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venerdì 27 dicembre 2019

0 MOSTRI METABOLICI: IL CAPITALE DEI VAMPIRI NELL'ANTROPOCENE



Parafrasando un passaggio di Marx nei Grundrisse, Stavros Tombazos osserva che "ogni economia è alla fine un'economia del tempo". Questo per dire che la produttività del lavoro, l'accumulo di ricchezza e la circolazione di beni e risorse che compongono un'economia nel suo senso più ampio sono tutti componenti di una particolare organizzazione del tempo. I cambiamenti di questa organizzazione economica sono quindi avvertiti non solo nelle trasformazioni che hanno effetto materialmente, ma anche nell'ordine della temporalità e dei ritmi di vita possibili in un particolare sistema economico. Il fatto che il passare del tempo, che è così spesso dato per scontato, è in realtà condizionato dalle condizioni materiali ed economiche in cui viviamo non è più evidente che nel nostro momento attuale di cambiamento climatico e catastrofe ecologica.
Due lunghi secoli di capitalismo industriale ci hanno lasciato con una percezione del tempo che non è più adeguata alle condizioni materiali che stanno ora rimodellando la nostra vita. Gli storici ecologici Christophe Bonneuil e Jean-Baptiste Fressoz caratterizzano questo vecchio ordine del tempo per la sua dipendenza dall'estrazione di combustibili fossili: "Il tempo continuo del capitalismo industriale", scrivono, è stato "proiettato su rappresentazioni culturali del futuro, concepito come un progresso continuo che si dispiega al ritmo degli incrementi di produttività ”. Lo shock del nostro momento presente è che questo aumento costante e lineare della produttività, concepito come il naturale progresso verso un domani più grande di oggi, è stato sempre e solo il prodotto di un afflusso temporaneo di energia da una risorsa in diminuzione. 
Negli anni crepuscolari del capitalismo fossile vediamo emergere una nuova organizzazione del tempo in cui il presente non è più in grado di alimentarsi a spese del futuro e la distruzione accumulata del passato ritorna a livello planetario. Per affrontare questa disgiunzione tra il tempo del capitale e le temporalità della natura su cui si nutre, offrirò un resoconto della teoria della spaccatura metabolica degli ecosocialisti contemporanei e cercherò di espandere questo conto metabolico in un territorio più mostruoso attraverso la caratterizzazione di Marx della sete vampirica del capitale. Di conseguenza, desidero suggerire l'approccio di Walter Benjamin alla storia, alla natura e al capitale come potenziale ponte tra il conto metabolico della deprivazione planetaria del capitale e il progetto di critica ideologica necessario per sollevare la foschia della nostra stasi temporale e dissipare la maledizione del vampiro.

TERZA ACCUMULAZIONE

Nel primo volume del Capitale, Marx scrive che “il lavoro è, prima di tutto, un processo tra uomo e natura, un processo attraverso il quale l'uomo, attraverso le proprie azioni, media, regola e controlla il metabolismo tra se stesso e la natura. […] Attraverso questo movimento agisce sulla natura esterna e la modifica, e in questo modo cambia contemporaneamente la sua stessa natura ”. Non solo un'azione intrapresa sulla natura, il lavoro è l'atto di controllare lo scambio tra umanità e natura e la mutua trasformazione che deriva da tale scambio. Come è stato sottolineato dagli ecosocialisti John Bellamy Foster, Paul Burkett e Kohei Saito, la concezione del lavoro di Marx e la relazione che stabilisce tra l'umanità e la natura dipende dal concetto di metabolismo. Preso in prestito dall'agronomo Justus von Liebig, il concetto di scambio metabolico in Marx trae origine dalle sue origini in chimica, come "un processo incessante di scambio organico di vecchi e nuovi composti attraverso combinazioni, assimilazioni ed escrezioni in modo che ogni azione organica possa continuare", e viene applicato "non solo ai corpi organici ma anche a varie interazioni in uno o più ecosistemi, anche su scala globale, sia che si tratti di "metabolismo industriale" o" metabolismo sociale"".

In qualsiasi sistema materiale, sia che coinvolga corpi o macchine, sia che si verifichi sulla scala di un individuo o di una società, implica necessariamente uno scambio metabolico di sostanze chimiche ed energia per mantenere quel sistema in movimento. Come l'economia in generale, il metabolismo è qui caratterizzato come una relazione temporale, che descrive i tassi di scambio tra un determinato sistema e le sue basi naturali. Ciò che è emerso sotto il capitalismo, tuttavia, è una particolare disgiunzione tra temporalità naturale ed economica, lacerando una spaccatura metabolica sempre più ampia tra di loro. Ora affrontiamo una "contraddizione del tempo della natura contro il capitale", come scrive Paul Burkett:

"Il rendimento accelerato del capitalismo comporta un conflitto tra il tempo che la natura richiede per produrre e assorbire materiali ed energia rispetto alla dinamica applicata in maniera competitiva della massima accumulazione monetaria in un dato periodo di tempo con tutti i mezzi materiali disponibili."

Sotto il capitalismo il metabolismo tra umanità e natura viene espulso, non semplicemente in una trappola malthusiana di consumo che supera la produzione, ma attraverso la complessa rete di scambi e processi attraverso i quali il capitale commercia guadagni a breve termine in profitto per un lungo futuro dagli esiti nefasti.
Mentre le società precedenti incontravano limiti naturali a livello locale, nelle forme di esaurimento del suolo e di esaurimento delle risorse, il capitalismo si sposta costantemente sempre più lontano per espandere la portata dei suoi mercati, sequestrare risorse e spodestare la sua periferia di lavoro e terre. Ogni limite che si manifesta a livello locale viene trasceso e superato per cercare nuove fonti di accumulo. Eppure, come chiarisce Marx, "dal fatto che il capitale pone ogni limite come una barriera e quindi supera idealmente al di là di esso, non segue affatto che lo abbia veramente superato".

Sebbene sia in grado di sfuggire o persino di nutrirsi delle fluttuazioni del mercato delle crisi naturali sfruttando l'elasticità dei limiti materiali, il capitale non può superare completamente questi limiti, e invece cerca ampiamente i mezzi per ritardare l'inevitabile. Nelle parole di Kohei Saito: “Il capitale cerca sempre di superare i suoi limiti attraverso lo sviluppo di forze produttive, nuove tecnologie e commercio internazionale, ma, proprio come risultato di questi continui tentativi di espandere la sua scala, rinforza la sua tendenza a sfruttare le forze naturali (compresa la forza lavoro umana) alla ricerca di materie prime e ausiliarie più economiche, alimenti ed energie su scala globale”. Ogni crisi temporanea supera solo il collasso sistemico nel presente aumentando la portata della prossima crisi, in modo che alla fine l'intera terra sia intrappolata nella spaccatura metabolica e venga raggiunto un vero limite globale.

SOTTO L'INCANTO DEL VAMPIRO

Con "la sua spinta cieca e senza misura, il suo insaziabile appetito per il lavoro in eccesso", unito alla sua implacabile alimentazione della vita presente e futura, non c'è da meravigliarsi che Marx usi la metafora del vampiro per caratterizzare il capitale. In un passaggio ormai famoso del primo volume del Capitale, Marx descrive il capitale come "lavoro morto che, come un vampiro, vive solo succhiando il lavoro vivo" e altrove come spinto da una "sete di vampiro per il sangue del lavoro vivo". Il vampiro emerge qui non solo come una figura fuori dal tempo, i morti che non moriranno, ma come un mostro evidentemente metabolico, che è guidato non dalla malizia o dall'insuccesso morale, ma da una spinta primaria a sostenersi sui processi vitali dei vivi. 
L'evocazione del vampiro gioca il ruolo fondamentale di rivelare in una singola immagine i meccanismi nascosti della festa insanguinata del capitale. Come osservano Foster e Burkett: "L'uso del metabolismo di Marx non era "analogico", ma aveva lo scopo di promuovere le basi per una comprensione materialista e dialettica della relazione produttiva umana con la natura". Allo stesso modo, desidero sostenere che il capitale non è semplicemente come un vampiro, ma esercita letteralmente una relazione vampirica con i vivi sia nella sua sete parassitaria di accumulazione che nella schiavitù psichica che esercita sulle sue vittime. Oltre a caratterizzare il capitale come predominato dai processi metabolici, la metafora del vampiro porta con sé le connotazioni di incantesimo, invisibilità e il dominio della vittima sul vampiro. In effetti, la congiunzione del capitale-vampiro fonde la logica del metabolismo con l'apparato ideologico che lo nasconde.
Proprio come il tempo della produzione capitalista instilla in quelli catturati al suo interno i ritmi dell'industria e il progressivo aumento delle forze produttive, l'occlusione del suo squilibrio metabolico esercita la propria logica temporale. Il capitale non solo prosciuga la vita ma lo fa ad intervalli che, almeno per il momento, sfuggono alla percezione diretta. Contrariamente alle teorie di Max Weber, per cui la modernità è stata il trionfo della ragione sul mito, possiamo fare riferimento alla proposizione di Walter Benjamin secondo cui: “Il capitalismo era un fenomeno naturale con il quale un nuovo sonno pieno di sogni è arrivato in Europa e, attraverso di esso, una riattivazione di forze mitiche ”. L'identificazione della relazione metabolica del capitale con l'umanità e la sua natura come vampirica spinge in qualche modo a penetrare i nuovi miti del sonno pieno di sogni del capitalismo. In primo luogo, dissipa la foschia ideologica che nasconde la lenta essiccazione del lavoro e della natura sotto il capitalismo come giusta o necessaria. 
In secondo luogo, rileva che le crisi cicliche e le catastrofi del capitalismo non sono anomalie o irregolarità nell'arco ascendente del progresso, ma sono piuttosto le pene del dolore di una miriade di metabolismi catturati tra le zanne del vampiro. Come scrive Benjamin:

"Il concetto di progresso deve essere fondato sull'idea della catastrofe. Che le cose siano "status quo" è la catastrofe. Non è una possibilità sempre presente, ma ciò che in ciascun caso è dato. [...] L'inferno non è qualcosa che attende noi, ma questa vita qui e ora."

SVEGLIATI SPAVENTATO 

Il progetto di Benjamin di scoprire l'oscuro e magico ventre della modernità capitalista lo mette in compagnia tra i vampiri e i lupi mannari dell'immaginario di Marx. Ma nonostante il successo di Benjamin come critico della cultura, l’ideologia e la storia, la sua rilevanza per un marxismo ecologicamente consapevole è meno chiara. Scrivendo dell'ecologia di Marx, John Bellamy Foster si distingue dai marxisti occidentali per la loro incapacità di prendere sul serio il resoconto materialista della natura. "La scuola di Francoforte", scrive Foster, "ha sviluppato una critica "ecologica" che era quasi interamente culturalista nella forma, priva di qualsiasi [...] analisi della reale, materiale alienazione della natura, ad esempio la teoria di Marx sulla frattura metabolica".

In conclusione, vorrei mettere sotto pressione questa affermazione su due fronti: in primo luogo, con l'affermazione che in Benjamin troviamo di fatto un resoconto completamente materialista della natura che rifiuta qualsiasi resoconto della storia separato dalle sue condizioni naturali e qualsiasi teorizzazione della natura impermeabile alle alterazioni storiche. In secondo luogo, desidero sostenere che nella filosofia della natura di Benjamin scopriamo anche suggerimenti di una relazione metabolica tra umanità e natura che ci permetterà di colmare il divario tra una critica marxista dell'ideologia e il pensiero ecologico necessario per un marxismo del ventunesimo secolo.
Dai suoi primi lavori fino all’ultimo, il pensiero di Benjamin è tornato non solo sulla questione della natura e del suo posto nel corso della storia, ma anche al momento in cui "l'antitesi della storia e della natura" è annullata, e "la storia passa all'impostazione" come un altro componente di un mondo puramente materiale. Questo ingresso della storia nella natura - e la natura nella storia - preoccupa il pensiero di Benjamin nel suo ultimo lavoro incompiuto, The Arcades Project, in cui la storia del diciannovesimo secolo è concepita in termini naturalistici come composta da fossili di un'età scomparsa. Dalle macerie di questa prima fase del capitalismo, Benjamin riunisce una genealogia del tardo capitalismo per rivelare gli effetti ideologici che emergono quando la storia e la natura sono concettualmente separate. 

Ciò che consideriamo semplicemente "naturale", sia che si tratti della spinta al profitto o di un cambiamento del tempo, esiste per noi solo inconsciamente fino a quando non riconosciamo la relazione reciprocamente costitutiva tra questi fatti apparentemente naturali e la storia che collettivamente creiamo. Senza questo momento di risveglio alla nostra storia naturale, il corso degli eventi storici sembra inevitabile e al di là della nostra comprensione. "Per il collettivo dei sogni", scrive Benjamin, "il declino di un'era economica sembra la fine del mondo stesso". Nella nostra era di presagio apocalittico abbiamo un disperato bisogno di una politica in grado di attraversare questo mito di inevitabile catastrofe per affrontare la disgiunzione ecologica ed economica nel suo cuore.

Nonostante la sua apparente inevitabilità come un fatto naturale, la "spaccatura ecologica è, in fondo, il prodotto di una spaccatura sociale: il dominio dell'essere umano sull'essere umano". "Di conseguenza", scrive Kohei Saito, "il progetto socialista di Marx richiede la riabilitazione del rapporto uomo-natura attraverso la restrizione e infine la trascendenza della forza aliena della reificazione.” O, come Benjamin aveva affermato molti anni prima, il compito vitale della nostra conoscenza tecnica "non è la padronanza della natura ma della relazione tra natura e uomo". Qui vediamo più chiaramente il potenziale metabolico della filosofia naturale di Benjamin: padroneggiare non la natura stessa ma la relazione tra umanità e natura è comprendere gli scambi metabolici che congiungono i processi terreni e gli affari umani. Ma ciò che la scrittura di Benjamin chiarisce anche è che una comprensione della nostra relazione metabolica con la terra non è di per sé sufficiente. Per essere politicamente efficace, un marxismo ecologicamente consapevole deve essere associato a una visione delle strutture ideologiche che oscurano le nostre relazioni metaboliche e infondono in noi una fiducia nelle temporalità di progresso infinito o inevitabili disastri. La presa vampirica del capitale, che oscura i mezzi della sua padronanza anche se li distribuisce sia sull'umanità che sulla natura, può essere scacciata solo da una padronanza consapevole e collettiva delle nostre relazioni con la natura e dall'iniziazione di un nuovo metabolismo con la terra.

lunedì 23 dicembre 2019

0 INTERVISTA A FRANCO BERARDI "BIFO"


Franco Berardi, detto Bifo, nasce a Bologna il 2 novembre del 1949. Tra i protagonisti del movimento del ’77, in particolare della sua ala creativa e fuori dalla tradizione leninista sorta intorno alla rivista A/traverso, ha partecipato attivamente all’esperienza politica di Potere Operaio.
Tra i fondatori di Radio Alice, alle fine degli anni ’70, dopo la chiusura della radio, spicca nei suoi confronti un mandato per “istigazione di odio di classe per mezzo radio”. Ripara a Parigi, dove ha modo di frequentare Felix Guattari e Michel Foucault. Tornato in Italia, ha modo di collaborare con molte riviste tra cui DeriveApprodi, alfabeta2 ed anche il giornale di Rifondazione Comunista “Liberazione”. Tra i suoi libri più importanti ricordiamo: Contro il lavoro del 1970; Mutazione e cyberpunk. Immaginario e tecnologia negli scenari di fine millennio del 1994; Neuromagma. Lavoro cognitivo e infoproduzione del 1995; Il sapiente, il mercante, il guerriero. Dal rifiuto del lavoro all’emergere del cognitariato del 2004; Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk. L’esaurimento della modernità del 2013; e Futurabilità del 2019.


1) Hai partecipato da protagonista al movimento del ’77, durante questo periodo hai fondato la rivista A/traverso e Radio Alice. Volevo chiederti che legami hanno queste esperienze con il situazionismo e che ruolo hanno avuto nel contestare il partito leninista come forma di organizzazione della lotta del movimento comunista.

Ho letto Debord per la prima volta nel 1977, lo avevo sentito nominare, avevo qualche vaga informazione sul situazionismo anche prima, ma non era qualcosa di ben definito nella mia mente. Con ciò voglio dire che l’influenza del situazionismo non è stata diretta. Piuttosto direi che in alcuni ambienti culturali c’era in quegli anni una predisposizione ad abbandonare il campo della politica tradizionalmente intesa per scandagliare livelli di pratiche – la vita quotidiana, la sessualità, le forme dell’abitare, e del avere la città – che superavano in qualche modo il marxismo novecentesco.

La centralità della produzione culturale nel capitalismo tardo-industriale e post-industriale è un aspetto che avvicina autori come Debord e Vaneigem alle posizioni che in Italia si manifestano intorno alla rivista A/traverso dal ’75 in poi.

Certo, questo approccio comune si colloca al di fuori e oltre il leninismo, prima di tutto perché il rapporto tra partito di avanguardia e attività culturale, artistica, in Lenin (pensiamoa d esempio al Che fare? del 1902, in cui Lenin definisce il partito come intellettuale collettivo) è meccanico e strumentale, mentre negli anni ’70, per effetto del situazionismo e non solo, il lavoro culturale viene riconosciuto come un livello specifico della produzione sociale, e perché se ne rifiuta una visione strumentale.
2) Quanto sei stato influenzato dalla lettura operaista dei lavori di Marx e quanto di attuale c’è di quelle teorie?

Ho letto Operai e capitale nel 1967, ho fatto parte di Potere dal 1967 fino al 1971, quindi è evidente che l’operaismo mi ha influenzato profondamente. Ma poiché l’operaismo è tutt’altro che una scuola dogmatica e monolitica, quel che a me interessava accentuare era soprattutto la visione che Marx elabora nei Grundrisse a proposito del rapporto tra lavoro, macchine e liberazione dal lavoro. Altri preferivano accentuare aspetti differenti, più vicini al leninismo. 

3) Ritieni le elaborazioni teoriche di Toni Negri sul Comune l’alternativa all’organizzazione leninista del partito? 

Toni Negri è un pensatore complesso, e la sua visione è cambiata molto dagli anni ’60 e ’70 agli anni 2000. Negli anni ’70 Negri rivendica il modo esplicito e quasi rabbioso, la funzione centrale del leninismo nel processo rivoluzionario. L’intenzione di Negri è da comprendere nel contesto della polemica interna a Potere Operaio in quegli anni. Poiché il frontismo di Potere Operaio aveva caratteri largamente definibili come “spontaneisti”, anti-leninisti, o, come io preferisco dire “composizionisti”, l’intenzione di Negri fu quella di riportare Potere Operaio nell’alveo del comunismo leninista, e dibattere ogni posizione vagamente definibile come “spontaneista”. È la ragione per cui, dopo il Convegno di Firenze dell’8-9 gennaio 1970, io mi allontano progressivamente da Potere Operaio, proprio perché rifiutavo la bolscevizzazione. Fino a uscire dall’organizzazione nel luglio del 1971, quando al Congresso di Roma Potere Operaio affermò di avere compiuto una compiuta svolta leninista, abbandonando quella che per me era invece l’ispirazione originale e composizionista del gruppo.

4) Nel 1970 pubblichi Contro il Lavoro, a cinquant’anni di distanza ancora stiamo lottando con il collasso della società fondata sul lavoro salariato, contro quella cultura lavorista che il movimento del ’77 criticava mentre veniva difesa dal PCI e la CGIL. Non condivido però la prospettiva della piena automazione e del reddito universale. Non mi convince per il semplice fatto che sembra pretendere la ricchezza prodotta dal capitalismo senza pagarne il prezzo, ovvero il consumo di merci senza la produzione di merci. Occorre lavorare per una rottura ontologica con le categorie del capitalismo come denaro, lavoro salariato e merce altrimenti rischiamo di produrre una critica edonistica e superficiale del lavoro. Sembra il discorso che faceva Mao nelle sue Dieci grandi relazioni in cui invitava a modificare la concezione stessa di «lavoro», «produttività» e «risorse» per uscire dal modello della rivoluzione industriale, rompendo con l’idea sovietica dell’accumulazione socialista. Come ti confronti con queste critiche che per esempio sono mosse anche dalla scuola di Robert Kurz che ruota intorno alla rivista Krisis?

Non ho nessuna intenzione di convincerti di alcunché, né di polemizzare su questioni che oggi mi paiono definitivamente uscite dalla sfera dell’attualità storica. Il progetto della abolizione del lavoro nasce con le intuizioni marxiane del Frammento sulle macchine, ed emerge maturo nelle esperienza di rifiuto del lavoro, di sabotaggio e di autonomia esistenziale degli operai giovani che entrano nella catena di montaggio negli anni ’60. 

Era un progetto, una possibilità, una indicazione che non si doveva né si deve intendere come un’utopia, come una ricetta per la trattoria dell’avvenire. 

Potevamo vincere o potevamo perdere. Abbiamo perso, su questo non c’è dubbio, e nel nuovo secolo la subalternità culturale e psichica al lavoro è tanto più forte quanto più precario è il lavoro. 

5) Un tema che tratti spesso è la tecnologia e il suo possibile ruolo rivoluzionario. Ritieni la tecnica un elemento neutro da usare solo diversamente da una forza anticapitalista o un prodotto dei rapporti di forza dentro la società? Questa domanda si lega al tema dell’accelerazionismo che punta ad accelerare i processi avviati dal capitalismo, liberando dalle logiche capitaliste i suoi prodotti tecnologici. Un’idea che nasce dalla filosofia di Deleuze e Guattari con cui non mi trovo assolutamente d’accordo, anzi, ritengo che sia influenzata da una metafisica del progresso che tende a vedere ogni conquista del capitalismo come un passo nella giusta direzione della storia, oltre ad essere ancorato ad una solida tradizione economicista. 

Ancora una volta, non mi interessa convincerti di questo o di quello, ma mi limito a dirti che non ho mai pensato alla tecnologia come un elemento neutrale. Ho pensato alla tecnologia come un insieme di espositivi che sono modellati dal rapporto di classe, dalla forza del rifiuto operaio o dalla forza del dominio capitalista. La parola “accelerazionismo” è estremamente ambigua e preferisco non usarla, perché confonde il processo di intensificazione (della produttività della tecnica) con il processo di liberazione della società dal dominio del lavoro salariato. Io condivido l’idea (tutta marxiana) secondo cui l’intensificazione della produttività “tornerà utile” alla liberazione dal lavoro. Ma non credo che in sé e per sé l’accelerazione e l’intensificazione vadano in quella direzione. Di fatto è accaduto l’esatto contrario: l’accelerazione del ciclo produttivo, informativo ha funzionato e funziona come fattore di sottomissione del corpo collettivo.

6) Conosci molto bene il pensiero di due grandi filosofi come Deleuze e Guattari, che con il loro Anti-Edipo hanno aperto un mondo. Un libro essenziale per la tua generazione che vedeva nel desiderio una forza rivoluzionaria. Alla luce delle critiche di Baudillard a Foucault, ma indirettamente anche a loro due, cosa resta oggi degli insegnamenti dell’Anti-Edipo?


L’Antiedipo forse è un libro che abbiamo troppo sopravvalutato. È un testo letterario più che filosofico, indica una direzione di ricerca, rompe alcuni schemi della psicoanalisi e del marxismo, ma riletto oggi non mi sembra che sia molto utile. I grandi libri di quei due filosofi a mio parere sono quelli successivi. Mille piani disegna il campo della trasformazione semiotica del processo produttivo in tutta la sua estensore antropologica. E Cosa è la filosofia offre una possibilità di ripensare la filosofia come creazione di concetti-dispositivo. Se oggi rileggiamo i libri di Deleuze e Guattari insieme ad alcune cose scritte da Baudrillard, particolarmente Lo scambio simbolico e la morte, debbo dire che Baudrillard aveva visto molto più lontano, aveva compreso più a fondo il senso della trasformazione semiotica del capitalismo, e aveva compreso che il desiderio non è di per sé forza rivoluzionaria o liberatoria.

7) Tornando al tema del lavoro, come si può oggi tornare al concetto di rifiuto del lavoro salariato in un’epoca in cui domina la precarietà e nei lavoratori, specialmente i lavoratori cognitivi, il tempo di lavoro diventa la parte centrale della propria vita, assorbendo la quasi totalità delle proprie energie fisiche ed intellettuali? Addirittura, come sottolineava Kurz nei suoi libri, un manager di oggi lavora più di uno schiavo romano. Come è possibile tornare a slegare il tempo di vita dal tempo di lavoro come facevano gli operai della fabbrica fordista a tuo avviso?

Qui tu segnali la difficoltà principale dell’autonomia nella sfera del lavoro cognitivo.

Il paradosso per cui le tecnologie labor saving hanno costretto a un aumento del tempo di lavoro consiste nel fatto che la codificazione capitalistica trasforma in lavoro salariato forme di attività che di per sé sono espressione e libera della ricchezza e della creatività sociale. Il manager lavora più di uno schiavo perché il suo sistema è così stupido che non riesce a organizzare l’attività di inventare, di parlare, di scrivere, di comunicare, di curare, di insegnare… se non in forma di sottomissione del tempo al valore, all’accumulazione al denaro.

8) Credi ancora nelle possibilità rivoluzionarie di internet, nonostante l’ascesa di potenti oligopoli che hanno un sempre maggiore controllo ed influenza sulla nostra vita?

Ci ho creduto per un paio di anni, diciamo magari nel primo lustro del decennio ’90.

Nel 1995 ho pubblicato con Castelvecchi un libretto che si chiama Neuromagma (chissà se esiste ancora da qualche parte?) in cui dicevo che con l’imposizione del browser Explorer nella navigazione di rete, e quindi con l’ingresso di una grande corporation monopolistica, finiva la funzione autonomizzante e orizzontale di Internet. Ma la storia di Internet non l’ha ancora scritta nessuno, e soprattutto non è affatto finita, più o meno come la storia del mondo. 

9) In Futurabilità ci inviti a guardare la bestia negli occhi, preparandoci ad un lungo periodo di violenza, guerra e demenza. Il consumo di psicofarmaci, l’ansia e la depressione dominano la nostra società e si accompagnano alla precarietà totale della mia generazione. Come mai a tutto ciò non corrisponde la nascita di un movimento che tenti non di mediare con questo mondo, ma di ribaltare il tavolo? Come mai, come direbbe Mark Fisher, il realismo capitalista diventa l’unico orizzonte in cui sappiamo muoverci, senza più avere la forza di immaginare una società diversa, da reinventare, seguendo Castoriadis? 

Ma hai già risposto a questa domanda: la precarizzazione del lavoro ha trasformato la società in un campo di guerra inter-proletaria. E la globalizzazione del mercato del lavoro ha trasformato l’odio di classe in razzismo, nazionalismo, fascismo.

Solo un trauma molto profondo potrà rompere il circolo vizioso della subordinazione psichica e dell’aggressività inter-proletaria. Ma purtroppo il trauma che si prepara (anzi è già cominciato) rischia anche di devastare tutto quel che di umano ha prodotto il genere umano.

10) Se Claudio Lolli è stato la colonna sonora del movimento del ’77 e delle sue speranze, quale genere musicale può rappresentare l’era di depressione ed ansia in cui viviamo?

Non ascolto musica da quindici anni perché sono quasi completamente sordo. Quando ascolto musica con una protesi auricolare mi limito ad ascoltare i concerti brandeburghesi di Brahms, il Requiem di Mozart e il Koln Konzert di Keith Jarret. E anche molto Torna a Surriento.

domenica 22 dicembre 2019

0 INTERVISTA AL PROFESSOR STAVROS MAVROUDEAS





Stavros Mavroudeas, nato nel 1961, è un economista marxista greco, professore di economia politica all’Università della Macedonia di Thessalonìki. Si occupa di economia politica marxista, storia del pensiero economico, lavoro e sviluppo economico. Nei suoi lavori affronta temi che spaziano dall’integrazione europea, l’analisi dell’economia greca alla critica degli economisti postmoderni.
Tra gli economisti marxisti più influenti del suo paese, i suoi studenti sono molto attivi nelle organizzazioni politiche e sindacali greche di sinistra.
Abbiamo avuto l’occasione di porgli alcune domande, di seguito l’intervista da me condotta al professor Mavroudeas.

1.  Parliamo di Europa innanzitutto, e della speculare condizione greca, filtro delle sue contraddizioni strutturali. Lei si contraddistinse nel 2016 per la famosa lettera contro SYRIZA, indicato come soggetto volto falsamente al cambiamento. In particolare, accusa Syriza di aver negoziato con l’UE, accettando così la logica e la struttura del programma della Troika. Le condizioni che andavano allora a profilarsi e che Lei lucidamente ha preconizzato consistevano nell’analisi del Piano di Salvataggio per la Grecia , dove si giocavano gli interessi di due grossi blocchi economici, quello europeo e quello americano. In particolare, se il primo temeva un taglio del debito, essendo favorevole ad una rinegoziazione sui termini di scadenza e sugli interessi, il secondo avrebbe favorito il taglio netto del debito al fine di garantirsi blocco egemone economicamente (sfruttando l’influenza del deleveraging globale e del debt’s haircut sui tassi di interesse ufficiali dell’UE) e politicamente. Secondo sempre la sua lettera, la costrizione alla gabbia d’acciaio dell’austerity fu il risultato della mediazione di tali interessi. Quanto ora influisce questa decisione strategica presa al momento del Piano di Salvataggio e quanto la Grecia può dirsi campo contemporaneo di mediazione – e speculazione irresponsabile – tra gli interessi dell’Europa del fiscal compact e del neoliberismo di Maastricht e di Lisbona e la nuova politica di potenza americana sotto la dottrina Trump?

La tragedia contemporanea della Grecia ha due mandanti maggiori e uno minore. Il mandante minore è la borghesia greca, che è entrata nel progetto d’integrazione imperialista europeo aspirando a un suo futuro elevamento nella piramide dell’imperialismo attraverso la sua collaborazione coi più avanzati capitali europei occidentali. Questa “grande idea” si è ritorta contro terribilmente siccome i suoi obiettivi erano molto impegnativi e il capitale greco non avrebbe potuto affrontare questa sfida. L’eruzione della crisi capitalista mondiale nel 2008 (una crisi di contrazione della profittabilità) e il conseguente disastro greco del 2010 (che è apparso come una crisi fiscale benché fosse causato da sia la caduta del profitto del capitale greco e sia dal suo sfruttamento imperialista dai più sviluppati capitali europei occidentali) pose fine a questa “grande idea” e fece retrocedere il capitalismo greco nella piramide dell’imperialismo internazionale. Naturalmente, il popolo greco paga il prezzo per questo fallimento.

Ad ogni modo, quello greco è un capitalismo a medio-livello e anche un’economia subimperialista. Quest’ultimo fatto significa che, nonostante possa sfruttare economicamente dei capitalismi meno sviluppati nelle aree adiacenti (e.g. i Balcani), è soggetta al dominio imperialista da parte dei capitalismi più sviluppati. Nel dopoguerra, erano due i maggiori dominatori imperialisti della Grecia. Il primo sono gli Stati Uniti, che assunsero questo ruolo dalla Gran Bretagna nel mezzo della guerra civile greca. Il secondo è l’agglomerazione dei capitali dell’Europa occidentale che forma le basi dell’Unione Europea; con le contraddizioni e i conflitti che esistono fra di essi. Quando il progetto dell’integrazione europea era sotto gli auspici dell’UE (approssimativamente fino agli anni Ottanta), gli Stati Uniti lasciarono il primato all’UE nelle faccende economiche, per quanto mantenessero l’egemonia geopolitica nel complesso. Quando i capitali europei tentarono di approfondire la loro integrazione, si espansero e infine sfidarono l’egemonia statunitense tanto che l’intesa menzionata precedentemente andò a pezzi. La crisi del 2008 ha intensificato la rivalità fra costoro, e la crisi capitalista greca divenne uno dei campi su cui ebbe luogo il braccio di ferro fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea.
All’inizio della crisi entrambe le egemonie concordarono sulle politiche di austerità dei Programmi di Aggiustamento Economico della trojka. I rappresentanti delle due egemonie (il FMI per gli Stati Uniti e la BCE e l’Unione Europea per gli europei) hanno avuto un’uguale influenza nel processo decisionale della trojka. Tuttavia, i rischi economici erano diseguali siccome i prestiti europei erano maggiori e meno sicuri di quelli del FMI. Inoltre, quando l’urgenza della fase iniziale della crisi era passata, emersero delle strategie diverse e opposte tra gli USA e l’UE. I primi posero sul tavolo il tema della ristrutturazione del debito, che la seconda tentò di evitare. Per di più, le significative differenze si fusero tra le condizioni e le proposte politiche del FMI e della controparte europea. In sintesi, la Grecia divenne uno dei campi di battaglia delle rivalità fra USA e UE. Lentamente, il FMI iniziò a distaccarsi dal fallimento della Grecia; la presidenza Trump esasperò l’unilaterità e l’aggressività degli Stati Uniti. Ciò ha portato oggi nel pagamento in anticipo dei prestiti del FMI e la sua assunzione per il ruolo di consigliere. Dall’altro lato, e ironicamente, benché gli europei sostenessero la maggior parte dei prestiti e dei rischi, è stato il capitale statunitense che ha fatto le maggiori incursioni nell’economia greca.

La borghesia greca prova a equilibrarsi tra i suoi due padroni imperialisti. Per un verso, è parte dell’UE ed è soggetta ai suoi dettami; in particolare le è stato conferito il degradato titolo di uno stato praticamente fallito. Dall’altro, gli USA hanno una posizione economica molto forte in Grecia e inoltre è il cruciale fattore geopolitico e militare nella rivalità regionale greco-turca. Indicativamente, il governo di SYRIZA si è legato sfacciatamente agli Stati Uniti ma si è tirato indietro dall’accordare col FMI la richiesta di questo per uno scarto di garanzia del debito (debt haircut). Finché aumenta la rivalità fra Stati Uniti e Unione Europea – e l’attuale rallentamento dell’economia globale la inasprisce sempre più – allora la borghesia greca sarà in una posizione terribilmente difficile, siccome dovrà decidere da che parte stare.

2.  SYRIZA ha dato la dimostrazione di non esser riuscita a fronteggiare i portatori di interesse europei sin dai primi colloqui con la Commissione del Piano di Salvataggio: durante questo periodo l’ostracizzazione di Varoufakis è stata la grande incognita da esplicare per il marxismo europeo (non che Varoufakis fosse un pensatore marxista ovviamente, ma ai tanti interessava dal punto di vista prescrittivo). Cos’è successo veramente, perché Tsipras cacciò l’uomo che poteva dare la parvenza di essere il professionista del partito e l’inflessibile riguardo le faccende europee? Varoufakis fu vittima di Tsipras, dell’Europa o di una possibile sua inconcludenza?

Non ha mai smesso di meravigliarmi l’interesse che continua ad esistere nella sinistra occidentale su Varoufakis. È sia una questione di disorientamento politico e ideologico e/o sia di disinformazione. In Grecia oggi è evidente che lui e il suo personale feudo politico (la caricatura di un partito chiamata MERA 25) non siano parte della sinistra. Egli è un tremendo opportunista e anticonformista. In teoria lui è un keynesiano moderato; ma cambia maschera a seconda del pubblico a cui si rivolge. È persino stato detto che lui fosse un marxista (sic!) eccentrico, benché sia troppo eccentrico e conservatore per essere marxista. Ha collegamenti molto noti con l’establishment liberale statunitense, e come ministro delle Finanze è stato d’accordo con l’80% del programma della trojka. Le sue tattiche di negoziato con l’Unione Europea furono un completo disastro: semplice posa politica e un mettersi in mostra di persona senza alcuna seria direzione strategica. Il suo partito è un feudo personale che rappresenta gli strati della borghesia piccola e media, i quali sono socialmente radicali e politicamente conservatori. Ha raggruppato altri arrivisti e opportunisti politici con cui ha poco in comune oltre alle ambizioni personali. Esiste sostanzialmente attraverso i media sociali e, naturalmente, non ha alcun radicamento nei movimenti di massa.

È stato arruolato nella compagine di SYRIZA quando questa si stava preparando ad ottenere il governo, pressoché un fulmine a ciel sereno. La ragione principale per cui Tsipras lo ha imposto personalmente all’equipe economica precedente era il supporto internazionale di Varoufakis da parte dei circoli dell’establishment liberale statunitense. Come ministero delle Finanze Varoufakis si è dimostrato molto egocentrico e ha giovato per nulla sia a SYRIZA sia ai propri sostenitori internazionali. Complessivamente, ha fatto di più per sé stesso che per i suoi colleghi e finanziatori. Per questo motivo, una volta che SYRIZA aveva compreso che gli Stati Uniti la stavano usando nel loro braccio di ferro con l’Unione Europea e non stava insistendo seriamente per uno scarto di garanzia del debito (debt haircut), il valore d’uso di Varoufakis si era esaurito. Inoltre, il suo atteggiamento fiammeggiante lo ha reso un sacrificio appropriato per la necessaria capitolazione alla trojka. Varoufakis tentò di sistemarsi nella nuova situazione – aveva persino votato per una prima versione del terzo programma di austerità – ma ormai era troppo tardi. Peraltro, sembra che avesse esaurito il suo valore d’uso anche per i suoi finanziatori stranieri siccome si era dimostrato essere troppo egocentrico e incompetente per i processi decisionali. L’unica cosa per la quale, al momento, egli è utile, è come strumento politico (e fondamentalmente elettorale).

3.  Lo stesso fu protagonista di una querelle quasi cinematografica, che pose il problema di come poter reagire se il sistema bancario e le autorità monetarie voltano le spalle ad un governo in carica, bloccando i meccanismi di creazione e trasferimento della liquidità che regolano ogni giorno l’economia? Da qua la questione del segretissimo piano B narrata dal giornale greco Kathimerini, quando Varoufakis decise di coinvolgere un docente di Information Technologies alla Columbia University, per hackerare il sistema informatico dell’Agenzia Fiscale Greca e ottenere il controllo della piattaforma. Egli voleva utilizzare una infrastruttura elettronica per trasferire il denaro tra i greci in caso di emergenza, come ammette chiaramente Varoufakis, creando un sistema bancario parallelo quale sistema di pagamento capace di tener in regime di marcia l’economia for a little while. Questa misura non venne mai approvata, e secondo la nostra sensibilità economica (comunque limitata) poteva volgere da soluzione tampone: secondo lei una strategia del genere aveva senso d’esistere?  O meglio, aveva una possibilità di validità applicativa?

Prima chiariamo le cose.

Il cosiddetto piano X di Varoufakis era semplicemente un’idea. Ironicamente, pure i suoi più vicini colleghi hanno tradito il fatto che non è mai esistito come piano operativo. L’idea di base era di organizzare un sistema pubblico che potesse recuperare direttamente i pagamenti per i cittadini per coprire i loro versamenti allo stato. Questo sarebbe stato indipendente dal sistema bancario, che era grosso modo controllato dalla BCE attraverso la Banca di Grecia. Dunque, questo sistema pubblico avrebbe potuto evolversi dal fare versamenti dallo stato e così provvedere un alternativo sistema di pagamento. Un tale meccanismo necessitava tempo per essere organizzato. Può dare dei gradi limitati di libertà dall’UE e dalla BCE. Tuttavia, non può resistere se confrontato al sistema finanziario principale. Nel migliore dei casi può sostenere le solvenze fiscali dello stato per un periodo limitato. Concludendo, questo piano avrebbe potuto possibilmente guadagnare un po’ di tempo – se fosse stato operativo – contro le pressioni dell’UE. Ma infine sarebbe crollato finché sarebbe rimasto all’interno dell’Unione Europea.

In conclusione, quest’idea di Varoufakis era un altro numero di sconclusionata prestidigitazione. Di più, non è mai stato formalmente accettato da SYRIZA perché temeva di fare pure in questo modo.

Tuttavia, l’idea di usare una valuta parallela in un programma di sinistra di disimpegno con l’Unione Europea e di transizione socialista può essere utile. L’economia di un paese che si rivolta contro l’ordine imperialista mondiale affronterebbe una pressione internazionale spietata. Ciò probabilmente significherebbe che sarebbe stata tagliata fuori dalle valute internazionali necessarie per comprare i beni esteri indispensabili. In un caso simile, la nazione in rivolta avrebbe bisogno di custodire e usare con prudenza qualsiasi riserve estere abbia. In tali circostanze, la creazione di due valute parallele – una per le transazioni estere e una per le transazioni interne – è uno strumento ben noto. L’Unione Sovietica (e anche Cuba ed altri) l’hanno usato. Ovviamente, ci sono altri strumenti che possono essere usati unitamente o a sé stanti (e.g. tassi di cambio multipli). La sinistra rivoluzionaria greca ha discusso simili idee come parte di un programma di transizione. Comunque, questi strumenti possono funzionare solo fuori dall’UE e dalla sua Unione Economica e Monetaria. Sono inutili se vi si rimane incatenati.


4. Riferendoci alla domanda precedente, non possiamo esimerci da ricordare i recenti dibattiti sulle difficoltà in merito all’uscita dall’UE (sempre questa sia possibile) e porLe un paio di domande in merito. L’articolo suo e di Sergio Cesaratto presente sul sito italiano SinistrainRete descrive come sulla Grecia sia stata spacciata dalle istituzioni europee la favola di una ripresa economica data dalla rigida austerity (prescritta prima sotto la supervisione della troika, ora sotto la supervisione del MES), portandovi ad una conclusione unanime: non si può rettificare il fallace modello produttivo greco imposto dalle conseguenze dell’adesione del mercato unico europeo, se non all’esterno dell’attuale UE. L’UE quindi, secondo lei, è completamente irriformabile? Se sì, quanto gravi sono i rischi stimati per uscirne secondo le sue stime, sia per la Grecia che per l’Italia?

L’integrazione europea è un progetto imperialista. Questo è il suo DNA. È stata creata come tale; e più in particolare come l’ossatura economica e politica dell’Occidente in Europa di fronte al blocco orientale. A quei tempi, era sotto gli auspici degli Stati Uniti. Si è evoluta in un polo imperialista separato essenzialmente dopo il collasso del blocco orientale; nonostante questa tendenza vi era già latente da prima. Il suo meccanismo economico si fonda sullo sfruttamento (economico) imperialista dei paesi meno sviluppati. Il suo bilancio politico è ugualmente lugubre. Le élite e le grandi multinazionali dominano le sue funzioni.

Questo progetto imperialista non può essere riformato. Ciò è un mito solo per idioti. Ha galleggiato per diversi decenni – si rammenti la blatera euro-comunista – ed è stata sconfessata dalla realtà.

Inoltre, questo progetto oggi è in crisi profonda. Non riesce ad opporsi al suo principale avversario, gli Stati Uniti. È martoriata da problemi e contraddizioni interne. A causa di queste, è addirittura più pericolosa, siccome essa tenta di risolvere i propri problemi mettendone il fardello sulle spalle dei popoli d’Europa e di altre aree.

Per paesi come la Grecia e l’Italia liberarsi dalle catene dell’UE è davvero molto difficile. Non può certamente esser fatto in modo facile siccome il tremante castello di carte dell’Unione Europea non si può permettere anche divorzi minori. Teme che questo potrebbe generare un effetto domino e portare alla sua totale disintegrazione. Per questa ragione, reagisce così violentemente contro qualsiasi minaccia. Nondimeno, per i popoli d’Europa – e segnatamente per quelli delle nazioni periferiche – non c’è altra via alla lotta per districarsi da quest’edificio reazionario. È la sola possibilità per raggiungere un futuro migliore; se non per costoro, almeno per i loro figli.

5. Si è ipotizzato in diverse sedi al di fuori delle istituzioni di rendere europeo il settore bancario ponendo una camera di compensazione comune in modo tale da riuscire a riequilibrare le profonde sperequazioni tra le economie dei stati membri.  Si è spesso speculato in merito ad un programma comune alla lotta contro la povertà suffragato da politiche fiscali centralizzate e alla soppressione degli statuti deleteri, quali quelli afferenti alle politiche di mantenimento del tasso di disoccupazione naturale (Trattati di Lisbona in primis). Pensa che possano essere delle misure funzionali ad un programma di radicale trasformazione dell’Unione Europea e, perché no, rivoluzionario, oppure siano solo una pia illusione? Si è anche spesso parlato di monete alternative valide solo entro i confini nazionali. In Italia tale argomento è stato spacciato per il programma politico della destra sui mini bond, “moneta” non a corso forzoso data dalla cartolarizzazione di nuovo debito: oltre alle facili strumentalizzazioni politiche, la via di una moneta alternativa e parallela all’euro è una strada percorribile (revisionando ovviamente i trattati europei relativi alla caratteristiche della moneta unica) secondo lei?

Ci sono molte proposte da prospettive borghesi che provano a risolvere alcuni dei problemi e contraddizioni crescenti dell’UE. La creazione di un’unione bancaria (cioè di un meccanismo di supervisione e di assicurazione dei depositi comune) che unificherebbe i sistemi bancari dei paesi membri e renderli più stabili. Un’altra proposta sono le obbligazioni comuni comunitarie (che renderebbero identici i costi dei prestiti). Un problema di tutte queste proposte è che obbligano l’euro-nucleo dominante a pagare. Ma il reale progetto dell’integrazione europea è stato creato da questi per stare molto meglio. Per questa ragione, queste proposte affrontano la loro risoluta opposizione. Solo in alcuni casi (e.g l’unione bancaria) sono stati presi alcuni passi limitati e sostanzialmente cosmetici.

Riguardo alla proposta dei mini-bot, io non la considero seria. Sostanzialmente, assomiglia al piano X di Varoufakis e risente degli stessi problemi e delle stesse mancanze. Ci ho fatto riferimento in una domanda precedente.


6. Oltre all’Europa del fiscal compact e della trappola dei cofinanziamenti, impossibili da spendere con tempestività per l’Italia, rischio la procedura d’infrazione, c’è ancora la speranza di un progetto europeo?

Come ho detto prima, non penso che ci possa essere un progetto comune di un’Europa sociale all’interno della cornice dell’UE.

Ma anche, ritengo che sia altamente improbabile che emerga un movimento comune europeo che porti in un’altra direzione. La lotta nei vari paesi europei è molto differenziata e dimostra livelli molto disuniformi. Di conseguenza, in ogni paese la lotta di classe – e in questa, la lotta per il rilascio dall’Unione Europea – prenderà il proprio percorso e i propri tempi.

7. Ritiene credibile il programma euroscettico di gruppi politici comunisti o di sinistra come KKE e France Insoumise?

In Italia, la piattaforma Eurostop, ad esempio, adotta il progetto euromediterraneo di ALBA del professore marxista Luciano Vasapollo, conosci e credi che questa opzione sia credibile?

Che io sappia, ci sono diverse posizioni

Il KKE greco ha una posizione terribilmente ipocrita. Sostiene che svincolarsi dall’UE sia insignificante perché ci sarebbe ancora il capitalismo. Così, praticamente pronuncia l’assurda argomentazione che prima si raggiunga il socialismo e poi si lasci l’Unione. Ovviamente, aggira ipocritamente l’argomentazione per cui non si possa costruire il socialismo a meno che non si sia fuggiti prima dall’UE. Il KKE adotta oggi questa posizione (al contrario delle sue precedenti posizioni storiche sullo sganciarsi dall’UE) non per idiozia ma per conformismo politico. Conosce molto bene che le posizioni anti-europee sono un anatema per la borghesia greca e il KKE non intende affrontare la sua collera dal momento che si è ben stabilito nel sistema politico ufficiale. Marx scrisse che alla Chiesa d’Inghilterra non interessava che si mettessero in discussione 99 su 100 dogmi di fede, ma comunque diventava feroce se si metteva in discussione l’1% delle sue proprietà. Il KKE preferisce vociare di grandi dichiarazioni di sinistra, ma si astiene dall’affrontare gli elementi cruciali del sistema borghese.

La posizione di France Insoumise è diversa ed è tipica di un euroscetticismo miope che non può sfidare l’UE. Tutti questi euroscettici di sinistra affermano che ci sia un’alternativa progressista se si lasci l’Unione Monetaria Europea ma si rimanga all’interno dell’UE (ovvero il mercato comune e le strutture politiche). Questa è una posizione estremamente stupida – se non ipocrita. Il nucleo dei meccanismi imperialista e di sfruttamento economico dell’integrazione europea risiede nel mercato comune. L’euro è un aspetto complementare. Inoltre, il meccanismo politico dell’integrazione europea ha nei propri geni prerogative borghesi.

Infine, riguardo alle proposte come quella di L. Vasapollo, penso che sono troppo buone per essere vere. Come ho detto prima, la lotta di classe e la coscienza politica della classe lavoratrice e degli strati popolari è molto diversa e diseguale persino nei paesi euro-mediterranei. Dunque, le loro traiettorie sono abbastanza differenti e non facili da far convergere, perciò non vedo come attuabile – almeno per il momento – un tal progetto.


8. Nel 2004 lei pubblica un testo quasi introvabile in Italia, ‘Forms of existence of abstract labour and value-form’. Potrebbe darci una visione della sua interpretazione della teoria marxiana del valore in relazione alle nuove scuole di studio (come la TSSI, la SSS o, più vicina a noi, la Neue Marx Lektüre cominciata da Rubin e Pašukanis e terminata nei lavori di Reichelt e Backhaus)?

Questa è una grande questione e non le si può rispondere qui. Darò solo alcuni accenni.

Considero che l’essenza del valore sia il lavoro astratto. Quest’ultimo si definisce nella sfera della produzione e – ad un primo livello – indipendentemente dal denaro. Naturalmente, nel suo pieno sviluppo, il lavoro astratto si esprime attraverso l’equivalente generale (cioè il denaro). Per questo motivo, sostengo che la distinzione di Marx tra misura interna del valore (ovvero il lavoro) e la misura esterna del valore (ovvero il denaro) sia corretta. Pertanto, i metodi che identificano direttamente il lavoro astratto con il denaro (come la New Solution al problema della trasformazione, o i teorici della forma-valore) sono errati.

Sono totalmente in disaccordo con la Neue Lektüre e i tentativi di M. Heinrich. Anche costoro identificano il valore astratto col denaro. Inoltre, malinterpretano Marx del tutto argomentando o che non avesse una Teoria del Lavoro Socialmente Necessario (come ha scritto il loro solito divulgatore D. Harvey) oppure che avesse una teoria monetaria del valore. In primo luogo, è stato dimostrato, non solo da me ma anche da altri, che la loro analisi non ha nulla a che vedere con Pašukanis e soprattutto Rubin. Rubin ha affermato esplicitamente che l’essenza del valore è il lavoro astratto e può essere concepito indipendentemente dal denaro. La Neue Lektüre e i suoi simpatizzanti stanno commettendo una terribile misinterpretazione delle sue opinioni. Da secondo, il discorso su una teoria del valore monetaria è assurda e porta, in ultima istanza, all’abbandono del concetto di valore come ridondante. La prima cosiddetta “Scuola di Rubin” (Benetti, Cartelier ecc.) ha seguito questa via. Pure i teorici della forma-valore hanno fatto lo stesso. Inoltre, gli autori della Neue Lektüre dimostrano un’incredibile ignoranza del funzionamento reale dell’economia capitalistica e semplicemente si occupano di dubbie interpretazioni filologiche delle opere di Marx. Nel complesso, ritengo che la Neue Lektüre faccia un grave disservizio al marxismo. Essa lo disintegra come sistema coerente. E i suoi connotati politici sono ugualmente disastrosi: porta il marxismo a essere servo del riformismo borghese.

Infine, per ciò che concerne il TSS, non mi trova d’accordo per il modo con cui cronometra il modello.

9. Ritiene credibile l’opposizione all’UE delle organizzazioni sovraniste come la Lega di Salvini?

Dunque, ritengo che in diversi capitalismi europei più sviluppati (non in Grecia) ci siano forti frazioni delle loro borghesie che sono deluse dal corso dell’integrazione europea. Più in particolare, sono irritate dal crescente potere della Germania e dalla cerchia di economie che ha attorno. Queste sono le forze principali dietro Le Pen e Salvini. Queste forze aspirano a qualche altra alleanza internazionale e solitamente guardano verso gli Stati Uniti (vedi ad esempio Boris Johnson). In tal senso potrebbero essere leali nel contesto del loro conflitto con l’UE. Possono anche raggiungere una qualche forma di compromesso (temporaneo o meno).

In ogni caso questa è una via diversa – e pure rivale – a quella della sinistra e del popolo. Il loro corso è per un capitalismo strutturato diversamente, e i costi per questa trasformazione saranno pagati dalla classe lavoratrice e dal popolo. La strada della sinistra dovrebbe essere lottare per emanciparsi dall’UE come primo passo necessario per l’edificazione del socialismo.

10. Come giudica la recente vittoria del centrodestra in Grecia e quali conseguenze ci saranno nel rapporto del suo paese con le istituzioni europee?

SYRIZA, col suo opportunismo e la sua subordinazione agli interessi borghesi, ha spianato la via per la grande vittoria recente di Nea Dimokratia. Questo governo di destra procede con politiche molto aggressive. In termini di politica economica non c’è alcuna differenza rilevante tra SYRIZA e ND. Le direzioni delle politiche economiche in Grecia sono dettate dal Programma di Aggiustamento Economico. La sola cosa che sia il precedente governo che quello attuale possono fare è ridistribuire parte del cosiddetto super-surplus (ovvero denaro cruento rubato al popolo e accumulato per gli obiettivi del Programma). Sia SYRIZA che ND hanno concesso sgravi fiscali al capitale. La sola differenza fra loro è che SYRIZA ha tassato la piccola borghesia e l’alta classe lavoratrice e ha dato qualche briciola al precariato. ND cambia dando qualche briciola alla piccola borghesia e all’alta classe lavoratrice.

Per le questioni politiche e istituzionali, ND procede con cambiamenti reazionari di vasta portata (privatizzazioni, repressione poliziesca, leggi sui sindacati, aziendalizzazione dell’istruzione, ecc). Ciò ha già indotto reazioni popolari di massa. Per la prima volta, dopo la stagnazione sotto SYRIZA, ci sono ancora mobilitazioni e manifestazioni di massa in Grecia.

La situazione economica è sul filo del rasoio. Non c’è alcun recupero reale dalla crisi e l’economia vive di droghe. Il problema del debito rimane ingente. Oltre alle cause interne, un nuovo crollo dell’economia mondiale ridurrebbe l’economia greca in polvere.

In tali condizioni, l’UE da un lato accoglie parzialmente le politiche di ND, tuttavia dall’altro, emana avvertimenti severi ed esercita pressioni. Vuole evitare di dover far fronte a un problema italiano assieme a un problema greco, per esempio. Ma non intende lasciare la Grecia libera siccome altrimenti creerebbe un cattivo esempio per gli altri, e allora nuovi problemi.

Gli Stati Uniti giocano le proprie carte sia in un fronte imprenditoriale ma anche in uno geopolitico esercitando la propria influenza nella rivalità greco-turca.

— Intervista a Stavros Mavroudeas condotta dal Bollettino Culturale

martedì 17 dicembre 2019

0 CONVERSAZIONI CON REGLETTO ALDRICH D.IMBONG



Regletto Aldrich Degollacion Imbong insegna filosofia politica all’Università delle Filippine di Cebu. Giovane pensatore marxista influenzato da pesi massimi del marxismo come Mao, Althusser e Badiou. Con lui abbiamo avuto l’occasione di discutere dell’attuale situazione politica delle Filippine. Abbiamo tirato fuori, in questo modo, una chiara panoramica non solo del paese in questione ma di ogni nazione periferica che tenta di liberarsi dalla propria condizione di subordinazione al centro del sistema-mondo capitalista e in questo risalta ancora oggi il valore assoluto degli insegnamenti del Presidente Mao e della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria.

1) Come giudichi l’ascesa politica di Rodrigo Duterte nell’attuale quadro dello sviluppo del capitalismo, contraddistinto dallo scontro tra Cina ed USA?

L’ascesa al potere del presidente Rodrigo Duterte non è indipendente dalla battaglia fra le due potenze imperialiste, la Cina e gli Stati Uniti. È sempre nella natura delle potenze imperialiste, essendo capitaliste monopolistici, per estrarre profitti ulteriori non solo dalla loro economia interna, ma anche dalle economie dipendenti o semi-coloniali di paesi in via di sviluppo come le Filippine. Questa tendenza verso un maggiore profitto ogni volta si autolimita, in quanto sostanzialmente porta, come Marx aveva scoperto brillantemente tempo addietro, alla crisi di sovrapproduzione. È sempre il caso in cui le potenze imperialiste usano il capitale finanziario e d’esportazione per contenere i danni della crisi e dare l’impressione che il capitale sia vivo e se la stia passando bene.

Sia gli Stati Uniti che la Cina condividono l’uso e l’esportazione di capitale finanziario, non solo per promuovere i propri interessi economici, ma per espandere le loro sfere d’influenza. Gli Stati Uniti, sin da quando assunsero il potere coloniale sul paese e poi quando garantirono l’indipendenza formale nel 1946, hanno esportato capitale finanziario nelle Filippine nelle forme di prestiti, aiuti e sovvenzioni. Analogamente hanno esportato capitale nel paese sotto forma di diretti investimenti esteri. Tutti questi, naturalmente, per assicurarsi fonti di lavoro a pochi soldi, materie prime e condizioni favorevoli di mercato. Tutti i precedenti presidenti delle Filippine hanno permesso a questo disegno di continuare, nonostante l’imponente resistenza del popolo filippino e i disastrosi effetti sulle vite dei filippini comuni e sull’ambiente. C’erano complicità nella creazione di un’economia orientata sulle esportazioni e dipendente dalle importazioni, il cui fine non è il reale alleviamento della vita dei filippini, ma l’estrazione di profitto extra, la creazione di nuovo capitale, e il rimedio temporaneo alla crisi capitalistica di sovrapproduzione.

Come gli Stati Uniti, anche la Cina soffre per la crisi di sovrapproduzione, in particolare di acciaio, cemento e altri prodotti industriali. Questi prodotti in surplus devono essere scaricati per serbare l’economia cinese dalla stagnazione. Usando la Cintura Economica della Via della Seta e la Via della Seta Marittima, la Cina quindi si disfa di questi prodotti e capitale in sovrappiù espandendo i propri interventi d’oltremare in America Latina, Africa, e Asia. Ci sarebbe bisogno di qualcuno con un apparente sentimento anti-americano per facilitare e accelerare i trasferimenti di questi prodotti in surplus e capitale nelle Filippine. Rodrigo Duterte corrisponde bene a questi criteri, dal momento che era conosciuto per aver sollevato delle critiche contro gli Stati Uniti, persino mentre era ancora il sindaco della città di Davao. Sarebbe stato noto più tardi che il consulente economico di Duterte era di fatto cinese.


La politica di Duterte di “costruire, costruire, costruire” è la risposta perfetta alla sovrapproduzione della Cina di materiali da costruzione e all’ingente disoccupazione. Con la costruzione di vasti progetti infrastrutturali, Duterte non ha solo facilitato il fardello economico della sovrapproduzione cinese, ma ha anche ospitato un grande numero di cittadini cinesi disoccupati nella forza lavoro interna, così da scalzare prima o poi i lavoratori locali. Ciò che media le politiche di Duterte e la crisi di sovrapproduzione della Cina è il capitale finanziario cinese, esportato nelle Filippine sotto forma di prestiti, il termine dei quali è ovviamente svantaggioso ai filippini e al patrimonio filippino. Questi prestiti, scelleratamente descritti come “debito-trappola”, incateneranno il paese ai dettami imperialisti cinesi, e pertanto rafforzeranno l’influenza della Cina come mai prima.

Mentre Duterte sta ovviamente ospitando gli imperialisti cinesi, comunque calcola tutte le sue azioni per non deludere mai gli imperialisti statunitensi. Dopo tutti, l’intera infrastruttura militare delle Filippine è influenzata, se non addirittura controllata, dagli Stati Uniti. Di fatto, nessuna politica statunitense sul commercio o sulla difesa è stata revocata durante l’amministrazione di Duterte: gli Stati Uniti ancora usufruiscono di tutte le concessioni permesse loro attraverso passate e presenti riforme strutturali neoliberiste. Le Filippine oggi non sono il caso di una singola potenza imperialista che impone il proprio controllo sul paese, piuttosto, con l’entrata degli imperialisti cinesi, il paese è consegnato a due saccheggiatori. Le Filippine sono doppiamente violentate: per primo dal padrone coloniale di lunga data, per secondo dall’intruso nuovo ma sicuramente non meno brutale del vecchio.

2) Su quale base sociale poggia il potere di Duterte e che similitudini trovi tra lui e Marcos, a cui sembra somigliare molto?

Duterte è un presidente populista. Non è mai capitato prima nel passato che dei cittadini filippini, molti dei quali vengono dalla classe media, si fossero organizzati e mobilitati volontariamente per assicurare i fondi necessari a Duterte durante la sua campagna elettorale. Queste erano le persone che erano state deluse dai fallimenti della precedente amministrazione del presidente Benigno Aquino, la cui promessa di un buon governo fallì sicuramente per le accuse di corruzione. Tuttavia identificare la classe media come una base cruciale, se non decisiva, per il potere di Duterte senza dubbio non fa capire il punto. L’iniziativa della classe media è solo la superficiale apparenza delle cose.

Comunque, i maggiori contribuenti alla corsa alle presidenziali di Duterte venivano da magnati di Davao e Manila. Il maggior contribuente, per esempio, fu Antonio Floirendo, un uomo d’affari che possiede vaste piantagioni di banane sull’isola di Mindanao: gli versò 75 milioni di pesos filippini [1,33 milioni di euro]. La famiglia Floirendo è notoriamente clientelare a Marcos, e si diceva che i suoi ampli ettari di terreno fossero stati garantiti a causa delle buone relazioni della famiglia con l’ultimo dittatore. Altri grandi contribuenti sono Lorenzo Te, Dennis Uy, e Samuel Uy, che hanno finanziato la campagna di Duterte con 30 milioni di pesos filippini [circa 533mila euro] ciascuno. Lorenzo te è il presidente sia di Honda Cars Davao Inc. sia di Honda Cars General Santos. Dennis Uy è il presidente della Phoenix Petroleum Philippines. Ad ogni modo altri grandi uomini d’affari, dalle industrie automobilistica, energetica, immobiliare hanno finanziato con circa 12-20 milioni di pesos la presidenza di Duterte.

Se intendiamo identificare una base sociale per il potere di Duterte, questo viene certamente ancora dai grandi affaristi che spesso sono in complicità con le potenze imperialiste straniere. Il suo carisma – di cui oggi si deve dubitare a causa del disastro di Cambridge Analytica – lo rese il grimaldello degli oligarchi. E questo è parecchio ironico, dal momento che era Duterte stesso colui che aveva promesso di salvare l’economia filippina dalle nidiate di mostruosi oligarchi. E questa promessa non mantenuta non dovrebbe essere una sorpresa nel quadro di inconsistenza e contraddizione che ha caratterizzato la reale presidenza di Duterte.

Duterte ha molto in comune con Marcos. Oggi, gli attivisti filippini paragonano Duterte non solo a Marcos ma anche a Hitler. Dopo tutto, era Duterte stesso il solo ad essere poi criticato dal governo tedesco, che raffronta la sua brutale guerra alla droga con lo sterminio hitleriano degli ebrei. Duterte, come Marcos, è attualmente descritto come fascista; entrambi si sono risolti a disporre l’esercito e le tattiche della polizia per muovere la violenza contro-rivoluzionaria contro il popolo. La firma di Duterte per la Legge Marziale (in entrambi i casi de iure in Mindanao, e de facto su tutta la nazione) non è differente se non più fatale di quella di Marcos. Ha ucciso non solo contadini, operai, e altri settori poveri della società filippina, ma ha anche assassinato preti, insegnanti, avvocati e altri professionisti che hanno espresso il proprio dissenso contro la barbarie dell’amministrazione di Duterte.

Di fatto, si può dire che Duterte è di gran lunga più brutale di Marcos perché la stessa Corte Suprema delle Filippine ha registrato più di 30.000 morti che sono state collegate alla sua guerra infame alle droghe. I suoi incessanti attacchi contro le scuole degli studenti indigeni in Mindanao lo rende inoltre più brutale e anche più codardo di Marcos. Incapace di sconfiggere la rivoluzione della guerriglia comunista nell’entroterra, Duterte fece ricorso accusando queste scuole di essere campi d’addestramento di ribelli, così da giustificare la loro distruzione.

3) Quanto ha influenzato il colonialismo europeo la costruzione dell’identità nazionale filippina e la sua cultura?

L’identità e la cultura filippina sono innegabilmente influenzate da quelle europee (in particolare da quella spagnola), ma anche e più specificatamente dal colonialismo statunitense. Queste influenze avvengono in due sensi, positivamente e negativamente. Da un lato, pratiche culturali straniere si trovarono ad essere integrate positivamente nella cultura e nell’identità dei filippini (e.g. il cattolicesimo romano nel caso dei coloni spagnoli e il sistema della pubblica istruzione nel caso dei coloni statunitensi). Così, è sempre stato oggetto di dibattito fra gli studiosi culturali filippini se ci sia un’identità filippina pura che ancora persiste oggi. Cercano quel tipo di identità che sia rimasto inalterato dai processi di colonialismo e potrebbe essere identificato nel periodo pre-ispanico. Mentre altri ritengono che i popoli indigeni abbiano mantenuto alcuni dei propri tratti culturali e identità caratteristici, ma con l’assalto della globalizzazione neoliberista, persino lì la vita culturale e le terre ancestrali sono state assoggettate all’ordine neocoloniale del paese. Con più di tre secoli di prigionia coloniale sotto gli spagnoli, e più di mezzo secolo di diretto controllo coloniale statunitense, e il conseguente dominio neocoloniale, le varie espressioni culturali così come l’identità che definisce il Filippino si è così intricatamente fusa con le influenze del colonialismo. C’è stato un periodo in cui l’articolazione di una “mentalità coloniale” era così prevalente; c’è una prova che quest’ultima ha una forte presa sulla coscienza delle persone. Persino senza la presenza fisica di un padrone coloniale, comunque, sembra ancora esserci una certa continuità di una coloniale concezione del mondo prevalente, per esempio, nell’attuale sistema educativo filippino. Gli studenti sono addestrati ad apprezzare qualsiasi cosa occidentale e sono persino incoraggiati, attraverso la politica di esportazione di lavoro, a lavorare e a presentare le proprie preziose capacità in terra straniera.

D’altra parte, la stessa categoria del colonialismo ha ispirato un’interruzione o rottura negativa dal colonialismo stesso. Questa rottura negativa ha un ruolo più determinante nella creazione di un’identità nazionale che nella passiva assimilazione di pratiche coloniali. E questa rottura negativa, affianco alla creazione di un’identità nazionale, ebbe luogo alla fine del XIX secolo, quando i sacerdoti filippini, seguiti dagli intellettuali, e infine i rivoluzionari filippini portarono avanti la causa della liberazione nazionale e sociale. Per usare un concetto hegeliano, il colonialismo, essendo una negazione di ciò che è stato, ora è negato da un movimento rivoluzionario guidato dal grande Andres Bonifacio. La negazione della negazione stavolta risultò in una nuova sintesi chiamata nazionalità e identità. Mentre i coloni americani riuscirono a compromettere le vittorie rivoluzionarie dei primi filippini, l’eredità rivoluzionaria della resistenza coloniale continuò persino durante il dominio coloniale diretto e oggi neocoloniale statunitense. Quando si deve cercare, inoltre, su un’identità nazionale, io direi che questa è più connessa e identificata con l’eredità rivoluzionaria che è pervasa attraverso la storia del popolo filippino.

4) Legandomi alla domanda precedente, in Europa abbiamo conosciuto le lotte del popolo filippino contro il colonialismo e l’imperialismo leggendo i romanzi di Sionil José. Quanto pesa la sua eredità intellettuale nella ricostruzione di quelle tappe cruciali della storia delle Filippine?

Francisco Sionil José è tra i pensatori anticoloniali negli anni ’60-’80 delle Filippine. Il suo lavoro nella letteratura coglie la storia coloniale della società filippina, ha fatto allo stesso modo delle opere di Teodoro Agoncillo e di Renato Costantino per ciò che riguarda la storia. Queste persone sono state formate dalle circostanze in cui il discorso coloniale era così dominante se non addirittura lo stesso dogma. Come dirà José, «tempi difficili creano buona letteratura». Costoro gettarono le basi, dunque, per una prospettiva anticoloniale che rese possibile un punto di vista critico per giudicare la storia, la politica e l’economia.

È a favore di José che lui era stato abile a inserire questo punto di vista critico nella letteratura, in particolare nella forma della novella. Inoltre, è a suo favore anche che abbia condiviso e aiutato aspiranti artisti ad apprezzare la letteratura. Fondò nel 1957 il Philippine Center of the International PEN, un organizzazione globale di poeti, sceneggiatori, redattori, saggisti, romanzieri. PEn divenne la corsia preferenziale dove gli apprezzamenti di Leon Ma. Guerrero, Teodor Locsin Sr., Nick Joaquin e Resil Mojares si sono espressi in conferenze. PEN e alcuni dei suoi membri furono persino incarcerati durante gli anni della legge marziale di Marcos.

Se oggi Sionil José proceda ancora lungo quella visione critica del mondo che ha steso molto tempo fa è un’altra storia. Nel 2016, Sionil José descriveva l’ascesa al potere di Duterte come una rivoluzione, un giudizio così ingenuo che ha addirittura identificato il presidente come il primo presidente non-oligarchico e le guerre alla droga come un fattore cruciale per la vittoria della suddetta rivoluzione. Sionil José avrebbe dovuto conoscere meglio, siccome ha descritto lui stesso stesso come lo scrittore debba essere il fidato e tradizionale reggitore della memoria. O José ha perso la memoria della legge marziale di Marcos, rendendolo così capace di giustificare apparentemente il fascismo di Duterte, o la sua memoria è stata lavata dalle correnti del revisionismo storico.

José ha anche recentemente sollevato delle considerazioni critiche al movimento rivoluzionario sollevato dal CPP-NPA-NDFP. Queste critiche, comunque, sono più per diffondere accuse infondate e non verificate più che per rivelare la verità stessa. Ho pubblicato un commento che risponde a una delle sue considerazioni e vi si può accedere attraverso il link https://www.rappler.com/views/imho/220236-arguments-against-sionil-jose-opinion-communist-revolution (in inglese).

5) Lei ha scritto molto sulla guerriglia maoista ancora attiva nel proprio paese, la descrive come una rivoluzione contro il neoliberismo. Chi sono oggi questi eroici combattenti che sfidano il capitalismo periferico filippino?

Questi eroici combattenti sono il Nuovo Esercito Popolare (NPA), retto dal Partito Comunista delle Filippine (CPP). Il CPP fu fondato il 26 dicembre 1968, che ha costituito il NPA il 29 marzo 1969. Il CPP-NPA, assieme a tutte le forze rivoluzionarie sotto il Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (NDFP) solleva una lotta di guerriglia che intende porre fine al controllo imperialista, allo sfruttamento e oppressione feudale, e alla corruzione burocratica. Il NDFP è un’alleanza di tutte le organizzazioni clandestine di contadini, operai, giovani e studenti, insegnanti, operatori sanitari, artisti, persone di chiesa, popoli indigeni, mori, e scienziati. È stato fondato il 24 aprile 1973.


6) Quali sono a sua avviso le chiavi di lettura per comprendere il persistere di questa rivolta nel paese e quali collegamenti esistono a suo avviso con la rivolta maoista indiana e in generale con il Pensiero di Mao in relazione al capitalismo periferico?

Persino prima dell’istituzione del CPP-NPA-NDFP, le Filippine hanno continuamente avuto esperienza di insurrezioni contadine. Nel periodo coloniale spagnolo, ci furono più di 200 rivolte e tra le cause di queste c’erano conflitti territoriali. Lo stesso scenario si è verificato durante il periodo coloniale americano, specialmente quando il Partito Socialista delle Filippine, un’organizzazione rurale dei contadini, fu fondata nel 1929. E pure dopo la dichiarazione d’indipendenza formale, i contanidi continuano a raccogliere le armi.

Il persistente problema della mancanza di terra per primo alimenta il malcontento agrario e le insurrezioni contadine. Questo era il caso all’epoca coloniale, ed è ancora il caso del CPP-NPA-NDFP. Di fatto, il NPA riconosce che la maggioranza dei suoi membri viene dai contadini la cui aspirazione collettiva per un’autentica riforma agraria o è caduta a vuoto o le è stato risposto con fasulli programmi di riforma della proprietà terriera. In ogni caso, il problema della mancanza di terra e della povertà fra gli zappatori persiste e rinfocola le tensioni.

Qualora questi contadini e braccianti si riunissero pacificamente per richiedere una seria riforma agraria e assicurare salari più alti, viene loro risposto con brutali e fatali azioni di dispersione della folla, spesso svolti dalle forze dello stato, come nel caso del massacro di Mendiola nel 1987 e il massacro dell’Hacienda Luisita nel 2004. Nelle Filippine, il feudalesimo e il fascismo lavorano bene e in sincrono. Dal momento che la maggior parte delle volte le élite terriere controllano anche il potere politico e la burocrazia, tutte le risorse statali, inclusi l’esercito e le forze di polizia, possono essere facilmente mobilitati per reprimere qualsiasi sentore di insurrezione.

Il problema della terra è centrale per il fatto della tenacia di insurrezioni contadine come quella del NPA. Questo comunque non ignora i problemi ugualmente importanti subiti dagli operai, dai poveri delle aree urbane, dagli studenti e dai giovani, e pure quei liberi professionisti e imprenditori della classe media nei quali si innesca il proposito rivoluzionario. Molti dei leader del CPP-NPA sono intellettuali addestrati sotto l’educazione borghese, ma hanno compreso l’urgenza e la necessità di sollevare una rivoluzione. Per capire, inoltre, a cosa sia dovuta la resistenza della rivoluzione suddetta, si deve capire l’annoso problema della mancanza di terra e altri mali e ingiustizie sociali, rafforzate dalla violenza controrivoluzionaria e fascista dello stato, così come le condizioni che spingono non solo i contadini e gli operai, ma anche gli intellettuali della nazione ad aderire alla causa rivoluzionaria.


Uno dei maggiori contributi di Mao è stato nell’avanzamento della teoria e prassi del marxismo-leninismo in condizioni semifeudali e semi-coloniali, come quelle della Cina e anche delle Filippine. Mao, tuttavia, non ha impiegato la nozione di “capitalismo periferico” dal momento che la sua teoria verteva più sull’articolare un modo di produzione che è caratterizzato in primis dall’interferenza dell’imperialismo estero sul feudalesimo locale. L’imperialismo impediva l’avanzamento di questo feudalesimo locale dall’entrare in uno stadio più alto dei modi di produzione, siccome questo è ridotto a mera base sociale per gli obiettivi del capitalismo di monopolio. Pertanto, è soprattutto il feudalesimo più che il capitalismo ad aver caratterizzato le condizioni della Cina di allora e delle Filippine di oggi. Ma con l’introduzione del sistema monetario nell’economia feudale, questa si è trasformata in una condizione semi-feudale.

Benché Stalin avesse avuto successo nel consolidamento e avanzamento della causa del socialismo, tuttavia commise degli errori, come evidenziati da Mao nella sua Critica ai Problemi economici del socialismo in URSS. Imparando dagli errori di Stalin, Mao propose una versione di socialismo che riuscisse a superare la povertà rurale tramite l’istituzione di un’economia contadina ricca nelle campagne che sarebbe servita come colonna vertebrale dell’industria nazionale e integrazione alle industrie nelle aree urbane (Mao era molto interessato nell’enfatizzare come l’economia cinese dovesse camminare su due gambe, riferendosi all’economia sia rurale sia urbana). Con la creazione di un’economia contadina ricca, le condizioni erano preparate per la collettivizzazione della terra e della produzione nelle campagne della Cina. Di conseguenza, le vecchie condizioni feudali erano state abolite. Questo è pure il programma oggi della rivoluzione maoista nelle Filippine, com’è visibile nel loro Program for a People’s Democratic Revolution.

7) Come giudica le analisi di Walden Bello sulla globalizzazione e se ritieni credibile il progetto politico “Akbayan” di cui fa parte una valida alternativa alla guerriglia maoista per sfidare il capitalismo?

L’analisi della globalizzazione di Walden Bello nasconde più che rivela entrambe le condizioni reali della globalizzazione neoliberista e la risposta appropriata ad essa. Da un lato, ponendo grandi speranze sul regime liberaldemocratico post-Marcos, Bello è sicuro che le risorse per il superamento della globalizzazione neoliberale siano presenti nella stessa liberaldemocrazia. Ciò è evidente in molti dei suoi lavori. Argomenta, per esempio, che «la tragedia della Repubblica dopo la deposizione di Marcos [EDSA Republic, ovvero “Repubblica dell’Epifanio de los Santos Avenue, luogo delle ingenti manifestazioni che portarono alla deposizione di Marcos ndT] è stato che è divenuta in essere nel periodo in cui il neoliberismo era in ascesa come ideologia…» Sta trasmettendo il messaggio sbagliato, ovvero che il neoliberismo non è emerso come una forza ideologica ed economica, e che il regime liberaldemocratico istituito dalla repubblica dopo Marcos avrebbe avuto successo nell’introdurre riforme sociali e nell’avanzamento della giustizia sociale. Tuttavia questa è una conclusione ancorata su una premessa sbagliata, poiché persino senza la formulazione dell’economia neoliberista ma con un capitalismo di monopolio che ottenesse ancora il dominio globale, qualsiasi tentativo di promuovere riforme simili a quelle nei vecchi stati assistenziali sarebbe solo fallito, senza ombra di dubbio. Nelle Filippine, per esempio, i liberaldemocratici si nascondono comodamente in partiti politici che sono pure finanziati dai grandi proprietari terrieri e dai compradori. Questa convergenza di interessi politici dei liberali e degli oligarchi era già a pieno regime pure prima del formale ristrutturamento neoliberale dell’economia durante l’amministrazione Marcos. Questo è dovuto, naturalmente, alle condizioni semi-feudali e semi-coloniali della mia nazione, dove i proprietari terrieri e i compradori devono costantemente colludere con le potenze straniere per trovare supporto ai loro interessi economici e politici, e viceversa. A riguardo di ciò, anche senza che la globalizzazione neoliberista sia fortemente intrecciata all’interno dei diversi ambiti del paese, tuttavia con le condizioni semifeudali e semicoloniali cementificate concretamente sul suolo nazionale, l’istituzione di riforme e l’avanzata della giustizia sociale è impossibile. La verità, ad ogni modo, è questa, il neoliberismo era compatibile se non appetibile al gusto dei liberaldemocratici, le persone con cui Bello, per esempio, era alleato durante il secondo mandato dell’amministrazione di Aquino, ma con cui poi questo ha tagliato i ponti.

D’altra parte, la risposta di Bello alla globalizzazione, ovvero la deglobalizzazione, è un riflesso di un soggettivismo che evidenzia l’economicismo e l’attivismo della classe media invece della lotta politica attraverso una rivoluzione sociale. Bello suggerisce, riecheggiando Derrida, una decostruzione delle istituzioni strumentale per l’avanzata del neoliberismo. Però la sua nozione di decostruzione non è una in cui sradica totalmente le suddette istituzioni, ma una in cui riorienta i loro obiettivi per meglio soddisfare in teoria le richieste di giustizia sociale, sostenibilità e protezione ambientale. Vuole, per esempio, che il FMI sia trasformato in una «agenzia di ricerca senza alcun potere di imposizione di politiche ma col compito di monitorare il capitale globale e dei movimenti dei tassi di cambio». Permettere alcuni riorientamenti o trasformazioni degli obiettivi delle istituzioni dei monopoli capitalistici e in tal modo comprimendo il loro dinamismo, alla fine è solo un compromesso col capitale stesso. Bello vuole, come molti altri hanno illustrato in passato, un capitalismo dal volto umano. Questo è l’obiettivo a cui Bello si riferisce quando suggerisce di «raggruppare coalizioni su obiettivi più largamente accettabili». In ultima analisi, Bello delinea una ricostruzione dopo la decostruzione. Qui, Bello si pronuncia per la «deglobalizzazione dell’economia nazionale e la costruzione di un sistema pluralista di amministrazione globale dell’economia». Boicottaggi, invece del superamento dello stesso capitalismo, è il cavallo di battaglia che governa quest’agenda decostruzionista-ricostruzionista di Bello. E questo sostanzialmente rientra nella logica della liberaldemocrazia, soprattutto quando le alternative previste al neoliberismo sono tacciate subito come totalitarie.

Invece della deglobalizzazione, l’appropriata risposta marxista è (ancora) l’internazionalismo, e questo implica la sconfitta del dominio imperialista dalle sue diverse neo-colonie in tempi prolungati. Il quadro dell’internazionalismo è la liberazione nazionale e sociale dei diversi stati-nazione e dei loro popoli depredati dal saccheggio imperialista. Nelle Filippine, ad esempio, ciò significa sconfiggere l’imperialismo statunitense e cinese, il feudalesimo, e il capitalismo burocratico attraverso un movimento democratico nazionale, una coalizione di classi e settori con l’alleanza dei contadini e operai come base di questa coalizione. Le risorse per il superamento della globalizzazione neoliberista non dev’essere trovato all’interno del regime liberaldemocratico ma nel socialismo, le cui vittorie così come le sconfitte potrebbero effettivamente diffondere la luce per instaurare un ordine mondiale più giusto e pacifico.

8) Che giudizio politico può darci di Jose Maria Sison?

Jose Maria Sison (JMS) è un teorico riconosciuto del marxismo-leninismo-maoismo (MLM) non solo nelle Filippine, ma anche nel movimento comunista internazionale. Le sue ultime delucidazioni sulla questione dell’universalità della lunga guerra dei popoli mostra oltre alla profondità della sua concezione anche il riconoscimento conferitogli dai gruppi marxisti-leninisti-maoisti in tutto il mondo.

JMS ha condotto la ri-fondazione del vecchio Partito Comunista delle Filippine, dopo la quale ha sofferto successivamente dalle forme di opportunismo della “sinistra” e della destra. Analogamente, ha spinto la fondazione del NPA e del NDFP. Nessuna forza singola nelle Filippine è oggi considerata un serio pericolo alla sicurezza nazionale più del CPP-NPA; non perché stanno fomentando attività terroristiche, come suggeriscono i settori reazionari della società filippina, ma perché pongono una minaccia seria e attuale agli interessi dei proprietari terrieri, dei magnati e degli imperialisti.
Se posso sottolineare un solo contributo di JMS alla scienza del fare la rivoluzione proletaria, è nel suo ruolo di direzione nei negoziati di pace intrapresi dal NDFP col governo della Repubblica delle Filippine (GRP). JMS permise al partito NDFP di ottenere degli storici documenti così come dichiarazioni informative che delineano come l’autentico sollevamento proletario vada oltre i negoziati. Questi, quindi, sono tanto protratti quanto la stessa rivoluzione scatenata dal NDFP. E mentre altri negoziati o hanno fallito, o sono falliti nel senso che autentiche riforme socioeconomiche non sono riuscite a essere avviate (come nel caso dello Sri Lanka, Nepal e recentemente della Colombia, per nominarne solo alcuni), la conferenza per la pace promossa dal NDFP, condotto da JMS, ha avuto successo nel far firmare al governo anche l’Accordo Comprensivo per le Riforme SocioEconomiche (CASER). Questo ha preoccupato la classe dominante del paese, specialmente durante il periodo in cui Duterte aveva inizialmente mostrato una certa apertura ai negoziati. Il CASER è stata la prima minaccia alle élite terriere e compradore, per ciò che riguarda le trattazioni. Indubbiamente, la classe dominante deve mobilitare l’intero apparato militare per mettere sotto pressione Duterte e contrastare qualsiasi tentativo di eseguire delle riforme socioeconomiche significative.

I documenti e le dichiarazioni prodotte negli anni nei negoziati di pace possono essere usati da altri movimenti rivoluzionari che, nella loro lotta per la liberazione nazionale e sociale, devono necessariamente inserirsi nel contesto di questi negoziati.

9) Le Filippine sono un paese a maggioranza cattolico, come si potrebbe inserire nel contesto della lotta anticapitalista la Teologia della Liberazione nata in America Latina a suo avviso?

Fin dagli anni ’60, la teologia della liberazione è stata messa in pratica come una nuova via di fare teologia nelle Filippine: per esempio nelle Comunità Ecclesiastiche di Base (BEC) e nella defunta Comunità Cristiana di Base-Organizzare la Comunità (BCC-CO). In entrambi i casi, queste comunità erano organizzate sia nei quartieri urbani che negli insediamenti rurali per aiutare nel processo di presa di coscienza dei laici. Di fatto, le comunità erano sospettate di essere influenzate dal NDFP.

Anni più tardi, solo qualche mese prima che il dittatore Marcos dichiarasse la Legge Marziale nel 1972, era stato fondato il gruppo rivoluzionario Cristiani per la Liberazione Nazionale (CNL). È la prima organizzazione democratica nazionale dei cristiani che credevano che il percorso verso la liberazione sociale fosse attraverso la lotta armata. Da quando fu dichiarata la legge marziale, l’organizzazione divenne clandestina.


Il CNL era determinante per la mobilitazione della gente di chiesa e per forgiare una forte solidarietà coi settori marginalizzati delle Filippine come i contadini, gli operai, e i poveri delle aree urbane, nonostante lavorasse clandestinamente. Molti dei suoi noti leader come sacerdoti e suore avevano col tempo aderito al NPA e divennero i volti della rivoluzione, intervistati dai media di tanto in tanto per chiarire alcuni temi prioritari del paese e del popolo. In un’ultima protesta-fulmine del NDPF, la gente di chiesa, sotto lo stendardo del CNL, era vista marciare col resto delle classi e settori rivoluzionari della società filippina. Un seminarista era stato visto reggere un cartello con la frase «Sono un seminarista e aderirò al NPA».

Il Partito Comunista delle Filippine riconosce il ruolo significativo del settore della chiesa nella vittoria della rivoluzione nazionale, specialmente dal momento che le Filippine sono un paese a maggioranza cattolica. Questo perché il CNL, fin dalla sua fondazione, ha continuamente lottato per espandere i propri ranghi e la propria influenza a tanti individui e istituzioni ecclesiastiche possibili. Mentre il CPP e il CNL riconoscono il carattere conservatore e reazionario della Chiesa, entrambi comunque sottolineano la necessità di risvegliare, organizzare, e mobilitare gli individui da diverse istituzioni, organizzazioni e denominazioni ecclesiastiche per la causa democratica nazionale.

10) Qual è il ruolo della filosofia in una società come quella filippina?

La filosofia è una disciplina che ha relativamente un ruolo di secondo piano nelle Filippine. Con ciò intendo dire in relazione a sia lo status di scienza “esatta” nelle Filippine e sia della filosofia stessa in altri paesi come la Francia. Da un lato, l’influenza della filosofia nelle Filippine impallidisce a confronto del ruolo della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica (STEM). In termini di presenza nei curricula filippini, è solo di recente che la filosofia è inclusa come corso formale nella scuola superiore, con un corso che presenta alle classi più avanzate delle scuole superiori la filosofia dell’essere umano. Ma pure nell’istruzione superiore, la filosofia ha ancora una presenza minima con un solo corso di filosofia, che è l’etica, richiesto fra gli studenti. mentre le università hanno le prerogative per aggiungere più corsi che toccano problemi filosofici, lo stato, tuttavia, richiede solo l’etica come corso di filosofia nell’istruzione superiore.

In termini di preferenze per l’industria, sono ancora le scienze “esatte”, con la loro enfasi su risultati tangibili e misurabili, che sono fra i primi dieci impieghi meglio pagati nelle Filippine. Con le attuali riforme a stampo neoliberista istituite ai livelli di istruzione di base e superiore, gli studenti sono più addestrati a supplire alla domanda industriale che sembra degradare la filosofia e le altre scienze umane che coltivano il pensiero critico. Si pone l’accento sulle capacità tecniche che sono le professioni richieste ai paesi esteri.

Da ultimo, in termini di influenza nell’elaborazione delle politiche e in altri problemi sociali e nazionali, la filosofia non è così influente per esempio al prestigio che la filosofia e i filosofi hanno in altri paesi, come la Francia. La filosofia come istituzione o disciplina non prende posizione riguardo a temi incalzanti, come ad esempio l’evidente tirannia del regime attuale. Questo avviene in contrasto, ad esempio, alle associazioni sociologiche e antropologiche nelle Filippine che hanno diffuso dure dichiarazioni che criticano l’amministrazione presente, in special modo sulla sua guerra alla droga e i suoi attacchi contro i popoli indigeni.
Mentre alcuni filosofi tendono a fare delle valutazioni critiche sul regime attuale, queste critiche tuttavia sono al livello di meditazioni speculative prive di qualsiasi diretta partecipazione e coinvolgimento della lotta per la vita e la morte del popolo. Come il filosofo francese Alain Badiou lo descriverebbe, noi abbiamo molti filosofi da bar qui nelle Filippine, come quelli che si appagano e trovano una soddisfazione filosofica attraverso esercizi eclettici e speculativi il cui sedicente scopo sarebbe quello di rivelare il senso o il non-senso della situazione attuale. E forse questa è l’universale vocazione della filosofia, come Marx stesso aveva criticato nelle sue Tesi su Feuerbach.

Ma ci sono anche alcuni che lottano per concretizzare l’esercizio filosofico con la prassi. Costoro possono essere trovati tra le lotte dei settori oppressi e sfruttati della società. Sono, ad ogni modo, una parte marginale della comunità filosofica nelle Filippine. Direi che io appartengo a questa parte marginale. E essere un membro di questo settore provoca un certo grado di pericolo come le intimidazioni che costantemente vengono dallo stato. Lo stato, ripetendo dei modelli obsoleti di caccia alle streghe comuniste, etichetta i più progressisti e radicali dei filosofi nelle Filippine come propagandisti comunisti se non addirittura terroristi. Se in Francia filosofi come Michel Foucault, Louis Althusser, e Alain Badiou sono costantemente cercati, qui nelle Filippine, essere un vero filosofo o pensatore marxista è un invito allo stato per diffamarne il nome.

La filosofia e i filosofi nelle Filippine, direi, hanno ancora molto da fare per rendere la propria presenza e influenza percepibile dai filippini, in particolare dalla classe media. I filosofi filippini sono in una posizione molto importante per influenzare l’opinione pubblica, ma più che influenzarla, i filosofi hanno l’obbligo morale di servire la verità e rendere la verità l’autentica categoria che organizza l’ordine sociale e politico. I filosofi, tuttavia, possono farlo solo se si coalizzano solidamente con i settori più oppressi e sfruttati della società filippina.
 

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