzato.

Il lavoro si articola in tre capitoli: in un primo capitolo, intitolato “Caratteristiche generali, elementi storici e confronti internazionali”, gli autori intendono familiarizzare i lettori con alcuni dati, informazioni e contestualizzazioni riguardanti la Cina contemporanea. In quanto tali, menzionano il fatto che la Cina è un paese geograficamente esteso, che ospita la più grande popolazione del mondo. Rémy Herrera e Zhiming Long effettuano diversi confronti per presentare in profondità le caratteristiche principali di questo paese, riferendosi anche alla quantità e diversità delle risorse naturali di cui dispone la Repubblica Popolare Cinese, alle disparità tra le regioni interne e costiere e molti altri dati al fine di caratterizzarlo geograficamente.

Inoltre, gli autori contestualizzano questo Paese storicamente, in modo succinto e cogliendo i principali eventi che hanno spinto la Cina a realizzare una trasformazione economica senza precedenti nella storia dell'umanità. Trovano due ragioni essenziali per cui il popolo cinese si è sentito obbligato a portare avanti questo cambiamento: primo, il radicato sentimento di umiliazione nazionale, evidente nel XIX secolo e nelle guerre dell'oppio; secondo, lo scoppio della rivoluzione bolscevica del 1917 e la successiva penetrazione del marxismo-leninismo nella Repubblica Popolare Cinese. Nel 1949 i comunisti vincono la guerra civile che, per gli autori, è la tappa fondamentale che permetterà a questo Paese di iniziare il suo percorso di sviluppo economico. Da quella data in poi la Repubblica Popolare Cinese è cambiata drasticamente. Sono stati elaborati i primi piani quinquennali, è avvenuto l'accentramento del potere nelle mani dello Stato-partito che ha prodotto un aumento della burocratizzazione. Si ricorda inoltre che il percorso inizialmente tracciato da Mao Zedong fu parzialmente interrotto con l'ascesa al potere di Deng Xiaoping. I segni di esaurimento per quanto riguarda l'economia pianificata erano evidenti e molti dei problemi che esistevano prima del 1949 continuarono a sussistere dopo la Rivoluzione. È in questo modo che Deng Xiaoping cambierà questo scenario, e nel libro si dice che da allora il socialismo in Cina è gravemente arretrato.

Infine, per concludere questo primo capitolo, gli autori ci introducono a quella che è la tesi principale del libro: l'attuale potere e dinamismo della Repubblica Popolare Cinese non sono semplicemente il risultato della sua apertura alla globalizzazione e alla sua integrazione nel sistema mondiale capitalista. Per corroborare questa proposta per il dibattito economico sulla Cina contemporanea, hanno utilizzato diversi grafici comparativi che consentono di comprendere il dinamismo dell'economia cinese dal 1949, riferendosi al periodo successivo alla Rivoluzione, nel contesto delle economie socialiste, superiore a quanto tradizionalmente indicato dagli scienziati economici. Riguardo alla questione agraria, gli autori riferiscono che questo paese era e continua ad essere uno dei pochi paesi che garantisce l'accesso alla terra alla maggioranza delle sue masse contadine e, quindi, nell'analizzare la Cina, bisogna porre i contadini al centro del proprio studio. Si fanno anche dei confronti per quanto riguarda l'aspettativa di vita media con diversi paesi, come l'India, gli Stati Uniti d'America e l'Europa, ed è percepibile l'enorme sforzo profuso dalla Repubblica Popolare Cinese in questa materia, avendo un'aspettativa di vita media tra 1950-1955 di 40 anni che passa a 74 anni nel 2010-2015. La seconda parte di questo libro si intitola “L'enigma della crescita economica cinese”. Rémy Herrera e Zhiming Long, in questo capitolo, cercano di demistificare alcuni luoghi comuni sulla crescita economica cinese.

Secondo gli autori si parla di enigma perché il fenomeno della crescita economica di questo Paese è frutto di seri dibattiti all'interno del mondo accademico, da destra a sinistra, ed è un argomento sul quale non c'è consenso. Una delle idee, però, maggiormente accreditate su questo tema, soprattutto in Occidente, è il fatto che lo sviluppo cinese ha preso forza alla fine degli anni '70 con la conseguente apertura del Paese all'esterno. Tuttavia, per gli autori, l'evoluzione della Cina in materia economica è in gran parte dovuta ai risultati raggiunti durante il periodo maoista, prima degli anni '70 e all'ingresso della Cina nel sistema economico internazionale. Accettando la visione occidentale, secondo gli autori, accettiamo implicitamente che l'economia cinese sarebbe stata stagnante durante il periodo maoista e che avrebbe iniziato il suo processo di decollo solo dopo il 1978. Gli autori menzionano anche che l'accettazione di tale tesi escluderebbe tre realtà fondamentali: in primo luogo, che la Repubblica Popolare Cinese ha una storia millenaria, quindi è falso il dibattito che vede l’emergere sullo scenario internazionale di questo paese solamente 40 anni fa; secondo, che quando la Repubblica Popolare Cinese iniziò a superare la soglia della crescita del 10% del PIL negli anni '80, le istituzioni e le strutture essenziali del socialismo esistevano ancora; terzo, che il PIL cinese durante il periodo di Mao Zedong stava generalmente crescendo a un ritmo vertiginoso. Gli autori riferiscono che tra il 1970 e il 1980 il PIL cinese ha raggiunto il +6,8%, ovvero più del doppio di quello degli Stati Uniti nello stesso periodo. Gli autori analizzano anche diversi dati dell'Istituto Nazionale di Statistica di questo Paese (nel periodo 1952-2015), che dimostrano, ancora una volta, il ritmo accelerato con cui l'economia cinese stava già crescendo durante l'era maoista.

Oltre alla crescita del PIL in quest'epoca, gli autori hanno creato serie temporali di stock di capitale fisico e hanno scoperto che i tassi medi di crescita dello stock di capitale erano molto simili nei sottoperiodi 1952–1978 e 1979–2015. È quindi ancora una volta chiaro che l'accumulazione di capitale fisico non è un fenomeno recente nella Repubblica Popolare Cinese. Un altro dato di cui dobbiamo tenere conto, secondo gli autori, per quanto riguarda l'ascesa di questo Paese, sono le spese per l'istruzione e la ricerca. Sono state inoltre create serie storiche lunghe (1949-2015), poiché i dati statistici esistenti non consentono la determinazione precisa di queste problematiche. Pertanto, si ricorda che nel periodo 1949-1978 lo stock totale di risorse educative era del 4,19%, mentre nel periodo 1979-2015 era del 4,22%. Si può osservare, quindi, che questi valori sono molto vicini in questi due sottoperiodi, e che i primi sforzi in questo campo, che miravano alla massificazione dell'istruzione, sono stati determinanti per raggiungere i livelli di scolarizzazione presenti nella popolazione cinese oggi. Inoltre, per quanto riguarda le spese per ricerca e sviluppo, sebbene la Cina abbia integrato il sistema contabile internazionale per le attività di R&S solo nel 1986, ciò non significa che questo paese non le abbia fatte prima di tale data. Pertanto, in considerazione dei vincoli della mancanza di dati statistici, Rémy Herrera e Zhiming Long hanno ricompilato serie storiche originali e selezionato diverse masse di bilancio, provenienti da istituzioni pubbliche ed enti economici privati.

Secondo i calcoli degli autori, i tassi di crescita delle spese di R&S sono di circa il 14,5% nel periodo 1949–2015, con un ritmo medio di queste spese più elevato nel sottoperiodo 1949–1978. Lo sforzo iniziale, per costruire una base tecnologica, ha permesso alla Repubblica Popolare Cinese di diventare leader in diversi settori nell'ambito della quarta rivoluzione industriale nel mondo di oggi. Gli autori, in questo capitolo, individuano anche alcuni periodi di crisi dell'economia cinese. Molti di questi periodi sono giustificati da shock esterni, come l'anno 1962, quando l'economia cinese ha subito un calo del -9,2%, associato alle conseguenze della rottura dei rapporti con l'URSS, o la crisi dei mutui subprime (2007 - 2008). L'ultimo capitolo del libro è intitolato “Sulla natura del sistema politico-economico cinese”. In primo luogo, gli autori contestualizzano l'opinione di alcuni marxisti su questo sistema. Alcuni lo chiamano neoliberismo con caratteristiche cinesi, altri affermano che le élite cinesi usano il mercato come strumento di governo. Tuttavia, con ampio consenso, diversi autori riferiscono che il sistema cinese rientra nella categoria del capitalismo di Stato.

Tuttavia, per Rémy Herrera e Zhiming Long, il sistema politico-economico cinese è un “socialismo di mercato”, e gli autori individuano 10 pilastri essenziali a sostegno di questa teoria: la persistenza di una pianificazione potente e modernizzata; una forma di democrazia politica; l'esistenza di servizi pubblici molto estesi; la proprietà della terra e delle risorse naturali che rimangono di dominio pubblico; forme diversificate di proprietà; una politica generale per aumentare le retribuzioni del lavoro; la dichiarata volontà di ricercare la giustizia sociale; una priorità data alla conservazione dell'ambiente; una concezione delle relazioni economiche tra Stati basata sul principio del vantaggio reciproco (win-win) e delle relazioni politiche tra Stati basate sul perseguimento sistematico della pace. Per avvalorare questi punti, gli autori li analizzano in modo più approfondito, come il ruolo delle aziende pubbliche nell'economia, enumerando alcuni aspetti positivi come il fatto che possono distribuire di più ai propri dipendenti o il fatto che le autorità hanno la possibilità di includerle più facilmente in progetti collettivi. A differenza delle società occidentali, quotate in borsa e orientate alla massimizzazione della distribuzione di dividendi ai loro proprietari privati, la maggior parte delle società pubbliche cinesi sono redditizie perché stimolano il resto dell'economia, ad esempio generando economie di scala che riducono i costi a tutti i livelli e che forniscono input a buon mercato garantendo condizioni di produzione competitive alle PMI cinesi, e sono orientate da interessi strategici superiori. Questo punto serve per smentire una bufala clamorosa, ovvero, quella secondo cui il successo delle esportazioni cinesi sarebbe trainato dal costo molto basso della manodopera locale. In realtà questi costi incidono su una percentuale molto piccola del totale dei prezzi dei prodotti cinesi esportati. I due studioso parlano di una media del 10%. Questi salari, indubbiamente bassi rispetto alla manodopera dei paesi capitalisticamente maturi, non compensano i costi per il trasporto verso i Paesi importatori. La vera carta vincente sono i minori costi dei fattori produttivi forniti dalle grandi imprese statali al resto dell'economia a prezzi bassi perché fissati amministrativamente o comunque sono fortemente controllati dallo Stato, come nel caso dei carburanti. Infine, all'interno di queste imprese statali è consentita la partecipazione, seppur limitata, dei dipendenti alla gestione attraverso il Consiglio di Vigilanza e il Congresso dei Lavoratori.

Inoltre, questo capitolo mette in evidenza anche un altro aspetto importante: il ruolo dei servizi pubblici estesi e della pianificazione economica. La stragrande maggioranza dei servizi sociali è nelle mani dello Stato cinese, in particolare beni considerati strategici come energia e infrastrutture. Anche la pianificazione, che, sebbene sia cambiata negli anni, è ancora molto pervasiva nella società cinese e nel sistema politico cinese, giocando un ruolo essenziale. Gli obiettivi sono stabiliti in anticipo e, successivamente, la loro materializzazione e attuazione vengono discusse. Questa realtà è per lo più controllata dal Partito Comunista Cinese, che fa queste scelte per conto dei cittadini cinesi, sebbene si applichi il principio della consultazione. 

Per concludere si fa menzione del controllo del sistema bancario e dei mercati finanziari da parte dello Stato della Repubblica popolare cinese. Gli autori sostengono che questi settori dovrebbero continuare ad essere contraddistinti, in futuro, da un carattere statale e pubblico. Rémy Herrera e Zhiming Long concludono il loro lavoro affermando che il regime del “socialismo di mercato” ha permesso alla Cina di riemergere nel sistema internazionale e che il periodo maoista è stato fondamentale per lo sviluppo economico della Cina. Per gli autori, la Cina è un paese non capitalista, ma con capitalisti.


domenica 28 agosto 2022

0 CRISI DELLA LEGGE DEL VALORE E DIVENIRE RENDITA DEL PROFITTO IN CARLO VERCELLONE

Carlo Vercellone con la sua tesi sulla “crisi della legge del valore e divenire rendita del profitto” afferma che il profitto e la legge del valore, con lo sviluppo del capitale, acquisiscono un carattere maggiormente rentier. Dopo la crisi del fordismo si può osservare un ritorno e una moltiplicazione della rendita, che implica una generale inversione del rapporto tra salario, rendita e profitto. Secondo l'autore, c'è un approccio molto diffuso all'interno delle teorie marxiste che considerano la rendita un’eredità precapitalista che ostacola lo sviluppo del capitale stesso. Il capitalismo puro non consentirebbe l'esistenza della rendita. Allo stesso modo, esiste una lettura che sostituisce la rendita fondiaria con la rendita finanziaria e interpreta la crisi del 2008 come un conflitto tra questa vocazione rentier del capitale finanziario e il capitale produttivo "buono", che genera profitto e occupazione. Capitale e lavoro avrebbero stipulato un accordo che implicherebbe il controllo del prezzo dei beni, salari compresi, con l'obiettivo di garantire la piena occupazione e ristabilire il funzionamento della legge del valore tempo di lavoro socialmente necessario, contro le distorsioni causate dall'intervento del settore finanziario sul settore produttivo. Vercellone afferma di non essere d'accordo con questa lettura per quattro motivi: (1) la rendita non è al di fuori delle dinamiche del capitale, né si oppone al profitto; (2) la rendita non è separata dall'aumento della dimensione immateriale e cognitiva del lavoro, successiva alla crisi del fordismo, di cui fanno parte i servizi finanziari; (3) c'è un esaurimento della logica industriale dell'accumulazione di capitale e un aumento della vocazione rentier e speculativa dello stesso capitalismo produttivo; (4) nega la natura globale della finanza, che ora è nell'intero ciclo economico, rendendo ancora più difficile distinguere tra economia finanziaria ed economia reale.

Il potere della finanza si manifesta nella fase di crescita, come capacità di appropriarsi dei profitti, e nella fase successiva allo scoppio della bolla speculativa, rendendo i governi e le istituzioni ostaggi della minaccia della crisi globale, ottenendone formidabili concessioni. Tuttavia, credendo in una completa autonomia del settore finanziario che fagociterebbe la cosiddetta economia reale, si omette le compenetrazioni tra un settore e l'altro, nonché altre cause socioeconomiche della crisi. Per l'autore, il passaggio dalla crisi delle dot.com alla crisi immobiliare dei subprime non è solo il risultato di logiche finanziarie, ma rappresenterebbe una svolta decisiva nelle dinamiche del capitalismo cognitivo. La crisi del Nasdaq nel marzo 2000 segna la fine della New Economy, rappresentando i limiti del tentativo del capitale di assoggettare l'economia immateriale e Internet alla logica mercantilista. Dopo il crollo del fordismo, si approfondiscono le contraddizioni soggettive e strutturali del capitalismo cognitivo, legate all'impossibilità di integrare l'economia dell'immateriale e della conoscenza con la crescita del capitale.

Secondo Vercellone, finanziarizzazione e rendita sono cause e conseguenze delle contraddizioni globali all'interno del capitalismo cognitivo. La crisi del 2008 non è una crisi finanziaria che coinvolge l'intera economia reale, c'erano già i segnali della crisi economica prima del suo effettivo scoppio. L'autore presenta quindi un'ipotesi: la crisi attuale, la sua profondità, esprime soprattutto il carattere inconciliabile del capitalismo cognitivo con le condizioni sociali alla base dello sviluppo di un'economia basata sulla conoscenza e necessaria al mantenimento dell'equilibrio ecologico del pianeta. Aggiunge che è anche una crisi strutturale, legata alla legge del valore e alla tendenza di questa e del profitto a diventare rendita. Vercellone spiega che la crisi della legge del valore è: "una crisi della misura che destabilizza il senso stesso delle categorie fondamentali dell'economia politica: il lavoro, il capitale, e ovviamente il valore". Secondo l'autore, due elementi dimostrano "l'esaurimento della forza progressiva del capitale e il suo carattere sempre più parassitario". In primo luogo, "l'esaurimento della legge del valore come criterio di razionalizzazione capitalistica della produzione capace, come nel capitalismo industriale, di fare del lavoro astratto, misurato in un'unità di tempo di lavoro semplice, non qualificato, lo strumento congiunto del controllo sul lavoro e della crescita della produttività sociale”. Questa crisi è legata alla crescita della potenza cognitiva del lavoro e a quella che lui chiama "nuova egemonia dei saperi incorporati nel lavoro rispetto ai saperi incorporati nel capitale fisso e nell'organizzazione manageriale delle imprese", e in questo contesto opera la dinamica del profitto sempre più improntata all'espropriazione di valore da “un rapporto di esteriorità rispetto all'organizzazione della produzione”1.

In secondo luogo, vi è "l'esaurimento della legge del valore intesa come il rapporto sociale che fa della logica della merce il criterio chiave e progressivo dello sviluppo della produzione di valore d'uso e della soddisfazione dei bisogni". Il capitalismo industriale ha trovato una sua legittimazione storica promuovendo una maggiore produttività e soddisfacendo nuovi bisogni, sempre mutevoli e storicamente determinati. Era uno strumento per combattere la scarsità. Oggi, la relazione positiva tra valore e ricchezza è una relazione di dissociazione. Il primato del valore di scambio e del capitalismo stesso si basa sulla distruzione e sulla creazione di scarsità. La legge del valore sopravvive come un involucro vuoto che non adempie più alla sua missione civilizzatrice. Così, l'antagonismo tra capitale e lavoro assume una nuova forma come antagonismo tra le "istituzioni del comune alla base di un'economia fondata sulla conoscenza e la logica d'espropriazione del capitalismo cognitivo"2, una logica che si sviluppa sotto forma di rendita. A partire da questo punto, l'autore presenta le definizioni di salario, rendita e profitto, nonché la teoria di Marx del "divenire rendita del capitale", che è correlata allo sviluppo del general intellect.

Salario, rendita e profitto sono le tre principali categorie di distribuzione del reddito e derivano dalle relazioni capitaliste. Per comprendere la loro relazione, è necessario prima specificare le loro definizioni. Il salario è la remunerazione del lavoro produttivo, nel senso di essere produttore di plusvalore, ed è la base della rendita e del profitto, e questo, a sua volta, si appropria del pluslavoro di ciascun lavoratore, nonché del surplus generato attraverso la cooperazione lavorativa. La rendita del rentier è costituita da tre elementi. Il primo, la genesi e l'essenza della rendita capitalistica è l'"espropriazione delle condizioni sociali della produzione e della riproduzione"3, cioè le diverse forme di rendita associate alla privatizzazione delle condizioni sociali di produzione e trasformazione del comune in merce fittizia. Per sottolineare l'importanza della rendita nello sviluppo capitalista, l'autore cita l'elaborazione di Karl Polany sulle fasi di desocializzazione, risocializzazione e della nuova desocializzazione dell'economia. Il neoliberismo rappresenta oggi un nuovo tipo di accumulazione primitiva, diversa dall'originale, perché espropria un comune costruito collettivamente, e non naturalmente, “che le lotte hanno costruito nei luoghi più avanzati dello sviluppo delle forze produttive, ponendo alcune basi istituzionali e strutturali di un'economia fondata sulla conoscenza” o quelle che l'autore chiama “produzioni collettive dell'uomo per l'uomo” come salute, educazione e ricerca. Il secondo elemento è la rendita legata alla scarsità naturale o artificiale di una risorsa, come la rendita basata sulla proprietà di monopolio. Il terzo, invece, la rendita basata su un mero rapporto di distribuzione, che è un “titolo di credito o un diritto di proprietà […] da una posizione di esteriorità in riferimento alla produzione”4. Si può anche pensare alla remunerazione del capitale come alla rendita se il capitalista non è legato all'attività produttiva, né come gestore o controllore del processo.

La differenza tra rendita e profitto è che quest'ultimo rimane nella fabbrica e viene reinvestito nella produzione, giocando così un ruolo positivo nello sviluppo delle forze produttive. Inoltre, è legato al carattere interno del capitale alla produzione, nella figura del capitalista o dell'imprenditore, che implica necessariamente un'opposizione “tra lavoro di concetto (attributo del capitale o dei suoi funzionari) e lavoro d'esecuzione banalizzato (attributo del lavoro)." Questa opposizione tra rendita e profitto è "il prodotto transitorio di un'epoca del capitalismo, quella del capitalismo industriale"5. In diversi scritti Marx sembra concordare con questa lettura, anche perché ai suoi tempi il capitalista partecipava ancora al processo produttivo, lavorava e, nella tendenza alla sussunzione reale, “le funzioni produttive puramente dispotiche e le funzioni oggettive dell'organizzazione capitalistica della produzione sembrano confondersi” insieme alla divisione del lavoro nel processo produttivo, con “l'incorporazione della scienza al capitale fisso e la separazione del lavoro di concetto da quello d'esecuzione sembrano dare alla direzione del capitale un fondamento oggettivo, inscritto nella materialità stessa del forze produttive”6

Secondo Vercellone, nel Libro III del Capitale, Marx sviluppa la teoria del "divenire rendita del profitto e della proprietà del capitale" e fa una distinzione concettuale di due determinazioni del capitale: una secondo la proprietà, che porta all'interesse come reddito della proprietà del capitale, e una secondo la sua funzione, che porta al profitto attivo dell'imprenditore. Presenta due ipotesi complementari, la prima che lo sviluppo del credito e delle azioni scinde la proprietà dalla direzione, citando un passaggio del Capitale che anticipa le future scoperte di Keynes. Secondo, che nell'evoluzione del rapporto capitale-lavoro, il capitale abbandona la produzione a causa di “una crisi della sussunzione reale legata a un processo operaio di riappropriazione dei saperi"7. Afferma che la teoria del capitale come rentier  acquisisce maggiore rilevanza quando è collegata alla tesi del general intellect perché è possibile osservare nei processi produttivi "l'emergere di un'intellettualità diffusa"8, cioè, l'aumento della conoscenza e dell'istruzione da parte di più lavoratori, quindi, con un'economia basata sulla conoscenza, il capitale utilizza meccanismi di rendita per cercare di mantenere viva la legge del valore. Nella transizione dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo, c'è un cambiamento nel rapporto tra salario, rendita e profitto che l'autore continua a discutere in modo più dettagliato. Dopo la crisi del 1929, si può osservare una caduta della rendita e un aumento del capitale industriale perché c'è la regolamentazione dei mercati, l'implementazione di una tassazione progressiva, la regolamentazione dell'offerta di moneta: tutte misure che impongono ostacoli alla rendita e implicano anche un calo dei tassi d'interesse.

In secondo luogo, nel periodo post-crisi, la forza lavoro era in condizioni migliori nel Welfare State, che riduceva la massa di denaro per il capitale, quindi, per essere appropriato come rendita. Inoltre, a causa dell'ascesa del management scientifico (con Taylor e Ford) e, di conseguenza, dei centri di ricerca e sviluppo, c'è un guadagno dovuto alla valorizzazione non produttiva del capitale. Infine, a quel tempo il ruolo della proprietà intellettuale era ancora molto limitato nonostante l'aumento del capitale fisso. L'autore conclude che a quel tempo la distribuzione del reddito era quasi esclusivamente il risultato della lotta tra salari e profitti. Con la crisi del modello fordista questa situazione si ribalta. Con l'ascesa del capitalismo cognitivo, il profitto è sempre più il risultato di due meccanismi legati al capitalismo improduttivo. Da un lato, il ruolo centrale che iniziano a giocare proprietà intellettuale e titoli di credito; dall'altra, il controllo sul mercato inizia a sostituire il controllo sulla produzione, dovuto alla costituzione di monopoli, all'appropriazione del valore creato all'esterno dell'azienda con il fenomeno dell'outsourcing. Questa inversione indica due tendenze. Nel capitalismo cognitivo, la competitività dell'azienda dipende da ciò che l'autore chiama produttività differenziale, il vantaggio rispetto agli altri capitalisti nasce dalle "risorse cognitive e dalla qualità del sistema di formazione e di ricerca pubblica", cioè la “cooperazione produttiva esterna ai recinti delle imprese."

Il capitalismo è, quindi, obbligato a riconoscere l'aumento dell'autonomia del lavoro nell'organizzazione della produzione e si rende conto che "deve ottenere una mobilitazione ed una implicazione attiva dell'insieme delle conoscenze e dei tempi di vita dei salariati"9 e svolgono questo ruolo l'interiorizzazione degli obiettivi dell'azienda, la pressione dei clienti e la costrizione pura e semplice della precarietà, che, secondo l'autore, spiega la stagnazione della classe media. Ora è possibile osservare l'aumento delle politiche creditizie, che si stanno sviluppando per evitare la stagnazione dei consumi; funzionando come un nuovo meccanismo per trasferire il plusvalore al capitale, attraverso gli interessi. Vercellone giunge a due conclusioni, che i concetti di capitale produttivo e plusvalore devono essere ripensati e la negoziazione tra capitale e lavoro deve includere anche attività al di fuori dell'orario di lavoro. Inoltre, come si può vedere, le aziende sono sempre più dedite alle attività finanziarie e meno all'organizzazione della produzione. Quindi, secondo l'autore, è come se "al movimento di autonomizzazione della cooperazione del lavoro corrispondesse un movimento parallelo di autonomizzazione del capitale sotto la forma astratta, eminentemente flessibile e mobile del capitale-denaro"10; in altre parole, c'è una tendenza generale del capitale a trasformare il profitto in un meccanismo di rendita.

Per Vercellone, il punto di partenza e il motore principale della mutazione del capitalismo non è la finanziarizzazione o la rivoluzione informatica, ma la costituzione di un'intellettualità diffusa dovuta all'aumento della scolarizzazione e del livello di formazione della classe operaia, nonché alle lotte e realizzazioni del welfare. Dice: "la parte di capitale cosiddetto intangibile [...] incorporato essenzialmente negli uomini, ha superato la parte di capitale materiale nello stock reale di capitale ed è divenuta il fattore principale di crescita", e questo ha tre significati principali. La prima è che la formazione dell'intellettualità diffusa e la nuova egemonia del capitale cognitivo sono alla base della crescita del cosiddetto capitale immateriale o intangibile. Nello spiegare il secondo significato della sua affermazione, l'autore richiama l'attenzione sulla possibilità che categorie come immateriale, intangibile o capitale umano introducano distorsioni per nascondere che il capitale cognitivo non è altro che intelligenza collettiva, o il "ruolo egemone rispetto alla scienza e ai saperi codificati incorporati nel capitale fisso”11, che sfugge a misure oggettive e il cui valore è attualmente determinato dalla logica di borsa; per questo si affida al concetto di Mario Tronti, “il lavoro vive come non capitale”. Vercellone aggiunge che non solo il capitale, ma il prodotto stesso del lavoro è “sempre più immateriale e si incorpora in beni innovazione, in conoscenza, in servizi informatici che costituiscono delle merci fittizi”. Spiega che le merci fittizie sono quelle che si discostano dai criteri tradizionali per definire una merce “in ragione del loro carattere non rivale, cumulativo e difficilmente escludibile”12. Secondo l'autore, all'origine della crisi della New Economy c'è la seguente situazione contraddittoria. In modo singolare, la produzione immateriale non attrae risorse di mercato per competere con altri settori e compensare la mancanza di domanda effettiva. Nel suo tentativo di trasformare la conoscenza in capitale e merce fittizia, il capitale genera una situazione paradossale. Poiché il valore di scambio della conoscenza aumenta a causa della privatizzazione, ad esempio, delle università e dei centri di ricerca e sviluppo (R&S), il suo valore d'uso si riduce proprio a causa della privatizzazione e della scarsità del servizio.

Infine, il terzo significato assunto dallo sviluppo del capitale cognitivo è che il settore che guida l'economia basata sulla conoscenza non è nei laboratori di ricerca e sviluppo, ma nelle istituzioni del welfare, al di fuori della logica commerciale perché la subordinazione di queste istituzioni alla logica mercantile crea una scarsità artificiale di risorse. Come accennato in precedenza, i rapporti di produzione capitalistica oggi rappresentano un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive, e ci sono tre fattori che possono spiegare questa contraddizione. Primo, il carattere cognitivo e affettivo del lavoro, che agisce sull'uomo e non sulla materia inanimata. In secondo luogo, l'impossibilità di aumentare la produttività dello stesso misurata dalla sua quantità a scapito della qualità, dal momento che sono oggi servizi come sanità, istruzione... Terzo, la distorsione che deriva dal tentativo di applicare la logica della domanda solvibile ai beni comuni, la cui produzione è basata sulla gratuità e il libero accesso; "il loro finanziamento non può dunque essere assicurato che attraverso il prezzo collettivo e politico rappresentato dalla fiscalità"13. In Europa oggi, in paesi come Italia, Francia e Grecia, si osserva una forte lotta tra il neoliberismo, con la sua espropriazione rentier del comune, e il salvataggio del welfare, che propone uno sviluppo basato sulla produzione dell'uomo per l'uomo. Nel capitalismo cognitivo, lo sviluppo della rendita, di cui la finanziarizzazione è solo una parte, acquista una dimensione strutturale che si esprime nella contraddizione tra l'aumento dell'importanza del lavoro immateriale e la logica della valorizzazione industriale. La crisi rappresenta il culmine di questa contraddizione tra lavoro e capitale e tra produzione sociale e appropriazione privata. Data questa situazione, il capitale non sarà in grado di attuare un nuovo New Deal, cioè un nuovo accordo tra capitale e lavoro a causa della fine della capacità rivoluzionaria del capitale e della fine della legge del valore. Una simile proposta minaccerebbe la coercizione che il capitale esercita sul lavoro a causa della sua precarietà. Lo sviluppo della produzione stessa, nello stile industriale, non soddisferà più i bisogni umani, in quanto si basa su “attività, come la produzione dell'uomo per l'uomo, a cui la logica della mercificazione e della redditività non si può applicare se non al prezzo di ineguaglianze insostenibili e di una drastica diminuzione della produttività sociale”14.

Dopo aver presentato alcune considerazioni e proposte per la lotta politica, Vercellone conclude che “si assiste ad un'estensione importante dei tempi di lavoro non retribuiti che, al di fuori della giornata ufficiale di lavoro, partecipano direttamente o indirettamente alla formazione del valore captato dalle imprese”15. Assistiamo, quindi, a tendenze che portano all'erosione dei tradizionali confini tra lavoro e non lavoro, sfera della produzione e sfera del tempo libero.

Il lavoro di Vercellone, sfugge alla prospettiva che sembra dominare gli intellettuali italiani che teorizzano il lavoro immateriale e il general intellect come aspetti che spiegano il passaggio dal capitalismo industriale o fordista al capitalismo cognitivo o postfordista. Essi concepiscono la crisi da un punto di vista ricardiano e il capitalismo cognitivo come un modo per superare le barriere imposte alla forma precedente. Anche partecipando al lavoro di ricerca con gli stessi presupposti di autori come Boutang e Lazzarato, il concetto di crisi in Vercellone si configura come un limite assoluto che vale anche per il capitalismo cognitivo, come espressione del capitale in generale. L'autore definisce la crisi del capitalismo cognitivo come la crisi della legge del valore, più precisamente della sua unità metrica, che incide sul significato delle categorie fondamentali dell'economia politica: lavoro, capitale e valore. La sua formulazione secondo cui la produttività sociale è potenziata dal lavoro cognitivo, mentre il lavoro vivo, che egemonizza l'accumulazione di conoscenza, precedentemente limitata al capitale fisso sotto forma di macchine e nell'organizzazione del processo produttivo da parte del capitale, porta a un cambiamento nella forma di accumulazione di plusvalore, incorporando esternalità, offuscando il confine tra profitto e rendita e rendendo impossibile misurare il valore attraverso la misurazione del tempo sociale.

Note

1Crisi dell’economia globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici, pag.75

2Ibid, pag.76

3Ibid, pag.78

4Ibid, pag.79

5Ibid, pag.81

6Ibid, pag.82

7Ibid, pag.83

8Ibid, pag.84

9Ibid, pag.87

10Ibid, pag.89

11Ibid, pag.90

12Ibid, pag.91

13Ibid, pag.92

14Ibid, pag.94

15Ibid, pag.96

 

 

 

 

domenica 31 luglio 2022

0 IMPERIALISMO E SOTTOCONSUMO IN SWEEZY E BARAN


Paul Sweezy, un marxista americano di grande importanza nel XX secolo, ha collaborato lungamente con Paul Baran, un marxista nato nell'ex impero russo, con l'obiettivo di evidenziare l'unicità dell'economia mondiale sotto la direzione del capitalismo monopolistico, nonché la centralità della categoria “surplus economico” come spiegazione delle crisi. Sweezy, ancor prima della sua collaborazione con Baran, stava già cercando di approfondire, con maggiore attenzione, il problema del mismatch tra produzione e realizzazione di merci nella sua opera più nota “Theory of Capitalist Development”, pubblicata negli anni ‘40. In questo opuscolo, Sweezy ha sottolineato che Marx non ha dedicato un'analisi del sottoconsumo nella produzione capitalistica, concentrando la sua attenzione sull'ambito della produzione in situ. Il cuore dell'analisi di Sweezy è il processo di circolazione del capitale, secondario ai cambiamenti nella composizione organica del capitale come principale fattore scatenante della crisi.

Sweezy ha evidenziato che il sottoconsumo esercita un'influenza preponderante sulle dinamiche dell'economia mondiale, essendo una dimensione inscindibile del funzionamento del capitalismo che contribuisce a due distinti sviluppi: crisi e stagnazione. La crisi deriverebbe dall'offerta aggiuntiva di beni di consumo al mercato, ovvero dallo squilibrio tra offerta potenziale e domanda di consumo potenziale, determinando una riduzione della capacità produttiva aggiuntiva. La stagnazione deriverebbe dall'incapacità del mercato di assorbire il volume potenziale dei beni di consumo. A proposito di quest'ultimo punto, Sweezy ha affermato che, poiché il capitalismo presenta sempre una capacità produttiva potenziale che viene utilizzata raramente, pena la sofferenza del sottoconsumo, il suo ritmo normale è quello della stagnazione. Sweezy ha elencato alcuni fattori che controbilanciano la tendenza al sottoconsumo, vale a dire: industrializzazione, crescita demografica, spesa statale, investimenti sbagliati e consumi improduttivi. Nel pensiero dell'autore nordamericano l'industrializzazione è una misura privilegiata di opposizione al sottoconsumo, consistente nella possibilità di creare nuove industrie in altri paesi che decomprimano il mercato del paese esportatore.


Da ciò possiamo concludere che l’industrializzazione (creazione di nuove industrie) contrasta la tendenza al sottoconsumo in proporzione alla parte relativa dell’investimento totale che a detta creazione viene dedicata. Non occorre dire che questo fu un fattore di primaria importanza durante i secoli XVIII e XIX.”1


Tuttavia, in un mondo dominato dai monopoli, dice Sweezy, la lotta per creare nuove industrie in altri paesi tende a essere sempre più ostile, a scontrarsi con gli interessi antagonisti dei gruppi economici e contando sulla resistenza dei popoli dei paesi sottosviluppati, dove sono destinati principalmente all'esportazione di capitali. Nel suo proposito per la costruzione di una teoria marxista del sottoconsumo, Sweezy ha anche affermato che lo studio della crescita della popolazione è di grande valore. Nella sua analisi, un Paese che ha un basso tasso di crescita demografica contribuirà a rafforzare la tendenza al sottoconsumo. Questo perché il capitalista che vuole espandere la sua capacità produttiva, senza un contingente significativo di lavoratori disponibili per la loro incorporazione nel processo produttivo, destina la quota di accumulazione alla crescita del capitale costante e variabile nelle aziende e nei dipendenti esistenti, tuttavia, si rende presto conto che l'aumento della quota di capitale variabile tende a ridurre il saggio di profitto, utilizzando una risorsa che contribuisce solo a plasmare l'inesorabile tendenza al sottoconsumo nel capitalismo: il licenziamento della forza lavoro. Tuttavia, quando lo scenario consiste in una rapida crescita della popolazione, è possibile per il capitalista conciliare un aumento del capitale variabile con il mantenimento dei suoi saggi di profitto. In altre parole, Sweezy attribuisce alla crescita della popolazione il potere di neutralizzare la tendenza al sottoconsumo.


la parte di accumulazione che può andare al capitale variabile, senza deprimere il saggio di profitto dipende in gran parte dal saggio di aumento della popolazione; quanto più rapido è l’aumento della popolazione, tanto più grande sarà la parte che va al capitale variabile, tanto più rapido sarà l’incremento del consumo e, quindi, tanto minore sarà anche il pericolo del sottoconsumo. Ciò significa che la forza della tendenza al sottoconsumo è inversamente proporzionale alla rapidità dell’aumento della popolazione; è cioè debole nei periodi di rapido aumento e diviene più forte appena il saggio di aumento declina.”2


Quando non è possibile ottenere questa crescita demografica, a livello nazionale, è necessario allargare l'impresa industriale verso economie non capitaliste per garantire, attraverso l'espropriazione, l'aumento del capitale variabile e congelare l'incapacità di consumo. In questo senso la crescita della popolazione si intreccia con la necessità di creare nuove industrie in paesi che ancora non hanno la forza lavoro come merce. Non a caso Sweezy ha delineato un futuro avverso per il capitalismo, a causa del saldo demografico negativo che si stava già verificando nei paesi sviluppati nella prima metà del XX secolo.


Se il fattore popolazione è stato importante nel passato, esso non lo sarà certamente nel futuro. Appunto a tal riguardo il ben noto andamento discendente della popolazione, che è la caratteristica dei paesi capitalistici altamente sviluppati, acquista una speciale importanza. (...) Ne segue che, dal punto di vista dell’espansione capitalistica, è evidente che la situazione si sviluppa in un modo sempre più sfavorevole. In conclusione, per quanto riguarda l’incremento naturale numerico, la resistenza al sottoconsumo è costantemente in diminuzione e, quindi, per questo aspetto, non è possibile negare che il capitalismo sia trascinato verso uno stato di cronica depressione.”3


Per la concretizzazione dell'industrializzazione all'estero, l'uso della forza dello Stato è essenziale. Si spiega quindi perché lo Stato sia considerato, da Sweezy, anche un meccanismo di controtendenza al sottoconsumo. Questa istituzione non solo ha il compito di garantire l'egemonia delle relazioni sociali all'interno della nazione “a economia sviluppata”, ma agisce anche direttamente nel promuovere l'espansione dei monopoli negli altri paesi, alleandosi con la lotta dei capitalisti contro il sottoconsumo.

Il fatto che la funzione principale dello Stato sia quella di tutelare l'esistenza e la stabilità di una determinata forma di società non significa che esso non svolga anche altre funzioni di rilievo economico. Al contrario, lo Stato è stato un fattore di grande rilevanza nel funzionamento dell'economia all'interno della struttura del sistema dei rapporti di proprietà che essa garantisce. In sintesi, è chiaro che lo sfondo dell'analisi economica di Sweezy risiede nello sforzo di inscrivere il sottoconsumo al centro dello scoppio della crisi o della stagnazione capitalista. I fattori di controtendenza agiscono in modo articolato, ottenendo differenti portate nelle diverse formazioni sociali. Tuttavia, ciò che ci interessa nel presente studio è l'analisi della sua comprensione dell'imperialismo modellata dalla teoria del sottoconsumo.


Sempre in “Theory of Capitalist Development”, Sweezy stabilisce una differenza tra il periodo competitivo e il periodo monopolistico. Il periodo competitivo è stato caratterizzato dall'industrializzazione di alcune nazioni modellate da politiche economiche differenti tra i paesi, perché mentre l'Inghilterra, all'epoca pioniera nel processo di industrializzazione ed al comando dell'economia mondiale, praticava la libera concorrenza, senza preoccuparsi troppo per le tariffe commerciali sui prodotti esteri, altri paesi, in particolare gli Stati Uniti e la Germania, hanno cercato la protezione delle loro industrie come intervento strategico. Inoltre, nel periodo competitivo, dominava la circolazione delle merci, in quanto l'esportazione di capitali non era ancora il principale veicolo delle attività economiche. Il capitalismo monopolistico esplode con la centralizzazione del capitale industriale e la crescita delle banche.


Il monopolio rappresenta un rapporto economico qualitativamente diverso tra i rappresentanti delle frazioni di capitale, poiché la forza delle organizzazioni economiche è direttamente proporzionale alla capacità di associarsi, cosicché nelle nuove società diventa normale che gli stessi manager ricoprano incarichi in diverse società concorrenti. La crescita del capitale monopolistico rappresenta l'emergere delle società anonime, attraverso le quali le corporazioni si riproducono. Basandosi sulle note del libro III del Capitale, Sweezy ha anche ribadito la tendenza a separare la proprietà del capitale dalla funzione di gestione, rilevando che ciò non significa la democratizzazione della proprietà capitalista, ma l'altra faccia della medaglia, la concentrazione. Nella sua analisi, i monopoli, una volta consolidati, cercano la massima redditività, con le seguenti conseguenze:


1. Il monopolio rappresenta il controllo sulla rotazione del capitale dei beni monopolizzati, questi hanno prezzi diversi dai prodotti provenienti da società non monopolizzate e, a loro volta, producono tassi di profitto più elevati rispetto alle società appartenenti ai monopoli.


2. Ci sono investimenti nel capitale costante di società monopolizzate che rafforzano la tendenza alla diminuzione dei profitti, al sottoconsumo.


3. A causa dell'impossibilità di assorbire il volume dei beni prodotti dai monopoli, i capitalisti cercano regioni controllate da società competitive e non monopolistiche.


4. La produzione sociale media aumenta, incorrendo nella riduzione dei profitti monopolistici al livello dei profitti delle imprese competitive, a causa del sottoconsumo. Questo porta alla diversificazione della produzione industriale con l'invenzione di nuovi prodotti e investimenti in spese improduttive, come la pubblicità.


L'obiettivo di Sweezy era dimostrare la forza dei monopoli, che hanno influenzato la scomparsa di parte delle aziende non competitive, nonché i limiti del monopolio stesso, di fronte all'inesorabile tendenza alla stagnazione e alla crisi del capitalismo. Ovviamente, i monopoli avevano l'appoggio dello Stato. In altre parole, i fallimenti delle imprese monopolistiche dovrebbero, in teoria, essere evitati con l'azione dello Stato, dato che le dimensioni del business intrapreso da società di questa natura si intreccia, inevitabilmente, con il destino delle economie nazionali.

Nell'era del capitalismo competitivo, il risultato fu la scomparsa di numerose imprese, il fallimento e la rovina di molti capitalisti. Quando un settore in crisi, tuttavia, ospita grandi organizzazioni monopolistiche con ramificazioni in tutto il sistema economico, i fallimenti sono un problema molto più serio; diventa necessario che lo Stato intervenga attraverso fondi pubblici, sussidi e, in alcuni casi, la proprietà statale di società non redditizie. In questo modo, gli stati capitalisti sono costretti a un grado sempre maggiore di “socialismo”. Ciò che viene socializzato, quasi sempre, sono le perdite dei capitalisti.


È necessario sottolineare che, proprio come hanno evidenziato Hilferding, Bucharin e Lenin, Sweezy ha anche evidenziato che, in un'economia egemonizzata dai monopoli, lo Stato interviene ampiamente. La supremazia dei monopoli imponeva, contraddittoriamente, ostacoli al mantenimento dei loro profitti. Quindi lo Stato è intervenuto su due direttrici: il protezionismo per difendere gli interessi dei monopoli nazionali e l'espansione dei monopoli all'estero. Il protezionismo consisteva nell'innalzare le tariffe sui prodotti esteri. L'obiettivo era tassare pesantemente la concorrenza monopolistica dall'estero, al fine di evitare la caduta dei profitti. I profitti del monopolio erano possibili solo quando il campo d'azione di un altro monopolio era limitato. In questo senso, lo Stato era funzionale ai fini dei monopoli, perché utilizzava la prerogativa giuridico-politica per far valere interessi “nazionali”. La garanzia dell'espansione dei monopoli all'estero significava l'esportazione di capitali, il cui scopo era ritardare il maturare delle contraddizioni del processo di accumulazione nei paesi esportatori e affrettarne la comparsa nei paesi importatori di capitali.

Questa incursione dei monopoli all'estero è stata coperta dallo Stato, che non di rado ha utilizzato il suo apparato militare con l'obiettivo di espandere il “territorio”. In questo senso Sweezy condivideva l'idea che Hilferding aveva già sollevato in precedenza, quando aveva annunciato l'irrimediabile propensione ad ampliare il “territorio economico” di un Paese, sotto il dominio del capitale finanziario.

L'obiettivo ultimo del capitale monopolistico deve rimanere sempre l'ampliamento della portata dei prodotti monopolizzati, da un lato, e l'espansione del mercato protetto, dall'altro. Entrambi questi obiettivi richiedono l'espansione del territorio sotto il dominio politico del paese monopolista. Particolarmente forte è il desiderio dei monopolisti di avere accesso esclusivo a materie prime scarse che possono essere utilizzate per estrarre profitti da tutto il mondo, e ciò può essere realizzato molto più facilmente quando sono previste concessioni e tutele statali, cioè quando la regione della produzione materiale d’interesse è sotto il controllo dello Stato del monopolista.


Poiché l'espansione dei monopoli all'estero è una disputa sul destino dell'economia nazionale, fintanto che si vuole evitare o competere per mitigare la crisi e/o la stagnazione, Sweezy ha interpretato che non si è materializzata in modo armonioso, ma attraverso dei conflitti. In questo modo è possibile estrarre da questa esposizione la sua comprensione dell'imperialismo. Sweezy definì l'imperialismo come una fase dello sviluppo capitalistico in cui predomina il capitale monopolistico, con paesi economicamente sviluppati spinti ad esportare capitali. Questa esportazione di capitali nasce dalle contraddizioni create dal capitalismo stesso, che non consente il mantenimento di tassi di profitto disseminati solo all'interno della nazione. Si formano quindi accordi e/o associazioni tra i monopoli per l'agguerrita concorrenza nel mercato mondiale, nonché per la conquista di terre non ancora subordinate al capitalismo. Questi accordi di monopolio non sarebbero possibili senza l'intermediazione del potere statale, quindi il conflitto internazionale sotto l'imperialismo nasce da controversie tra capitalisti nazionali rivali, sotto la protezione del rispettivo stato, perché nella sfera internazionale gli interessi del capitale si traducono direttamente e rapidamente in termini di politica statale.


Paul Baran pubblica nel 1957 la famosa opera “The Political Economy of Growth”. Frutto di intensi dialoghi con Sweezy sulla Monthly Review, questo libretto riprende la discussione inaugurata dal pensatore nordamericano sul sottoconsumo per utilizzare con decisione il concetto di surplus economico come fulcro centrale della sua spiegazione dello sviluppo e dell'imperialismo. Baran sceglie di non utilizzare il concetto di plusvalore, tralasciando l'analisi del rapporto tra capitale e lavoro. La sua preoccupazione è centrata sulla produzione e destinazione del surplus economico. Per Baran, il surplus economico è la differenza tra ciò che viene prodotto nella società e il suo consumo effettivo, diviso in reale o effettivo. Baran dimostrerà che il surplus economico reale o effettivo esisteva in diversi modi di produzione, non essendo una caratteristica esclusiva del capitalismo. Tuttavia, sotto il capitalismo monopolistico, il problema del surplus economico diventa notevole. Questo perché il capitalismo monopolistico accresce lo squilibrio tra la capacità di produzione in un dato momento storico e il suo consumo effettivo.

L'emergere di società monopolistiche o oligopolistiche rappresenta una produzione di eccedenze su una scala senza precedenti, oltre alla concentrazione della ricchezza mondiale in poche imprese. Di conseguenza, come spiegato da Baran, si approfondiscono una disuguale ricezione degli utili e una disuguale appropriazione dell'eccedenza. Tuttavia, mentre l'immenso volume delle eccedenze adatte al reinvestimento nella produzione è molto maggiore, i monopoli e gli oligopoli non lo sono. Tutti i progressi tecnologici disponibili e di cui si appropriano le società monopolistiche sono consapevolmente sottoutilizzati dai capitalisti coinvolti in queste società, imponendo all'economia mondiale una tendenza alla stagnazione, alla sottoccupazione e alla sovrapproduzione. Questa è per Baran una delle principali contraddizioni del capitalismo monopolistico:


È difficile dubitare che a un certo stadio dello sviluppo capitalistico (...) lo sviluppo della grande impresa, del monopolio e dell’oligopolio sia stato un fenomeno progressivo che ha favorito il progresso della produttività e della scienza. Oggi però è altrettanto evidente che questo stesso fenomeno tende a trasformarsi economicamente, socialmente, culturalmente e politicamente in una forza regressiva che impedisce e svia l’ulteriore sviluppo. Il fatto che la concorrenza non sia compatibile con la produzione moderna e tecnicamente progredita non equivale in alcun modo alla proposizione secondo cui il monopolio è una struttura razionale per lo sviluppo delle forze produttive.”4


Monopoli e oligopoli sono istituzioni che comandano l'economia mondiale. Originate nei paesi centrali del capitalismo. Queste istituzioni concentrano e centralizzano enormi somme di capitale. Nonostante lo scarso utilizzo di questo prodigioso surplus economico nella continuità del processo di accumulazione del capitale, continuano ad espandersi. Lo sbocco per gli investimenti sono le economie sottosviluppate o arretrate. Per questo si appoggiano all'indispensabile sostegno dello Stato, attraverso varie forme: prestiti, forza militare a garanzia degli investimenti all'estero, fornitura di infrastrutture di base per le attività economiche... In altre parole, per Baran, monopoli e oligopoli, nonostante la loro forza economica, spesso dipendono dall'intervento statale. Questi sono responsabili della rottura della resistenza interna e, soprattutto, esterna all'espansione di queste società di capitali. L'inevitabilità dell'espansione di monopoli e oligopoli verso altre economie risiede nella loro inesorabile necessità di cercare una destinazione per la sovrabbondanza di capitale che hanno prodotto. Non essendo in grado di conquistarlo solo nelle loro economie domestiche, attualmente hanno bisogno di spostarsi tra paesi diversi. Poiché questo movimento non si concretizza nella più assoluta fraternità, ma viene alimentato da grandi controversie, conflitti e guerre, sembra che l'internazionalizzazione dei monopoli e degli oligopoli nel globo sia un momento di pace precaria. Baran spiega che in questo momento, in cui c'è una tenace disputa sullo sbocco del surplus economico, sono in conflitto monopoli e oligopoli contrapposti, dove l'impasse, non di rado, si risolve con l'uso della forza militare.

In questo senso, nell'interpretazione di Baran, l'imperialismo consisteva in un momento dell'economia mondiale in cui monopoli e oligopoli, che esercitano una centralità senza pari, si lanciavano alla ricerca di aree per i propri investimenti. Baran ha sottolineato che l'imperialismo del passato differisce dall'imperialismo da lui analizzato, in quanto il primo era caratterizzato dal semplice saccheggio di ogni sorta di risorse dalle colonie, mentre il secondo aveva lo scopo di risolvere, seppur in parte, l'indissolubile contraddizione del capitalismo monopolistico, la produzione eccessiva di eccedenze non consumate.


Senza dubbio, né lo stesso imperialismo né il suo modus operandi e i suoi accessori ideologici sono oggi quelli di cinquanta o cento anni fa. (...) Come tutti gli altri fenomeni storicamente mutevoli, la forma dell’imperialismo contemporaneo contiene e preserva tutte le sue modalità precedenti, ma le innalza a un nuovo livello. La sua caratteristica centrale è, oggi, quella di non mirare solamente alla rapida estrazione di larghi profitti saltuari degli oggetti della sua dominazione, di non accontentarsi più della semplice certezza di un flusso più o meno costante di quei profitti lungo un periodo di tempo piuttosto esteso. Sotto la spinta dell’iniziativa monopolistica bene organizzata e razionalmente diretta, esso cerca oggi di razionalizzare il flusso di questi profitti in modo da poter contare su di essi in perpetuo.”5


In questo modo è possibile identificare che, nonostante Hilferding, Bucharin e Lenin, che hanno individuato nell'imperialismo la conformazione di una trasformazione quantitativa e qualitativa nel capitalismo, o più chiaramente, la conformazione di una nuova fase di questo modo di produzione, Baran non fa analisi simili. Pur avendo identificato la presenza più che indiscreta di monopoli e oligopoli come parte integrante dell'imperialismo, Baran ha mostrato che l'imperialismo non corrispondeva a una nuova fase del modo di produzione capitalistico, poiché, ancor prima dall'avvento di monopoli e oligopoli, l'imperialismo si stava già manifestando sotto forma di invasioni coloniali e saccheggi. Il principale contributo di Baran alla comprensione dell'imperialismo risiede nella sua spiegazione che, oltre ad essere una via d'uscita del capitale in eccesso, riproduce relazioni diseguali tra le economie dei paesi. L'imperialismo nella misura in cui serve gli interessi delle "economie avanzate" è un carnefice per lo sviluppo economico delle nazioni "economicamente arretrate". Secondo Baran, le imprese monopolistiche e oligopolistiche, al di là di ogni preoccupazione per lo sviluppo delle forze produttive delle economie sottosviluppate, cercano solo aree aggiuntive per l'investimento del capitale in eccesso.


Contrariamente, all’opinione corrente, che tanto risalto riceve nella pubblicistica occidentale sui paesi sottosviluppati, il principale ostacolo allo sviluppo di questi non è la scarsità di capitale. Ciò che scarseggia in tutti questi paesi è il surplus economico effettivo investito nell’espansione di impianti produttivi.”6


Pertanto, l'imperialismo ha decisamente contribuito al mantenimento e/o all'approfondimento delle relazioni gerarchiche e diseguali tra economie sviluppate e sottosviluppate. Questo non vuol dire che non ci fosse produzione di eccedenze economiche nelle nazioni arretrate, ma che il capitale in eccesso fosse, secondo Baran, inviato nei paesi centrali o utilizzato in modo improduttivo dai capitalisti locali, con l'acquisto di beni e articoli di lusso, e da governi locali, con il mantenimento di un vasto apparato statale e militare. Riguardo le analisi di Baran e Sweezy, possiamo dire, in sintesi, che:


1. Gli autori rompono con il nucleo marxiano dell'analisi della produzione e appropriazione del plusvalore, avvalendosi del concetto di surplus economico. Al riguardo, va notato che nell'opera scritta dai due autori, “Monopoly Capital”, Baran e Swezzy affermano addirittura che il capitalismo monopolistico ha sostituito la legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto, essendo questa la variabile centrale nello scoppio delle crisi;


2. L'emergere di monopoli e oligopoli è il salto di qualità del capitalismo. Baran e Sweezy affermano che nessun marxista l'ha mai vista in questo modo, nemmeno Hilferding e Lenin. Secondo gli autori, l'emergere di monopoli e oligopoli non indica solo il grado di concentrazione e centralizzazione del capitale, ma una nuova dinamica di accumulazione capitalistica, in cui i reinvestimenti nella produzione e nel progresso tecnico tenderanno a essere minori, producendo uno scenario poco promettente di stagnazione e sottoconsumo;


3. La loro preoccupazione non è la creazione di una nuova teoria dell'imperialismo, ma l'inserimento dell'imperialismo nella nuova dinamica dell'economia mondiale, con l'emergere dei monopoli. Il funzionamento di questi implica la loro espansione dentro e fuori i confini nazionali, ma senza rinunciare all'appoggio dello Stato, alla ricerca di aree per il surplus di capitale. In questo senso, l'imperialismo mira ad aggiustare, sia pure temporaneamente, lo squilibrio nella produzione delle eccedenze e la difficoltà del loro consumo;


4. L'imperialismo, che significa l'espansione di monopoli e oligopoli nei paesi ad “economia arretrata”, riproduce relazioni ineguali nella produzione e appropriazione del surplus economico e mantiene quei paesi in uno stato di sottosviluppo.


Note

1 La teoria dello sviluppo capitalistico, pag.259

2 Ibid, pag.265

3 Ibid, pag.266-267

4 Il “surplus” economico e la teoria marxista dello sviluppo, pag.100

5 Ibid, pag.212

6 Ibid, pag.241


 

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