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martedì 26 aprile 2022

0 INTERVENTO DEL 26.04.2022 "SINDACATO E MOVIMENTI AMBIENTALISTI: UNA POSSIBILE CONVERGENZA"

Pubblico la trascrizione del mio intervento presso il corso "Ecologia e Lavoro nell'Antropocene" tenuto all'Università di Bologna dal professor Emanuele Leonardi che ringrazio per la fiducia. Ringrazio anche Jacopo Bergamo per la sua bella lezione sull'ecosocialismo, tenuta dopo il mio intervento.



Ringrazio Emanuele e Jacopo per la fiducia e l’invito. Cercherò nel mio intervento di trovare dei collegamenti tra l’impianto teorico del libro di Jacopo, che reputo fondamentale e indispensabile per l’introduzione in Italia del dibattito ecosocialista, e la mia esperienza di militante sindacale. 

La crescente espansione della scala della riproduzione capitalistica basata sul “doppio sfruttamento” del lavoro e delle risorse naturali sta portando al progressivo impoverimento delle condizioni ecosistemiche essenziali alla riproduzione della vita. I primi segnali materiali di questo aggravarsi delle condizioni ambientali a livello globale si sono fatti sentire negli anni '70, con la cosiddetta crisi energetica, favorendo l'approfondimento del dibattito sul modello di sviluppo e sull'ambiente che è seguito nei decenni successivi. Tuttavia, la crisi energetica non è stata la prima volta che gli esseri umani hanno affrontato i limiti ambientali del proprio modo di produzione e riproduzione sociale. Prendiamo come esempio il caso dell'Inghilterra, paese protagonista della Rivoluzione Industriale. L'inquinamento dell'aria e dei fiumi, generato dall'industrializzazione, insieme alla miseria umana di una parte considerevole della classe operaia, ha prodotto una resistenza sociale a questi risultati indesiderabili dello sviluppo capitalistico.  

Di conseguenza, sono stati apportati adeguamenti nell’utilizzo delle fonti energetiche, nel trattamento dei rifiuti e nella forma del rapporto tra capitale e lavoro, che hanno migliorato le condizioni ecosistemiche per la riproduzione della vita, a livello locale. È proprio qui che sta la distinzione tra queste conseguenze legate alla produzione industriale capitalistica e il nostro mondo. Viviamo in un'era in cui gli effetti dell'attività umana hanno un impatto globale significativo sul funzionamento degli ecosistemi e sul clima terrestre. In altre parole, ciò che si fa in alcune parti del globo ha un impatto sull'intero pianeta e non è più possibile superare i limiti imposti dall'ambiente con sole soluzioni locali, come lo spostamento delle attività produttive più inquinanti ad altre regioni del pianeta. 

Qui si aprirebbe il dibattito se definire o meno l’era in cui viviamo Capitalocene o Antropocene ma lascio la questione ad Emanuele e Jacopo e più in generale ai vostri studi.

Quello che mi interessa sottolineare è come i lavoratori, una volta espropriati dei mezzi di produzione, impararono subito ad affrontare, collettivamente, le sfide della produzione industriale che li subordinava agli imperativi del profitto. Solidamente organizzati attorno ai sindacati, i lavoratori hanno sviluppato lotte per chiedere migliori condizioni di vita materiale nella società industriale. Di particolare interesse sono stati i risultati in termini di condizioni di lavoro, in particolare per quanto riguarda il miglioramento dell'ambiente di lavoro, quello che oggi è noto come la salute e la sicurezza sul lavoro. 

La concertazione sociale che prevede la partecipazione dei sindacati è un pilastro della fase espansionistica del capitalismo nota come il “Trentennio glorioso”, durante il quale è stato edificato il moderno Welfare State. Ma già negli anni '70, parallelamente al periodo in cui si cominciò a discutere di un nuovo modello di sviluppo ecosostenibile, il sindacato iniziò a perdere forza di fronte all'avanzata delle politiche e dell'ideologia neoliberiste che prevalsero nei decenni successivi. La già menzionata dimensione globale dei problemi ambientali, in concomitanza con la crescita delle grandi imprese transnazionali e una nuova divisione internazionale del lavoro, ha imposto al movimento sindacale di ampliare il proprio compito sociale di tutela dei lavoratori verso un tema in cui non aveva molta esperienza, ovvero l'ambiente. Ma questo approccio, visto in modo più ampio, alla vita, è una sfida al movimento sindacale che trova la sua legittimazione nella difesa di una politica occupazionale concentrata in una certa regione del mondo e principalmente basata sulla difesa dei posti di lavoro.

La relazione che esiste tra le problematiche del lavoro e le problematiche ambientali è stata attivamente tenuta nascosta dal capitale. Questa iniziativa del capitale mira a ridurre la resistenza alla sua riproduzione allargata basata su una struttura produttiva che sfrutta il lavoro e l'ambiente. La possibilità di tenere insieme lavoro e questione ecologica potrebbe rappresentare una sfida sistemica al modo di produzione capitalistico. Di conseguenza il capitale non ha tardato a mettere il lavoro e l'ambiente in posizioni antagoniste. Basti pensare alle molte vertenze nel nostro paese dove le imprese, con la scusa di garantire posti di lavoro, premono per allentare le norme a tutela dell'ambiente (recentemente la Catalent di Anagni ha bloccato un investimento di 100 milioni di euro per 8 bioreattori per farmaci biologici a causa di mancate autorizzazioni da parte dell’Arpa poiché lo stabilimento sorge in una delle zone più inquinate d’Italia, la Valle del Sacco, e nella zona del sito c’è un problema con l’inquinamento delle falde acquifere). Questa realtà ha posto sindacalisti e ambientalisti in un'apparente contraddizione, molto improduttiva, che, a sua volta, serve bene gli interessi del capitale nel frammentare la resistenza alla sua espansione. 

La sempre crescente consapevolezza dei problemi ambientali e la presa di coscienza praticamente inequivocabile del cambiamento climatico causato dall'aumento delle emissioni e degli stock di gas serra pone il movimento sindacale a un bivio: non è più possibile chiudere gli occhi sulla dimensione ecosistemica del modo attuale di produzione e consumo. E, soprattutto, la necessità che questi problemi vengano affrontati a livello globale da istituzioni con una forte articolazione locale. Questo tipo di articolazione differenziata, ma coerente, tra il livello locale e quello globale di una data organizzazione permette di caratterizzarla come un tipo “glocale”. La struttura organizzativa e il modo in cui operano i sindacati, sia a livello locale che globale, li accreditano come organizzazione glocal, il che può costituire un vantaggio per questo attore nell'intervenire in questi processi.

Accade così che l'inserimento della dimensione ambientale nell'agenda sindacale sia complesso, soprattutto quando sono in gioco interessi più immediati dei lavoratori. In che misura i sindacati riescano a tradurre il loro discorso politico sul rispetto per l'ambiente, quando lo fanno, nelle loro azioni pratiche quotidiane è una questione molto impegnativa. E, oltre a ciò, è importante individuare i fili conduttori che facilitano questo avvicinamento dei sindacati alla questione ambientale, nel senso di diffondere possibili percorsi per i sindacati che non hanno ancora sviluppato tale sensibilità. In sintesi, è oggetto di ricerca indagare come il movimento sindacale stia facendo proprie le tematiche ambientali e, in particolare, la sfida del cambiamento climatico globale nelle sue politiche e pratiche quotidiane.

Si può tranquillamente affermare che i sindacati sono nati e si sono affermati come organizzazioni rappresentative degli interessi del proletariato sotto l'egida di un'industria intensiva nell'uso delle risorse naturali, alimentata da combustibili fossili e con alto impatto inquinante. Quando la minaccia ambientale è diventata concreta per quelle società in cui l'industria si è originariamente sviluppata, al fine di migliorare la qualità dell'aria e dell'acqua per queste popolazioni, la strategia iniziale adottata dall'industria è stata quella di distribuire le attività più inquinanti delle attività produttive in altre regioni del pianeta che hanno imposto meno restrizioni a questo tipo di attività. In generale, la strategia di internazionalizzazione della produzione all'interno di una nuova divisione internazionale del lavoro ha cercato di mantenere le attività a maggior valore aggiunto nelle regioni di origine (anche se le modalità con cui avvengono le delocalizzazioni possono variare molto da paese a paese. Per esempio quanto detto è totalmente vero per una nazione come la Germania mentre in Francia e in Italia si è teso delocalizzare l’intero processo produttivo)  e, in tal modo, di concentrare i guadagni di tale divisione, attraverso ragioni di scambio, nei paesi leader della Rivoluzione Industriale. Ma nel caso del cambiamento climatico è diverso. Non importa più dove vengono generate le emissioni di gas serra, poiché gli effetti di queste emissioni si faranno sentire in tutto il pianeta. Più che l'ubicazione degli impianti, acquista rilevanza il modello di produzione e consumo, che distribuisce in modo disuguale l'onere e il guadagno tra i paesi. In questo senso, i sindacati hanno esperienza e tradizione nelle controversie distributive, che possono collocarli come un attore importante in questa discussione.

Secondo il riferimento metodologico degli environmental labour studies, partendo dall'analisi di diverse esperienze internazionali di relazioni sindacali con il tema ambientale, le politiche delle organizzazione sindacali dei lavoratori sviluppate a livello internazionale possono essere, quando non negano il cambiamento climatico, caratterizzate principalmente dal perseguimento di strategie riformiste. La critica a questa posizione da parte dei settori sindacali più radicali li porta talvolta a una posizione più progressista, in quello che Rosa Luxemburg chiamerebbe "riformismo rivoluzionario". Queste caratterizzazioni dei tipi di politiche mi hanno ispirato una categorizzazione delle politiche sindacali a seconda degli interessi e dei rapporti di forza stabiliti dai sindacati a livello regionale e globale. Il movimento sindacale può assumere posizioni politiche conservatrici, riformiste o più rivoluzionarie di fronte al cambiamento climatico. Inoltre, dobbiamo tenere ben presente che il movimento ambientalista è abbastanza eterogeneo per quanto riguarda le sue posizioni politiche in relazione al cambiamento climatico e, forse, potrebbe essere segmentato anche in questi termini per quanto riguarda la possibilità di una combinazione di interessi che possa incoraggiare alleanze tra i due attori sociali.

Vale la pena notare che le strutture sindacali più ampie, in linea con gli interessi dei lavoratori, come federazioni, confederazioni, centrali sindacali e organizzazioni internazionali tendono ad avere posizioni più progressiste rispetto alla pratica quotidiana dei sindacati ancorati a livello locale, spinti da una base che richiede posti di lavoro ad ogni costo e incurante delle problematiche ambientali. A questo punto, c'è una questione cara alla reputazione dei sindacati, ovvero il raggiungimento della coerenza del loro discorso con la loro pratica politica. A volte, la mancanza di coerenza incide notevolmente sulle possibilità di alleanze con il movimento ambientalista, che potrebbe costituire un alleato importante nelle lotte sindacali.

I sindacati che propongono politiche conservatrici sono ancora legati, in un modo o nell'altro, alla negazione del cambiamento climatico come fenomeno che possa influenzare la vita di tutti sul pianeta, sottolineando l'incertezza scientifica sul cambiamento climatico. I sindacati che si posizionano in questo modo cercano di privilegiare gli interessi dei propri iscritti, lottando per il lavoro indipendentemente dall'impatto ambientale causato, oppure, in altro modo, si alleano con la strategia aziendale di contenere le resistenze ai propri progetti di investimento. Non di rado i lavoratori sono utilizzati dal capitale per fare pressioni sullo Stato affinché renda più flessibile la legislazione ambientale, che definisce le soglie di inquinamento e il loro costo per le imprese. Spesso le condizioni economiche, occupazionali e di aumento del reddito e dei consumi sono forti argomentazioni affinché il sindacato adotti una tale posizione di fronte a progetti di grandi imprese. I sindacati allineati a questo comportamento preferiscono affrontare le questioni ambientali legate all'ambiente di lavoro: salute e sicurezza dei lavoratori.

Ma molti sindacati stanno investendo nello sviluppo di una posizione alternativa più socialmente favorevole al cambiamento climatico. L'esperienza internazionale rivela che i sindacati migrati verso politiche riformiste hanno iniziato questo lavoro investendo molto nella formazione e nella sensibilizzazione dei loro membri in merito alla questione ambientale, al fine di ottenere, in primo luogo, la legittimità interna delle loro azioni in questo campo. Questa prospettiva è stata facilitata anche dalla più ampia strategia delle organizzazioni internazionali nel campo dello sviluppo sostenibile, ovvero la famosa green economy per contenere le emissioni responsabili del riscaldamento globale.

Per i sostenitori della green economy sono necessari cambiamenti nelle tecnologie dei processi e dei prodotti secondo un nuovo paradigma produttivo che favorisca la riduzione delle emissioni di gas serra, nel rispetto dei limiti ambientali. Ma questa transizione avrà inevitabilmente impatti sui lavoratori al punto che alcuni progetti diventeranno irrealizzabili, aprendo opportunità di business in altri settori. In questo particolare risiede il più grande contributo del movimento sindacale alla questione del cambiamento climatico: la nozione di una transizione giusta. I sindacati chiedono che questa transizione protegga i lavoratori, ad esempio offrendo loro protezione e sicurezza sul lavoro, al fine di garantire la coesione sociale nella transizione verso un'economia a basse emissioni. La transizione giusta comprende anche le condizioni complete affinché il lavoratore, attualmente allocato in un'industria tradizionale, possa accedere a nuove opportunità di lavoro nella green economy, attraverso la riqualificazione della forza lavoro: questi sono i cosiddetti “Green jobs”.

Queste posizioni sono state sviluppate, inserendo letture particolari di Keynes come quella proposta da Minsky o la famosa MMT, nel cosiddetto Green New Deal emerso come una forma di contestazione al mainstream economico a seguito della crisi finanziaria del 2008. Si tratta essenzialmente di un ampio piano di ripresa economica promosso dallo Stato, e per questo richiama nel nome il New Deal americano degli anni ‘30. Esistono diversi elementi di  convergenza tra il New Deal e il Green New Deal, come la preoccupazione per il recupero dell'occupazione e del reddito, supera un modello di politica industriale orizzontale che rinuncia all’intervento diretto dello Stato favorendo solamente tutta una serie di incentivi (come vantaggi fiscali o finanziamenti diretti) per realizzare investimenti e introdurre innovazioni tecnologiche e organizzative nelle imprese; il contesto economico critico in cui sono emerse tali proposte e la crescente contestazione dell'agenda economica neoclassica. C'è però un'importante novità rispetto al passato: la consapevolezza che la ripresa dell'economia deve avvenire attraverso investimenti con responsabilità ambientali e sociali, con particolare attenzione alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici. In questo senso, il Green New Deal cerca non solo di recuperare la crescita economica ma anche di rifondare le basi su cui si costruisce questa crescita.

Le proposte iniziali per un Green New Deal miravano a soluzioni sinergiche alla crisi finanziaria del 2008, al massimo storico dei prezzi del petrolio e alla crisi climatica. Questi elementi hanno delineato concretamente le proposte di azione anticiclica dello Stato, attraverso un pacchetto fiscale per stimolare l'economia con investimenti green finalizzati alla transizione energetica e alla costruzione di un'infrastruttura resiliente e low carbon. Tali proposte hanno inoltre individuato la necessità di un'ampia riforma finanziaria in grado di ridurre i rischi di crisi sistemiche del settore e di far leva sulla finanza verde. Inoltre, hanno sottolineato l'importanza della riforma fiscale per internalizzare i costi sociali dei combustibili fossili, con particolare attenzione alla tassazione del carbonio, che contribuisce sia a ridurre gli incentivi per i combustibili fossili sia ad aumentare le risorse per lo Stato per finanziare investimenti strategici nel GND

Successivamente, le proposte del Green New Deal hanno iniziato ad abbracciare politiche di assistenza sociale, che includono l'implementazione di programmi di formazione del lavoro per nuovi “Green jobs", oltre a sostenere la quota della forza lavoro nei settori ad alta intensità di carbonio le cui occupazioni rischiano di essere perse durante la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio. Si possono citare anche le proposte per ampliare la copertura del sistema sanitario pubblico, in particolare per la cura della popolazione più vulnerabile ai cambiamenti climatici.

L'inclusione delle politiche di assistenza sociale nell'ambito del GND è giustificata perché il cambiamento climatico tende ad aumentare le condizioni di povertà, disuguaglianza e vulnerabilità dei più poveri e perché la crescita guidata dalla spesa per i servizi pubblici è spesso immateriale e a basse di emissioni di carbonio. In questo senso, se lo scopo della crescita economica è aumentare il benessere, la spesa per le politiche sociali deve essere efficace e relativamente pulita. 

Nel GND, oltre alle funzioni regolatrici e stabilizzatrici dell'attività economica, lo Stato svolge anche quelle di investitore, protettore sociale e fornitore di servizi. Il disaccoppiamento della crescita economica dal consumo di risorse naturali e dalle emissioni inquinanti dipende dall'integrazione delle nuove tecnologie nella produzione. Le innovazioni più radicali degli ultimi decenni sono in gran parte il risultato degli sforzi pubblici nella ricerca e sviluppo (R&S) di base e applicata, nella mobilitazione delle risorse e nell'articolazione tra università e centri di ricerca pubblici e imprese private. La ricerca e lo sviluppo è un'attività circondata da incertezze su quando e se la tecnologia generata prospererà, nella fase di mercato, per generare innovazione.

Non ci sono garanzie che l'investimento fatto sarà redditizio. Poiché le innovazioni più radicali richiedono generalmente più risorse finanziarie e tempo e risultano da sforzi di R&S altamente incerti, la volontà del settore privato di assumere questo ruolo è relativamente bassa.

Infine, è importante notare che le proposte del Green New Deal partono dalla consapevolezza che il libero mercato non guiderà spontaneamente l'economia verso la sostenibilità, combinando la prospettiva macroeconomica keynesiana con elementi di economia ambientale. Lo Stato svolge un ruolo attivo nella decarbonizzazione e negli altri obiettivi socio-ambientali attraverso le politiche economiche e la modifica dell'apparato istituzionale, plasmando così la traiettoria di crescita economica e segnalando al settore privato la strada da seguire. Come sottolinea Keynes: “La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po' meglio o un po' peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto”.

Il GND si differenzia dal keynesismo convenzionale sottolineando che gli stimoli all’economia dovrebbero essere circoscritti a settori strategici a basso impatto ambientale e ad alta inclusione sociale. Gli investimenti “verdi” sono responsabili di stimolare l'attuale attività economica e di determinare come sarà la produzione “pulita” nel prossimo futuro. Allo stesso modo, gli investimenti in industrie inquinanti, in particolare in asset associati ai combustibili fossili, possono ritardare la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio.

Il confronto più energico con la questione ambientale e le strutture sociali che la sostengono è svolto dai rari sindacati che si imbarcano nel campo di politiche ambientaliste più progressiste o rivoluzionarie. Basandosi sul discorso ambientale più radicale, che rivendica la “giustizia climatica” e non vede nella green economy la soluzione al cambiamento climatico, molti sindacati hanno adottato questa posizione, che si dimostra socialmente più coerente per quanto internamente più complicata da difendere per i sindacati, visti gli interessi più immediati della sua base di sostegno operaia. C'è una grande eterogeneità di posizioni politiche in questo campo, da chi difende l'ecosocialismo, con l'appropriazione statale delle industrie come mezzo per garantire una transizione equa per i lavoratori, a chi difende altre forme collettive di controllo della produzione come l'economia solidale e il cooperativismo. Mi interessa la prima prospettiva perché collegata al libro di cui discuteremo oggi e potenzialmente più problematica da difendere per un sindacato.

Supportati dal lavoro di Marx, alcuni analisti possono giungere alla conclusione che la difesa dell'agente sociale operaio, che esiste solo come parte strutturante del modo di produzione capitalistico, attuata da rappresentanti ufficiali, possa essere intesa come un rafforzamento di quest’ultimo. Se concepiamo che questa struttura produttiva è il principale intensificatore della crisi ambientale, in parte, il rafforzamento del ruolo del lavoratore, soprattutto con l'obiettivo di migliorare la qualità della vita attraverso il raggiungimento di un livello di consumo americano, ha un notevole impatto ambientale. Quindi, per risolvere la crisi ambientale sarebbe necessaria solo la soppressione della società di classe, così come tutto questo modo di produzione. Ho trovato utile su questo tema leggere Michael Lowy, uno degli autori ecosocialisti più importanti. Per lui la teoria marxista è fortemente naturalistica, cioè l'essere umano è un essere naturale, inseparabile dalla natura.

Quindi, la fonte della ricchezza viene da entrambi: l'essere umano produce il valore di scambio, mentre la natura, il valore d'uso. In questo modo, anche nelle opere marxiane, non è da escludere che la dipendenza umana dalla natura debba essere considerata come sfondo per l'analisi dell'azione politica dei gruppi sociali. A mio avviso, i lavoratori, in quanto classe subordinata del capitale, sono portati all'esclusione sociale, in termini di accesso a una serie di servizi pubblici e naturali, essendo inclusi nel gruppo dei danneggiati dal degrado ambientale. Pertanto, i movimenti sindacali, in quanto legittimi rappresentanti dei lavoratori, hanno spazio per agire.

Quello cui verso occorre muoversi è da un lato studiare le esperienze concrete di convergenza tra sindacati e movimenti ambientalisti nel mondo e dall’altro sperimentare la validità delle tesi espresse in questo libro andando a svolgere un lavoro di inchiesta sul campo delle lotte che coinvolgono lavoro e ambiente in Italia.




sabato 16 aprile 2022

0 BREVE ANALISI DI “KARL MARX’S ECOSOCIALISM” DI SAITO

 


Introduzione


Per molto tempo, anche tra i marxisti, è prevalsa la comprensione che l'eredità teorica di Marx avesse poco o nulla da offrire per riflessioni sull'ecologia. Ancora oggi teorici di spicco come Löwy insistono sul fatto che ci sono elementi anti-ecologici nel lavoro di Marx. Nonostante la relativa persistenza di questo tipo di critiche, almeno dalla metà degli anni '90, importanti opere di John BellamyFoster e Paul Burkett hanno dimostrato che Marx spesso dimostra una sensibilità in anticipo sui tempi per le questioni ecologiche e che la critica che rivolge al capitalismo è popolata di elementi teorici molto fruttuosi per l'elaborazione di una critica ecologica del modo di produzione capitalista.


Foster, in particolare, svolge un esauriente lavoro filologico e, tra molte altre note interessanti, recupera le nozioni di metabolismo e di frattura metabolica impiegate da Marx nel Capitale e nei Grundrisse. Non ho dubbi che questa scoperta sia stata la porta d'ingresso per generazioni di ecosocialisti da quando è stato pubblicato Marx’s Ecology: Materialism and Nature.

Foster afferma che queste idee non sono solamente un'intuizione "perduta" tra molte altre, ma una componente centrale della riflessione marxiana sul modo di produzione capitalista. Personalmente, questa affermazione mi è sempre sembrata un'esagerazione.


Saito, con il libro “Karl Marx’s ecosocialism: capital, nature, and the unfinished critique of political economy”, compie uno sforzo di ricerca monumentale che soddisfa l'ambizione di Foster. Egli è in grado, a mio avviso, di dimostrare rigorosamente che il percorso di indagine e di elaborazione teorica di Marx è stato, per la maggior parte della sua vita, guidato dalla chiarezza che la distruttività ecologica del modo di produzione capitalista dovrebbe integrare anche la sua critica a questo modo di produzione.


La tesi di Saito


Kohei Saito sostiene che la critica ecologica di Marx è essenziale per comprendere la sua teoria dell'economia politica, tanto che non è possibile comprenderla appieno se questa dimensione viene ignorata. Questa dimensione però non era presente fin dall'inizio della sua opera ed è innegabile che, nei suoi primi testi, sia possibile trovare frammenti che possono supportare una lettura di Marx produttivista, antropocentrica e prometeica (Il Manifesto del Partito Comunista, ad esempio, fu scritto nel 1847). Fu come risultato dello sviluppo della sua critica dell’economia politica, che comprendeva uno studio rigoroso di varie discipline delle scienze naturali, che l'evoluzione del suo pensiero divenne possibile. Partendo da queste basi, la lettura di Saito costruisce una risposta forte alle interpretazioni marxiste più superate che, purtroppo, continuano ad avere troppa influenza.

Per sostenere le sue tesi riprende criticamente la Neue Marx-Lektüre che l'autore giapponese è costretto a rimettere in piedi. Saito afferma che questa corrente teorica presuppone che la critica di Marx all'economia politica sia una risposta alla comprensione feticista delle categorie economiche che identifica l'apparenza della società capitalista con le leggi apparentemente "naturali", universali e aspetti trans-storici dell'economia. Secondo la Neue Marx-Lektüre Marx avrebbe proposto una comprensione di queste categorie come “forme sociali” specifiche di detta società e, quindi, la maggior parte della teoria del pensatore di Treviri sarebbe dedicata a rivelare le relazioni sociali sottostanti che danno validità oggettiva al regno delle apparenze, del feticcio e della mistificazione.

Per quanto fruttuoso possa rivelarsi questo approccio, per Saito “Marx’s critique cannot be reduced to a simple categorical reconstruction of the historically constituted totality of capitalist society”1.

Un tale punto di vista non può spiegare, tra le altre cose, perché Marx ha dovuto studiare le scienze naturali così intensamente. Spiegare questo fatto è possibile solo da una posizione che, andando oltre l'analisi formale, interferisce e si fa carico dell'interrelazione tra le forme economiche e il mondo materiale concreto. Di conseguenza, un'importanza molto più decisiva deve essere data agli aspetti materiali, facendo della materia una categoria analitica nucleare. È l'unico modo in cui le sue osservazioni sulla natura, distribuite in tutta la sua opera, diventano elementi significativi all'interno di una comprensione sistematica, piuttosto che semplici commenti sporadici.


Cominciamo col dire che l'interesse di Marx per l'ambiente naturale è già rintracciabile nei suoi scritti giovanili sull'alienazione, dove si intravede che questo autore concepiva che la società futura potesse poggiare solo su un'unità tra natura e umanità. Marx afferma in questi testi che il lavoro salariato separa, più intensamente dell’epoca feudale, l'uomo dalla natura. Nel feudalesimo i vassalli mantenevano ancora una certa autonomia nel processo produttivo che consentiva loro un radicamento maggiore e la terra arabile non era ancora diventata merce. Tuttavia, l'approccio del nostro filosofo alla natura sfugge presto a questa interpretazione un po' idealistica, influenzata dalla filosofia della sinistra hegeliana.

Saito sostiene che la lettura marxiana acquisirà immediatamente un orientamento materialista che segnerà il resto della sua produzione teorica, sostenuta da una preoccupazione fondamentale: la specifica mediazione capitalista tra natura e cultura. Lo sforzo si concentra quindi sulla comprensione del motivo per cui, nel modo di produzione capitalista, esiste una separazione antagonista tra i due elementi. A proposito di questo problema c'è una parola, proveniente dalla fisiologia, che assume un ruolo centrale. Ci riferiamo alla nozione di metabolismo che Marx ha preso dal chimico Justus von Liebig.

Questo termine alquanto sfuggente è presente nei Grundrisse, dove aveva già tre diversi significati. Si riferiva sia all'interazione metabolica tra uomo e natura, al metabolismo della società e, in definitiva, al metabolismo della natura. In questo libro compare la tesi della tendenza al collasso del sistema produttivo per lo sviluppo delle forze produttive. In Karl Marx’s ecosocialism ci viene offerta a questo proposito un'interpretazione che ha il suo fondamento nella contraddizione fondamentale tra la parte materiale e quella formale del capitale.

L'autore giapponese spiega che, tra le contraddizioni interne del capitalismo di cui parla Marx, bisogna considerare quella di un certo "limite materiale" che il capitalismo non è in grado di superare. Tuttavia, questa demarcazione non può essere fissata in anticipo e, inoltre, ha una sfera di influenza che può essere parzialmente modificata grazie alla tecnologia (perché vengono scoperte nuove risorse, perché vengono sviluppati o trovati sostituti o un modo per utilizzare le risorse più efficiente). In ogni caso, entrambe le circostanze non tolgono nulla all'inesorabilità di questo processo che fa del capitalismo una “contraddizione vivente”. Il suo dispiegamento è prodotto dal tentativo del capitale di superare costantemente i suoi limiti attraverso lo sviluppo delle forze produttive, che si traduce nella tendenza a sfruttare le forze naturali, compresa l'energia umana e il lavoro.

Il capitale, in questo modo, ostacola e crea perturbazioni sempre maggiori nell'interazione metabolica tra essere umano e natura, impedendo ogni tentativo di sviluppo consapevole delle forze umane e creando le condizioni per una crisi ecologica sempre più prossima. Nonostante le possibili regolarità che potremmo identificare in questo processo, manca di automatismo e, in realtà, è molto probabile che molto prima che l'accumulazione di capitale diventi di fatto impossibile, la civiltà umana incontrerà problemi per la sua sopravvivenza. Secondo questa interpretazione basata sui Grundrisse, Saito propone di abbandonare ogni tentativo di criticare il capitalismo basato sulla critica delle sue contraddizioni oggettive interne. Ci invita a giudicare il capitalismo come un sistema irrazionale e insostenibile, ma dal punto di vista di un “sustainable human development”2.

L'importanza di questi momenti nell'opera di Marx è consolidata nel Capitale. Qui è presente un ultimo significato di “metabolismo”, che ora si riferisce anche al processo di riproduzione e accumulazione del capitale in senso globale. Con quest'ultimo significato si vuole sottolineare come le relazioni sociali capitaliste modificano l'interazione metabolica tran- storica tra essere umano e natura, cioè come le relazioni capitaliste strutturano il processo di scambio energetico con la natura. Questo è ciò che viene chiamato il processo di riproduzione sociale, sebbene in un senso più ristretto, poiché la "riproduzione sociale" include anche l'insieme delle attività rese invisibili dai rapporti capitalistici. L'interesse analitico qui si concentra esclusivamente sui processi economici nella loro interpretazione ortodossa e l'obiettivo è lo studio delle loro modificazioni metaboliche.

Tuttavia l'uso di una nozione trans-storica di "metabolismo" può essere problematico. Si potrebbe sostenere che l'uso di questo concetto rispetto alle società non capitaliste è solo una finzione teorica, dato che nelle comunità i cui rapporti sociali e di potere non sono organizzati attraverso il modo di produzione capitalista ci sarebbe un altro tipo di mediazione specifica che dà una forma concreta al metabolismo. Vale a dire, mentre in altre società le relazioni metaboliche tra l'essere umano e la natura sono integrate nelle varie funzioni sociali di ciascuno degli individui della comunità, l'astrazione rappresentata dalla nozione di "metabolismo" non esiste in quanto tale, o ,almeno, non è resa visibile. Tale visibilità è possibile solo in virtù dell'estraniamento prodotto dal capitalismo nelle strutture comunitarie preesistenti, facendo sì che la nozione trans-storica di "metabolismo" sia un concetto rigorosamente moderno. Ora, mostrare la genesi storica di questo concetto non ne invalida l'uso o, fortunatamente, l'utilità esplicativa. Se non avessimo questa nozione, sarebbe enormemente complicato descrivere come le relazioni metaboliche si trasformano sotto il segno del capitale. Per tutti questi motivi, riteniamo che questa nozione di metabolismo debba essere considerata come una nozione meramente analitica e concettuale, il cui interesse consiste nell'accennare al processo di "metabolismo" in modo astratto, senza alcun legame con alcun sistema e/o gerarchia sociale che lo strutturano.



Comunque, studiare le modificazioni metaboliche e il loro fondamento teorico non ci allontanano troppo dall'interpretazione tradizionale dell'opera principale di Marx. Saito concorda con le analisi che leggono nel Capitale il tentativo di mostrare le trasformazioni che il modo di produzione capitalistico infligge ai rapporti di produzione e come questi modifichino, a loro volta, i rapporti sociali in cui sono radicati. Ma fa un passo avanti: sostiene che quest'opera dimostra come il modo di produzione capitalistico trasformi fondamentalmente le dimensioni materiali e gli oggetti della società in cui si impone. Secondo lui, il processo di reificazione esprime il modo in cui lo sviluppo della produzione capitalistica altera le dimensioni materiali dell'oggetto per raggiungere il suo perfetto adattamento agli schemi della logica del capitale, così da facilitare il processo della sua accumulazione. A prima vista, la formulazione di Saito sembra alquanto controfattuale e fuorviante, poiché non è immediatamente chiaro come una dinamica economica possa avere conseguenze per l'aspetto materiale degli oggetti nel mondo.

La dinamica produttiva del capitale deve essere considerata da un punto di vista globale, accettando che il capitale formi una totalità di natura organica, in cui ciascuna delle parti modifica e trasmuta il tutto per la loro mutua co-implicazione. Inoltre, nel modo di produzione capitalista, i rapporti di produzione materiali (quelli che lavorano e modificano la natura) si svolgono sotto l'influenza dell'unico criterio del valore, il fine ultimo della società, una volta che questa diventa definitivamente capitale. In questo modo, anche se in un certo senso si può dire che in questo processo produttivo dipende ancora dai valori d'uso in quanto portatori di capitale, ogni componente materiale è sempre subordinata al movimento puramente quantitativo dei capitali. È così che l'intero processo lavorativo viene riorganizzato come processo di accumulazione del capitale.

Saito esemplifica la sua argomentazione attraverso la breve analisi di due capitoli del Capitale, quelli dedicati alla giornata lavorativa e alle macchine e alla grande industria. Secondo lui, sono particolarmente interessanti poiché non riguardano solo la distruzione del mondo materiale, ma rivelano anche i limiti del capitale, cioè il modo in cui la conformazione sociale del mondo secondo criteri capitalistici crea una serie di contraddizioni. Perché, nonostante i suoi sforzi, il capitale può dominare la natura solo a costo di devastare il metabolismo naturale e sociale che alla fine genera movimenti di resistenza e opposizione al regime capitalista.

Dopo la sua analisi, che abbiamo sintetizzato nei suoi elementi essenziali, Saito conclude che né il Capitale di Marx, né la sua opera in generale, possono essere letti con la lente del produttivismo della loro interpretazione tradizionale. I riferimenti di Marx alle questioni ecologiche e/o ambientali non sono né numerosi né ovviamente espliciti, ma, a sostegno di una posizione produttivistica, bisognerebbe sottolineare che esiste in lui una connessione necessaria tra il progresso delle forze produttive e la risoluzione dei problemi metabolici. Ciò equivarrebbe a dover dimostrare che Marx crede che, con il progresso del capitalismo, c'è una minore incidenza di catastrofi e contraddizioni naturali e sociali, in breve, un maggiore progresso. Al contrario, con una lettura come quella di Saito diventa evidente che:


“Marx’s ecological critique shows that a certain use value of nature is deeply modified under capitalism in favor of valorization, and that this elasticity of nature is the reason for capital’s intensive and extensive exploitation of nature. A number of anti-Marxists contend that Marx believed that ecological crises arise out of a human inability to sufficiently master nature, which will be overcome with the future development of the forces of production. They thus reject what they suppose to be Marx’s anthropocentric and Promethean demand for the absolute mastery over nature as fatally unecological.76 However, this type of critique misses Marx’s theory of reification. The cause of modern ecological crises is not the insufficient level of technological development but economic form determinations of the transhistorical process of metabolic interchange between humans and nature. The problem of capitalism’s disturbance of natural metabolism cannot thus be resolved through an augmentation of productive forces. To the contrary, the situation often gets even worse because the capitalist form of technological and scientific development for the sake of attaining more profit continues to neglect the universal metabolism of nature. Capital’s drive to exploit natural forces is “boundless” because these forces function as free or cost-minimizing factors inproduction. However, natural forces and resources are “limited,” so the disturbance of the ecosystem arises out of the contradiction between nature and capital. In this context, Marx does not simply claim that humanity destroys the environment. Rather, his “materialist method” investigates how the reified movement of capital reorganizes the transhistorical metabolism between humans and nature and negates the fundamental material condition for sustainable human development.”3


Saito dedica il resto del suo testo alla spiegazione di alcuni degli elementi che compongono il sottotesto che supporta la sua posizione nella lettura del Capitale. Questo esercizio viene svolto sulla base dei testi della MEGA2 che Marx dedica allo studio e al commento di vari studiosi di scienze naturali (Liebig, Fraas, Roscher), dimostrando che l'evoluzione della posizione di Marx corrisponda ad uno studio sempre più approfondito delle diverse implicazioni per la natura imposte dal modo di produzione capitalistico. Questo esercizio lo ha portato in luoghi che di solito non colleghiamo a questo autore, come l'influenza di diversi fertilizzanti sulle colture o le conseguenze del loro uso a lungo termine, ma include anche interlocutori ricorrenti, come Malthus o Ricardo. Si può affermare che Saito ha dimostrato con successo che l'immagine stereotipata di Marx sull'ambiente è assolutamente falsa. In Marx non c'è spazio per l'indifferenza riguardo all'uso e all'abuso delle risorse naturali e alla distruzione dell'ambiente, né è debitore a una superstizione prometeica per cui lo sviluppo economico e tecnologico è considerato come qualcosa di infinito. Al contrario, è consapevole della trasformazione e della deformazione che il capitalismo opera nel rapporto metabolico tra uomo e natura, evento che non solo provoca deterioramento materiale, ma impedisce anche il libero sviluppo umano.

Il grande contributo di Saito, indubbiamente encomiabile, contiene alcuni problemi che non vanno trascurati. Sebbene in precedenza abbiamo affermato che la sua concezione trans-storica del metabolismo doveva essere difesa nel suo ruolo di strumento teorico, non dobbiamo ignorare il fatto che l'emergere stesso di questa nozione deriva da un intervento teorico-pratico per nulla neutrale. In effetti, la nozione di "metabolismo" presuppone una separazione altamente discutibile tra "esseri umani" e "natura". E fino a che punto una nozione esterna di "natura" non implica già una prospettiva che ne favorisce l'uso come mero deposito di risorse, una concezione del tutto affine al capitalismo? E, in questo senso, non dovremmo riconsiderare il ruolo delle scienze naturali? Si tratta di un mero strumento di conoscenza del mondo o implica già un intervento in esso finalizzato a determinati scopi?


Note


1 Karl Marx’s ecosocialism: capital, nature, and the unfinished critique of political economy, pag.15


2Ibid, pag.97


3Ibid, pag.132-133






lunedì 11 aprile 2022

0 JASON W. MOORE E IL CONCETTO DI CAPITALOCENE

 


Introduzione

Jason W. Moore legge il capitalismo come una successione di specifici regimi ecologici, in cui l’accumulazione del capitale da un lato e la “produzione della natura” dall’altro sono processi concepiti come dialetticamente intrecciati. Moore propone di rompere con la concezione del capitalismo come formazione economico-sociale che, quando si dispiega, agisce semplicemente sulla natura. Questa concezione è da lui definita “cartesiana”, cioè che separa Natura e Società. Moore sostiene la necessità di concepire il capitalismo come una formazione storico-sociale che si è sviluppata attraverso le relazioni tra le società e la natura in quanto il capitalismo non ha un regime ecologico specifico, il capitalismo è un regime ecologico. Nel corso della sua elaborazione teorica rielaborerà la concezione marxista della storia, impegnato a incorporarvi la dimensione ecologica. Traendo ispirazione dalla prospettiva ereditata dall’École des Annales francese, in particolare da Fernand Braudel e dal suo concetto di Longue Durée, e dal lavoro dei teorici del Sistema-Mondo come Giovanni Arrighi, Moore costruisce una teoria del capitalismo come Ecologia-Mondo.

Moore pone con questo concetto di Ecologia-Mondo le basi di una sorta di “materialismo storico-ecologico” in cui la storia del capitalismo e dei modi di produzione precedenti è intesa come un susseguirsi di regimi ecologici che strutturano i processi di accumulazione e “produzione della natura”. Con questa proposta, Moore sostiene che invece di scrivere la storia dell’impatto del capitalismo sulla natura, è possibile indagare la relazione generativa tra “l’accumulazione infinita” e la “produzione infinita della natura”. La storia di questo rapporto è caratterizzata da crisi ambientali cicliche, inseparabili dalle crisi di accumulazione, e attraverso le quali è necessario studiare la storia del capitalismo. È nella caratterizzazione di queste crisi ambientali che Moore trova rilevante e utilizza il concetto di “frattura metabolica” di Foster. In effetti, queste “crisi ambientali” si scatenano proprio nell’ambito delle disgregazioni metaboliche, dialetticamente intrecciate con le crisi di accumulazione. Secondo Moore, l’errore di Foster e dei suoi seguaci è però quello di mantenere una “separazione cartesiana” tra crisi ecologica e crisi di accumulazione. Per Moore, le trasformazioni ecologiche e le trasformazioni economiche guidate dal processo di accumulazione devono essere pensate insieme e non, come fanno questi autori, in due “scatole” indipendenti e distinte. In questo senso afferma che la teoria della frattura metabolica può essere sviluppata in tutta la sua potenzialità solamente se iniziamo a guardare al capitalismo come Ecologia-Mondo.


La teoria del Capitalocene

Da quando la proposta teorica dell'Antropocene è emersa nel 2000 come designatore di una nuova epoca geologica è iniziato un acceso e importante dibattito sul suo significato, innescando numerose revisioni e adattamenti nelle letture sul passato e sul futuro del mondo. Alcuni cercano di difendere la neutralità scientifica delle scoperte sulle grandi trasformazioni e minacce per il pianeta e per la nostra specie, causate da essa stessa, come la scarsità e l'inquinamento dell'acqua. Le letture più critiche del concetto, come quella di Jason W. Moore, mettono in evidenza l'approccio materialista del Capitalocene, per il quale l'attuale crisi sociale ed ecologica planetaria è da attribuire al capitalismo e non all'umanità o ai “limiti della Natura”. La lunga esistenza del modo di produzione capitalista non sarebbe il risultato di una scelta/investimento collettivo e naturale dell'umanità ma un progetto di dominio culturale, economico, politico ed ecologico globale, costruito sullo sfruttamento ininterrotto, ineguale e catastrofico della Natura. In questo progetto, le ingiustizie, la violenza e le disuguaglianze sono inerenti al processo di appropriazione e capitalizzazione esclusivistica della Natura e alla socializzazione dei costi attraverso l'abbattimento culturale (imperialismo, razzismo e sessismo) ed economico della vita. Moore cerca nei suoi lavori di dimostrare come il modo di produzione capitalista sia largamente responsabile della crisi ecologica globale, delle disuguaglianze e della violenza che lo hanno contraddistinto e costituito sin dal XVI secolo. Pertanto, la disuguaglianza può assumere una condizione di categoria chiave, sia per attribuire responsabilità per la distruzione planetaria, sia per distinguere i modelli dominanti di relazioni tra Società e Natura inerenti alle dinamiche capitaliste. Il concetto di Capitalocene, secondo Moore, espone l'estroversione storica del capitalismo, che, per sopravvivere, ha delimitato incessantemente il pianeta sia come fonte di Cheap Nature (natura a buon mercato) che come deposito di spazzatura planetaria. Le organizzazioni pubbliche e private sono state attivamente coinvolte nel processo di riduzione di porzioni crescenti della natura e del lavoro umano a merce.

Nel primo articolo del 2013 in cui espone la sua lettura del Capitalocene, Moore rienumera sistematicamente le critiche all'Antropocene, affermando:


“The Anthropocene makes for an easy story. Easy, because it does not challenge the naturalized inequalities, alienation, and violence inscribed in modernity’s strategic relations of power and production. It is an easy story to tell because it does not ask us to think about these relations at all. The mosaic of human activity in the web of life is reduced to an abstract humanity as homogenous acting unit.”1


Moore afferma che ci sono due decisioni metodologiche dietro questo approccio. La prima ha a che fare con una concezione meramente quantitativa, Moore usa il termine “scatola nera”, degli agenti astratti: industrializzazione, urbanizzazione, popolazione. La seconda si riferisce alla concezione dell'umanità come attore “collettivo” in cui “the historical-geographical patterns of differentiation and coherence are erased in the interests of narrative simplicity.”2

Laddove la critica di Moore all'Antropocene acquisisce particolari specificità è nell'affermazione che le diverse concezioni di “natura” sono infatti l'espressione di relazioni sociali mediate dal capitale, idealizzate come “ontologicamente indipendenti” dai conflitti che le attraversano. Questa separazione tra uomo e natura, che per i difensori dell'Antropocene appare evidente, deriva, secondo Moore, dal concetto filosofico di “dualismo cartesiano”:


“In its simplest form, this philosophy locates human activity in one box, the rest of nature, in another. To be sure, these two acting units interact and influence each other. But the differences between and within each acting unit are not mutually constitutive, such that changes in one imply changes in the other – although such dialectical relations are empirically acknowledged from time to time.”3


L'argomentazione prosegue affermando che “Human activity not only produces biospheric change, but relations between humans are themselves produced by nature. This nature is not nature-as-resource but rather nature-as matrix: a nature that operates not only outside and inside our bodies (from global climate to the micro-biome) but also through our bodies, including our embodied minds”.4


Il ritorno a Cartesio di una particolare formulazione soggettiva che struttura il pensiero occidentale moderno e la sua concezione del soggetto e del suo posto nel mondo è motivo ricorrente in molteplici correnti della filosofia continentale, da Martin Heidegger e Giorgy Lukács a Michel Foucault, ma Moore sembra distogliere l'attenzione dalle aporie della metafisica e della soggettività per concentrarsi sulle conseguenze di questa cesura nella costituzione di un'economia politica che è di fatto un'ecologia. Moore rivisita i concetti base della critica marxiana, la separazione tra valore d'uso e valore di scambio, lavoro sociale astratto, accumulazione primitiva, reinterpretandoli alla luce della linea di frattura del “dualismo cartesiano”, dei dati e dei processi rivelati dalla ricerca scientifica da cui nasce l’argomentazione dell'ipotesi dell'Antropocene. In questo senso, è l'emergere di qualcosa come il capitalismo che spiega e racchiude certe urgenze e impasse storici. Contrariamente ad autori come Bonneuil e Fressoz, per Moore il capitalismo è un evento storico suscettibile di analisi metodologica che va oltre la sua percezione comune, la stessa che scartano come ipotesi. Laddove i primi cercano di discriminare processi settoriali, momenti particolari e periodizzazioni specifiche dei fenomeni ambientali appiattiti nell'Antropocene, Moore si concentra sulle ipotesi strutturali e materiali che consentono una comprensione globale di questi fenomeni.

La storia del capitalismo non è quindi una dicotomia tra natura e società, ma un insieme di trasformazioni “co-produced by human and extra-human natures”.

Diverse ipotesi di periodizzazione geologica cercano di individuare l'inizio del modo di produzione capitalista. Marx contesta l'accumulazione primitiva come formulata da Adam Smith, come il peccato originale dell'economia politica in cui la propensione al lavoro di alcuni, e all'indigenza di altri, avrebbe abbozzato le distinzioni originarie tra accumulatori e lavoratori. Al contrario, l'appropriazione di beni naturali e umani dal mondo extraeuropeo fornirebbe un accumulo di valore, tanto da poterne investire una parte successivamente. In Europa, con la fine del feudalesimo, l'idea di produttività si trasferisce dalla terra al lavoro, e linearmente da un plusvalore relativo, in cui la capitalizzazione è funzione della dimensione delle risorse, a un plusvalore assoluto, dove si verifica l'intensificazione dei livelli di sfruttamento. Ponendo il lavoro come fonte primaria di valorizzazione, il capitale crea la sua forma astratta, cattura dell'attività umana e delle sue dimensioni sociali, in una forma mercificata con uno specifico valore di mercato.


Il capitale è quindi l'accumulazione di lavoro sociale astratto, ma non solo. Moore afferma che il paradigma centrale di questa accumulazione primitiva è proprio “a far-flung repertoire of imperialist enclosure and appropriation of nature’s “free gifts” in service to commodity production.”5

Il capitalismo ha le sue origini nella cattura e nello sfruttamento del lavoro non pagato, sotto forma di sfruttamento o sotto forma di appropriazione di beni naturali. “These conditions depend on massive contributions of unpaid work, outside the commodity system but necessary to its generalization. Sometimes this is called the domain of social reproduction.”6

È qui che la distinzione tra natura e società diventa controversa: la riproduzione della specie, la socializzazione e l'educazione dei giovani sono processi naturali o culturali? Questa indistinzione non è esclusivamente umana ma, secondo Moore, si estende a qualsiasi dominio "extraumano" che fornisce "natura a buon mercato" al capitale. Moore distingue quindi tra sfruttamento e appropriazione: “Appropriation, in what follows, names those extraeconomic processes to identify, secure, and channel unpaid work outside the commodity system into the circuit of capital. Scientific, cartographic, and botanical revolutions, broadly conceived, are good examples, and themes to which we will return later in this essay. Movements of appropriation, in this sense, are distinct from movements of the exploitation of wage-labor, whose tendential generalization is premised on the generalization of appropriative practices.”7


L'appropriazione sorge come un a priori storico che inquadra e organizza i divenire biologici e geologici della natura. È nel territorio schematizzato, mappato e disposto per l’appropriazione che avverrà lo sfruttamento e la valorizzazione del lavoro, qui inteso come uno degli elementi delle “nature a buon mercato” catturate, equivalenti ad altri “prodotti” naturali: cibo, energia e materie prime.

Questo processo di appropriazione, di accumulazione “primitiva” e di cattura di una natura che esclude certi processi di remunerazione, includendoli nella riproduzione del capitale, non è però un “picco d'oro” storico ma un espediente che, nel corso della storia del capitale, trova nuove forme. David Harvey, cercando di spiegare la crisi finanziaria del 2008, sottolinea l'imperativo della mobilità dei capitali e del reinvestimento, ovvero il modo in cui il capitale inattivo è capitale morto. L'imperativo della mobilità del capitale si associa poi alla scoperta, o creazione, di nuove frontiere di valorizzazione basate su questa distinzione tra lavoro e natura, tra remunerazione e riproduzione. L'accumulazione “primitiva” non è, quindi, la classificazione di elementi la cui disposizione ontologica è anteriore alla loro descrizione, ma la creazione continua di confini, identità e paradigmi di azione e riproduzione che obbediscono alla separazione che ne è il cuore . Ora, la riflessività ecologica e ambientale degli ultimi decenni, e la consapevolezza dei limiti della riproduzione naturale e dello sfruttamento delle risorse, implicano una riconfigurazione dei paradigmi riproduttivi del capitalismo, un'opera di cui l'Antropocene come grande narrazione si occupa, tuttavia gran parte dei suoi sostenitori lo considerano un trionfo della specie.

Per Moore, questa proposta secondo cui, parallelamente a un "lavoro sociale astratto", esisterebbe una "natura sociale astratta", un concetto su cui torneremo, interroga la narrazione dell'Antropocene in due modi: “First, is Industrialization the Big Bang of modernity, or is it instead a cyclical phenomena of capitalism from the long sixteenth century? Second, is Industrialization the most useful concept for explaining large-scale and long-run patterns of wealth, power, and nature in historical capitalism?”8

Esplicita è la messa in discussione della periodizzazione dell'Antropocene, che cerca nella rivoluzione industriale il momento iniziale della nuova era geologica. L'industrializzazione non sarebbe quindi un plateau nell'evoluzione tecnica dell'umanità, ma una delle espressioni cicliche dei processi di riproduzione del capitalismo, che hanno la loro origine alcuni secoli prima. Moore inverte il paradigma dell'Antropocene: “Whereas the Anthropocene argument begins with biospheric consequences and moves towards social history, an unconventional ordering of crises would begin with the dialectic between (and amongst) humans and the rest of nature, and thence move towards geological and biophysical change. These consequences, in turn, constitute new conditions for successive eras of capitalist restructuring across the longue durée. Relations of power and production, themselves co-produced within nature, enfold and unfold consequences. The modern world-system becomes, in this approach, a capitalist world-ecology: a civilization that joins the accumulation of capital, the pursuit of power, and the production of nature as an organic whole (...). This means that capital and power – and countless other strategic relations – do not act upon nature, but develop through the web of life. Crises are turning points of world-historical processes – accumulation, imperialism, industrialization, and so forth – that are neither social nor environmental in the usual sense, but rather bundles of human and extra-human natures, materially practiced and symbolically enabled. In world-ecological perspective, nature stands as the relation of the whole. Humans live as one specifically-endowed (but not special) environment-making species within the web of life.”9


L'argomento più interessante di Moore sembra essere questa denaturazione dell'ecologia: non esiste "l'ecologia", un sistema chiuso suscettibile di equilibri e squilibri, ma diverse ecologie, diversi modi di organizzare e di essere organizzati dalla "natura". La situazione si presta a diverse rivisitazioni: si tratterà allora di fare una critica all'ecologia politica e di suggerire che non c'è natura naturale. L'ecologia non sorge all'incontro tra una specificità umana e una specificità naturale, che cerca e organizza punti di equilibrio tra le dinamiche essenziali di ciascuno; ma, al contrario, è una struttura che produce, modella e dirige le concezioni e le relazioni particolari degli elementi in essa coinvolti. Queste concezioni sono storiche, politiche e dialettiche. Questa interrogazione sul “dualismo cartesiano” lascia una domanda aperta: che nome dobbiamo dare all'insieme tra uomo e natura che, nel suo rapporto, fa crollare anche la distinzione tra soggetto e oggetto, mezzo e fine? Se non c'è né determinismo umano nella storia naturale né determinismo naturale nella storia umana, come fare riferimento alle dimensioni politiche, soggettive e storiche che si presentano come uno stato di cose? Moore suggerisce il concetto di oikeos, una concezione ontologica che riunisce Società e Natura nello stesso ambito.

L'ipotesi che il capitale sia allora l'elemento che diventa forza tellurica propone una propria periodizzazione, contraria a quanto disegnato da Crutzen e Steffen. Moore riprende la storiografia della Longue Durée di Braudel, Wallerstein e Arrighi per affermare che: “the rise of capitalism after 1450 marked a turning point in the history of humanity’s relation with the rest of nature, greater than any watershed since the rise of agriculture and the first cities – and in relational terms, greater than the rise of the steam engine.”10


Moore fornisce un ampio catalogo dei cambiamenti ambientali avvenuti tra il 1450 e l'inizio della rivoluzione industriale, concentrandosi sui cambiamenti strutturati intorno allo scambio e alla cattura di merci, inclusa la rivoluzione agricola nei Paesi Bassi; la rivoluzione mineraria e metallurgica dell'Europa centrale; i primi segni di un nesso tra schiavi e zucchero nell'isola di Madeira e São Tomé, dove appariranno le prime grandi piantagioni che deforesteranno un terzo dell'isola; la successione del Brasile a São Tomé, dal 1570, al centro della tratta degli schiavi e l'esaurimento delle miniere d'argento in Sassonia e Boemia, a causa della deforestazione, tra le tante. Il susseguirsi degli eventi, il sorgere delle nuove tecnologie e lo spostamento dei confini commerciali e lo sfruttamento delle risorse, segue un percorso causale dai momenti qui presentati fino alla “rivoluzione della produzione inglese del carbone”, dal 1530 in poi, e agli “scambi colombiani” di fauna, flora e malattie tra vecchio e nuovo mondo. In questo senso, l'“industrializzazione”, che inaugurerebbe l'Antropocene “ufficiale”, sarebbe solo il prolungamento, la “meccanizzazione”, di una “standardization and rationalization, prefiguring, in embryonic form, the assembly line and Taylorism of the twentieth century”11, cioè la logica di disposizione e sfruttamento che presiederebbe all'elaborazione delle tecnologie industriali sarebbe già in atto molto prima della rivoluzione industriale. Moore riassume la questione alla fine della prima parte dell'articolo: “In sum, because early capitalism’s technics – its crystallization of tools and power, knowledge and production – were specifically organized to treat the appropriation of global space as the basis for the accumulation of wealth in its specifically modern form: capital, the substance of which is abstract social labor.”12

Affermando che la forma-valore è l'essenza del capitale in un contesto che problematizza anche la natura, Moore avanza una proposta che affronterà nella seconda parte della sua argomentazione sul concetto Capitalocene. Esisterebbe “a new law of value in formation in these centuries, expressed by two epoch-making movements. One was the proliferation of knowledges and symbolic regimes that constructed nature as external, space as flat and geometrical, and time as linear (the field of abstract social nature). The other was a new configuration of exploitation (within commodification) and appropriation (outside commodification but in servitude to it).”13

Nello stesso momento in cui il valore di scambio crea il lavoro sociale astratto, crea anche una "natura sociale astratta": “The law of value – understood as a gravitational field exerting durable influence over the long-run and large-scale patterns of the capitalist world-ecology – is not an economic phenomenon alone, but a systemic process with a pivotal and decisive economic moment (abstract social labor). Second, the moment of value accumulation (as abstract labor) is historically materialized through the development of scientific and symbolic regimes necessary to identify, quantify, survey, and otherwise enable not only the advance of commodity production but also the ever-more expansive appropriation of cheap natures.”14


La seconda parte dell'articolo di Jason Moore interroga specificamente questa “natura sociale astratta”. La questione della frontiera implicita nelle appropriazioni multiple del capitalismo appare qui come centrale: se il valore si fonda su una divisione tra lavoro astratto retribuito e lavoro non retribuito che viene comunque reso redditizio, allora la riproduzione dei rapporti di valore avviene attraverso la ricerca, e creazione di confini tra l'uno e l'altro. “these frontiers are not “just there” but are actively constituted through symbolic praxis and material transformation, at once unifying and alienating “mental” and “manual” work (base/superstructure).”15

La quantificazione del tempo e la quantificazione dello spazio sono, quindi, misure derivate da una quantificazione del valore. Cioè, di una quantificazione del lavoro e, come tale, di una quantificazione ontologica e astratta che afferma l'esperienza fondamentale dell'umano come “lavoro”, e che è, quindi, discriminabile, ordinabile e immagazzinabile. Questa premessa corrisponde alla delineazione di un paradigma interessante, dove il confine tra natura e non natura non è più tra umano e non umano e diventa tra produttivo e non produttivo. In campo sociologico, questo paradigma suggerisce le ipotetiche basi fenomenologiche del razzismo e del sessismo, ad esempio, mostrando come il capitale abbia sempre posto un certo tipo di lavoro al di fuori della remunerazione (il lavoro riproduttivo femminile, ad esempio). Dall'altro, cerca sempre anche il modo di deterritorializzare questi confini, territorializzandone altri. Allo stesso tempo, questo rapporto tra valore e natura problematizza anche i temi dell'espansione e della frontiera. La portata del confine non è più ciò che può includere, il territorio che cattura, e diventa il suo opposto, il territorio che riesce a raggiungere, o "escludere", senza includere direttamente:


“While all civilizations had frontiers of a sort, capitalism was a frontier. The extension of capitalist power to new spaces that were uncommodified became the lifeblood of capitalism. (...) First, commodity frontier movements were not merely about the extension of commodity relations, although this was indeed central. Commodity frontier movements were also, crucially, about the extension of territorial and symbolic forms that appropriated unpaid work in service to commodity production. This unpaid work could be delivered by humans — women or slaves, for example — or by extra-human natures, such as forests, soils, or rivers. Second, such frontier movements were, from the very beginning of capitalism, essential to creating the forms of cheap nature specific to capitalism, the Four Cheaps.”16

Ma il Capitalocene, la forma-valore e la “natura astratta” non sono solo strumenti di analisi critica e storica: sono contributi a una teoria della crisi. In altre parole, è proprio come urgenza che nasce la necessità di contestare politicamente l'Antropocene. Moore si riferisce a una correlazione tra le "grandi frontiere" e l'età d'oro dell'espansione e della crescita capitalista. Con la “chiusura” del mondo, l'inclusione virtuale di tutta la sua superficie nella cartografia geopolitica dei flussi di merci e la sussunzione reale del lavoro umano, il capitale di investimento ha dovuto cercare nel settore finanziario un “rifugio temporaneo”, una “transizione epocale nel capitalismo storico”. Questa transizione non segue solo i cicli di finanziarizzazione di Giovanni Arrighi, dove l'ascesa e la caduta dei successivi centri del capitalismo è legata al passaggio dalla valorizzazione produttiva a quella finanziaria, ma un esaurimento del modello di produttività del lavoro “naturale”. Questo esaurimento è associato da Moore all'aumento dei costi delle risorse naturali nel 2003, legato all'invasione americana dell'Iraq. In altre parole, la crisi economica è anche una crisi ecologica, ed entrambe rappresentano un limite portato dal neoliberismo: “Perhaps counter-intuitively, the neoliberal era favored not a renewed revolution in labor productivity and automated production but its opposite: a grand seizing upon of those life-reproducing frontiers – including those of an emergent “surplus humanity” (Davis, 2006) – in order to squeeze out the last remaining drops of absolute surplus value, and the last remaining frontiers of unpaid work. Not for nothing the neoliberal era has been defined by taking first, and making second – a magisterial final act of redistribution without productivity revolution.”17


Alcune discussioni teoriche sul Capitalocene

Ian Angus, autore del blog Climate & Capitalism, attivista ecosocialista canadese, critica Morre affermando che:


1) La questione del nome geologico è legata a fenomeni geologici e non sociali o economici (il che sembra suggerire una precedenza geologica di anthropos).


2) Sebbene l'Antropocene sia una conseguenza del capitalismo, non sono la stessa cosa poiché la sussunzione delle complessità delle trasformazioni climatiche e ambientali in un'"età capitalista" indifferenziata allontana una comprensione scientifica di tendenze ed eventi storicamente specifici.


3) La posizione degli “antropocenologi” è abbastanza interessante da poterli inserire come interlocutori nella risoluzione della questione climatica.


Pur avendo una chiara origine dell'Antropocene situata nel capitalismo, le sue domande implicite hanno soppiantato le questioni del capitale. Dipesh Chakrabarty, storico indiano legato ai postcolonial e subaltern studies, in un articolo dell'American Historical Association afferma che: “Some scholars argue that it is not human agency as such that has become a planetary force, climate change is simply a result of capitalist development. "It is capitalism, stupid!" is their refrain. If you pointed out to them that a Soviet-type modernization of the world would have produced very similar consequences, some of them would engage in a lot of theoretic jiu-jitsu to prove that Soviet socialism was actually capitalism in another form! (Of course, one can't argue about a "true socialism" that nobody has seen.) Some blame climate change—with justice—only on the rich countries of the world. But, going forward, what will matter in terms of emissions is not just the lifestyles of the rich but also the number of additional people who embrace existing models of economic growth and development. And most of these people are in China and India. Is the population explosion in India and China through the 1950s, '60s, and '70s to be blamed mainly on the rich countries of the West? I have had that argument put to me but the reasoning never seemed obvious. Climate change at least poses the question of one human history even if we are not politically one.”18


L'argomentazione rende chiara l'ipotesi di Chakrabarty: c'è una specificità umana trans-storica che deve prendere il posto della classe come polo centrale della storia e della politica. Il suo articolo Four Thesis on Climate History adotta un argomento leggermente più approfondito, rendendosi conto, dalla propria esperienza e da quella degli altri, che gli strumenti ei concetti da lui utilizzati per comprendere la storia non sono in grado di affrontare le problematiche che emergono con l'Antropocene. Chakrabarty esemplifica questa situazione utilizzando il modo in cui lo storico Giovanni Arrighi, in Il lungo ventesimo secolo, pubblicato nel 1994, affermava che l'intensificarsi del caos interno al capitale lasciava aperta la possibilità di un crollo dell'ordine mondiale, segnato dallo stesso tipo di guerre della fine della guerra fredda. Tuttavia, 13 anni dopo, Arrighi pubblica Adam Smith a Pechino e le sue preoccupazioni sono molto più legate ai limiti ecologici del capitale. Le tesi di Chakrabarty sono spiegate da una domanda iniziale: “How does the crisis of climate change appeal to our sense of human universals while challenging at the same time our capacity for historical understanding?”19


La risposta a questa domanda si trova in quattro tesi. La prima sostiene che “anthropogenic explanations of climate change spell the collapse of the age-old humanist distinction between natural history and human history”20. L'argomento di questo punto è parallelo alle varie considerazioni riguardo ai vari e successivi inquadramenti della natura nella storia. Anche quando viene presa in considerazione come elemento di azione, come in Braudel o Marx, è nella dimensione ciclica delle stagioni o nella misurazione della propria temporalità, così lenta da diventare indifferente alle considerazioni umane. Da questo crollo emerge la seconda tesi: “The Idea of the Anthropocene, the New Geological Epoch When Humans Exist as a Geological Force, Severely Qualifies Humanist Histories of Modernity/Globalization.”21

Chakrabarty assume, come linea rossa che percorre la storia degli ultimi 250 anni, la storia della “libertà”, assumendo che il significato di questo concetto sia vario e contraddittorio. Nonostante le possibili polemiche, la “libertà”, che spazia dalla rivoluzione francese al movimento per i diritti civili, “stands on an ever-expanding base of fossil-fuel use. Most of ourfreedoms so far have been energy-intensive.”22

L'umanità in quanto agente geologico appare, tuttavia, in contrasto con questa “libertà”, imponendo limiti chiari al suo esercizio ed esigendo nuovi quadri politici e storici che facciano la revisione dei dualismi storici. L'Antropocene è il prezzo che “paghiamo” per la ricerca della libertà? In un certo senso sì, risponde Chakrabarty. E in questa epoca di mutazione geologica: “it is also clear that for humans any thought of the way out of our current predicament cannot but refer to the idea of deploying reason in global, collective life” quindi “we need the Enlightenment (...) even more than in the past.”23

La genesi di questo nuovo Illuminismo nascerà allora da un incrocio tra saperi diversi. Questo è precisamente il contenuto della terza tesi: “The Geological Hypothesis Regarding the Anthropocene Requires Us to Put Global Histories of Capital in Conversation with the Species History of Humans”. È qui che Chakrabarty si riferisce più esplicitamente alle sue riserve sul fare dell'Antropocene una storia della capitale: “But these critiques do not give us an adequate hold on human history once we accept that the crisis of climate change is here with us and may exist as part of this planet for much longer than capitalism or long after capitalism has undergone many more historic mutations. The problematic of globalization allows us to read climate change only as a crisis of capitalist management. While there is no denying that climate change has profoundly to do with the history of capital, a critique that is only a critique of capital is not sufficient for addressing questions relating to human history once the crisis of climate change has been acknowledged and the Anthropocene has begun to loom on the horizon of our present.”24

Con il divenire condizione naturale dell'umano, è necessario richiamare le varie conoscenze che prima erano opposte, per creare una scienza umana della specie. Preventivamente, Chakrabarty cita Darwin per affermare che le specie non sono una categoria fissa, dove c'è un corpo perfetto, e quindi per evitare le possibilità di uso politico della biologia. La specie sarebbe quindi una trasmutazione storica del geist hegeliano, e questo nuovo significato dinamico, che incorporerebbe le varie scienze della contingenza umana nelle dimensioni biogeochimiche, permetterebbe di sfuggire ai determinismi e alle contraddizioni dei dualismi storici. In questa terza tesi comincia a prendere forma la proposta di Chakrabarty: aprire un forum interdisciplinare per l'Antropocene che prefigura un nuovo Illuminismo che metta alla prova i limiti della riflessività dello spirito. La quarta tesi afferma poi che “The Cross-Hatching of Species History and the History of Capital Is a Process of Probing the Limits of Historical Understanding”.25

Si procede verso lo sviluppo dell'idea che in una diversa accezione di specie si possa costruire un nuovo corpo politico. Ciononostante, Chakrabarty riconosce il valore delle varie "ermeneutiche del sospetto", termine che usa per designare le varie decostruzioni dell'umanesimo e che valorizza nel senso dei contributi che hanno dato all'elaborazione di teorie postcoloniali, ma queste non serviranno ad affrontare le sfide del riscaldamento globale. Primo perché “inchoate figures of us all and other imaginings of humanity invariably haunt our sense of the current crisis”, secondo perchè “the wall between human and natural history has been breached”.26

Chakrabarty conclude il suo manifesto della specie affermando che non emergerà dalla dialettica della storia o come l'universale del capitale: affermerà un approccio globale senza i miti di un'identità globale, perché non cercherà di sussumere particolarità. Nome provvisorio: “storia universale negativa".


Gli articoli di Jason Moore compaiono alcuni anni dopo questo testo e, in parte, vengono a colmare il vuoto che Chakrabarty affermava esistere nei sostenitori del Capitalocene. Identificando precisi processi all'interno del funzionamento del capitale (forma-valore, lavoro astratto e natura astratta e non solo il suo movimento generale, la globalizzazione) Jason Moore trae un argomento più preciso di quello di Chakrabarty. La critica di Marx al capitale è complessa, ampia e con le contraddizioni ei cambiamenti di posizione che ogni impresa di questo calibro avrà. Chakrabarty e Moore sembrano impegnarsi in diverse critiche marxiste. La prima segue la classica lettura economicista, la seconda si basa sull'esegesi degli anni '60 che, basandosi su altre versioni di testi classici e opere di recente scoperta, i Grundrisse, ad esempio, stabiliscono nuovi poli teorici, come la tedesca Neue Marx Lekture o l’italiano Operaismo. Moore colloca l'evoluzione degli elementi coinvolti nella produzione e nello scambio di merci non in un campo di contingenza tra diverse occupazioni e sfruttamenti, ma all'interno di un processo in cui la ricerca di tassi di profitto sostenibili, fondati su metodi specifici di appropriazione, costruisce efficacemente un determinismo del capitale, dove continuerà indefinitamente a cercare margini di profitto più elevati.

Questi movimenti fanno del capitale un'agente particolare, con i suoi momenti, contraddizioni e tensioni, che nel corso della storia umana assumono contorni e conseguenze sociali, biologiche e geologiche differenti. In altre parole, il capitale non è un mero processo dinamico di imperfetta circolazione del valore, ma un processo che sussume possibilità dell'azione individuale e che quindi incorpora, forse non esclusivamente, l'agente geologico che l'Antropocene attribuisce alla figura dell'uomo e alla sua libertà. Chakrabarty assume la libertà come invarianza storica e come universale moderno, ma non specifica cosa costituisce il nucleo invariante ed equivalente di questa libertà.

L'ipotesi umanista, secondo la quale le ipotesi storiche della libertà corrisponderebbero a un'essenza universale che sarebbe esattamente la giusta misura dell'essere umano, sembra rendere equivalenti una serie di cose radicalmente diverse. E il concetto di libertà, come quello della storia e del capitalismo, viene appiattito in un significante fluttuante e disposto come fondamento epocale. L'idea di un forum che segna la fine dell'oscurantismo ecologico, di un'assemblea costituente scientifica che, riunendo i vari saperi, stabilisce i paradigmi della nuova era dell'uomo, un'ONU sul clima, è interessante nel senso che riconosce le molteplici crisi del presente e poiché cerca esplicitamente di incorporare la filosofia del XX secolo in un senso universalistico della storia. Ma è, come progetto, di per sé, l'espressione diretta della stessa particolare concezione politica e paradigmatica che cerca di superare. La conoscenza embrionale delle forme scientifiche e politiche che d'ora in poi sosterranno le interazioni tra le varie nature prenderà forma nella materialità dei processi in atto e assumerà gli stessi decentramenti della maggior parte dei fenomeni contemporanei, nonostante tutte le ipotetiche centralizzazioni che possono essere richieste in questo processo.

Quale nuovo patto sociale o processo costituente sarà possibile avendo come oggetto le spettrali rudimentali figure di noi stessi? Che la caduta di questo soggetto corrisponda all'emergerIe di una possibilità di "specie" è qualcosa di complesso, anche dopo gli avvertimenti di Chakrabarty di riferirsi a un "essere-specie" aperto, algoritmico, e non a una serie di parametri biometrici e/o fenotipici, poiché richiama proprio l'intero problema della biopolitica, che Chakrabarty non menziona affatto nel suo articolo. Ci sono, tuttavia, diversi spunti interessanti da recuperare nelle tesi di Chakrabarty, a cui, in ogni caso, va il merito di aver cercato di approfondire le tesi della proposta dell'Antropocene.

Sono disponibili in italiano tre libri di Moore, due editi da Ombre Corte, Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato, e Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, e uno edito da Feltrinelli, Una storia del mondo a buon mercato. Guida radicale agli inganni del capitalismo, quest’ultimo scritto assieme a Raj Patel.


Note

1The Capitalocene Part I: On the Nature & Origins of Our Ecological Crisis, pag.2

2Ibid, pag.3

3Ibid, pag.4

4Ibid, pag.4

5Ibid, pag.6

6Ibid, pag.7

7Ibid, pag.7

8Ibid, pag.9

9Ibid, pag.11

10Ibid, pag.17

11Ibid, pag.19

12Ibid, pag.21

13Ibid, pag.22

14Ibid, pag21

15TheCapitalocene. Part II: Abstract Social Nature and Limits to Capital, pag.2

16Ibid, pag.5

17Ibid, pag.39

18HumanAgency in the Anthropocene

19FourThesis on Climate History, pag.201

20Ibid, pag.201

21Ibid, pag.207

22Ibid, pag.208

23Ibid, pag.210-211

24Ibid, pag.212

25Ibid, pag.220

26Ibid, pag.221



 

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