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venerdì 24 agosto 2018

0 IL CAPITALISMO DELLA SEDUZIONE



«La classe borghese offre più figli di quanti sono i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo. Questo surplus farà le rivoluzioni. Ma rivoluzioni borghesi».
Michel Clouscard, "Le capitalisme de la séduction"

Michel Clouscard, autore poco noto nella nostra Italia, nel suo capolavoro “Le capitalisme de la séduction”, riesce con grande maestria a smontare le contraddizioni che rivestono la società dei consumi affermatasi nel Secondo dopoguerra in Europa.

Il punto da cui parte nella sua analisi è il Piano Marshall, il quale, comunemente presentato come aiuto economico ai paesi europei all'indomani della Seconda guerra mondiale, favorì in realtà la penetrazione dell'imperialismo USA. Questo aiuto economico statunitense consentì di sottomettere il nostro Occidente alla civiltà del grande capitale attraverso il consumo di surplus fatto negli Stati Uniti. Questo è il punto di partenza della nostra alienazione nella nuova società capitalista.
Chi dice alienazione dice condizionamento. Innanzitutto bisogna osservare che il sistema capitalista ha cercato di preservare nell'adulto la funzione del consumo inerente al bambino, e che è necessariamente associato, non appena sazio, alla sensazione del piacere. Si tratta quindi di mantenere il principio del piacere a scapito del principio della realtà, con un'educazione più giocosa ed emancipata, fino a rendere il desiderio di consumare potente come un bisogno. Un'educazione che addomestica i corpi in modo che aspirino solo alla ripetizione di queste soddisfazioni appropriatamente calibrate. Questo mondo dell'infanzia è così esteso in un sistema funzionale in cui i nostri impulsi consumistici sono incantati in un pragmatismo ricreativo.

Industria e cultura del piacere

I meccanismi sono ben oliati: oggetti feticci, rituali grezzi, ritmi binari e gesti stilizzati rispondono idealmente agli stimoli dell'oligarchia commerciale e sociale. Un minimo sforzo per il massimo piacere. Essere intrattenuti dal momento presente, dimenticare il passato e rifiutare il futuro. Un'industria di voluttà al servizio dei nostri desideri condizionati e partizionati. Non ci interessa come vengono prodotti questi gadget della felicità, consumiamo, ci divertiamo, e li gettiamo. Questa è la nuova regola del gioco: oggi i beni di consumo sono dilapidati ancor più laconicamente dal momento che la tecnologia del XXI secolo li pone ai confini di sotterfugi virtuali.
Questa è l'intera casistica di un capitalismo denunciato da Michel Clouscard più di trent'anni fa. Le maschere sono così cadute, scoprendo uno dei volti più perniciosi della nostra socialdemocrazia liberale-libertaria, dove la depravazione borghese espande ciò che non produce, preservando così gli interessi della loro classe, quella dominante.
Istituiti in reti, eretti a modelli, eccitano la concupiscenza delle persone senza mai permettere loro di accedere alla festa. Stelle, film, foto, riviste, muse, miss, top model, eroi, campioni, cantanti, comici, conduttori televisivi, prime volte, notti insonni, feste, festival, danze, trance e oppio per esasperare desideri che alla fine non saranno mai completamente soddisfatti.
Sono finiti i giorni in cui la realizzazione dei nostri sogni ha causato la maggior parte dei nostri piaceri. La cosa importante ora è perpetuare le nostre fantasie nelle nostre ambizioni consumistiche: immaginare, quindi, che cantando gli usi dei nostri idoli possiamo, forse un giorno, soggiogare le stelle di un Eden vicino a Hollywood.
Inoltre, è un sistema che invita i narcisi ad emanciparsi e ad affermarsi fino a quando non stabiliscono modalità che definiscono i nuovi standard di estetica e cultura. Cultura di un consumo, al tempo stesso frivolo ed eccessivo, che favorisce sempre la vendita delle eccedenze di un mercato che, al di là di ogni morale e di ogni storia, cerca solo di prosperare.
Aggiungiamo il sostegno di alcuni sofismi d'avanguardia o dialettica a buon mercato, alcuni falsi sovversivi o cronisti provvidenziali, per aiutare la riproduzione di questo nuovo potere falsamente democratico e travestito da liberale. Basta alla nostra modernità qualche sciocchezza ben combinata in modo che diventi mito. 
Come è progettata una nuova mitologia? Una mitologia i cui fondamenti sono oscurati dalla prestigiosa psicoanalisi, relegandoli opportunamente all'inconscio collettivo della massa alienata dalle schegge di una parodia dell'Olimpo?

La società capitalista ha inventato la libido con la quale rivendichiamo un nuovo diritto al godimento. Un intero processo ideologico che crea il bisogno e l'uso per stabilire una civiltà, rivelandosi quindi il migliore modo per soddisfare i nostri desideri determinati.
Chi di nuovo credere che i nostri impulsi siano all'origine del nostro corso libidico? Come possiamo ignorare tutto questo formidabile apparato estetico, economico, politico e tutti questi determinismi culturali e morali, quando notiamo il crescente numero di nevrosi oggettive causate dal nostro consumo che oscilla tra eccesso e frustrazione?
Inoltre, se il sistema capitalista ha prodotto veleni, è meglio vendere i suoi rimedi. Un sistema che esorta quindi piaceri epidemici e orgasmi corrotti che si affretta, da allora in poi, ad anestetizzare grazia ad antidolorifici, droghe, riposo, svago o intrattenimento. Un circolo vizioso alimentato dal consumo eccessivo diventa necessario per il nuovo ordine sociale. La priorità non è più quella di provvedere ai bisogni quotidiani di una società in cerca di realizzazione, ma piuttosto di incitare la gente ad alienarsi sempre più al consumismo a cremagliera che preserverà così l'oligarchia mondana in cima alla piramide.

Che dire di questi beni di sussistenza che in precedenza erano usati principalmente per ottimizzare la vita delle famiglie e dei lavoratori? Non sono stati sostituiti da sonagli fastidiosi, futili e deperibili, perfetti per tenere sottomessa la gente?
Il peggio è che la nostra feccia politica ora sostiene senza ritegno questa nebulosa di utilizzo: infatti, dopo che la destra ha amministrato la sua produzione, la sinistra ha liberalizzato il suo consumo. E questa omogeneizzazione del governo - alcuni dicono alternanza - frutto di compiacente complementarietà, caratterizza singolarmente la nostra attuale socialdemocrazia liberale-libertaria.
Siamo intossicati e accecati da desideri troncati che calpestano piaceri precari e fugaci, comportandoci come burattini beati. Che altro ci è rimasto, inoltre, di perseverare in questo ingranaggio sibillino, intrattenendoci meravigliosamente con queste realtà, che dovrebbero essere sconvolte per vivere in modo più supremo?
Adulti con preoccupazioni adolescenziali, elettori con ambizioni servili, schiavi che si credono liberi, collaborazionisti resistenti, consumatori con desideri formattati, questo è ciò che ci ha reso questa società capitalista. La nostra coscienza politica è quindi inibita e sorda, le nostre rivolte simboliche e la nostra, irresponsabile cittadinanza. Non ci interessa come vengano prodotti i nostri cosiddetti beni, a patto che soddisfino la nostra avidità libidica. Questo consumo del surplus, tuttavia, è il consumo della mancanza dell'altro. In altre parole: il lavoro di alcuni autorizza la libido degli altri. Godere di questi rapporti di produzione è godere dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo.

Alcuni obietteranno che il vero divertimento si appollaia nell'amore e non nella contentezza materiale. Ma di che amore parlano? Evocano questo amore strutturandosi su uno scambio non di mercato, sfuggendo così alla logica del capitale? Leggono questo amore su cui le famiglie costruiscono e si rafforzano, nonostante le tribolazioni che devono necessariamente affrontare con la natura stravagante degli uomini e delle donne capricciose? Pensano a questo amore modellato nel tempo e non al suo parossismo, permettendo così di comprendere il reale al di là delle nostre fantasie? Si riversano su questo amore il cui armonioso pragmatismo dimostra fino a che punto sforzi e responsabilità possono essere fonte di autonomia e gioia? Purtroppo, è certo che la loro protesta non si riferisce a queste interpretazioni ma a qualche nuvola romantica che agita le anime puberali dei poeti consumatori.
Al pregiudizio narcisistico, al minimo fallimento emotivo, al fallimento esistenziale stiamo cercando di porre rimedio per mezzo di acquisti frenetici, feste per perdere la ragione o droghe assordanti.
Solo ora ricompensa il divertimento, e se è tardi, la nostra vita potrebbe essere un disastro. Tutto deve aiutare ad alleviare l'appetito del consumatore compulsivo, più convinto di riuscire nella vita e di essere libero quando è soddisfatto del suo presente rispetto a quando lavora faticosamente per un futuro più sostanziale. Mitologia del momento che stimola la coazione a ripetere. La matrice capitalista genera quindi la perfetta dinamica consumistica.
Rompi i piedistalli, le cornici, i pilastri della tradizione e smentisci la storia per gongolare da qui e ora. Il divorzio, siti di incontri, porno a bizzeffe, pillole, aborti, carte di credito di ogni genere, donne usa e getta o le donne liberate e fallocrati. Con il pretesto del progresso, tutto è organizzato per rimbalzare nel divertimento e nel piacere, soddisfacendo i nostri spasmi  libidinosi alimentati dalla nostra società iper-consumistica. Inoltre, è necessario avere i mezzi per sostenere questi desideri sfrenati. Tutto questo rimane quindi il privilegio di una certa classe sociale: una nuova borghesia disinibita e frivola, la borghesia convinta che la ricerca di paradisi mondani sia la chiave di volta di un'esistenza felice.
Queste santificate aspirazioni libidiche infine corrompono il destino degli uomini, fino al punto che ora sono entusiasti di servire in un mondo in cui la ricchezza può comprare l'amore e la libertà.






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lunedì 20 agosto 2018

0 COSA RESTA DELLA PRIMAVERA DI PRAGA


A 50 dalla fine della Primavera di Praga cosa resta?
Resta il rammarico e la delusione per una delle più grandi sconfitte del movimento comunista internazionale. A Praga ci fu uno dei più genuini tentativi di dar forma ad un socialismo diverso da quello ingessato e burocratico dell’URSS.
Mosca riuscì a non cogliere l'importanza dei cambiamenti in atto in Cecoslovacchia, represse un’esperienza sinceramente comunista e aprì le porte, in tutti i paesi dell’Est, all'affermazione di opposizioni anticomuniste che poi facilitarono il collasso delle “democrazia popolari”, da cui sono nate le attuali esperienze politiche del gruppo di Visegrad.

A Praga Dubcek, con gli ideologi riformisti a lui vicini come Ota Sikh e Radovan Richta, elaborò un programma di riforme che aveva la grande ambizione di rimettere al centro del discorso il lavoratore e il suo controllo sulla società attraverso dei meccanismi di autogestione delle proprie attività lavorative.


"La riforma economica dovrà sempre di più tendere a mettere i collettivi di lavoro delle imprese socialiste nella condizione di avvertire direttamente gli effetti della gestione, buona o cattiva, delle aziende. Per questo il partito considera indispensabile che ogni collettivo di lavoro abbia influenza sulla gestione, della quale sopporta le conseguenze.
Ne deriva la necessità di organismi democratici nelle imprese con precisi poteri sulle direzioni aziendali. Direttori e dirigenti, scelti da tali organismi, dovrebbero rispondere agli stessi dei risultati complessivi della propria attività (…).
Questi organismi dovrebbero essere formati da rappresentanti eletti dai collettivi di lavoro e da rappresentanze extra-aziendali per garantire gli interessi più generali e un livello decisionale specialistico e qualificato (…). Bisognerà progettare lo statuto di tali organismi, utilizzando alcune tradizioni dei nostri consigli aziendali anni 1945-48 e le esperienze dell’imprenditoria moderna"

Le riforme ottennero il sostegno e la partecipazione attiva degli operai e della maggioranza della popolazione, con il risultato di aver contribuito al rafforzamento dell’ala riformista del PCC. Gli operai ora potevano avere il diritto di affermare i propri interessi, prima non difesi dai sindacati trasformati in “cinghie di trasmissione”, e potevano diventare i veri padroni dei mezzi di produzione.
I sindacati sostennero le rivendicazioni sollevate dai lavoratori: l’aumento dei salari, migliori condizioni di lavoro e della rete di attrezzature sociali, riduzione e redistribuzione dell’orario di lavoro.
A chi pensò che l’autonomia sindacale e l’idea dei consigli aziendali avrebbero comportato ingenti perdite per il bilancio statale e per l’economia, e che portassero al soddisfacimento di interessi particolari della società, i lavoratori dimostrarono, attraverso la loro prudenza e coscienza, che: “le loro rivendicazioni avrebbero potuto essere accolte con gradualità e che nell'interesse dello sviluppo generale avrebbero comportato anche sacrifici”, come ricorda Jiri Pelikan. 
Gli operai si dimostrarono capaci di gestire il loro lavoro, lavorando al contempo per il benessere di tutta la società.
Oggi di quella straordinaria esperienza non resta molto nel dibattito politico, tantomeno in quello culturale. Come disse il filosofo marxista Karel Kosik, uno dei protagonisti di quegli eventi, non venne dato il tempo alla Primavera di Praga di disegnare un mondo alternativo non solo al socialismo reale sovietico, ma anche alla democrazia borghese occidentale, a cui oggi, molto erroneamente, quegli eventi vengono rimandati.
La “normalizzazione” ha vinto. La promessa di barattare il proprio ruolo nella società con una società dei consumi nel socialismo ha trionfato. Su questo terreno fertile è potuto rinascere il capitalismo dopo il 1989, con quella patetica borghesia compradora amica di Nato e UE e formata in massima parte da ex burocrati “comunisti”, tra cui l’attuale premier ceco Babis.
La discussione politica ha perso peso nella società, cedendo il passo al trionfo della società dei consumi. In una società così, fa ancora paura ricordare gli eventi del ‘68, capaci, a 50 anni di distanza, di aprire il sentiero verso un diverso avvenire.

venerdì 17 agosto 2018

0 SALVADOR DE LA PLAZA, IL MONACO ROSSO E IL PETROLIO VENEZUELANO






Salvador de la Plaza nacque a Caracas il 1 ° gennaio 1896. Trascorse la sua giovinezza in questa città, nel bel mezzo della dittatura del generale Juan Vicente Gómez. All'età di sette anni morì suo padre, un noto medico di Caracas. Studiò al German Catholic College e nel 1913 si iscrisse alla Scuola di Medicina, essendo un delegato del Consiglio dell'Associazione Generale degli Studenti del Venezuela. Ben presto, il dittatore ordinò la chiusura dell'Università. Salvador de la Plaza venne costretto ad abbandonare la carriera da medico ed iniziò a studiare legge, presentando gli argomenti degli esami al Ministero della Pubblica Istruzione. Fondatore dell'organizzazione Liceo de Ciencias Políticas, dopo la riapertura dell'università nel 1918 entrò a far parte del Consiglio centrale degli studenti, dove sono raggruppati molti giovani che agiscono clandestinamente contro la dittatura. Nel 1919 Salvador de la Plaza fa parte di una cospirazione civico-militare che fallì nel tentativo di rovesciare il governo. Dopo due anni di prigione, l'11 aprile 1921, fu espulso dal paese e si recò in Francia dove incontrò altri esuli.

A Parigi acquisì un'educazione politica marxista e terminò i suoi studi in legge nel 1923. In Venezuela iniziò lo sfruttamento del petrolio e il dittatore divenne un alleato incondizionato di compagnie straniere. Salvador de la Plaza ritornò in America, consapevole che la lotta contro il regime facesse anche parte della resistenza antimperialista. Nel 1925 visse a L'Avana, dove incontrò Julio Antonio Mella, fondatore del Partito Comunista di Cuba, e crearono insieme la rivista Venezuela Libre. Nel 1926 si trasferì in Messico, dove organizzò, insieme ad altri esuli, il Partito Rivoluzionario venezuelano (PRV), nello stesso periodo in cui pubblicò il giornale Libertad. Contemporaneamente svolse un intenso lavoro politico all'interno del movimento internazionale anti-imperialista. In questo senso, sostenne la lotta del generale Sandino per espellere i marines americani dal Nicaragua, lavorando nel comitato di Manos Fuera de Niracagua (MAFUENIC) incaricato di espandere le reti di solidarietà. Incontrò il pittore Diego Rivera, con il quale collaborò nella Lega anti-imperialista delle Americhe, pubblicando il quotidiano El Libertador. Proprio nell'aprile del 1926, Salvador de la Plaza pubblicò il suo primo articolo finora noto, intitolato "Il patto di Gomez con Wall Street", che denunciava l'intervento del capitale petrolifero contro la sovranità del Venezuela. Nel novembre 1927 viaggiò come giornalista a Mosca per le celebrazioni del decimo anniversario della rivoluzione bolscevica, con un passaporto panamense e con il nome di Salustiano Salustianovich Paredes.

Negli anni 1930 e 1933 visse nella città di Barranquilla, nei Caraibi colombiani, partecipando all'organizzazione di attività contro la dittatura. Insieme a Gustavo Machado, intervenne anche nella fondazione del Partito Comunista del Venezuela (PCV).

Nel 1936, dopo la morte del dittatore, a 40 anni rientrò nel paese e si unì al movimento nazionale a favore della costruzione di una società democratica. Partecipò al primo congresso dei lavoratori del Venezuela e sostenne il primo sciopero petrolifero nella storia del paese, che si concluse con l'espulsione dei suoi leader ed il loro esilio. Partecipò alla fondazione del Partito Repubblicano Progressista (PRP). Il governo del generale López Contreras lo rimandò in prigione e nel 1937 tornò in esilio.
Ritorna in Messico ed assistette ai cambiamenti sociali promossi dal presidente Lázaro Cárdenas, fondamentalmente la riforma agraria e la nazionalizzazione del petrolio che esercitarono un'influenza determinante nel suo pensiero. Tornerà in Venezuela nel 1942, all'inizio dell'apertura democratica del presidente Medina Angarita. Nel 1946 prese le distanze dal Partito Comunista. Organizzò nel 1947 il Partito Rivoluzionario del Proletariato (Partito Comunista) (PRP-C) e pubblicò il suo giornale. Difese la politica petrolifera nazionalista del governo, espressa nella legge sugli idrocarburi del 1943, l'aumento delle imposte sulle compagnie petrolifere e il rifiuto di concedere nuove concessioni. Nell'ottobre del 1945, il presidente Medina venne rovesciato da un colpo di stato sostenuto dalle compagnie petrolifere. Dopo un breve periodo di transizione che coincise con il governo di Rómulo Gallegos, nel 1948 venne installata la dittatura di Marcos Pérez Jiménez e nel 1954 Salvador de la Plaza tornò in esilio. Di ritorno in Francia, studiò economia e problemi di sviluppo. Quando la dittatura venne rovesciata nel 1958, tornò in Venezuela e iniziò, a 62 anni, a lavorare come professore universitario, scrittore e docente. Dedicò il suo lavoro quasi esclusivamente alla denuncia delle conseguenze politiche, economiche e sociali della presenza nel paese delle compagnie petrolifere. A causa della sua vita austera e solitaria e della sua natura riservata, i suoi amici lo soprannominarono "monaco rosso". Morì all'età di 74 anni, il 29 giugno 1970, a causa di un attacco di cuore mentre lavorava nel suo ufficio all'Università Centrale del Venezuela.

Petrolio e sovranità nazionale

Dal 1917 le compagnie petrolifere anglo-americane intervennero in un modo o nell'altro negli affari nazionali venezuelani, favorendo i propri interessi. Salvador de la Plaza dedicò gran parte del suo lavoro alla dimostrazione del saccheggio del petrolio venezuelano e degli squilibri causati allo sviluppo storico del paese. Ben presto capì che la posizione internazionale acquisita dal Venezuela a causa dell'importanza della sua produzione di petrolio sarebbe stato il fattore fondamentale per guidare gli affari economici e politici della nazione. Il suo lavoro, ricco di decine di articoli, saggi e conferenze, venne raccolto in due volumi pubblicati alla fine del secolo scorso presso l'Università di Los Andes di Merida.

La sua analisi evidenziano l'enfasi sulla rivelazione dei legami tra il significato economico del petrolio e il resto della società. In particolare, rivelano l'invisibilità e le conseguenze delle reti che si intrecciano tra il petrolio e la politica. Nel 1945, quando il Partito d'azione democratica di Romulo Betancourt fece un patto con i petrolieri per rovesciare il presidente Medina Angarita in rappresaglia per le riforme e la Legge sugli idrocarburi del 1943, Salvador de la Plaza analizzò in vari scritti il significato negativo che il petrolio ha acquisito nel corso della storia contemporanea del Venezuela. Ha quindi pensato all'urgente necessità di correggere quegli effetti.

Ci sono, infatti, due argomenti principali che sono alla base di tutto il suo lavoro. In primo luogo, ha considerato che la ricchezza petrolifera dovrebbe essere tradotta principalmente in assistenza sociale per il paese, vedendo le società straniere come l'ostacolo principale al raggiungimento di tale obiettivo. In secondo luogo, pensava che la classe dominante fosse obbligata a tenere presente il fatto che si trattava dello sfruttamento di una risorsa non rinnovabile ed estinguibile. Di conseguenza, considerava essenziale non solo limitare il suo sfruttamento, ma massimizzare l'investimento del reddito che lo Stato avrebbe ricevuto per costruire una società che dipendesse sempre meno da quel reddito.
Costruire, quindi, una società senza la presenza di compagnie straniere, dove lo Stato prenda le redini dell'industria degli idrocarburi. Pensava che questo fosse esattamente il modo in cui il paese avrebbe smesso di essere una nazione petrolifera in futuro. "Dobbiamo smettere di essere un paese produttore di petrolio, ma non a parole e con le dichiarazioni, ma con i fatti", scrisse nel 1960. I suoi argomenti, tuttavia, non hanno mai avuto ricettività tra i settori che hanno guidato il paese prima e dopo la nazionalizzazione del petrolio nel 1976. Quando lo Stato prese finalmente il controllo del settore, l'assenza di un progetto nazionale autonomo a lungo termine portò all'irresponsabilità degli sprechi e alla corruzione diffusa. Inoltre, parallelamente all'aumento dei prezzi del petrolio sui mercati internazionali, la povertà si diffuse in modo insolito tra la maggioranza della popolazione. Salvador difese anche le politiche dell'OPEC sin dalla sua fondazione nel 1960. Lo considerava uno strumento di sovranità per i paesi del Terzo Mondo con risorse naturali. Uno strumento per strappare il controllo alle aziende sulla fornitura e sui prezzi del petrolio in tutto il mondo. Una conquista nell'ordine economico internazionale che potrebbe consentire ai paesi membri la reale possibilità di garantire il benessere dei loro cittadini.

Era anche favorevole all'utilizzo della ricchezza petrolifera come meccanismo di solidarietà tra i popoli. Nel 1960, ad esempio, difese il progetto di inviare petrolio a Cuba attraverso la sua rubrica settimanale sul quotidiano El Nacional de Caracas. "La forma di pagamento si trova solo nel volerla trovare", scrisse in uno dei suoi articoli. L'enfasi di Salvador de la Plaza, d'altra parte, per preservare una risorsa esauribile, senza dubbio stava nella sua costante preoccupazione per le generazioni future. Così, nell'ultimo decennio della sua vita sviluppò alcuni approcci che oggi possono essere considerati ecologicamente notevoli. Un chiaro esempio è stata la sua acuta critica ai sistemi di contabilità nazionale, insistendo in modo permanente affinché fosse considerata come una perdita per la nazione l'esaurimento dei giacimenti petroliferi. Cioè, per spiegare i limiti della crescita economica generata dalla produzione di petrolio. Un approccio che i politici e gli economisti rifiutano ancora di accettare.

Petrolio e rivoluzione

L'opera di Salvador de la Plaza sembra essere assente nell'elaborazione delle basi ideologiche e storiche della rivoluzione bolivariana. Il suo pensiero, però, permea senza dubbio la politica del governo nazionalista e socialista e lo spirito della sovranità della Costituzione del 1999. Si riflette anche negli sforzi fatti dal Venezuela per contribuire al recupero dell’OPEC come un cartello di paesi proprietari. Allo stesso modo, è presente nella manifesta solidarietà con Cuba, i paesi latinoamericani e le popolazioni degli Stati Uniti colpite dagli uragani che ricevono petrolio venezuelano in condizioni particolari.

Il Venezuela oggi ha la grande opportunità storica in cui Salvador de la Plaza pensava di creare strumenti, politiche ed istituzioni capaci di costruire la transizione verso una vera società post-petrolifera. Un dibattito nazionale serio e vivace, dedicato alle generazioni future, deve includere risposte alternative ai problemi nazionali, ma anche all'ordine economico globale che minaccia di espellere la specie umana dal pianeta. Questa è indubbiamente l'enorme sfida della Rivoluzione Bolivariana.

giovedì 9 agosto 2018

0 LE LOTTE DEI BRACCIANTI E LE CONTRADDIZIONI DELLA NOSTRA AGRICOLTURA



La recente strage di braccianti nel foggiano a posto in evidenza un vasto problema che riguarda nello specifico la nostra agricoltura e il suo rapporto con l’odierna società dei consumi.
Il bracciante rappresenta l’ultimo anello di una catena ben più lunga che ha come vertice la Grande distribuzione organizzata (GDO), il cui modus operandi ha corrotto completamente l’intera filiera, producendo le condizioni di lavoro e di vita ormai note a tutti.
Chi intende risolvere i problemi della nostra agricoltura attaccando esclusivamente il caporalato non ha chiaro il problema o preferisce ignorarlo.
Il caporale esiste in quanto tale perché la GDO agisce attraverso delle politiche aggressive nei confronti degli agricoltori, per esempio attraverso le aste online al doppio ribasso.
Vediamo un caso concreto, per esempio quello riguardante Eurospin denunciato da Terra! Onlus e Flai CGIL.

Eurospin avrebbe acquistato una partita di 20 milioni di bottiglie di passata di pomodoro a 31,5 centesimi l’una attraverso il meccanismo delle aste online al doppio ribasso.
Il meccanismo funziona in questo modo:
la società stabilisce una base d’asta ed indice una gara al ribasso dopo aver raccolto una prima offerta da tutti i concorrenti, in seguito prevede lo svolgimento di una seconda gara, anch'essa al ribasso, la cui base d’asta è l’offerta più bassa ricevuta durante la prima gara.
In questo modo viene creata una competizione al ribasso che costringe i produttori a vendere sottocosto un prodotto prima ancora dell’avvenuta raccolta.
Il fenomeno delle aste online al doppio ribasso è stato ripetutamente denunciato da Terra! Onlus e sigle sindacali del settore agricolo come Flai CGIL che hanno prodotto nel 2017, con il sostegno del ministero dell'agricoltura, un Protocollo contro le aste al doppio ribasso e per la trasparenza di filiera, sottoscritto, oltre che dal ministero, anche da Federdistribuzione e da Conad. Questo protocollo impegna la GDO a bandire tale modalità di acquisto, ma non è stato firmato da molte aziende del settore come appunto Eurospin, che negli ultimi giorni è stato accusato di questa pratica sleale, rispondendo che queste sono le regole del mercato dinamico e che fanno solamente gli interessi del consumatore.
Per fare gli interessi del consumatore viene alimentato un sistema che si abbatte a cascata sull'agricoltore fino al bracciante, con danni sui salari e le condizioni di vita e lavoro di quest’ultimi e sulla qualità del prodotto stesso.
Si afferma così un sistema di sfruttamento e di umiliazione dell’uomo comune a tutta l’agricoltura intensiva dell’Europa del Sud, caratterizzata da bassi salari e illegalità, in cui si annida con facilità la mafia.
Questo è un sistema che alimenta anche il consumatore ignaro di questa realtà o costretto dagli anni di crisi economica in cui viviamo a rivolgersi a queste catene della GDO.
Noi come consumatori dovremmo favorire la vendita diretta di prodotti agricoli che bypassa gli intermediari classici delle filiere oppure favorendo forme di commercio solidale, mettendo, nei limiti del possibile, le condizioni di lavoro dei lavoratori davanti al prezzo concorrenziale.

La risoluzione di questo problema spetta però alla politica.
In Francia da più di dieci anni esistono regole che hanno reso poco conveniente alla GDO l’uso di questa pratica sleale mentre l’UE da tempo sta ragionando su possibili limiti da imporre.
Da noi, invece, si intende abolire, invece che rafforzare, la legge sul caporalato in nome dei troppi vincoli burocratici, si vuole inoltre peggiorare la situazione di questi lavoratori introducendo nuovamente i voucher con l’obiettivo, neanche troppo nascosto, di far saltare in aria il contratto nazionale del settore dell’agricoltura.

Esprimo, dunque, la massima solidarietà alle lotte dei braccianti per una vita e un lavoro dignitosi, una lotta che ricorda molto da vicino quella condotta molti decenni fa dal sindacalista comunista della CGIL Giuseppe Di Vittorio.

giovedì 2 agosto 2018

0 CINA A QUARANT'ANNI DALLE RIFORME



“Cina a quarant'anni dalle riforme”, rappresenta un mio modesto contributo al dibattito sul socialismo cinese che spero possa esservi utile per costruire un’idea diversa sul tema “Cina”.
Vorrei dedicare questo mio lavoro al recentemente scomparso storico e filosofo Domenico Losurdo. 


 

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