FF

sabato 22 settembre 2018

0 IL FUTURO DEL LAVORO


Recentemente è uscito il rapporto del WEF, “The future of Jobs 2018”, con le sue previsioni sullo sviluppo del mondo del lavoro nell’epoca della “Quarta Rivoluzione industriale”, il quale delinea un quadro prudente sul rapporto tra automazione e scomparsa di posti di lavoro.
L’automazione dovrebbe produrre circa 133 milioni di nuovi posti di lavoro mentre cancellerebbe circa 75 milioni di posti di lavoro. A rischio piena automazione in Europa sarebbe il 9% dei posti di lavoro ed entro il 2022 il 42% delle mansioni sarà svolto totalmente da macchine.
Secondo molti scompariranno le mansioni più monotone e meno remunerative ma non è esattamente così.
Da questo rapporto traspare un’incerta divisione del lavoro nell’odierna fase di sviluppo del capitalismo e questa incertezza permette l’affermazione del binomio gig economy e automazione.
Andiamo per gradi.

L’automazione, quindi lo sviluppo tecnologico, va analizzata mediante la categoria marxiana di “macchina combinata”, ovvero essere umano + macchina.
Lo sviluppo tecnologico permette l’aumento della produttività ma allo stesso tempo riduce i costi del lavoro.
Per comprendere questo fenomeno possiamo fare riferimento al “taylorismo” con la sua catena di montaggio, tipica delle fabbriche fordiste, dove lavorano quelli che Gramsci definì “gorilla ammaestrati”.
Questo modello di riferimento lo possiamo usare per fare un paragone con una delle multinazionali simbolo della nuova fase di sviluppo del capitalismo, Amazon.
Romano Alquati, uno dei più importanti teorici dell’operaismo italiano, studiò da vicino il “mito” Fiat, attraverso il quale l’impiego in fabbrica veniva spacciato come fonte di modernizzazione ed emancipazione, insomma un lavoro privilegiato. Questo discorso facilitò lo sfruttamento della manodopera meno qualificata e rese difficile l’azione del sindacato.
Allo stesso modo agiscono Amazon e le altre grandi multinazionali del capitalismo delle piattaforme.
Amazon ha importato dalla California un modo di fare impresa che consiste essenzialmente nel fingersi amico del dipendente con lo scopo di anestetizzare la coscienza di classe e, come nel caso della Fiat, sfruttare in maniera più efficiente la manodopera.
Quindi queste aziende usano una neolingua fatta di termini inglesi italianizzati per nascondere i rapporti di produzione tipici di ogni azienda oppure mettono a disposizione zone per lo svago, tutte colorate, per i dipendenti.
In un contesto simile, come disse Zizek in una sua recente intervista, sarebbe rivoluzionario da parte del dipendente rifiutarsi di stare al gioco e imporre un rispetto classico dei rapporti di produzione: io sono il dipendente, te il padrone, quindi ordinami cosa fare e basta.
Non c’è nulla di bello in aziende che si trasformano sempre più in enormi oligopoli, assecondando la tendenza al monopolio del capitale, i quali vanno ad occupare ogni nicchia di mercato, il caso di Amazon è esemplare, condizionando molti aspetti della nostra vita.
Inoltre il successo di queste multinazionali è garantito da una sorta di proletariato del capitalismo delle piattaforme.
La maggior parte dei dipendenti di Amazon sono impiegati nel cosiddetto “machine learning”, ovvero l'apprendimento da parte delle macchine di specifici gesti.
Ciò che non dovrebbe sorprenderci è la qualità di questo lavoro: poco pagato, precario e in costante.
Negli USA rappresentano una parte di quegli elettori, coloro che sono poveri pur lavorando, che stanno producendo la svolta riformista del Partito Democratico.
Torniamo quindi alla questione da cui eravamo partiti, l’incerta divisione del mondo lavoro. Da un lato abbiamo l’automazione e dell’altro la gig economy e non è un caso.
Il capitalismo delle piattaforme si nutre di lavoratori precari, come dimostra il caso dei fattorini di Foodora e simili.
Questa non è una questione di scarse qualifiche o di studi sbagliati, come vorrebbero farci credere, infatti l’automazione minaccia anche le professioni della classe media, come l’analista finanziario, che potrebbe in parte, salvo i lavori creativi ed essenziali per la riproduzione di questo sistema, una sorta di nuova “aristocrazia operaia”, essere risucchiata in questo inferno.
In futuro il salario e la qualità del lavoro saranno un prodotto della capacità di essere “imprenditori di se stessi”, ovvero di piegarsi ad una logica di formazione permanente per poter rispondere al meglio alle esigenze di un mercato fatto di precarietà, quindi instabilità e concorrenza permanente con gli altri precari alla ricerca di uno stipendio per arrivare alla fine del mese.

 

Bollettino Culturale Copyright © 2016 | Created by Tarosky | Powered by Blogger Templates