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domenica 30 settembre 2018

0 LA CRISI INDUSTRIALE ITALIANA

Contro gli apologeti della terziarizzazione dell’economia, contro chi afferma la morte del settore manifatturiero in Europa, mentre risulta ancora essere uno dei settori di traino dell’economia mondiale, proveremo ad affrontare i motivi della crisi dell’industria italiana.

Recentemente il governo giallo-verde sembra aver fatto sua, come abbiamo ripetuto più volte, una nuova idea di politica industriale abbastanza in contrasto con le visioni dei loro predecessori. Soprattutto dal versante grillino si è tornati a parlare di nazionalizzazioni, di maggior ruolo dello stato nell’economia, in particolar modo dopo il disastro di Genova.
Nei fatti abbiamo potuto osservare una buona risoluzione da parte del Ministro Di Maio della questione ILVA, dove è riuscito a preservare i posti di lavoro dell’impianto siderurgico più importante d’Europa, ottenendo alcune importanti garanzie dal punto di vista ambientale.
Il successo di Di Maio, ottenuto dialogando anche con i sindacati, diversamente dal suo predecessore, non rappresenta comunque la nascita di una nuova politica industriale italiana, si tratta essenzialmente di un passaggio da un privato disastroso ad un altro privato mediato dallo stato che ha perso la proprietà dell’ILVA negli anni ‘90.
Vedremo come il governo si comporterà nei casi Autostrade per l’Italia e Alitalia.
Dal punto di vista della normativa riguardante il mondo del lavoro, poco è cambiato.
Il Decreto Dignità è sembrato più un tentativo di aggiustamento delle riforme renziane, sfiorando il problema del precariato e rifiutandosi di reintrodurre l’articolo 18.
Recentemente è riuscito, visto il famoso caso Bekaert Figline, i cui processi produttivi sono stati delocalizzati in Romania, a reintrodurre la cassa integrazione per cessazione di attività cancellata dal Jobs Act renziano.

La situazione dell’industria italiana risulta ancora disastrosa, tenteremo però di capire come si è arrivati a questo e per farlo dobbiamo tornare tra gli anni ‘80 e ‘90.
In questo periodo inizia l’arretramento del perimetro dello stato nell’economia, con le conseguenti privatizzazioni e lo smantellamento dell’IRI, fatto promosso da precise scelte politiche condizionate però da vincoli esterni al paese.
In primo luogo dallo Sme, che ha aperto il paese alla finanziarizzazione dell’economia, ed in seguito dal rispetto dei parametri per poter adottare l’euro.
La rinuncia alla formulazione di politiche economiche capaci di gestire i mutamenti causati dalla globalizzazione hanno prodotto crisi industriali e una perdita notevole nella capacità di innovazione del nostro paese.
Il non aver investito abbastanza nella ricerca, il non aver creato una migliore cooperazione tra università e industrie ha creato un gap importante con le altre nazioni a capitalismo avanzato.
Delle crisi industriali non gestite vorrei prenderne una come archetipo, le acciaierie di Terni.
Terni rappresenta uno storico feudo del PCI e dei suoi eredi, questo ha permesso sempre un buon dialogo tra politica e sindacati, almeno fino alla privatizzazione avvenuta nel 1994, quando ormai si erano imposti i paradigmi neoliberisti, con la cessione dello stabilimento alla multinazionale tedesca ThyssenKrupp.
Uno dei fiori all’occhiello delle acciaierie era l'acciaio magnetico, indispensabile per la produzione dei trasformatori, che attraverso il brevetto OGH, sviluppato a Terni, poteva essere prodotto a costi contenuti mantenendo sempre un’ottima qualità.
Le strategia della nuova proprietà, incentrate sulla produzione di questo tipo di acciaio, risultarono fallimentari e provocarono una serie di dure battaglie sindacali che trovarono il sostegno della popolazione.
I padroni fecero di tutto per isolare la classe operaia dalla popolazione, ottenendo solamente la chiusura, nel 2005, del reparto che produceva l'acciaio magnetico, la cui esistenza era già stata minacciata dalla crisi in cui erano le acciaierie.
Questo risultato poteva essere evitato attraverso un diverso atteggiamento da parte della politica, ovvero rifiutando il dogma del libero mercato come rimedio per ogni malanno.

Gli effetti di tutto ciò si inizieranno ad avvertire seriamento dopo il 2011. Per far fronte alla crisi economica vengono imposte politiche di austerità a cui si somma il regime di cambi fissi derivante dall’euro. Tutto ciò obbliga il nostro sistema industriale a contrarre la base produttiva e occupazionale, riducendo anche il costo del lavoro, non potendo svalutare la moneta, per mantenere la sua competitività sul mercato mondiale.
Ciò ha provocato il crollo del PIL e del mercato interno che, assieme alla compressione dei salari e alle nuove politiche del lavoro, ha favorito le esportazioni, producendo un continuo surplus della bilancia commerciale dal 2012. Siamo infatti il terzo paese nell’UE per esportazioni dopo Germania ed Olanda, anche se in quest’ultimo caso bisogna contare l’effetto dell'importante porto di Rotterdam.
Bisogna quindi riflettere sulla possibilità di elaborare una politica industriale nel quadro dell’UE e la risposta non può che essere negativa.
La nostra spesa pubblica è bloccata dai vincoli al bilancio pubblico e dai trattati europei, con cui la nostra Costituzione è in netta contraddizione.
Infatti i tratti europei sono per lo stato minimo mentre per la nostra Costituzione, scritta da forze politiche per vari motivi ostili al liberalismo classico, lo stato dovrebbe ricoprire un ruolo attivo nell’economia, cosa impossibile nel quadro dell’UE, con il suo articolo 107 contro gli aiuti di stato alle aziende oppure con gli strumenti di politica monetaria nelle mani della BCE.

L’euro quindi ha favorito una riorganizzazione della produzione di profitto, andando a superare alcuni limiti di competitività del capitale italiano tutto a vantaggio però delle grandi aziende e delle multinazionali.
Tutto questo processo è stato pagato dal costo del lavoro salariato e dalle piccole e medie imprese che lavorano principalmente sul mercato interno.
Inoltre l’euro è stato il cavallo di Troia per mezzo del quale sono state applicate misure per contrastare il calo di redditività degli investimenti.
Come afferma Domenico Moro: “L’euro ha favorito l’applicazione di tutte quelle misure che storicamente il capitale impiega per contrastare il calo di redditività degli investimenti: la creazione di un ampio esercito di riserva (disoccupati, precari e sottoccupati), il taglio del salario – diretto, indiretto (welfare) e differito (pensioni) -, l‘aumento del saggio di sfruttamento della forza lavoro, la centralizzazione dei capitali, l’export di merci e investimenti produttivi. Questo, però, non sarebbe stato realizzabile senza la modifica dei rapporti di forza fra le classi all’interno dello Stato e quindi senza la rimodulazione del funzionamento dello Stato nazionale mediante la delega di alcune sue funzioni strategiche al livello sovranazionale europeo. In questo modo, l’integrazione europea ha consegnato al capitale una capacità di riorganizzazione dei rapporti sociali complessivi inedita nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale.  Il risultato è la ripresa dell’accumulazione, almeno per il momento, guidata dallo strato superiore del capitale, quello maggiormente integrato a livello sovranazionale, al costo, però, della maggiore distruzione di capacità produttiva manifatturiera dal ’29, di un'economia nazionale in stagnazione strutturale e in presenza di livelli occupazionali e salariali permanentemente depressi.”

Quindi si capisce anche da dove derivi l’ampio consenso del governo giallo-verde, ovvero dagli sconfitti della globalizzazione, in un arco che va dalla piccola borghesia al proletariato, a cui danno voce il M5S e la Lega.

sabato 22 settembre 2018

0 IL FUTURO DEL LAVORO


Recentemente è uscito il rapporto del WEF, “The future of Jobs 2018”, con le sue previsioni sullo sviluppo del mondo del lavoro nell’epoca della “Quarta Rivoluzione industriale”, il quale delinea un quadro prudente sul rapporto tra automazione e scomparsa di posti di lavoro.
L’automazione dovrebbe produrre circa 133 milioni di nuovi posti di lavoro mentre cancellerebbe circa 75 milioni di posti di lavoro. A rischio piena automazione in Europa sarebbe il 9% dei posti di lavoro ed entro il 2022 il 42% delle mansioni sarà svolto totalmente da macchine.
Secondo molti scompariranno le mansioni più monotone e meno remunerative ma non è esattamente così.
Da questo rapporto traspare un’incerta divisione del lavoro nell’odierna fase di sviluppo del capitalismo e questa incertezza permette l’affermazione del binomio gig economy e automazione.
Andiamo per gradi.

L’automazione, quindi lo sviluppo tecnologico, va analizzata mediante la categoria marxiana di “macchina combinata”, ovvero essere umano + macchina.
Lo sviluppo tecnologico permette l’aumento della produttività ma allo stesso tempo riduce i costi del lavoro.
Per comprendere questo fenomeno possiamo fare riferimento al “taylorismo” con la sua catena di montaggio, tipica delle fabbriche fordiste, dove lavorano quelli che Gramsci definì “gorilla ammaestrati”.
Questo modello di riferimento lo possiamo usare per fare un paragone con una delle multinazionali simbolo della nuova fase di sviluppo del capitalismo, Amazon.
Romano Alquati, uno dei più importanti teorici dell’operaismo italiano, studiò da vicino il “mito” Fiat, attraverso il quale l’impiego in fabbrica veniva spacciato come fonte di modernizzazione ed emancipazione, insomma un lavoro privilegiato. Questo discorso facilitò lo sfruttamento della manodopera meno qualificata e rese difficile l’azione del sindacato.
Allo stesso modo agiscono Amazon e le altre grandi multinazionali del capitalismo delle piattaforme.
Amazon ha importato dalla California un modo di fare impresa che consiste essenzialmente nel fingersi amico del dipendente con lo scopo di anestetizzare la coscienza di classe e, come nel caso della Fiat, sfruttare in maniera più efficiente la manodopera.
Quindi queste aziende usano una neolingua fatta di termini inglesi italianizzati per nascondere i rapporti di produzione tipici di ogni azienda oppure mettono a disposizione zone per lo svago, tutte colorate, per i dipendenti.
In un contesto simile, come disse Zizek in una sua recente intervista, sarebbe rivoluzionario da parte del dipendente rifiutarsi di stare al gioco e imporre un rispetto classico dei rapporti di produzione: io sono il dipendente, te il padrone, quindi ordinami cosa fare e basta.
Non c’è nulla di bello in aziende che si trasformano sempre più in enormi oligopoli, assecondando la tendenza al monopolio del capitale, i quali vanno ad occupare ogni nicchia di mercato, il caso di Amazon è esemplare, condizionando molti aspetti della nostra vita.
Inoltre il successo di queste multinazionali è garantito da una sorta di proletariato del capitalismo delle piattaforme.
La maggior parte dei dipendenti di Amazon sono impiegati nel cosiddetto “machine learning”, ovvero l'apprendimento da parte delle macchine di specifici gesti.
Ciò che non dovrebbe sorprenderci è la qualità di questo lavoro: poco pagato, precario e in costante.
Negli USA rappresentano una parte di quegli elettori, coloro che sono poveri pur lavorando, che stanno producendo la svolta riformista del Partito Democratico.
Torniamo quindi alla questione da cui eravamo partiti, l’incerta divisione del mondo lavoro. Da un lato abbiamo l’automazione e dell’altro la gig economy e non è un caso.
Il capitalismo delle piattaforme si nutre di lavoratori precari, come dimostra il caso dei fattorini di Foodora e simili.
Questa non è una questione di scarse qualifiche o di studi sbagliati, come vorrebbero farci credere, infatti l’automazione minaccia anche le professioni della classe media, come l’analista finanziario, che potrebbe in parte, salvo i lavori creativi ed essenziali per la riproduzione di questo sistema, una sorta di nuova “aristocrazia operaia”, essere risucchiata in questo inferno.
In futuro il salario e la qualità del lavoro saranno un prodotto della capacità di essere “imprenditori di se stessi”, ovvero di piegarsi ad una logica di formazione permanente per poter rispondere al meglio alle esigenze di un mercato fatto di precarietà, quindi instabilità e concorrenza permanente con gli altri precari alla ricerca di uno stipendio per arrivare alla fine del mese.

martedì 18 settembre 2018

0 APPUNTI PER COMPRENDERE I KHMER ROUGE




Lavoro da considerare la seconda parte di questo saggio.


Comprendere ciò che è accaduto nella Cambogia tra il 1976 e il 1979, quando si chiamava Kampuchea Democratica, resta un nodo ancora da sciogliere nella storia del movimento comunista.
Come un’esperienza nata dalla lotta antimperialista contro gli USA si è potuta trasformare in una delle grandi tragedie del XX secolo?
Questo breve saggio non ha lo scopo di riabilitare nessuno, vuole semplicemente gettare le basi per un profondo studio della storia dei Khmer Rouge e della loro rivoluzione.
Esistono lavori certamente più approfonditi, come “Il sorriso di Pol Pot” o i lavori, disponibili solamente in lingua inglese, di due importanti storici come Michael Vickery e David P. Chandler a cui rimando per ulteriori approfondimenti.

Chi erano i Khmer Rouge?

I Khmer Rouge erano dei rivoluzionari che vollero costruire una società egualitaria e indipendente. L’indipendenza e l’autosufficienza erano due concetti chiave della loro ideologia.
Per prima cosa va tenuta in considerazione la composizione della classe dirigente dei Khmer Rouge, che era il braccio armato del Partito Comunista Khmer.
Essenzialmente vi troviamo due categorie, chi, come Ta Mok, era erede dei Khmer Issarak, ovvero dei guerriglieri nazionalisti impegnati negli anni ‘50 nella dura lotta contro l’imperialismo francese per ottenere l'indipendenza della Cambogia, e chi, come Pol Pot, in quegli anni andò a studiare in Francia, a Parigi o come Nuon Chea in Thailandia.
Questi intellettuali, durante i loro studi parigini, incontrarono il marxismo, avvicinandosi al PCF.
Queste infarinature di marxismo erano utili alla loro visione di lotta per l’autonomia e lo sviluppo del paese, come si evince dalla tesi di laurea in economia di Khieu Samphan, Capo di stato dal 1976 della Kampuchea Democratica, sul sottosviluppo della Cambogia. 
In un certo qual modo, questi intellettuali si sentiranno sempre in debito nei confronti di chi lottò per l’indipendenza della Cambogia mentre loro studiavano all'estero.
Tornati in patria dovettero fare i conti con l'eclettismo e l’autocrazia del principe Sihanouk, il quale si spostò da posizioni di sinistra, con conseguente apertura alla sinistra cambogiana, a posizioni di destra che ebbero due conseguenze: la via della clandestinità per i Khmer Rouge e il progressivo trasferimento nelle mani dell’esercito del potere con il successivo golpe del 1970.
Mentre la Cambogia veniva coinvolta nel conflitto vietnamita e sul paese cadde una quantità gigantesca di bombe, i rivoluzionari di Pol Pot si erano rifugiati nella parte nord orientale del paese, in una zona nascosta dalla giungla, abitata da tribù primitive, contraddistinte da una società egualitaria da cui Pol Pot era affascinato, in una situazione di dipendenza dal Vietnam.
Nei rapporti con Hanoi Pol Pot vide lungo nella sua analisi, soprattutto quando venne invitato a studiare in Vietnam dal PCV e capì il vero obiettivo dei vietnamiti, controllare i partiti comunisti del Laos e della Cambogia per poter costruire una federazione socialista sotto la sua egemonia.

Pol Pot era un nazionalista, non poteva accettare una situazione simile, soprattutto alla luce della storia recente del suo paese, con una secolare lotta tra Vietnam e Thailandia per controllarlo.
Di conseguenza inizierà una dura lotta per ottenere una faticosa autonomia che costerà ai Khmer Rouge la perdita degli aiuti vietnamiti e un certo ritardo nella presa di Phnom Penh che avverrà il 17 aprile 1975.
La vittoria sul regime di Lon Nol venne facilitata anche dall'alleanza con il principe Sihanouk, utilizzato come strumento di propaganda e per ottenere un maggiore consenso da parte della popolazione, una volta ottenuta la vittoria finale verrà progressivamente ridotto all'esilio.  


Cosa successe dopo?

I Khmer Rouge entrarono in città e si verificarono subito degli scontri tra gli stessi guerriglieri, i quali non si conoscevano tra loro, frutto dell’estrema segretezza che ha contraddistinto l’intera esistenza del movimento guerrigliero.
La segretezza si accompagna ad una scarsa organizzazione e dai primi contrasti nel gruppo dirigente. Con l’eliminazione dei dirigenti moderati, ovvero Hou Youn e Hu Nim, prevarrà la linea di sinistra che porterà a scelte come l'evacuazione delle città, l’abolizione della moneta e l’instaurazione di una società agraria fortemente egualitaria.

Tolta la storia dell’uccisione di chi indossava gli occhiali, una vecchia leggenda che circolava anche ai tempi dei guerriglieri nazionalisti come certificato da Francois Ponchaud, un prete cattolico anticomunista che visse in Cambogia quando i Khmer Rouge presero il potere, l’arrivo dei guerriglieri nella città fu seguito dall'abbandono forzato di Phnom Penh e delle altre città del paese da parte dei loro abitanti, diretti, secondo le direttive dei guerriglieri, verso i loro villaggi di origine visto l’imminente attacco da parte degli USA.
La giustificazione della scarsità di cibo, dovuta alla guerra e al sovrappopolamento causato dall'arrivo negli anni dei contadini fuggiti dal conflitto, trova riscontro solamente per il caso della capitale ma non per altre città, come Battambang.
L’abbandono delle città venne caratterizzato da una scarsa organizzazione che provocò molti morti.
In generale la città veniva vista, in un’ottica da movimento contadino, come il cuore di un sistema corrotto e dispotico che ha generato una situazione di guerra, povertà e violenza, pertanto la città doveva essere rieducata, con i suoi abitanti: “Il badile sarà la vostra penna, la terra la vostra carta”.
L’Organizzazione Rivoluzionaria, con questo nome era conosciuto il Partito Comunista Khmer di cui si ignoravano segretario, ideologia ed esistenza, divise perciò la società in "nuova gente", gli abitanti della città, e "vecchia gente", i contadini.
La centralità della campagna non era frutto solamente di una visione da movimento contadino a cui molti episodi di violenza cieca possono essere rimandati, come afferma il sociologo marxista svedese Jan Mydral, anche perché progressivamente le industrie vennero rimesse in moto e le città vennero ripopolate, come raccontato dalle delegazioni che visitarono in quel periodo il paese, ma provengono da un’idea di autosufficienza spinta alle sue estreme conseguenze.
Se l’ambizione era quella di ottenere la prosperità e l’autosufficienza, le industrie e dei quadri tecnici erano indispensabili, quest’ultimo elemento entra in contrasto con la fede assoluta dei Khmer Rouge, ripresa dalla Cina maoista, nella creatività delle masse.
C’è una divertente storiella per spiegare questo fatto.
I Khmer Rouge riuscirono a catturare due aerei statunitensi e vollero imparare ad usarli.
Uno di loro, un contadino che non aveva mai imparato a guidare un aeroplano, venne messo alla guida del veicolo, data la cieca fiducia nella creatività delle masse dell’Organizzazione Rivoluzionaria.
Il povero sventurato imparò a guidare l’aereo ma non ad atterrare e si schiantò.
Per usare il secondo aereo venne chiamato un pilota che nel frattempo era stato spedito nelle risaie, costui si mise alla guida dell’aereo esclamando: “Si fa così compagni!” e volò via verso la Thailandia.

L’autosufficienza era sulla carta possibile, dato il rapporto tra popolazione e terra coltivabile disponibile, le strategie dei Khmer Rouge avevano un senso, come la costruzione dei canali di irrigazione che infatti vennero usati qualche decennio dopo dall'attuale governo, era errata la modalità con la quale ottenere tutto ciò.

I rapporti con il marxismo

I Khmer Rouge ebbero una breve infarinatura di marxismo in Francia. 
Il marxismo nelle loro idee ebbe sempre meno peso, diventando più una serie di slogan ripresi a piene mani dalla Cina di Mao, il modello di Pol Pot, che una serie di analisi frutto di attente elaborazioni teoriche.
Per esempio, quando un membro della delegazione svedese che visitò il paese ebbe l'opportunità di parlare con un Khmer Rouge, questi gli chiese se fosse soddisfatto di quanto fatto nel paese, lo svedese rispose che c’era ancora molto da fare e il khmer rispose che avevano instaurato la dittatura del partito, cosa dovevano fare di più?
Il marxismo era lo strumento per ottenere un rapido sviluppo, questa era l’idea di fondo.
Il Super Grande balzo in avanti aveva questo scopo, un rapido sviluppo del paese mirato alla costruzione della prima società comunista nella storia dell’umanità, un successo da mostrare al mondo intero.
Tutto era finalizzato per far tornare il paese ad un’epoca di splendore ed indipendenza come quella di Angokr, i cui riferimenti nella vicenda della Kampuchea Democratica non mancano.
Questo obiettivo venne esplicitamente dichiarato da Khieu Samphan nel suo incontro con il Primo ministro cinese Zhou Enlai, nonostante quest'ultimo, memore degli errori del Grande balzo in avanti, con il quale la Cina tentò di risolvere la contraddizione tra città e campagna, sviluppando velocemente le forze produttive, invitò il Capo di stato khmer ad agire con moderazione e gradualità per fare il bene del suo popolo.
Dalla Cina arrivò un altro segnale, un misto tra rassegnazione e avvertimento, quando il vecchio Mao disse in un colloquio privato con Pol Pot che la Cina non era un paese egualitario, l’egualitarismo c’era solo negli slogan, la Cina era un capitalismo di stato senza capitalisti, come disse Lenin, e la strada verso il socialismo era piena di problemi da affrontare.
Nonostante gli avvertimenti del potente alleato si andò avanti con la linea del Super Grande balzo in avanti.
Questo progetto doveva essere affiancato dalla costruzione dell’Uomo Nuovo, come delineato dall'Organizzazione Rivoluzionaria.
Costui doveva essere un soggetto senza legami con il vecchio passato e se li aveva, per questo motivo doveva essere rieducato.
Era un lavoratore dedito alla costruzione della nuova Kampuchea, alla rivoluzione, fortemente egualitario ed ateo.
Per questo motivo venne dichiarata guerra alle religioni e ad ogni vecchia istituzione sociale, compresa la famiglia.
Il concetto di “madre” e “padre” doveva essere superato, il figlio veniva separato dalla famiglia e poteva rivolgersi ad un'altra persona solamente con l’appellativo compagno/a.
Dal cibo all'atto sessuale tutto era gestito dall'Organizzazione Rivoluzionaria.


I dirigenti

Dietro all'Organizzazione Rivoluzionaria si nascondevano i volti degli ideatori della Kampuchea Democratica.

Pol Pot: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary. Membro e leader del Partito Comunista Khmer, Primo ministro della Kampuchea Democratica dal 1975.

Khieu Samphan: studente universitario a Parigi, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in economia e dove frequentò il circolo marxista di Sary. Divenne un parlamentare e oppositore di sinistra negli anni ‘60, diventando poi Capo di stato della Kampuchea Democratica dal 1976.

Ieng Sary: studente universitario a Parigi, dove fondò un circolo marxista, divenne Ministro degli Esteri della Kampuchea Democratica. Era il cognato di Pol Pot

Noun Chea: studente universitario in Thailandia, dove si laurea in giurisprudenza, divenne negli anni ‘60 il braccio destro di Pol Pot e, in seguito, Vice Primo ministro della Kampuchea Democratica.

Ieng Thirith: studentessa universitaria a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary che in seguito sposerà, divenne ministro degli Affari Sociali della Kampuchea Democratica.

Khieu Ponnary: fu una delle prime donne cambogiane a conseguire il diploma di scuola superiore, studentessa universitaria a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary. In seguito sposò Pol Pot e divenne membro del comitato centrale e presidente dell’organizzazione femminile della Kampuchea Democratica.

Son Sen: studente universitario a Parigi, poi insegnante. Fu il responsabile della zona nordorientale della Kampuchea Democratica ed in seguito ministro della Difesa.

Ta Mok: membro dei Khmer Issarak, fu responsabile della zona sudoccidentale della Kampuchea Democratica. Fu colui che destituì Pol Pot nel 1997, diventando l’ultimo leader dei Khmer Rouge.

Vorn Vet: Vice Primo ministro, ministro dell'Economia e membro del comitato centrale fino al novembre 1978.

Yun Yat: moglie di Son Sen, ministro della Sanità, della Cultura, dell'Educazione e dell'Informazione. Nel 1977 fu incaricata di estirpare il Buddhismo dalla nazione.

Ke Pauk: fu segretario del Partito per la zona nord dal 1975, e nel 1976 fu il responsabile delle purghe nella zona centrale e di grandi massacri di civili nella zona est nel 1978.

Suong Sikoeun: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary di cui in seguito diventa fidato collaboratore. Sarà il responsabile delle visite degli stranieri di minore importanza.

Ok Sakun: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary, sarà il rappresentante della Kampuchea Democratica a Ginevra.

Duch: insegnante, sarà il Comandante del centro S-21, la prigione della polizia segreta della Kampuchea Democratica.

Hu Nim: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary, diventa parlamentare di sinistra negli anni ‘60. Sarà ministro degli Interni del governo in esilio del principe Sihanouk, verrà assassinato dai Khmer Rouge tra il 1975 il 1976.

Hou Youn: si laurea in economia in Cambogia, dove sarà parlamentare di sinistra e ministro delle Finanze. Sarà ministro dell'Informazione della Kampuchea Democratica. Verrà giustiziato nel 1977.


Il fallimento

Come si arrivò al fallimento?
I Khmer Rouge abbiamo detto essere caratterizzati dalla segretezza, non si conosceva il nome del partito, l’ideologia, si dichiararono marxisti-leninisti solamente a causa delle pressioni cinesi, i suoi leader e durante la lotta armata non si conoscevano neanche tra i diversi gruppi armati.
Questa segretezza venne mantenuta anche nella gestione dello stato post-rivoluzionario.
Essenzialmente il paese venne diviso in zone affidate ad un capo locale, il quale assorbiva a modo suo le direttive del partito e i suoi piani.
L’eterogeneità così prodotta fece sì che in due villaggi vicini era facile avere da un lato una vita normale per i contadini e dall'altro un’acuta carestia. 

Bisognava realizzare in ogni modo i piani, pena l’eliminazione anche fisica.
Pur di realizzare i piani del raccolto per raggiungere l’autosufficienza alimentare venivano modificati i dati sulla produzione, producendo uno spostamento progressivo del riso prodotto dal cibo necessario alla riproduzione della forza-lavoro al surplus da dare all'autorità centrale.
I dati modificati portarono l’Organizzazione Rivoluzionaria ad alzare l’asticella degli obiettivi, iniziando ad esportare il riso anche in Cina in cambio di macchinari e armamenti.
In questo modo venne spremuta sempre di più la forza-lavoro, con turni di lavoro anche la notte, illuminati da alcuni lampioni con gli altoparlanti che senza sosta ripetevano gli slogan rivoluzionari, ed ebbe così inizio la carestia.
La carestia non venne associata ai piani troppo esigenti bensì al sabotaggio del nemico interno in combutta con il nemico esterno, sia esso il KGB, il Vietnam o gli USA.
La situazione reale venne camuffata agli occhi dell’Organizzazione Rivoluzionaria, i cui membri non potevano visitare realmente le zone del paese perché le autorità locali creavano per loro dei palcoscenici ad hoc per illuderli sulla situazione reale del paese e per mantenere il proprio potere.
Queste messe in scena venivano ripetute anche per i visitatori provenienti dall'estero, in particolar modo gli europei, per mostrare un paese che lavorava sodo e guardava con fiducia verso un futuro socialista.
Di conseguenza questa situazione portò all'aumento esponenziale della repressione e della caccia alle streghe per scovare il nemico e la sua rete, con lo scopo di salvare la rivoluzione.
Questa macchina terribile finì per inghiottire in una spirale di follia i suoi stessi ideatori, portando i Khmer Rouge ad avere dei veri e propri atteggiamenti xenofobi nei confronti di intere minoranze etniche. 
La repressioni fu incisiva contro tutte le minoranze etniche ma in particolar modo contro quelle vietnamite e cinesi.
I vietnamiti erano considerati la quinta colonna del grande nemico mentre i cinesi, nonostante l’alleanza con Pechino, rappresentano nelle società del Sudest asiatico quello che hanno rappresentato gli ebrei nell'Est Europa, ovvero una comunità nella comunità, con la sua cultura, che svolge nella società quasi sempre il ruolo del mercante e dello strozzino.
In Cambogia la repressione contro i cinesi, nonostante molti dirigenti khmer fossero di origine cinese, venne giustificata attraverso l’ideologia dei Khmer Rouge mentre in altri paesi della zona, come in Birmania, in Indonesia o in Malesia, venne giustificata attraverso la lotta al comunismo, ovvero contro la Cina di Mao, soprattutto negli anni della Rivoluzione Culturale. 
Infatti nei quadri dei partiti comunisti della Birmania, dell’Indonesia, della Malesia o della Thailandia c’era una folta maggioranza di militanti di origine cinese e i loro partiti, nella rottura tra Mosca e Pechino, si schierarono con quest’ultima.

La spirale di follia si materializza nella tragica vicenda della prigione della polizia segreta, la famosa S-21, dove ancora oggi, diventato un museo, possiamo vedere le foto delle persone giustiziate. I Khmer Rouge avevano l’abitudine di fotografare il condannato, prima, durante e dopo l’avvenuta esecuzione.

Il nazionalismo dei Khmer Rouge porterà al conflitto con il Vietnam, esploso nel 1977 a causa delle dispute territoriali per il controllo della zona del delta del Mekong, storicamente appartenuta alla Cambogia e abitata da una cospicua minoranza khmer.
Tuttavia, questo conflitto regionale tra due stati socialisti divenne l’ennesimo fronte della Guerra Fredda.
Al fianco del Vietnam si schierarono l’URSS ed i suoi alleati, mentre la Cina aiutò la Kampuchea Democratica.
La Cina in seguito invase, con una spedizione punitiva, il Vietnam nel 1979.
I Khmer Rouge vennero facilmente sconfitti e costretti a tornare nella giungla alle loro attività di guerriglia mentre i vietnamiti instaurarono un governo fantoccio con il sostegno di un gruppo di disertori dei Khmer Rouge che negli anni avevano deciso di andare in esilio in Vietnam. In questo gruppo svettano i nomi di Heng Samrin, Pen Sovan e dell’attuale padre padrone della Cambogia, Hun Sen.

La guerriglia e la fine

La vittoria vietnamita costrinse i Khmer Rouge a tornare alle loro attività di guerriglia, questa volta contro il Vietnam.
In questa loro lotta vennero sostenuti non solo dalla Cina, che anche dopo la morte di Mao continuò a sostenere Pol Pot in chiave antivietnamita ed antisovietica, ma anche dagli USA, dall'Inghilterra e dalla Thailandia.
Nel 1981 avvenne la rinuncia ufficiale al comunismo da parte del Partito Comunista Khmer, che divenne semplicemente il Partito della Kampuchea Democratica, ufficialmente di osservanza socialista democratica e favorevole al libero mercato.
Nel 1982 venne fondato il Governo di coalizione della Kampuchea Democratica, egemonizzato dai Khmer Rouge, con i monarchici di Sihanouk e gli anticomunisti di Son Sann, sostenuto dai dollari di Reagan.
La lotta contro i vietnamiti proseguì fino agli anni ‘90, in questo periodo Pol Pot rimase nell'ombra, cedendo il ruolo di leader dei Khmer Rouge a Khieu Samphan.
Nel 1991, aiutati dal collasso dell’URSS, venne firmato un accordo di pace tra tutte le parte in conflitto e vennero indette le elezioni, la Cambogia non era più uno stato socialista e tornò ad essere una monarchia costituzionale con il ritorno del principe Sihanouk.
Tuttavia i Khmer Rouge non accettarono l’esito delle elezioni e nel 1992 ripresero la lotta armata, arroccandosi nelle loro roccaforti, come Pailin.
Nel 1996 iniziarono le diserzioni di massa, con l’addio di molti leader storici dei Khmer Rouge, come Sary, Shampan, il quale cercò di trasformare in un partito politico il movimento, fallendo anche per cause esterne in questo tentativo, e Thirith.
Il canto del cigno si ebbe nel 1997, quando Pol Pot fece uccidere Son Sen e la sua famiglia con l’accusa di tradimento, ciò provocò la reazione di Ta Mok, il quale fece catturare Pol Pot e lo condannò all’ergastolo.
Pol Pot morì nel 1998 e i Khmer Rouge vennero sciolti l’anno successivo.

Conclusioni

Questa tragica vicenda mostra il fallimento di un progetto basato su un soggettivismo che ha alla base, in questo caso, un partito, che con la forza, dall'alto, avrebbe voluto modificare radicalmente una società nel giro di poc
Il sorriso di Pol Pot, Peter Fröberg Idling, Iperborea hi anni.
La loro era un fede incrollabile nella loro idea di uomo, capace di superare anche gli ostacoli di natura oggettiva.
Sembra di risentire le critiche del leggendario Charles Bettelheim a Che Guevara, quando questi era il ministro dell'Economia del governo rivoluzionario di Fidel Castro. 

Erano dei rivoluzionari ma questa loro inclinazione li trasformò in degli assassini che hanno gettato nel terrore il popolo che avrebbero voluto aiutare.
La radicalità di un progetto deve essere sempre vista in un’ottica di trasformazione volontaria e di lungo periodo della società e dell’uomo. Lenin disse che il socialismo è un prodotto di una società superiore, noi abbiamo il dovere di fare i conti con l’uomo di questa società, non di quella che vorremmo.
Questa potrebbe essere una delle importanti lezioni che possiamo trarre dall'esperienza della Kampuchea Democratica.

Fonti:

Il sorriso di Pol Pot, Peter Fröberg Idling, Iperborea

Brother number one, David P. Chandler, Westview Press

Cambodia, 1975-1982, Michael Vickery, South End Pr 

S-21. La macchina di morte dei Khmer rossi, Rithy Panh, O Barra O Edizioni





venerdì 14 settembre 2018

0 FRANK E LA TEORIA DELLA DIPENDENZA


Nel libro "Lo sviluppo del sottosviluppo", Andre Gunder Frank discute i fattori che hanno portato al sottosviluppo in alcune aree del mondo e il rapido sviluppo in altre.

La teoria della dipendenza è un concetto basato sulla relazione globale di dominio economico e sfruttamento da parte dei paesi economicamente più potenti rispetto ai paesi economicamente meno potenti. A causa della distribuzione diseguale di potere e risorse, alcuni paesi si sono sviluppati ad un ritmo più veloce di altri. Frank sostiene inoltre che non possiamo formulare una politica di sviluppo adeguata per la maggioranza della popolazione mondiale senza sapere come la loro passata storia economica e sociale abbia influenzato il loro attuale sottosviluppo. Inoltre, afferma che tendiamo a credere che la loro storia tenda ad assomigliare alla storia dei paesi più sviluppati e che tali presupposti portino a idee sbagliate sullo sviluppo e il sottosviluppo contemporanei.

Frank rifiuta l'idea che il sottosviluppo provenga dall'isolamento di un singolo paese dal mondo e dall'influenza delle società più tradizionali. Al contrario, Frank ritiene che il sottosviluppo derivi dall'ineguale distribuzione delle risorse e dallo sfruttamento dei paesi meno sviluppati ed emergenti da parte dei paesi più sviluppati attraverso la cosiddetta teoria delle "relazioni metropoli-satellite".


Il sistema capitalista mondiale

Frank sostenne che nel XVI secolo emerse un sistema capitalista mondiale, il quale progressivamente bloccò l'America Latina, l'Asia e l'Africa in una relazione diseguale e di sfruttamento con le più potenti nazioni europee.

Questo sistema capitalista mondiale è organizzato come una catena interdipendente: da una parte ci sono le nazioni benestanti, le "metropoli" o le "centrali" (nazioni europee), e dall'altra le nazioni "satellite" o la "periferia", non sviluppate. Le nazioni centrali sono in grado di sfruttare le nazioni periferiche a causa del loro superiore potere economico e militare.

Dal punto di vista della dipendenza di Frank, la storia mondiale dal 1500 agli anni '60 è meglio intesa come un processo attraverso il quale le nazioni europee più ricche hanno accumulato enormi risorse estraendo risorse naturali dal mondo in via di sviluppo, i cui profitti hanno pagato la propria industrializzazione e il proprio sviluppo economico e sociale, mentre i paesi in via di sviluppo sono stati resi indigenti attraverso questo processo.

Scrivendo alla fine degli anni '60, Frank sosteneva che le nazioni sviluppate avevano un interesse particolare nel mantenere i paesi poveri in uno stato di sottosviluppo in modo da poter continuare a beneficiare della loro debolezza economica: i paesi disperati sono pronti a vendere materie prime a un prezzo più conveniente, e i lavoratori lavoreranno per meno salario e con meno diritti rispetto ai lavoratori dei paesi economicamente più potenti. Secondo Frank, le nazioni sviluppate temono lo sviluppo dei paesi più poveri perché il loro sviluppo minaccerebbe il dominio e la prosperità dell'Occidente.

Colonialismo, schiavitù e dipendenza

Il colonialismo è un processo attraverso il quale una nazione più potente prende il controllo di un altro territorio, stabilendo il proprio controllo politico di quel territorio e sfruttando le sue risorse a proprio vantaggio. Sotto il dominio coloniale, le colonie sono effettivamente viste come parte della madrepatria e non come entità indipendenti a sé stanti. Il colonialismo è fondamentalmente legato al processo di "costruzione dell'impero" o "imperialismo".

Secondo Frank la fase principale dell'espansione coloniale fu dal 1650 al 1900, quando le potenze europee, con la Gran Bretagna in primo piano, usarono la loro superiorità tecnologica e militare per conquistare e colonizzare la maggior parte del resto del mondo.

Durante questo periodo di 250 anni, le potenze europee della "metropoli" hanno visto il resto del mondo come un luogo da cui estrarre risorse e quindi ricchezza. In alcune regioni l'estrazione ha preso la semplice forma di estrazione di metalli preziosi o risorse. Nel primo periodo del colonialismo, ad esempio, i portoghesi e gli spagnoli estraevano enormi quantità di oro e argento dalle colonie del Sud America, e più tardi, con la rivoluzione industriale decollata in Europa, il Belgio ha approfittato enormemente dell'estrazione di gomma (per pneumatici per autovetture) dalla sua colonia africana, l’ex Congo belga, e il Regno Unito ha approfittato delle riserve di petrolio di quella che ora è l'Arabia Saudita.

In altre parti del mondo (dove non c'erano materie prime da estrarre), le potenze coloniali europee hanno creato piantagioni nelle loro colonie, con ogni colonia che produceva diversi prodotti agricoli da esportare nella "madrepatria". Con l'evolversi del colonialismo, diverse colonie si specializzarono nella produzione di diverse materie prime (dipendenti dal clima): banane e zucchero di canna nei Caraibi, cacao (e naturalmente schiavi) nell'Africa occidentale, caffè nell'Africa orientale, tè nell'India e spezie, come la noce moscata, nell'Indonesia.

Tutto ciò comportò enormi cambiamenti sociali nelle regioni coloniali: per creare le loro piantagioni ed estrarre risorse, le potenze coloniali dovevano stabilire sistemi di governo locali per organizzare il lavoro e mantenere l'ordine sociale. Spesso veniva usata la forza bruta, ma una tattica più efficiente era quella di impiegare i nativi disponibili ad amministrare il governo locale per conto delle potenze coloniali. Questi venivano ricompensati con denaro e status per mantenere la pace e le risorse che fluivano fuori dal territorio coloniale per andare verso la madrepatria.

I teorici della dipendenza sostengono che tali politiche hanno rafforzato le divisioni tra gruppi etnici e hanno gettato i semi dei conflitti etnici degli anni a venire, in seguito all'indipendenza dal dominio coloniale. In Ruanda, ad esempio, i belgi hanno trasformato la minoranza tutsi nell'elite dominante, dando loro il potere sulla maggioranza hutu. Prima del dominio coloniale c'era una tensione minima tra questi due gruppi, ma le tensioni aumentarono progressivamente una volta che i belgi definirono i tutsi politicamente superiori. Dopo l'indipendenza è stata questa divisione etnica ad alimentare il genocidio ruandese degli anni '90.

Una relazione diseguale e dipendente

Ciò che viene spesso dimenticato nella storia del mondo è il fatto che prima dell'avvio del colonialismo esistevano in tutto il pianeta numerosi sistemi politici ed economici ben funzionanti, molti dei quali basati sull'agricoltura di sussistenza su piccola scala. 400 anni di colonialismo hanno portato alla loro distruzione.

Il colonialismo distrusse le economie locali autosufficienti e indipendenti e le rimpiazzò con economie centrate sulla monocoltura delle piantagioni che erano orientate ad esportare un prodotto nella madrepatria. Ciò significa che intere popolazioni erano effettivamente passate dal coltivare il proprio cibo e produrre i propri beni a guadagnare salari dalla coltivazione e dalla raccolta di zucchero, tè o caffè per l'esportazione in Europa.

Come risultato di ciò, alcune colonie divennero effettivamente dipendenti dai loro padroni coloniali per le importazioni di cibo, il che naturalmente portò ad un profitto ancora maggiore per le potenze coloniali dato che questo cibo doveva essere acquistato con gli scarsi salari guadagnati nelle colonie.

Le ricchezze provenienti dall'America Latina, dall'Asia e dall'Africa e dirette verso i paesi europei hanno fornito i fondi per dare il via alla rivoluzione industriale, che ha permesso ai paesi europei di iniziare a produrre beni di valore superiore, le cui esportazioni hanno ulteriormente accelerato la capacità generatrice di ricchezza delle potenze coloniali e portato ad una crescente disuguaglianza tra l'Europa e il resto del mondo.

I prodotti fabbricati attraverso l'industrializzazione alla fine si fecero strada nei mercati dei paesi in via di sviluppo, minando ulteriormente le economie locali, nonché la capacità di questi paesi di svilupparsi secondo le loro condizioni. Un buon esempio di ciò è l’India degli anni '30 e '40, dove le importazioni a basso costo di prodotti tessili fabbricati in Gran Bretagna minarono l’esistenza delle industrie locali di tessitura a mano. 

Neocolonialismo

Negli anni '60 la maggior parte delle colonie aveva raggiunto la propria indipendenza, ma le nazioni europee continuavano a vedere i paesi in via di sviluppo come fonti di materie prime e manodopera a basso costo e, secondo la teoria della dipendenza, non avevano alcun interesse a svilupparle perché continuavano a beneficiare della loro povertà.

Lo sfruttamento è proseguito attraverso il neocolonialismo, il quale descrive una situazione in cui le potenze europee non hanno più il controllo politico diretto sui paesi dell'America Latina, dell'Asia e dell'Africa, ma continuano a sfruttarle economicamente attraverso modi più sottili.

Frank identifica tre principali tipi di neocolonialismo:

In primo luogo, le ragioni di scambio continuano a beneficiare gli interessi occidentali. A seguito del colonialismo, molte delle ex colonie dipendevano per i loro proventi da esportazione di prodotti primari, per lo più colture da reddito agricolo come il caffè o il tè, che hanno pochissimo valore in se stesse. È la lavorazione di quelle materie prime che aggiunge a questi prodotti valore e la loro elaborazione avviene principalmente in Occidente.

In secondo luogo, Frank sottolinea il crescente predominio delle multinazionali nella valorizzazione del lavoro e delle risorse nei paesi poveri. Poiché queste società sono globalmente mobili, sono in grado di far competere i paesi poveri in una "corsa verso il ribasso" in cui offrono salari sempre più bassi per attrarre l'azienda, la quale non promuove lo sviluppo di queste nazioni.

Infine, Frank sostiene che il denaro degli aiuti occidentali è un altro mezzo con cui i paesi ricchi continuano a sfruttare i paesi poveri e mantenerli dipendenti da essi. Gli aiuti sono, infatti, spesso in termini di prestiti, che sono accompagnati da condizioni, come quella che richiede a questi paesi l’apertura dei loro mercati alle società occidentali.

Strategie per lo sviluppo, allontanarsi dalla dipendenza

Questa teoria sostiene che la dipendenza non è solo una fase, ma piuttosto una posizione permanente. L'unico modo in cui i paesi in via di sviluppo possono sfuggire alla dipendenza consiste nel fuggire dall'intero sistema capitalista. Sotto questa categoria, ci sono diversi percorsi per lo sviluppo:

Isolamento, come nell'esempio della Cina.
Questo paese sta ora emergendo con successo come una superpotenza economica globale avente una forma di produzione inedita, sviluppata grazie ad una serie di riforme guidate dalla stato e dal PCC.

Una seconda soluzione è quella di rompere in un momento in cui il “paese metropoli” è debole, come l'India ha fatto con la Gran Bretagna negli anni '50, dopo la Seconda guerra mondiale. L'India è ora una potenza economica in via di sviluppo.

Terzo, c'è la rivoluzione socialista, come nel caso di Cuba. Ciò, tuttavia, ha comportato l'applicazione di sanzioni da parte degli USA che limitano gli scambi con gli altri paesi, minando le possibilità di sviluppo del paese.

Molti leader dei paesi africani hanno adottato la teoria della dipendenza, sostenendo di voler sviluppare movimenti politici con l’obiettivo di liberare l'Africa dallo sfruttamento occidentale, partendo però da una prospettiva nazionalista invece che di critica alla forma di produzione neocoloniale, come invece fece Fanon.

Sviluppo associato o dipendente

Si può però essere parte del sistema ma adottare politiche di sviluppo nazionale, come nel caso del Sudamerica.
Queste politiche riguarda l’importazione dell'industrializzazione sostitutiva, in cui l'industrializzazione produce beni di consumo che verrebbero normalmente importati dall'estero. 
Il più grande fallimento di queste politiche, tuttavia, è stato nel non voler affrontare il tema delle disuguaglianze all'interno di questi paesi. Ciò per colpa delle élite nazionali che elaborarono queste politiche che portarono si ad una crescita economica ma anche all'esponenziale aumento delle disuguaglianze.




martedì 11 settembre 2018

0 DI MAIO E I CENTRI COMMERCIALI, UN NUOVO CAPITOLO



Il governo giallo-verde porta a casa un piccolo successo, l’aver posto fine al regime di estrema liberalizzazione degli orari di lavoro dei centri commerciali inaugurato da Monti con il suo “Decreto salva Italia”.
L’idea del ministro del Lavoro Di Maio è quella di tornare al passato, pur essendo costretto a rendere conto al palese dualismo tra l’anima grillina e leghista dell’esecutivo concedendo qualcosa al suo alleato di governo.
Il 25% dei negozi resterà aperto per permettere la possibilità di fare acquisti in ogni quartiere
mentre ci saranno delle esenzioni per quanto riguarda le zone turistiche, come richiesto dal ministro con delega per il Turismo Gian Marco Centinaio. 

Non sono mancate polemiche in merito alla proposta di Di Maio.
Il presidente del Consiglio nazionale dei centri commerciali paventa già un calo degli occupati nel settore e aggiunge: “sono giovani e molte donne e con un livello di scolarità che generalmente non favorisce alternative occupazionali”, dimenticando il fatto che nel corso degli anni ci sono stati ministri, addirittura dell’Istruzione, senza una laurea.
Non poteva mancare all’appello il moribondo PD con il suo pifferaio fiorentino che come al solito criticano ogni proposta del governo facendo valere sempre gli interessi del capitale e mai del lavoro, come giustamente osservò tempo fa l’ex Segretario Generale della CGIL Guglielmo Epifani.
Come ha fatto notare il sindacalista Cobas Francesco Iacovone: “La balla dei posti di lavoro sapete che non regge, dal decreto Monti in poi si sono scatenate una serie infinita di crisi aziendali perché il problema dei consumi sta nel reddito basso dei cittadini (anche in questo avete una bella responsabilità), e non nel negozio aperto h24 sette giorni su sette. Ma Voi non sapete neanche che un semplice caffè al centro commerciale (a Roma) invece che i soliti 90 centesimi di euro costa 1 euro e dieci quando va bene. Ma che gli addetti del settore hanno quasi tutti contratti part- time, precari (anche grazie al Vostro caro Jobs Act), e finanche in nero. E spesso guadagnano uno stipendio ben inferiore alla soglia di povertà indicata dell'ISTAT. Non da me, ma dall'ISTAT. Inoltre non tenete in alcun conto la vita di quei 3,4 milioni di disperati, che si sono visti aumentare i carichi di lavoro e diminuire i salari.”


Un altro motivo di scontro riguarda l’esenzione dal lavoro domenicale di una sola categoria di lavoratori mentre ne esistono altri, come poliziotti, camerieri o medici che lavorano di domenica, come fa notare la fin troppa marmaglia liberal che infesta la rete.
L’obiettivo di questa strategia è quello di far prevalere quella che il sociologo statunitense  Christopher Lasch chiamava “la cultura dell’egoismo”.
Atomizzare i salariati e metterli l’uno contro l’altro, impedendogli di capire che questa battaglia è condotta contro l’appropriazione da parte del capitale del nostro tempo libero, una lotta per evitare di consegnare le persone ai tristi fine settimana passati nei luoghi par excellence del consumo.
Bisogna infine distinguere tra bisogni essenziali e non, capendo finalmente che l’imperativo del consumo costante di surplus con cui riempire i nostri fine settimana non è un bisogno essenziale ma qualcosa di indotto dal sistema e che esso usa per la propria riproduzione.
Compreso ciò si capirà l'insensatezza del mettere sullo stesso piano un commesso e un medico.

Alla marmaglia liberal va fatto notare che in Europa, assieme all’Inghilterra, siamo l’unico paese che garantisce totale liberalizzazione degli orari di lavoro dei centri commerciali, come afferma addirittura il liberista Istituto Bruno Leoni.

Ma chi sono questi sfruttati di cui abbiamo parlato sin qui?
Maria Grazia Gabrielli segretaria generale della Filcams Cgil afferma che:

“Negli ultimi anni nella grande distribuzione, in una situazione di liberalizzazione indiscriminata, si è assistito ad una riduzione dell’occupazione pari almeno al 20%, al quale si deve aggiungere il dato relativo alla diffusione di processi di terziarizzazione ed esternalizzazioni di parti rilevanti delle attività commerciali. (...) Il 40% dei lavoratori è con contratti a termine, lavoro somministrato, lavoro a chiamata e indiretto, stage, merchandiser e promoter. Circa il 70% dei lavoratori ha un rapporto di lavoro part time involontario. (...) I lavoratori coinvolti dall’obbligatorietà del lavoro domenicale e festivo raggiungono circa il 35-40% degli addetti e le maggiorazioni previste dai contratti hanno subito negli anni drastiche riduzioni per le difficoltà del settore. (...) Il 40% dei lavoratori è con contratti a termine, lavoro somministrato, lavoro a chiamata e indiretto, stage, merchandiser e promoter.” 

Analizzando la situazione di un lavoratore di un centro commerciale abbiamo uno spaccato reale e importante sul mondo del lavoro oggi in Italia.

lunedì 10 settembre 2018

0 APPUNTI SULL'EMERGENZA ABITATIVA




La circolare Salvini ha recentemente dato il via allo sgombero di numerose abitazioni occupate in tutto il paese.
Per esempio, a Sesto San Giovanni è stato sgomberato il residence sociale occupato da “Aldo dice 26x1” mentre a Roma, nei prossimi mesi, saranno sgomberati 90 stabili.
Ciò che dovrebbe metterci in allerta, analizzando questi fatti, è l'arbitrarietà di queste azioni che non tengono minimamente conto delle famiglie che versano in una situazione di disagio economico e sociale, alle quali non viene proposta nessuna alternativa.
Si tratta di una nuova tappa della lotta ai poveri condotta da Salvini e soci. Invece di analizzare la situazione concreta, di studiare la realtà partendo dai fatti, si mira a colpire chi evidentemente vive in una situazione di precarietà permanente.
Punire ma non aiutare sono le parole d’ordine di Salvini che fa valere il codice Rocco contro le occupazioni, nonostante una sentenza della Cassazione (per una controversia tra il comune di Pignataro Maggiore e l’associazione Tempo Rosso) abbia chiaramente stabilito che esistono degli elementi per distinguere la natura dell’occupazione.
La realtà concreta ci mostra un quadro da cui emergono le vere cause delle occupazioni.
In Italia esistono sette milioni di immobili disabitati, in maggioranza di proprietà di grossi gruppi immobiliari oppure si tratta di proprietà sequestrate alla mafia e lasciate nell’incuria.
L’offerta supererebbe di molto la domanda, eppure questi immobili vengono tenuti fuori dal mercato residenziale, tutto ciò per favorire la speculazione e l’aumento del costo degli affitti.
A questo aggiungiamo l’emergere dell’azione delle aziende legate al capitalismo delle piattaforme.
Per esempio Airbnb favorisce l’espulsione dal mercato residenziale delle case dei nostri centri storici, trasformate in galline dalle uova d’oro da far fruttare grazie al turismo di massa.
Si tratta di un gioco mortale che priva i cittadini di Firenze, di Roma o di qualsiasi altra città d’arte italiana e non del proprio centro storico, trasformato in una becera attrazione turistica.
Quindi, l’emergenza abitativa va risolta non mettendo in moto piani per l’edilizia popolare, con un logico aumento della cementificazione delle nostre città, ma facendo prevalere l’interesse pubblico su quello privato, come sancisce in questi casi la nostra Costituzione.
Non si tratta di un ragionamento che può fare solamente un bolscevico poiché è lo stesso che fece Giorgio La Pira a Firenze negli anni ‘50.
Per affrontare l’emergenza abitativa non bastarono le “case minime” costruite dal comune, perciò questo “comunista bianco”, come lo chiamava Don Sturzo, ordina la requisizione degli immobili. Lo fa con una ordinanza che si basa su una legge del 1865, la quale concede la facoltà ai sindaci di requisire qualsiasi proprietà privata in caso di situazioni di emergenza o per gravi motivi di ordine pubblico. Una ordinanza inattaccabile. E’ un sindaco colto, La Pira, ferratissimo, professore di Diritto Romano, e l’autorità giudiziaria non ha una virgola da obiettare.
Questo problema mette in chiaro la necessità di uscire dalle logiche da “pilota automatico” che si sono imposte come dogmi negli ultimi decenni per tornare a programmare seriamente la nostra economia, ristabilendo il primato della politica sull’economia.

venerdì 7 settembre 2018

0 LA POLITICA E IL GRUPPO PRAXIS


Introduzione

Il gruppo Praxis, attorno al quale si riunivano i filosofi marxisti d'avanguardia jugoslavi, fu il gruppo più radicale e critico nei confronti del Partito Comunista durante gli anni '60 e '70. Ma nonostante la sua radicalità, il gruppo non è mai diventata un’opposizione politica al Partito. C'era una certa riluttanza tra i membri del gruppo ad andare oltre la critica teorica e ad affermarsi sul terreno politico. La loro pretesa, alla fine, era di abolire il Partito che rappresentava gli interessi universali del popolo, perché la sua esistenza non era considerata altro che il monopolio del potere decisionale. Lo vedevano come l'alienazione dell'essenza umana universale di quella che chiamavano prassi. Ma è davvero possibile che l'universalità esista come presenza piena senza alcun corpo particolare che la incarni?
La strategia politica adottata dal gruppo Praxis era in gran parte una concezione della loro particolare interpretazione della filosofia di Marx. Uso la riconcettualizzazione di Ernesto Laclau della relazione tra l'universale e il particolare per chiarire questo concetto partendo da una breve sintesi del progetto politico di Marx.
Identificare il proletariato con l'universalità privando il primo della sua particolarità, poiché fu questa linea di pensiero di Marx che seguirono i filosofi del Praxis. Con l'assorbimento totale del particolare da parte dell'universale, egli supponeva un'emancipazione umana totale che trascende l'emancipazione politica che è parziale e predice la scomparsa della sfera politica. 


La concezione della politica di Marx

Una delle caratteristiche principali della società borghese secondo Marx era la sua separazione tra sfera politica e sfera economica, cioè la distanza tra lo stato e la società civile. Criticando Bruno Bauer in “Sulla questione ebraica” (1843), sosteneva che l'emancipazione politica non implicasse necessariamente l'emancipazione umana, lasciando intatte le questioni nella sfera economica della società civile egoista. Il problema visto da Marx sta nel fatto che lo stato si concepisce come universalità, il che è falso nella sua visione.
Per esporre ciò, Marx ha posto una vera universalità, il cui portatore è il proletariato come classe universale. Secondo la comprensione marxista dello sviluppo storico, insieme alla vittoria di questa classe universale, la separazione della società civile dalla vita politica scompare e non ci saranno più antagonismi perché non ci saranno più classi sociali. In altre parole, con la totale emancipazione del proletariato, si pensava che la sfera del politico, concepita come un regno di contrapposti antagonisti tra le classi, fosse abolita. Questa rivendicazione della vera universalità di Marx è intesa da Ernesto Laclau come l'ultimo stadio della modernità in cui sono stati fatti tentativi per identificare l'universalità con la ragione. Scrive Laclau: “Un ultimo stadio dell'avanzata di questa egemonia razionalistica ha avuto luogo quando il divario tra il razionale e l'irrazionale è stato chiuso attraverso la rappresentazione dell'atto della sua cancellazione come un momento necessario nell'auto-sviluppo della ragione: questo era il compito di Hegel e Marx, che asserivano la totale trasparenza, nella conoscenza assoluta, del reale alla ragione.”
Marx identificava l'egemonia totale del proletariato con questa totale trasparenza in cui il divario tra la realtà sociale e la ragione universale sarebbe stata abolita. 

“Il corpo del proletariato non è più un corpo particolare in cui l'universalità deve essere incarnata ad esso, esterno: è invece un corpo in cui la distinzione tra particolarità e universalità viene cancellata e, di conseguenza, la necessità di ogni incarnazione viene definitivamente sradicata.”

Il problema qui è che colui che rappresenta la ragione universale è una particolarità che è storicamente formulata attraverso lo sviluppo sociale, e la domanda da porsi è se una certa particolarità sia in grado di rappresentare pienamente l'universale. Per dare una risposta a questa domanda, vediamo prima come una particolare richiesta raggiunge il livello universale, seguendo la descrizione di Marx del processo della lotta tra lavoratori e capitalisti.

“L'organizzazione di scioperi, associazioni, sindacati, marcia contemporaneamente alle lotte politiche degli operai, che ora costituiscono un grande partito politico sotto il nome di cartisti. È sotto forma di queste combinazioni che i primi tentativi di associazione tra loro sono sempre stati fatti dai lavoratori. La grande industria riuniva in un unico luogo una folla di persone sconosciute l'una all'altra. La competizione divide i loro interessi. Ma il mantenimento del loro salario, questo interesse comune che hanno contro il loro datore di lavoro, li unisce nella stessa idea di resistenza. Quindi la combinazione ha sempre un doppio fine, quello di eliminare la competizione tra se stessi consentendo loro di fare una competizione generale contro il capitalista. Se il primo oggetto di resistenza è stato semplicemente quello di mantenere i salari, in proporzione, in quanto i capitalisti a loro volta si sono combinati con l'idea di repressione, le combinazioni, per prima cosa isolate, si sono formate in gruppi e, di fronte al capitale costantemente unito, il mantenimento dell'associazione divenne più importante e necessaria per loro che il mantenimento dei salari. Ciò è talmente vero che gli economisti inglesi sono tutti sbalorditi nel vedere gli operai sacrificare buona parte dei loro salari in nome delle associazioni che, agli occhi di questi economisti, erano state stabilite solo a sostegno dei salari. In questa lotta, una vera guerra civile, sono uniti e sviluppati tutti gli elementi necessari per una futura battaglia. Una volta arrivato a quel punto, l'associazione assume un carattere politico.”

Possiamo notare da questa citazione che una volta che gli operai si uniscono e prendono la forma di una combinazione, appaiono due aspetti: la domanda concreta, cioè il mantenimento dei loro salari, e d'altra parte il mantenimento dell'associazione che consente ai lavoratori di unirsi e aprire un conflitto generale contro il capitalista.
Per fare la loro particolare rivendicazione contro i capitalisti che li reprimono, gli operai devono trascendere la loro particolarità per raggiungere il livello universale di competizione generale di carattere politico. Gli interessi comuni ora diventano più importanti per i lavoratori rispetto alle loro richieste concrete, Marx continua:

“Le condizioni economiche hanno in primo luogo trasformato la massa della gente di un paese in salariati. Il dominio del capitale ha creato per questa massa di persone una situazione comune con interessi comuni. Quindi questa massa è già una classe, al contrario del capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta, di cui abbiamo solo notato alcune fasi, questa massa è costituita come una classe per se stessa. Gli interessi che difende sono gli interessi della sua classe. Ma la lotta tra classe e classe è una lotta politica.”

Poiché la classe diventa un essere per se stessa, i punti in comune tra le persone che trascendono le particolari esigenze e gli interessi delle persone diventeranno la stessa cosa con gli interessi della loro classe, ma qui, la prossima domanda sarà sollevata: questa sovrapposizione degli interessi particolari e degli interessi universali diventa completamente trasparente? Se seguiamo il modello della dialettica hegeliana, la risposta è sì. Secondo questo modello, gli interessi della classe per se stessi sono già immanenti nella classe in sé. Con lo sviluppo di questo movimento interno della ragione, il proletariato come classe universale rappresenterà tutti gli interessi particolari della gente. Quando la storia raggiunge questo livello, le particolarità sono tutte assorbite dall'universale senza lasciare residui, e quindi non ci saranno antagonismi che sono le caratteristiche della politica separate dalla società civile. Quindi, la distinzione tra il particolare e l'universale è annullata, e con questa cancellazione la sfera del politico viene eliminata. La conseguenza è la seguente:

“La condizione essenziale dell'emancipazione della classe operaia è l'abolizione di tutte le classi, in quanto condizione dell'emancipazione del terzo stato dall'ordine borghese, era l'abolizione di tutte le proprietà, tutti gli ordini. La classe operaia sostituirà, nel corso del suo sviluppo, per il vecchio ordine della società civile un'associazione che escluderà le classi e il loro antagonismo, e non ci sarà più potere politico, propriamente parlando, poiché il potere politico è semplicemente la forma ufficiale dell'antagonismo nella società civile.” 

L'emancipazione della classe operaia come classe universale conduce all'emancipazione umana. In questa fase finale, non ci sarà né classe, né antagonismo, e quindi nessuna lotta tra poteri politici. In breve, il progetto di Marx doveva mostrare la necessaria coincidenza del proletariato e dell'universalità della ragione e di porre il mondo senza poteri politici come stadio finale dell'emancipazione degli esseri umani.


La politica come incontro tra l'universale e il particolare

Cosa succede se le persone comuni non sono immanenti nella classe sociale o preesistono prima della lotta politica contro la forza oppressiva, l'incarnazione è il risultato di un'articolazione storica e contingente? Se questo è il caso, il processo delle lotte politiche non finisce mai. Marx scrive che è solo in un ordine di cose in cui non ci saranno più classi o antagonismi di classe che le evoluzioni sociali cesseranno di essere rivoluzioni politiche, ma dubito che ci sia un tale ordine di cose in cui il regno del politico sia completamente sradicato. Il ripensamento di Laclau sulla relazione tra il particolare e l'universale ci aiuta a comprendere il significato del campo politico che Marx intendeva escludere. Rifiuta l'idea che esista una simmetria finale tra l'universale e il corpo particolare, e pensa che la loro relazione sia ciò che viene prodotto come risultato di pratiche articolatorie, che si svolgeranno nel campo politico. L'universale non esiste nel modo in cui precede alcun particolare o li sottomette. Non è un principio di base applicato al caso particolare. Piuttosto, l'universale viene alla luce e acquista il suo significato attraverso il corpo particolare, ma quale particolare corpo rappresenta l'universalità non è affatto predeterminato. In altre parole, l'universale è vuoto e questo vuoto permette ad agenti particolari di occupare quel posto vuoto.Questo rifiuto dell'universalismo come essenza sottostante, tuttavia, non lo conduce verso la direzione di difesa del particolarismo puro, poiché non vi è alcuna rivendicazione particolare ciò non si riferisce a un certo principio universale condiviso da altri membri della comunità. Affinché un particolare agente possa presentare un reclamo che possa essere oggettivamente giustificato, deve necessariamente toccare la dimensione dell'universale, e il luogo in cui questi due, l'universale e il particolare si incontrano è il regno del politico. Linda Zerilli sostiene che non è possibile pensare alla politica se facciamo affidamento sull'idea che l'universale e il particolare costituiscono i poli opposti di una coppia binaria, che è l'idea che ha dominato la tradizione filosofica per lungo tempo. La relazione tra i due non è tra due aree separate che si escludono a vicenda, ma di un'articolazione politica per la quale entrambi sono reciprocamente contaminati e "ciascuno è reso impuro dalla presenza irriducibile dell'altro". Quindi, il politico è il campo in cui determinate identità sono abilitate a fare affermazioni elevandosi al livello universale mentre all'universale viene dato un significato contestualmente specifico attraverso quei corpi particolari. Poiché il particolare corpo diventa egemonico nella lotta per collocarsi in quel luogo vuoto dell'universale non è predeterminato, contrariamente alla comprensione marxista della storia, il processo articolativo è aperto e non è mai chiuso. Quindi, è impossibile sostenere l'idea che la politica scompaia in ultima istanza. Nella tradizione marxista, tuttavia, il corpo particolare della classe operaia doveva rappresentare pienamente l'universale. Ma come ho sostenuto, questo collegamento non è necessariamente necessario e non può essere trasparente. E per rivendicare questa trasparenza, è stato necessario introdurre un agente speciale, un mediatore, cioè il Partito che fa da ponte tra la particolarità del corpo del proletariato e la ragione universale. Si pensava che il Partito svolgesse il suo ruolo storico di rappresentare gli interessi della classe operaia. Laclau mette la discussione nel modo seguente:

“Tra il carattere universale dei compiti della classe operaia e la particolarità delle sue richieste concrete si aprì un divario crescente, che doveva essere colmato dal Partito come rappresentante degli interessi storici del proletariato.”

Il Partito in questo modo venne ad incarnarsi la soggettività assoluta e divenne il Soggetto trascendentale che avrebbe dovuto possedere tutta la conoscenza della verità oggettiva e quindi trascendere la separazione tra soggetto e oggetto dell'esperienza. Tuttavia, questa posizione del Partito è ambigua per sua natura, poiché è stata introdotta a causa dell'estrema impossibilità di colmare il divario tra l'universale e il particolare. Questa ambiguità ha sempre ossessionato il discorso del Partito quando attaccava altre forze sociali.

L'attacco del partito contro il gruppo Praxis

Ciò che caratterizzava il sistema politico jugoslavo era il sistema dell'autogestione. L'idea dell’autogestione nacque come il risultato della rottura del paese con Stalin e dallo sforzo di riempire il vuoto teorico del marxismo dopo che l'interpretazione stalinista venne considerata insostenibile. L'aspetto interessante di questa idea era che venne supportata da importanti esponenti del Partito e critici dell'esperimento jugoslavo dell'autogestione dei lavoratori. Gli esponenti importanti del Partito sono ovviamente i suoi funzionari mentre i "critici" coloro che si sono riuniti attorno al giornale Praxis. Pertanto, vi era poco disaccordo sull'idea stessa dell'autogestione tra il primo gruppo che considerava le istituzioni dell'autogestione dei lavoratori e dell'autogoverno sociale come l'essenza del nuovo sistema di democrazia diretta socialista in Jugoslavia e il secondo gruppo che concorda sull'autogestione e la democrazia diretta come risposta ai fenomeni di alienazione. Tuttavia, il gruppo ha continuato a essere bersaglio di critiche e repressioni interne sempre più severe, fino al licenziamento degli otto  professori dall'università di Belgrado e la sospensione del giornale. La ragione di questo attacco contro il gruppo fu la radicalità delle sue critiche che andarono oltre il limite di tolleranza del Partito. I marxisti del gruppo Praxis posero le loro basi teoriche attraverso la teoria dell'alienazione sviluppata da Marx in gioventù. Sebbene esaminerò più dettagliatamente la loro filosofia più avanti in questo saggio, dovrebbe essere chiarito sin da qui che la loro pretesa di abolire tutte le forme di alienazione del lavoro umano - siano esse economiche, politiche o culturali - li portò a considerare il Partito un'organizzazione autoritaria capace di ostacolare la realizzazione della democrazia diretta e la de-alienazione degli esseri umani. Quindi, portando la teoria ai suoi estremi, l'obiettivo ultimo del gruppo era l'abolizione del potere statale, l'estinzione del Partito. Tuttavia, prendendo alla lettera l'idea stessa di estinzione del Partito, non ne consegue necessariamente che, nonostante gli apparenti attacchi del Partito contro i marxisti del Praxis, ci fu una seria discordanza tra le concezioni del gruppo e dei funzionari del Partito sul corso che lo sviluppo sociale avrebbe seguito. Infatti, nel 1960, lo stesso Tito ha toccato questo aspetto del ruolo dello stato nei suoi discorsi. Tito afferma che: “lo stato è certamente essenziale nelle condizioni della società socialista di transizione. [. . . ]. Ma le sue funzioni diminuiscono gradualmente, quando vengono assorbite dalla società.” Questo commento è immediatamente seguito dall’affermazione: 
“Sarebbe sbagliato stabilire un limite temporale per l'estinzione dello Stato, o piuttosto le funzioni dello Stato. Perché ciò dipende dalla società stessa, dal più alto o più basso tasso di sviluppo delle relazioni sociali socialiste, dalla coscienza sociale e dalle condizioni raggiunte, soprattutto, le condizioni materiali e politico-morali.” 
Quindi, quali saranno i fattori che determineranno la maturazione delle condizioni per la diminuzione delle funzioni dello Stato? Chi ha l'autorità per dire che le condizioni sono ora pronte per l'avvizzimento del Partito? 
Uno dei motivi per cui il Partito ha combattuto contro il gruppo fu per il ruolo di autorità che doveva stabilire queste condizioni sociali. Non deve essere qualcuno al di fuori del Partito che può criticare le condizioni esistenti nella società, ma solo il Partito come soggetto assoluto che deve avere la conoscenza oggettiva dello sviluppo sociale. L'articolo 18 di Edvard Kardelj sulla critica sociale è un buon esempio che dimostra l'atteggiamento del Partito nei confronti delle critiche sociali. Mostra anche come il discorso ufficiale è costruito per giustificare la legittimità del Partito nel rappresentare la classe operaia e porsi come l'unico agente della critica sociale. Lo sforzo di Kardelj in questo articolo è, in breve, quello di stabilire lo stretto legame tra la classe operaia e il Partito come suo rappresentante e di mostrare la totale sovrapposizione di questi due elementi. Nella prima parte del saggio, indica le proprietà che una critica socialista della società deve possedere. Scrive: “in primo luogo, non vi è alcun dubbio che [la critica sociale] debba esprimere l'obiettivo sociale di reinterpretare gli interessi e le aspirazioni socio-economiche e politiche dei lavoratori che sono nella società la forza sociale più progressista; in secondo luogo, deve essere guidata in modo da rivelare, stimolare, rafforzare e qualificare tutti coloro che sono, oggettivamente, la forza storico-sociale che spinge la società in avanti verso tale obiettivo; in terzo luogo, tutti gli elementi di critica, dalla sostanza ai metodi, ai mezzi e al linguaggio, devono essere tenuti sotto controllo e guidati da un profondo senso di responsabilità verso il mantenimento di una tale distribuzione di potere tra le forze sociali, in modo da garantire condizioni favorevoli all'affermazione del socialismo.”
Da questo breve estratto, è chiaro che Kardelj pensa che non sia sufficiente che le forze sociali progressiste esistano, ma che ci dovrebbe essere un agente che guida queste forze come una vera fonte di critica socialista, che è il Partito come un riflesso della coscienza socialista dei lavoratori. Poiché è il vero agente che guida la società, Kardelj scrive che deve essere in grado di contrastare non solo le critiche mosse da posizioni esplicitamente antisocialiste, ma anche il tipo di critica incontrollata che, cieca e disorientata, disarma le forze socialiste, agendo involontariamente o volontariamente come un ostacolo a una coscienza socialista lungimirante. Kardelj pensa che la critica veramente socialista debba non solo combattere le critiche antisocialiste, ma anche quelle che si pretendono socialiste ma che possono essere false. Tracciando la linea tra la vera critica socialista e quella falsa, Kardelj cerca di autorizzare il Partito come soggetto universale che tiene il posto della verità oggettiva da cui tutte le critiche giustificabili possono essere fatte. Ma su quali basi è possibile affermare che il Partito è la coscienza universale dei lavoratori? Qual è la prova definitiva che asserisce che il Partito sia l'unico soggetto di conoscenza? È a causa dell'impossibilità di dare una risposta a queste domande che Kardelj non può non ricorrere alla nozione opposta, cioè all'obiettività, in ultima istanza. Ad esempio, scrive: “[La qualità della critica] è determinata soprattutto dalle persone che vi sono impegnate, in linea con le proprie capacità personali e gli interessi delle forze sociali schierate dietro di loro, con cui sono oggettivamente identificati, indipendentemente dalla loro volontà. È anche determinato dalle persone che adottano tale critica come arma nella loro stessa azione sociale, o che lo fanno per il bene dei loro interessi sociali, non perché siano critiche, ma a causa del suo contenuto storico-sociale.”
Questa affermazione mostra che Kardelj, non essendo in grado di rendere conto della presenza pura del partito come universalità in sé e per sé, si sforza di ricorrere a un terreno oggettivo in cui il Partito è la sua universalità. Dice che l'identificazione di coloro che si impegnano nelle critiche sociali con le forze sociali non è una questione di volontà ma di obiettività. Ciò equivale a dire che non è che la volontà soggettiva del Partito ad intervenire nel corso della storia, ma che la sua posizione è predeterminata da quest'ultimo. Inoltre, insiste sul fatto che ciò che conta è il "contenuto storico-sociale" della critica e non l'atto soggettivo di fare critica. Senza un contenuto socialmente e storicamente richiesto, cioè un contenuto giustificato in una totalità oggettiva, una critica non può essere affatto adeguata. Tuttavia, una domanda verrà sollevata qui; c'è un agente assoluto che sia in grado di garantire l'oggettiva necessità della sovrapposizione del Partito e degli interessi del popolo, che certifica anche la correttezza storico-sociale della vera critica? Come ho sostenuto precedentemente, l'identificazione del corpo particolare dei lavoratori e dell'universalità non è una questione di necessità, ma di articolazione contingente. Un corpo particolare si impegna in lotte politiche per occupare il posto vuoto dell'universale, ma l'occupazione perpetua di quel luogo non è possibile. L'universale rimane vuoto e questo vuoto è ciò che dà ad ogni agente politico la possibilità di diventare egemonico nel campo politico. Ciò che la forza egemonica della società, ad esempio il Partito, teme di più è di aprire questa possibilità in cui altre forze sociali lottano per il posto che ora occupa come soggetto privilegiato. Ma poiché l'assoluta garanzia della legittimità di monopolizzare quel luogo non esiste, l'unica cosa che il Partito può fare è introdurre la nozione di totalità oggettiva in cui si colloca come universalità. Quindi, al fine di garantirne l'esistenza, il Partito come Soggetto, il quale dovrebbe sottomettere gli oggetti sotto di sé, non può che ricorrere al suo contrario, cioè l'Oggetto. Ma questa obiettività non è un essere di piena presenza, poiché richiede anche all'agente di affiancare la sua universalità, cioè il Partito per esempio. La relazione tra soggetto e oggetto non è quella di mutua esclusione, ma dipendenza. Oppure, ponendolo in altre parole, la relazione tra soggetto e oggetto è quella della contaminazione reciproca, e ciò porta alla conclusione che ad ognuno manca necessariamente una dimensione universale, a meno che ciascuno risieda nell'altro come risultato di articolazione. Pertanto, il Partito non può sostenere l'universalità senza richiedere la totalità oggettiva e viceversa. È questa deficienza che sia il soggetto che l'oggetto hanno immanentemente che porta Kardelj a distinguere ciò che chiama la critica genuina dalle critiche fatte dal gruppo Praxis. Se la critica sociale è veramente ciò che afferma di essere, oggettivamente giustificata, non c'è bisogno di combattere l'emergere di altre critiche. Perché le critiche diverse da quella genuina spariranno naturalmente man mano che lo sviluppo storico avrà luogo, e questo sviluppo rivelerà in ogni modo ciò che rimarrà come una critica veramente socialista. Infatti, Kardelj spiega questo aspetto della selezione naturale tra le diverse critiche come segue:
“è vero per la società socialista attuale, e probabilmente sarà vero per quella futura, che il pensiero progressista deve gradualmente, e spesso laboriosamente, aprirsi la strada. Ma questa è una caratteristica dell'intera storia dell'umanità, una legge naturale per così dire, e non deve essere concepita come un aspetto puramente negativo in tale processo. Una selezione organica si svolge tra il vero, cioè tra ciò che è socialmente possibile, un imperativo in termini di progresso sociale, e gli effimeri dello spirito umano che sono o privi di valore storico-sociale o semplicemente errati.”
Egli afferma che critiche senza "valore storico sociale" o sono errate o saranno di breve durata e scompariranno. Questo processo avrà luogo come uno sviluppo naturale della storia, perché deve proteggere dalle altre forze critiche la sua posizione e quella del Partito che, per sua natura, dovrebbe possedere la reale capacità di criticare la società? Questo perché l'obiettiva affermazione dell'esistenza del partito come coscienza universale è, al contrario, impossibile. E per evitare questa conclusione, tutto ciò che può fare è differenziarsi continuamente dalle altre forze definendole false. In altre parole, l'universalità che il Partito afferma di possedere può ottenere la sua forza solo escludendo quei fattori che ostacolano la sua supposta universalità. Pertanto, Kardelj si sforza di screditare i critici del Praxis sulla base del fatto che stanno deviando dalle critiche obiettivamente giustificate del Partito. Scrive: 

“I nostri critici sociali soggettivisti sono davvero eccessivi nel pretendere di parlare a nome della negazione dialettica dell'esistente, in particolare visto la nostra precedente conclusione la quale spiega che gran parte di tale critica nega l'inizio del nuovo piuttosto che il vecchio, all'interno dell'esistente. Tale negazione dialettica dell'esistente diventa ridicola nella sua identificazione con il principio di anti-regimismo. Quelli che propagano tali concetti non si fermano a indagare sulla natura dell'alternativa all'essenziale o al significato o luogo oggettivo dell'uno o dell'altro elemento nell'esistente come parte del processo di avanzamento storico-sociale. Di conseguenza, essi non possono, o addirittura non comprenderanno, che l'anti-regimismo in linea di principio è nella sua importanza storico-sociale altrettanto priva di senso del pro-regimismo in principio.” 

Kardelj chiama i marxisti del Praxis “i nostri critici sociali soggettivistici” con cui mostra la differenza tra questi critici e i veri critici, che dovrebbero conoscere le condizioni oggettive della società. Denuncia i critici del Praxis per la ragione che non mettono in discussione la reale composizione del mondo oggettivo, ma mettono in discussione tutto nella società esistente. Ma l'argomentazione dei marxisti del Praxis rende difficile sostenere l'accusa di Kardelj. Poiché non hanno mai inteso criticare la società jugoslava nel suo insieme, ma mettere in discussione l'inefficacia del sistema di autogestione in specifici campi, applicando il metodo dialettico in questo modo:

“Un'importante conseguenza pratica del metodo dialettico è l’importante distinzione tra critica come negazione astratta, mirante alla distruzione totale dell'oggetto criticato, e critica come una negazione concreta, Aufhebung, mirante all'abolizione di solo quelle caratteristiche dell'oggetto criticato che costituiscono il suo limite interno essenziale, pur presentando tutte quelle altre caratteristiche (proprietà, elementi, strutture) che costituiscono una condizione necessaria per un ulteriore sviluppo.”

Questa impostazione del gruppo Praxis chiarisce che non sono per la negazione totale dell'esistente e che solo quegli elementi che limitano lo sviluppo sociale dovrebbero essere negati. Questo coincide con la comprensione di Kardelj della negazione dialettica, che egli pensa debba essere applicata secondo la condizione oggettiva degli elementi che strutturano la società. Tuttavia, esclude dal circolo dei veri critici sociali i teorici del Praxis, definendoli soggettivisti, il che implica che essi manchino di una conoscenza obiettiva. In un certo senso, ciò di cui Kardelj aveva paura non era la discordanza teorica tra lui e il gruppo, ma che ci fossero possibilità per altre forze di rappresentare la voce del popolo, che poteva diventare l'opposizione politica al Partito. Gerson Sher interpreta la psiche di Kardelj nel modo seguente: 

“Non era il loro obiettivo [del gruppo Praxis] creare una nuova cultura socialista, ciò a cui Kardelj si opponeva come il pericolo immanente (specialmente se dovessero incontrare ostacoli lungo il percorso verso il loro obiettivo primario) era la possibilità dei marxisti del Praxis di costituire una fazione politica preparata per le lotte politiche. In questa lotta. l'avversario, temeva Kardelj, sarebbe stato il Partito stesso. Per gli individui di partito come Kardelj, una lotta con il Partito non significava solo una vera e propria lotta per il potere ma una seria sfida alla struttura di base del socialismo in Jugoslavia. Sembrava che la sua paura fosse stata confermata quando il movimento studentesco prese forza a Belgrado nel 1968. Sebbene le richieste degli studenti fossero orientate a sinistra e non fossero affatto contro il sistema dell’autogestione, il fatto che questo tipo di rivolte potessero accadere spaventò molto i funzionari del Partito. Da quel momento in poi, è stato possibile per loro prevedere l'emergere di un'opposizione politica che avrebbe messo in dubbio il sistema iniziale e aperto la strada a un sistema multipartitico. Così, il Partito vide negli intellettuali universitari coloro che avevano educato quegli studenti come agitatori del movimento, ciò provocò il loro licenziamento e la messa al bando della rivista.” Allora, era vero che i filosofi della Praxis cercarono di formare una fazione politica opposta al Partito, come temeva Kardelj? La risposta è no. Almeno fino al 1970, quando alcuni di loro iniziarono a pubblicare articoli su effettivi programmi e azioni politiche, la loro attività rimase nell'ambito di un'indagine puramente intellettuale. Questo perché quei marxisti pensavano che non dovevano dedicarsi alla vita politica, che sono i fenomeni all'interno della sfera alienata della politica. Nell'edizione internazionale di Praxis del 1968, pubblicarono un articolo di difesa dalle critiche mosse contro di loro. Fu in questo articolo che essi chiarirono la loro comprensione di base della politica e del potere politico, da cui non erano attratti perché visto come le fonte dell'alienazione. Scrivono: 

“la nostra critica non è (e non vogliamo che sia) una politica, e quindi è quella che si trova esclusivamente nella sfera dell'azione politica diretta, che è una questione quotidiana e comune, orientata verso la pura attualità dell'esistente. Perché non siamo politici e non vogliamo esserlo! Questo perché non possiamo essere una "opposizione politica" contro niente e nessuno. La lotta per il potere non è né la nostra preoccupazione, né la nostra preoccupazione personale, e molto meno la nostra unica ossessione.”

Come si può vedere in questa affermazione, i marxisti del Praxis non erano alla ricerca del potere politico. Secondo loro, la sfera del politico dovrebbe essere priva della lotta per il potere. Altrimenti, può essere solo il luogo dell'alienazione dove ogni decisione viene presa indipendentemente dalla volontà della gente. L’espansione di questa sfera di alienazione, secondo il gruppo, ha come responsabile il Partito. Non era lo scopo del gruppo rappresentare le persone in un altro modo, sostituendo il Partito, perché creerebbe solo un'altra forma di alienazione. Ciò che volevano era la realizzazione dell'ideale del sistema di auto-gestione in cui il processo decisionale diretto viene portato avanti dalla classe operaia e non da coloro che esercitano il potere per conto della classe operaia. Scrivono: 

“coloro che lottano per il potere nel senso tradizionale, vivono e agiscono non secondo gli interessi, ma contro gli interessi della classe operaia e il suo ruolo storico, e vogliono esercitare il potere per conto della classe lavoratrice. Non vogliamo esercitare il potere per conto di nessuno, perché non vogliamo esercitarlo affatto.”

Tuttavia, è possibile che esista questo tipo di sfera, priva di qualsiasi lotta politica per il potere? Questa riluttanza dei marxisti del Praxis verso la lotta per il potere, non è la loro scusa per evitare i vincoli necessari per il reale cambiamento della struttura politica e il cambiamento della società?


La filosofia del gruppo Praxis e la politica

Seguendo la comprensione della politica di Marx, questi filosofi marxisti concepirono la sfera del politico come quella dell'alienazione. In questa sfera, i rappresentanti del popolo prendono decisioni politiche, in cui la volontà della gente è difficilmente reindirizzata. Anche in quei paesi in cui è avvenuta la rivoluzione socialista, questo fenomeno di alienazione non è mai scomparso, perché in questi paesi un partito unico, monolitico e autoritario monopolizzava tutto il potere politico. Invece di realizzare l'emancipazione politica, per non parlare dell'emancipazione umana, il Partito divenne l'unica organizzazione del potere politico, come afferma Marković nel modo seguente:

“il partito come tipo tipicamente borghese di organizzazione politica tende a perpetuarsi. È vero che la composizione sociale del rango e dell'elezione del partito comunista mostra uno spostamento verso la classe operaia, ma l'organizzazione è ancora più autoritaria e l'indottrinamento ideologico sempre più drastico. Il fatto che esista solo una di queste organizzazioni che monopolizza tutto il potere politico non è certo un vantaggio rispetto al pluralismo borghese. La vera soppressione dell'alienazione politica si materializzerà solo quando tutti i monopoli del potere saranno smantellati, quando le organizzazioni autoritarie e gerarchiche come lo stato e il partito gradualmente si estingueranno, venendo rimpiazzate da associazioni autonome di produttori e cittadini a tutti i livelli sociali.”

Quindi, ciò a cui miravano i filosofi era l'estinzione del potere politico, che era rappresentato dal Partito. Ma come ho dimostrato in precedenza, il Partito in Jugoslavia non era contrario a questa idea di estinzione di se stesso. Ciò che importava non era l'idea in sé, ma chi rappresenta o incarna l'idea, e l'obiettività era ciò a cui loro, specialmente Kardelj, ricorrevano per rivendicare la validità di se stessi come l'unico agente di questa rappresentazione. Tuttavia, se la totale trasparenza della rappresentazione della classe universale da parte del Partito non è possibile, l'obiettività su cui si sono basati non può essere totale o completa. È vero anche il contrario: non esiste una soggettività totale che assorba l'obiettività senza residui. Contrariamente al fatto che il Partito cercasse il suo fondamento nell'oggettività, era nella soggettività che i marxisti del Praxis trovavano l'universalità degli esseri umani. Vediamo ora brevemente quale tipo di luogo occupa la nozione di soggettività nella filosofia del Praxis. Il progetto filosofico dei marxisti del Praxis iniziò come una critica del dogmatismo stalinista, che, secondo la loro interpretazione, ridusse la coscienza umana soggettiva a una semplice reazione del movimento oggettivo della storia. I filosofi del Praxis hanno tentato di ripristinare il primo a ciò che pensavano fosse la sua posizione rilevante. Vale a dire, hanno considerato la posizione della soggettività della coscienza umana come quella da cui proviene il potere per il cambiamento sociale. L'immensa possibilità che questa soggettività ha di per sé era quella che chiamavano prassi, che essi ponevano come essenza umana. Sotto un regime come quello stalinista, questa prassi umana è sotto totale alienazione, che è una condizione assolutamente inumana. Per creare una società più umana, i filosofi pensavano che fosse necessario analizzare e criticare i fenomeni di alienazione ed emancipare le possibilità soggettive degli esseri umani, che cambierebbero anche il mondo oggettivo. I filosofi in questo modo assunsero la realizzazione di una totalità armoniosa, regolata dal principio universale attualizzato dalla vera soggettività. Le dinamiche politiche che rendono possibile l'articolazione e la ri-articolazione dell'universale e del particolare aprono un campo di indecidibilità che minaccerà questo tipo di idea che cerca di costruire una totalità completa del sociale. Penso che la paura di questo terreno scivoloso di indecidibilità sia una chiave per comprendere il rifiuto della politica che può essere visto nella filosofia del gruppo Praxis. Negli anni '60 e '70, il gruppo Praxis di filosofi jugoslavi marxisti era in effetti il ​​gruppo dominante di critica del Partito, tuttavia, il gruppo non divenne mai il nucleo di un movimento politico di opposizione assoluto.Invece di formare un'organizzazione politica, la critica del gruppo rimase all'interno della sfera dell'attività intellettuale. La ragione principale per questo, penso, stia nel metodo di critica che hanno adottato, che è l'autocritica dell'ideologia dell'autogestione. Il sistema di autogestione che il Partito ha introdotto all'inizio degli anni '50 sostiene l'autodeterminazione degli stessi lavoratori. La critica fatta dai filosofi non voleva mettere in discussione questo sistema, ma realizzare pienamente l'ideale di quel sistema. Nelle parole di Renata Salecl:

“Secondo i filosofi del gruppo Praxis, le condizioni predominanti nella società jugoslava hanno impedito l'emergere del "socialismo autogestito". Hanno chiesto un programma per abolire il divario tra l'ideale e il reale e per attuare il concetto di autogestione. In altre parole, l'opposizione ha criticato l'istituzione in nome di una versione purificata della propria ideologia.”

In questo modo, il gruppo ha accusato il Partito di monopolizzare il potere politico del processo decisionale nonostante le sue rivendicazioni ufficiali dell'autogestione socialista. Il nucleo del loro metodo critico è la nozione di alienazione, che è stata abbracciata dal giovane Marx sviluppando la dialettica hegeliana, l'importanza della quale, secondo Marx, sta nel fatto che Hegel concepisce l'auto-creazione dell'uomo come processo, oggettivazione, come perdita di oggetto, come alienazione e come superamento di questa alienazione. In questo processo, gli opposti della conoscenza e dell'essere o, in altre parole, il soggetto e l'oggetto sono identici. Ma nella seconda fase dell'oggettivazione, il soggetto espelle parte di se stesso come oggetto e formano una relazione di opposizione. Nella fase finale, la distinzione tra i due è superata e i due sono unificati nella totalità. Il giovane Marx sviluppò questa idea nella direzione umanista che concepisce il secondo stadio come una negazione o alienazione del lavoro come essenza umana e il terzo stadio come recupero di quell'essenza. I filosofi del Praxis hanno identificato questo lavoro umano con la creatività soggettiva che tutti gli esseri umani hanno come potenziale e hanno chiamato questo tipo di essere "l'essere della prassi". Hanno concepito questa soggettività dell'essere della prassi come un valore universale per tutti gli esseri umani, e questa identificazione della soggettività e dell'universalità li ha portati ad attaccare il Partito per aver negato il potenziale umano universale, allargando il divario tra l'ideale e la realtà del socialismo autogestito. Vale la pena notare che per i marxisti del Praxis, il terreno su cui si svolge questo processo decisionale non è considerato un campo di competizione tra agenti particolari per egemonizzare l'universale. Poiché la norma universale della prassi regola il campo, la dimensione antagonistica della politica è stata esclusa. Il loro rifiuto dell'idea di un sistema multipartitico, per esempio, è l'estensione di questo rifiuto della politica. Rifiutando ogni forma di istituzionalizzazione politica come una malvagia fonte di alienazione, i filosofi non erano per un sistema multipartitico, ma per un sistema senza partiti. Avrebbero preferito vedere lo spegnersi dello stato, della burocrazia e dei partiti politici, compreso il partito comunista. Da un lato, la loro supposizione di coscienza soggettiva universale come norma regolativa porta a questa radicale idea di liberarsi del partito stesso ma, d'altro canto, può essere visto come un tentativo di neutralizzare l'impatto dei conflitti tra i particolari che hanno portato alla loro riluttanza ad entrare nell'arena politica e diventare una forza di opposizione nella società jugoslava. Invece di entrare nel campo delle forze politiche e dei conflitti, lo respinsero immediatamente, presupponendo un'armoniosa totalità in cui il partito, come portatore di verità oggettiva, si estinguesse. In questa fase finale, l'oggettività ad essere stata pensata per essere riportata al lato soggettivo e la distinzione tra soggetto e oggetto doveva dissolversi. Tuttavia, come ho sostenuto in precedenza, se non è possibile eliminare il potere politico, il divario tra la verità oggettiva o universalità e il soggetto non può essere colmato. Né una soggettività assoluta può superare l'oggettività. Nelle parole di Laclau, "sono un soggetto proprio perché non posso essere una coscienza assoluta, perché qualcosa di costitutivamente estraneo mi mette di fronte; e non può esserci alcun oggetto puro come risultato di questa opacità / alienazione che mostra le tracce del soggetto nell'oggetto"
Ciò che avviene nella sfera politica è questa contaminazione reciproca e ri-articolazione della relazione tra soggetto e oggetto. Pertanto, se si può pensare ad una simmetria perfetta tra soggetto e oggetto e la loro relazione armoniosa, è possibile solo assumendo un agente assoluto che media lo scarto tra entrambi, cioè il Partito come portatore di significato oggettivo. Il rifiuto del gruppo Praxis di formare un'opposizione politica sotto la scusa che ogni organismo politico limita la realizzazione della prassi umana può essere interpretato come il timore di perdere la garanzia della totalità in cui il baratro tra soggetto e oggetto è colmato. Supponevano che l'universalità dell'essenza umana sarebbe stata realizzata con l'estinzione del Partito, ma dal momento che quella universalità presupponeva necessariamente un particolare agente come il Partito, la loro pretesa di abolire il politico si trasforma facilmente nel sanzionare il monopartitismo, il che dimostra i limiti del loro universalismo.





 

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