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martedì 30 ottobre 2018

0 BOLSONARO: LA VITTORIA DELL'ESTREMA DESTRA IN BRASILE


Il 28 ottobre del 2018 si è manifestato l’incubo, Bolsonaro ha vinto le elezioni presidenziali, venendo eletto Presidente del Brasile con il 55,10% dei voti contro il 44,90% del suo rivale di sinistra Fernando Haddad.
A queste cifre dobbiamo aggiungere il 21,30% di astenuti, il 7,42% di voti nulli e il 2,15% di schede bianche.
Con il Brasile consegnato alla destra più becera, di cui abbiamo già parlato qualche settimana fa, non resta che capire i motivi di questa importante débâcle.
Partendo da questo punto abbiamo la possibilità di percorrere fondamentalmente due strade.
La prima assomiglia alle motivazioni date da Gleisi Hoffmann, leader del PT, ovvero la fabbrica di notizie false diffuse tramite i social di cui, nel corso della campagna elettorale, si è scoperto il mandante, una serie di imprenditori sostenitori di Bolsonaro, che hanno sostanzialmente permesso al candidato del PSL di vincere.
Queste notizie sicuramente hanno avuto il loro peso nell’influenzare l’opinione pubblica ma le cause della disfatta della sinistra brasiliana devono essere ricercate nel modo in cui il PT ha gestito il potere, in ciò consiste la seconda strada che insieme cercheremo di percorrere.
Il PT nasce con istanze estremamente radicali e conflittuali, molto più marcate rispetto al PCdoB, il Partito Comunista del Brasile, ma preso il potere ha progressivamente cambiato approccio.
Messa da parte la conflittualità, il PT si è impegnato nella costruzione di una pace sociale sulla quale costruire una politica fondamentalmente desarrollista, centrata sullo sviluppo delle forze produttive e del capitalismo brasiliano.
In ciò però c’è una sostanziale rottura con il passato, poiché la borghesia compradora locale aveva sviluppato il capitalismo brasiliano non in funzione dei suoi interessi di borghesia nazionale bensì in base al prodotto delle dinamiche centro-periferia che hanno legato quindi il paese agli interessi del centro del capitalismo globale.
Le politiche luliste hanno cercato di sviluppare il paese, attraverso sia eccessivi compromessi con i padroni che attraverso importanti piani per il contrasto alla povertà, ricordiamo che il Brasile è uno dei paesi più diseguali del mondo, come il famoso programma borsa famiglia, con innegabili successi.
Lo sviluppo del paese secondo queste linee guida ha però incontrato evidenti limiti, dettati sia da fattori esterni, in particolar modo il crollo dei prezzi delle materie prime, evento che ha avuto delle ripercussioni su tutte le esperienze del socialismo del XXI secolo della regione legate eccessivamente al binomio estrattivismo-politiche sociali, che alle politiche di sviluppo industriale del settore manifatturiero, eccessivamente delegato a quella porzione di imprenditoria legata in qualche modo al PT.
Lo sviluppo industriale, quindi, non è stato gestito dallo Stato bensì dai privati che, conseguentemente, hanno preteso e ottenuto, per proseguire su questo percorso, sgravi fiscali e compressione dei salari della forza-lavoro.
Perciò è stato impossibile ottenere quel processo di "delinking" dal mercato globale, descritto da Samir Amin, indispensabile per la riconquista della sovranità nazionale, in particolare monetaria ed alimentare. 
La logica conseguenza di una tale politica economica è stata la diminuzione degli investimenti pubblici (passati da una crescita del 25% con Lula ad una media inferiore all’1% con Dilma) e l’adozione, di fatto, della logica della trickle down economics, ovvero l’aumento dei profitti dei padroni come strumento per la lotta alla povertà.
Di conseguenza, questo collasso delle coordinate ideologiche del PT ha spianato la strada al golpe di Temer e allo spostamento del partito a destra, con una progressiva rottura con il resto del campo della sinistra.
Il PT ha pagato, come gli altri partiti che hanno aderito al socialismo del XXI secolo, una politica eccessivamente di compromesso con il ceto medio latinoamericano che oscilla sempre tra reazione e sovversivismo piccolo borghese.
Le logiche immanenti all’estrattivismo gli hanno inimicato i settori più marcatamente ambientalisti e i movimenti degli indios.
Il PT di conseguenza ha spostato sempre di più il suo discorso a destra, come possiamo osservare sia nella scelta di Haddad come candidato, un professore universitario, che dalla sua campagna elettorale, incentrata sulla ricerca del voto di quel ceto medio che invece ha votato in massa Bolsonaro.
Uno degli errori più importanti del PT è stato lo scollamento dai ceti popolari che ha prodotto un coerente rifiuto della mobilitazione delle masse che era invece nelle corde del primo PT radicale di Lula.
Le masse potevano essere mobilitate, grazie al sostegno di movimenti importanti come il MST e il MTST, ed in particolare doveva essere fatto nel momento in cui la giustizia brasiliana si faceva strumento delle reazione, prima con il golpe di Temer e poi con il processo politico ai danni di Lula, e invece questa offensiva ai danni del PT ha certificato il collasso ideologico di cui parlavamo in precedenza.

Cosa bisogna fare oggi?

Posto che queste elezioni hanno molto probabilmente archiviato il lulismo, il PT ha il dovere di fare autocritica e sedersi ad un tavolo per capire le cause alla base di questa epocale disfatta.
Solo dopo aver fatto questo fondamentale primo passo dovrà tornare alla masse per poter organizzare una resistenza doverosa nei confronti di un governo che promette una via autoritaria al neoliberismo.
Il Brasile si appresta a tornare sotto l’ombrello protettivo dell’imperialismo statunitense, rompendo con il progetto BRICS.
Le future politiche economiche del Chicago boy Paulo Guedes, ex professore universitario nel Cile di Pinochet, saranno all’insegna delle privatizzazioni, dell’attacco ai diritti dei lavoratori, delle minoranze, degli indios e della distruzione dell’Amazzonia, che sarà consegnata agli interessi dell'agribusiness.
Bolsonaro si farà tutore degli interessi della borghesia compradora brasiliana, come afferma Roberto Zanini: “Il programma del prossimo ministro da fazenda è thatcheriano. Indipendenza della banca centrale, indipendenza del superministero dell’economia, privatizzazione di tutte le aziende pubbliche – solo quelle federali sono 147, tra le quali autentici giganti del petrolio, dell’elettricità, dei servizi: un’orgia che può valere 500 miliardi di dollari e durare decenni – per ridurre il debito pubblico brasiliano ma soprattutto riformare la previdenza, dal sistema attuale (pensioni pagate dai prelievi sui lavoratori attivi) alla capitalizzazione individuale, quanto versi tanto prendi. Flessibilità del mercato del lavoro, tassa sul reddito fissa al 20%, esenzione per chi guadagna fino a cinque volte il salario minimo, forse persino una piccola imposta sui movimenti finanziari ma solo per chi ritira dividendi, niente per chi reinveste in azienda.”
A questo nefasto programma si assoceranno quei “partiti patrimoniali” come il Mdb, senza di cui è impossibile governare il paese.
Sono forze reazionarie interessate alla sola tutela degli interessi costituiti, da questa galassia esce fuori Temer, che hanno a fatica sopportato e governato, dato il loro profondo odio di classe, con il PT e che già hanno annunciato la disponibilità a governare con Bolsonaro.

Davanti a una situazione simile riorganizzare su nuove basi la sinistra è fondamentale. Ricordiamo sempre le parole di Guevara: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.



sabato 27 ottobre 2018

0 LA CGIL AL BIVIO


A gennaio si deciderà chi sarà il successore di Susanna Camusso alla guida della CGIL, la confederazione sindacale più grande d’Italia.
La scelta del segretario uscente è ricaduta su Maurizio Landini, decisione che è stata enormemente contestata, soprattutto per il metodo con cui è avvenuta, dalla destra del sindacato, legata ancora al PD e che non perdona a Landini presunte simpatie per il governo giallo-verde.
La destra contesta una scelta che non è scaturita da una decisione della maggioranza dell’organizzazione, e ancora cercherà di far gareggiare il proprio cavallo, Colla.
Il parallelo che viene fatto è con il dibattito sulla successione di Trentin, l’ultimo segretario generale della CGIL ex FIOM, del 1994.
All’epoca Trentin propose Alfiero Grandi come suo successore ma la maggioranza dell’organizzazione era con Cofferati e alla fine dovette cedere.
Camusso, da parte sua, giustifica in questi termini la sua scelta: “E’ giusto che il congresso resti in mano agli iscritti e non di altri. E così, come hanno fatto tutti i dirigenti della Cgil, le proposte siano portate al Direttivo [...] La Cgil che discute di sé e della sua prospettiva, di partecipazione e radicamento nel rapporto con i lavoratori e quindi in un ragionamento di pluralità della segreteria, in una valorizzazione del gruppo dirigente di questi anni, l’individuazione del compagno Landini a segretario generale risponde a quei principi di autonomia e di tenuta dell’organizzazione, di capacità di costruire processi unitari e di squadra di cui crediamo si abbia un grande bisogno.”

La vittoria di Landini, per Camusso, rappresenterebbe un segno di continuità rispetto al lavoro svolto durante la propria segreteria, consentendogli di lanciarsi senza troppi problemi alla conquista dell’ITUC, la confederazione sindacale internazionale, dove, con il sostegno dei sindacati europei, sudamericani ed asiatici, dovrà sfidare l’australiana Sharan Burrow.
Landini potrebbe essere l’uomo giusto per continuare il lavoro del segretario uscente ed avere allo stesso tempo la capacità per dialogare con la destra del sindacato e con i lavoratori più giovani, alle prese con il precariato permanente.
Tuttavia resta da risolvere il nodo gordiano dell’opposizione di destra che invece pretende da lei una retromarcia immediata.
La scelta di Landini, però, risulta condivisa dalla maggioranza dei segretari confederali e potrebbe essere rafforzata dall’Assemblea generale, composta in maggioranza dai rappresentanti dei posti di lavoro.

Massimo Franchi scrive che l’opposizione di destra cita: “l’articolo 6.1.1 che definisce "l’elezione dei segretari generali delle strutture". Le proposte di candidatura in Cgil avvengono tramite proposta del "centro regolatore" che "valuta se avanzare" utilizzando "la fase di ascolto". Camusso sostiene di aver avanzato la candidatura Landini dopo aver sondato i territori. A conferma di questo ci sarebbero molti casi di segretari delle camere del lavoro eletti con impliciti endorsement per Landini in questi giorni: Lucca, Cuneo, Ravenna.”

Alla Camusso non resta che evitare una pericolosa spaccatura, cercando, come sembra che vorrà proporre, di affidare ad una commissione di saggi l’individuazione del candidato con maggiore consenso nell'organizzazione, molto probabilmente proprio Landini. 

venerdì 26 ottobre 2018

0 ADAM SMITH A PECHINO, CAPIRE LA CINA ATTRAVERSO SMITH


“Adam Smith a Pechino” è stato uno dei principali lavori dell’economista marxista Giovanni Arrighi, importante collaboratore del più famoso Immanuel Wallerstein.
Arrighi cerca di proporre una lettura atipica del famoso economista scozzese Adam Smith, reinterpretandolo in chiave morale ed egualitaria per poter analizzare la realtà cinese, che non ha mai rinunciato alla costruzione di un mondo egualitario coniugato con la produttività, (si veda il capitolo “Marx a Detroit, Smith a Pechino” che fa il verso ad un saggio dell’operaista Mario Tronti contenuto nel suo “Operai e capitale”), e costruire un mondo in cui il dinamismo commerciale non dimentica gli equilibri sociali.

Arrighi inizialmente si pone una serie di domande in merito allo sviluppo industriale dell’Occidente e della Cina, in particolare sul ritardo accumulato da quest’ultima, e per farlo riprende le analisi di Frank, ovvero: Dove collocare nel tempo questo ritardo? Nel XVI secolo oppure tra XVIII e XIX secolo?

Porsi questa domanda è essenziale per analizzare le modalità con le quali l’Occidente si è imposto sull’Oriente.
Tuttavia Arrighi critica l’impostazione di Frank dello “sviluppo del sottosviluppo”, poiché non tiene nella giusta considerazione le variabili sociali e di classe che hanno permesso l’affermazione capitalistica dell’Occidente sull’Oriente e riduce “i rapporti di classe a semplici epifenomeni della relazione centro-periferia”.
Infatti la vittoria dell’Occidente non ha cause solamente strutturali ed economiche ma anche sociali e culturali.
Lo sviluppo cinese non segue una traiettoria capitalista, nonostante lo sviluppo di scambi commerciali in funzione del profitto e per capire ciò, l’autore fa ricorso allo Smith moralista fautore di un “commercio dal volto umano”, portatore di rapporti internazionali diversi da quelli prodotti dal capitalismo occidentale e nel concreto lo possiamo vedere nell’enfasi posta dal Presidente Xi sulla cooperazione win-win promossa dalla Cina.
Arrighi individua le cause della vittoria dell’Occidente, quindi, nell’affermazione del capitalismo occidentale a livello globale e alla contemporanea stagnazione cinese.
La stagnazione sarebbe stata prodotta dalla contrapposizione tra una “trappola dell’equilibrio di alto livello” e una “trappola di basso livello”, ovvero dal rallentamento dei rapporti commerciali con gli altri paesi. 
Basti ricordare i divieti imposti dai Ming o dai Qing sul commercio internazionale in un periodo in cui il capitalismo occidentale, forte della sua superiorità militare e poi tecnologica, faceva l’esatto opposto.
Nell’analisi del modo di produzione capitalistico Arrighi utilizza tre autori: Smith, Schumpeter e Marx.
Di Schumpeter se ne serve per sottolineare il ruolo distruttivo del capitalismo che produce, però, nuovi equilibri sociali ed economici dagli esiti non sempre scontati e positivi.
Smith risulta centrale nella sua analisi, in particolare per distinguere il concetto di sviluppo “innaturale”, come quello occidentale, e “naturale”, ovvero quello cinese.
Smith viene poi confrontato con Marx, di cui l’autore sottolinea un limite, quello di non aver tenuto adeguatamente in considerazione gli sviluppi economici di carattere commerciale.
Dell’immagine comunemente diffusa di Smith da parte dei liberali Arrighi contesta tre pilastri fondamentali:

1- Smith sostenitore della capacità di autoregolazione del mercato.

2- Smith sostenitore del capitalismo come motore di espansione economica senza fine.

3- Smith come teorico e sostenitore del tipo di divisione del lavoro illustrato nel famoso esempio della “fabbrica di spilli” del primo capitolo della "Ricchezza delle nazioni"

Smith infatti non ha mai dimenticato l’importanza del ruolo di regolatore e moderatore del mercato dello Stato, che deve servirsene per produrre beni di pubblica utilità e per elevare il tenore di vita dei propri cittadini.
Nell’economia politica di Smith era fondamentale la competizione tra capitalisti per poter ridurre il proprio profitto, ad un livello tale da compensare solamente il rischio d’impresa.
Senza questo ruolo svolto dallo Stato il capitalismo non si sarebbe espanso in modo naturale ed illimitato, da questo Arrighi parte per definire un contributo importante di Smith alla teoria economica, ovvero la “legge della tendenza alla diminuzione del tasso di profitto”, che fa risalire non a Marx ma all’economista scozzese, come risultato dell’”incremento della concorrenza che, inevitabilmente, accompagna il processo di accumulazione di una crescente massa di capitale in un ambito di produzione e scambi commerciali circoscritto. Nella misura in cui aumentano i capitali in un paese, i profitti che si possono conseguire con il loro impiego necessariamente diminuiscono”.
Bisogna anche interpretare correttamente l’esempio della “fabbrica di spilli”. Smith difendeva un’equilibrata divisione del lavoro tra città e campagna, ponendosi in maniera ostile dinanzi ad un possibile rischio di eccessivo inurbamento come fattore di stravolgimento sociologico della crescita economica.
Il processo produttivo inteso da Smith doveva comportare una divisione sociale del lavoro e la formazione di organizzazioni specializzate nella produzione di conoscenze scientifiche. 
Il mercato globale che però si è formato non ha seguito le intuizioni di Smith, bensì le geniali analisi di Marx, ovvero l’espansione del mercato globale in funzione della ricerca di nuovi mercati da parte della borghesia.
Questo ci ricollega al concetto di sviluppo innaturale e naturale utile per distinguere Oriente ed Occidente, infatti in quest’ultimo i capitalisti riescono ad imporre i propri interessi sullo Stato, diversamente dall’Oriente.
In Occidente il capitalismo ha trionfato non perché, citando Marx, “la borghesia ha trasformato i governi nei suoi comitati d’affari” ma, usando le analisi di Braudel, perché si è identificato con lo stato quando esso si fa stato.
Inoltre, un’altra differenza risiede nello spostamento dell’eccesso di capitali da un’area all’altra, in una perenne ed intensa competizione interstatale per accaparrarsi i capitali mobili che è del tutto assente in Oriente.
C’è poi un aspetto non analizzato da Marx, Smith e Schumpeter, ovvero la “reciproca relazione fra capitalismo, industrialismo e militarismo” che “sotto la spinta della competizione interstatale avrebbe effettivamente innescato un circolo virtuoso di arricchimento e potenziamento per i popoli di ascendenza europea e un corrispondente circolo vizioso di impoverimento e indebolimento per quasi tutti gli altri” determinando la divisione tra Nord globale ricco e Sud globale povero.
Arrighi poi analizza nel dettaglio i tentativi di imporre un’egemonia, gramscianamente intesa, sul mondo da parte degli USA, la svolta bellicista di Bush e il fallimento degli USA nella costruzione di uno “stato globale” che naufraga proprio davanti alla Cina, che mai, neanche dopo la svolta di Deng Xiaoping, ha ceduto al Washington Consensus e alla sirene del neoliberismo, come vorrebbero far intendere alcuni intellettuali marxisti come Harvey.
Da questa analisi proseguì studiando la “fusione tra capitalismo e imperialismo” ed il ruolo del movimento operaio nell'opposizione al capitalismo internazionale.
L’ultima parte del libro si concentra sulla Cina, analizzando altre importanti differenze con l’Occidente, ed in particolar modo con gli USA.
Arrighi rileva la presenza in Cina di un militarismo molto meno aggressivo di quello occidentale, proteso verso la conquista esterna, senza contare la cessazione di una vera espansione marittima con il tentativo promosso dall’ammiraglio eunuco Zheng He nell’Oceano Indiano tra il 1405 e il 1433.
Aggiungiamo un periodo di pace di trecento anni dal 1592-1598, quando il Giappone cercò di mettere in discussione il sistema tributario cinese, alla prima guerra cino-giapponese del 1894-1895.
Sottolinea, infine, la costruzione di uno Stato moderno in Asia, come la Cina, il Giappone, la Corea o il Vietnam, ben prima della sua comparsa in Europa.
Con la dinastia Ming (1368-1644), la Cina si concentrò sul mantenimento del proprio sistema tributario e a rafforzare le proprie strutture interne, con la presenza comunque di importanti problemi, come rivolte contadine, invasioni dei popoli del Nord e corruzione, come possiamo vedere nel passaggio tra la dinastia Ming e Qing. Quest’ultimi accentuano l'isolazionismo cinese, bandendo il commercio marittimo privato e privando così “il Sud-Est della Cina, fino ad allora vitale crocevia degli scambi fra il mercato cinese e i mercati mondiali”.
Arrighi, usando ancora Braudel, identifica nell’economia di mercato la dimensione profonda della realtà cinese ma il capitalismo privato, anche se arricchito, troverà sempre un muro nell’ideologia dominante e nell'ostilità di fondo della dimensione statuale.
In questo modo i capitalisti privati non poterono sottomettere l’interesse generale al proprio interesse di classe, come avvenne invece in Occidente.
Il “socialismo riformato” odierno, che ha riportato con forza la Cina a ricoprire un ruolo di primo piano nello scenario internazionale, è figlio di questa storia.
In Cina non esiste un modo di produzione socialista classicamente inteso ma neanche il capitalismo, esiste il mercato ma come strumento di sviluppo delle forze produttive gestito, come spiegato per bene da Smith, dallo Stato.
Questo conferma l’analisi di Deng Xiaoping: “Pianificazione e forze di mercato non rappresentano l'essenziale differenza che sussiste tra socialismo e capitalismo. Economia pianificata non è la definizione di socialismo, perché c'è una pianificazione anche nel capitalismo; l'economia di mercato si attua anche nel socialismo. Pianificazione e forze di mercato sono entrambe strumenti di controllo dell'attività economica".

I capitalisti cinesi odierni confermano ciò che afferma Arrighi, Smith è nella realtà delle cose in Cina. 
Basti vedere come producono quella “pressione al ribasso sui saggi di profitto”, alimentata anche dai capitali immessi dai cinesi provenienti dall’estero, prodotto della competizione tra capitalisti cinesi che si muove verso l’interesse nazionale.
Si tratta di un’”accumulazione senza spoliazione” che non produce impoverimento intellettuale nella classe operaia a seguito anche di una diversa divisione del lavoro.
L’economia cinese non è competitiva a causa dei bassi salari, bensì grazie all’adozione di tecniche basate sull’impiego di lavoro qualificato invece che di macchinari o dispendiosi dirigenti. In questo c’è ancora una volta la presenza di Smith, il quale credeva che una forza-lavoro capace di auto-dirigersi tiene bassi anche i costi di gestione.
Viene, inoltre, privilegiata la risorsa umana piuttosto che materiale e questo sistema ha permesso la tutela dell'indipendenza economica e del benessere dei contadini.
Esistono certamente molte contraddizioni da risolvere, per esempio la questione ecologica, solo recentemente persa sul serio dal PCC, la questione della disponibilità di risorse naturali per la produzione e per il consumo, problema che può anche essere esteso all’India, le disuguaglianze sociali prodotte dal rapido sviluppo cinese, l’enorme disparità in termini di sviluppo tra zone costiere e interne ed infine il conflitto tra forze produttive ed apparato statale che sarà essenziale per l’evoluzione di questo particolare sistema verso una nuova forma di socialismo, diversa da ciò che abbiamo visto nel XX secolo.

mercoledì 17 ottobre 2018

0 ANALISI DEL DEF: QUESTIONE PENSIONI


Un’altra questione spinosa evidenziata dal DEF è quella riguardante le pensioni. 
Molti lavoratori prossimi alla pensione hanno votato in massa Lega e M5S poiché l’obiettivo di entrambi i partiti era il superamento della “riforma Fornero” che ha abolito il sistema delle quote e adeguato l’età pensionabile all’aspettativa di vita, tutto per adeguare il sistema pensionistico ai dogmi del neoliberismo.
La riforma è andata in questo modo a colpire una fascia di lavoratori a cui si è chiesto di lavorare 5 o 6 anni in più.
Ad oggi, con la “riforma Fornero” ancora in vigore, gli uomini vanno in pensione a 64 anni con 42 anni e 10 mesi di contributi mentre le donne con 41 anni e 10 mesi e dal primo gennaio del 2019 l’età pensionabile verrà portata a 67 anni, record europeo e mondiale.
La proposta del governo giallo-verde per il superamento di questo stato di cose è la famosa “Quota 100”, derivante dalla somma dei contributi e l’età minima per andare in pensione, nel progetto del governo dovrebbe essere il risultato di 38 anni di contributi e 62 anni di età.
Per ottenere ciò saranno stanziati circa 5 miliardi di euro, a cui potrebbero aggiungersi le risorse derivanti dal taglio delle pensioni d’oro, le pensioni superiori ai 4500 euro, che dovrebbero essere ricalcolate con il metodo contributivo.
Proprio il metodo contributivo rischia di portare ad un taglio del 20% degli assegni dei futuri pensionati.
La “Quota 100” verrà affiancata dalle “pensioni di cittadinanza” di cui abbiamo già parlato nel precedente lavoro dedicato al reddito di cittadinanza.

Criticità della proposta e possibili soluzioni

La proposta del governo rischia di avvantaggiare in misura rilevante solo alcune categorie, come i dipendenti pubblici o di alcuni settori dell’economia non colpiti dalla crisi, poiché non tiene conto delle criticità della situazione contributiva italiana degli ultimi 10 anni che rende 38 anni di contributi un miraggio per molti lavoratori.
Inoltre vengono posti paletti importanti come il limite di 2 anni ai contributi figurativi, pagati durante la maternità oppure mentre vengono utilizzati ammortizzatori sociali.
Anche l’ipotesi del riscatto della laurea sembra facilitare pochi lavoratori, dato che il costo di questa operazione sale nel corso degli anni.
Bisogna infine ribadire che questi requisiti sono un miraggio per i giovani lavoratori alle prese con un mercato del lavoro precario e con una pensione interamente calcolata con il metodo contributivo.
Ai giovani, preso atto di ciò, dovrebbe essere garantita una “pensioni di garanzia” per chi è rimasto attivo per 30 o 40 anni, come proposto da Michele Raitano. Lo Stato dovrebbe farsi carico dei contributi non pagati e garantire un assegno di 980 euro al mese.
La situazione viene brillantemente analizzata nel suo complesso dal professor. Felice Roberto Pizzuti:  “Se si proietta nei prossimi due-tre decenni la situazione attuale del sistema economico e dell’assetto pensionistico, larga parte di coloro che sono entrati nel mercato del lavoro a partire dalla metà degli anni ’90, oltre ad essere penalizzati da salari bassi e saltuari nella vita attiva, lo saranno in misura corrispondente anche come pensionati. E’ da questa corrispondenza che trae alimento la “bomba sociale” attesa.

L’elevata età di pensionamento favorirà tassi di sostituzione anche accettabili, ma che si applicheranno a retribuzioni finali già prossime o inferiori alla soglia del reddito di povertà.

Nei prossimi due decenni, il rapporto tra pensione media e salario medio diminuirà, così come il rapporto tra pensione media e Pil per occupato; dunque crescerà il divario tra i redditi degli attivi e quelli da pensione con inevitabili effetti negativi sul patto sociale intergenerazionale e sulla coesione sociale.

Poiché i sistemi pensionistici trasferiscono parte del reddito correntemente prodotto agli anziani, la loro situazione reddituale potrà migliorare rispetto alle attese se la dinamica del Pil sarà più accentuata e se ne saranno fatti compartecipi dalle future generazioni attive.  Ma per interrompere la tendenza in atto dell’impoverimento relativo degli anziani e per realizzare un’equa redistribuzione del reddito disponibile, qualunque sia il suo livello, occorrerà modificare l’assetto attuale, attenuando il collegamento rigido tra le prestazioni e i contributi versati.

Non si può continuare a rapportarsi alla “questione previdenziale” con un’ottica finanziaria e congiunturale, ignorando i delicati rapporti economici e sociali strutturali che essa implica. Le carenze del sistema economico che gravano sugli attuali disoccupati non possono essere estese anche ai loro redditi pensionistici.

Occorre smettere di considerare il sistema pensionistico come il “bancomat” cui attingere per cercare di migliorare i conti pubblici; essendo il sistema già in attivo di bilancio, persistenti prelievi a suo carico implicano un’ iniqua redistribuzione del reddito a danno dei lavoratori/pensionati. Ma questo tipo di redistribuzione ha effetti negativi anche sulla domanda e sui tassi di crescita, contribuendo a ridurre il reddito che può essere diviso tra le varie generazioni.

Per non incorrere in questi effetti negativi sia sociali che economici, la dinamica della pensione media dovrebbe essere simile a quelle del salario medio e del Pil per occupato.

Per procedere in questa direzione, una misura necessaria è quella di riconoscere alle attuali generazioni attive, penalizzate da storie lavorative saltuarie, contributi figurativi per tutti gli anni di disoccupazione accertatamente involontaria.

Peraltro, le contribuzioni figurative non implicano esborsi immediati per il bilancio pubblico; in ogni caso, per il loro finanziamento futuro si può attingere ai saldi attivi già esistenti nel sistema pubblico di cui va tenuta la contabilità.

Viceversa, ogni tentativo di sostituire il sistema pubblico a ripartizione con quello privato a capitalizzazione implica la necessità di risorse aggiuntive nell’immediato, cioè di ulteriore risparmio in una situazione economica che, invece, richiederebbe maggiori consumi e investimenti.

In ogni caso, lo sviluppo della previdenza privata a capitalizzazione non potrà attenuare la “bomba sociale”; l’adesione ai fondi privati è accessibile a chi avrà già una storia lavorativa in grado di generare una pensione pubblica adeguata, ma non lo è per chi non maturerà una pensione pubblica insufficiente.

La previdenza privata, anche se utile a chi può aderirvi, comunque implica maggiori costi di gestione e prestazioni più incerte poiché legate alla variabilità dei mercati finanziari. Inoltre, a causa della struttura del nostro sistema economico caratterizzato da piccole e medie imprese per lo più non quotate in Borsa e a causa dallo scarso spessore del sistema finanziario, il nostro risparmio previdenziale gestito dai fondi pensione privati (circa 150 miliardi di euro) viene investito per circa il 70% (oltre 100 miliardi)  all’estero, dove finalmente si ricongiunge con i nostri giovani particolarmente istruiti e intraprendenti che non trovano occupazione in Italia; ma ciò avviene a favore di altri paesi e a detrimento della nostra crescita economica, sociale e civile.

Purtroppo, la politica economico-sociale e la politica tout court stanno perseverando in un approccio alla previdenza contrario agli insegnamenti della “Grande recessione” e controproducente per il benessere economico e sociale del nostro Paese.”

A quest’analisi vorrei aggiungere la proposta, per certi versi simile, di Massimo Franchi contenuta nel suo libro “L’inganno delle pensioni”, uno spunto che potrebbe aiutarci nel distinguerci dalla proposta giallo-verde e dagli anatemi dei socialtraditori.
Franchi vuole uscire dal paradigma dell'austerità del sistema pensionistico per abbracciare l’idea della redistribuzione, utilizzando i risparmi già ottenuti e futuri per ridefinire tutto il sistema.
Per ottenere ciò riprende l’idea di Raitano di cui abbiamo parlato in precedenza e del reddito minimo dignitoso per far fronte al lavoro precario e in questo contesto garantire ai giovani lavoratori di oggi una pensione umana domani. 


venerdì 12 ottobre 2018

0 L'UMANESIMO RIVOLUZIONARIO DI ERNEST MANDEL DI MICHAEL LOWY


Ernest Mandel era conosciuto non solo come il principale teorico della Quarta Internazionale, ma anche come uno dei più grandi economisti marxisti della seconda metà del XX secolo. Tuttavia, l'eco del suo lavoro si diffuse ben oltre i ranghi del movimento fondato da Leon Trotsky o della cerchia di studenti di economia.

Da Parigi a San Paolo, da Berlino a New York e da Mosca al Messico, le ragioni di questa grande attrazione, interesse e simpatia sono numerose. Certamente, una di queste consiste nella dimensione umanistica rivoluzionaria dei suoi scritti.

Questa dimensione è uno dei principi unificanti del suo pensiero, un filo rosso che attraversa il suo lavoro, sia esso il dibattito economico a Cuba, la povertà nel Terzo mondo, l'economia politica marxista o la strategia rivoluzionaria di oggi. Ogni questione - economica o politica - ogni evento, conflitto o crisi, tutti legati a una prospettiva globale, alla lotta per un'emancipazione umana universale e rivoluzionaria. La sua opera non era prigioniera di un punto di vista ristretto, di un approccio tecnico o tattico, di un metodo economicista o "politicista", ma assumeva sempre una più ampia prospettiva umanistica rivoluzionaria e storica.

È il motivo per cui i suoi scritti economici non si limitano mai ad analizzare solo le forze astratte e le "leggi economiche", ma parlano di esseri umani concreti, della loro alienazione, del loro sfruttamento, della loro sofferenza - e del storia delle loro lotte, del loro rifiuto di sottomettersi al dominio del capitale. È vero che l'umanesimo di Mandel non aveva nulla a che fare con l'ambiguo "umanitarismo" così di moda al giorno d'oggi. Per un marxista come lui, il futuro dell'umanità dipendeva direttamente dalla lotta della classe degli oppressi e degli sfruttati.

L'umanesimo marxista non è stato analizzato in nessuno degli scritti di Mandel in particolare: si trova in tutto il suo lavoro. Nelle poche pagine che seguiranno, cercheremo di raccogliere le sue idee sull'argomento e, in una certa misura, sistematizzarle e criticarle, senza alcuna pretesa di completezza. Non è necessario chiarire che questa è una interpretazione del suo pensiero - ispirata in gran parte a marxisti "eterodossi" come Lucien Goldmann e Walter Benjamin. Ci concentreremo soprattutto su tre temi centrali, strettamente collegati e dialetticamente articolati: il carattere inumano del capitalismo, il socialismo come realizzazione delle potenzialità umane, nonché l'argomento a favore di un ottimismo antropologico.

Ci sono sorprendenti lacune nel suo lavoro: troviamo molto poco sul dibattito sul "teorico dell’antiumanesimo" Althusser o sulla discussione intorno alla concezione marxista della natura umana. Ma questo può essere spiegato dalla sua riluttanza a intraprendere controversie strettamente filosofiche. Più inquietante è la mancanza di attenzione dedicata ai crimini contro l'umanità: il gulag stalinista, Hiroshima e persino Auschwitz (fino al 1990). Non si può dire che questi eventi storici siano assenti dai suoi scritti, ne fa menzione (in particolare negli ultimi dieci anni), ma con uno stato marginale, senza dare tutto il loro significato storico-mondo come il disastro della modernità.

Mandel era troppo un orgoglioso erede dell'Illuminismo, un discepolo dell'Illuminismo francese e della sua filosofia ottimistica del progresso storico, per percepire questi eventi come rottura di civiltà, come punti di riferimento centrali del XX secolo o come argomenti a favore di una critica generale - nello spirito della Scuola di Francoforte - di tutta la moderna civiltà industriale. Non li capì nemmeno come una sfida all'idea di progresso inerente a una certa interpretazione "classica" del marxismo, o come una svolta importante nella storia umana che richiedeva una diversa interpretazione del nostro secolo.

La critica del capitalismo come sistema inumano è per Mandel - come per lo stesso Marx - uno dei principali argomenti a favore della necessità di lottare contro questo modo di produzione e in favore della sua abolizione rivoluzionaria. Certamente, Mandel - come Marx - è consapevole del ruolo civilizzatore del capitalismo e del suo contributo al progresso umano attraverso lo sviluppo esponenziale delle forze di produzione. Ma insiste sul fatto che, fin dall'inizio, "il capitalismo industriale ha sviluppato una combinazione di progresso e regressione, forze produttive e tendenze regressive". La natura regressiva e "inumana" del capitalismo si manifesta nella mutilazione della vita e della natura umana, il potenziale per la libertà, la felicità e la solidarietà dell'umanità.

Il capitalismo è un sistema che produce e riproduce lo sfruttamento, l'oppressione, l'ingiustizia sociale, la disuguaglianza, la povertà, la fame, la violenza e l'alienazione. Il concetto di alienazione che è, l'asservimento degli esseri umani da parte del prodotto del proprio lavoro, le "leggi" della produzione delle merci, l'organizzazione sociale trasformata in forza ostile e indipendente è una componente essenziale della critica di Mandel al capitalismo. Come risultato dell’alienazione, gli esseri umani sono scappati - dopo una certa misura, alla tirannia del destino naturale di diventare vittime di sventura sociale che sembra condannare l'umanità a crisi, guerre, dittature e forse un domani, ad un disastro nucleare. Il lavoro alienato è un'alienazione della natura umana, una negazione dell'essere umano come essere sociale e politico, significa subordinare l’uomo ad un accumulo irrazionale dei rapporti di ricchezza. Utilizza formule come:  “la divisione del lavoro mutila la persona umana in un modo che è incompatibile con la natura umana, nonché lo sviluppo armonico dell'individuo”. (È infatti in questi pochi passaggi in cui Ernest Mandel utilizza il concetto di natura umana).

Nel suo libro sulla formazione del pensiero economico di Karl Marx, Mandel sostiene che i marxisti. quasi sempre associati ai partiti comunisti, come Wolfgang Jahn, Manfred Buhr, Auguste Cornu, Emile Bottigelli e naturalmente Louis Althusser rifiutino il termine alienazione, definito come "non scientifico", "pre-marxista" e associato a Feuerbach e al "giovane Marx". In contrasto con questa posizione, Mandel spiega che il termine Entfremdung non scompare in nessun modo negli scritti economici successivi di Marx: uno studio della sua evoluzione intellettuale mostra il passaggio da una concezione antropologica di alienazione, caratteristica dei Manoscritti 1844, ad una concezione storica, che si trova nella ideologia tedesca, nei Grundrisse e anche nel Capitale.

L’alienazione capitalista produce e riproduce la venalità universale e la mercificazione della vita sociale: tutto deve essere venduto o acquistato sul mercato. La privatizzazione frenetica dei consumi e della vita distrugge il tessuto vivente delle relazioni umane, diminuendo il valore della comunicazione orale e dell'azione comune, lasciando gli uomini senza vincoli di affetto e simpatia provenienti da gruppi collettivi, o producendo sempre più solitudine e cinismo. L'individualismo egotico, la competitività e il profitto sono le motivazioni che dominano le relazioni sociali e portano ad una guerra di tutti contro tutti che rimuove i sentimenti, i valori e le iniziative di azione che caratterizzano l'umanità: la protezione dei deboli, la solidarietà, il desiderio di cooperazione e di sostegno reciproco, l'amore per il prossimo. (Ateo marxista Ernest Mandel non ha esitato a fare uso di questo termine "cristiano" nei suoi scritti).

Homo homini lupus et omnium contra omnes bella: non è solo l'espressione essenziale della natura umana, come Hobbes e molti altri ideologi borghesi scrivevano-, ma piuttosto l'espressione dello spirito del capitalismo. La logica del sistema porta a massicce forme di violenza sociale, tra cui la distruzione brutale pre-capitalista, per tutto il lungo processo di accumulazione primitiva e la colonizzazione descritto da Marx ed Engels.
Con l'ascesa dell'imperialismo, le forme coloniali di violenza vengono trasferite, con lo stesso livello, nelle metropoli avanzate, prendendo la forma delle guerre mondiali e del fascismo. Non c'era un solo anno senza guerra dal 1935. La prima guerra mondiale, che ha ucciso decine di milioni di persone, è stato un punto di svolta nella storia del genere umano a causa dei suoi livelli di brutalità e di violenza. Ma è stato superato, e di gran lunga dal secondo conflitto mondiale, con i suoi 80 milioni di morti e nuovi livelli di barbarie, sconosciuta fino a quel momento,: Auschwitz, Hiroshima. "Quale sarà il prezzo di una terza guerra mondiale?"

Chiaro che il capitalismo non ha il monopolio della barbarie, essendo il suo rivale ed alter ego, il sistema burocratico stalinista responsabile di altri crimini mostruosi. I processi e le "purghe" degli anni '30 furono per Mandel "tutta una serie di tragedie e delitti prodotti su una scala gigantesca," con l'uccisione di milioni di vittime, tra i quali i leader più comunisti dell’Unione Sovietica. L'elenco dei crimini stalinisti inizia con la collettivizzazione forzata in URSS e si conclude con gli orrori del regime di Pol Pot in Cambogia.
Prevenire nuove guerre e prevenire ulteriori esplosioni di barbarie, queste sono alcune delle ragioni più urgenti per combattere il sistema capitalista - mentre si combatte contro la sua controparte burocratica. "Socialismo o barbarie": la formula di Rosa Luxemburg che spesso appare negli scritti di Mandel sottolinea con forza il fatto che l'avvento di un mondo socialista non è altro inevitabile, ma è solo una delle tante possibilità di sviluppo storico futuro. Non a caso il titolo scelto da Mandel per il Manifesto della Quarta Internazionale del 1992 era  “Socialismo o la barbarie”, proprio agli albori del 21° secolo.

Questo modo di porre l'alternativa mostra che Mandel non scrisse di nessun "oracolo", cioè come una persona che afferma di prevedere un futuro inevitabile, come un "profeta". Il profeta esprime solo un'anticipazione condizionata: parla dell'imminente disastro che avverrà se il pericolo esistente non verrà affrontato. Se capita bene, la profezia è una componente essenziale di ogni discorso strategico rivoluzionario come nel famoso pamphlet di Lenin del 1917, la catastrofe imminente ed i mezzi per evitarla.

Dal 1985, l'espressione "socialismo o barbarie" viene progressivamente spostata nel discorso di Mandel verso un nuovo: "socialismo o morte". Il capitalismo porta a catastrofi suicidi che minacciano non solo la civiltà, ma la sopravvivenza fisica della specie umana che potrà essere salvata da un’azione rivoluzionaria su scala globale contro il sistema stesso.

È una concezione troppo apocalittica del futuro? Mandel non ha esitato a usare visioni "apocalittiche" per illustrare le sue richieste di attenzione. Nel suo saggio del 1990 sul futuro del socialismo, evoca l’arrivo effettivo dei quattro cavalieri dell'Apocalisse: la minaccia di una guerra nucleare, il pericolo di un disastro ecologico, l'impoverimento del Terzo Mondo e le minacce alla democrazia nelle metropoli. Mandel è stato particolarmente incensato dalla morte di 16 milioni di bambini ogni anno nei paesi del terzo mondo a causa della malnutrizione e di malattie curabili (secondo l'UNICEF): "Ogni cinque anni, questa catastrofe silenziosa causa lo stesso numero di vittime delle guerre scoppiate nel XX secolo, incluso l'Olocausto e Hiroshima. L'equivalente di diverse guerre mondiali contro i bambini dal 1945: questo è il prezzo della persistenza del capitalismo internazionale ".

Nonostante l'"ottimismo antropologico" di Mandel (che analizzeremo in seguito), non vi è alcuna credenza compiacente nel "progresso" irreversibile o in qualsiasi fede nel futuro. Se il marxismo deve allearsi, come disse una volta Gramsci (citando un'espressione di Romain Rolland), con il "pessimismo della ragione" e l’ "ottimismo della volontà", non manca però il pessimismo razionale che richiama l'attenzione di Mandel sul "Profetico”. Per esempio, in uno dei suoi ultimi libri pubblicati, “Potere e denaro” (1992), ha dichiarato: "Se l'irrazionalità continua a dominare nel campo delle armi nucleari e della minaccia di un disastro ambientale, l'umanità è destinata all’estinzione." La sopravvivenza della specie umana dipende dalla sua capacità di fermare "il suo percorso verso l'autodistruzione". In altre parole, se le cose rimangono "business as usual", se nessuna azione rivoluzionaria non si verifica, il corso "naturale" della storia, della tendenza spontanea della pseudo razionalità capitalista porterà alla catastrofe. Questo pessimismo della ragione è una delle fonti di senso morale e politico sull’urgenza che deriva dagli scritti di Ernest Mandel, così come la superiorità della sua diagnosi con tante previsioni blande e pastose di "progresso sociale". Mandel non credeva nel progresso lineare e insisteva sulla necessità di spiegare e spiegare, in termini marxisti, la "successione di periodi di barbarie e civiltà nella storia umana".

Solo la rivoluzione proletaria e l'instaurazione di un nuovo modello di produzione, di un nuovo modo di vivere, di una nuova civiltà fondata sulla cooperazione e la solidarietà, cioè il socialismo, solo quell'insieme di cose può prevenire il disastro. Per Mandel, il destino dell'umanità è intimamente legato alla vittoria della classe operaia internazionale. L'emancipazione dell'umanità nel suo complesso dipende dall'emancipazione del proletariato, ma dobbiamo ricordare che entrambi i termini non sono identici: "l'emancipazione proletaria è una condizione assoluta dell'emancipazione umana generale; sì, è solo una condizione, non un sostituto." L'emancipazione universale richiede non solo la liberazione della classe operaia, ma l'abolizione di tutte le forme di oppressione e sfruttamento umano: quella delle donne, delle nazioni dominate e dei popoli colonizzati.

Infatti, per Mandel, la lotta rivoluzionaria del proletariato è definita in termini marxisti classici. ed è il legittimo erede ed esecutore di migliaia di anni di sforzi di emancipazione dell'umanità, da Spartaco, Thomas Münzer a Babeuf. C'è una continuità storica nella lotta contro l'ingiustizia sociale, una potente tradizione di lotte umane contro le condizioni disumane che alimentano l'azione emancipativa proletaria.

La moderna causa rivoluzionaria si basa su interessi materiali obiettivi di una classe sociale dei dipendenti, nel senso più ampio, ma richiama anche, secondo Mandel, i sui valori etici nella imperativo categorico (nel senso kantiano del termine , ma con un contenuto completamente diverso) che Marx stesso ha formulato: lottare contro qualsiasi condizione sociale che implichi lo sfruttamento, il degrado, l'oppressione, l'alienazione degli esseri umani.

Combattere al fianco delle vittime di ingiustizia, contro la disumanità, contro le condizioni sociali disumane che trasformano il mondo in un inferno, è un dovere elementare, sulla base di un principio assiomatico: l'unico valore supremo per gli esseri umani è il valore degli stessi esseri umani. Senza contraddire questo obbligo morale, il materialismo storico e la difesa del proletariato nella lotta di classe gli forniscono ulteriori giustificazioni.

Questo dovere di lottare contro lo sfruttamento, l'ingiustizia, l'oppressione e le circostanze disumane non è in alcun modo motivato dalla cieca fiducia che tale combattimento si concluda con il trionfo del socialismo. Anche se la scienza ha dimostrato che questa lotta non ha alcuna possibilità di successo nel futuro immediato, l'imperativo categorico rimarrebbe valido: "La resistenza alle condizioni disumane è un diritto e un obbligo dell'essere umano indipendentemente da ogni conoscenza o previsione scientifica".

Se il socialismo rivoluzionario, rappresenta la speranza di interrompere la corsa catastrofica dell'umanità verso l'autodistruzione, in tal modo per aprire una nuova era, per il marxismo, al contrario di quanto molti critici superficiali cercano nella "fine della storia", ovvero il "Paradiso sulla terra", la felicità suprema o l’armonia stabile: è solo la fine della "preistoria" umana, la fine delle tragedie indegne degli esseri umani e l'inizio della vera storia umana, del vero dramma umano. Le lotte di classe spariranno, sostituite da nuovi conflitti, degni della specie umana e non di animali.

Il socialismo è anche il primo passo verso la libertà. Il controllo cosciente della produzione da parte degli individui associati nella pianificazione democratica è l'inizio della realizzazione della libertà attraverso la comunità, con la soppressione delle estenuanti pressioni esterne create dalle leggi economiche della produzione mercantile, le presunte "Leggi di ferro dell'economia".

In uno dei più suggestivi passaggi del suo “Trattato di economia marxista”, Mandel rifiuta categoricamente l’impostazione positivista del marxismo, agli occhi della quale le leggi economiche sono "oggettive" e "necessarie", riducendo in tal modo la libertà alla "coscienza della necessità", perdendo l’"autentica tradizione umanistica di Marx ed Engels "per la quale" il regno della libertà comincia alla fine del regno della necessità e afferma che la libertà non è una costrizione del liberamente accettato: "consiste nello sviluppo libero e autonomo degli esseri umani, in un processo permanente di cambiamento e arricchimento. Nel socialismo, non ci sono "leggi ferree" né c'è alcun posto per l'"economia politica" in senso stretto, in quanto la produzione si basa su decisioni libere e democratiche di individui associati, in base alle esigenze sociali delle loro comunità.

Per il rivoluzionario umanista Ernest Mandel, il socialismo non è un obiettivo "produttivista". In questi scritti economici, sottolinea che, nel socialismo, lo sviluppo delle forze produttive cessa di essere fine a se stesso per diventare un mezzo per raggiungere obiettivi umani: la crescita di individualità socialmente arricchita. Le merci sono sempre più distribuite attraverso diversi mezzi di circolazione monetaria, in base alle esigenze. Invece di accumulare cose, di produrre sempre più merci, l'obiettivo è lo sviluppo polivalente degli esseri umani, la realizzazione di tutte le loro potenzialità umane. Il criterio della ricchezza sarà quindi il tempo libero, il tempo per l'espressione creativa e lo scambio sociale, permettendo a ciascuno il proprio sviluppo, per essere una persona completa e armoniosa.

Il moderno homo faber non ha tempo né possibilità di creare liberamente, né di giocare, né di esercitare le sue capacità spontaneamente e senza egoismo; quando queste attività sono precisamente la specificità della prassi umana. L'umano socialista potrà essere nuovamente, come nel passato pre-capitalista, homo faber e homo ludens nella realtà, ludens pur non dimenticando faber: "il disinteresse materiale è coronato dalla spontaneità creativa che riunisce in un’unica eterna giovinezza il gioco del bambino, l'impulso dell'artista e l'eureka del saggio ".

In altre parole, il socialismo non è uno "stato", un "sistema", ma un processo storico di progressiva umanizzazione delle relazioni sociali, capace di condurre al lancio di un nuovo sistema di relazioni umane piuttosto che relazioni reificate e, in ultima analisi, il nuovo essere umano: "l’umanesimo socialista che mette la solidarietà umana e l'amore del prossimo a capo di tutti i motivi dell'azione umana è un notevole contributo alla nascita del nuovo essere umano."

Non è solo una semplice utopia? Nonostante la sua ammirazione per Ernst Bloch, Mandel categorizzò raramente le proprie posizioni sul socialista come possibile alternativa come "utopistico", un aggettivo usato troppo spesso per eliminare le proposte di cambiamento sociale "impossibili", "non realistiche" e "irrealizzabili" perché radicali. Ma in “Potere e soldi” fa riferimento alla famosa riabilitazione del sogno di Lenin, mettendo in discussione la definizione convenzionale e restrittiva del termine "utopia":

"Lenin, per quanto improbabile, anzi ha sottolineato l'importanza del diritto a sognare, a condizione che il sogno è su ciò che ancora non esiste, ma potrebbe essere fatto in un certo contesto, in determinate circostanze ... L’utopia nel senso più ampio del termine, è stato uno dei grandi motori della realizzazione del progresso storico. Nel caso della schiavitù, per esempio, la sua abolizione non sarebbe avvenuta se i rivoluzionari e gli utopisti abolizionisti si fossero limitati a combattere per migliori condizioni di vita degli schiavi."
Secondo Mandel, il sogno rivoluzionario, l'orizzonte immaginario del futuro, la speranza di un cambiamento radicale, sono tutte componenti essenziali della vita umana: come Ernst Bloch, uno dei suoi autori contemporanei marxisti preferiti, egli insiste sul fatto che l’essere umano è un homo sperans, cioè un essere mosso dal "principio della speranza". Naturalmente, in Mandel, questa dimensione utopica non si oppone alla dimensione scientifica: entrambi sono elementi necessari del movimento socialista a favore dell'emancipazione rivoluzionaria.

La scienza può dimostrare l'esistenza della lotta di classe, ma non la sua risoluzione: "socialismo o morte". L'impegno per la causa del proletariato socialista, non v'è necessariamente un elemento di fede, che è (per usare la definizione di Lucien Goldmann), una credenza nei valori transindividuali la cui realizzazione non può essere oggetto di prove fattuali o scientifiche. In uno dei suoi primi saggi di una certa ampiezza, l'articolo Trotsky, l'uomo e la sua opera (1947), il giovane Ernest Mandel ha già scritto quanto segue:

"Nel cuore di ogni autentico marxista c'è una credenza nell'essere umano, senza la quale ogni attività rivoluzionaria perde il suo significato. Nel corso degli ultimi venti anni della sua vita, anni di battaglie, di ritiro, la lotta contro l'infamia, la calunnia e il crescente degrado del genere umano, Trotsky ha sostenuto con fede incrollabile, senza cadere nella trappola di illusioni la sua fede nell'essere umano che non ha nulla di mistico o di irrazionale. È solo la più alta forma di coscienza."

Questa fede nell'essere umano, negli esseri umani, è intimamente legata, nel marxismo rivoluzionario, alla credenza nel potenziale di emancipazione della classe sfruttata. In un articolo il cui titolo sorprendente è “La vittoria di Leon Trotsky”, pubblicato nel 1952, nel peggiore momento della Guerra Fredda, Mandel affermò quanto segue:

"Il trotskismo è prima di tutto una credenza, la fede inalterabile nella capacità del proletariato di tutti i paesi di prendere le redini del proprio destino. Ciò che differenzia maggiormente il trotzkismo dalle altre correnti del movimento operaio è questa convinzione. La convinzione di Trotsky non era irrazionale o mistica, ma era basata su una profonda comprensione della struttura della nostra società industriale".

Lucien Goldmann ha scoperto un comune denominatore tra l'impegno di Pascal per l'esistenza di Dio e l'impegno socialista per la realizzazione dell'autentica comunità umana: entrambi implicano la fede, il rischio di fallire e la speranza di trionfare. In un evidente riferimento alla tesi di Goldmann (che conosceva bene), Ernest Mandel afferma nel suo saggio sulle ragioni della fondazione della Quarta Internazionale (1988) che, dato che la rivoluzione socialista era l'unica possibilità per la sopravvivenza della razza umana, era ragionevole scommettere sulla sua lotta per la sua vittoria:

"L'equivalente dell'impegno di Pascal per l'impegno rivoluzionario non è mai stato più rilevante di oggi. Senza impegno, tutto è perduto in anticipo. Come potremmo smettere di scommettere su di esso anche se le probabilità di vittoria non fossero superiori all'1%? In realtà, le possibilità sono maggiori."

Al centro della fede rivoluzionaria di Ernest Mandel risiede una sorta di ottimismo antropologico, cioè un ottimismo basato sulla convinzione che, in definitiva, l'aspirazione all'emancipazione abbia un fondamento antropologico. "La ribellione è inerente all'essere umano; finché l'umanità continuerà a esistere, gli oppressi e i sottomessi si ribelleranno contro le loro catene e le specie rivoluzionarie non scompariranno mai".

Ciò non significa che i marxisti abbiano una concezione ingenua e unilaterale dell'intrinseca "bontà" della natura umana: sono d'accordo con la psicologia moderna (Freud) che gli esseri umani sono esseri contraddittori e ambivalenti. Il suo carattere combina individualismo e socializzazione, egoismo e solidarietà, spirito distruttivo e creatività, Thanatos ed Eros, irragionevolezza e razionalità. Tuttavia, come insegna l'antropologia contemporanea, gli esseri umani sono esseri sociali. Ciò significa che esiste la possibilità di organizzare la società in modo tale da favorire il potenziale umano di creatività e solidarietà.

D'altra parte, ci sono anche motivi storici di ottimismo: lo studio delle società primitive mostra che l'avidità non è una componente della "natura umana" ma un prodotto di certe circostanze sociali. Lungi dall'essere un "parte integrante" della natura umana, la tendenza verso l'accumulazione primitiva di ricchezza non è esistita per migliaia di anni: cooperazione e solidarietà erano alla base delle attività delle comunità tribali o di villaggio. Non c'è una ragione a priori per cui queste non dovrebbero diventare qualità umane universali in una futura comunità socialista mondiale. Non è un caso che, per secoli, il socialismo sia stato il sogno di un ritorno alla perduta "età dell'oro".

Va notato che questo argomento è uno dei pochi momenti "romantici" dell’analisi di Mandel dell'umanesimo rivoluzionario, cioè il riferimento positivo per le qualità umane e sociali di alcune società arcaiche pre-capitaliste distrutte dalla civiltà capitalista e reinventate nel socialismo moderno.

Sulla base di questo "antropologico ottimismo" dell’umanista rivoluzionario, Mandel rifiuta categoricamente ogni forma di "pessimismo antropologico": il dogma della natura fondamentalmente "cattiva" dell’essere umano è pura superstizione. Un prodotto della scuola pseudo scientifica di Konrad Lorenz, il quale studiò la presunta aggressività universale degli esseri umani, questa mistificazione reazionaria è stato messa sotto controllo dalla teoria psicoanalitica di Freud, molto più profonda, dimostrando che sia Eros e Thanatos sono componenti essenziali della psiche umana. Mandel riassume il problema nella conclusione di “Potere e soldi”:

"I socialisti ritengono che possiamo ancora evitare l'apocalisse se aumentiamo il livello di razionalità del nostro comportamento collettivo, se cerchiamo di prendere il controllo del nostro futuro. Queste sono la libertà e l'autodeterminazione per le quali combattiamo. Credendo che l'umanità non sia capace, che non sia "realistico", si dà per scontato che gli uomini e le donne siano congenitamente incapaci di conservare se stessi. Questa è pura superstizione, una nuova versione del mito del peccato originale."

Questo ottimismo della volontà fondata sull’antropologia è un elemento critico del personaggio di Ernest Mandel come pensatore marxista e combattente: illumina tutta la sua vita, le sue azioni ed i suoi scritti politici. Senza di ciò, è quasi impossibile comprendere episodi così incredibili della sua vita come le sue due fughe dai campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Era certamente una componente importante della sua forza personale e della sua coerenza, il suo fascino persuasivo come oratore pubblico, l'entusiasmo e la speranza che potesse suscitare così spesso nei suoi ascoltatori e lettori.

Ma quando questa funzione era ancora un "ottimismo della volontà" (in senso gramsciano, che è, combinato con un "pessimismo della ragione") e una sorta di "ottimismo della ragione" infondato, o semplicemente troppo eccesso di ottimismo, e divenne una fonte di grande debolezza. Questo ha portato ad alcune delle sue più rosee previsioni oracolari, molto ripetute e contraffatte sulla "salita impetuoso delle masse" e “l'imminenza di una rivoluzione avanzata" in URSS, in Spagna, in Germania, in Francia, in Europa e nel mondo intero. Questo fenomeno è iniziato molto presto, come mostra il seguente esempio: in un articolo del 1946, Mandel, alias "E. Germain ", insisteva che le ribellioni degli anni ‘44 e ‘45 erano solo" la prima fase della rivoluzione europea". "Non ci sarà alcuna stabilizzazione relativa", scrisse, "la situazione attuale non è altro che la calma prima della tempesta, uno stadio transitorio verso la rivoluzione generale". Chiudendo la porta ad ogni possibile risposta, E. Germain ha concluso che ciò che ha ispirato tale analisi "non era l'ottimismo, ma il realismo rivoluzionario". Non è necessario aggiungere alcun commento qui.

Le previsioni eccessivamente ottimistiche di Mandel erano di breve durata. Ma il suo messaggio umanista rivoluzionario rimane più pertinente che mai:

"I marxisti non combattono contro lo sfruttamento, l'oppressione, la violenza di massa contro gli esseri umani e l'ingiustizia su larga scala solo perché questa lotta promuoverà lo sviluppo delle forze produttive o del progresso storico. Combattiamo questi fenomeni solo perché è scientificamente provato che la lotta finirà con la vittoria del socialismo. Combattiamo lo sfruttamento, l'oppressione, l'ingiustizia e l'alienazione nella misura in cui si tratta di condizioni disumane e indegne. Sono una ragione e un motivo sufficienti."

L’impegno politico e morale incrollabile di Ernest Mandel a favore della emancipazione dell'umanità, il suo potente sogno di una solidarietà umana universale, sarà con noi per molti anni ad ispirare la lotta delle generazioni future.

mercoledì 10 ottobre 2018

0 ROSIGNANO: UNA DELLE METE TURISTICHE MAGGIORMENTE INQUINATE D'ITALIA


Come ben sappiamo, la società dominata dal modo di produzione capitalista è ricca di contraddizioni e di problemi: dallo sfruttamento alle speculazioni, passando per la corruzione, le crisi, la delinquenza e l'inquinamento.
Nel territorio del comune di Rosignano Marittimo, in Toscana, uno dei principali problemi è l'inquinamento, al quale contribuisce una nota multinazionale belga: il Solvay Group.
Il Solvay Group è una multinazionale con sede a Bruxelles fondata dall'industriale belga Ernest Solvay nel 1863 ed è specializza nel settore chimico e delle plastiche.  Nel 1909 Ernest Solvay decise di aprire la sua principale filiale nel "Bel Paese" a Rosignano Marittimo, iniziando la costruzione di uno degli stabilimenti chimici più grandi d'Europa nel 1913.
La Solvay iniziò a produrre la soda caustica già nel 1916 e da questo stabilimento riuscì a soddisfare completamente le necessità di tale prodotto in tutta Italia.
Successivamente lo stabilimento si espanse, utilizzando il lago di Santa Luce per ottenere l'acqua necessaria per i propri cicli produttivi e costruendo la Solvada, il pontile della Solvay lungo 1720 metri, che viene utilizzato dal 17 luglio 1979.
Gli operai della Solvay ricevono un salario tutto sommato dignitoso se confrontato con altre realtà lavorative.
Tuttavia lo stabilimento è fonte di gravissimi problemi dal punto di vista ambientale, difatti, grazie alla Solvay, la Toscana è la sesta regione in Italia per numero di reati ambientali.
La multinazionale possiede dei tubi di scarico con i quali immette in mare (oppure nel fiume Fine) le sostanze chimiche di scarto da lei prodotte, le quali hanno reso bianche le spiagge di Rosignano, trasformandole nelle "Spiagge Bianche" di Rosignano, un importante meta turistica a causa dell'atipica colorazione che la fa sembrare una spiaggia caraibica.
Le sostanze chimiche, nocive per l'uomo, presenti nel mare ed in quella spiaggia sono tantissime, ciò rende tale realtà pericolosa per la salute di ogni potenziale bagnante, tuttavia, al posto del divieto di balneazione che è stato applicato solo in un piccolo tratto del litorale, la spiaggia di Vada riceve annualmente la bandiera blu, il famoso vessillo della FEE (Foundation for Enviromental Education, in italiano Fondazione per l'Educazione Ambientale).
Questo avviene perché il comune di Rosignano Marittimo le ha trasformate in una preziosa fonte di guadagno nell'ambito dello sviluppo del locale settore turistico, trasformando un problema ambientale in un'attrazione turistica.
Di conseguenza il comune si mostra indifferente davanti all'inquinamento dell'ecosistema marittimo e alle sue cause.
Negli anni '90 la Solvay venne costretta a demolire il Villaggio Aniene perché era troppo vicino allo stabilimento ed i cittadini di quel villaggio rischiavano di ammalarsi frequentemente o, nel peggiore dei casi, di restarci secchi.
Inoltre, dall'altra parte del fiume Fine, nella frazione di Polveroni, le terre sono state contaminate dal mercurio e da altre sostanze chimiche di scarto prodotte dalla Solvay.
L'Inquinamento prodotto dalla Solvay colpisce anche l'aria, rendendola contaminata a causa dei fumi prodotti dalle sue ciminiere. 

Contributo gentilmente concesso da Samuele Cheli - Gruppo Collettivo MYCUS

martedì 9 ottobre 2018

0 ELEZIONI IN BRASILE: AL PRIMO TURNO VINCE BOLSONARO


Il primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile ha segnato il trionfo di Bolsonaro, rimandando però al ballottaggio del 28 ottobre la partita finale.
Bolsonaro ha ottenuto il 46% dei voti, contro il 29,3% del suo rivale Haddad, il candidato di Lula e del PT, alla guida di una coalizione in cui troviamo anche i comunisti brasiliani.
La vittoria al primo turno del PSL è stata evitata grazie al trionfo del PT nel Nordest e nel Parà, alcune tra le zone più povere del paese che hanno enormemente beneficiato nel corso degli anni in cui il paese venne governato dal PT delle politiche sociali elaborate dal partito di Lula, e nelle periferie delle città brasiliane.
Bolsonaro si è aggiudicato le fondamentali San Paolo e Rio De Janeiro mentre il PT si può consolare con l’elezione al primo turno dei suoi candidati al ruolo di governatori negli stati di Cearà, Bahia e Maranhao, dove vince un candidato espressione dei comunisti.
Il Congresso che si viene a formare vede l’esclusione a sorpresa di Dilma Rousseff ma ciò che ci dovrebbe inquietare è la presenza ancora più esigua dei rappresentanti degli afrodiscendenti e degli indios.

Per poter approfondire questa bozza di analisi dobbiamo prima fermarci un attimo e ricostruire la storia di Bolsonaro.
Bolsonaro nasce a Glicério, una città nello stato di San Paolo, e cresce in un Brasile governato dal regime dei militari, intriso di un anticomunismo viscerale.
In questo ambiente si forma, diventa anch'egli un militare, per l’esattezza un capitano di artiglieria.
Dopo la transizione alla democrazia abbandona la carriera militare, dopo aver polemizzato aspramente con i suoi superiori per le scarse paghe, entrando in politica.
Inizialmente si iscrive al Partito Democratico Cristiano, con il quale sarà eletto consigliere comunale di Rio De Janeiro per poi diventare deputato nel 1990.
In 26 anni cambierà 8 partiti, finendo infine nell’attuale PSL di cui presto otterrà il pieno controllo trasformandolo in una corazzata che rischia di portarlo al potere.
Bolsonaro è riuscito a presentarsi come un candidato anti establishment, nemico dei corrotti e comunisti del PT.
La sua forza non risiede tanto nel programma, di cui in verità parla poco e della cui stesura, soprattutto in materia economica, ha delegato al Chicago boy neoliberista Paulo Guedes, futuro Ministro dell’Economia di Bolsonaro che promette già un bel pacchetto di privatizzazioni per abbassare il debito pubblico, ma nel suo linguaggio violento.
Di uscite deliranti ne ha fatte molte nel corso degli ultimi anni, tutte indirizzate nei confronti dei suoi nemici: comunisti, neri, indios, poveri, donne e omosessuali.
Per esempio: Meglio un figlio morto che omosessuale, deputata lei è così brutta che non si può neanche stuprarla, il bandito buono è il bandito morto, i quilombolas (discendenti degli schiavi fuggiaschi) non servono neanche come riproduttori, ho fatto quattro figli maschi e in un momento di debolezza anche una femmina, l’errore della dittatura è stato torturare e non uccidere ed è lui in persona a dedicare il suo voto contro il presidente Dilma all’uomo che la torturò, il colonnello Alberto Brilhante Ustra.

Per quanto concerne i casi di corruzione che negli ultimi anni hanno sconvolto la politica brasiliana: “resta fuori dal Petrolão. Entra però nel Lista de Furnas (finanziamento illecito e lavaggio di denaro di big dell’elettricità) o il caso Jbs-Carne Fraca, 200mila reais dal gigante della macellazione, ha una moglie segretaria assunta, promossa e strapagata dal congresso, generosi rimborsi a un’altra, i figli della terza tutti in politica con papà, la portaborse che non esiste ma qualcuno incassa il suo stipendio, l’inspiegabile arricchimento dopo il 2010 (immobili per milioni di reais e le due supercase di famiglia alla Barra de Tijuca, il quartiere degli straricchi di Rio).”

Il personaggio descritto, sembra un Trump brasiliano, non era inizialmente il candidato dei centri di potere brasiliani ma alla fine, con il collasso dei partiti tradizionali, sono dovuti convergere su questo nostalgico della dittatura militare.
Mass media, come Globo, finanzieri, mercati, grazie al suo programma neoliberista, imprenditori, latifondisti e sette evangeliche, cosa che gli ha regalato anche voti di settori popolari, lo hanno trasformato nel proprio campione per poter sconfiggere il PT.

Haddad ha davanti un compito arduo, recuperare l'iniziale svantaggio per salvare dalla catastrofe il Brasile, il quale rischia di vedersi ricacciato negli anni bui della dittatura, così tanto elogiata da Bolsonaro secondo cui l’unico errore è stato quello di non aver fucilato abbastanza.
Posto che molto probabilmente riceverà il sostegno degli altri candidati, soprattutto Ciro Gomes con il suo 12,47% di voti, dovrà essenzialmente concentrarsi su quelle 7 milioni di schede nulle, 3 milioni di schede bianche e quei quasi 30 milioni di astenuti.
Haddad non è un leader carismatico, non è un uomo che viene dal popolo come Lula, formatosi nelle dure battaglie da sindacalista, è essenzialmente un intellettuale che un po’ per caso si è trovato in questa situazione, grazie direi all’azione di quelle forze che oggi sostengono Bolsonaro ed hanno impedito la candidatura di Lula, contro cui il loro candidato avrebbe avuto poche possibilità di vincere.
Nonostante ciò il PT, ed i suoi alleati, dovranno impegnarsi per far capire che il programma di Bolsonaro, dietro l'immancabile deriva securitaria, rappresenta la naturale evoluzione del governo Temer, ovvero attacco alla proprietà pubblica, ad ogni forma di sussidio e aiuto sociale e svendita del paese ai capitali esteri e su queste basi dovrà costruire la contronarrazione con cui provare a vincere questa sfida disperata per salvare il paese, convincendo anche quel ceto medio bianco, giovane ed istruito che in massa ha votato Bolsonaro.

domenica 7 ottobre 2018

0 ANALISI DEL DEF: REDDITO DI CITTADINANZA


Uno degli storici cavalli di battaglia dei grillini è senza dubbio il reddito di cittadinanza, di cui avanzarono una proposta già nel 2014. Questa proposta è radicalmente diversa da quella avanzata nel DEF, infatti nella prima versione era prevista l’erogazione del reddito per tutti i poveri assoluti e relativi in Italia (14 milioni di persone) mentre in quella attuale è prevista solamente per 3 milioni e 400 mila poveri assoluti, con l’esclusione di 1,6 milioni di stranieri rientranti in questa categoria.
A ciò aggiungiamo la pensione di cittadinanza prevista per 1,68 milioni di pensionati che percepiscono un assegno sotto i 500 euro al mese, per un totale di circa 6 milioni di persone coinvolte in questa proposta.
Il reddito e la pensione sono calcolati mediante il rapporto tra il reddito Isee e altre tipologie di entrate, nel caso del reddito di cittadinanza, o la pensione percepita e i soldi necessari per arrivare a 780 euro, ovvero il reddito mediano pro-capite. 

L’erogazione del reddito di cittadinanza sarà vincolato dalla disponibilità del cittadino a lavorare gratuitamente 8 ore alla settimana per lo Stato e cercare lavoro, oppure formarsi professionalmente.
In seguito saranno avanzate delle proposte di lavoro dai centri per l’impiego. Il disoccupato avrà tre possibilità per accettare un impiego, oltre le quali si vedrà togliere il reddito di cittadinanza.
Nel caso non dovessero nel breve periodo palesarsi offerte di lavoro, sembra che il reddito di cittadinanza verrà erogato per almeno tre anni, non più per 18/24 mesi come si pensava.
Le risorse per finanziare questo reddito verranno trovate accorpando il ReI renziano, Naspi, Dis-Coll, “garanzie giovani” e il rimanente verrà aggiunto mediante risorse ottenute in deficit, per raggiungere un totale di 17 miliardi di euro.
I centri per l’impiego, parte essenziale di questo progetto, verranno riformati utilizzando 2 miliardi di euro da trovare con i fondi europei per la formazione professionale.
Al momento queste strutture trovano lavoro al 4% dei potenziali lavoratori e soffrono di una scarsa digitalizzazione, essenziale per il loro funzionamento nell’ottica del reddito di cittadinanza.
Bisogna aggiungere che un altro tassello di questo quadro va sistemato, ovvero l’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive, i cui lavoratori, nella maggior parte dei casi, soffrono di una precarietà cronica.
Infine il reddito di cittadinanza sarà erogato mediante bancomat o una App, un sistema che ricorda una nuova versione della Social Card di Tremonti e dovrà essere speso almeno il 75% del totale, pena la sua diminuzione.

Cosa rappresenta questo reddito di cittadinanza?

Si tratta dell’importazione in Italia delle strategie neoliberiste per la gestione della povertà, come già avviene in paesi come la Germania o gli Stati Uniti.
Non siamo di fronte ad una misura assistenzialistica, come amano ripetere i socialtraditori del PD, ma ad una specifica tipologia di gestione del povero chiamata Workfare, ovvero lavorare per avere un “benessere”.
Di conseguenza non è assolutamente un reddito universale di base come vorrebbe far intendere il nome, bensì è un reddito vincolato da doveri specifici di cui abbiamo in precedenza parlato.
Il modello da cui prendono le mosse è il “Mississippi Works”, un database ideato da Mimmo Parisi per far incontrare domanda e offerta in uno degli Stati americani con il costo del lavoro e il tasso di partecipazione al mercato del lavoro più basso.
Le aziende non sono state attratte da questo sistema ma dal costo del lavoro basso, questo fattore va tenuto in estrema considerazione dal governo perché significa mettere a regime un mondo del lavoro caratterizzato da bassi salari e scarse tutele, con il rischio di trasformare ampie zone del paese in tante aree con forza-lavoro sottopagata e senza tutele da vendere al miglior offerente.
Il reddito di cittadinanza rischia di creare una gigantesca riserva di questa tipologia di manodopera, della cui formazione si farà carico lo Stato, da chiamare e mandare a casa a seconda delle necessità dei padroni.
Questa mia preoccupazione è rafforzata dal modello da cui nasce il “Mississippi Works” e lo affianca negli Stati Uniti, ovvero il Food Stamp Program, un programma di aiuti federali per l’acquisto di alimenti di cui usufruisce il 15% della popolazione statunitense.
Nel corso degli anni '90 si è trasformato in una carta di debito per l’acquisto di alimenti.
Siamo di fronte ad un modello che non lotta contro la povertà ma la gestisce, creando un esercito di lavoratori poveri. 

Un ultimo punto da tenere in considerazione è la tracciabilità degli acquisti, con la loro catalogazione in necessari e non necessari.
Oltre al fatto di dover spendere almeno il 75% del totale del reddito percepito, in questo modo si tutela la condizione di consumatore del povero, categoria essenziale per la sopravvivenza del capitalismo, bisogna dimostrare con i propri acquisti di essere poveri, in una visione del mondo che percepisce l’uomo in base ai propri bisogni primari.
Chi esce da questa logica verrà punito, con l'invenzione del “falso in reddito di cittadinanza” che potrà costare fino a 6 anni di galera.
Ovviamente non voglio difendere chi usufruirà di questo reddito e nel frattempo lavorerà in nero truffando la collettività, si tratta di segnalare una logica precisa che muove nella sua totalità questa proposta. 

Il reddito di cittadinanza rischia di creare un esercito di lavoratori poveri, impossibilitati ad uscire da questa situazione, condannati a vivere attraverso un mercato del lavoro precario ed instabile.
Si tratta dell’esatto opposto del reddito universale di base, quanto mai necessario per sottrarsi al ricatto di questo mondo del lavoro.
Questo governo ha anche ribadito una certa continuità di fondo con gli altri governi in merito  all’idea che ha del povero, scagliandosi con ferocia, come fece a suo tempo la signora Fornero, contro i lazzaroni.
Il lazzarone è visto come colui che si sottrae alla disciplina del lavoro, alla religione della produttività, dell’iperattivismo e dell'imprenditore di te stesso.
Viene visto come colui che non fornisce il suo contribuito all’autosfruttamento della forza lavoro, un mascalzone che non si arrende neanche davanti all’instaurazione di una società che baratta la sorveglianza con un mercato del lavoro precario ed instabile.
Si tratta di puro odio di classe che bolla come nemico della società una delle sue categorie più deboli, a cui invece dovremmo lanciare un'ancora di salvataggio fatta di speranza, sicurezza, amore e riscatto della propria vita. 


 

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