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domenica 30 dicembre 2018

0 LA RINASCITA DI SCOLARI: DIETRO IL TITOLO DEL PALMEIRAS


La prima riflessione da fare sul Palmeiras decacampeão è: come è riuscito un lavoro di 112 giorni a far passare una squadra dal settimo posto allo scudetto? L'esperienza di Felipão risponde. Comprendendo il momento e dando ai giocatori semplicità di idee e protezione, il leggendario allenatore mostra anche un po' della realtà del calcio brasiliano. Perché qualsiasi club, per quanto professionale possa essere, coesiste con una pressione insolita e salutare per i titoli.

Le idee di Roger Machado hanno richiesto un tempo che il Palmeiras non aveva

Quando l'investimento è alto e i giocatori sono famosi, la pressione si raddoppia e diventa difficile applicare idee che richiedono tempo per essere assimilate. Roger Machado visse con questa ansia quando costruì una squadra organizzata ma irregolare. Il suo Palmeiras iniziò con un 4-2-3-1 formato da Dudu, Moisés e Scarpa a centrocampo. L'intenzione era di lavorare di più sulla palla e far avanzare le linee. Dudu e Scarpa erano fissi ai lati, mentre Moisés e Bruno Henrique dialogavano attraverso passaggi profondi con Borja.
Si è scoperto che queste idee erano troppo complesse per il momento e anche per il peso di aver perso il campionato Paulista contro il principale rivale, in casa. La sua era una squadra "per il prossimo anno". Di 15 partite, ne ha vinte solo 5 ed è stato esonerato in un momento in cui il club non voleva rischiare di sprecare la stagione. Perché non importava se la squadra fosse per il futuro o fosse in costruzione: la necessità era vincere ora.

Felipão capisce il momento e dove iniziare

L'arrivo di Felipão non è stato unanime, ma ha risposto alla diagnosi lasciata da Roger: la squadra aveva bisogno di semplicità, gestire in maniera semplice gli atleti e ottenere risultati. La sua prima azione fu di semplificare il modo in cui Palmeiras giocava: invece di molti tocchi, passaggi semplici e diretti. Invece di giochi combinati, palle lunghe per Borja. Nella prima versione, un 4-1-4-1 con Moses come seconda punta, vale 6 partite vinte consecutivamente.
Il gioco semplice di Felipão è anche legato alla necessità del giocatore brasiliano di sentirsi libero sul campo. Quindi un'idea con posizioni più definite nell'attacco, come quella di Roger, non è sempre corretta. Un esempio è Dudu: è diventato la stella del campionato perché era libero di ricevere la palla e fare le scelte che voleva. Deyverson è stato costretto a rimanere meno nell’area di rigore ed a toccare maggiormente la palla. Questo tipo di calcio è più intuitivo e caotico, richiede una grande sinergia tra allenatore e giocatori per ottenere dei risultati, come ha fatto il Palmeiras.

La difesa a zona, gli inserimenti e la copertura

Un altro drastico cambiamento di Felipão al Palmeiras è stato il modo di segnare. Qui arriva la conoscenza dell'atleta brasiliano, a cui piacciono più le azioni individuali e un gioco fisico invece del lavoro sul posizionamento. 
Scolari e Turra hanno lavorato per rendere i raccordi - quando un giocatore lascia la sua posizione di partenza - più definiti e "lunghi", spesso con i difensori fino a centrocampo. Quando ciò accade, Turra ordina che la copertura sia immediata. Quindi, se qualcuno viene dribblato, c'è un compagno che va sulla palla.
La ricerca di protezione e sicurezza è una costante nel lavoro di Felipão. Non è una squadra appariscente, bella da guardare: è un allenatore essenzialmente dei risultati. Il Palmeiras che dopo aver battuto il Corinthians, prendendo il comando contro il Cruzeiro e rompendo un tabù di 16 anni al Morumbi, era un "5-5": i lati e il dorso erano vicini a un volante e il resto mandato all'attacco. In mezzo al campo è stato creato un fortino, espugnato con palle lunghe e dirette verso Borja o Deyverson.

Non è brutta o bella, piuttosto una questione di competizione

Dal momento in cui è stata ottenuta la testa del campionato, il Palmeiras è stato preso di mira. Gli avversari hanno cercato di capire come neutralizzare il gioco diretto e forte del Palmeiras. Felipão ha iniziato a ruotare di più i giocatori, anche perché la semplicità del gioco ha permesso a chi era in panchina di capire velocemente gli schemi e come posizionarsi nel campo. Questo mossa ha avuto lo scopo di privilegiare chi fisicamente era ben messo per affrontare le gare del girone di ritorno, solitamente più duro e più intenso.
La versione capolista del Palmeiras è una squadra ancora più diretta. Mette la palla a terra, prova alcuni passaggi e non si vergogna di difendersi e prende i contropiedi o lasciare la palla agli avversari - le vittorie contro Santos, Paraná e Atlético-MG sono nate in questo modo. Prima di tutto, è una squadra che usa il momento a suo favore e cerca altre risorse del gioco per vincere una partita.
Brutto o bello? Questa domanda è vecchia. Era un dilemma con Cuca e con molti altri allenatori in Brasile. Felipão non ha mai nascosto quello che è sempre stato nella sua carriera vincente: un allenatore dei risultati. Scolari pensa, vive e si allena per vincere, non importa come. La palla lunga, il gioco profondo e pochi passaggi mirano a ottenere l'obiettivo più veloce, facendo pressione sull'avversario e cercando contropiedi utili. Così ha vinto 2 Libertadores, 2 Brasileirões, 1 Coppa del Mondo e molti altri titoli.
Il Palmeiras campione in meno di 4 mesi e con 20 partite è il risultato di questo pensiero che incontra il tifoso appassionato e l'allenatore sul terreno della vittoria. Nessun club o tifoso appassionato è disposto a perdere in favore del "buon calcio", per quanto personalmente preferisca sempre il bel gioco ad una vittoria sporca.
A questo titolo bisogna anche aggiungere una semifinale di Libertadores, dove il Palmeiras si è dovuto arrendere allo straripante Boca Juniors, e la semifinale della coppa nazionale, dove è stato eliminato dai futuri campioni del Cruzeiro.

Questo titolo ha anche il sapore dolce della rivincita.
Dopo il disastroso mondiale casalingo del 2014 alla guida del Brasile sembrava finita la lunga e vincente carriera di Scolari ma questo titolo potrebbe dargli una seconda opportunità.
Non solo è importante perché consente al Palmeiras di diventare il primo club brasiliano a vincere dieci campionati, strappando il titolo agli eterni rivali del Corinthians, ma potrebbe proiettare nuovamente Scolari su una panchina di una nazionale importante dalla quale tentare il nuovo assalto al Mondiale, si vocifera di un forte interessamento della Colombia in queste settimane, il tempo ci dirà quale sarà il suo destino.


venerdì 28 dicembre 2018

0 RUY MAURO MARINI: UN PENSIERO RIVOLUZIONARIO PER IL XXI SECOLO - PARTE 2




Il nuovo anello a spirale e il subimperialismo

Anche se Marini parlò della categoria di subimperialismo prima della "Dialettica della dipendenza", in questo lavoro sistematizzata e approfondisce il concetto, ispirato a ciò che venne sviluppato da August Thalheimer sulla cooperazione antagonista. Marini ricorre all'esame della realtà del capitalismo brasiliano e delle sue alleanze di classe. A questo proposito, definisce l'integrazione e le contraddizioni tra le classi dirigenti nello sviluppo del capitalismo industriale in Brasile e distribuisce la sua analisi dallo studio del comportamento molto specifico dell'evoluzione dell’industrializzazione e le limitazioni della sua base di classe, dove la borghesia nazionale industriale non è in grado di svolgere un ruolo di difesa contro la borghesia straniera e, al contrario, è alleata con essa. Spiega inoltre come la ricomposizione del modello di dominio si è basata sull'alleanza tra le frazioni superiori della borghesia industriale e nuove forme di capitale straniero, abbandonando la sua alleanza con i lavoratori e le pretese di una politica estera indipendente.

Per la sua politica di rafforzamento dell'alleanza con i latifondisti o l'integrazione con l'imperialismo, la borghesia (brasiliana in questo caso) non può contare su una crescita del mercato interno in grado di assorbire sufficientemente la crescente produzione che deriverebbe dalla modernizzazione tecnologica. Non ha altra alternativa che cercare di espandersi all'estero e, quindi, diventa necessario garantire una riserva di mercato esterno per la sua produzione.

Marini riconosce l'abbandono dell'alleanza della borghesia con gli operai nella difesa del cittadino e il super-sfruttamento del lavoro come una risorsa che sostiene la riproduzione allargata, cosa che potrebbe accadere grazie alla grande presenza di un esercito di riserva di forza lavoro e / o l'uso della violenza sui lavoratori. Così, l'industrializzazione in Brasile si approfondì in associazione con il capitale straniero e, con questo, un settore monopolistico che si distinse dalla piccola e media borghesia e implementò scale di produzione in contraddizione con i mercati interni limitati. D'altra parte, Marini avverte che il consumo statale e la sumptuary soddisfano solo parzialmente le esigenze della domanda, per cui sarà necessario distribuire quantità crescenti verso l'esterno della realizzazione di merci e, a lungo termine, dei propri impegni, per cercare nuovi mercati.

Stabilisce anche che il sub-imperialismo implica una politica esterna di subordinazione all'imperialismo, un'associazione preferenziale, una posizione di paese chiave nella periferia per proiettarsi a livello internazionale. Ma questa politica non nasce solo dal desiderio di leadership politica, ma è principalmente dovuta ai problemi economici posti dall'opzione della borghesia originaria a favore dello sviluppo integrato. Nel frattempo, ragiona Marini, la sua pretesa espansionista implica attriti all'interno della divisione internazionale organizzata dai paesi sviluppati.
Allo stesso modo, l'autore sottolinea come il subimperialismo, attraverso il super-sfruttamento del lavoro, spinge all'acquisizione della tecnologia e dei processi di accumulazione. Allo stesso tempo, sottolinea che la borghesia, per raggiungere la sua integrazione nell'imperialismo e con la speranza di riattivare l'espansione economica dei redditi da capitale straniero, accetta di intensificare il processo di rinnovamento tecnologico dell'industria. In breve, concepisce il sub-imperialismo come una politica esterna, praticata dal capitale nativo, di subordinazione all'imperialismo la cui base è economica. Con ciò, ricrea la tesi leninista del rapporto tra politica ed economia, principio vitale della teoria rivoluzionaria nell'epoca dell'imperialismo. Con questa tesi dimostra l'enorme lucidità che caratterizza il suo pensiero e la conoscenza che ha della teoria marxista-leninista, in particolare nell'orbita socio-politica, nell'analisi delle strutture di classe e potenza, anche trascendenti per la teoria rivoluzionaria.

Marini (1973) afferma che:


Utilizzare questa linea di analisi per studiare le formazioni sociali concrete dell'America Latina, per guidare questo studio nel senso di definire le determinazioni che sono alla base della lotta di classe che si sviluppa lì e aprendo così prospettive più chiare alle forze sociali decise a distruggere quella mostruosa formazione dipendente dal capitalismo: questa è la sfida teorica posta oggi ai marxisti latinoamericani. La risposta che daremo influenzerà indubbiamente in modo non trascurabile il risultato che i processi politici che stiamo vivendo raggiungeranno finalmente (p.77).

Nei testi successivi, l'autore mostrerà che il capitale internazionale e la borghesia ad esso associata sosterranno una redemocratizzazione controllata, una volta che la dittatura ha domato la ribellione, distrutto le organizzazioni popolari e raggiunto i suoi obiettivi di abbassare i costi di produzione. Questa situazione permetterà loro di conservare la base economica del sub-imperialismo e limitare le contraddizioni con l'imperialismo che la leadership dello stato da parte delle forze armate può promuovere, dato che, per motivi di formazione, non possono rompere completamente con il nazionalismo.

L'America Latina nel nuovo secolo e la validità del pensiero di Marini

Quarant'anni dopo la pubblicazione della sua opera più compiuta, a vent'anni della sua morte, la concezione della teoria rivoluzionaria di Marini rimane di primaria importanza, perché ci sono insegnamenti che emanano dalla sua ideologia rivoluzionaria e rimangono essenziali nel momento attuale.


Marini consegnò, come è stato detto, le sue principali concezioni sulla condizione della dipendenza e sullo sviluppo capitalistico sui generis dell'America Latina in due tesi fondamentali: il super-sfruttamento del lavoro e il sub-imperialismo. Egli ha difeso l'idea della questione nazionale legata alla lotta di classe, cioè l'indipendenza e il socialismo come processi inesorabilmente uniti.


La realtà latinoamericana mostra che i cambiamenti sperimentati con il nuovo modello di accumulazione non hanno cambiato l'essenza del capitalismo. L'autore propose una lettura creativa della teoria marxista della realtà latinoamericana, in cui, come diceva Mariategui, non ci sarebbe "ni copia ni calco" e lo raggiunse, in essa risiede la validità del suo pensiero.

La concettualizzazione di Marini del super-sfruttamento della forza lavoro come caratteristica della periferia è un'interpretazione creativa della teoria marxista, valida non solo per l'America Latina in questo momento, ma anche per i segmenti di lavoro nel mondo sviluppato, secondo i margini della miseria che prolifera lì.

Il modello di accumulazione in vigore ha internazionalizzato il capitale e interconnesso i processi. Tuttavia, piuttosto che eliminare l'ineguaglianza tra paesi e le relazioni di dipendenza-dominio tra nazioni, li ha approfonditi. La lotta per l'indipendenza continua ad essere uno scopo dei paesi poveri, anche da posizioni più difficili.

Contrariamente a ciò che reclamizzano alcuni teorici, il capitalismo nella regione e i rapporti di produzione sempre più dipendenti continueranno ad essere modificati e ricreati per confermare la riproduzione allargata di dipendenza e per soddisfare le esigenze dei paesi sviluppati e dei loro ambasciatori, le multinazionali. Il nuovo modello della riproduzione consiste nell'esportazione primaria, transnazionale estrattiva e finanziaria, nel riorientamento degli assi principali di accumulo, promuovendo il predominio del settore primario sul secondario nella produzione per i mercati mondiali. Ha dato il primato ai prodotti agricoli o agroindustriali, alle miniere, ai prodotti energetici (come il petrolio, il gas e ora l'etanolo) e alcune attività nel settore dei servizi. Suppone una ripetizione, sotto nuove condizioni, della tendenza del vecchio modello di esportazione agro-minerario prevalente nella regione nel XIX secolo e agli inizi del XX.

Il capitalismo moderno ha modificato lo spirito dei gruppi sociali. Mentre la classe operaia industriale ha perso peso specifico nel mondo degli sfruttati, si è diversificata e dispersa economicamente e socialmente, tra i settori medi sono apparsi nuovi sconfitti dal capitalismo neoliberale, che ripensano le alleanze sociali e ridefiniscono il campo popolare. Questo aspetto deve essere preso in considerazione dalla teoria rivoluzionaria.
Sorge l'esigenza di trovare nuove forme di offensiva contro il capitale, di riadattare la lotta alle nuove condizioni. D'altra parte, i governi sollevati dalle masse popolari e dai movimenti sociali non possono disdegnare le nuove figure incorporate nelle lotte e voltare le spalle a coloro che le hanno elogiate. Inoltre, i leader devono riconoscere nelle nuove circostanze la transizione dalle richieste sociali alla politica.

Il socialismo del XXI secolo in America Latina viene annunciato come uno strumento per costruire la nuova società, con una scrittura diversa sebbene in uno sforzo comune. Il suo contenuto centrale è la riflessione teorica e politica sul socialismo necessario, desiderato e possibile nelle condizioni storiche di questa epoca. Prima di tutto, si tratta di realizzare ciò che Marx (1975) ha affermato: "Non proviamo ad anticipare dogmaticamente il mondo, ma vogliamo trovare il nuovo mondo attraverso la critica del vecchio [...]" (p 446).

Il nuovo modello ha approfondito la subordinazione dello sviluppo tecnologico dai paesi dipendenti ai paesi sviluppati. La frammentazione della produzione, che la caratterizza e l'ubicazione di parti di processi in cui i costi sono inferiori (in termini di materia prima e forza lavoro) hanno intaccato l'eterogeneità della struttura produttiva, mentre la scienza e le innovazioni erano concentrate nei paesi più sviluppati. Se a ciò si aggiunge la permanenza delle attività tradizionali, l'emarginazione dei contadini e l'esclusione degli indigeni dalla promozione dello sviluppo, la regione è sanzionata da una deformazione strutturale sempre più accentuata, arretratezza tecnologica e povertà. Fenomeni tutti rivelati da Marini nel suo lavoro.

Questo nuovo modello di riproduzione del capitale in cui l'aumento della produzione è il risultato di un maggiore sfruttamento del lavoratore, il prolungamento della giornata lavorativa e la riduzione del consumo del lavoratore oltre il suo limite normale, non l'aumento della sua capacità produttiva, ha piena corrispondenza con il super-sfruttamento rivelato da Marini, che si manifesta nella denuncia del carattere profondamente iniquo del processo distributivo.

La povertà, in breve, è salita alle stelle e va oltre l'enorme massa di disoccupati. Oggi puoi avere un lavoro in America Latina e trovarti nella soglia di povertà. Al contrario, le élite borghesi proclamano miglioramenti nel benessere della popolazione, il carattere di sfruttamento del capitalismo sta crescendo e la regione è l'area geografica più ineguale del pianeta. I principali problemi in America Latina continuano ad essere la povertà (estrema), la disoccupazione e la sottoccupazione, le condizioni di lavoro precarie, la preminenza di salari minimi e pensioni insufficienti per soddisfare i bisogni di base (episodio non concentrato solo negli anziani e malati, ma colpisce un ampio settore della popolazione in età lavorativa, così come i loro figli), il declino delle responsabilità che i datori di lavoro hanno in relazione al benessere dei propri lavoratori (paragonabile con i primi anni del secolo XX).

La situazione in cui vivono le maggioranze, l'ineguale distribuzione della ricchezza e la precarietà, non è rivendicata nel socialismo o nel cambiamento del sistema, ma nel miglioramento del livello di vita e della giustizia sociale. Il fenomeno dell'appropriazione di parte del fondo di consumo come fondo di accumulazione, così comune oggi, è stato denunciato da Marini.

Lo sfruttamento del lavoro minorile, la violenza di genere e l'esacerbazione di tutte le forme di violenza nelle loro forme più brutali sono anche il risultato della miseria e del super-sfruttamento che il sistema impone in condizioni di dipendenza. Il sovrasfruttamento del lavoro continua a essere un segno di questa epoca anche se, come contropartita, ha generato maggiore insoddisfazione e ribellione, ha ampliato la matrice di classe dei contendenti contro il capitale.

Indiscutibilmente, negli anni dei governi progressisti, la situazione di miseria è diminuita in modo significativo, come riconosciuto dall'ECLAC, dalla Banca mondiale e da altre organizzazioni internazionali. Ma le politiche pubbliche non possono essere limitate a miglioramenti distributivi, il loro diapason deve essere più profondo. La teoria rivoluzionaria deve sapere che la prima cosa da risolvere è l'unificazione delle volontà della gente, tenere conto che la lotta per l'immediato non può trascurare l'obiettivo finale e che l'ambizione anticapitalista si nutre della volontà di conquista. Le riforme alla fine devono diventare una rivoluzione.

Marini intese bene le idee del marxismo, solo la distruzione del supersfruttamento potrà portare alla fine del sistema che genera l'ineguaglianza, poiché essa è parte integrante del sistema, quindi le contraddizioni saranno risolte solamente dopo la risoluzione dei conflitti sociali assoluti. I cambiamenti non possono essere fermati nella resistenza al neoliberismo. In America Latina questa resistenza coinvolge un gran numero di soggetti sociali, tra cui: i lavoratori, meno belligeranti e organizzati in questo momento; i contadini, i settori indigeni, i movimenti sociali (settore più dinamico) e i movimenti religiosi, i poveri in generale. Tutti coinvolti in un principio comune: la lotta alla povertà. Essa comprende anche le sezioni delle classi medie, piccole e medie borghesi, industriali locali e comunità rurali, precedentemente associate alle forme tradizionali di produzione, lavoro e consumo e necessitano di miglioramenti per i propri livelli di vita. Questo fenomeno dimostra che sia nella lotta che nei suoi benefici, questi settori devono essere presi in considerazione.

Il subimperialismo implica una politica esterna di subordinazione all'imperialismo, richiede un'associazione preferenziale, una posizione di paese chiave nella periferia per proiettarsi a livello internazionale. Ma questa politica non nasce solo dal desiderio di leadership politica, ma è principalmente dovuta ai problemi economici posti dall'opzione della borghesia originaria a favore dello sviluppo integrato. Nel frattempo, la sua pretesa espansionistica implica attriti con la divisione internazionale organizzata dai paesi sviluppati. Evidenzia inoltre come il subimperialismo, collegato con il super-sfruttamento del lavoro per promuovere l'acquisizione della tecnologia e i processi di accumulazione, minimizzi le sue contraddizioni con il latifondo e limiti la sua capacità di affrontare l'imperialismo e il capitale internazionale. Optando per la loro integrazione nell'imperialismo e riponendo le loro speranze nel riattivare l'espansione economica negli afflussi di capitali stranieri, la borghesia accetta di intensificare il processo di rinnovamento tecnologico dell'industria.

L'apertura delle barriere commerciali, il boom delle esportazioni e il controllo dei mercati che porta con sé hanno rinvigorito la vocazione sub-imperialista di alcune economie regionali. Grandi capitali brasiliani, argentini e cileni si espandono in tutta la regione meridionale del continente, mentre i grandi capitali messicani diventano forti in America centrale e raggiungono anche la parte meridionale della regione, quando non si avventurano in altre regioni, tutti insieme allo Stato, che li abilita e protegge.

Gli accordi di libero scambio tra gli Stati dell'area e i progetti di mercato regionale sono quindi incoraggiati e mediati dai progetti sub-imperiali. C'è un nuovo discorso regionalista e nazionalista che fa parte di questo processo. Allo stesso modo, ha la sua massima espressione contemporanea in eventi come i colpi di stato in Honduras e Paraguay, nell'ALCA (esempio di tentativo di integrazione competitiva, presente attraverso accordi bilaterali), la formazione di modelli integrazionisti come l'Alleanza del Pacifico e la preponderanza del Brasile a livello regionale o l'alleanza del Messico con il suo vicino settentrionale.

Il capitalismo ha intensificato lo sfruttamento capitalista, allargando lo spettro, ha portato alla frammentazione della classe operaia, che riafferma le sue forme di lotta. I movimenti sociali si distinguono come portatori di cambiamenti, sono molto importanti nell'era attuale e devono essere presi in considerazione, tuttavia hanno un carattere eterogeneo, non sono organicamente integrati, da soli non possono portare avanti la rivoluzione. Nell'affrontare questa complessità, il genio di Marini, la sua validità, emerge ancora una volta, a partire dal costituire un esempio di discernimento e applicazione creativa del metodo marxista e della sua teoria, concepito per una realtà estremamente complessa, che rende il suo lavoro un faro sulla via della rivoluzione nell'era attuale.

È vero che le classi sociali esistono solo attraverso la loro lotta, tuttavia, questo non significa che non ci siano momenti in cui le loro contraddizioni diminuiscono, con il conseguente appeasement del ritmo e delle forme di lotta, soprattutto quando c'è un nemico più grande (capitale transnazionale e suoi alleati locali) e la sua sopravvivenza è in gioco. Non si può ignorare che la lotta di classe si svolge in una struttura molto complessa, in particolare nei paesi periferici, dove ogni fascia storica di contraddizioni determina una specifica matrice di classe, tra le quali tendono a costituire blocchi e alleanze che sono i protagonisti più concreti di ogni congiuntura. Questa situazione richiama una congiuntura particolare sull'attuale scena politica.

A titolo di conclusione

Il grande valore scientifico dell'opera di Marini sta nel chiarire le leggi particolari che governano l'emergere, l'esistenza, lo sviluppo e la morte di un dato organismo sociale e la sua sostituzione con un altro, superiore al primo. Il lavoro di Marini è un contributo fondamentale nella costruzione del pensiero critico latinoamericano e un punto di partenza obbligatorio per la teoria rivoluzionaria.

Un equilibrio della situazione attuale nel subcontinente latinoamericano avverte che l'ala destra che opera nel mondo capitalista è tornata in America Latina e ha causato non solo la tremenda pressione ideologica ma anche le debolezze della sinistra, il discredito dei governi progressisti e la perdita di rappresentatività della sinistra. Ciò che è stato detto prima impone una revisione critica delle loro posizioni e l'urgenza di una revisione creativa del marxismo e persino di ogni alternativa socialista.

Bibliografia 

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D. F. 
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LENIN, V. I (1965): Collected Works, vol. XXXII, p. 32, Mosca . 
MARINI, R. M. (1973): Dialéctica de la dependencia, Ediciones Era, S.A., México D. F. 
MARINI, R. M. (1985): La lucha por la democracia en América Latina, en Cuadernos Políticos, n.º 44, Ediciones Era, México D. F. 
MARINI, R. M. (1996): "Proceso y tendencias de la globalización capitalista", en R. Marini y M. Millán (coords.), La teoría social latinoamericana, t. IV, Ediciones El Caballito, México D. F., pp. 49-69. 
MARX, C. (1975): "Carta de Marx a Ruge, 1843", Opere scelte , Editori Riuniti , Roma. 
PALMA, G. (1987): "Dependencia y desarrollo: una visión crítica", en Dudley Seers (comp.), La teoría de la dependencia: una evaluación crítica, Fondo de Cultura Económica, pp. 21-89, México D. F. 
SADER, E. (2012): "América Latina y la economía global. En diálogo con Dialéctica de la dependencia de Ruy Mauro Marini", Nueva Sociedad, n.º 238, marzo-abril, ISSN: 0251-3552. 
VALENZUELA, J. (2004): Las ciencias sociales: Sinrazón y filosofía romántica, Universidad Autónoma de Zacatecas-LVII Legislatura del Estado de Zacatecas-Plaza y Valdés, México D. F.

giovedì 27 dicembre 2018

0 IL CASTELLO DI CARTE


L’autoproclamato governo del cambiamento alla fine ha ceduto a Bruxelles.
Qualche mese fa abbiamo parlato di finto conflitto tra Roma e Bruxelles, mettendo in chiaro che stavamo assistendo ad una partita totalmente politica tra due élite in lotta per la gestione delle politiche di austerità.
Roma si era già da tempo piegata all’UE ma bisognava dimostrare agli elettori di questo governo, che innegabilmente gode del consenso della maggioranza dei cittadini di questo paese data anche l'assenza di una vera opposizione, tra una sinistra sempre più pulviscolare e PD e FI capaci di fare opposizione da destra a Salvini, una certa forza a suon di proclami e promesse.
Il governo giallo-verde si è dimostrato essere una “tigre di carta”, ribadendo la volontà di non rompere la gabbia europea.
Il deficit è passato dal 2,40% al 2,04%, con una mossa degna del miglior Mastrotta che cerca di vendere una batteria di pentole a 99,99 euro, giocando sul fattore psicologico del futuro compratore.
Risulta ridimensionata anche la stima della crescita per il 2019, passata dall’1,5% all’1%.
Nel calcolo sulla stima della crescita vanno tenuti in considerazione due elementi: la stima dell’1,5% del governo eccessivamente fantasiosa e l’outgap di 14 miliardi di euro non tenuto in considerazione dalla Commissione Europea per l’Italia.
Verosimilmente un ragionamento diverso verrà fatto invece per la Francia, con una Commissione Europea in versione pompiere, per aiutare Macron nel realizzare le promesse strappate con una dura lotta di popolo da parte dei Gilet Jaunes.
Il ridimensionamento delle stime di crescita impone di trovare risorse per 10 miliardi di euro.
Ad essere tagliato, causa ricalcolo tecnico secondo il governo perché “sovrastimato” in quanto calcolato sull’intero anno, è il “reddito di cittadinanza” che passa da 9 miliardi a 7,1 miliardi, di cui 1 miliardo speso per i centri dell’impiego, 2,5 per il rinnovo del REI e 3,6 per una platea di interessati inevitabilmente ridotta.
A giustificazione di ciò troviamo la possibilità che non tutti gli aventi diritto ne vogliano usufruire e, vista la progressiva diminuzione con 1 miliardo stanziato nel 2020 e 683 milioni nel 2021, l'illusione coltivata dal governo che questo strumento faccia realmente trovare del lavoro stabile in sei mesi ai disoccupati.
Ricordiamo che una volta assunti i lavoratori i soldi del “reddito di cittadinanza”, per alcune mensilità variabili dalla tipologia del lavoratore, verranno versati alle aziende.
L’ennesimo trasferimento di risorse dal pubblico al privato.
Il fondo degli investimenti, di cui ci sarebbe molto bisogno per creare lavoro stabile per esempio mettendo in sicurezza i nostri traballanti edifici pubblici e il nostro dissestato territorio, è stato invece tagliato di 4 miliardi.
Due miliardi sono stati invece congelati come misura precauzionale per un eventuale sforamento del deficit del 2,04%.
Anche Quota 100 è stata rivista al ribasso, passando da 6,7 miliardi a 4,7 miliardi, con una finestra aperta per appena tre anni, altro che abolizione della “Legge Fornero”, che vedrà stanziati 8 miliardi nel 2020 e 7 nel 2021.
Come per il reddito di cittadinanza, si è cercato di risparmiare facendo partire il tutto da metà anno.
Non è stato intaccato l’adeguamento dell'età pensionabile all’aspettativa di vita, come promesso in campagna elettorale.
Si mette invece molta enfasi sull'attacco al fondo per il pluralismo, sulla “web tax” che varrà circa 150 milioni di euro e sul taglio delle pensioni d’oro, misura sacrosanta ma che permette di reperire poche risorse, circa 75 milioni di euro, si tralascia la riduzione dell’indicizzazione delle pensioni a partire da quelle da 1000 euro netti (1522 lordi) che invece permette di reperire 250 milioni.
Fino a novembre 2019 sono state bloccate tutte le assunzioni a tempo indeterminato nella Pubblica Amministrazione, che invece avrebbe bisogno di un totale turnover, salvo gli enti di ricerca.
Fa scalpore il piano di dismissione del patrimonio pubblico con il quale si intendono recuperare 1,25 miliardi in tre anni.  
Come afferma Paolo Berdini in un suo recente intervento su Il manifesto

“La vendita immobiliare dello Stato pur essendo andata comunque avanti, non ha raggiunto appieno i suoi scopi perché erano operanti norme urbanistiche di livello comunale che impedivano scempi e aumenti speculativi delle cubature esistenti. L’ennesima “manina” che perseguita il povero Di Maio, ha depositato un emendamento che per gli immobili oggetto di vendita dice testualmente «sono ammissibili anche le destinazioni d’uso e gli interventi edilizi consentiti per le zone omogenee in cui ricadono tali immobili».Una “manona”, come si vede, perché cancella di fatto tutte le tutele che in sede locale erano state costruite per salvaguardare questi immobili rinviando ad una normativa generale nazionale del 1968 fatta oggetto in anni recenti di ogni sorta di liberalizzazione derogatoria.Altro che le chiacchiere sulle regole. Si potrà vendere il patrimonio dello Stato e degli enti locali sulla base di norme derogatorie che permettono la demolizione e ricostruzione anche nelle aree storiche e di qualità urbanistica delle nostre città. Alcuni mesi fa a Roma è stato demolito un villino nello storico quartiere Coppedè, grazie alla congerie della legislazione derogatoria urbanistica di questi ultimi anni. Il tentativo di difesa dell’integrità dei luoghi per altre demolizioni in itinere si basava proprio su norme di tutela contenute nel piano comunale. Con l’emendamento che il governo intende approvare ciò non sarà più possibile.Dietro alla finanziaria del governo legastellato c’è dunque il più grave tentativo di demolire l’identità delle nostre città a partire dalle proprietà pubbliche. Ed è forse per nascondere questa inedita vergogna che il vicepremier DI Maio si è affannato a dire ieri «che non saranno venduti i gioielli di famiglia». Saranno venduti eccome. Ed anche scempiati dalla famelica speculazione edilizia che detta ancora legge. Altro che cambiamento.”

Infine troviamo l’abrogazione del credito d’imposta per l’Irap, con azzeramento di quello per l’acquisto di beni strumentali, e la tassa dei rifiuti nella bolletta della luce per i comuni in dissesto. 

A questa sconfitta mascherata da vittoria va aggiunta una clausola che riduce ulteriormente la nostra sovranità, un vincolo che impone all’Italia di trovare per le prossime finanziare 23,1 miliardi nel 2020 e 28,7 miliardi nel 2021 per impedire lo scatto delle clausole di salvaguardia, ovvero l’aumento dell’Iva e delle accise.
L’aliquota agevolata passerebbe dal 10% al 13% nel 2020, quella ordinaria dal 22% al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021.
Si tratta di una catena che impedirà al governo qualsiasi manovra espansiva ma che ha lo scopo di produrre un risparmio di 38,4 miliardi in tre anni e far avvicinare il “deficit strutturale” quasi allo zero.
Da un deficit nominale del 2,4% per tre anni come cura per la stagnazione siamo passati ad uno dell'1,5% nel 2021, una vittoria dell’austerità europea.






domenica 23 dicembre 2018

0 1978-2018, I QUARANT'ANNI DELLA POLITICA DI “RIFORMA E APERTURA”


Quarant’anni sono un numero considerevole di anni per tirare le prime conclusioni di un processo importante come la politica di “Riforma e apertura” che ha aperto ad alcuni elementi di mercato la Cina, integrandola a suo modo nel sistema capitalistico mondiale.
Dopo la nebulosa chiamata “Grande Rivoluzione Culturale Proletaria” uscì vittorioso Hua Guofeng, l’uomo che arrestò la “Banda dei Quattro” e fece da pontiere tra l’era Mao e quella Deng.
Tra il 1978 e il 1981 Deng Xiaoping prese il definitivo sopravvento su Hua Guofeng, le cui idee vennero criticate dal “Piccolo Timoniere” a partire dalla politica dei “due qualsiasi” che vedeva nell’accettazione di ogni conclusione di Mao il faro dell’azione politica del PCC.
Ad essa Deng contrappose la “ricerca della verità dai fatti” che fu la base teorica dell’avvio delle riforme che si andava ad innestare sul concetto di “Prima fase del socialismo” elaborato dall’economista marxista cinese Xue Muqiao.
Le riforme hanno permesso uno straordinario balzo in avanti del paese in termini di sviluppo e lotta alla povertà ma spesso si cade nell’errore di considerare lo sviluppo cinese figlio esclusivamente delle conclusioni uscite fuori dal Terzo Plenum dell'XI Congresso del PCC, questa è soprattutto la visione di molte anime belle occidentali, ma non è così.
Il compianto Giovanni Arrighi ha speso molti anni della sua vita nello studio della realtà cinese sotto una lente neomarxista ed è arrivato alla conclusione che due furono gli elementi su cui fece affidamento la riforma denghista: la "rivoluzione industriosa" e la rivoluzione socialista.
La “rivoluzione industriosa”, termine dell’economista giapponese Kaoru Sughiara, venne introdotta in Cina nell’Ottocento ed è la capacità dello Stato di assorbire il lavoro svolto dalle unità familiari in attività che richiedevano una molteplicità dei ruoli invece di una specializzazione.
Il secondo è l'evento storico che ha posto fine al "Secolo delle umiliazioni" ed ha consentito da un lato di ereditare e mantenere i risultati della “rivoluzione industriosa” e dall’altro di alfabetizzare il popolo cinese e aumentarne sensibilmente l’aspettativa di vita, oltre a gettare le basi dell’industrializzazione del paese attraverso le industrie di Stato.
Senza addentrarci nella politica economica maoista che richiederebbe molto più spazio di questo breve saggio, c’è un punto in comune tra l'era Mao e post Mao tra i tanti che vorrei sottolineare, la centralità della campagna.
Se per tutta la sua vita Mao cercò di risolvere, in maniera diversa dall’ottica stalinista, la contraddizione tra città e campagna (Grande balzo in avanti) e tra lavoro manuale ed intellettuale (Grande Rivoluzione Culturale Proletaria) anche le riforme di Deng iniziarono dall’analisi della situazione della campagna e del mondo contadino, in particolare dal villaggio di Xiaogang in Anhui che ispirò la riforma agricola.
L’altro simbolo delle riforme sono le aree costiere del Fujan e del Guangdong che attrassero i primi investimenti provenienti dall’estero, sfruttando la vicinanza con Macao, Hong Kong e Taiwan, e videro la nascita delle prime ZES, tra i principali promotori delle zone economiche speciali troviamo Xi Zhongxun, padre di Xi Jinping.
Questa mossa ha permesso nel lungo periodo di ottenere il know-how occidentale e porre le basi per lo sviluppo del settore delle tecnologie in Cina, rompendo il monopolio occidentale in questo ambito e riuscendo dove ogni paese in via di sviluppo ha fallito, pagando un rapporto di sudditanza letale con l’Occidente.
Le riforme non sono state solo crescita e prosperità ma anche diseguaglianze sociali, sfruttamento della forza-lavoro sull’altare della tecnica occidentale e inquinamento.
Nel 1990, nel periodo di transizione tra Deng Xiaoping e Jiang Zemin, ci fu una massiccia ristrutturazione delle aziende di Stato con relativi licenziamenti di massa, creando una vera sacca di “sottoclasse urbana”.
Questa brusca svolta ha fatto paventare la possibilità che la Cina con il tempo si aprisse totalmente e sotto ogni aspetto al modello occidentale, seguendo le linee del “gruppo di Shanghai” di Jiang Zemin e il suo fermo credo nel libero scambio ma non è così.
Xi Jinping è l’uomo della Nuova Era, della Cina che si affaccia, forte della sua potenza economica, militare e politica, sul mondo, rinunciando alla politica di basso profilo di Deng Xiaoping e all’alleanza silenziosa con gli USA.
Da Xi Jinping ci si aspettavano riforme per dare maggior peso al mercato e invece lo Stato si intromette sempre di più nell’economia, per mezzo delle sue forti aziende statali e con la presenza nel circa 90% delle aziende private.


"Riformeremo con determinazione ciò che dovrebbe e può essere riformato e non cambieremo quello che non dovrebbe e non può essere riformato, i criteri fondamentali per decidere cosa e come riformare si basano sul fatto che ciò sia in linea con l'obiettivo di migliorare e sviluppare il sistema socialista con caratteristiche cinesi e promuovere la modernizzazione del sistema di governance nazionale."

Xi Jinping, "Discorso per i quarant'anni delle politiche di Riforma e apertura”.

Si tratta di un monito verso chi dentro il PCC vorrebbe un maggior ruolo del mercato, recentemente è stato criticato dai figli di Deng Xiaoping e da Zhu Rongji, l’artefice delle ristrutturazioni delle aziende di Stato, di cui abbiamo appena parlato, negli anni ‘90. 
La Cina sta andando verso un sistema con un ruolo statale ancora più forte, rafforzando le aziende statali conscia del loro “ruolo insostituibile”, come ha recentemente ribadito Xi Jinping in suo viaggio in Manciuria.
Xi sarà probabilmente l’uomo che ci porterà nel secolo cinese, nell’era del tramonto dell’Impero e dell’affermazione mondiale dell'egemonia di Pechino.
Chiudendo sempre con Arrighi, l’egemonia cinese sarà qualcosa di diverso da quella americana e lo possiamo capire dallo studio della storia di questo paese.
Per prima cosa porterà ad un riequilibrio dei rapporti tra i vari paesi, ed in particolare tra Occidente e resto del mondo, sarà poi un’egemonia pacifica e non militare ed infine potrebbe aprire la strada a nuovi modelli economici non capitalisti.
Lo studio della Cina rappresenta un terreno impervio ma essenziale per ogni marxista, in particolare occidentale, posto che questi non ceda al suo malsano eurocentrismo perché come spiega Francesco Garofalo in una sua recensione del libro di Carlo Galli “Marx eretico”: 
“Nella conclusione del libro Galli scrive che Marx ha fallito ovunque, 'tranne che in Cina' (p. 145). E in realtà il libro dichiara un certo interesse verso la realtà cinese, che Galli non liquida, con l'ambivalenza dei liberali, come un trionfo del mercato. Per Galli, in Cina sopravvive 'un Marx teorico dello sviluppo capitalistico guidato ferreamente da uno Stato che, in quanto governato da un partito comunista che esclude la borghesia dal potere politico, pretende di non essere più l'espressione delle contraddizioni economiche ma di essere anzi la soluzione di esse, lo Stato socialista capace, in prospettiva, di produrre armonia nella società (p. 107). Non sembra un progetto distante dalla sensibilità marxiana, per il quale lo stesso comunismo non è, come è noto, 'uno stato di cose che debba essere instaurato' ma un processo, l'esito di una serie di interventi dispotici che cambiano i rapporti di forza tra le classi: ad esempio attraverso l'espropriazione della proprietà fondiaria o l'aumento delle fabbriche nazionali (p. 64). In realtà per Galli la realtà cinese non è priva di contraddizioni, ma 'va decifrata con attenzione'. E qui ci sembra che vi sia una contraddizione in quel che scrive Galli: perché ad essere in crisi ovunque nel mondo contemporaneo è il liberismo, come ammette, passim. E quindi, forse, abbandonata un’ottica eurocentrica, si dovrebbe ammettere che l'Occidente affonda e la Cina avanza, e considerare questa come una vittoria di Marx.”

La Cina, come diceva il compianto Samir Amin, resta il potenziale “maggiore avversario della triade imperialista rappresentata da USA, Giappone ed Europa”.
  

Consiglio come complemento la lettura del libro "Cina a quarant'anni dalle riforme" scaricabile gratuitamente da questo sito.



sabato 22 dicembre 2018

0 CHICO MENDES E LA QUESTIONE AMBIENTALE


Il 22 dicembre 2018 sarà il trentesimo anniversario dell’uccisione di Chico Mendes, storico leader sindacale brasiliano che per tutta la sua vita ha lottato per la difesa dell’Amazzonia e dei popolo indigeni che la abitano.
Nasce nel 1944 a Xapurí, nello stato dell’Acre, da una famiglia di seringueiros, gli operai che estraggono il lattice per la fabbricazione della gomma dall’albero della gomma.
A partire dall’età di nove anni segue il padre nel proprio lavoro, imparando questo duro mestiere in una terra aspra, segnata da una povertà tremenda e dalla violenza, che nonostante ciò amava e preferiva alla città dove: "bisogna pagare tutto, anche l'acqua che il buon Dio ci ha dato gratuitamente".
L’incontro che gli cambierà per sempre la vita è quello con il militante comunista Fernando Euclides Távora, a cui la sua famiglia aveva offerto rifugio dalla repressione della dittatura militare, e che gli insegnò a leggere e scrivere a 19 anni.
Oltre a questo, gli fece capire il valore della giustizia sociale e la necessità di organizzarsi per combattere per i propri diritti e contro lo sfruttamento.
Euclides fu uno dei capi della rivolta comunista del 1935 a Fortaleza, capitale dello stato del Ceará, in seguito partecipò alla rivoluzione del 1952 in Bolivia. Tornato in Brasile, trovò rifugio nello stato dell’Acre, anche visto il clima di repressione creatosi dopo il golpe militare del 1962.

Il regime militare intendeva trasformare l’Amazzonia, con il piano di integrazione nazionale del 1970, in un’area in cui realizzare progetti legati all’attività mineraria, alla produzione di legname e all’agricoltura e all’allevamento intensivo.
Per fare ciò, lasceranno sul campo il 13% della superficie dello Stato dell’Arce disboscata, portando nella zona i sanguinari fazendeiros del Sud, alla ricerca di nuove terre da conquistare e sfruttare.
Chico Mendes metterà presto in campo gli insegnamenti del suo maestro, organizzando il sindacato dei lavoratori rurali nel 1975 e organizzando nel 1976 la prima “empates”, una forma di protesta non violenta che consiste nella formazione di una barriera umana per fermare la deforestazione.
Queste lotte vedranno unirsi in un unico fronte seringueiros e popolazione indigena, storicamente ostili, contro le brutali azioni del governo.
I risultati saranno importanti, 15 vittorie e 30 sconfitte.
Ogni vittoria rappresenta ettari di foresta salvata, lavoro dei seringueiros salvato e possibilità di continuare a vivere normalmente nella propria terra, da cui ricavare i propri mezzi di sussistenza, per gli indios, perché come diceva Chico: “un ettaro di foresta produce in gomma, noci, resine, frutta, molto di più di un ettaro dedicato al bestiame”.
In questo periodo delinea con esattezza alcuni punti programmatici per affrontare i problemi legati all’ambiente e all’agricoltura in Brasile.
Per prima cosa chiarisce il valore fondamentale dell'alleanza con gli indios: “non c'è difesa della giungla senza la difesa dei popoli della giungla”.
In questo anticipa di qualche decennio uno dei pilastri dei movimenti progressisti dell’America Latina di inizio millennio, basti pensare alle lotte di Morales in Bolivia oppure all’importanza data agli indios da parte dei presidenti Chavez, Correa e Lula.
Senza parlare degli zapatisti in Messico che nel 1994 fecero la loro comparsa nelle alture del Chiapas e che hanno la difesa dei popoli indigeni tra i propri obiettivi principali.
Chico Mendes ha osservato che la lotta dei raccoglitori della gomma è stata una lotta per gli interessi dell'umanità e, a poco a poco, si è convinto che oltre allo sfruttamento dei lavoratori, il capitalismo vanta una forza distruttiva vorace che va combattuta. Così, Chico Mendes divenne uno dei più importanti esponenti dell'ecosocialismo, combinando la lotta contro la devastazione ecologica con la lotta contro lo sfruttamento e il capitalismo. 
Nel 1984, in un incontro nazionale dei lavoratori rurali, Chico Mendes ha difeso una proposta, audace per l'epoca, che ha sostenuto che la riforma agraria, ancora attesa in Brasile come dimostra la forza del Movimento dei Senza Terra, deve rispettare i contesti sociali e culturali e, un anno più tardi, quando ha fondato il Consiglio Nazionale Seringueiros a Brasilia, inizia a sviluppare, insieme ai suoi compagni, il modello della Riserva Estrattivista.
In queste riserve, destinate alle popolazioni indigene, gli indios ricavano i propri mezzi di sussistenza attraverso pratiche sostenibili.
Vengono introdotte nel 1990 e attualmente sono 59, per un totale di 12 milioni di ettari.
Francesco Bilotta, su Extraterrestre, ci spiega la sua trasformazione in simbolo internazionale dell’ambientalismo: “Il cineasta inglese Adrian Cowell documenta l’attività di Mendes in difesa dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente, mostrando anche, attraverso numerosi documentari, l’attività di deforestazione nella cosiddetta “decade della distruzione”. (...) In quegli anni anche la costruzione della strada transamazzonica BR-364 ha effetti disastrosi sull’ambiente e sulle popolazioni. Nel 1987 un satellite rileva gli incendi nella regione amazzonica, in particolare nelle aree attraversate dalla nuova strada: ai lati della BR-364 si registrano più di 200 mila incendi, con l’immissione di 500 milioni di tonnellate di carbonio, il 10% di tutti i gas serra che vengono emessi in un anno nel mondo. Mendes si rivolge all’ONU e al Senato Usa, chiedendo la sospensione dei finanziamenti per quell’opera che distruggeva la foresta. Una delegazione dell’ONU si reca in Brasile, il Senato invita le banche a sospendere i finanziamenti in attesa degli studi di impatto ambientale del governo brasiliano. Mister Mendes, come lo definiscono i giornali americani, ha oramai portato nel mondo la “questione amazzonica”. Con la fine della dittatura militare, viene promulgata nell’ottobre del 1988 la Costituzione brasiliana. Mendes partecipa ai lavori dell’Assemblea costituente come referente per l’ambiente.”

Le sue lotte culminano nell’adesione al combattivo PT, alla cui fondazione partecipa attivamente, nel 1980 dove incontra un altro leader sindacale che viene come lui dalle masse, Lula.
Venne assassinato il 22 dicembre del 1988 da due fazenderos nella sua capanna di legno, davanti alla moglie e ai figli.
Ci ha però lasciato in eredità tutta un’esperienza pratica e teorica, comune ad altri compagni che in giro per il mondo hanno lavorato e lavorano sulla connessione tra questione ambientale e superamento del modo di produzione capitalista, come André Gorz e Alain Lipietz in Francia, Alexander Langer in Italia e Zhang Yunfei in Cina.
La sua storia ci interroga sulla necessità di legare queste due questioni per entrare nel mondo dell’ecologia profonda da cui partire per sviluppare una teoria e una pratica ambientalista anticapitalista.
A maggior ragione la questione assume una certa importanza data la controffensiva di capi politici alla guida di nazioni importanti che negano apertamente il cambiamento climatico, spacciandolo per un complotto comunista al servizio della Cina, da cui invece dovrebbero prendere esempio, sfoggiando un maccartismo d’antan.
A Trump, il quale vorrebbe prevenire gli incendi semplicemente tagliando gli alberi, fa eco il suo fedele vassallo Bolsonaro, prossimo presidente del Brasile.
Il paese di Chico Mendes, a trent’anni dalla sua scomparsa, rischia di piombare di nuovo nella lunga notte della dittatura militare.
Alcuni futuri ministri di Bolsonaro già hanno parlato di complotto cinese per quanto riguarda il cambiamento climatico e si apprestano a consegnare l’Amazzonia all'agribusiness più spietato.
Non resta che resistere, prendendo in mano la bussola che Chico già ha donato e lottare per un cambiamento dello stato di cose presenti in linea con un ambientalismo anticapitalista per far emergere quel cambiamento nella società che con queste brillanti parole sintetizzò Alexander Langer: “a una visione del mondo incentrata su un'idea di sviluppo fatta di mercificazione, competitività e crescita (citius, altius, fortius: più veloce, più alto, più forte) vogliamo opporre un'alternativa rovesciando il motto olimpico: più lentamente, più in profondità, con più dolcezza (lentius, profundis, soavius)”.


giovedì 20 dicembre 2018

0 RUY MAURO MARINI: UN PENSIERO RIVOLUZIONARIO PER IL XXI SECOLO - PARTE 1


Introduzione

Il XXI secolo ha mostrato un grande dinamismo socio-politico nel mondo e nella scena regionale. Dopo diversi decenni di regimi militari e neoliberismo, l'America Latina ha vissuto un'ondata di agitazione rivoluzionaria, che è stata premiata con l'ascesa al potere dei governi progressisti. Tuttavia ci sono segni evidenti di un'intensa controffensiva della destra, rappresentata ultimamente dal colpo di stato parlamentare in Brasile e dalla perdita di vitalità della sinistra. Questa controffensiva mostra le enormi sfide che la sinistra affronta, intrappolata in profonde debolezze tattiche e strategiche. Questa situazione rende necessario, come espresso da Marini (1996) "raccogliere il filo del pensiero critico di sinistra dove raggiunge il suo punto più alto. È indispensabile, infatti, impegnarsi nella costruzione di una teoria marxista della dipendenza, recuperando la sua prima fioritura degli anni Venti e quella registrata dalla metà degli anni Sessanta"(p.56).
Ruy Mauro Marini, che ha capito che il marxismo "contiene in sé tutti gli elementi fondamentali necessari per costruire una concezione totale e integrale del mondo" (1996, p.60), è una figura essenziale in questo momento. I suoi attributi personali e il retaggio di intellettuale rivoluzionario lo sostengono, è stato un profondo studioso del marxismo e lo ha fatto con tanta profondità che molte delle sue tesi sono assolutamente valide per la ricchezza dei suoi contributi, per ciò che ha espresso e, naturalmente, per quello che ha ispirato.


Questo lavoro è finalizzato a recuperare il pensiero di Ruy Mauro Marini e dal valutare le sue idee principali e mostrare la validità del suo pensiero. Per questo, le particolarità del suo pensiero saranno analizzate come rappresentative della variante marxista dell'approccio alla teoria della dipendenza, le sue tesi principali e, infine, la sua attualità.

L'approccio alla teoria della dipendenza

Il pensiero di Ruy Mauro Marini è inscritto nel cosiddetto approccio alla dipendenza che si è sviluppato, negli anni '60 del XX secolo, come pensiero dell'America Latina.
Dopo la rivoluzione cubana, il colpo di stato militare in Brasile, che rovesciò il governo costituzionale di Joao Goulart nel 1964, il fallimento dell'Alleanza per il Progresso e la frustrazione derivante dalla mancata realizzazione dell'autonomia proclamata e difesa dagli sviluppatori, è stata prodotta una dura polemica nella regione che ha provocato un riorientamento del pensiero politico in America Latina e reso il marxismo un riferimento obbligatorio per le scienze sociali latinoamericane.


E' in Brasile, dove, nella prima metà degli anni '60, il confronto ideologico ha un profilo ben definito e dove emersero proposte significative per far posto a un'elaborazione teorica, in grado di affrontare e sconfiggere l'ideologia ECLAC, predominante nella regione. Per questo motivo, non sorprende che gli intellettuali brasiliani o quelli legati a questo paese abbiano svolto un ruolo di primo piano in questo processo, in un modo o nell'altro. Una polemica ideologica che si materializza nell'emergere dell'approccio alla dipendenza.


È così che emerse l'approccio alla dipendenza, che è stato sistematizzato in Cile, sotto il governo dell'Unità Popolare (1970-1973) guidato dal presidente Salvador Allende. Tuttavia, è stato in Messico che la teoria della dipendenza ha vissuto uno dei periodi più fruttuosi, ospitando il paese gli intellettuali e gli esiliati latino-americani, dopo i successivi golpe militari nel Cono Sud.


Questo approccio era basato sulle critiche alle concezioni dominanti, fondamentalmente contro le idee di sviluppo strutturale dei riformisti. Tuttavia, questa tendenza teorica non si è concretizzata come un sistema di idee organizzate e strutturate, d'altra parte, è stata caratterizzata dalla sua composizione eterogenea, sia metodologicamente, concettualmente che a livello interpretativo, quindi viene identificato come un approccio. Ci sono diversi rami ben definiti al suo interno, (Palma, 1987) metodi, obiettivi e principi: 

1) La matrice estructuralista, rappresentata da Medina Echevarria, Osvaldo Sunkel e Furtado (da intendere anche come strutturalismo sociologico). 

2) L'approccio che si concentra sugli studi delle situazioni concrete di dipendenza, incarnato da Fernando Enrique Cardoso ed Enzo Faletto

3) Infine quello che si identifica con il marxismo, impersonato da Ruy Mauro Marini, Theotônio Dos Santos, Vania Bambina, tra gli altri.


Per alcuni, la condizione di dipendenza può essere superata con l'azione coordinata delle politiche pubbliche e l'applicazione delle tecnologie, attraverso l'uso di determinate componenti di pianificazione. Per altri, come G. Frank (uno dei fondatori), dipendenza e sottosviluppo sono categorie strutturali, di lunga durata, che corrispondono al modo di produzione capitalistico e solo storicamente si può lottare per la scomparsa di questo sistema, da qui la sua tesi sullo "sviluppo del sottosviluppo". Per alcuni di loro, solamente l'assimilazione creativa della teoria marxista può spiegare la realtà dell'America Latina e il socialismo rappresenta l'unica via d'uscita da questo stato di cose.


L'approccio basato sulla dipendenza utilizza tale concetto come una rappresentazione generica per esprimere un principio comune: il carattere dipendente delle economie latinoamericane. Tuttavia, i diversi aspetti assegnano un contenuto diverso partendo dal proprio apparato teorico-concettuale. In effetti, non esiste un criterio unanime e coerente rappresentato in un singolo contenuto, ma mescola le categorie ECLAC con altre con una base marxista. Mentre alcune costanti possono essere viste nelle riflessioni, nelle diverse forme di dipendenza in cui sono riconosciute: tecnologico-produttiva, commerciale e finanziaria, pur accettando l'esistenza di un'integrazione subordinata alla dinamica del capitalismo globale, che accentua la struttura socioeconomica diseguale e asimmetrica, condizionata dai rapporti di dominio. Nonostante i suoi limiti, l'approccio della dipendenza ha avuto il merito di ispirare il rinnovamento del pensiero latinoamericano e di dare una visione diversa dell'internazionalizzazione economica. Inoltre, per segnalare (soprattutto nel suo ramo marxista) il mancato raggiungimento della pienezza e dell'autonomia del capitalismo senza rompere la dipendenza, sollevando una simultanea alternativa socialista e democratica al capitalismo, con il suo superamento assieme al sistema imperialista, senza dimenticare lo scopo di fondo dello studio marxista della dipendenza.

Ruy Mauro Marini: rappresentante della variante marxista dell'approccio alla dipendenza

Il lavoro di Marini è vasto ed è fondamentalmente ordinato in due fasi: il periodo 1969-1979 e dal 1980 fino alla sua morte. Tuttavia, tra tutti i suoi scritti, il più noto e consumato è la Dialettica della Dipendenza, un'opera di poca estensione, ma monumentale nelle sue proposizioni. In essa sono presenti le fondamenta della sua concezione, oggetto di discussioni che sono quelle di Cardoso e Serra, da un lato, e Agustín Cueva dall'altro.

Nella Dialettica della Dipendenza, l'autore ricrea il pensiero marxista e distribuisce e sistematizza le sue tesi più note: il super-sfruttamento del lavoro e del sub-imperialismo. Fornisce anche una concezione molto specifica della relazione tra sviluppo e sottosviluppo presentando una concezione originale della relazione di scambio-sfruttamento ineguale, dello sfruttamento della periferia e della sua stagnazione, un'interpretazione della relazione del plusvalore assoluto del mercato mondiale nella periferia e dell'estensione regionale dell'imperialismo.
Il titolo mostra due ingredienti fondamentali: il metodo marxista (materialismo dialettico e storico) e la condizione particolare dello sviluppo del capitalismo nelle società latinoamericane (dipendenza).

Marini sa che, creativamente interpretato, il marxismo nella regione deve avere una chiara comprensione della necessità teorica e pratica per un tale passo e distribuire una corretta interpretazione della realtà nazionale. Comprende la natura critica del marxismo, che forza a "scoprire il nucleo razionale che è nascosto sotto l'involucro mistico" (Marx, 1975, p.10). Coltivata, anche, il marxismo come filosofia politica della prassi, che non può essere avulsa dalla realtà, la riflessione teorica e la scrittura sono una chiave per promuovere e giustificare cambiamenti radicali, nella convinzione che solamente loro non sono abbastanza, ma che devono essere collegate all'azione rivoluzionaria. Per lui, il metodo marxista è insostituibile come strumento per interpretare la società capitalista, in America Latina e nel mondo in generale. È convinto che sia essenziale riconoscere le particolarità assunte dalla legge che governa il capitalismo nelle condizioni dei paesi dipendenti e verificare i fatti che servono da punto di partenza.

Per Marini non ci sono leggi astratte, ogni periodo, come ogni contesto storico, ha le sue leggi, come nel caso del capitalismo dipendente. Lo stesso fenomeno è soggetto a leggi diverse, dovute alla diversa struttura di quest’organismo, alla differenziazione delle sue diverse relazioni, alla diversità delle condizioni in cui opera. In tali circostanze, cerca di spiegare le cause, collegarle con l'apparenza e, di conseguenza, trasformare la realtà. La sua opera va oltre la disposizione convenzionale dei problemi discussi ed ha l'obiettivo di creare una teoria in grado di interpretare e descrivere la situazione specifica del capitalismo dipendente. L'autore concepisce la dipendenza come:
[...] Una relazione di subordinazione tra nazioni formalmente indipendenti, all'interno delle quali i rapporti di produzione delle nazioni subordinate sono modificati o ricreati per assicurare la riproduzione estesa della dipendenza. Il frutto della dipendenza non può essere, quindi, che più dipendenza, e la sua liquidazione suppone necessariamente la soppressione dei rapporti di produzione che comporta questo modo di produzione. (Marini, 1985, pag. 18).

A differenza di molti suoi contemporanei, Marini sostiene che non v'è pre-capitalismo o del capitalismo sottosviluppato, ma [...] "un capitalismo sui generis che ha senso solo se guardiamo dal punto di vista del sistema nel suo complesso, sia a livello nazionale che a livello internazionale"(Marini, 1985, p.14).
La dipendenza è caratterizzata dall'esistenza di una particolare relazione dialettica tra il piano nazionale e internazionale, che determina una forma di sviluppo capitalista. Questo ragionamento è ciò che gli permette di generare una concezione molto originale del capitalismo dipendente e delle leggi che la riproducono. L'autore sottolinea che:
“Le categorie marxiste devono quindi essere applicate alla realtà come strumenti di analisi e anticipazioni del loro ulteriore sviluppo. Queste categorie non possono sostituire o mistificare i fenomeni a cui si applicano; Questo perché l'analisi deve valutare, senza che ciò comporti in nessun caso la rottura del filo del ragionamento di Marx, l’innesto di corpi che sono estranei e non possono quindi essere assimilati.” (Marini, 1985, pag. 16).

Dalla sua concezione dialettica possono essere separate le teorie sulla stasi dello sviluppo e situare la questione come qualcosa di inerente ai processi conformi all'accumulazione capitalista. Questo gli consente di arrivare a una sintesi tra la lotta nazionale e quella di classe e di comprendere che affronta lo studio di un capitalismo diverso da quello di Marx. In questo senso, cerca di spiegare le leggi che muovono il capitalismo dipendente, nel quadro della sua esistenza come parte del sistema mondiale capitalista.


Marini e il super-sfruttamento del lavoro

Per la concettualizzazione del super-sfruttamento del lavoro, Marini parte dalla concezione marxista del carattere sfruttatore del sistema come caratteristica essenziale del capitalismo, accentuata nei paesi dipendenti.


Disaggrega l'analisi dell'integrazione tardiva, in una situazione di colonialismo e dipendenza e, allo stesso tempo, articola dialetticamente la questione nazionale con la dimensione di classe all'interno di ogni stato latinoamericano. A suo parere, la situazione coloniale dipendente, con la conseguente soppressione del colonialismo, non significa porre fine alla dipendenza. Le rivoluzioni indipendentiste del diciannovesimo secolo riuscirono ad annullare il primo aspetto, ma per eliminare il secondo è necessario sopprimere i rapporti di produzione che esso comporta.


Marini riconosce e argomenta il ruolo svolto dall'America Latina nel contesto internazionale. Parte dell'idea marxista del commercio estero come uno dei fattori che contrastano la caduta tendenziale del saggio del profitto (legge sistemica). A questo proposito, considera che in America Latina:
“La risposta ai requisiti fisici indotti dall'accumulazione nei paesi industriali, la loro partecipazione al mercato mondiale, contribuirà all'asse di accumulazione nell'economia industriale spostandosi dalla produzione di valore aggiunto assoluto a relativo, cioè, l'accumulo dipenderà più dall'aumento della capacità produttiva del lavoro che semplicemente dallo sfruttamento del lavoratore. È questo carattere contraddittorio della dipendenza dell'America Latina, che determina i rapporti di produzione nel sistema capitalistico nel suo insieme, che deve attirare la nostra attenzione” (Marini, 1973, p.23).

Marini si riferisce all'inserimento dell'America Latina nell'economia capitalistica con le esigenze imposte dai paesi di transito industriale alla produzione di plusvalore relativo, metodo superiore per ottenere capital gain e di auto-sfruttamento del capitalismo, che permette la trasformazione delle condizioni tecniche di produzione e i risultati nella reale svalutazione della forza lavoro. Essenzialmente, l'autore cerca di dissipare la confusione che di solito si stabilisce tra il plusvalore relativo e la produttività del lavoro. Riguarda l'aumento della produttività del singolo capitalista, che può abbassare il valore specifico della propria merce, con il valore che le condizioni generali della produzione da lui attribuite, e quindi raggiunge un guadagno superiore a quello dei suoi concorrenti, vale a dire, si ottiene uno straordinario avviamento, che a sua volta altera la distribuzione complessiva di valore tra i vari capitalisti, che si traduce in guadagno straordinario, ma non cambia il grado di sfruttamento del lavoro nell'economia o nel ramo interessato, cioè, non influisce sulla quota del plusvalore.

Nella sua opera, Marini concepisce il fatto che il determinante nella quota di plusvalore non è la produttività del lavoro stesso, ma il suo grado di sfruttamento, cioè la relazione tra il tempo di lavoro necessario (in cui il lavoratore riproduce il valore della sua forza lavoro, equivalente al suo salario) e il tempo di lavoro in più (in cui viene creato il plusvalore). Solo quando il primo diminuisce, a scapito dell'aumento del secondo, la quota di plusvalore cambia, grazie alla diminuzione del valore sociale della merce prodotta nei rami fornitori dei beni che entrano particolarmente nel consumo del lavoratore. Questo spiega come l'inserimento dell'America Latina nel mercato mondiale abbia contribuito a sviluppare il modo di produzione capitalistico, che si basa sul relativo plusvalore.

Un aspetto chiave nell'accumulazione capitalista è la caduta tendenziale del saggio di profitto, che viene neutralizzata da varie procedure, tra cui l'aumento della capacità produttiva del lavoro. Questo aspetto è contraddittorio perché questo aumento comporta, da un lato, una diminuzione del valore del capitale costante e, dall'altro, porta ad un consumo proporzionale di più materie prime, anche in termini relativi, e quindi un elevazione simultanea del valore del capitale costante utilizzato per produrlo. Un secondo tipo di procedura è quella che si riferisce alla fornitura mondiale di materie prime industriali, che appare come una contropartita, dal punto di vista del valore composito del capitale, dell'offerta mondiale di cibo. È attraverso l'aumento di una massa di prodotti sempre più economici nel mercato mondiale, forniti dall'America Latina, che la regione svolge la funzione di contribuire a smussare le contraddizioni derivate dall'accumulazione di capitale.

Marini spiega il declino dei prezzi dei prodotti esportati rispetto al prezzo raggiunto dalle manifatture come espressione dello sfruttamento capitalistico internazionale. Stabilisce una causalità in cui predomina la condizione di debolezza e deterioramento di queste nazioni, un aspetto che fa sì che vengano abusate e costrette a produrre su una scala più ampia. Allo stesso tempo, determina che mentre il mercato mondiale raggiunge uno sviluppo maggiore, lo sfruttamento internazionale può progressivamente appoggiarsi sulla riproduzione delle relazioni economiche che perpetuano e amplificano l'arretratezza e la debolezza di queste nazioni. L'espansione del mercato mondiale è la base su cui opera la divisione internazionale del lavoro tra nazioni industriali e non industriali.

L'autore riconosce che esistono meccanismi diversi che consentono trasferimenti di valore, che vanno oltre le leggi dello scambio e che sono espressi nel modo in cui i prezzi di mercato e i prezzi di produzione dei beni sono fissati (Marini, 1973, p.33). Non è qualcosa che deriva dal comportamento della domanda e dell'offerta (circolazione), né dal non funzionamento della legge del valore, ma dai meccanismi che operano all'interno della stessa sfera di produzione e quelli che agiscono nel quadro di diverse sfere che interagiscono. I trasferimenti corrispondono a specifiche applicazioni delle leggi dello scambio o alla loro trasgressione. Questa situazione si manifesta, per la nazione favorita, in un guadagno straordinario, poiché è in loro che le leggi di scambio capitalista sono esercitate in pieno. D'altra parte, il fatto che alcune nazioni producano beni che altri non producono, o non possono fare con la stessa facilità, consente alle prime di eludere la legge del valore. Una tale situazione implica che le nazioni svantaggiate debbano cedere parte del valore che producono gratuitamente e che questo trasferimento sia accentuato a favore di quel paese che vende loro beni ad un prezzo di produzione inferiore, in virtù della loro maggiore produttività.

In quest'ultimo caso, l'importante è che si capisca che, per aumentare la massa di valore prodotto, il capitalista deve necessariamente ricorrere a un maggiore sfruttamento del lavoro, sia aumentando che intensificando il prolungamento della giornata lavorativa o combinando entrambe le procedure. A rigor di logica, solo l'aumento dell'intensità del lavoro contrasta effettivamente gli svantaggi derivanti dalla minore produttività del lavoro, perché consente di creare più valore nello stesso tempo di lavoro. È chiaro che tutti aumentano la massa del valore realizzato e, quindi, la quantità di denaro ottenuta attraverso lo scambio. Questa situazione spiega, a questo livello di analisi, che l'offerta mondiale di materie prime che viene alimentata aumenta all'aumentare del margine tra i suoi prezzi di mercato e il valore reale della produzione.

Nelle nazioni svantaggiate dal comportamento di scambio iniquo, la borghesia non cerca di correggere lo squilibrio tra i prezzi e il valore dei beni esportati, ma compensa la perdita del commercio internazionale ricorrendo a un maggiore sfruttamento del lavoratore. Le caratteristiche in cui avviene lo scambio tra le nazioni mascherano l'appropriazione di un plusvalore generato dallo sfruttamento del lavoro all'interno di ogni nazione. Il problema presentato alla borghesia come uno scambio iniquo non è quello di compensare il trasferimento di valore che implica, ma la perdita di plusvalore e, inoltre, il fatto che non sia in grado di prevenirlo in termini di relazioni di mercato, la reazione dell'economia dipendente è compensare internamente.

Da questo punto di vista, il trasferimento di valore è un trasferimento di plusvalore che viene presentato, dal punto di vista del capitalista che opera nella nazione svantaggiata, come una bassa quota di plusvalore e quindi della quota di profitto. Quindi, la contropartita del processo attraverso il quale l'America Latina contribuì ad aumentare la quota di plusvalore e la quota di profitto nei paesi industriali implicò per essa effetti opposti.

Per analizzare le formazioni sociali latinoamericane, Marini parte dalla circolazione globale del capitale (il ciclo del capitale monetario e del capitale mercantile) per poi affrontare la sfera della produzione interna dei paesi dipendenti e, quindi, porsi il problema della formazione delle proprie sfere di circolazione e realizzazione nel piano dell'economia interna. Egli ritiene che, come risultato dell'unificazione di entrambe le procedure, sia possibile analizzare le situazioni concrete di dipendenza e i fenomeni sociali e politici che ne derivano (Marini, 1985, p.49).

Nel suo studio, l'autore considera lo sfruttamento come qualcosa di intrinseco nel sistema, ma esacerbato nei paesi dipendenti, quindi la riproduzione è sistemata in paesi dipendenti dai bisogni della loro accumulazione di capitale, dando origine al super-sfruttamento del lavoro. Marini registra diversi meccanismi per aumentare il plusvalore:

1) L'aumento dell'intensità del lavoro, non come risultato dell'aumento della sua capacità produttiva, ma di un maggiore sfruttamento del lavoratore.

2) Il prolungamento della giornata lavorativa (associato all'aumento del plusvalore assoluto nella sua forma classica).

3) La riduzione del consumo del lavoratore (riduzione del salario) oltre il suo limite normale. Quindi, "il necessario background del consumo del lavoratore diventa effettivamente, entro certi limiti, un fondo di accumulazione del capitale, che implica un modo specifico per aumentare il tempo di lavoro in eccesso".

4) L'aumento della qualifica del lavoratore, senza la corrispondente retribuzione equivalente all'aumento del valore della forza lavoro.

Questi meccanismi possono essere sviluppati isolatamente o in modo combinato, secondo l'attuale fase di accumulazione del capitale, ma rappresentano sempre maggiore usura da parte del lavoratore e, di conseguenza, l'esaurimento prematuro della sua forza lavoro.

Marini non crede in possibili fattori attenuanti all'interno del sistema, perché non esistono, il sistema stesso è di natura sfruttatrice e diseguale. Se il fondamento della produzione capitalistica è lo sfruttamento del lavoro salariato e della competizione tra imprenditori, allora il capitalismo è intrinsecamente e per la sua stessa essenza un sistema che si nutre di sfruttamento e ricrea la disuguaglianza sociale. Essi sono processi di natura superlativa nella condizione di capitalismo dipendente e, a sua volta, congruente con il basso livello di sviluppo delle forze produttive dell'economia latinoamericana e con il tipo di attività che si svolge lì.

Secondo Marini (1973) "[...] la caratteristica essenziale (dell'estrazione del plusvalore) è data dal fatto che al lavoratore vengono negate le condizioni necessarie per ricostituire l'usura della sua forza lavoro" (pp. 41-42 ). Stabilisce l'archetipo che governa lo studio del movimento reale della formazione del capitalismo dipendente: dalla circolazione alla produzione, dal mercato mondiale all'impatto che ha sull'organizzazione interna del lavoro, e quindi a ripensare il problema della circolazione. È giusto che il capitale crei il proprio modo di circolazione e ciò dipende dalla riproduzione estesa su scala mondiale.

Una volta convertito in un centro produttore di capitali, l'America Latina crea il proprio modo di circolazione, che non è lo stesso di quello che è stato generato dal capitalismo industriale. Comprendere la specificità del ciclo del capitale (produzione-circolazione) nell'economia dipendente dell'America Latina significa, quindi, focalizzare le fondamenta della sua dipendenza in relazione all'economia capitalista mondiale.


In breve, la categoria di super-sfruttamento del lavoro rivela l'essenza di un fenomeno descritto da alcuni autori, dal fenomenale, quando si parla di reddito e disuguaglianza, molto esacerbate nella regione.

Il valore gnoseologico e pratico di questo contributo alla teoria rivoluzionaria è espresso da Bambirra (1978) quando afferma che "il grande contributo di Marini alla teoria della dipendenza è stato dimostrare come il super-sfruttamento del lavoro configura una legge del movimento proprio del capitalismo dipendente" pp. 69-70.
Per Marini, verificando il sovrasfruttamento del lavoro come caratteristica del capitalismo dipendente, è stato dimostrato che scomparirà solo quando il sistema che lo genera verrà distrutto, quindi, politiche redistributive, necessarie per la sopravvivenza di milioni di poveri, consentono solamente miglioramenti provvisori, non una soluzione definitiva.
Nel 1992 e nel 1996, Marini ha aggiunto ulteriori punti ai suoi precedenti studi, analizzando i fondamenti della globalizzazione capitalista e incorporando ad essi un nuovo argomento: il super-sfruttamento non è più circoscritto alla periferia, ma è generalizzato per mezzo della globalizzazione ed arriva anche ai centri del sistema mondiale. Spiega questo fenomeno attraverso due nuovi modi di ottenere guadagni straordinari nell'era del capitalismo globalizzato: il monopolio della scienza e della manodopera della conoscenza, e il decentramento delle tecnologie fisiche che perdono il proprio posto strategico nella divisione internazionale di lavoro e vengono trasferiti nella periferia e nella semi-periferia alla ricerca di lavoro super-sfruttato. Quest'ultimo, utilizzando tecnologie ad alta produttività, continua a produrre beni per il mercato mondiale che competono parzialmente con la specializzazione produttiva dei centri. Il risultato è una tendenza a livellare la composizione tecnica del capitale nel mondo, attraverso la riorganizzazione della divisione internazionale del lavoro che crea un nuovo monopolio di dimensioni globali, in grado di imporre asimmetrie significative alla borghesia dei paesi del centro. Questa borghesia utilizza quindi il supersfruttamento contro la propria incapacità di ripristinare i tassi di profitto frutto del dinamismo della corrida tecnologica.

 

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