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venerdì 14 settembre 2018

0 FRANK E LA TEORIA DELLA DIPENDENZA


Nel libro "Lo sviluppo del sottosviluppo", Andre Gunder Frank discute i fattori che hanno portato al sottosviluppo in alcune aree del mondo e il rapido sviluppo in altre.

La teoria della dipendenza è un concetto basato sulla relazione globale di dominio economico e sfruttamento da parte dei paesi economicamente più potenti rispetto ai paesi economicamente meno potenti. A causa della distribuzione diseguale di potere e risorse, alcuni paesi si sono sviluppati ad un ritmo più veloce di altri. Frank sostiene inoltre che non possiamo formulare una politica di sviluppo adeguata per la maggioranza della popolazione mondiale senza sapere come la loro passata storia economica e sociale abbia influenzato il loro attuale sottosviluppo. Inoltre, afferma che tendiamo a credere che la loro storia tenda ad assomigliare alla storia dei paesi più sviluppati e che tali presupposti portino a idee sbagliate sullo sviluppo e il sottosviluppo contemporanei.

Frank rifiuta l'idea che il sottosviluppo provenga dall'isolamento di un singolo paese dal mondo e dall'influenza delle società più tradizionali. Al contrario, Frank ritiene che il sottosviluppo derivi dall'ineguale distribuzione delle risorse e dallo sfruttamento dei paesi meno sviluppati ed emergenti da parte dei paesi più sviluppati attraverso la cosiddetta teoria delle "relazioni metropoli-satellite".


Il sistema capitalista mondiale

Frank sostenne che nel XVI secolo emerse un sistema capitalista mondiale, il quale progressivamente bloccò l'America Latina, l'Asia e l'Africa in una relazione diseguale e di sfruttamento con le più potenti nazioni europee.

Questo sistema capitalista mondiale è organizzato come una catena interdipendente: da una parte ci sono le nazioni benestanti, le "metropoli" o le "centrali" (nazioni europee), e dall'altra le nazioni "satellite" o la "periferia", non sviluppate. Le nazioni centrali sono in grado di sfruttare le nazioni periferiche a causa del loro superiore potere economico e militare.

Dal punto di vista della dipendenza di Frank, la storia mondiale dal 1500 agli anni '60 è meglio intesa come un processo attraverso il quale le nazioni europee più ricche hanno accumulato enormi risorse estraendo risorse naturali dal mondo in via di sviluppo, i cui profitti hanno pagato la propria industrializzazione e il proprio sviluppo economico e sociale, mentre i paesi in via di sviluppo sono stati resi indigenti attraverso questo processo.

Scrivendo alla fine degli anni '60, Frank sosteneva che le nazioni sviluppate avevano un interesse particolare nel mantenere i paesi poveri in uno stato di sottosviluppo in modo da poter continuare a beneficiare della loro debolezza economica: i paesi disperati sono pronti a vendere materie prime a un prezzo più conveniente, e i lavoratori lavoreranno per meno salario e con meno diritti rispetto ai lavoratori dei paesi economicamente più potenti. Secondo Frank, le nazioni sviluppate temono lo sviluppo dei paesi più poveri perché il loro sviluppo minaccerebbe il dominio e la prosperità dell'Occidente.

Colonialismo, schiavitù e dipendenza

Il colonialismo è un processo attraverso il quale una nazione più potente prende il controllo di un altro territorio, stabilendo il proprio controllo politico di quel territorio e sfruttando le sue risorse a proprio vantaggio. Sotto il dominio coloniale, le colonie sono effettivamente viste come parte della madrepatria e non come entità indipendenti a sé stanti. Il colonialismo è fondamentalmente legato al processo di "costruzione dell'impero" o "imperialismo".

Secondo Frank la fase principale dell'espansione coloniale fu dal 1650 al 1900, quando le potenze europee, con la Gran Bretagna in primo piano, usarono la loro superiorità tecnologica e militare per conquistare e colonizzare la maggior parte del resto del mondo.

Durante questo periodo di 250 anni, le potenze europee della "metropoli" hanno visto il resto del mondo come un luogo da cui estrarre risorse e quindi ricchezza. In alcune regioni l'estrazione ha preso la semplice forma di estrazione di metalli preziosi o risorse. Nel primo periodo del colonialismo, ad esempio, i portoghesi e gli spagnoli estraevano enormi quantità di oro e argento dalle colonie del Sud America, e più tardi, con la rivoluzione industriale decollata in Europa, il Belgio ha approfittato enormemente dell'estrazione di gomma (per pneumatici per autovetture) dalla sua colonia africana, l’ex Congo belga, e il Regno Unito ha approfittato delle riserve di petrolio di quella che ora è l'Arabia Saudita.

In altre parti del mondo (dove non c'erano materie prime da estrarre), le potenze coloniali europee hanno creato piantagioni nelle loro colonie, con ogni colonia che produceva diversi prodotti agricoli da esportare nella "madrepatria". Con l'evolversi del colonialismo, diverse colonie si specializzarono nella produzione di diverse materie prime (dipendenti dal clima): banane e zucchero di canna nei Caraibi, cacao (e naturalmente schiavi) nell'Africa occidentale, caffè nell'Africa orientale, tè nell'India e spezie, come la noce moscata, nell'Indonesia.

Tutto ciò comportò enormi cambiamenti sociali nelle regioni coloniali: per creare le loro piantagioni ed estrarre risorse, le potenze coloniali dovevano stabilire sistemi di governo locali per organizzare il lavoro e mantenere l'ordine sociale. Spesso veniva usata la forza bruta, ma una tattica più efficiente era quella di impiegare i nativi disponibili ad amministrare il governo locale per conto delle potenze coloniali. Questi venivano ricompensati con denaro e status per mantenere la pace e le risorse che fluivano fuori dal territorio coloniale per andare verso la madrepatria.

I teorici della dipendenza sostengono che tali politiche hanno rafforzato le divisioni tra gruppi etnici e hanno gettato i semi dei conflitti etnici degli anni a venire, in seguito all'indipendenza dal dominio coloniale. In Ruanda, ad esempio, i belgi hanno trasformato la minoranza tutsi nell'elite dominante, dando loro il potere sulla maggioranza hutu. Prima del dominio coloniale c'era una tensione minima tra questi due gruppi, ma le tensioni aumentarono progressivamente una volta che i belgi definirono i tutsi politicamente superiori. Dopo l'indipendenza è stata questa divisione etnica ad alimentare il genocidio ruandese degli anni '90.

Una relazione diseguale e dipendente

Ciò che viene spesso dimenticato nella storia del mondo è il fatto che prima dell'avvio del colonialismo esistevano in tutto il pianeta numerosi sistemi politici ed economici ben funzionanti, molti dei quali basati sull'agricoltura di sussistenza su piccola scala. 400 anni di colonialismo hanno portato alla loro distruzione.

Il colonialismo distrusse le economie locali autosufficienti e indipendenti e le rimpiazzò con economie centrate sulla monocoltura delle piantagioni che erano orientate ad esportare un prodotto nella madrepatria. Ciò significa che intere popolazioni erano effettivamente passate dal coltivare il proprio cibo e produrre i propri beni a guadagnare salari dalla coltivazione e dalla raccolta di zucchero, tè o caffè per l'esportazione in Europa.

Come risultato di ciò, alcune colonie divennero effettivamente dipendenti dai loro padroni coloniali per le importazioni di cibo, il che naturalmente portò ad un profitto ancora maggiore per le potenze coloniali dato che questo cibo doveva essere acquistato con gli scarsi salari guadagnati nelle colonie.

Le ricchezze provenienti dall'America Latina, dall'Asia e dall'Africa e dirette verso i paesi europei hanno fornito i fondi per dare il via alla rivoluzione industriale, che ha permesso ai paesi europei di iniziare a produrre beni di valore superiore, le cui esportazioni hanno ulteriormente accelerato la capacità generatrice di ricchezza delle potenze coloniali e portato ad una crescente disuguaglianza tra l'Europa e il resto del mondo.

I prodotti fabbricati attraverso l'industrializzazione alla fine si fecero strada nei mercati dei paesi in via di sviluppo, minando ulteriormente le economie locali, nonché la capacità di questi paesi di svilupparsi secondo le loro condizioni. Un buon esempio di ciò è l’India degli anni '30 e '40, dove le importazioni a basso costo di prodotti tessili fabbricati in Gran Bretagna minarono l’esistenza delle industrie locali di tessitura a mano. 

Neocolonialismo

Negli anni '60 la maggior parte delle colonie aveva raggiunto la propria indipendenza, ma le nazioni europee continuavano a vedere i paesi in via di sviluppo come fonti di materie prime e manodopera a basso costo e, secondo la teoria della dipendenza, non avevano alcun interesse a svilupparle perché continuavano a beneficiare della loro povertà.

Lo sfruttamento è proseguito attraverso il neocolonialismo, il quale descrive una situazione in cui le potenze europee non hanno più il controllo politico diretto sui paesi dell'America Latina, dell'Asia e dell'Africa, ma continuano a sfruttarle economicamente attraverso modi più sottili.

Frank identifica tre principali tipi di neocolonialismo:

In primo luogo, le ragioni di scambio continuano a beneficiare gli interessi occidentali. A seguito del colonialismo, molte delle ex colonie dipendevano per i loro proventi da esportazione di prodotti primari, per lo più colture da reddito agricolo come il caffè o il tè, che hanno pochissimo valore in se stesse. È la lavorazione di quelle materie prime che aggiunge a questi prodotti valore e la loro elaborazione avviene principalmente in Occidente.

In secondo luogo, Frank sottolinea il crescente predominio delle multinazionali nella valorizzazione del lavoro e delle risorse nei paesi poveri. Poiché queste società sono globalmente mobili, sono in grado di far competere i paesi poveri in una "corsa verso il ribasso" in cui offrono salari sempre più bassi per attrarre l'azienda, la quale non promuove lo sviluppo di queste nazioni.

Infine, Frank sostiene che il denaro degli aiuti occidentali è un altro mezzo con cui i paesi ricchi continuano a sfruttare i paesi poveri e mantenerli dipendenti da essi. Gli aiuti sono, infatti, spesso in termini di prestiti, che sono accompagnati da condizioni, come quella che richiede a questi paesi l’apertura dei loro mercati alle società occidentali.

Strategie per lo sviluppo, allontanarsi dalla dipendenza

Questa teoria sostiene che la dipendenza non è solo una fase, ma piuttosto una posizione permanente. L'unico modo in cui i paesi in via di sviluppo possono sfuggire alla dipendenza consiste nel fuggire dall'intero sistema capitalista. Sotto questa categoria, ci sono diversi percorsi per lo sviluppo:

Isolamento, come nell'esempio della Cina.
Questo paese sta ora emergendo con successo come una superpotenza economica globale avente una forma di produzione inedita, sviluppata grazie ad una serie di riforme guidate dalla stato e dal PCC.

Una seconda soluzione è quella di rompere in un momento in cui il “paese metropoli” è debole, come l'India ha fatto con la Gran Bretagna negli anni '50, dopo la Seconda guerra mondiale. L'India è ora una potenza economica in via di sviluppo.

Terzo, c'è la rivoluzione socialista, come nel caso di Cuba. Ciò, tuttavia, ha comportato l'applicazione di sanzioni da parte degli USA che limitano gli scambi con gli altri paesi, minando le possibilità di sviluppo del paese.

Molti leader dei paesi africani hanno adottato la teoria della dipendenza, sostenendo di voler sviluppare movimenti politici con l’obiettivo di liberare l'Africa dallo sfruttamento occidentale, partendo però da una prospettiva nazionalista invece che di critica alla forma di produzione neocoloniale, come invece fece Fanon.

Sviluppo associato o dipendente

Si può però essere parte del sistema ma adottare politiche di sviluppo nazionale, come nel caso del Sudamerica.
Queste politiche riguarda l’importazione dell'industrializzazione sostitutiva, in cui l'industrializzazione produce beni di consumo che verrebbero normalmente importati dall'estero. 
Il più grande fallimento di queste politiche, tuttavia, è stato nel non voler affrontare il tema delle disuguaglianze all'interno di questi paesi. Ciò per colpa delle élite nazionali che elaborarono queste politiche che portarono si ad una crescita economica ma anche all'esponenziale aumento delle disuguaglianze.




 

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