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venerdì 30 novembre 2018

0 ALTHUSSER E LA CONOSCENZA



Da un punto di vista epistemologico, Althusser inizia (mi affido a “Leggere il Capitale”, una pietra miliare nel suo lavoro) da una critica di quella che lui chiama la concezione empirista della conoscenza. Questa concezione, spiega, mette in scena un processo che avviene tra un dato oggetto e un dato soggetto. Il processo di conoscenza, per empirismo, e sempre secondo Althusser, è l'astrazione, poiché consiste nell'estrarre dall'essenza reale un'essenza, lasciando da parte l'inessenziale. L'inessenziale sarebbe la parte dell'oggetto reale che è visibile, e l'essenziale occuperebbe l'interno, sarebbe "il suo nucleo invisibile". Per questa ragione, per l'empirista, la conoscenza è presente nell'oggetto reale, nella forma dell'interno, o essenza, che deve essere conosciuta. Così, nella concezione empirista, la conoscenza appare come una relazione interna con l'oggetto reale, tra le sue parti esterne (inessenziali) e interne (essenziali). In questo modo, continua Althusser, l'empirismo costruisce un oggetto di conoscenza. Questo fa parte del vero oggetto. Anche se in realtà l'empirismo non ha costruito un altro oggetto (ma lo pensa), dal momento che esiste un solo oggetto, quello reale. Hegel avrebbe mantenuto, essenzialmente, la stessa cosa. E questo consisterà nell'errore, poiché, secondo Althusser, il percorso della scienza è costruire un "altro" oggetto, quello della conoscenza. Questo è ciò che avrebbe fatto Marx, seguendo la strada aperta da Spinoza.
Infatti, Althusser cerca di dimostrare che per Marx (anche per Spinoza) l'oggetto della conoscenza è "in sé assolutamente diverso e diverso dall'oggetto reale" (p 46, enfasi aggiunta). In altre parole, Marx avrebbe respinto l'identificazione hegeliana tra l'oggetto reale e l'oggetto della conoscenza. Pertanto, secondo Althusser, Marx avrebbe sostenuto che "l'oggetto della conoscenza" è un prodotto della conoscenza che "lo produce in sé come un pensiero concreto". Sarebbe un oggetto di pensiero "assolutamente diverso dall'oggetto reale, dal concreto reale, dalla vera totalità" (p.47, enfasi aggiunta).

Consapevole che queste formulazioni sono soggette alla carica di idealismo, Althusser cerca di portare un tocco di materialismo. Per questo motivo, egli sostiene che la realtà oggettiva definisce i ruoli e le funzioni del pensiero individuale, "che non può pensare senza i problemi già posti o che possono essere posti" (p.48). Tuttavia, continua Althusser, "è un vero e proprio sistema", che, sebbene basato e articolato nel mondo reale, "costituisce un sistema specifico, definito dalle condizioni della sua esistenza e della sua pratica, cioè da una struttura propria "(idem, enfasi aggiunta). Ancora più esplicito, criticando l'idea che la materia prima del pensiero possa essere intuizione sensibile o rappresentazione, sostiene che il pensiero non funziona sull'oggetto reale ", ma sulla propria materia prima, che costituisce il suo oggetto (di conoscenza ) "(p.49, corsivo aggiunto). Cioè, è un materiale già elaborato, dall'imposizione delle strutture complesse del pensiero, che lo costituisce come un "oggetto di conoscenza" (p.49).
Sulla base di questo Althusser sostiene che il problema della conoscenza è falso, o ideologico, come tradizionalmente posto dalla filosofia, cioè come una coincidenza o accordo tra conoscenza (soggetto) e il suo oggetto reale. Ma qual è allora il criterio per stabilire lo stato scientifico di una conoscenza? Althusser risponde che è la stessa pratica teorica:

"... la pratica teorica è essa stessa il suo criterio, contiene in sé i protocolli definiti di convalida della qualità del suo prodotto, cioè i criteri della scientificità dei prodotti della pratica scientifica" (p.66).

Secondo Althusser, quando le scienze sono "veramente costituite e sviluppate, non hanno più bisogno di alcuna verifica delle pratiche esterne per dichiarare" vero, "cioè la conoscenza, la conoscenza che producono" (idem, enfasi aggiunta). Come la matematica, le scienze più sviluppate si dotano del criterio di validità della loro conoscenza. Ancora più esplicito:

"... il criterio della 'verità' della conoscenza prodotta dalla pratica teorica di Marx è fornito dalla pratica teorica stessa, cioè dal valore dimostrativo, dai titoli di scientificità delle forme che hanno assicurato la produzione di quella conoscenza" (pp. 66-67).

In altre parole, non esiste più un riferimento all'oggetto reale per dimostrare la validità di una teoria. La produzione teorica genera i suoi criteri di convalida, che approva la conoscenza che produce.

Se "andiamo sulla terra" tutto questo significa che quando qualcuno elabora una teoria o una spiegazione di un fatto sociale, non deve preoccuparsi se è d'accordo o no con la realtà, o con la pratica degli esseri umani. Come la matematica, basterà vederne la logica, in modo che l'affermazione sia convalidata come scientifica.



giovedì 29 novembre 2018

0 CRISI TRA RUSSIA E UCRAINA, UN NUOVO CAPITOLO


L’eterno conflitto tra Russia e Occidente si anima di un nuovo capitolo. Recentemente tre navi ucraine (le due cannoniere Berdiansk e Nikopol e un rimorchiatore) hanno sconfinato nel Mar Nero al largo della Crimea, provocando la reazione russa che, dopo aver causato 6 feriti tra i 24 soldati dell'equipaggio a seguito di un breve scontro, ha preso possesso delle navi, scortandole verso il porto di Kerch.
Le navi erano dirette verso il Mare d’Azov, una zona strategica e oggetto di numerosi scontri tra i due paesi slavi poiché nei suoi fondali sono presenti giacimenti di gas e petrolio.
Lo scontro in questione sembra una provocazione, l’ennesima, per distogliere l’attenzione dai numerosi problemi che affliggono l’Ucraina, come è possibile evincere dalla presenza sulle navi di membri dei servizi segreti ucraini che hanno confermato le rivelazioni fatte dall’FSB.
Poroshenko, leader di una cricca reazionaria che governa il paese con il pugno di ferro e con il sostegno di movimenti neonazisti salita al potere a seguito della rivoluzione colorata del 2014, ha immediatamente lanciato accuse pesanti nei confronti di Mosca, prefigurando un possibile scenario di guerra.
Si tratta della scusa perfetta per proclamare la legge marziale, inizialmente prevista per 60 giorni poi ridotta a 30 ed applicata solamente a metà delle province, con la quale mettere a tacere definitivamente ogni forma di opposizione, in particolare i già perseguitati comunisti ucraini a cui va tutta la nostra solidarietà.
Poroshenko governa un paese ad un passo dal collasso, in cui il reddito medio dei suoi cittadini si aggira intorno ai 200 dollari al mese, piegato totalmente agli interessi di UE, USA e FMI che ha vincolato nel 2015 alle classiche “riforme strutturali” un prestito di 19,5 miliardi di dollari indispensabili per evitare il default.
"Poroshenko e i suoi complici da tempo combattono contro la loro stessa gente. Stanno conducendo la guerra nel Donbass, scatenano persino la guerra contro la chiesa ortodossa. Esacerbano una situazione già drammatica, sapendo benissimo che non saranno rieletti. I risultati che l'Ucraina ha raggiunto sono catastrofici in tutto. Le città, i villaggi si bloccano per il gelo, i prezzi aumentano. Gli affitti, le tariffe del gas: tutto è gonfiato. La repubblica una volta più ricca sta subendo una sconfitta tremenda", osserva correttamente il compagno Zyuganov.
In uno scenario del genere il prossimo anno si voterà per le elezioni presidenziali, in cui, secondo i sondaggi, Poroshenko dovrebbe attestarsi ad una percentuale inferiore al 10% mentre in testa sembra esserci Yulia Tymoshenko, favorevole alla continuazione del conflitto nel Donbass e che non riconosce l’acquisizione russa della Crimea ma che sembra maggiormente disposta a dialogare con Mosca, soprattutto per abbassare il costo del gas recentemente aumentato per volere del FMI.
Poroshenko e la sua cricca non sembrano intenzionati a lasciare il potere e la legge marziale rischia di essere il pretesto per una definitiva svolta autoritaria nel paese che smaschererebbe definitivamente i suoi protettori occidentali, i quali sono disposti a tollerare criminali del genere al potere pur di continuare un pericoloso conflitto a bassa intensità e per procura con la Russia.
Come ha affermato correttamente il Presidente Putin: “Si tratta di una provocazione orchestrata dal governo ucraino alla vigilia delle elezioni presidenziali di marzo. L’attuale presidente rischia di non andare al secondo turno e quindi pensa di esacerbare la situazione creando ostacoli per i candidati dell’opposizione -ha aggiunto che- l’Ucraina aveva motivi più seri per imporre la legge marziale nel paese, quando nel 2014 la Crimea decise di unirsi alla Russia, o più tardi, quando il conflitto scoppiò nel Donbass: c’era una guerra ma nessuna legge marziale fu introdotta”.
In tutto ciò l’UE e gli USA sembrano muoversi con prudenza, annunciando comunque nuove possibili sanzioni contro Mosca ma prefigurando la possibilità di un dialogo con la Russia per risolvere la questione Ucraina.
Nel frattempo Trump ha annullato il confronto con Putin che doveva avvenire durante il G20 in Argentina, un piccolo successo per la cricca di Poroshenko. 
Di tutta questa situazione è importante comprendere il contesto generale in cui si situa il conflitto tra Russia e Ucraina.
Dopo il 1989, con l’unificazione tedesca e il crollo delle democrazie popolari, la NATO si è allargata progressivamente verso Est, inglobando gli ex paesi del Patto di Varsavia, alcune ex repubbliche sovietiche e alcuni stati che facevano parte della Jugoslavia.
Questo allargamento è stato funzionale all'accerchiamento della Russia, fornendo a Putin molti argomenti per racimolare facile consenso, ed ha già provocato guerre in passato.
Basti pensare agli eventi del 2008, quando il premier georgiano Saakashvili, foraggiato dalla NATO, invase i territori abkhazi e dell'Ossezia, che si erano proclamati indipendenti da Tbilisi, provocando la reazione russa.
Il fronte ucraino va visto nell’ottica di un conflitto per procura tra Occidente e Russia che va dal Mar Baltico fino in Medio Oriente, dove, con la vittoria russa in Siria e la solida alleanza con l’Iran, il Cremlino ha inferto un duro colpo agli USA, che hanno risposto gettando benzina sul fuoco ucraino.
Gli attriti con Mosca vengono alimentati in particolar modo dalle esercitazioni militari della NATO ai suoi confini e dall’installazione di nuove basi militari nell’Est Europa e del sistema dello scudo antimissile in Polonia e Romania.
Tutto questo viene fatto nel nome della democrazia, ma di quale democrazia?
Non certamente di quella presente nelle repubbliche baltiche, dove tra una celebrazione di qualche collaborazionista e l’altra, vengono quotidianamente calpestati i diritti della cospicua minoranza russa.
Non è neanche la democrazia che critica la decisione di più del 90% della popolazione della Crimea mentre tradì la pace di Kumanovo per autorizzare l’indipendenza unilaterale del Kosovo al cui referendum votò appena il 43% della popolazione ma che ottenne subito il riconoscimento di paesi come Francia e Germania.
Infine, certamente non nel nome della democrazia che impone di aumentare i bilanci alla difesa mentre distrugge interi popoli a colpi di austerità.

domenica 25 novembre 2018

0 TERMOVALORIZZATORI, L’EMPASSE AMBIENTALISTA DEL GOVERNO GIALLO-VERDE


Negli ultimi giorni nel dibattito pubblico è riemerso un vecchio cavallo di battaglia dei recenti governi di centrodestra, i termovalorizzatori.
Il Ministro Salvini ha rilanciato questo modo di gestione dei rifiuti in Campania, terra martoriata dall’emergenza rifiuti nonostante, grazie a realtà come Salerno, abbia percentuali di riciclo dei rifiuti superiori a quelle di Liguria e Toscana.
Salvini ha incontrato l’immediata opposizione dei suoi alleati di governo che hanno risposto per mezzo delle parole del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa: “Se oggi approviamo un inceneritore ci vogliono almeno sei anni per la realizzazione. È antieconomico. Nel decreto Semplificazioni di dicembre ho già ottenuto che venga inserita la norma per sviluppare le materie prime seconde, e ancora chi fa meno rifiuti pagherà meno”.
A sostenere Salvini ci ha pensato il Presidente della regione Lombardia Attilio Fontana, minacciando di smettere di bruciare i rifiuti provenienti dalle altre regioni.
Non è un caso che sia intervenuto Fontana e non il Presidente leghista del vicino Veneto Zaia.
In Veneto esistono 4 termovalorizzatori, con percentuali altissime di rifiuti riciclati che hanno portato la regione a disincentivare il loro utilizzo mentre in Lombardia ne sono attivi al momento 13.
A pieno regime possono smaltire 2,5 tonnellate di rifiuti ma in media ne bruciano 2,2, con effetti devastanti per l’aria lombarda, una delle peggiori d’Europa.
Bisogna inoltre far notare che contro lo Sblocca Italia del pifferaio fiorentino che ha ampliato la tipologia di rifiuti che i termovalorizzatori lombardi possono importare dalle altre regioni si è opposto l’ex Presidente della regione, il leghista Maroni, il quale ha indirizzato la Lombardia verso una progressiva disattivazione degli impianti.
Su questa linea sembra porsi, bella contraddizione, anche Fontana.
Questo perché stiamo parlando di impianti altamente inquinanti, antieconomici e in controtendenza rispetto alle direttive europee che incentivano l’economia circolare, quindi un sistema fondato sul riuso dei rifiuti, visti come una risorsa economica.
In sintesi queste direttive prevedono il 65% di rifiuti urbani solidi e commerciali riciclati entro il 2035, con due tappe intermedie, ovvero il 55% nel 2025 e il 60% nel 2030.
Proprio su questo punto bisogna costruire l’alternativa alle idee avanzate dal Ministro Salvini.

Innanzitutto va spiegato perché sono dannosi e non servono i termovalorizzatori, termine oltretutto fuorviante, sarebbe più corretto chiamarli inceneritori.
Gli inceneritori hanno bisogno di combustibile per funzionare ma non basta, si tratta dei rifiuti ad alto potere calorifico, ovvero carta e plastica che sarebbero essenziali per un sistema basato sul riciclo ed il riuso.
La loro combustione produce, oltre alla CO2, un effluente gassoso composto da: diossine, furani, pm 10, pm 2.5, particolato ultrafine, ceneri e polveri.
Tutte queste sostanze non possono essere fermate da nessun filtro.
Bisogna inoltre specificare che il 45% dei rifiuti è composto da frazione umida che non può essere bruciata.
Quindi incentivare l’installazione e il funzionamento di un inceneritore significa dirottare i rifiuti verso di loro, disincentivando e sabotando i meccanismi dell’economia circolare.
Infine siamo di fronte all’ennesima fonte di rendita per i padroni grazie ai Cip6, tasse per gli inceneritori presenti in bolletta, teoricamente non più ammessi in Europa ma salvati dallo Sblocca Italia che ha classificato gli inceneritori come “infrastrutture strategiche” e quindi sono fuori dalla portata delle norme dell’UE.
Questo sistema ha comunque una durata temporanea, circa otto anni, e l’obiettivo del Ministro Salvini sembra essere quello di mantenere in vita questo settore.
Esisterebbe però un’alternativa ed è l’economia circolare.
Secondo il recente rapporto dell’Ispra i cittadini italiani producono 30 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno, 500 Kg di immondizia all’anno per cittadino, mentre le aziende producono 132 milioni di tonnellate di rifiuti industriali.
Come affrontare questo stato di cose?
Incentivando la raccolta differenziata, in Italia esistono zone con percentuali superiori alla media europea, affiancata da impianti per la selezione e l’avvio al riciclo per trasformare il rifiuto in una nuova materia prima.
La frazione umida può essere trasformata in compost, prodotto dalla digestione anaerobica, la quale produce a sua volta il biometano.
In questo modo vengono rafforzati i meccanismi dell’economia circolare e viene disincentivato l’uso della discarica.
Non è essenziale solamente la gestione del rifiuto ma anche la sua prevenzione.
Produrre meno rifiuti, consumare in maniera razionale, riutilizzare, queste sono alcune delle parole d’ordine di un programma per affrontare alla radice la questione rifiuti, quanto mai importante data l’epoca in cui viviamo.



domenica 18 novembre 2018

0 LA PATETICA RECITA DELLA TORINO BENE


10 novembre 2018, a Torino va in scena la patetica recita della Torino bene per sostenere a gran voce la TAV.
40 mila persone come la famosa marcia dei 40 mila del 1980 che mise la parola fine sul sindacato di classe e ad un’intera stagione di lotte, questi i toni trionfalistici dei giornali, dell’apparato intellettuale di una borghesia impoverita e alla disperata ricerca di un salvagente.
Una marea umana riunitasi in una manifestazione egemonizzata dalla destra, sempre favorevole alle grandi opere, e a cui si accoda un PD morente.
Inevitabilmente questa manifestazione è stata indetta anche per contestare l’amministrazione comunale grillina e il governo giallo-verde, la TAV rappresenta solamente il pretesto per mettere in scena tutta la frustrazione accumulata in questi anni di crisi.
Diciamoci la verità, Torino sta morendo non per i NO dei grillini, per qualche antagonista di professione o per il movimento NO TAV ma per l’assenza di lavoro.
Smettiamola di raccontare la favola della Torino a vocazione turistica o della Torino post industriale, questa è una città intimamente legata alle sue industrie ed in particolar modo alla FIAT, grazie alle quale hanno mangiato intere generazioni di torinesi, che in città ha sempre dettato legge.
La TAV non fermerà il declino della città, non porterà lavoro, non salverà il ceto medio e i suoi figli dal declino, se lo mettano in testa le varie “madamine” e i sindacalisti dei padroni. 
Questa mia lettura è avvalorata da un fatto che può essere usato come metafora della situazione della città: il comitato promotore della TAV era diretto dall’ingegner Pininfarina, la cui fabbrica oggi non esiste più. 
Come afferma Angelo D’Orsi: “L’illusione che il TAV possa interrompere quel declino è a dir poco patetica. I cartelli inalberati da qualche intraprendente marciatore che invocava la TAV per raggiungere “più in fretta” (la modernità, eccola!) Lione e Parigi, magari mostrando durate inferiori in termini di ore di viaggi analoghi in Europa, erano falsi e ingannevoli. Il TAV non è più un’opinione, e quando Sergio Chiamparino propone, incredibilmente, un referendum tra i piemontesi davvero finisce in un terreno fangoso: il TAV, innanzitutto, dopo innumerevoli cambiamenti di percorso, di motivazione, di bilancio, oggi non è più una linea per persone ma essenzialmente per merci, e in ogni caso, tutti, dicasi tutti, gli studi indipendenti (per esempio del Politecnico di Torino) hanno inequivocabilmente dimostrato che non solo non sussiste alcuna necessità di questa “grande opera”, il cui percorso è già coperto da una linea esistente e enormemente sottoutilizzata; ma hanno dimostrato altresì che i costi dell’opera (pubblici), esosi, e i benefici (privati) minimi; che il lavoro innescato non compenserebbe gli investimenti; che il danno ambientale, paesaggistico e idrogeologico avrebbe conseguenze, tanto sulla stabilità del territorio, quanto sul turismo, gravissime.”

Perché quindi continuare a difendere un’opera inutile e dannosa?
Certamente esistono interessi lobbistici ma siamo anche davanti all’illusione del ceto medio di poter ancora una volta tirare su la china e continuare con il suo stile di vita come se nulla fosse cambiato dagli anni ‘80 ad oggi, ma non è così.
Ormai la FIAT ha abbandonato da tempo questa città e cerca di sopravvivere nel mercato globale pensando ed agendo da multinazionale, di cui l’Italia è solamente una delle tante appendici.
Come afferma giustamente Airaudo in un’intervista concessa al Manifesto: “La Fiat, ora Fca, non sappiamo se sta andando verso la vendita parziale o totale, condizione accelerata dopo la morte di Marchionne. Il polo del lusso è lontanissimo dal potersi considerare un’operazione riuscita e nuovi modelli per Mirafiori sono una chimera. Sull’auto elettrica sono in ritardo di anni. Ricordo quando molti anni fa a nostra precisa domanda in merito, Marchionne rispose: “Avete ragione ma la proprietà non mi dà i soldi”. Le automobili prodotte a Torino sono passate da 230.000 nel 2006 a 30.000: meno 85%. Capisce che di fronte a questi numeri sostenere che il Tav è strategica per il futuro di Torino, e addirittura del nord ovest, è difficile. Il vero treno perso è quello dei motori, delle carrozzerie, della fabbrica, della mobilità sostenibile. Il treno perso è quello del lavoro: e non sarà un’infrastruttura a riportarlo.”

“Il treno perso è quello del lavoro”, da questo concetto la città, ma la questione va estesa anche a tutta la sinistra italiana, dovrà ripartire, senza cedere a comode illusioni, se vorrà avere un futuro degno di questo nome.


venerdì 16 novembre 2018

0 WALTER BENJAMIN E LA STORIA


Già nel 1915, in "La vita degli studenti", Walter Benjamin tracciava un quadro della sua concezione della storia i cui elementi fondamentali rimarranno in tutta la sua opera: "C'è una concezione della storia che, partendo dalla base di un tempo considerato infinito, distingue il tempo degli uomini e dei tempi secondo la maggiore o minore rapidità con cui essi percorrono il sentiero del progresso. Da qui la mancanza di connessione, la mancanza di precisione e rigore di questa concezione rispetto al presente".
Il punto di partenza è l'esistenza di una classe dominante che impone un significato e un'interpretazione incompleta del passato e della ricezione di questa esperienza. Questa storia dei vincitori è concepita solo in modo unitario, come un fatto narrativo totalitario che impedisce ad ogni frammento di avere un significato per se stesso, cercando di impedire le possibilità emancipatorie di ognuna delle esperienze storiche svolte dalle classi popolari.
Una tale prospettiva della storia si basa su un punto di vista lineare, graduale e cumulativo del tempo che ha il suo paradigma essenziale nel concetto di "progresso". Un concetto che comprende la storia come un continuum afflitto da progressi scientifici e tecnologici messi al servizio del progresso inarrestabile dell'umanità. Costituisce una conoscenza mistificata la cui virtù è quella di nascondere che il progresso scientifico è stato accoppiato con una sistematica battuta d'arresto economica e sociale. Il mito della produttività deve subordinare tutte le forze esistenti. Come disse Benjamin: "Non dà mai un documento di cultura senza che sia allo stesso tempo delle barbarie". Inoltre, questa interpretazione univoca della storia fa sì che abbia una prospettiva fondamentale, poiché avvia un processo linguistico che attribuisce "nomi" alle cose che acquisiscono la condizione di verità indiscutibile. La lingua è un mero strumento utilizzato per la continuità delle relazioni di sfruttamento.
Questa concezione positivista della storia è stata assunta dallo storicismo e dalla socialdemocrazia in un'analisi volgare degli scritti marxisti. Così, hanno adottato un'idea basata sull'affermazione che la transizione verso il socialismo si sarebbe svolta in modo pacifico, attraversando diverse fasi che la storia stava mettendo sul suo cammino senza dover mettere in discussione, in alcun modo, le forme di produzione, né la divisione del lavoro, né il modello capitalista.
Tutte le forze trasformatrici devono sottomettersi all'itinerario tracciato ed essere disponibili alla "democrazia". Il quadro di produzione capitalista divenne così, a causa dell'inevitabilità del progresso storico, la fase più produttiva della transizione verso il socialismo. L'intenzione, l'obiettivo è chiaro: eliminare quelle forze ed energie che possono servire per la proiezione di un futuro diverso da quello che sarebbe la naturale estensione della storia.
Questa idea di progresso a cui è passata la classe dominante comporta una continua, cieca e patetica fuga in avanti, verso un futuro che vuole essere imposto come una consolazione per un presente sempre più insopportabile, che fa cadere nell'oblio e ancor più ai nostri giorni grazie al dominio dei media, tutta quella tradizione di rottura ed emancipazione che esiste in tutta la lotta per la libertà che è avvenuta nella totalità della storia dell'umanità.
La memoria sale così a una categoria essenziale. Dobbiamo salvare tutte queste forze dall'oblio e rimetterle nel campo della memoria del popolo. Dobbiamo affrontare quelle false speranze con cui la socialdemocrazia vuole impedire qualsiasi processo rivoluzionario. Dobbiamo combattere contro quella concezione illusoria della storia decretata da una falsa legge del continuo progresso dell'umanità.

Per Benjamin è necessario promuovere pratiche di resistenza contro il tentativo di imporre un rigoroso ordine cronologico e la falsa razionalità del progresso. Di fronte alla storia lineare e continua dei vincitori, che lega gli eventi in modo ininterrotto, dobbiamo opporre una storia che esalta il frammento storico in tutto il suo significato simbolico e politico. Un frammento che emerge come un raggio di luce che rende possibile una nuova prospettiva, che apre nuovi modi e reti di possibilità per destabilizzare la narrativa che viene imposta. Quel fugace momento di "illuminazione profana", quel "tempo-ora" (jetzzeit), il quale recupera i frammenti di conoscenza collettiva della storia che sono messi alle strette, infamati e vessati dalla narrativa ufficiale e il cui significato e senso storico è nascosto per afferrare il suo potenziale rivoluzionario. Sono tutte quelle attitudini, proprietà, condizioni, capacità ed essenze presenti in ogni sconfitta. Sono le voci dei vinti che devono essere ascoltate di nuovo, che dobbiamo riconoscere come nostre nella nostra lotta permanente.
La cultura ebraica della cui tradizione Benjamin era l'erede, lo fece contemplare quel "tempo-ora" come un momento di redenzione, "redenzione profana", materiale, materialista, che è anche configurato in Benjamin come un atteggiamento verso la vita e un principio intellettuale fondamentale che esprime in modo eterodosso e libero da qualsiasi metodo corsivo e di carattere positivista sterile. Questa "illuminazione profana" materializza esperienze destinate allo scopo metafisico e trascendentale, che appaiono nella realtà materiale delle possibilità rivoluzionarie. È una redenzione che è costituita come rinnovamento, recupero e riabilitazione. Un atto di giustizia con il passato.
Pertanto, Benjamin, per la realizzazione della sua analisi materialistica, ha bisogno di usare la teologia, "quella vecchia signora nana e brutta". È una forza messianica che interrompe il continuum della storia e che nasce dalle rovine per rendere presenti tutti gli ideali frustrati della storia per riunirsi in un "tempo-ora" che recupera il senso dei concetti, che riprende il "nome" vero delle cose, decifrare la lingua originale e metterla al servizio delle possibilità rivoluzionarie. Ogni domanda rivoluzionaria richiede l'interruzione del tempo. È l'esperienza subita dagli oppressi capaci di trasmettere in quei momenti eccezionali che sono imposti alla percezione lineare della storia. Devi interpretare la realtà da quei momenti frammentati che appaiono spontaneamente e che permettono di ricostituire l'identità tra l'idea, il "nome" e il suo significato, la sua verità.
L'angelo della storia guarda al passato, guarda la sofferenza, la catastrofe che è accaduta e che continua lì come un fallimento, sperando che le generazioni future gli diano un significato originale, recuperando le speranze del passato che segnano l'inizio di un nuovo momento di lotta per la liberazione dove è necessario l'uso della dialettica per mostrare il volto distruttivo del progresso storico. È indispensabile che l'umanità abbandoni tutte le promesse di un futuro felice.

“C'è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un'unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l'angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera.” (dalle tesi Sul concetto di storia, Einaudi, 1997, pp. 35-7)

lunedì 12 novembre 2018

0 DIETRO LA CONTRAPPOSIZIONE TRA ITALIA E BRUXELLES


Nelle ultime settimane il dibattito pubblico è stato occupato dalla contrapposizione tra Italia ed UE sul DEF, in particolar modo sulle stime di crescita avanzate dal governo.
Il governo italiano sembra deciso a resistere alle pressioni esterne provenienti da Bruxelles che vogliono la modifica del testo, guardiamo però lo scontro nel dettaglio.
La manovra nella sua essenza non è assolutamente una rottura della gabbia europea, con i suoi vincoli che più volte abbiamo denunciato essere incompatibili con lo spirito della nostra Costituzione.
Anzi, possiamo leggere questa contrapposizione come uno scontro interno tra élite per la gestione delle politiche di austerità dettate dal capitale multinazionale, il quale, con la freddezza di Draghi o degli organismi economici internazionali, riesce sempre a piegare tutti ai suoi interessi, ovvero la prosecuzione di questo modello di accumulazione.
Lo fa con il compromesso, per esempio quando si trova davanti un paese particolare come la Cina, oppure con la coercizione dei mercati.
Sottolineo ciò partendo dai fatti e i fatti sono ostinati come diceva Lenin.
Il governo italiano inizialmente cercò di imporre un ministro ostile all’UE, in particolare all’egemonia tedesca sull’UE, ovvero Savona, ma è basata l’azione coercitiva dei mercati per rimpiazzarlo con Tria, un freddo tecnico più affine agli interessi dei mercati internazionali.
Allo stesso modo è stato modificato il DEF, il quale inizialmente prevedeva disavanzi continui del 2,4% tra il 2019 e il 2021 che alla fine sono stati ridotti al solo 2019, imponendo dal 2020 il vecchio percorso di contenimento del debito.
Ora l’UE critica anche questa minima deviazione, contestando delle stime di crescita gonfiate dal governo italiano (1,5%) che appaiono irrealistiche e che rischiano di influire negativamente sul rapporto deficit/PIL.
Questa volta sembra che il governo nostrano voglia fare una dura opposizione e non retrocedere neanche di un millimetro ma a svelare l’arcano mistero ci hanno pensato Draghi e la risposta dello stesso governo alla famosa lettera di Moscovici.
Da un lato Draghi, da Bali, ritiene possibile un compromesso tra governo ed UE, dall’altro lato leggiamo quanto scritto dal nostro governo in risposta a Moscovici: “qualora i rapporti debito/PIL e deficit/PIL non dovessero evolvere in linea con quanto programmato, il Governo si impegna a intervenire adottando tutte le necessarie misure affinché gli obiettivi indicati siano rigorosamente rispettati.”
Senza la crescita dell’1,5%, quindi, si proseguirà con l’austerità che ha messo in ginocchio l’Italia sin qui.
Dov’è la rottura della gabbia europea?
Semplicemente stiamo assistendo ad un banale scontro tra élite, con i vecchi gestori della crisi che cercano di attutire i colpi della prevedibile disfatta di maggio, cercando di calmare i “populisti”.

La palla ora passa alla sinistra che dovrebbe fare una vera opposizione a questo governo invece di bruciare inutilmente in piazza manichini fingendo di fare la rivoluzione, invece di fare da ruota di scorta al PD e simili, chiudendosi in identitarismi incapacitanti, come direbbe Preve.
Un’opposizione da sinistra dovrebbe incalzare su questi temi il governo: denunciando una continuità con i governi precedenti nei suoi rapporti con l’UE, le mancate nazionalizzazioni, la mancata messa in discussione dell’art.81 della nostra Costituzione, l’articolo sugli equilibri di bilancio in netta contrapposizione con lo spirito della nostra Assemblea Costituente, e il ruolo da zerbino degli USA che questo scontro contro Bruxelles sta facendo intravedere.
Il conflitto con Bruxelles ci sta spingendo sempre di più nelle mani di Trump che vuole sfruttare le nostre ambizioni sub-imperialiste in Libia per attaccare Francia e Russia.
Il prossimo summit di Palermo sulla Libia è stato ottenuto a caro prezzo, leggasi la TAP, per far rifornire di gas l’Europa da un paese filo-USA come l'Azerbaigian invece che dalla Russia, e il MUOS, battaglie in cui i grillini hanno perso faccia e consensi.
Allo stesso tempo Trump vede il nostro paese come una pedina fondamentale per arginare il sub-imperialismo francese nel Nord Africa, dove vanta una lunga storia di contrapposizioni con quello italiano.
La Francia di Macron spinge ormai con insistenza per la creazione di un esercito europeo, capace di rendersi autonomo dagli USA, autonomia da sempre sognata dalla classe dirigente francese, vittima di ambizioni vetero-imperiali che però sono lontane dall'essere contraddizioni inter-imperialiste.
Parliamo di scaramucce che non intaccano nella maniera più assoluta il capitale multinazionale.

Il compito della sinistra, quindi, resta quello, mentre tenta una faticosa riorganizzazione, di portare avanti una critica a questo governo che non sia allineata a quelle proposte dal partito dello spread e dell’austerità, disposti a vendere alla Troika il paese pur di averla vinta sulle sacrosante richieste di cambiamento che vengono dalle masse popolari.

sabato 10 novembre 2018

0 OLTRE UNA FINALE


Quale migliore occasione se non il Superclasico, in versione finale di Coppa Libertadores, l’ultima con la finale divisa tra andata e ritorno, per inaugurare la rubrica mensile “Ah Sud America” sul calcio sudamericano?
Il nome rende omaggio ad una nota canzone di Paolo Conte.

Inaugureremo questo appuntamento parlando proprio della finale di Libertadores, di cui stasera ci gusteremo il primo atto.
Si tratta di un Superclasico dal valore particolare, c’è chi parla di “apocalisse”, “scontro finale” o “partita del secolo”, mai nella storia della gloriosa Libertadores c’è stata una finale tra gli eterni rivali del Boca Juniors e del River Plate, una rivalità che così descrisse il compianto scrittore uruguaiano Eduardo Galeano: “un duello che inizia sugli argini del Riachuelo, e che divide in due la città di Buenos Aires”.

Gli eventi che hanno portato alla materializzazione di questa finale sono le due importanti semifinali che hanno visto il Boca Juniors prevalere sul Palmeiras dell’eterno Scolari e il River Plate vincere al cardiopalma contro i campioni in carica del Gremio.
Il River Plate, dopo aver perso di misura la gara di andata al Monumental di Buenos Aires, nella sfida di ritorno a Porto Alegre si trova alla fine del primo tempo sotto di un gol e ad un passo dall’eliminazione.
Nell'intervallo, nonostante la squalifica, il tecnico Marcelo Gallardo è andato a parlare con i suoi giocatori negli spogliatoi, magari usando come stimolo l’orizzonte di una finale in versione Superclasico.
Il River Plate che torna in campo riesce prima a pareggiare la partita e poi a segnare, su calcio di rigore, il gol qualificazione.
Il rigore, segnato dal Pity Martinez, viene assegnato dall’arbitro Cunha mediante il VAR, generando accese proteste da parte dei giocatori del Gremio che hanno fatto attendere ben 7 minuti al rigorista del River prima di battere il penalty.
L’arbitro, in seguito, è stato puntualmente scortato fuori dallo stadio per evitare un possibile linciaggio.
Il River Plate, nonostante le periodiche rivoluzione copernicane della rosa, ha una chiara identità di gioco datale dalla lunga e fruttuosa gestione Gallardo, allenatore che ha molti estimatori anche in Europa. 
Da tenere d’occhio tra le fila del River Plate due bomber veterani come Pratto e Scocco, il non più giovanissimo Quintero, fantasista colombiano mai veramente sbocciato con un passato in Italia con la maglia del Pescara.
Tra i giovani sfornati dal prolifico settore giovanile del River segnalo Martinez e soprattutto Exequiel Palacios, centrocampista del 1998 di grandi qualità già nel mirino di Barcellona e Real Madrid.

Il Boca Juniors giunge a questa finale dopo aver eliminato il Palmeiras di Scolari, in corsa per la vittoria della Serie A brasiliana.
Il Boca Juniors è vittima di un'ossessione decennale nei confronti della coppa per club più importante del continente, negli ultimi anni sempre sfiorata mentre ha visto i suoi arcirivali tornare prima in Prima Divisione dopo l’anno di purgatorio in B e poi vincerla sotto la guida proprio di Gallardo nel 2015.
La squadra di Schelotto è riuscita ad imporsi senza troppi patemi sulla formazione brasiliana ma ha il grande svantaggio, rispetto ai suoi rivali, di non avere una chiara identità di gioco.
Schelotto preferisce fare affidamento sulle importanti individualità garantite da una rosa tra le più forti del continente.
Nel parco attaccanti troviamo la bandiera Tevez, tornato in Argentina dopo la parentesi cinese, l’ex Velez e Lazio Zarate, Abila, Pavon, e il bomber Dario Benedetti, decisivo nella conquista degli ultimi campionati in patria e in questa Libertadores, con tre gol segnati nelle ultime due partite.
Da tenere d’occhio nel Boca Pavon, con una clausola rescissoria di 40 milioni, Barrios e l’ex Penarol Nandez, tignoso centrocampista uruguaiano già messosi in mostra con la nazionale guidata dal “Maestro” Tabarez ai mondiali di Russia 2018.

Il Superclasico si svolgerà in un paese stremato da una tremenda crisi economica, con il peso svalutato fino al 122% rispetto al dollaro e con il 30% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà.
Macri, l’attuale presidente del paese ed ex presidente del Boca, usato alla Berlusconi per lanciarsi in politica, sta svendendo il proprio paese al FMI, barattando un prestito di 50 miliardi di dollari con delle riforme strutturali neoliberiste che stanno distruggendo un paese.
Le hinchadas dei due club hanno promesso che il clima euforico per la finale non distoglierà la gente dalla situazione in cui versa il paese, come sogna Macri.
Ancora una volta il calcio diventa uno strumento per criticare i governi antipopolari e autoritari del Sud America, come accadde negli anni ‘80 con il Corinthians di Socrates, dopotutto, come disse Galeano: “In America Latina succedono poche cose che non hanno qualche tipo di relazione, diretta o indiretta, con il calcio”.

Speriamo di goderci due partite spettacolari, senza la solita violenza gratuita tra le due tifoserie, in piena sintonia con la famosa bellezza del calcio sudamericano.


venerdì 2 novembre 2018

0 ARGHIRI EMMANUEL E LO SCAMBIO INEGUALE


Introduzione

L'idea che il commercio possa avvantaggiare tutte le parti in modo non uniforme è vecchia, con le sue premesse nel pensiero mercantilista. Dalla fine del XVI secolo la possibilità di una distribuzione non uniforme dei guadagni dal commercio è stato un tema ricorrente nella teoria del commercio internazionale. Tuttavia, grazie alla riformulazione neoclassica delle opere di D. Ricardo e J. S. Mill sul commercio internazionale, la concezione predominante è stata che il commercio basato sui costi comparativi è vantaggioso per tutte le parti. Il riferimento esplicito a come il commercio possa avvantaggiare un'economia nazionale a discapito di un'altra lo possiamo trovare nelle opere degli scrittori classici, A. Smith, K. Marx e anche D. Ricardo. Questo patrimonio teorico è stato semplicemente trascurato. Fino alla fine degli anni '60 e '70, le principali critiche alla struttura ortodossa di Heckscher-Ohlin-Samuelson sono state basate esclusivamente sulla rilevanza empirica delle sue assunzioni e del fallimento delle sue previsioni di base.
L'idea che il libero scambio basato sui costi comparativi in ​​un mondo di mobilità dei fattori implichi intrinsecamente trasferimenti di valore tra le economie nazionali, d'altra parte, è stata all'ordine del giorno nelle discussioni marxiste dall'inizio del ventesimo secolo. 
Marx stesso era molto critico nei confronti dell'economista volgare che non riusciva a vedere questo fenomeno evidente. Nonostante le sue frequenti osservazioni e passaggi sulla questione, Marx non dedicò un capitolo o un manoscritto esclusivo a una teoria globale del commercio internazionale che comportava trasferimenti di valore tra paesi. La maggior parte degli argomenti marxisti sulla questione furono responsabilità dei suoi seguaci che le elaborarono in relazione alle teorie dell'imperialismo di R. Hilferding, nel suo libro “Il capitale finanziario” del 1910, il quale ha introdotto l'idea dell'ultima fase del capitalismo, che è caratterizzata da monopoli, l'emergere e il dominio del capitale finanziario, nonché politiche espansionistiche imperialistiche. Questo argomento, che a sua volta è stato pesantemente influenzato dal libro di Hobson del 1902 “Imperialismo, uno studio”, fornì l'ispirazione per le conseguenti formulazioni sulla teoria dell'imperialismo. L'analisi di R. Luxemburg nel suo libro “L’accumulazione del Capitale” del 1913 poggia su una teoria del commercio che ha al suo centro il capitale ed il suo bisogno di espandersi geograficamente per realizzare il suo plusvalore. Di conseguenza, l'inclusione delle regioni periferiche nell'economia capitalista mondiale è necessaria per la realizzazione del plusvalore.
La realizzazione del surplus nella periferia porta alla distruzione delle organizzazioni economiche e sociali della periferia, principalmente attraverso la diretta coercizione militare. Mentre la sua analisi rivela come i paesi capitalisticamente avanzati potrebbero dettare la direzione e il contenuto del commercio attraverso la coercizione diretta, non fa esplicitamente riferimento alle disuguaglianze dello scambio.
O. Bauer, d'altra parte, nel suo articolo del 1913 “Die Akkumulation von Kapital”, scrivendo una recensione dell’“L’accumulazione del Capitale” di Luxemburg, sviluppa un modello per dimostrare la possibilità di un continuo accumulo in un'economia chiusa, negando così la necessità dell'imperialismo per la realizzazione del plusvalore. Il modello stesso non contiene molta sostanza, matematicamente parlando, ma la sua conseguente discussione sulla natura ciclica dell'accumulazione risulta essere piuttosto influente. Pensa che i periodi di accumulo eccessivo e di accumulo si verificano quando il ritmo dell'accumulazione di capitale si adatta alla crescita della forza lavoro disponibile. L'imperialismo in questo contesto è una ricerca della forza lavoro, delle materie prime e dei mercati di massa per rimediare a crisi di accumulazione eccessive. L'articolo di K. Kautsky sull'imperialismo del 1914 fa emergere l'idea controversa secondo cui la prossima fase del capitalismo potrebbe essere una collaborazione pacifica dei grandi imperialisti del tempo nello sfruttamento del mondo. Osserva che l'imperialismo ha sostituito il libero scambio come mezzo di espansione capitalista, ma allo stesso tempo ha creato forti contraddizioni tra gli stati capitalisti industrializzati. Perseguire queste contraddizioni attraverso la guerra non è nel miglior interesse dei capitalisti, quindi la traduzione di ciò è nella cartellizzazione in politica estera: una fase di ultra-imperialismo è plausibile. Non solo questa visione ottimistica alla vigilia della prima guerra mondiale si rivelò errata, ma suscitò anche severe confutazioni, specialmente da parte di Lenin e Bukharin.
L'opera di N. Bukharin del 1915, “Imperialismo ed economia mondiale”, si fonda sia sul lavoro di Hilferding che su quello di Luxemburg. Si concentra sulla simultanea nazionalizzazione e internazionalizzazione del capitale come contraddizione centrale del capitalismo moderno. Definisce l'economia mondiale come un sistema di relazioni di produzione e, di conseguenza, di relazioni di scambio su scala mondiale. Egli ritiene che questi rapporti di produzione siano stati stabiliti non solo nel processo di scambio di merci, ma anche nei movimenti di capitale monetario nonché in altre forme di relazioni economiche come la migrazione della forza lavoro, lo stabilimento di imprese all'estero, il movimento del plusvalore ottenuto, le rimesse dei lavoratori, ecc. Per lui l'imperialismo è la politica di conquista del capitale finanziario.
Tuttavia, non si sofferma su come l'imperialismo determini uno sviluppo non uniforme delle diverse regioni, ma si riferisce alle diverse condizioni naturali e ai diversi livelli di sviluppo delle forze produttive in aree diverse in modo molto concreto.
L'argomento base di Lenin nel suo libro “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” del 1916, è il livello di capitale finanziario che viene accumulato nei paesi più avanzati, un processo che è determinato dalla trasformazione della concorrenza in monopolio, questi paesi si rivolgono a politiche coloniali di appropriazione del resto del mondo (Dussel e Yanez, 1990). Il risultato sono colonie dirette e molti altri paesi dipendenti, che sono organizzati economicamente in conformità con gli interessi del capitale concentrato nei paesi avanzati. Questa è la catena imperialista globale, che porta a uno sviluppo non uniforme. Di fatto, secondo Lenin, lo sviluppo uniforme di diverse imprese, trust, rami industriali o paesi è impossibile sotto il capitalismo.
Uno dei primi tentativi di tracciare e formulare trasferimenti di valore a causa di uno scambio ineguale fu opera di H. Grossmann nel suo libro del 1929, “Il Crollo del capitalismo: la legge dell'accumulazione e del crollo del sistema capitalista”. Grossmann riteneva che tutto il necessario per formulare una coerente teoria marxista del commercio internazionale fosse già presente nell'opera di Marx (Raffer, 1987). Ha usato l'esempio di Marx del paese europeo e asiatico presente nel terzo volume del Capitale, assumendo diversi tassi di sfruttamento, diverse composizioni organiche di capitale e un tasso uniforme di profitto nel mercato mondiale. Il suo risultato mostra che, poiché il tasso uniforme del profitto mondiale è ottenuto mediante esportazioni di capitali verso paesi ad alta redditività, i prodotti del paese con una maggiore composizione organica di capitale sono venduti a prezzi di produzione sempre superiori ai loro valori e prodotti del paese con una composizione organica del capitale inferiore, il quale vende sempre a prezzi di produzione inferiori ai loro valori. Quindi il surplus è distribuito secondo i capitali investiti, dal paese asiatico al paese europeo dove il capitalismo è più avanzato. L'idea di un tasso di profitto internazionale è l'elemento cruciale che rivela il trasferimento del plusvalore in questo schema (Raffer, 1987). L'esistenza di una tendenza del tasso di profitto a pareggiare su scala mondiale è stata una questione controversa da questa iniziale introduzione dell'idea, ancor più in relazione alla teoria dello scambio ineguale di A. Emmanuel.
Anche un decennio prima della discussione diffusa sullo scambio ineguale sulla base della teoria di Emmanuel, l'economista della DDR G.Kohlmey stava negando l'esistenza di un tasso di profitto internazionale, la ragione è duplice (Raffer, 1987). In primo luogo, bassi salari, bassi prezzi dei terreni e bassa composizione organica del capitale nonché alti tassi di sfruttamento implicano che i tassi di profitto nella periferia di solito saranno elevati. In secondo luogo, il capitale non è abbastanza mobile a livello internazionale per garantire un tasso di profitto globale. Ci sono molte controtendenze contro tale perequazione globale. Nella sua argomentazione, lo scambio ineguale risulta dalle differenze nazionali nella produttività e nell'intensità dei processi lavorativi, che creano svantaggi assoluti e relativi del commercio internazionale. La disparità di lavoro spesa in questo contesto si riferisce alle deviazioni dalle medie ponderate internazionali. Queste medie sono il punto debole della sua argomentazione, poiché implicano il calcolo di un'unità di lavoro omogenea a livello internazionale, che non è così semplice.
Scrivendo negli anni '60, Baran e Sweezy discutono sui colli di bottiglia del consumo creati dal capitale monopolistico e distinguono tra il capitalismo nei paesi avanzati e nei paesi sottosviluppati. Si concentrano sul capitale monopolistico come fonte di stagnazione nei paesi avanzati e sottosviluppati, nonché sul predominio del capitale straniero nei paesi sottosviluppati come deterrente per lo sviluppo. Queste idee sono seguite dalla scuola di pensiero della Dipendenza negli anni '70 e '80.
La Teoria della Dipendenza, come utilizzata nelle opere di A.G. Frank, S. Amin e I. Wallerstein, è caratterizzata da una formulazione dell'economia mondiale in termini di centro e periferia. Il centro si riferisce alle economie capitalisticamente avanzate dell'Europa, mentre la periferia si riferisce al resto del mondo sottosviluppato in cui, nella maggior parte dei casi, prevalgono istituzioni non capitaliste. Questo sistema mondiale capitalista è caratterizzato da monopoli e dallo sfruttamento della periferia da parte del centro. L'eccedenza viene estratta nella periferia e accumulata al centro. L'organizzazione internazionale della produzione, il subappalto, le strutture statali dipendenti e il commercio internazionale sono tutti strumenti per il trasferimento dell'eccedenza al centro. In questo contesto, uno dei meccanismi che portano allo sviluppo e alla persistenza del sottosviluppo è lo scambio ineguale nel commercio internazionale.
Il concetto di scambio ineguale si è evoluto in un tale contesto di discussioni marxiste e la sua presentazione più influente e controversa è stata data da Arghiri Emmanuel, a cui ora ci rivolgiamo.

L'impatto dell'opera Emmanuel

Il libro di A. Emmanuel del 1969, “L’échange inégal: Essais sur les antagonismes dans les rapports économiques internationaux”, provocò ampie discussioni internazionali sia in ambienti marxisti che non marxisti. Sebbene la sua presentazione fosse nelle categorie marxiste, il suo interesse nel rivolgersi ad un pubblico più ampio e versatile è stato esplicito fin dall'inizio. I lettori desideravano mantenere il contatto con la tradizione strutturalista latinoamericana sviluppata da R. Prebisch.
Nel 1944, per la prima volta, Prebisch introdusse la nozione di centro e periferia e conseguentemente sviluppò l'ipotesi che esistesse uno scambio ineguale tra i due (Love, 1990). La sua argomentazione di fondo era che i cicli commerciali colpivano gli esportatori di beni primari e gli esportatori di beni manufatti in modo diverso, a causa delle diverse strutture economiche nei due gruppi di paesi. Il centro, caratterizzato da un maggiore tasso di innovazione tecnologica, sindacati di lavoro potenti e ben organizzati e mercati oligopolistici, sperimenta minori diminuzioni dei prezzi nell'esportazione in una recessione ciclica rispetto alla periferia, che manca di tutte queste caratteristiche. In questo modo i lavoratori del centro sono in grado di assorbire guadagni economici reali durante la fase espansiva e mantenere una parte stabile dei guadagni durante la fase di contrazione, grazie a stipendi portati istituzionalmente al ribasso. I lavoratori della periferia, invece, sperimentano la maggior parte della contrazione del reddito del sistema. All'incirca nello stesso periodo, H. Singer ha sviluppato l'argomentazione secondo cui i beni primari e i manufatti presentano differenti elasticità della domanda di reddito in modo che il progresso tecnico che determina maggiori redditi al centro porti a una domanda inferiore e di conseguenza a prezzi più bassi per i beni primari e una domanda più elevata e prezzi più alti per manufatti. I due argomenti divennero noti come tesi di Prebisch-Singer, che spiegava come la tendenza delle ragioni di scambio per la periferia si deteriorasse nel tempo. Il punto focale di questa tesi erano le differenze nel livello e nella flessibilità dei salari nel centro e nella periferia, il prezzo del monopolio al centro era anche menzionato come elemento secondario.
Gli strutturalisti latinoamericani che seguivano il sentiero di Prebisch non erano di per sé marxisti. Il loro rifiuto iniziale della teoria del vantaggio comparato non era stato formulato nelle categorie marxiste. Sostenevano che l'esistenza di strutture istituzionali al di là dei postulati della struttura di Heckscher-Ohlin-Samuelson rendeva il quadro ridondante.
Sebbene Emmanuel si consideri un marxista, la sua teoria dello scambio ineguale è conosciuta per essere stata influenzata da Prebisch ed essere una continuazione dell'argomento Prebisch con categorie marxiste. Il modo in cui Emmanuel ha elaborato la sua argomentazione consente un'ampia gamma di rappresentazioni analitiche, da semplici modelli neoclassici, sistemi di matrice neoricardiana a schemi marxisti ortodossi.




Lo scambio ineguale

Nel suo “L’échange inégal: Essais sur les antagonismes dans les rapports économiques internationaux”, Emmanuel inizia con la formazione dei prezzi in una semplice economia delle merci con un unico fattore di produzione, il lavoro. Egli immagina una società di lavoratori indipendenti che posseggono i loro strumenti come proprietà inalienabile, dove il libero scambio dei prodotti dei lavoratori è inevitabilmente sulla base della quantità di lavoro socialmente necessario speso. La riduzione dei lavori individuali spesi per un'unità di lavoro omogenea avviene secondo il conto fatto da Marx nel volume 1 del Capitale. In questo quadro la teoria del valore-lavoro e il costo della teoria della produzione equivalgono alla stessa cosa. Il valore di scambio può essere misurato dalla quantità di lavoro speso durante la produzione in termini di valore e dai compensi per quel lavoro in denaro, con uguale precisione. I prezzi di equilibrio sono definiti come l'insieme di prezzi, i cui movimenti di fattori verso o fuori da un particolare ramo dell'economia cessano completamente. Quindi tutti i rami sono simultaneamente in equilibrio e nel caso di un singolo fattore mobile omogeneo, corrisponde a una situazione in cui il fattore viene ricompensato allo stesso modo in ogni utilizzo.
Quando il quadro viene esteso per tenere conto di diversi fattori, l'equivalenza tra teoria del valore-lavoro e teoria del costo della produzione cessa di essere così semplice. Emmanuel considera in particolare il caso di due fattori: capitale e lavoro. Mentre il lavoro può essere ridotto a un'unità omogenea come nella sua semplice economia di merci, il capitale secondo Emmanuel è sempre omogeneo per sua natura. La sua mobilità, d'altra parte, assicura che il tasso di profitto di equilibrio deve essere lo stesso in tutti i rami dell'economia, proprio come il tasso di salario di equilibrio. Le deviazioni dall'equilibrio determinano i movimenti per ripristinarlo, grazie a fattori internamente competitivi, ossia mobili.
Nel suo schema, per avere fattori spesi, i fattori di ricompensa corrispondono allo stesso valore di scambio, entrambi i fattori devono essere omogenei, mobili e devono entrare nella produzione di tutte le merci nella stessa proporzione. Quando viene violata la condizione di proporzionalità, i valori di scambio possono essere calcolati solo in base ai premi per i fattori, cioè i costi di produzione. Emmanuel afferma che diventa impossibile stabilire un terreno comune per sommare gli importi dei due fattori spesi, quindi il costo della teoria della produzione dei prezzi diventa l'unica strada da percorrere.
Prima di passare alla questione della formazione dei prezzi internazionali, discute la direzione della causalità tra i prezzi e i benefici dei fattori, facendo uso dei calcoli di Marx sui prezzi di produzione. La sua conclusione è che, all'interno del quadro che ha sviluppato fino ad ora, la causalità non può passare dai prezzi ai premi dei fattori. Quindi i salari saranno la variabile indipendente nella sua successiva analisi.
Finora, è stata considerata solo la formazione dei prezzi all'interno di un'economia nazionale. Per quanto riguarda il commercio internazionale, il punto di partenza di Emmanuel è Ricardo, il quale presuppone che tutti i fattori di produzione siano immobili attraverso i confini e che il commercio internazionale sia il meccanismo di equalizzazione dei prezzi. Traccia le trasformazioni subite dall'economia capitalista mondiale e conclude che il capitale ora è altamente mobile e laborioso in gran parte immobile.
La mobilità del capitale garantisce un tasso di profitto internazionale uniforme, mentre i mercati nazionali del lavoro scollegati garantiscono significativi differenziali salariali autonomi tra paesi sviluppati e sottosviluppati. I paesi sviluppati sono caratterizzati da alti salari, alta composizione organica del capitale, innovazione tecnica continua e alta produttività del lavoro, mentre le condizioni opposte valgono per le nazioni sottosviluppate. Pertanto, nella periferia, il tasso di sfruttamento e il tasso di profitto sono molto più alti.
In queste condizioni, la trasformazione dei valori in prezzi comporta due tipi di non equivalenza. Uno è ciò che Emmanuel chiama scambio ineguale in senso lato, che deriva da diverse composizioni organiche di capitale.
Ciò si verifica anche quando sia il tasso di profitto sia il tasso di salario sono uguali a livello internazionale. I prezzi di equilibrio internazionali sono stabiliti sulla base dei tassi di equilibrio del profitto e del salario, che sono le stesse medie ponderate. Questi prezzi determinano trasferimenti di plusvalore da imprese e paesi con una composizione organica inferiore alla media a quelli con una composizione superiore alla media, poiché la perequazione avviene all'interno dei paesi e tra di essi.
L'altro è uno scambio ineguale in senso stretto, che si verifica a causa delle differenze nei tassi salariali in aggiunta alle diverse composizioni organiche di capitale. Emmanuel ritiene che lo scambio ineguale in senso stretto sia il concetto che merita attenzione perché l'altra forma di scambio ineguale esiste in tutti gli scambi capitalistici e non è un nuovo concetto da analizzare. Il rigoroso scambio ineguale, d'altra parte, è unico per il commercio internazionale. I prezzi di produzione sono dati dalla somma del costo del capitale costante e variabile e del tasso di profitto internazionale unico, quindi il salario più basso implica semplicemente prezzi di produzione più bassi per la periferia. Il lavoro socialmente necessario contenuto nel prodotto, d'altra parte è indipendente dal tasso di salario. Per rendere l'esposizione più semplice, Emmanuel si attiene ai prodotti di esportazione specifici per paese nelle sue tabelle illustrative. Pertanto, per ogni articolo specifico per esportazione, il lavoro nazionale socialmente necessario rappresenta la forza lavoro socialmente necessaria a livello internazionale. Con bassi salari nella periferia e alti salari nel centro, il conseguente insieme di prezzi internazionali porterà la periferia a vendere il suo prodotto a un valore inferiore al suo valore sociale, mentre al contrario il centro godrà di prezzi superiori al valore del suo prodotto. Ciò significa che i prezzi internazionali non sono proporzionali agli importi relativi di lavoro socialmente necessario contenuti negli articoli scambiati.
Va anche notato che ciò che si intende per prezzi internazionali sono i prezzi di produzione, cioè i prezzi di equilibrio come precedentemente definiti. Emmanuel assume prezzi di mercato pari ai prezzi di produzione (De Janvry e Kramer, 1979). Questa assunzione insieme alla sua definizione dei prezzi di equilibrio, che implica una situazione di equilibrio generale che può essere rappresentata dall'offerta uguale alla domanda in tutti i mercati, implica meccanismi di scambio ineguale che possono anche essere posti in termini di analisi della domanda di offerta: come il più alto saggio di profitto nella periferia porta afflussi di capitale, l'offerta aumenta e il prezzo diminuisce fino a quando il saggio di profitto si riduce alla media mondiale, per cui i prezzi scendono al di sotto del valore del lavoro del prodotto (Houston & Paus, 1987).
Secondo Emmanuel, uno scambio ineguale in senso stretto è la proporzione tra i prezzi di equilibrio che viene stabilita attraverso l'equalizzazione dei profitti tra regioni in cui il saggio del plusvalore è istituzionalmente diverso. Poiché le differenze nei tassi di plusvalore sono il risultato diretto dei differenziali salariali, l'ineguaglianza dei salari in quanto tali, a parità di altre condizioni, è solo la causa della disuguaglianza degli scambi.
Emmanuel caratterizza questo fenomeno come lo sfruttamento della periferia dal centro, più precisamente come la classe operaia del centro, che sono i consumatori di base dei beni periferici, sfrutta i lavoratori della periferia.
Sebbene l'idea di base sia abbastanza semplice, la presentazione di cui sopra è mantenuta ad un certo livello di dettaglio per dimostrare l'ampia gamma di controversie che costituivano la successiva letteratura sullo scambio ineguale.

Critici dello scambio ineguale

La valutazione immediata e probabilmente la più completa della teoria di Emmanuel è di C. Battleheim, pubblicata come appendice I all'edizione inglese del libro. Pur riconoscendo l'importanza del lavoro e il problema che affronta, Battleheim pensa che la teoria sia discutibile e parziale per una serie di ragioni.
In primo luogo, l'uso da parte di Emmanuel del concetto di premiare i fattori di produzione per spiegare la formazione dei prezzi di produzione è inappropriato. Concettualizzare la teoria del valore-lavoro come funzionante solo in un modo di produzione di merce semplice e non nel modo di produzione capitalistico conduce a due diverse leggi del valore. La definizione di Emmanuel di un fattore di produzione come quota primaria nel prodotto economico della società sfida la teoria del valore creando l'impressione che i redditi percepiti dai produttori costituiscano un valore. I prezzi di produzione nel senso marxiano non possono essere concepiti come la somma dei premi per i fattori.
Emmanuel separa la formazione del valore dalle condizioni sociali e materiali della produzione. L'uso che Emmanuel fa dei concetti marxisti conferisce loro uno status simile a quello delle categorie dell'economia politica volgare.
Inoltre la sua sostituzione dei fattori di produzione con le categorie di forze e mezzi di produzione marxisti conduce a una separazione del fenomeno monetario dai rapporti di produzione e dalle forze produttive. I fenomeni appartenenti alla sfera della circolazione come reddito da lavoro e reddito da capitale non possono essere fondati nelle condizioni materiali e sociali della produzione, quindi non sono caratteristici di un particolare modo di produzione. Battleheim trova l'attenzione di Emmanuel sulle relazioni e le condizioni di scambio ingiustificate. La sua analisi non si legano alla sfera della produzione. La sua definizione dei prezzi di equilibrio e di equilibrio, il suo disprezzo per le condizioni meno che competitive, impedisce l'analisi delle reali conseguenze dei movimenti salariali e dei prezzi. Il suo metodo per confrontare due distinti stati di equilibrio, con e senza differenziali salariali, senza la dimensione temporale limita lo scopo dell'analisi.
In secondo luogo, Emmanuel distingue tra lo scambio ineguale a causa delle differenze nella composizione organica e lo scambio ineguale a causa delle differenze salariali, escludendo il primo come non importante. Infatti, la composizione organica riflette la composizione tecnica nel contesto di un particolare livello di sviluppo dei rapporti di produzione e delle forze produttive. Salari bassi e bassa composizione organica sono manifestazioni di quel particolare livello. Pertanto, il rifiuto di uno scambio ineguale in senso lato trascura le connessioni tra le due forme proposte di scambio ineguale e riduce il fenomeno dello sviluppo non uniforme delle relazioni di produzione e delle forze per far fronte ai differenziali. Supponendo che i salari siano indipendenti in questo contesto, riduce il potere esplicativo della teoria. Si presume uno sviluppo non uniforme senza essere derivato dal modello. Nel sistema di Emmanuel, l'ineguaglianza economica è precedente allo scambio e deriva da fattori storici, istituzionali come l'imperialismo che stabiliscono il differenziale iniziale dei salari. Ciò che la teoria può spiegare è solo la perpetuazione della disuguaglianza.
In terzo luogo, in relazione alla questione se la legge del valore operi sul mercato mondiale capitalista nello stesso modo in cui opera all'interno di un singolo paese capitalista, la risposta di Emmanuel è insoddisfacente. Emmanuel pensa che la legge operi allo stesso modo in entrambi i casi, ma produce risultati diversi a causa degli ineguali compensi del lavoro derivanti dall'immobilità del lavoro. Oltre alla questione della validità dell'assunzione dell'immobilità del lavoro, questa posizione trascura la struttura complessa e dialettica del funzionamento del modo di produzione capitalistico su scala mondiale. Battleheim identifica due tendenze contraddittorie che caratterizzano questi meccanismi: (i) la dissoluzione dei modi di produzione non capitalisti nei paesi in cui il modo capitalistico non è predominante, mentre il capitalismo si espande. (ii) La conservazione di alcune forme non capitalistiche in paesi in cui il capitalismo è predominante.
Questi due fattori determinano l'eterogeneità necessaria nelle condizioni materiali e sociali della produzione per la riproduzione estesa della modalità capitalista sulla scala mondiale. La non-mobilità dei lavoratori è lungi dal rappresentare la complessa realtà che porta la legge del valore a subire trasformazioni complesse sul mercato capitalista mondiale. In quarto luogo, la conclusione di Emmanuel secondo cui lo scambio iniquo porta i paesi del centro a sfruttare i paesi periferici è concettualmente problematica. Il termine sfruttamento, nella terminologia marxista, esprime una relazione di produzione tra capitale e lavoro. La relazione tra due paesi non può essere la stessa di una relazione tra classi. Il trasferimento di plusvalore dai capitalisti della periferia ai capitalisti del centro non è un esempio di sfruttamento. Per quanto riguarda l'idea che i lavoratori del centro sfruttino i lavoratori della periferia, è ancora più problematica. Questa formulazione contraddice la solidarietà internazionale delle classi, nascondendo i rapporti di sfruttamento che sono vissuti ovunque dai lavoratori. Un'altra critica immediata fu opera di D. Evans (1976) che considerava il modello di scambio ineguale di Emmanuel come una generalizzazione sia del modello di lavoro in eccesso di Lewis sia del modello di commercio Prebisch-Singer. Ha sottolineato tre punti deboli del modello. Primo, l'assunto di Emmanuel riguardo l'esogeneità dei salari era una lettura errata di Marx, un punto già sollevato da Battleheim e condiviso da S. Amin (1977). Inoltre, poiché i salari erano determinati in modo indipendente, teoricamente, era possibile per i paesi periferici aumentare il salario reale e rimuovere l'ineguaglianza dello scambio. Il suo ultimo punto era che i coefficienti tecnici fissi di produzione e assunzione del consumo alla base del modello non garantivano la piena occupazione nei due paesi che commerciano.
Oltre a questi punti, l'assunzione di merci specifiche per paese è un importante asse di discussione. A. De Janvry e F. Kramer (1979) attaccano specificatamente questa ipotesi e suggeriscono che i trasferimenti di plusvalore dalla periferia al centro non possono verificarsi quando i beni scambiati non sono specifici per paese.
In effetti, questo è il punto esatto a cui Amin si rivolge nel suo tentativo di estendere il lavoro di Emmanuel a merci non specifiche. Tale estensione è davvero cruciale dato lo status relativamente eccezionale di elementi specifici nel volume totale degli scambi. La complicazione di base introdotta dal commercio di materie prime non specifiche è la difficoltà o addirittura l'impossibilità di stabilire una misura di lavoro internazionale socialmente necessario, che sarebbe la funzione delle condizioni di produzione medie internazionali. Per limitare la definizione di disuguaglianza alle divergenze tra valori sociali relativi e prezzi di produzione relativi, come fa Emmanuel, Amin definisce lo scambio ineguale come lo scambio di prodotti la cui produzione comporta differenziali salariali maggiori di quelli della produttività (De Janvry & Kramer, 1979). In questo modo è in grado di escludere trasferimenti di valore dovuti a differenze di produttività. Secondo lui, sebbene gran parte della periferia non è caratterizzata dal modo di produzione capitalistico, il valore sociale internazionale per un elemento commerciale può essere stabilito sulla base delle condizioni di produzione mondiali. Secondo De Janvry e Kramer (1979), la critica di Amin secondo cui lo scambio ineguale nel senso di Emmanuel non può essere stabilito con merci non specifiche è corretta. Affermano inoltre che l'assunzione di beni specifici esclude la possibilità di concorrenza tra il centro e la periferia nel mercato mondiale, dal momento che producono prodotti distintamente diversi.
Un altro punto che sollevano riguarda i differenziali salariali. Emmanuel postula che una volta che i differenziali iniziali dei salari sono stabiliti attraverso fattori storici, sociali e biologici, persistono e sono rinforzati da trasferimenti di valore, perché l'immobilità del lavoro impedisce l'equalizzazione. Tuttavia, la mancanza di migrazione per lavoro da sola non garantisce la persistenza delle disparità salariali. La mobilità del capitale alla ricerca di costi inferiori può compensare l'immobilità del lavoro. Implicito nell'argomentazione di Emmanuel è la nozione di un surplus di forza lavoro nella periferia. Gli afflussi di capitali, tuttavia, possono esaurire questo surplus accelerando l'accumulo e aumentando l'occupazione, aumentando così i salari. Emmanuel non offre alcun meccanismo per invertire questa tendenza dei salari a pareggiare attraverso movimenti di capitali nel lungo periodo. In effetti, questo effetto degli afflussi di capitali per stimolare lo sviluppo economico nella periferia è la saggezza convenzionale marxista. Alcuni dei meccanismi che possono essere offerti per spiegare la persistenza dei differenziali salariali tra i paesi sono le dimensioni relative degli eserciti di riserva, come sopra, accumulazione disarticolata e restrizioni legislative, tuttavia nessuno di questi è compatibile con le ipotesi di mobilità del capitale e concorrenza perfetta di Emmanuel. Così, all'interno di un dato contesto, lo scambio ineguale non è autoaffermante come sostiene Emmanuel, esso cessa mentre aumenta la mobilità del capitale.
B. Gibson (1980), d'altra parte, sostiene che gli argomenti di De Janvry e Kramer non sono validi. Pensa che l'uso da parte di Emmanuel della teoria del valore-lavoro nelle sue esposizioni sia fonte di confusione per molti studiosi che discutono la questione. Infatti lo scambio ineguale non ha nulla a che fare con la teoria del valore-lavoro. Ciò che Emmanuel essenzialmente fa è confrontare i prezzi che prevalgono con i differenziali salariali esistenti a quelli che prevarrebbero se i salari fossero uguali. Definire uno scambio ineguale come un trasferimento di valore da solo non spiega in che senso una parte stia meglio. Affinché l'analisi sia significativa, l'eccedenza trasferita deve essere misurata nei prezzi, non in termini di valore.
Avendo sottolineato ciò, Gibson prosegue in un quadro sraffiano, per stabilire e dimostrare il teorema fondamentale dello scambio ineguale, senza la teoria del valore-lavoro. Il teorema fondamentale afferma che, nel caso semplice di due paesi e di due prodotti specifici senza inversioni del modello commerciale, un aumento del tasso salariale in un paese migliorerà le sue ragioni di scambio (Gibson, 1980). Quando il teorema viene esteso a molti paesi e molte materie prime, i risultati diventano in qualche modo ambigui. Quando viene esteso a merci non specifiche, non è possibile stabilire una dimostrazione matematica. Confutando la tesi di De Janvry e Kramer sulla mobilità del capitale, dice Gibson, i salari più bassi da soli non garantiscono una maggiore redditività nella periferia. Tutti gli altri costi dovrebbero essere considerati. Pertanto, salari più bassi potrebbero non essere sufficienti per indurre flussi di capitale equalizzanti, quindi la natura auto-esaustiva dello scambio ineguale non è così semplice come l'affermazione.
Infine, Gibson solleva la questione se la teoria di Emmanuel costituisca una base per una teoria generale del sottosviluppo.
Non lo pensa, perché lo scambio ineguale non può spiegare il modo in cui il surplus viene utilizzato una volta che viene appropriato.
Ciò che in realtà emerge delle parti commerciali dipende in ultima istanza da una serie complessa di fattori sociali eccessivamente determinati, tra cui la natura e l'intensità della lotta di classe, la congiuntura politica, ecc.
La stessa domanda è ripresa da A. Shaikh (1979, 1980) in relazione alle più ampie questioni della legge del valore internazionale e alla teoria marxista del commercio internazionale. Shaikh valuta quanto sia efficace la teoria di Emmanuel sullo scambio ineguale con una confutazione della teoria del vantaggio comparato. La sua conclusione è che lascia intatta la teoria del vantaggio comparato. La formulazione di Emmanuel implica che "la legge dei costi comparativi continua a determinare i modelli internazionali di commercio e specializzazione (e quindi la divisione internazionale del lavoro)" ma "la moderna mobilità del capitale dà luogo a un insieme di conseguenze completamente nuove e impreviste derivanti da questa legge" (Shaikh, 1979). Inoltre i critici marxisti di questa teoria non riescono ad affrontare le seguenti due domande centrali: (i) La legge dei costi comparativi è la forma internazionale della legge del valore marxiana? (ii) Si trasforma nella legge di Emmanuel dello scambio ineguale con la mobilità del capitale? La risposta di Shaikh ad entrambe le domande è un grande no. Il risultato immediato della corretta analisi delle leggi dello scambio internazionale è che la legge del vantaggio comparato è impossibile proprio per le sue stesse ragioni. Di fatto, nel contesto della teoria del valore-lavoro, il vantaggio assoluto, non comparativo, le regole del commercio internazionale e una legge internazionale del valore dalla prospettiva marxista richiedono un'analisi molto più sofisticata del rintracciare i trasferimenti di valore. Nella maggior parte dei casi, non è nemmeno possibile stabilire la direzione netta di questi trasferimenti. Il trattamento dettagliato di Shaikh sui trasferimenti di valore mostra che nel mondo reale i trasferimenti netti negativi di valore per i paesi sottosviluppati non sono una legge, come sostiene Emmanuel, è solo una possibilità. Ciò che rende possibile che Emmanuel rivendichi una legge sono le assunzioni della perequazione dei profitti internazionali e dei beni commerciali specifici del paese.
Lo scopo fondamentale di Shaikh è gettare le basi per una teoria marxiana del commercio internazionale. Centrale a questo scopo è correggere l'errore di accettare la legge dei costi comparativi per il caso del capitalismo competitivo, che è fatto dalla maggior parte degli studiosi marxisti. Come risultato di questo errato approccio, gli effetti indesiderabili del commercio internazionale possono essere derivati ​​solo da argomentazioni del capitalismo monopolistico, mentre lo stesso Marx ha derivato i suoi argomenti di sfruttamento, crisi, concentrazione e centralizzazione, ecc. da un modello di libera concorrenza. Tuttavia, una volta riconosciuto che la teoria del valore di Marx implica una legge dei costi assoluti, non comparativa, diventa evidente che le disuguaglianze nello sviluppo e i guadagni dal commercio e tutti i fenomeni simili sono le conseguenze naturali dello stesso libero scambio. Lo scambio ineguale in questo contesto è solo un fenomeno secondario, che non può costituire la causa del sottosviluppo.

Conclusione

L'incapacità della teoria del commercio ortodosso di spiegare la disuguaglianza dei guadagni dal commercio è empiricamente piuttosto semplice. Tuttavia, la formulazione di un quadro teorico globale che renderà conto di loro risulta essere complicata. Nonostante l'uso popolare, specialmente della versione estesa Amin-Saigal della teoria dello scambio ineguale da parte della scuola della Dipendenza negli anni '70, sembra esserci un consenso sulla sua limitatezza e inadeguatezza come teoria generale di sviluppo non uniforme.
In ultima istanza, la teoria di Emmanuel sullo scambio ineguale sembra non essere coerente e una coerente confutazione della legge del vantaggio comparato e della struttura di Heckscher-Ohlin-Samuelson. Le discussioni teoriche ed empiriche stimolate da questa teoria, tuttavia, fanno molto per ispirare alternative alla saggezza convenzionale.
Nonostante la mancanza di riferimenti a questa letteratura nella maggior parte dei libri di testo e discussioni politiche, l'idea rimane interessante da approfondire. Recenti ricerche su uno scambio ecologicamente ineguale esemplificato da Odum (1988), Odum e Arding (1991), Hornborg (1998), Martinez-Alier (2003) costituiscono una reincarnazione coerente dell'idea. Hornbog (1998) tenta di articolare la teoria del sistema mondiale e l'economia ecologica sottolineando i paralleli tra i ruoli del lavoro e dell'energia nella teoria del valore. L'energia si riferisce all'energia incorporata, che è la quantità di energia investita in un prodotto. Odum (1988) e Odum e Arding (1991) rappresentano uno sforzo serio per esporre lo scambio ineguale emergy nel commercio internazionale facendo uso di rapporti emergy / dollaro e rapporti di cambio emergy. Hornbog stesso propone il concetto di exergia, che si riferisce all'energia disponibile. La sua affermazione di fondo è che i prezzi di mercato sono il meccanismo specifico attraverso il quale i centri del mondo estraggono l'exergia e esportano l'entropia nelle loro periferie.
Questa lettura multidisciplinare della letteratura marxista sullo scambio ineguale offre un nuovo e in espansione forum di dialogo per ecologisti, economisti, sociologi e storici, oltre a mostrare come i contributi di Emmanuel non hanno perso la loro rilevanza nel capitalismo globale sempre più interconnesso di oggi.

 

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