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domenica 30 settembre 2018

0 LA CRISI INDUSTRIALE ITALIANA

Contro gli apologeti della terziarizzazione dell’economia, contro chi afferma la morte del settore manifatturiero in Europa, mentre risulta ancora essere uno dei settori di traino dell’economia mondiale, proveremo ad affrontare i motivi della crisi dell’industria italiana.

Recentemente il governo giallo-verde sembra aver fatto sua, come abbiamo ripetuto più volte, una nuova idea di politica industriale abbastanza in contrasto con le visioni dei loro predecessori. Soprattutto dal versante grillino si è tornati a parlare di nazionalizzazioni, di maggior ruolo dello stato nell’economia, in particolar modo dopo il disastro di Genova.
Nei fatti abbiamo potuto osservare una buona risoluzione da parte del Ministro Di Maio della questione ILVA, dove è riuscito a preservare i posti di lavoro dell’impianto siderurgico più importante d’Europa, ottenendo alcune importanti garanzie dal punto di vista ambientale.
Il successo di Di Maio, ottenuto dialogando anche con i sindacati, diversamente dal suo predecessore, non rappresenta comunque la nascita di una nuova politica industriale italiana, si tratta essenzialmente di un passaggio da un privato disastroso ad un altro privato mediato dallo stato che ha perso la proprietà dell’ILVA negli anni ‘90.
Vedremo come il governo si comporterà nei casi Autostrade per l’Italia e Alitalia.
Dal punto di vista della normativa riguardante il mondo del lavoro, poco è cambiato.
Il Decreto Dignità è sembrato più un tentativo di aggiustamento delle riforme renziane, sfiorando il problema del precariato e rifiutandosi di reintrodurre l’articolo 18.
Recentemente è riuscito, visto il famoso caso Bekaert Figline, i cui processi produttivi sono stati delocalizzati in Romania, a reintrodurre la cassa integrazione per cessazione di attività cancellata dal Jobs Act renziano.

La situazione dell’industria italiana risulta ancora disastrosa, tenteremo però di capire come si è arrivati a questo e per farlo dobbiamo tornare tra gli anni ‘80 e ‘90.
In questo periodo inizia l’arretramento del perimetro dello stato nell’economia, con le conseguenti privatizzazioni e lo smantellamento dell’IRI, fatto promosso da precise scelte politiche condizionate però da vincoli esterni al paese.
In primo luogo dallo Sme, che ha aperto il paese alla finanziarizzazione dell’economia, ed in seguito dal rispetto dei parametri per poter adottare l’euro.
La rinuncia alla formulazione di politiche economiche capaci di gestire i mutamenti causati dalla globalizzazione hanno prodotto crisi industriali e una perdita notevole nella capacità di innovazione del nostro paese.
Il non aver investito abbastanza nella ricerca, il non aver creato una migliore cooperazione tra università e industrie ha creato un gap importante con le altre nazioni a capitalismo avanzato.
Delle crisi industriali non gestite vorrei prenderne una come archetipo, le acciaierie di Terni.
Terni rappresenta uno storico feudo del PCI e dei suoi eredi, questo ha permesso sempre un buon dialogo tra politica e sindacati, almeno fino alla privatizzazione avvenuta nel 1994, quando ormai si erano imposti i paradigmi neoliberisti, con la cessione dello stabilimento alla multinazionale tedesca ThyssenKrupp.
Uno dei fiori all’occhiello delle acciaierie era l'acciaio magnetico, indispensabile per la produzione dei trasformatori, che attraverso il brevetto OGH, sviluppato a Terni, poteva essere prodotto a costi contenuti mantenendo sempre un’ottima qualità.
Le strategia della nuova proprietà, incentrate sulla produzione di questo tipo di acciaio, risultarono fallimentari e provocarono una serie di dure battaglie sindacali che trovarono il sostegno della popolazione.
I padroni fecero di tutto per isolare la classe operaia dalla popolazione, ottenendo solamente la chiusura, nel 2005, del reparto che produceva l'acciaio magnetico, la cui esistenza era già stata minacciata dalla crisi in cui erano le acciaierie.
Questo risultato poteva essere evitato attraverso un diverso atteggiamento da parte della politica, ovvero rifiutando il dogma del libero mercato come rimedio per ogni malanno.

Gli effetti di tutto ciò si inizieranno ad avvertire seriamento dopo il 2011. Per far fronte alla crisi economica vengono imposte politiche di austerità a cui si somma il regime di cambi fissi derivante dall’euro. Tutto ciò obbliga il nostro sistema industriale a contrarre la base produttiva e occupazionale, riducendo anche il costo del lavoro, non potendo svalutare la moneta, per mantenere la sua competitività sul mercato mondiale.
Ciò ha provocato il crollo del PIL e del mercato interno che, assieme alla compressione dei salari e alle nuove politiche del lavoro, ha favorito le esportazioni, producendo un continuo surplus della bilancia commerciale dal 2012. Siamo infatti il terzo paese nell’UE per esportazioni dopo Germania ed Olanda, anche se in quest’ultimo caso bisogna contare l’effetto dell'importante porto di Rotterdam.
Bisogna quindi riflettere sulla possibilità di elaborare una politica industriale nel quadro dell’UE e la risposta non può che essere negativa.
La nostra spesa pubblica è bloccata dai vincoli al bilancio pubblico e dai trattati europei, con cui la nostra Costituzione è in netta contraddizione.
Infatti i tratti europei sono per lo stato minimo mentre per la nostra Costituzione, scritta da forze politiche per vari motivi ostili al liberalismo classico, lo stato dovrebbe ricoprire un ruolo attivo nell’economia, cosa impossibile nel quadro dell’UE, con il suo articolo 107 contro gli aiuti di stato alle aziende oppure con gli strumenti di politica monetaria nelle mani della BCE.

L’euro quindi ha favorito una riorganizzazione della produzione di profitto, andando a superare alcuni limiti di competitività del capitale italiano tutto a vantaggio però delle grandi aziende e delle multinazionali.
Tutto questo processo è stato pagato dal costo del lavoro salariato e dalle piccole e medie imprese che lavorano principalmente sul mercato interno.
Inoltre l’euro è stato il cavallo di Troia per mezzo del quale sono state applicate misure per contrastare il calo di redditività degli investimenti.
Come afferma Domenico Moro: “L’euro ha favorito l’applicazione di tutte quelle misure che storicamente il capitale impiega per contrastare il calo di redditività degli investimenti: la creazione di un ampio esercito di riserva (disoccupati, precari e sottoccupati), il taglio del salario – diretto, indiretto (welfare) e differito (pensioni) -, l‘aumento del saggio di sfruttamento della forza lavoro, la centralizzazione dei capitali, l’export di merci e investimenti produttivi. Questo, però, non sarebbe stato realizzabile senza la modifica dei rapporti di forza fra le classi all’interno dello Stato e quindi senza la rimodulazione del funzionamento dello Stato nazionale mediante la delega di alcune sue funzioni strategiche al livello sovranazionale europeo. In questo modo, l’integrazione europea ha consegnato al capitale una capacità di riorganizzazione dei rapporti sociali complessivi inedita nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale.  Il risultato è la ripresa dell’accumulazione, almeno per il momento, guidata dallo strato superiore del capitale, quello maggiormente integrato a livello sovranazionale, al costo, però, della maggiore distruzione di capacità produttiva manifatturiera dal ’29, di un'economia nazionale in stagnazione strutturale e in presenza di livelli occupazionali e salariali permanentemente depressi.”

Quindi si capisce anche da dove derivi l’ampio consenso del governo giallo-verde, ovvero dagli sconfitti della globalizzazione, in un arco che va dalla piccola borghesia al proletariato, a cui danno voce il M5S e la Lega.

 

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