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martedì 30 ottobre 2018

0 BOLSONARO: LA VITTORIA DELL'ESTREMA DESTRA IN BRASILE


Il 28 ottobre del 2018 si è manifestato l’incubo, Bolsonaro ha vinto le elezioni presidenziali, venendo eletto Presidente del Brasile con il 55,10% dei voti contro il 44,90% del suo rivale di sinistra Fernando Haddad.
A queste cifre dobbiamo aggiungere il 21,30% di astenuti, il 7,42% di voti nulli e il 2,15% di schede bianche.
Con il Brasile consegnato alla destra più becera, di cui abbiamo già parlato qualche settimana fa, non resta che capire i motivi di questa importante débâcle.
Partendo da questo punto abbiamo la possibilità di percorrere fondamentalmente due strade.
La prima assomiglia alle motivazioni date da Gleisi Hoffmann, leader del PT, ovvero la fabbrica di notizie false diffuse tramite i social di cui, nel corso della campagna elettorale, si è scoperto il mandante, una serie di imprenditori sostenitori di Bolsonaro, che hanno sostanzialmente permesso al candidato del PSL di vincere.
Queste notizie sicuramente hanno avuto il loro peso nell’influenzare l’opinione pubblica ma le cause della disfatta della sinistra brasiliana devono essere ricercate nel modo in cui il PT ha gestito il potere, in ciò consiste la seconda strada che insieme cercheremo di percorrere.
Il PT nasce con istanze estremamente radicali e conflittuali, molto più marcate rispetto al PCdoB, il Partito Comunista del Brasile, ma preso il potere ha progressivamente cambiato approccio.
Messa da parte la conflittualità, il PT si è impegnato nella costruzione di una pace sociale sulla quale costruire una politica fondamentalmente desarrollista, centrata sullo sviluppo delle forze produttive e del capitalismo brasiliano.
In ciò però c’è una sostanziale rottura con il passato, poiché la borghesia compradora locale aveva sviluppato il capitalismo brasiliano non in funzione dei suoi interessi di borghesia nazionale bensì in base al prodotto delle dinamiche centro-periferia che hanno legato quindi il paese agli interessi del centro del capitalismo globale.
Le politiche luliste hanno cercato di sviluppare il paese, attraverso sia eccessivi compromessi con i padroni che attraverso importanti piani per il contrasto alla povertà, ricordiamo che il Brasile è uno dei paesi più diseguali del mondo, come il famoso programma borsa famiglia, con innegabili successi.
Lo sviluppo del paese secondo queste linee guida ha però incontrato evidenti limiti, dettati sia da fattori esterni, in particolar modo il crollo dei prezzi delle materie prime, evento che ha avuto delle ripercussioni su tutte le esperienze del socialismo del XXI secolo della regione legate eccessivamente al binomio estrattivismo-politiche sociali, che alle politiche di sviluppo industriale del settore manifatturiero, eccessivamente delegato a quella porzione di imprenditoria legata in qualche modo al PT.
Lo sviluppo industriale, quindi, non è stato gestito dallo Stato bensì dai privati che, conseguentemente, hanno preteso e ottenuto, per proseguire su questo percorso, sgravi fiscali e compressione dei salari della forza-lavoro.
Perciò è stato impossibile ottenere quel processo di "delinking" dal mercato globale, descritto da Samir Amin, indispensabile per la riconquista della sovranità nazionale, in particolare monetaria ed alimentare. 
La logica conseguenza di una tale politica economica è stata la diminuzione degli investimenti pubblici (passati da una crescita del 25% con Lula ad una media inferiore all’1% con Dilma) e l’adozione, di fatto, della logica della trickle down economics, ovvero l’aumento dei profitti dei padroni come strumento per la lotta alla povertà.
Di conseguenza, questo collasso delle coordinate ideologiche del PT ha spianato la strada al golpe di Temer e allo spostamento del partito a destra, con una progressiva rottura con il resto del campo della sinistra.
Il PT ha pagato, come gli altri partiti che hanno aderito al socialismo del XXI secolo, una politica eccessivamente di compromesso con il ceto medio latinoamericano che oscilla sempre tra reazione e sovversivismo piccolo borghese.
Le logiche immanenti all’estrattivismo gli hanno inimicato i settori più marcatamente ambientalisti e i movimenti degli indios.
Il PT di conseguenza ha spostato sempre di più il suo discorso a destra, come possiamo osservare sia nella scelta di Haddad come candidato, un professore universitario, che dalla sua campagna elettorale, incentrata sulla ricerca del voto di quel ceto medio che invece ha votato in massa Bolsonaro.
Uno degli errori più importanti del PT è stato lo scollamento dai ceti popolari che ha prodotto un coerente rifiuto della mobilitazione delle masse che era invece nelle corde del primo PT radicale di Lula.
Le masse potevano essere mobilitate, grazie al sostegno di movimenti importanti come il MST e il MTST, ed in particolare doveva essere fatto nel momento in cui la giustizia brasiliana si faceva strumento delle reazione, prima con il golpe di Temer e poi con il processo politico ai danni di Lula, e invece questa offensiva ai danni del PT ha certificato il collasso ideologico di cui parlavamo in precedenza.

Cosa bisogna fare oggi?

Posto che queste elezioni hanno molto probabilmente archiviato il lulismo, il PT ha il dovere di fare autocritica e sedersi ad un tavolo per capire le cause alla base di questa epocale disfatta.
Solo dopo aver fatto questo fondamentale primo passo dovrà tornare alla masse per poter organizzare una resistenza doverosa nei confronti di un governo che promette una via autoritaria al neoliberismo.
Il Brasile si appresta a tornare sotto l’ombrello protettivo dell’imperialismo statunitense, rompendo con il progetto BRICS.
Le future politiche economiche del Chicago boy Paulo Guedes, ex professore universitario nel Cile di Pinochet, saranno all’insegna delle privatizzazioni, dell’attacco ai diritti dei lavoratori, delle minoranze, degli indios e della distruzione dell’Amazzonia, che sarà consegnata agli interessi dell'agribusiness.
Bolsonaro si farà tutore degli interessi della borghesia compradora brasiliana, come afferma Roberto Zanini: “Il programma del prossimo ministro da fazenda è thatcheriano. Indipendenza della banca centrale, indipendenza del superministero dell’economia, privatizzazione di tutte le aziende pubbliche – solo quelle federali sono 147, tra le quali autentici giganti del petrolio, dell’elettricità, dei servizi: un’orgia che può valere 500 miliardi di dollari e durare decenni – per ridurre il debito pubblico brasiliano ma soprattutto riformare la previdenza, dal sistema attuale (pensioni pagate dai prelievi sui lavoratori attivi) alla capitalizzazione individuale, quanto versi tanto prendi. Flessibilità del mercato del lavoro, tassa sul reddito fissa al 20%, esenzione per chi guadagna fino a cinque volte il salario minimo, forse persino una piccola imposta sui movimenti finanziari ma solo per chi ritira dividendi, niente per chi reinveste in azienda.”
A questo nefasto programma si assoceranno quei “partiti patrimoniali” come il Mdb, senza di cui è impossibile governare il paese.
Sono forze reazionarie interessate alla sola tutela degli interessi costituiti, da questa galassia esce fuori Temer, che hanno a fatica sopportato e governato, dato il loro profondo odio di classe, con il PT e che già hanno annunciato la disponibilità a governare con Bolsonaro.

Davanti a una situazione simile riorganizzare su nuove basi la sinistra è fondamentale. Ricordiamo sempre le parole di Guevara: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.



 

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