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sabato 26 gennaio 2019

0 LA CGIL SCEGLIE LANDINI


Giovedì 24 gennaio 2019 è terminato a Bari il XVIII congresso della Cgil che ha sancito il passaggio di consegne tra Susanna Camusso e Maurizio Landini alla guida del principale sindacato italiano.
Alla fine di un paradossale scontro tra Colla e Landini, entrambi hanno sostenuto il documento “Il lavoro è”, ha prevalso l’unità, un risultato rilevante data l’ormai assodata natura pulviscolare della sinistra politica in questo paese, ridotta a difendere interessi personali e a cercare di superare la soglia di sbarramento ad ogni elezioni invece di costruire progetti politici.
Fino all’ultimo, però, c’è stato il rischio della divisione.
Colla è stato sostenuto dai sindacati di categoria più vicini al PD, come quelli dei pensionati, dell’edilizia o dei trasporti e della logistica, che hanno accusato Landini prima di essere troppo vicino ai grillini ed in seguito di “movimentismo”, mentre quest’ultimo è stato sostenuto dalla maggior parte dei sindacati di categoria, ai cui congressi, che hanno preceduto quello di Bari, hanno prevalso candidati vicini all’ex leader della FIOM.
Sarebbe stato il colmo vedere la vittoria di un segretario voluto e sostenuto dall'importante sindacato di categoria dei pensionati e poi vederlo dialogare con i giovani o analizzare gli importanti cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro negli ultimi anni, cercando di dare una rappresentanza, per esempio, ai lavoratori della gig economy o di avvicinare i giovani alla Cgil, il grande compito del nuovo segretario.
L’unità alla fine è prevalsa, Landini è stato eletto con il 92,7% dei voti e alla guida della Cgil torna un ex leader della FIOM, l’ultimo è stato Trentin.
Eredita da Susanna Camusso un sindacato parzialmente rinnovato, pensiamo alla Carta dei Diritti, che ha superato lo scoglio del renzismo e si ritrova davanti un governo giallo-verde con cui confrontarsi duramente, oltre alle numerose crisi industriali che ormai da anni dilaniano il nostro paese.
Molto probabilmente lavorerà nella direzione dell’unità anche con gli altri due sindacati confederali, Cisl e Uil, per esempio nell’ambito dello sciopero del 9 febbraio contro la manovra economica giallo-verde.
Questa la sua posizione sul reddito di cittadinanza: 

“Il problema è la confusione che sta facendo questo governo che comunque non ha mai ripristinato l’articolo 18 come annunciato. La povertà c’è ma non si può pensare di affrontarla mescolandola con le politiche del lavoro. Fai solo una grande confusione e non affronti né l’una né l’altro”.

Sul tema della Tav, altra questione spinosa che lo divide da Colla, ha spesso sostenuto le posizioni dei No Tav ma aggiunge: 

“la scelta di andare verso un blocco generalizzato di tutti i cantieri non è intelligente, c’è un problema di piano straordinario delle infrastrutture, materiali ma anche sociali, non solo di grandi opere. Di sicuro serve potenziare le ferrovie anche da altre parti, come la linea adriatica: serve un piano straordinario di investimenti e per il Mezzogiorno.”

Dopo la sua elezione, ha esordito cercando di delineare la sua idea di Cgil:

 “Quando Susanna Camusso mi ha proposto ho sperato con tutto il cuore che quella indicazione fosse condivisa da tutta l’organizzazione per riunificare tutto il mondo del lavoro e per rafforzare tutta la Cgil. Il fatto che questa mia dichiarazione programmatica sia unitaria mi emoziona e mi fa sentire grande responsabilità. La soluzione unitaria e complessiva è importante perché valorizza il nostro pluralismo, la nostra democrazia e i 5 milioni di persone che pagano ogni mese la nostra tessera. Tutti insieme abbiamo dimostrato intelligenza: la Cgil è una o non è, è plurale o non è, è democratica e partecipe o non è la Cgil.”

I suoi vice saranno lo sconfitto Colla e Gianna Fracassi.
Al termine di questo congresso possiamo anche decisamente prendere atto di un netto allontanamento dal PD, quantomeno renziano, in attesa del nuovo segretario, testimoniato anche dal fatto che Landini non ha una tessera di partito dai tempi del PCI, diversamente da Colla.
Adesso avrà la possibilità di dimostrare la sua idea di Cgil nei fatti, provando a cambiarla come vuole fare da anni.
Sarà un parziale passo avanti anche per una sinistra disorientata o l’ennesima delusione?
Aspettiamo dalle azioni di Landini la risposta.

venerdì 25 gennaio 2019

0 CON IL VENEZUELA BOLIVARIANO FINO ALLA VITTORIA

Il sito "Bollettino Culturale" aderisce all'appello del Comitato Italia-Venezuela Bolivariana per esprimere solidarietà al Venezuela Bolivariano e al suo legittimo Presidente Nicolas Maduro.
Condanniamo i tentativi di destabilizzazione portati avanti dall'imperialismo statunitense ed i suoi complici, con il sostegno dell'opposizione venezuelana.
L'opposizione venezuelana, dopo aver fatto saltare le trattative con il governo venezuelano ed essersi rifiutata di partecipare alle scorse elezioni presidenziali, tranne le frange moderate che sono state sconfitte da Maduro, getta benzina sul fuoco, cercando di favorire un pericoloso intervento militare esterno.
Ci auguriamo di non veder scoppiare nel paese una guerra civile ma che possa, invece, emergere un clima di dialogo per permettere alla nazione di superare la difficile crisi socio-economica,  alimentata anche da una terribile guerra economica condotta ai danni del paese sudamericano, con l'obiettivo di bloccare un processo rivoluzionario e di autodeterminazione sostenuto dalla maggioranza del popolo venezuelano.



Presidio
Sabato 26 gennaio – ore 12.00
via Nicolò Tartaglia 11, Roma
(Davanti all’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela).

Italia- Venezuela Bolivariana

evento facebook: https://www.facebook.com/events/2435215906506112/

Per aderire inviare una mail a comitatoivb@gmail.com

Adesioni (la lista viene aggiornata man mano):
– Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
– Patria Socialista
– Giuristi Democratici
– www.altrenotizie.org
– Libera.TV Lazio
– Associazione Italia Nicaragua
– FarodiRoma
– Collettivo Militant
– L’Antidiplomatico
– La Città futura
– Comitato Immigrati in Italia – Roma
– Circ Internazionale
– Casa del Popolo “Giuseppe Tanas”
– Associazione di idee – I Refrattari
– Umangat Migrante
– Associazione di amicizia italo-filippino
– Partito della Rifondazione Comunista
– Jvp Italia
– P.C.I. – Partito Comunista Italiano
– Rete dei Comunisti
– USB Unione Sindacale Di Base pag. nazionale
– OSA
– Noi Restiamo
– Rete Intellettuali Artisti e Movimenti Sociali in difesa dell’Umanità Italia
– Centro Studi Cestes
– Nuestra América Rivista
– Associazione Nuestra America
– Contropiano.org
– Rete No War Roma
– Confederazione Cobas
– Geraldina Colotti
– Bollettino Culturale

0 SELFIE E CULTURA DEL NARCISISMO


La società dei consumi impone ai soggetti contemporanei la comunicazione e la creazione di immediatezza e stili di vita effimeri, segnati dalla logica dell'individualismo e dal valore estetico della vita quotidiana. Nel contesto postmoderno, la comunicazione esercita il potere di organizzazione e mediazione sociale, promuovendo scambi simbolici e stabilendo valori, tra i quali possiamo citare libertà, felicità, individualismo, piacere, "autoconservazione" e "sopravvivenza psichica" - la cui incorporazione, nel corso del ventesimo secolo, caratterizza ciò che Lasch definì la cultura del narcisismo.
In questa cultura, tra gli altri aspetti, identifichiamo la sottile separazione tra vita pubblica e privata e lo svuotamento del significato del successo, in cui appare come un fine in sé, in cui l'aspetto della vittoria è più importante del raggiungimento del risultato - contrariamente a quanto accadeva nel diciannovesimo secolo, quando il progresso era legato agli ideali di sviluppo personale, disciplina e altruismo.
Il successo svuotato è "personale e non trasferibile", dipende dal consenso del pubblico, dal desiderio di ammirazione e dall'approvazione degli attributi personali. Essendo sempre più legata all'apparenza e alla vanità - e alla sopravvalutazione dell'io - la cultura narcisistica viene ratificata non solo dai media ma dalla pubblicità e dalla moda, che di solito riflette i cambiamenti socioeconomici, culturali e tecnologici del tempo, sempre permeato dalla soggettività.
I modi di vestire, di adornare, di interferire sui corpi, sono elementi che si rifanno agli altri vettori, che producono modi di essere, modi di relazione con se stessi: la soggettività. La soggettività varia i suoi modelli dominanti dall'oscillazione delle forze che compongono e ricompongono i suoi contorni.
La moda estetizza e presenta molti di questi elementi interconnessi: morale, tecnologia, arte, religione, cultura, scienza, economia, natura, ecc.

La moda attuale, concettualizzata da Lipovetsky come moda consumata, ha come pilastri l'effimero, l'estetismo e l'individualismo - flussi intensamente presenti nella società contemporanea.
L'effimero è legato all'accelerazione del tempo, anche percepito nel discorso mediatico di internet, della moda e della pubblicità. L'estetismo favorisce e amplifica l'era dell'immagine, mentre l'individualismo è coerente con l'emergere di tecnologie individualizzanti, tra le quali possiamo elencare dai servizi personali ai profili personali dei social media.
Dato il paradigma della visibilità, gli eventi sono legittimi dopo la condivisione / visualizzazione attraverso i media. Il soggetto, a sua volta, finisce spesso per entrare nell'ordine discorsivo dei media, creando "miti personali" e dando visibilità alle tecnologie dei media.
Attualmente, i social media mediano la creazione di questi miti, dove non c'è solo la simulazione di un personaggio, ma la sua promozione, alla ricerca di accettazione e riconoscimento.
Intesi come spazi per lo scambio di informazioni, questi media sono anche "locali" della soggettività, in cui i soggetti si reinventano, mostrando il modo in cui si vuole essere visti.
Inoltre, sono presentati come mezzi di esposizione personale / esaltazione, in una sorta di culto dell'immagine di sé che porta caratteristiche simili alle osservazioni di Lasch nel suo concetto di narcisismo contemporaneo, come il desiderio di ammirazione e approvazione. Uno degli esempi più rappresentativi di questa realtà corrisponde al selfie (autoritratto), che è diventato un vero fenomeno, sia nei media sia nella vita di tutti i giorni.
Il selfie è una fotografia di una persona presa da sola, di solito con uno smartphone o una webcam, e condivisa su qualsiasi social media. La pratica dell'autoritratto non è nuova, esiste dai primi del Novecento nella fotografia ed esiste da molti secoli nella pittura.
Tuttavia, la parola selfie sarebbe stata usata per la prima volta in un forum australiano online nel 2002. Otto anni dopo, secondo le informazioni pubblicate dal social media Instagram, avvenne il primo uso di un tag con questo termine.
Si tratta di una trasformazione tecnologica dell'autoritratto praticata da persone appartenenti a una cultura visiva e che praticano una cultura visiva. Nelle foto c'è un altro elemento da considerare, oltre alla visualizzazione dell'immagine propria, la moda.
La moda non è solo uno stadio di valutazione delle prestazioni degli altri. Innesca allo stesso tempo un investimento di se stesso, un'auto-osservazione estetica senza precedenti. La moda ha una connessione con il piacere di vedere, ma anche con il piacere di essere visti, di mostrarsi allo sguardo dell'altro.
Se la moda, naturalmente, non crea molto al di sotto del narcisismo, lo riproduce in particolare, lo rende una struttura costruttiva e permanente del mondo, incoraggiando a impegnarsi maggiormente nella propria rappresentazione-presentazione.
Quando si parla di social media, le osservazioni empiriche indicano che i selfies possono essere considerati strumenti della ratifica del narcisismo contemporaneo e, in questo contesto, gli oggetti / prodotti di moda offrono diverse possibilità narcisistiche di editing e presentazione dell'immagine stessa.
Si può dire che il selfie si riferisce alle caratteristiche della moda contemporanea e al narcisismo espresso oggi. 

Selfie, moda e narcisismo contemporaneo

Secondo quanto detto sopra, la pratica del selfie come la conosciamo oggi ha cominciato a prendere spazio dalle pubblicazioni sui social media, avvenute in un contesto postmoderno caratterizzato dalla cybercultura, definita da Levy come "un insieme di tecniche (materiali e intellettuali), pratiche, atteggiamenti, modi di pensare e valori che si sviluppano insieme alla crescita del cyberspazio."
Le tecnologie multimediali hanno permesso a un gran numero di persone di proiettare le loro immagini - sia nel cyberspazio che nella comunicazione tra due o più dispositivi mobili - nelle modalità più convenienti. Spesso vengono creati e pubblicizzati nuovi dispositivi e applicazioni che consentono il rapido scambio di informazioni visive.
La presenza di dispositivi mobili e media nella vita di tutti i giorni ha raggiunto grandi proporzioni. Il tempo e il linguaggio di Internet hanno cominciato a dettare comportamenti, a creare identità multiple e soggettività, consentendo ai soggetti di trovare il modo in cui vogliono essere visti dagli altri.

In questo senso è irragionevole assumere che molti aspetti della cybercultura diventino moda, partendo dal concetto di moda come struttura sociale basata sul presente.
Questa struttura, tuttavia, "ricicla" elementi del passato, non limitati solo agli abiti, ma con una logica che lega oggetti e territori diversi, in concomitanza con lo sviluppo della società dei consumi e della comunicazione di massa.

Esempi di autoritratti del passato dimostrano come le vecchie formule possono essere reinterpretate secondo la moda di ogni periodo storico. La moda oggi, nella sua condizione di fatto sociale totale, copre tutti gli aspetti della società - economici, sociali, culturali - e tutti gli individui, indipendentemente da razza, convinzioni, classe sociale, sesso, età.
Quindi anche i media si riferiscono alla produzione di immagini, alla diffusione di idee e al consumo stimolante.

I pilastri della moda contemporanea permeano l'universo dei social media per il semplice fatto che sono le stesse caratteristiche del tempo in cui viviamo e incoraggiano anche l'atto di consumare immagini, idee e prodotti. In quell'universo tutto è "nuovo", effimero e soggetto alla sostituzione. Le immagini e gli ideali estetici irraggiungibili dalla maggior parte degli utenti sono perseguiti con abnegazione e l'individualismo è adorato come un vero stile di vita.
I social network rappresentano le relazioni tra le persone nella società contemporanea e, secondo Bauman, queste relazioni sono fatte e mantenute vive da due attività diverse: connettersi e disconnettersi. Tuttavia, la condivisione è una pietra miliare della cultura visiva contemporanea, in cui vi è la diffusione istantanea di più immagini, che sono incorporate nella vita quotidiana e ne fanno parte.

Come spiegato da Debord, mettiamo in scena il nostro spettacolo, i nostri rapporti sociali sono mediati dalle immagini che visualizziamo / condividiamo, e oggi sono tra i selfie. Sarebbe giusto dire, quindi, che l'esperienza del mondo è vissuta attraverso innumerevoli interazioni realizzate e, in questo caso, le fotografie pubblicate sono un modo per comprendere la realtà. L’obiettivo diventa condividere queste esperienze con il maggior numero possibile di persone presenti nella nostra rete di "amici".

Tuttavia, fare un autoritratto e offrirlo a un numero indeterminato di persone sovverte non solo l'estetica implicata nel problema, ma l'esperienza stessa della fotografia. Innanzitutto perché perdiamo il controllo sulla nostra immagine e quel ritratto, moltiplicato nei computer, nei tablet e nei telefoni cellulari, non è più nostra, aprendo alla possibilità di manipolazioni e vari usi da parte di coloro che vi hanno accesso.

Secondo, perché, in linea con il pensiero di Baudrillard, la trasformazione della comunicazione in mostra ci ha resi incapaci di sperimentare esperienze reali, perché tutto è vissuto in precedenza virtualmente. Non possiamo più immaginare quanta virtualità esista nelle nostre rappresentazioni del mondo.

Certo, il selfie porta davvero alla suddetta idea di condivisione. Tuttavia, questa condivisione è destinata a causare all'altro un senso di appartenenza. Quindi inizia a sparire l'elemento della comunicazione e dell'interazione, è necessario solo dire qualcosa di già sospetto sul proprio conto. Si cerca, nel linguaggio dei social, il “mi piace”.

Anche se condiviso con altri utenti online, il selfie ha il potere di trasformare il soggetto in oggetto, "cancellando" il contesto e la figura dell'altro, chiamato a valutare positivamente per "autorizzare" ciò che viene mostrato in una determinata immagine. La contraddizione sta nel fatto che la presenza dell'altro nel processo di comunicazione riduce la legittimità che possono dare i messaggi postati, quasi una "autorizzazione della felicità" esposta sullo schermo e / o sul display.

Non è necessario andare lontano per identificare questa realtà. Basta osservare i selfie pubblicati sui social media a cui abbiamo accesso. Molte delle immagini sono prese di fronte agli specchi, come riflesso di te stesso che, a sua volta, si riflette nella fotografia prodotta.

Altre foto non hanno una scena o uno sfondo, solo il volto della persona ripresa prende tutto lo spazio visibile con un protagonista unico ed esclusivo: una figura, ovviamente vista dall'angolo ideale per la visione, alla ricerca del più grande numero di follower
Il narcisista laschiano  cerca un'apparenza di successo dissociato dall'esperienza e dal lavoro come se non ci fossero risultati, qualunque fosse il processo. Il selfie che riceve commenti positivi incontra il desiderio di ammirazione narcisistica, che preferisce essere invidiato per essere rispettato.

I dati che possono provare questo fenomeno provengono da un'indagine condotta nel 2012 dalla Homboldt University di Berlino, che ha indicato Instagram come il social media che ha causato più depressione.
Secondo il sondaggio, la sofferenza si pone nel confronto tra i profili, influenzando l'autostima degli utenti. Nel cosiddetto "effetto spirale" l’invidia verso qualcuno porta l'utente a scattare una foto in cui sembra più felice. Un'altra statistica afferma che le persone trascorrono molto tempo cercando di scattare una bella immagine e scegliendo il filtro migliore e non si rendono conto del tempo investito nella rete. 

L'immagine ideale è un campo molto esplorato nel fenomeno dei selfie. Con la popolarità di Instagram, la gente "ordinaria" ha iniziato a seguire la vita quotidiana e lo stile di vita dei personaggi famosi nazionali e internazionali, avendo la possibilità di apparire "più vicina" ai suoi idoli, inviandogli persino messaggi.

Allo stesso modo, le celebrità cercano di usare i media per guadagnare popolarità e avvicinarsi ai fan. Questo approccio può portare all'invidia menzionata dallo studio, ma aumenta anche l'autostima del narcisista, che si lega alle persone ammirate, i cui scopi di accettazione e la cui immagine si desiderano emulare.
Segni di bellezza e giovinezza fanno del narcisismo un fenomeno sociale e generano una nuova forma di individuo che, tuttavia, può essere inserito nella norma, quindi, nel tipo psicologico medio e comune della nostra società che soffre di ansie tipiche del narcisismo patologico. L'investimento "narcisistico" contemporaneo si trasforma in un'immagine ricavata da riferimenti esterni determinati dall'industria culturale e dallo spettacolo.

L'industria delle celebrità, legata all'interesse dei mass media del mercato, si unisce alle altre industrie e prodotti culturali da cui dipende: moda, cosmetici e qualsiasi prodotto / procedura per aiutare la ricerca del corpo perfetto. All'interno della cultura incarnata, il corpo è mediatizzato e sottoposto a visibilità obbligatoria. I discorsi pubblicitari diventano soggetti nei media e nei beni di consumo.

Per Lasch, i media intensificano i sogni narcisistici di fama e gloria, incoraggiano l'uomo comune a identificarsi con le stelle e ad odiare il "gregge", e rende sempre più difficile per lui accettare la banalità dell'esistenza quotidiana.
Il narcisista estremamente individualista e contemporaneo pratica i concetti di "etica dell'autoconservazione" e "sopravvivenza psichica", menzionati anche da Lasch. Quindi, hanno una relazione con il concetto di tempo che identifica nel presente il momento più importante. Spariscono le domande sulle azioni del passato e i piani per il futuro, lasciando solo il bisogno di accettazione da parte dell'altro, ma senza che assuma un ruolo importante nella vita del narcisista.

Il coinvolgimento è, soprattutto, una minaccia alla visione del mondo "truccata" e della superficialità delle relazioni. L'altro, indispensabile per l'esercizio della comunicazione e della soggettività, appare vuoto. 
Dietro ai selfie fatti in gruppo, invece, l'idea sembra essere quella di far parte di una confraternita ristretta, dove tutti condividono la stessa gioia falsa, lo stesso stile di vita e la stessa soggettività, come se fossero una faccia di un selfie fatto davanti allo specchio.
Questa sopravvalutazione dell'"io", la profusione di immagini della cultura del consumatore  e la moda ancora più effimera, offrono prodotti che si adattano o presentano le persone come personaggi pittorici, che possono facilmente apparire in numerosi selfie, generando una forma di espressione del narcisismo.

Considerazioni finali

Sulla base del paradigma della visibilità, si è constatato che la comunicazione occupa attualmente uno spazio distinto, l'organizzazione delle relazioni sociali. La società organizzata sulla base di scambi simbolici ha portato la vita di tutti i giorni a mostrare il livello in cui i confini tra pubblico e privato sono sempre più confusi.
Si è anche verificato nel corso degli anni un cambiamento nel senso del tempo, nei pensieri, nelle abitudini lavorative e nella definizione di successo. Questi cambiamenti hanno comportato, tra le altre implicazioni, l'individualismo esagerato e il culto delle apparenze. 
Ha portato anche alla nascita di valori tra cui spiccano la libertà, il piacere, il "buon umore" giovanile, la "pace della mente" - tutti incentrati su ciò che Lasch chiama "etica della autoconservazione e della sopravvivenza psichica".
Con il consolidamento della cultura cibernetica, parte della cultura del consumatore, Internet è diventato un centro di allevamento di nuove soggettività e nuove forme di espressione. Più recentemente, i social media sono diventati il ​​palcoscenico dello "spettacolo" della vita quotidiana, in una profusione di immagini condivise istantaneamente tramite computer e dispositivi mobili. La visibilità contemporanea è composta da fatti ed eventi legittimi attraverso la loro pubblicazione / visualizzazione.
Questo processo muta giorno per giorno in uno spettacolo che coinvolge un gran numero di persone e, in un certo senso, "spinge" gli individui ad avere dei social network. Non avere un profilo su Internet, non condividere la tua intimità sulla rete può anche limitare l'importanza della persona o di altri spazi sociali rendendola obsoleta, "congelata nel tempo".
In questi profili, non puoi solo pubblicare idee, interessi comuni con la rete, ma "modificare" l'immagine stessa, effettuare una selezione autobiografica dettagliata, scegliere la foto migliore, mostrare ciò che è conveniente mostrare, in breve, si tratta di un vero esercizio d individualismo, in cui le immagini di se stesso occupano uno spazio privilegiato.

L'effimero è parte delle caratteristiche della società dei consumi, che è mantenuta dall'insoddisfazione e dalla ridefinizione degli oggetti. Quindi non ci è voluto molto perché il selfie acquisisse lo status di moda, dal momento che questo non si limita solo all'abbigliamento, ma all'intero contesto sociale.
Si è ritenuto, quindi, che i pilastri della moda contemporanea citati da Gilles Lipovetsky nel suo concetto di moda consumata, vale a dire: l'effimero, l'individualismo e l'estetismo, sono legati alla natura stessa dell'atto di produrre e condividere i selfie.
L'industria della moda, l'estetica, il turismo, tra gli altri, trae profitto dagli autoritratti, specialmente quando questi sono fatti da personaggi famosi che usano i social media come spazi pubblicitari autopromozionali e per la diffusione di prodotti da loro sponsorizzati.
Di conseguenza, usando le idee Christopher Lasch, si è scoperto che il fenomeno dei selfie è una forma di espressione del narcisismo contemporaneo. 
Il narcisista contemporaneo mira a superare le sue insicurezze con la visione del sé riflessa nell'attenzione altrui. Tale attenzione viene misurata dai commenti positivi e dalla quantità di persone a cui "piacciono" le immagini, quindi, che "convalidano" la felicità esposta nella foto.
Tuttavia l'altro è cancellato nel contesto del selfie. Con la trasformazione del soggetto in oggetto, dipende dall'altra figura solo per la convalida della propria autostima. Svuota, quindi il processo di comunicazione e l'esecuzione delle soggettività. La condivisione è una delle basi del selfie, ma l'ossessione di se stessi denota la fragilità dell'io e fa spazio al narcisismo, rendendo l'individuo dipendente dall'approvazione degli altri solo fino a un certo punto - dal momento che la presenza dell'altro può interferire con la sopravvivenza del narcisista.
La necessità dell'approvazione del pubblico dei propri attributi personali, il desiderio di ammirazione, l’illusione della celebrità, la sopravvalutazione del nuovo da parte dei giovani e la volontà di ottenere il successo come fine a se stesso sono caratteristiche narcisistiche che possono essere trovate nei selfie. Il perseguimento di un ideale del corpo perfetto - o considerato perfetto secondo gli standard correnti - e il culto delle apparenze fanno parte di questa lista.

Alla luce delle osservazioni, sembra che i social media siano la cornice ideale per la creazione di miti personali e l'amplificazione di personalità narcisistiche. Nella cultura postmoderna, caratterizzata dal consumo e dall'individualismo esacerbato, sono identificati gli aspetti del mercato nelle relazioni tra le persone, trasformando i soggetti nei media.
È possibile dire, quindi, che gli autoritratti condivisi contribuiscono alla proliferazione della cultura narcisistica e mantengono strette relazioni con altri aspetti della società contemporanea, come ad esempio la moda e la pubblicità. Così, il narcisismo contemporaneo ha ora condizioni soggettive e oggettive che innescano o esacerbano, includendo gli stessi social media, i selfie e la moda.

Fonti:

Zygmunt Bauman, Modernità Liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002

Jean Baudrillard, La società dei consumi, il Mulino, 1976

Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini&Castoldi Dalai, 2001

Christopher Lasch, La cultura del narcisismo. L'individuo in fuga dal sociale in un'età di disillusioni collettive, Bompiani, Milano, 2001

Pierre Lévy, Cybercultura. Gli usi sociali delle nuove tecnologie, Feltrinelli, Milano 1999, 2013

Gilles Lipovetsky, L'Empire de l'éphémère: la mode et son destin dans les sociétés modernes, Gallimard, 1987










martedì 22 gennaio 2019

0 HARTZ IV, LA VIA TEDESCA AL WORKFARE




Abbiamo già affrontato in più occasioni la questione del Reddito di cittadinanza che tra qualche mese entrerà a regime, tuttavia simili sistemi di workfare sono da almeno un decennio in vigore in altre nazioni europee.
Risulta quindi necessario, per comprendere le conseguenze di un sistema di workfare, studiare un caso tipo per avere un miglior quadro d’insieme da cui sviluppare le nostre analisi.
Il caso tipo è il tedesco Hartz IV, a cui pare si sia ispirato lo stesso governo giallo-verde, che venne introdotto nel 2005 dal governo socialdemocratico, in coalizione con i Verdi, di Schroeder come risultato finale del processo di deregolamentazione del mercato del lavoro chiamato “Agenda 2010”.
In quell’anno vennero istituiti i Jobcenter, che uniscono aiuti sociali e indennità per una disoccupazione di lunga durata in un’unica allocazione forfettaria, all’incirca 409 euro al mese con lo scopo di stimolare il disoccupato a trovarsi un nuovo lavoro mentre i padroni sfruttarono la nuova situazione per trasformare occupazioni stabili in precarie, andando ad attingere direttamente da questo nuovo serbatoio di lavoratori poveri.
Chiaramente non sono soldi dati a fondo perduto ma condizionati dal reddito del disoccupato, come nel caso del Reddito di Cittadinanza che viene erogato in base all’ISEE, dall'obbligo dell’iscrizione ad un centro per l’impiego, la protezione dell’occupabilità e uno stretto controllo del soggetto, perché a monte di tutto ciò abbiamo la distorta idea classista del povero visto come uno scansafatiche furbo che vuole stare tutto il giorno ad oziare sul divano.
Il reddito in Germania viene erogato a chi guadagna meno di 890 euro al mese, per gli stranieri 140 euro, ed è dato dalla differenza tra 890 euro, il minimo per non essere considerati sotto la soglia di povertà, e il reddito del lavoratore, in cui è incluso anche l’affitto.


L’idea di fondo di questo sistema è la protezione dell’occupabilità, sfruttando il bisogno del lavoratore, mettendolo in una condizione di precarietà che può durare l’intera vita.
Viene messo a regime un lavoro maginalizzato e precario, sostenuto dai sussidi statali, che ha prodotto lavoratori poveri impossibilitati ad uscire dalla propria condizione di povertà, sfruttata al meglio da questo sistema.
In Germania sono 4,9 milioni i lavoratori, con contratto a tempo determinato o indeterminato, che per arrivare a fine mese sono costretti a svolgere anche dei mini-jobs, lavoretti che possono garantire al massimo 450 euro al mese e con un limite teorico di 15 ore alla settimana.
Quello tedesco è un mercato del lavoro che finge di essere a pieno regime ma nella realtà è sostenuto da quasi 6 milioni di cittadini che sono dentro la gabbia dell’Hartz IV, di cui 2,6 milioni sono disoccupati ufficiali, 1,7 milioni non rientrano in questa categoria perché usufruiscono dei dispositivi di attivazione (mini-jobs o corsi di formazione per esempio) mentre 1,6 milioni sono i bambini associati alle famiglie dei lavoratori che usufruiscono del contributo forfettario.
Sottolineo i bambini perché anche loro sono vittime di questo sistema poiché il Jobcenter può convocarli, sotto minaccia di un taglio del sussidio fornito alle famiglie, per consigliare quale scuola frequentare e in quale campo specializzarsi.

Tutta la famiglia è quindi chiamata a sottomettersi alle regole dell'Hartz IV, proprio come accadrà per il Reddito di Cittadinanza che richiederà la disponibilità al lavoro di tutti i maggiorenni presenti in famiglia.
Una gestione della povertà assolutamente errata e coercitiva.

Come spiega Davide Curcuruto: “l’ingiunzione all’accumulo di competenze e la trasformazione della mansione (sempre uguale e reiterata, orientata verso la quantità) lavorativa in una prestazione (determinata, temporanea, incerta, orientata verso la qualità) non fanno che porre le basi per una nuova soggettività del lavoratore: un neo-soggetto che vede il proprio lavoro non tanto come una modalità attraverso cui riprodurre la propria esistenza, quanto un investimento strategico atto a migliorare la propria condizione di vita in un non meglio specificato futuro.”

Precarietà e umiliazione del povero sono i risultati della deregolamentazione del mercato del lavoro di matrice neoliberista e della ristrutturazione dello stato sociale.
Quello che accadrà in Italia sarà molto simile e dovrebbe far riflettere sul grado di disperazione raggiunto nel nostro paese data la disponibilità ad accettare condizioni simili da parte di milioni di nostri connazionali pur di sbarcare il lunario.  
Prendere atto di ciò, invece di fare un'isterica opposizione al governo, è il primo passo per costruire un'alternativa credibile.

venerdì 18 gennaio 2019

0 CHARLES BETTELHEIM E LA TRANSIZIONE AL SOCIALISMO


Cenni biografici

Charles Bettelheim nacque il 20 novembre 1913 a Parigi in una famiglia di banchieri, ma trascorse i suoi primi anni in Svizzera ed Egitto prima di tornare a Parigi nel 1922. Nel 1933, radicalizzato dall'impatto della Grande Depressione e dall'ascesa al potere di Hitler, Bettelheim si unì al Partito Comunista Francese. Nonostante i suoi impegni politici, Bettelheim ha studiato ampiamente filosofia, sociologia, legge, psicologia e russo. Nel 1936 si recò in Unione Sovietica per cinque mesi in contemporanea con l’inizio della Grandi Purghe. Bettelheim fu scosso da questi eventi, ma mantenne le sue convinzioni marxiste. Dopo la Seconda guerra mondiale, Bettelheim scelse l'economia come sua professione e, grazie alla sua conoscenza dell'URSS e della pianificazione economica, prestò servizio presso il Ministero del lavoro, prima di diventare, nel 1948, direttore dell'École Pratique des Hautes Études (EPHE) e professore all'Institut d'Etude du Développement Économique et Social nel 1968. Negli anni '50 e '60 Bettelheim lavorò all'estero come consulente economico in molti paesi neo-indipendenti del Terzo Mondo, come Egitto, India, Algeria e Cuba. A metà degli anni '60 Bettelheim si avvicinò al maoismo, visitò la Cina diverse volte e prestò servizio come presidente dell'Associazione di amicizia franco-cinese fino alle sue dimissioni nel 1976. Fu autore di numerosi libri sulla pianificazione economica e la transizione al socialismo. Nonostante la sua reputazione internazionale, Bettelheim cadde nell'oscurità dopo la metà degli anni '80, pubblicando molto poco. Morì il 20 luglio 2006.

Il “Grande dibattito”

Durante la maggior parte della sua carriera, Bettelheim difese l'ortodossia sovietica per quanto riguarda lo sviluppo delle forze produttive, il ruolo dei mercati e del socialismo, come dimostra il suo contributo al "Grande dibattito" a Cuba. Verso la metà degli anni '60, la giovane rivoluzione cubana si era difesa con successo dagli sforzi imperialisti degli USA per rovesciarla. Eppure il governo rivoluzionario cubano ha discusso lungamente sui diversi metodi per costruire il socialismo - se adottare il modus operandi prevalente del blocco sovietico o rompere la dipendenza dallo zucchero (la principale coltura e risorsa esportata dell'isola) industrializzandosi e facendo affidamento sugli incentivi morali.


Doveva essere trovata una nuova strada per Cuba. Sebbene gli sforzi iniziali del governo rivoluzionario per la nazionalizzazione e la redistribuzione abbiano rallentato la crescita economica, secondo Helen Yaffe:

“Nel 1962-1963 la produzione nazionale e la produttività dei lavoratori cominciarono a declinare in seguito agli shock di profondi cambiamenti strutturali: nuove istituzioni, nuovi rapporti sociali di produzione, nuove relazioni commerciali, l'esodo dei professionisti e l'imposizione del blocco USA. Ciò è stato anche il risultato dell'implementazione avventata di politiche le cui conseguenze non sono state completamente analizzate.” 
La dipendenza dallo zucchero mantenne Cuba in una morsa che fermò piani ambiziosi di industrializzazione. I problemi di Cuba furono ulteriormente aggravati dal blocco USA che limitava, e limita ancora, la sua capacità di importare materie prime. Di fronte a queste difficoltà, molti economisti e funzionari governativi si sono impegnati nel seguire il modello di sviluppo sovietico, apparentemente provato e collaudato, integrando Cuba nel blocco orientale attraverso accordi commerciali e facendo affidamento sui loro esperti e tecnici per creare un'infrastruttura vitale. Altri hanno offerto un percorso diverso a questo al giovane governo rivoluzionario.


La controversia che ne è scaturita ha portato al "Grande dibattito" tra le diverse strade per la transizione al socialismo: il Sistema di finanziamento automatico o AFS (noto anche come Calcolo economico) o il Sistema finanziario di bilancio (BFS). I sostenitori dell’AFS (che era l'ortodossia sovietica esistente) dicevano che le imprese nell'economia cubana dovrebbero essere giuridicamente indipendenti, scambiare i loro prodotti tra loro attraverso un mercato (quindi i prodotti erano materie prime), che il successo per le imprese è determinato dalla loro redditività e gli incentivi materiali promuoverebbero la loro efficienza ed innovazione. Nonostante la relativa indipendenza delle imprese, continuerebbero a fare affidamento sulle banche per le varie forme di credito.


Contro l'AFS, i sostenitori del BFS credevano in una minore autonomia delle imprese e sostenevano che ogni impresa dovesse essere controllata da un piano centrale. Le imprese sono considerate parte di un'unità più grande - il settore pianificato dell'economia. I prodotti acquisterebbero lo status di una merce solo quando venduti sul mercato. Inoltre, la redditività non avrebbe alcun ruolo nel misurare il successo di un'impresa. La banca centrale servirebbe a stabilire un rigoroso controllo sulle imprese allocando centralmente i fondi necessari. Infine, ci si aspettava che la principale forma di motivazione o incentivi venisse dalla coscienza morale e sociale, non dal guadagno materiale.


Il "Grande Dibattito" che ne è seguito è diventato uno dei più importanti dibattiti sulla transizione al socialismo dagli anni '20, discutendo di questioni di ampio respiro come il ruolo della coscienza, gli incentivi materiali e morali, il denaro, la burocrazia, la pianificazione e la legge del valore.

Che Guevara (sostenuto dall'economista trotzkista belga Ernest Mandel) fu uno dei principali sostenitori del BFS e "si oppose all'uso dei meccanismi capitalistici per determinare produzione e consumo". Il Che non negò l'esistenza della legge del valore nel socialismo, ma sosteneva che non fosse adatto come guida per la giustizia sociale e che non avesse alcun ruolo da svolgere nel settore pubblico. Le imprese nel settore pianificato operano come un tutto unico che non produce merci e, mentre sono soggette a una contabilità severa, ciò non corrispondeva alla legge del valore. Piuttosto, il Che disse che rifiutare la legge del valore come regolatore per l'economia significava che la produzione deve essere regolata da un piano centrale. Il Che disse che lo sviluppo economico e il perseguimento della giustizia sociale richiedono la riduzione della legge del valore. La socializzazione dei mezzi di produzione apre la strada alla pianificazione centralizzata e al superamento dell'anarchia del mercato. Il Che credeva che il successo della Rivoluzione cubana provasse che le concezioni deterministiche delle leggi economiche erano false e che l'avanguardia rivoluzionaria "è capace di anticipare coscientemente i passi da compiere per forzare il ritmo degli eventi, ma forzandolo all'interno di ciò che è oggettivamente possibile." In definitiva, il Che sosteneva che lo sviluppo del socialismo creerebbe nuovi esseri umani guidati da una nuova coscienza:



"Per i sostenitori dell'autogestione finanziaria, l'uso di incentivi materiali diretti attraverso le varie fasi della costruzione del comunismo non contraddice lo "sviluppo" della coscienza. Ma per noi lo fa. È per questo motivo che lottiamo contro il predominio degli incentivi materiali - perché ritardano lo sviluppo della moralità socialista."


Il Che e Mandel furono criticati da Bettelheim, che in quel periodo lavorava a Cuba come consulente economico, che difendeva l'AFS. Considerando i drammatici cambiamenti nelle idee di Bettelheim sulla transizione al socialismo pochi anni dopo, vale la pena di discutere la linea che sostenne durante il "Grande dibattito". Bettelheim, usando Stalin per rafforzare la sua posizione, sostenne che fosse una "legge economica" che i rapporti di produzione devono necessariamente conformarsi al carattere delle forze produttive.
"Un'organizzazione economica efficace doveva conformarsi alla struttura economica della società. Poiché Cuba era sottosviluppata, la necessità dell'AFS e la sopravvivenza della legge del valore erano conformi allo sviluppo attuale delle forze produttive." Bettelheim affermò che la legge del valore era una legge oggettiva durante la transizione al socialismo ed è rimasta operativa nel settore pianificato dell'economia a causa del basso livello di sviluppo delle forze produttive. Dal momento che un'economia sottosviluppata non era nella posizione di conoscere le esigenze sociali e di pianificarle, ciò significava prezzi delle materie prime all'interno del "settore socialista stesso, il ruolo della legge del valore e di un sistema di prezzi che non può riflettere solo il costo sociale del diversi prodotti, ma deve anche esprimere il rapporto tra l'offerta e la domanda di questi prodotti ... " 

Per Bettelheim, le imprese avevano bisogno di autonomia e l'economia doveva basarsi sulla legge del valore fino a quando le forze produttive non fossero sviluppate.


Bettelheim riassunse la sua posizione e il suo disaccordo con il Che anni dopo: 

"Il livello di sviluppo di Cuba significava che le varie unità di produzione avevano bisogno di una misura sufficiente di autonomia, che fossero integrate nel mercato in modo che potessero acquistare e vendere i loro prodotti ai prezzi che riflettevano i costi di produzione. Ho anche scoperto che il basso livello delle forze produttive richiedeva il principio: a ciascuno secondo il suo lavoro. A migliore funzionamento, maggiore paga. Questo era il nocciolo della nostra divergenza, perché il Che trovava le differenze accettabili solo quando emergevano da ciò che contribuiva al meglio delle sue capacità."

Mandel si oppone alla posizione di Bettelheim, considerandola troppo astratta, poiché "le categorie emergono dalla realtà, ma la realtà non può essere ridotta a categorie".
Piuttosto, i problemi della transizione socialista a Cuba non possono essere ridotti a concetti astratti perché la realtà è un processo molto più ricco e complesso. In secondo luogo, Bettelheim sosteneva che non potessero esistere la completa proprietà collettiva dei mezzi di produzione senza una totale proprietà collettiva, ma Mandel ha affermato che "il completo controllo dei mezzi di produzione fino all'ultimo chiodo è un approccio un po' meccanico e tecnocratico e non è la via corretta per il socialismo." Dire altrimenti sarebbe chiudere la strada socialista per ogni paese sottosviluppato. In terzo luogo, Bettelheim ha ridotto "la proprietà sociale dei mezzi di produzione ... semplicemente a un fenomeno legale". Piuttosto, i cambiamenti di proprietà fanno la differenza e aprono la strada alla pianificazione. La proprietà sociale non equivaleva al controllo totale che Bettelheim sottintese.


In quarto luogo, la sopravvivenza delle categorie mercantili, come denaro e salari, erano dovuti al basso livello delle forze produttive, che "è ancora inadeguato per garantire la distribuzione dei beni di consumo secondo la necessità". Poiché le forze produttive erano così sottosviluppate, Mandel ammonì contro una prematura dipendenza da incentivi morali e l'abolizione della proprietà privata prima che i bisogni dei consumatori potessero essere soddisfatti dal fatto che il settore pianificato avrebbe portato a un lavoro involontario. Per Mandel, la questione chiave durante la transizione non consisteva nell'abolire la legge del valore, che ammetteva fosse impossibile, piuttosto la contraddizione principale era "tra il modo di produzione non capitalista e gli standard di distribuzione borghesi". Mandel avvertì che fare affidamento sulla legge del valore nel settore socialista avrebbe portato all'anarchia della sovrapproduzione e a "preservare lo squilibrio della struttura economica tramandata dal capitalismo", condannando Cuba al sottosviluppo permanente. Mandel ha previsto una lotta a lungo termine tra il "principio della pianificazione consapevole e l'operazione cieca della legge del valore".


Nel 1965, il "Grande Dibattito" finì. Pubblicamente, Che Guevara sembrava aver vinto. Nel 1968, Cuba lanciò un'offensiva radicale: nazionalizzando la maggior parte delle imprese non agricole ancora in mani private, eliminando il mercato come mezzo di scambio, ma allo stesso tempo facendo affidamento sullo zucchero e sull'agricoltura come principale settore di crescita. Il passaggio all'agricoltura si è verificato proprio quando la percentuale di lavoratori agricoli è diminuita, portando il governo a fare affidamento sugli incentivi morali come soluzione a breve termine alla carenza di manodopera. Tuttavia, le nazionalizzazioni su vasta scala hanno sconvolto l'economia e gli incentivi morali non sono stati in grado di compensare la bassa produttività e la cattiva gestione. Infine, i cubani si sono lanciati in uno sforzo importante per raccogliere 10 milioni di tonnellate di zucchero nel 1970 (il doppio del raccolto del 1968), deviando un numero significativo di risorse per l'obiettivo e portando a ulteriori difficoltà nell'economia. La sfida venne persa. Poco dopo, Cuba adottò il modello economico sovietico. Sembrava che la strada del Che avesse raggiunto un punto morto e che Bettelheim avesse avuto ragione.

Forze produttive

Il "Grande Dibattito" a Cuba si è verificato in concomitanza con discussioni più ampie all'interno del Blocco Orientale sulla "liberalizzazione" politica e sulle "riforme economiche". Le riforme economiche proposte hanno comportato l'introduzione di metodi capitalistici e incentivi materiali per superare i problemi di bassa produttività, burocrazia e rallentamento dei tassi di crescita. La Jugoslavia fu la prima ad addentrarsi sulla strada del socialismo di mercato, ma anche la Polonia, l'Ungheria e l'URSS si erano aperte all'adozione di misure di mercato. Nell'URSS, l'economista Y. G. Liberman era il principale sostenitore della riduzione della pianificazione centralizzata, dell'autonomia delle imprese e dell'utilizzo della redditività e degli incentivi materiali. Molte delle proposte di Liberman furono adottate dall'URSS nel 1965, ma i risultati delle riforme furono incoerenti e non portarono a un'efficiente pianificazione centrale, con dei conseguenti passi indietro negli anni '70.


La posizione di Bettelheim durante il "Grande Dibattito" era molto vicina all'ortodossia sovietica regnante nel sottolineare un ruolo maggiore del mercato per l’efficienza delle imprese. Ha anche condiviso con l'Unione Sovietica la convinzione del primato dello sviluppo delle forze produttive, poiché a causa della natura sottosviluppata dell'economia sovietica (e della maggior parte degli altri paesi del blocco orientale), per costruire il socialismo, avevano bisogno di concentrarsi sullo sviluppo delle forze produttive, in particolare l'industria pesante. Secondo l'ortodossia sovietica, il compito di sviluppare le forze produttive era la "forza trainante della storia" che avrebbe trasformato i rapporti di produzione e avrebbe inevitabilmente portato alla creazione del socialismo. In questa concezione, come Bettelheim affermò più tardi in un'autocritica dei suoi punti di vista nella prefazione al suo monumentale “Le lotte di classe in URSS”, la lotta di classe venne vista come un fattore secondario che "interviene essenzialmente per distruggere rapporti di produzione che ostacolano lo sviluppo delle forze produttive, generando così nuovi rapporti di produzione conformi ai bisogni dello sviluppo delle forze produttive."

Secondo Bettelheim, la teoria del primato delle forze produttive era una forma di "economicismo" che caratterizzava l'intero partito bolscevico (con l'importante eccezione di Lenin) che "attribuisce il ruolo principale nella costruzione del socialismo non all'iniziativa dei lavoratori, ma all'accumulo di nuovi mezzi di produzione e conoscenze tecniche." Mentre Lenin combatteva l’”economicismo” prima del 1917, in seguito alla vittoria della rivoluzione e ai vasti cambiamenti nel partito bolscevico, l'”economicismo” tornò a causa della "crescita tra i membri del partito di uno strato di amministratori e di funzionari delle fabbriche, della pianificazione e direttori finanziari che hanno favorito lo sviluppo dell'economicismo in nuove forme." Alla luce della condizione di arretratezza prevalente nell'URSS, questi elementi favorirono lo sviluppo più rapido delle forze produttive (che hanno identificato con la costruzione del socialismo), specialmente dell'industria pesante, anche a costo dell'alleanza con i contadini. In breve, il primato delle forze produttive significava che con l'espansione dell'industria sovietica si sviluppavano anche le relazioni sociali sfruttatrici, che portavano "a maggiori differenziali salariali, sviluppo di un sistema di bonus, privilegi crescenti accordati ai tecnici, rafforzamento dell'autorità personale del manager di un'impresa, ecc." Bettelheim crede che l'economicismo non sia stato solo difeso da Stalin, ma da tutte le tendenze di opposizione all'interno del Partito comunista, guidate da Trotsky, Bukharin o Preobrazhensky, che affermano di sfidare solo "particolari misure concrete o gruppi di misure, di carattere politico o amministrativo, decise sulla base di un orientamento generale che non hanno contestato in modo sostanziale." 


Il primato delle forze produttive che aveva portato alla crescita della repressione e della disuguaglianza nell'URSS durante l'era di Stalin non fu abbandonato dalla successiva leadership sovietica. Di fatto, il XX Congresso del Partito comunista sovietico, che condannava i crimini di Stalin, era il rifiuto del marxismo come strumento di analisi del partito. I molti problemi dell'URSS durante l'era di Stalin "sono stati presentati come" perversioni "a causa delle azioni di una certa" personalità ", vale a dire Stalin, e "la realtà contraddittoria della storia sovietica e della società sovietica non era soggetta alla minima analisi. Gli aspetti della realtà che dovevano essere condannati e trasformati non erano spiegati in relazione alle contraddizioni interne dell'Unione Sovietica." La nuova linea di "riforme" e "democratizzazione" non era una rivitalizzazione del socialismo, ma, al contrario, il consolidamento delle "relazioni di classe che concentravano il potere economico e politico nelle mani di una minoranza, così che le contraddizioni generate da questi rapporti di classe, lungi dal diminuire, furono effettivamente approfondite". Le conseguenze del nuovo corso erano costituite da riforme e liberalizzazioni a favore del mercato, che, nonostante alcuni successi a breve termine, hanno portato maggiori disuguaglianze e malcontenti tra i lavoratori sia in Russia che nel blocco orientale.


Lo stesso Bettelheim si allontanò dalle sue precedenti concezioni della transizione socialista e della difesa dell'Unione Sovietica in seguito all'invasione dei paesi del Patto di Varsavia, esclusa la Romania, della Cecoslovacchia nel 1968 e alla Rivoluzione Culturale cinese del 1966. Secondo Bettelheim, "la principale lacuna dei miei scritti del 1962-1967 sta nel fatto che ciò che viene trattato come qualcosa dettato da requisiti oggettivi è essenzialmente correlato al livello di sviluppo delle forze produttive." Ora Bettelheim cominciò a voltare le spalle al suo problema precedente, in cui la scomparsa delle merci e delle relazioni monetarie e il progresso della pianificazione socialista tendevano a essere visti come dipendenti soprattutto dallo sviluppo delle forze produttive (questo sviluppo è stato concepito, inoltre, in modo unilineare), e non, prima di tutto, sulla rivoluzione dei rapporti sociali.

La grande lezione della Rivoluzione culturale cinese fu che respinse la premessa di sviluppare le forze produttive e riconobbe che la lotta di classe continuava sotto la dittatura del proletariato. Per Bettelheim, solo un continuo rivoluzionamento delle relazioni produttive aumenterebbe il controllo delle masse nella società e determinerebbe la scomparsa delle relazioni economiche capitaliste e le relazioni ideologiche e politiche che le riproducono, per continuare sulla strada della transizione socialista:



"La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria rappresenta un punto di svolta della massima importanza politica; "scoperta" (nel senso in cui Marx usava l'espressione in relazione alla Comune di Parigi) una forma essenziale della lotta di classe per la costruzione del socialismo ... Nella combinazione di forze produttive / relazioni produttive, quest'ultima gioca il ruolo dominante, imponendo le condizioni in cui vengono riprodotte le forze produttive. Viceversa, lo sviluppo delle forze produttive non determina mai direttamente la trasformazione dei rapporti di produzione; questa trasformazione è sempre al centro dell'intervento delle classi contendenti - cioè della lotta di classe."

La strada per il socialismo


"Le lotte di classe in URSS" di Bettelheim ha spiegato la storia della restaurazione del potere borghese in Russia attingendo dall'esperienza della Rivoluzione culturale. Tuttavia, il lavoro storico di Bettelheim si basava sul suo precedente lavoro teorico, principalmente sul calcolo economico e sulle forme di proprietà. È agli argomenti di quel lavoro che ora arriviamo. Secondo Bettelheim, l'elemento fondamentale del socialismo non era definito in termini economici, ma politicamente - cioè come la dittatura del proletariato. In un dibattito con il marxista statunitense Paul Sweezy, ha detto:


"... la contraddizione 'piano' - 'mercato' designa una contraddizione essenziale nel socialismo visto come una forma di transizione o di passaggio; questa contraddizione è l'effetto superficiale causato da una contraddizione più profonda, dalla contraddizione fondamentale nella forma transizionale che è ovviamente situata al livello delle relazioni produttive e delle forze produttive ... Ciò che caratterizza il socialismo in opposizione al capitalismo non è ... l'esistenza o non esistenza di relazioni di mercato, denaro e prezzi, ma l’esistenza del dominio del proletariato, della dittatura del proletariato. È attraverso l'esercizio di questa dittatura in tutti i campi - economico, politico, ideologico - che i rapporti di mercato possono essere progressivamente eliminati attraverso misure concrete adattate a situazioni e congiunture concrete."

Secondo Bettelheim, una volta salita al potere la classe operaia, era necessario superare il dominio della cultura, della politica, dell'ideologia borghese e della legge del valore. Tuttavia, c'era un pericolo sempre presente, ovvero che la borghesia si sarebbe sviluppata di nuovo sotto il socialismo tra coloro la cui posizione nel sistema di riproduzione sociale rifletteva una posizione borghese (inclusi membri del Partito comunista, funzionari statali, dirigenti, amministratori della pianificazione) e si sarebbe ripresa il potere statale. Per impedire una restaurazione capitalista, era necessario che la classe operaia avesse il controllo effettivo dello stato. Se la classe operaia non ha il controllo dello stato, allora la proprietà statale è solo una finzione legale che nasconde la proprietà di una nuova borghesia di stato. Quando la borghesia di stato è responsabile dello stato, usa l'apparenza della pianificazione per dominare i lavoratori poiché "l'intervento del piano non consente la scomparsa delle relazioni di mercato; il piano è quindi solo sovrapposto a queste relazioni."

La vera pianificazione socialista, ha detto Bettelheim, può esistere solo a determinate condizioni:



"È solo in certe condizioni sociali, politiche e ideologiche che un piano è uno strumento del dominio dei produttori sulle condizioni e sui risultati della loro attività. Perché possa svolgere questo ruolo, il piano deve essere elaborato e messo in atto sulla base dell'iniziativa delle masse, in modo da concentrare e coordinare le esperienze e i progetti delle masse ..."

Per una pianificazione effettivamente sotto il controllo della classe operaia, i "prezzi pianificati" devono esprimere "non i requisiti della legge del valore ma quelli della direzione sociale dell'economia ... [che] significa che, nella transizione verso il socialismo, la politica deve essere al comando dell'economia e, quindi, che la distribuzione del lavoro sociale non sia dominata dalle esigenze della riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici ... " 
Ciò significa che la questione dei prezzi è una decisione politica, non economica. I prezzi pianificati devono soddisfare i requisiti della costruzione del socialismo che "implica il controllo crescente dei produttori immediati sulla produzione e, quindi, lo sviluppo della produzione in termini di esigenze presenti e future dei produttori" non perpetuando la legge del valore. La legge del valore si manifesta "spontaneamente", mentre la strada socialista non può essere lasciata alla spontaneità poiché richiede l'intervento politico e la leadership. "Ciò presuppone che i lavoratori occupino una posizione politica ed economica dominante, almeno attraverso l'avanguardia, assicurando la direzione dell'apparato statale e il controllo delle unità di produzione".

Se lo stato è veramente nelle mani dei lavoratori, allora la proprietà statale è un'espressione legale di proprietà sociale e, pertanto, la pianificazione riflette gli interessi della classe lavoratrice. Al contrario, se lo stato non è controllato dai lavoratori, allora la proprietà statale appartiene ai burocrati e agli amministratori che usano la pianificazione per rafforzare il loro potere a livello economico, politico e ideologico, portando infine al capitalismo. Come dice Bettelheim:


"Gli "effetti oscuri" provocati da forme inadeguate di intervento possono anche portare a conseguenze opposte di quelle sopra descritte, in particolare sotto l'influenza dell'economicismo. In questo caso, a causa della inefficacia dell'intervento a livello politico, questo intervento tende ad essere scartato: questo può quindi significare la scomparsa della proprietà statale, perché esiste solo economicamente attraverso l'intervento reale ed efficace della politica all'interno dei processi di produzione e riproduzione. Senza questo intervento, la proprietà statale costituisce una semplice sovrastruttura giuridica a cui i veri rapporti di produzione corrispondono sempre meno.È proprio l'esistenza della forma-valore, in particolare nel processo di produzione e, attraverso questo, l'esistenza di rapporti di produzione capitalistici, in particolare la relazione salariale, che rendono possibile il "ritiro" dell'intervento a livello politico e la ripresa di un'economia di mercato. Il dominio delle relazioni di mercato porta quindi necessariamente al dominio dei rapporti di produzione capitalistici."

Bettelheim sosteneva che per le economie in transizione non era possibile eliminare le relazioni di mercato. Piuttosto, esistevano insieme alle nuove relazioni socialiste in una tensione inquieta:



"I rapporti di mercato non possono essere "aboliti" e un piano non può sostituirle; sono eliminati attraverso un'adeguata azione politica in cui il piano è solo uno strumento, e certamente non il principale."


Le relazioni capitaliste sopravvivono nelle economie di transizione perché il nucleo delle economie capitaliste sono imprese che possiedono una duplice separazione:


"Il carattere capitalista dell'"impresa" (che, principalmente nell'industria, è la concreta "unità di produzione" sulla quale, come regola generale, la proprietà statale esercita i suoi effetti nelle formazioni sociali transitorie) è dovuta al fatto che la sua struttura assume la forma di una doppia separazione: la separazione dei lavoratori dai loro mezzi di produzione (che ha, come contropartita, il possesso di questi mezzi da parte delle imprese, cioè, in effetti, da parte dei loro dirigenti), e la separazione delle imprese le une dalle altre. Questa doppia separazione costituisce la caratteristica centrale del modo di produzione capitalistico e serve come supporto per la totalità delle contraddizioni di questo modo di produzione, nella misura in cui questa modalità si oppone al carattere "privato" di proprietà o possesso al carattere sociale delle forze produttive. Il capitalismo di stato e le nazionalizzazioni forniscono solo i mezzi formali per "superare" in parte queste contraddizioni, cioè i mezzi con cui i loro effetti possono essere spostati."

Quando le imprese hanno questa doppia separazione, producono e riproducono relazioni sociali capitaliste, che distorcono il piano. Se queste relazioni non vengono superate, potrebbero facilitare la creazione di una nuova borghesia di stato che ripristina il capitalismo. Per Bettelheim, se il socialismo fosse definito principalmente dal dominio politico della classe operaia, allora


"il controllo da parte dei produttori sulle loro condizioni di esistenza richiede lo sviluppo di relazioni sociali completamente nuove, e che nella misura in cui queste nuove relazioni non sono sviluppate, le vecchie relazioni che consentono lo sfruttamento e il dominio di classe continuano a riprodursi."


Pertanto, un'economia di transizione vedrà una continua lotta tra la legge del valore e la legge della direzione sociale dell'economia, e la produzione di merci non scomparirà finché la classe lavoratrice non la soppianterà con nuove relazioni sociali. Ciò significa che la lotta di classe continua sotto il socialismo e non finirà fino a quando



"le condizioni in cui la legge del valore funziona saranno scomparse, allora il periodo di transizione sarà terminato. La legge della direzione sociale dell'economia sarà allora dominante da sola, mentre la dualità, proprietà / possesso, sarà scomparsa e si affermerà un processo di appropriazione sociale sotto la direzione dei produttori immediati."

A Cuba, Bettelheim sosteneva che il socialismo richiedesse lo sviluppo delle forze produttive, mentre i cambiamenti nei rapporti di produzione sarebbero inevitabilmente seguiti. Ora, alla luce dell'esperienza della Rivoluzione culturale, Bettelheim sosteneva che il nesso chiave non era lo sviluppo delle forze produttive, ma la rivoluzione dei rapporti di produzione, e che la strada per il socialismo non solo può andare avanti, ma può anche andare indietro:


"L'esperienza storica mostra che a causa del peso delle relazioni ideologiche dominanti derivanti da secoli di oppressione e sfruttamento, riprodotte sulla base di una divisione sociale del lavoro che non può essere rivoluzionata dall'oggi al domani, le forme politiche che sono destinate a permettere ai produttori diretti di organizzarsi come una classe dominante tende, se una lotta sistematica non è condotta contro questa tendenza, spontaneamente a trasformarsi in una "autonomizzazione" degli organi del potere, cioè una nuova separazione tra le masse e l'apparato statale, e di conseguenza, di una ricostituzione delle relazioni politiche di oppressione e dei rapporti economici di sfruttamento. Durante l'intero periodo di transizione, quindi, c'è una lotta tra due strade: la strada socialista e la strada capitalista."


Per Bettelheim, prendere la strada socialista implicava collegare le masse con l'obiettivo comunista, facendole diventare i veri padroni della società, identificare e sconfiggere quelle forze che avrebbero invertito la rivoluzione e, infine, creare una nuova cultura e nuove idee che mettessero radici. Prendere la strada socialista significa che non esiste alcuna "inevitabile" garanzia di raggiungere l'obiettivo comunista, ma si può altrettanto facilmente tornare indietro. La strada è segnata da flussi e riflussi, avanzamenti e ritirate, rivoluzione e controrivoluzione.


Bettelheim considerava il socialismo come qualcosa di più del semplice sviluppo dell'industria e delle forze produttive, comporta una lotta per sostituire la produzione a scopo di lucro con la produzione per uso sociale, una lotta per rivoluzionare tutte le istituzioni e le relazioni sociali nella società, per forgiare nuovi valori e atteggiamenti e stabilire il controllo della società da parte dei lavoratori, in modo che possano dominare e trasformare tutti gli aspetti della società, e restringere e infine abolire tutte le distinzioni di classe. In breve, il socialismo è una lotta per sradicare il vecchio mondo e costruire un nuovo mondo comunista.

La raffinata comprensione del socialismo e della strada per il socialismo che Bettelheim sviluppa sulla base delle sue riflessioni sull'esperienza dell'Unione Sovietica, della Cina e di Cuba è costituita dalle seguenti tre componenti. In primo luogo, il socialismo è il dominio di classe del proletariato (e delle sue classi alleate) sulla borghesia e sulle altre (vecchie e nuove) classi sfruttatrici. Dopo la rivoluzione, quando il proletariato ha il potere statale, non si può cancellare la legge del valore in un colpo solo, ma si può porre fine al suo dominio nella società. Un compito essenziale dello stato rivoluzionario è iniziare a fare "incursioni dispotiche" sui diritti della proprietà privata per porre fine alla capacità del capitale di riprodursi. La classe lavoratrice non può accettare la logica del capitale mentre fa una rivoluzione o perderà. Se il capitale si rifiuta di sottomettersi, allora deve essere spezzato rapidamente e senza pietà. Mentre la dittatura del proletariato significa democrazia ampiamente ampliata per la classe operaia, è anche esercitare una dittatura sulla classe capitalista rovesciata in tutte le sfere: politica, ideologica, culturale ed economica. In secondo luogo, il socialismo è un modo di produzione in cui la proprietà sociale sostituisce quella privata. Alcuni meccanismi devono regolamentare l'allocazione dei mezzi di produzione e il plusvalore. Supponendo che il proletariato sia al potere, allora quel dispositivo è il piano e l'allocazione consapevole delle risorse e l'organizzazione del lavoro sociale per trasformare la società. Se il proletariato non sta dirigendo e cambiando la società, o se la produzione di merci non viene ristretta, allora un altro meccanismo - la legge del valore - sarà al comando. Infine, il socialismo è un periodo di transizione, di lotte di classe e di cambiamenti sociali che conducono all'obiettivo di eliminare classi e distinzioni di classe. Mentre il socialismo contiene i semi del comunismo, porta anche i segni del capitalismo che si riproduce all’interno della società. Pertanto, la vittoria del comunismo non è inevitabile poiché la società socialista nutre le radici sia per la restaurazione capitalista sia per il continuo progresso del comunismo.

Conclusione

Il socialismo non è semplicemente nazionalizzazione, né si tratta dello sviluppo delle forze produttive della società. Il socialismo è un sistema di transizione che può ricondurre al capitalismo o inoltrarsi verso una società comunista veramente emancipata che sradica tutte le forme di sfruttamento e oppressione. Anche se cadde nell'oscurità alla fine dell'era maoista in Cina, Bettelheim tentò di mostrare teoricamente, attingendo dalle lezioni degli esperimenti socialisti del XX secolo, che cosa significava prendere in pratica la strada del socialismo. 


Fonti:

Ernest Mandel, “Mercantile Categories in the Period of Transition,” in Man and Socialism in Cuba: The Great Debate, ed. Bertram Silverman (New York: Atheneum, 1971)

Charles Bettelheim, L'Économie soviétique, Sirey, 1950

Charles Bettelheim, Révolution culturelle et organisation industrielle en Chine,  Maspero,1973

Charles Bettelheim, Calcul économique et formes de propriété, Maspero, 1971

Charles Bettelheim, Les Luttes de classes en URSS – Première période, 1917-1923, Seuil/Maspero, 1974












 

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