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martedì 11 settembre 2018

0 DI MAIO E I CENTRI COMMERCIALI, UN NUOVO CAPITOLO



Il governo giallo-verde porta a casa un piccolo successo, l’aver posto fine al regime di estrema liberalizzazione degli orari di lavoro dei centri commerciali inaugurato da Monti con il suo “Decreto salva Italia”.
L’idea del ministro del Lavoro Di Maio è quella di tornare al passato, pur essendo costretto a rendere conto al palese dualismo tra l’anima grillina e leghista dell’esecutivo concedendo qualcosa al suo alleato di governo.
Il 25% dei negozi resterà aperto per permettere la possibilità di fare acquisti in ogni quartiere
mentre ci saranno delle esenzioni per quanto riguarda le zone turistiche, come richiesto dal ministro con delega per il Turismo Gian Marco Centinaio. 

Non sono mancate polemiche in merito alla proposta di Di Maio.
Il presidente del Consiglio nazionale dei centri commerciali paventa già un calo degli occupati nel settore e aggiunge: “sono giovani e molte donne e con un livello di scolarità che generalmente non favorisce alternative occupazionali”, dimenticando il fatto che nel corso degli anni ci sono stati ministri, addirittura dell’Istruzione, senza una laurea.
Non poteva mancare all’appello il moribondo PD con il suo pifferaio fiorentino che come al solito criticano ogni proposta del governo facendo valere sempre gli interessi del capitale e mai del lavoro, come giustamente osservò tempo fa l’ex Segretario Generale della CGIL Guglielmo Epifani.
Come ha fatto notare il sindacalista Cobas Francesco Iacovone: “La balla dei posti di lavoro sapete che non regge, dal decreto Monti in poi si sono scatenate una serie infinita di crisi aziendali perché il problema dei consumi sta nel reddito basso dei cittadini (anche in questo avete una bella responsabilità), e non nel negozio aperto h24 sette giorni su sette. Ma Voi non sapete neanche che un semplice caffè al centro commerciale (a Roma) invece che i soliti 90 centesimi di euro costa 1 euro e dieci quando va bene. Ma che gli addetti del settore hanno quasi tutti contratti part- time, precari (anche grazie al Vostro caro Jobs Act), e finanche in nero. E spesso guadagnano uno stipendio ben inferiore alla soglia di povertà indicata dell'ISTAT. Non da me, ma dall'ISTAT. Inoltre non tenete in alcun conto la vita di quei 3,4 milioni di disperati, che si sono visti aumentare i carichi di lavoro e diminuire i salari.”


Un altro motivo di scontro riguarda l’esenzione dal lavoro domenicale di una sola categoria di lavoratori mentre ne esistono altri, come poliziotti, camerieri o medici che lavorano di domenica, come fa notare la fin troppa marmaglia liberal che infesta la rete.
L’obiettivo di questa strategia è quello di far prevalere quella che il sociologo statunitense  Christopher Lasch chiamava “la cultura dell’egoismo”.
Atomizzare i salariati e metterli l’uno contro l’altro, impedendogli di capire che questa battaglia è condotta contro l’appropriazione da parte del capitale del nostro tempo libero, una lotta per evitare di consegnare le persone ai tristi fine settimana passati nei luoghi par excellence del consumo.
Bisogna infine distinguere tra bisogni essenziali e non, capendo finalmente che l’imperativo del consumo costante di surplus con cui riempire i nostri fine settimana non è un bisogno essenziale ma qualcosa di indotto dal sistema e che esso usa per la propria riproduzione.
Compreso ciò si capirà l'insensatezza del mettere sullo stesso piano un commesso e un medico.

Alla marmaglia liberal va fatto notare che in Europa, assieme all’Inghilterra, siamo l’unico paese che garantisce totale liberalizzazione degli orari di lavoro dei centri commerciali, come afferma addirittura il liberista Istituto Bruno Leoni.

Ma chi sono questi sfruttati di cui abbiamo parlato sin qui?
Maria Grazia Gabrielli segretaria generale della Filcams Cgil afferma che:

“Negli ultimi anni nella grande distribuzione, in una situazione di liberalizzazione indiscriminata, si è assistito ad una riduzione dell’occupazione pari almeno al 20%, al quale si deve aggiungere il dato relativo alla diffusione di processi di terziarizzazione ed esternalizzazioni di parti rilevanti delle attività commerciali. (...) Il 40% dei lavoratori è con contratti a termine, lavoro somministrato, lavoro a chiamata e indiretto, stage, merchandiser e promoter. Circa il 70% dei lavoratori ha un rapporto di lavoro part time involontario. (...) I lavoratori coinvolti dall’obbligatorietà del lavoro domenicale e festivo raggiungono circa il 35-40% degli addetti e le maggiorazioni previste dai contratti hanno subito negli anni drastiche riduzioni per le difficoltà del settore. (...) Il 40% dei lavoratori è con contratti a termine, lavoro somministrato, lavoro a chiamata e indiretto, stage, merchandiser e promoter.” 

Analizzando la situazione di un lavoratore di un centro commerciale abbiamo uno spaccato reale e importante sul mondo del lavoro oggi in Italia.

 

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