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mercoledì 17 ottobre 2018

0 ANALISI DEL DEF: QUESTIONE PENSIONI


Un’altra questione spinosa evidenziata dal DEF è quella riguardante le pensioni. 
Molti lavoratori prossimi alla pensione hanno votato in massa Lega e M5S poiché l’obiettivo di entrambi i partiti era il superamento della “riforma Fornero” che ha abolito il sistema delle quote e adeguato l’età pensionabile all’aspettativa di vita, tutto per adeguare il sistema pensionistico ai dogmi del neoliberismo.
La riforma è andata in questo modo a colpire una fascia di lavoratori a cui si è chiesto di lavorare 5 o 6 anni in più.
Ad oggi, con la “riforma Fornero” ancora in vigore, gli uomini vanno in pensione a 64 anni con 42 anni e 10 mesi di contributi mentre le donne con 41 anni e 10 mesi e dal primo gennaio del 2019 l’età pensionabile verrà portata a 67 anni, record europeo e mondiale.
La proposta del governo giallo-verde per il superamento di questo stato di cose è la famosa “Quota 100”, derivante dalla somma dei contributi e l’età minima per andare in pensione, nel progetto del governo dovrebbe essere il risultato di 38 anni di contributi e 62 anni di età.
Per ottenere ciò saranno stanziati circa 5 miliardi di euro, a cui potrebbero aggiungersi le risorse derivanti dal taglio delle pensioni d’oro, le pensioni superiori ai 4500 euro, che dovrebbero essere ricalcolate con il metodo contributivo.
Proprio il metodo contributivo rischia di portare ad un taglio del 20% degli assegni dei futuri pensionati.
La “Quota 100” verrà affiancata dalle “pensioni di cittadinanza” di cui abbiamo già parlato nel precedente lavoro dedicato al reddito di cittadinanza.

Criticità della proposta e possibili soluzioni

La proposta del governo rischia di avvantaggiare in misura rilevante solo alcune categorie, come i dipendenti pubblici o di alcuni settori dell’economia non colpiti dalla crisi, poiché non tiene conto delle criticità della situazione contributiva italiana degli ultimi 10 anni che rende 38 anni di contributi un miraggio per molti lavoratori.
Inoltre vengono posti paletti importanti come il limite di 2 anni ai contributi figurativi, pagati durante la maternità oppure mentre vengono utilizzati ammortizzatori sociali.
Anche l’ipotesi del riscatto della laurea sembra facilitare pochi lavoratori, dato che il costo di questa operazione sale nel corso degli anni.
Bisogna infine ribadire che questi requisiti sono un miraggio per i giovani lavoratori alle prese con un mercato del lavoro precario e con una pensione interamente calcolata con il metodo contributivo.
Ai giovani, preso atto di ciò, dovrebbe essere garantita una “pensioni di garanzia” per chi è rimasto attivo per 30 o 40 anni, come proposto da Michele Raitano. Lo Stato dovrebbe farsi carico dei contributi non pagati e garantire un assegno di 980 euro al mese.
La situazione viene brillantemente analizzata nel suo complesso dal professor. Felice Roberto Pizzuti:  “Se si proietta nei prossimi due-tre decenni la situazione attuale del sistema economico e dell’assetto pensionistico, larga parte di coloro che sono entrati nel mercato del lavoro a partire dalla metà degli anni ’90, oltre ad essere penalizzati da salari bassi e saltuari nella vita attiva, lo saranno in misura corrispondente anche come pensionati. E’ da questa corrispondenza che trae alimento la “bomba sociale” attesa.

L’elevata età di pensionamento favorirà tassi di sostituzione anche accettabili, ma che si applicheranno a retribuzioni finali già prossime o inferiori alla soglia del reddito di povertà.

Nei prossimi due decenni, il rapporto tra pensione media e salario medio diminuirà, così come il rapporto tra pensione media e Pil per occupato; dunque crescerà il divario tra i redditi degli attivi e quelli da pensione con inevitabili effetti negativi sul patto sociale intergenerazionale e sulla coesione sociale.

Poiché i sistemi pensionistici trasferiscono parte del reddito correntemente prodotto agli anziani, la loro situazione reddituale potrà migliorare rispetto alle attese se la dinamica del Pil sarà più accentuata e se ne saranno fatti compartecipi dalle future generazioni attive.  Ma per interrompere la tendenza in atto dell’impoverimento relativo degli anziani e per realizzare un’equa redistribuzione del reddito disponibile, qualunque sia il suo livello, occorrerà modificare l’assetto attuale, attenuando il collegamento rigido tra le prestazioni e i contributi versati.

Non si può continuare a rapportarsi alla “questione previdenziale” con un’ottica finanziaria e congiunturale, ignorando i delicati rapporti economici e sociali strutturali che essa implica. Le carenze del sistema economico che gravano sugli attuali disoccupati non possono essere estese anche ai loro redditi pensionistici.

Occorre smettere di considerare il sistema pensionistico come il “bancomat” cui attingere per cercare di migliorare i conti pubblici; essendo il sistema già in attivo di bilancio, persistenti prelievi a suo carico implicano un’ iniqua redistribuzione del reddito a danno dei lavoratori/pensionati. Ma questo tipo di redistribuzione ha effetti negativi anche sulla domanda e sui tassi di crescita, contribuendo a ridurre il reddito che può essere diviso tra le varie generazioni.

Per non incorrere in questi effetti negativi sia sociali che economici, la dinamica della pensione media dovrebbe essere simile a quelle del salario medio e del Pil per occupato.

Per procedere in questa direzione, una misura necessaria è quella di riconoscere alle attuali generazioni attive, penalizzate da storie lavorative saltuarie, contributi figurativi per tutti gli anni di disoccupazione accertatamente involontaria.

Peraltro, le contribuzioni figurative non implicano esborsi immediati per il bilancio pubblico; in ogni caso, per il loro finanziamento futuro si può attingere ai saldi attivi già esistenti nel sistema pubblico di cui va tenuta la contabilità.

Viceversa, ogni tentativo di sostituire il sistema pubblico a ripartizione con quello privato a capitalizzazione implica la necessità di risorse aggiuntive nell’immediato, cioè di ulteriore risparmio in una situazione economica che, invece, richiederebbe maggiori consumi e investimenti.

In ogni caso, lo sviluppo della previdenza privata a capitalizzazione non potrà attenuare la “bomba sociale”; l’adesione ai fondi privati è accessibile a chi avrà già una storia lavorativa in grado di generare una pensione pubblica adeguata, ma non lo è per chi non maturerà una pensione pubblica insufficiente.

La previdenza privata, anche se utile a chi può aderirvi, comunque implica maggiori costi di gestione e prestazioni più incerte poiché legate alla variabilità dei mercati finanziari. Inoltre, a causa della struttura del nostro sistema economico caratterizzato da piccole e medie imprese per lo più non quotate in Borsa e a causa dallo scarso spessore del sistema finanziario, il nostro risparmio previdenziale gestito dai fondi pensione privati (circa 150 miliardi di euro) viene investito per circa il 70% (oltre 100 miliardi)  all’estero, dove finalmente si ricongiunge con i nostri giovani particolarmente istruiti e intraprendenti che non trovano occupazione in Italia; ma ciò avviene a favore di altri paesi e a detrimento della nostra crescita economica, sociale e civile.

Purtroppo, la politica economico-sociale e la politica tout court stanno perseverando in un approccio alla previdenza contrario agli insegnamenti della “Grande recessione” e controproducente per il benessere economico e sociale del nostro Paese.”

A quest’analisi vorrei aggiungere la proposta, per certi versi simile, di Massimo Franchi contenuta nel suo libro “L’inganno delle pensioni”, uno spunto che potrebbe aiutarci nel distinguerci dalla proposta giallo-verde e dagli anatemi dei socialtraditori.
Franchi vuole uscire dal paradigma dell'austerità del sistema pensionistico per abbracciare l’idea della redistribuzione, utilizzando i risparmi già ottenuti e futuri per ridefinire tutto il sistema.
Per ottenere ciò riprende l’idea di Raitano di cui abbiamo parlato in precedenza e del reddito minimo dignitoso per far fronte al lavoro precario e in questo contesto garantire ai giovani lavoratori di oggi una pensione umana domani. 


 

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