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mercoledì 27 febbraio 2019

0 PRINCIPE, MA CON IL GRADO DI RE


Nel febbraio 1998, poco dopo il suo ritiro, El Gráfico pubblicò uno speciale di 114 pagine, interamente dedicato ad Enzo Francescoli. L’inserto si apre con il suo ultimo gol su una doppia pagina: il colpo di testa del 14 dicembre dell'anno precedente contro il Colon. Era la sua partita numero 137 con la camiseta milionaria. Una settimana dopo si ritirerà dopo una partita in casa del Vélez: "Il River è il campione dell'Apertura dopo aver pareggiato con l’Argentinos Juniors".

È nato e cresciuto a Montevideo, dove ha iniziato a giocare nelle giovanili del Cadys Real Junior e del Liceo Maturana. Nel marzo 1980 ha debuttato nella Prima Divisione con la maglia dei Wanderers contro il Defensor Sporting per il torneo di Colombes. Quattro anni dopo ricorderà l'importanza del direttore tecnico dell'epoca: "Ho sempre lavorato sui tiri. Questo lo devo a Castelnoble, mi ha insegnato che più sei freddo nell'area, più segni. Mi ha sempre detto quanto nervoso doveva essere il difensore, perché era lui quello a rischiare di più". Di partita in partita la sua fama stava trascendendo i confini nazionali, al punto che Milan e River si erano interessati al giocatore. Senza Alonso e con campagne acquisti sottotono, il River decise di acquistarlo. Non è stato facile acquistarlo. Per la seconda volta nei suoi ottant'anni di storia, il club uruguaiano ebbe bisogno di convocare due assemblee dei soci per approvare il trasferimento e finalmente, dopo due mesi di estenuanti negoziati, il 20 aprile 1983, divenne un giocatore del River.
Quattro giorni dopo ha esordito con l'albirroja in una partita che il River vinse 1-0 contro l'Huracan. Gli annullarono un gol, il giornalista sportivo Eduardo Rafael lo valuta con un sei e mezzo. Prima partita e copertina, anche se con un titolo suggestivo: "La soluzione che il River si aspettava?". Iniziò bene, perché tre giorni dopo il River affrontò il Ferro a Caballito. Fu un successo, 1-0 con un gol segnato da Enzo, calcio di rigore a 50 minuti dall'inizio della partita. Tuttavia, uno sciopero dei giocatori professionisti del club Nunez, che durò un mese e mezzo, più l'adattamento ad una città enorme come Buenos Aires, ad un anno dalla fine della dittatura militare, hanno reso più complicato questo momento della sua carriera da calciatore. Francescoli non convinse. Anche se a novembre, quasi alla fine del campionato, giocò partite memorabili con la nazionale uruguaiana in Copa America. El Gráfico, nell'edizione del primo giorno di quel mese, si apriva con questo titolo: "Qual'è il vero Francescoli? Fallimento in Argentina. Idolo in Uruguay."

Tra il 1984 e il 1986 Enzo Francescoli visse un periodo indimenticabile. Non è stato facile salire fino in cima. Egli dovette combattere contro la volontà di Luis Cubilla, che ha cercato di venderlo all’America de Cali, come parte del pagamento di Roque Alfaro. Doveva combattere il destino, da una posizione - il numero otto - che non aveva mai sentito sua. Durante l'interim di Adolfo Pedernera ha trovato la sua posizione in campo, da cui avrebbe influito sul destino della sua squadra. “Stupì tutti con il suo talento e con la suo elettrizzante cilena contro la Polonia”, questo il riassunto appropriato di Diego Borinsky per una carriera in crescita. Quasi vinse il campionato con il River nel 1984, in cui arrivò dietro al Ferro. Nel Metropolitano, Héctor Veira assunse il ruolo di tecnico, considerava Francescoli un fenomeno sullo stesso livello di Platini e Maradona. All'inizio del 1985, El Gráfico lo considerava uno dei migliori atleti del 1984.
L'8 febbraio 1986 realizzò uno dei suoi gol più famosi: il 5-4 di cilena contro la Polonia in un triangolare a Mar del Plata. Quell'anno arrivò il suo primo titolo con il River: il campionato 85/86. Il 13 maggio i giornali sportivi si lamentavano: "Che peccato, Francescoli ci sta lasciando". Arriveranno diversi anni in giro per l’Europa, nel 1989 approda al Matra Racing, un anno dopo all'Olympique de Marseille, entrambe in Francia, tre anni li passa tra Cagliari e Torino in Seria A. In questo periodo tornò in Argentina, nel 1987, per la festa d'addio al calcio del Beto Alonso. Nel 1991, il Cagliari sconfisse il River 2-0 in un'amichevole casalinga in Italia. Segnò il secondo gol, ma senza esultare.

Infine realizzò il suo sogno di tornare al River.  Il suo secondo debutto fu il 7 settembre 1994, per la Supercopa contro il Nacional di Montevideo. Segnò un gol su rigore. Sarà eliminato dal Boca in questa competizione, ma la squadra guidata da Américo Gallego vincerà il campionato da imbattuta e Francescoli sarà capocannoniere. Il 1996 è un grande anno per River: vincerà l'Apertura e la Copa Libertadores, l'anno successivo sarà il turno anche della Clausura e dell'Apertura, così come la Supercopa. 
Elogiato da mostri sacri del calcio come Schiaffino e Maradona, si ritirerà nel 1997.


Alcuni dei migliori gol di Francescoli 


domenica 24 febbraio 2019

0 LO STATO DI SALUTE DELLA SINISTRA NEL CUORE DELL’IMPERO


La sconfitta di Amazon a New York, dove voleva costruire il suo secondo quartier generale, ci consegna gli strumenti per verificare lo stato di salute dei movimenti di sinistra nel cuore dell’Impero.
La compagnia di Jeff Bezos è stata attratta nella metropoli da circa tre miliardi di incentivi fiscali e una pista d'atterraggio per elicotteri da costruire, un’offerta messa sul tavolo dal sindaco di New York Bill de Blasio e dal governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, entrambi democratici, che ha sbaragliato la concorrenza delle altre metropoli statunitensi.
L’illusione dietro questa triste competizione a suon di soldi pubblici trasferiti al non certo povero Bezos è sempre la stessa, saper attrarre gli investimenti privati perché creano lavoro, tra venticinquemila e quarantamila i posti di lavoro promessi da Amazon, con effetti a cascata su tutto l’indotto, e portano ricchezza nel territorio.
L’opposizione a questo progetto nasce con i movimenti contro la gentrificazione nel Queens e con le reti politiche vicine all’ala socialdemocratica del Partito Democratico.
Su tre pilastri si è costruita la critica ad Amazon.
Il primo riguarda il modo in cui gestisce il lavoro all’interno dei propri stabilimenti.
Tutti sanno che questa regina del capitalismo delle piattaforme non mantiene un atteggiamento neutrale nei confronti dei lavoratori sindacalizzati, famoso è il video in cui consiglia ai propri dirigenti come contrastare l’attività sindacale aggirando la legge nazionale sui rapporti di lavoro.
Bisogna aggiungere che il modo in cui lavora quest’azienda favorisce il precariato, incentivando la flessibilità delle prestazioni e l’autoimprenditorialità del lavoratore, esemplari sono i casi degli autisti e dei lavoratori digitali di Amazon Mechanical Turk, che inseriscono in questa piattaforma dei dati utili all’azienda.
I lavoratori digitali lavorano attraverso il proprio computer per una paga compresa tra i due e i tre dollari al giorno.
Gli autisti invece lavorano per l’azienda come freelance, ed hanno con essa un rapporto simile a quello di Uber con i suoi dipendenti.
La tecnologia avanzata impiegata dall’azienda, inoltre, favorisce il controllo e il supersfruttamento del lavoratore impiegato in magazzino, dove a stento arriva il sindacato.
Questi lavori sono svolti spesso per paghe molto basse, soprattutto se messe in relazione con quelle dei colletti bianchi.

Alla luce di tutto ciò, Bernie Sanders ed Elizabeth Warren hanno promosso un disegno di legge che tassa i datori di lavoro i cui dipendenti sono costretti a richiedere l’uso di prestazioni federali per arrivare a fine mese, costringendo Amazon ad aumentare il salario minimo a 350 mila lavoratori.


Il secondo riguarda i movimenti contro la gentrificazione.
L’arrivo di Amazon porta una serie di lavoratori cognitivi ben remunerati, considerando un salario annuo medio di 147300 dollari, in una realtà con un coefficiente Gini di 0,5, in cui il 20,4% delle famiglie guadagna più di 150 mila dollari mentre il 26,5% guadagna meno di 25 mila dollari.
Il loro arrivo favorisce, come in altre città del paese, un repentino aumento degli affitti e conseguentemente degli sfratti e dei senzatetto.
I movimenti contro la gentrificazione, uniti dal terzo pilastro, quello della sponda politica offerta dall’ala socialdemocratica dei Democratici che ha sostenuto questa battaglia, contestano gli incentivi pubblici dati ad Amazon mentre è in pieno svolgimento una crisi abitativa causata dal costante calo degli investimenti pubblici nell'edilizia popolare e dall’aumento del costo degli affitti.
La gentrificazione porta all’espulsione del proletariato e sottoproletariato urbano dai quartieri un tempo popolari.
Queste due categorie nel Queens sono rappresentate dai lavoratori poveri, di colore e immigrati.
Il processo, quando viene completato, porta all’imborghesimento della zona e i risultati di tutto ciò li possiamo osservare con tutte le conseguenze del caso in California, per esempio, dove il capitalismo delle piattaforme ha trasformato un'area un tempo operaia come Oakland in una delle più care degli Stati Uniti, dove un monolocale può costare 2600 dollari di affitto.
Questo processo di gentrificazione ha fatto scoppiare una dura protesta da parte degli insegnati della zona che chiedono un aumento del salario del 12% in tre anni per fronteggiare l’aumento del costo della vita e contemporaneamente si battono per migliorare il servizio offerto dal proprio distretto scolastico, dove il 75% degli studenti avrebbe diritto a ricevere gratuitamente il proprio pranzo.

Questo stato di agitazione permanente sta portando all’inevitabile polarizzazione del campo politico, complice anche l’azione politica di Trump.
Inevitabilmente di tutto ciò dovrà tenere conto il candidato del Partito Democratico alle prossime elezioni presidenziali, che, a parer mio, non sarà un esponente dell’ala socialdemocratica del partito ma un liberal capace di fare sue alcune posizioni dei propri rivali, come per esempio l’istituzione di un servizio sanitario universale di qualità e la lotta alle disuguaglianze.
Necessario quindi è l’abbandono del neoliberismo progressista alla Clinton per poter dialogare con le classi popolari e i nuovi soggetti entrati nel campo politico statunitense e che devono essere portati a votare per poter sconfiggere Trump.

venerdì 22 febbraio 2019

0 LA REPUBBLICA POPOLARE DEMOCRATICA DEL LAOS E IL SUO FUTURO


Introduzione

Nell'agosto del 1950, la sezione laotiana del Partito Comunista Indocinese, guidata da Souphanouvong, costituì un'organizzazione separata per lottare a favore dell'indipendenza e del socialismo laotiano. Il frutto della loro lotta è la Repubblica Popolare Democratica del Laos, uno stato, che tra mille difficoltà cerca di costruire il socialismo, di 6,7 milioni di abitanti. Come i loro vicini vietnamiti, loro importanti alleati, anche i laotiani sono sopravvissuti al colonialismo francese, all'imperialismo statunitense, all'isolamento dalla Cina, alla collasso dell'Unione Sovietica e delle democrazie popolari dell’Est Europa e all'ascesa del neoliberismo. 
Quella che segue è una breve panoramica della storia del Laos, la formazione della Repubblica Popolare Democratica del Laos nel 1975 e l'eroica lotta del popolo laotiano per vincere e mantenere la propria libertà in un mondo sempre più ostile.

Da Lan Xang Hom Khao all'Indocina francese

Il territorio che comprende lo stato moderno del Laos assunse la sua forma attuale come conseguenza dell'imperialismo francese, che governò il territorio dal 1889 al 1949 in seguito al crollo di Lan Xang Hom Khao (letteralmente “Regno di un milione di elefanti e parasole bianchi”). Il regno, un tempo prospero, era da tempo frammentato in stati clienti dominati dal potente Regno Rattanakosin nel sud-ovest, noto agli occidentali come Siam.

Nel 1862-1863 l'impero francese annesse le vicina Cambogia e Cocincina e iniziò a inviare spedizioni all'interno del continente. Dopo una breve guerra con il Siam nel 1893, il Laos fu annesso e nel 1898 tutte le loro colonie del Sud-est asiatico furono riorganizzate nell'Indocina francese. La sovranità del Laos a Louangphabang conservò solo l'autonomia nominale.

All'inizio del XX secolo, gli imperialisti francesi si resero conto che il loro obiettivo principale nel sud-est asiatico, conquistare il Siam, non era possibile. Il regno dei Rattakonsin divenne parte della sfera d'influenza dell'impero britannico dopo aver perso la guerra con la Francia. Di conseguenza, i francesi consideravano il Laos come una regione di confine per fornire sicurezza ai territori vietnamiti di gran lunga più preziosi e come entroterra per fornire risorse per l'industria vietnamita sotto controllo francese vicino alla costa. I francesi hanno sfruttato il paese per la coltivazione del riso e la produzione di alcol di riso, impiegando un sistema di lavoro basato sulle corvée. Negli anni '20, i francesi aprirono anche una miniera di stagno e una piantagione di caffè, anche se pochi residenti francesi vi si stabilirono.

La formazione dell'identità nazionale laotiana

All'inizio del XX secolo, la resistenza alla crescita delle istituzioni coloniali costituì un gruppo attivo di intellettuali anti-colonialisti che giocarono un ruolo chiave nella creazione di una nuova coscienza nazionale laotiana. Le lotte militanti anti-coloniali hanno dato forma e attenzione alla spinta all'indipendenza laotiana, unendo le diverse etnie e culture non laotiane negli altopiani a est e sud in una causa comune contro l'imperialismo francese.

I francesi fondarono diverse istituzioni coloniali a Vientiane, trasformando una piccola città regionale nel principale centro amministrativo e culturale del paese. Le istituzioni coloniali come la scuola di legge e l'Istituto indipendente buddista laotiano miravano a creare una piccola borghesia indigena di amministratori civili che gestissero il paese per conto dell'Impero francese. Questa piccola borghesia, tuttavia, iniziò ad avere proprie ispirazioni nazionaliste e avrebbe sostenuto la spinta all'indipendenza promossa dalla monarchia laotiana durante e dopo la Seconda guerra mondiale, sebbene molti di loro in seguito avrebbero favorito la cooperazione con l'Occidente contro la rivoluzione socialista.

Le tasse onerose e lo sfruttamento estensivo dei contadini laotiani come lavoratori non pagati generarono un forte risentimento in tutto il paese. Le insurrezioni del leader spirituale Ong-Keo e del suo successore Ong Kommandam nel sud e degli Hmong nel nord hanno frustrato le autorità francesi per decenni. La rivolta di Keo e Kommandam, conosciuta come “la ribellione dell'uomo santo”, forgiò un'identità comune per le varie tribù collinari del sud, che Kommandam chiamò collettivamente il Khom, e mirava a riaffermare il prestigio e la gloria di cui avevano goduto nel passato i regni di Khmer e Lan Xang.

Camminare sul filo del rasoio verso l'indipendenza: la Seconda guerra mondiale

Un colpo di stato pose fine a 800 anni di dominio monarchico assoluto nel Regno di Rattanakosin nel 1932 e creò una monarchia costituzionale controllata dai nazionalisti etnici Tai. Rinominando il paese Thailandia, il Khana Ratsadon (Partito popolare) guidato dal feldmaresciallo Plaek Phibunsongkhram, mirava a unire tutti i popoli Tai, incluso il Laos, sotto un unico stato. Dopo che la Francia fu sconfitta e occupata dalla Germania nazista nel 1940, la Francia di Vichy, governata dal feldmaresciallo Philippe Petain, assunse il controllo sulle colonie dell'impero francese e si alleò con la Germania. Con la Francia occupata dalla Germania nazista, il governo thailandese colse l'opportunità di invadere e annettere diverse province nella valle del Mekong. I suoi alleati giapponesi mediarono il trattato di pace con la Francia di Vichy, usando la crisi come l'opportunità per stabilire la propria presenza nel Sud-est asiatico.

I gruppi nazionalisti laotiani, vietnamiti e cambogiani, incluso il Movimento Nazionalista Laotiano per il rinnovamento nazionale, hanno continuato a combattere. Hanno temprato una maggiore unità nazionale durante il governo del Fronte popolare francese dal 1936 al 1938, che ha permesso a entrambi i partiti nazionalisti e comunisti di operare legalmente e persino di entrare nelle coalizioni governative. Ma nel 1939 tutti questi gruppi erano stati banditi.

Nel febbraio 1941, Ho Chi Minh tornò dall'estero, e il Partito comunista indocinese adottò un programma di liberazione nazionale, formando la "Lega per l'indipendenza del Vietnam" (Viet Nam Doc Lap Dong Minh Hoi, o Viet Minh) per combattere contro le autorità coloniali francesi e gli occupanti giapponesi. Un gran numero di combattenti per la libertà del Laos si unirono ai ranghi del Viet Minh.

Il 9 marzo 1945, il governo giapponese, nel tentativo di rimediare ad una situazione di completo fallimento, occupò direttamente l'Indocina francese, imprigionando le autorità coloniali e formando diversi governi nazionali in una costellazione di stati semi-indipendenti incorporati con la forza nella sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale. Anche se il Vietnam è stato demolito, la Cambogia e il Laos sono diventati stati indipendenti fino alla fine della Seconda guerra mondiale, quando furono nuovamente occupati dai francesi che recuperarono anche i territori conquistati dalla monarchia thailandese.

I tre principi

I comunisti laotiani del Partito Comunista Indocinese combatterono con il Viet Minh e acquisirono inestimabile esperienza militare e politica negli anni '40. Sebbene il loro "Fronte del Laos libero", successivamente abbreviato in "Pathet Lao", fosse nominalmente favorevole al governo monarchico del Laos libero in esilio, in realtà rimase strettamente alleato dei comunisti vietnamiti.

Ironia della sorte, i capi delle tre forze della guerra civile del Laos erano tutti figli del principe Bounkhoung, l'ultimo viceré di Louangphabang.

Dei "tre principi", come sono conosciuti nella storia del Laos, Souphanouvong è il più famoso. Era uno dei leader e organizzatori chiave del Pathet Lao, uno stretto sostenitore di Ho Chi Minh e un comunista impegnato. Il fratellastro Boun Oum era un monarchico e il loro fratellastro Souvanna Phouma era un moderato occidentale. Souphanouvong era l'unico dei tre a non essere totalmente di "sangue nobile", sua madre proveniva da una famiglia di contadini.


“La guerra nascosta”

La storica vittoria vietnamita a Dien Bien Phu nel 1954 spodestò i francesi. Vietnam, Cambogia e Laos conquistarono la loro indipendenza. Gli Stati Uniti sono intervenuti per creare lo stato fantoccio sudvietnamita tra i tre paesi di nuova indipendenza.

La cosiddetta "teoria dei domini" asseriva che gli stati socialisti incoraggiavano le rivoluzioni nei paesi vicini. Ciò spinse gli Stati Uniti a stringere legami molto più stretti con il governo thailandese e ad impegnarsi maggiormente nella lotta al comunismo nel Sud-est asiatico. Sebbene il sostegno americano al Vietnam del Sud nella sua guerra contro il Nord e la guerra civile contro il Fronte di liberazione nazionale fosse ben pubblicizzato, il loro crescente coinvolgimento in Laos venne ripetutamente negato e tenuto nascosto dai media, era la famosa “Guerra nascosta."

All'inizio della guerra, l'intelligence americana ha considerato di schierare 60.000 soldati nel Laos meridionale per sostenere la loro parte nel conflitto, valutando persino l'opzione dell'utilizzo di armi nucleari. La CIA ha speso 500 milioni di dollari per addestrare e armare decine di migliaia di Hmong per conto della monarchia laotiana mentre l'insurrezione comunista nel nord e nell'est cresceva. È la più grande operazione paramilitare che la CIA abbia mai intrapreso.

Il Laos era la chiave della guerra di resistenza contro gli USA per il Vietnam, permetteva all'Esercito del Nord Vietnam di inviare soldati e rifornimenti attraverso il lato orientale del suo territorio lungo quello che divenne noto come "Il sentiero di Ho Chi Minh". Oltre al loro coinvolgimento diretto nella Guerra Civile Laotiana, gli americani hanno condotto diversi bombardamenti contro il Sentiero di Ho Chi Minh, tra cui le Operazioni Barrel Roll, Steel Tiger e Commando Hunt. Tra il 1964 e il 1973, gli Stati Uniti hanno intrapreso 580.000 missioni di bombardamento e lanciato 2 milioni di tonnellate di bombe sul Laos, una quantità di bombe maggiore di quelle sganciate durante tutta la Seconda guerra mondiale. Più di 50.000 persone sono morte durante la Guerra Civile Laotiana. Ciò ha avuto un impatto enorme su un piccolo paese di soli 3,5 milioni di abitanti, con danni visibili ancora oggi. Altre 20.000 persone sono state uccise da quando la guerra è finita, grazie alle bombe degli Stati Uniti inesplose. A settembre 2016, l'allora presidente americano Barack Obama ha promesso 90 milioni di dollari per aiutare il Laos a trovare e disarmare le stimate 80 milioni di bombe a grappolo inesplose. Anche se ha rivendicato l’obbligo di aiutare il Laos, ha smesso di scusarsi per i crimini statunitensi commessi a suo tempo nel paese.
Gran parte della coltivazione su larga scala del papavero nella regione deriva anche dall'era della guerra civile. La CIA trafficava narcotici oppioidi per sostenere le comunità che stava armando per combattere i comunisti, in particolare gli Hmong. I problemi con il contrabbando di droga lontano dalle aree popolate continuano a frustrare il governo centrale, e probabilmente continueranno a lungo mentre il Myanmar e, in misura minore, la Thailandia, rimangono incapaci di arginare il redditizio traffico di papaveri e narcotici.


Il Pathet Lao vittorioso

Quando i vietnamiti sconfissero gli Stati Uniti nell'aprile del 1975, costrinsero gli Stati Uniti a lasciare l'intera regione. Il supporto degli Stati Uniti alla monarchia laotiana diminuì. Il Pathet Lao prese il potere nel dicembre del 1975, sette mesi dopo i loro omologhi vietnamiti.

Il paese venne ribattezzato Repubblica Popolare Democratica del Laos, e il Pathet Lao venne riorganizzato come Partito Rivoluzionario del Popolo Lao. Souphanouvong divenne presidente della Repubblica, ma non era attivo nella leadership del Pathet Lao. Si ritirò a vita privata nel 1991 per diventare il padre fondatore del nuovo Laos. Morì nel 1995. I comunisti laotiani godevano del sostegno di una varietà di organizzazioni nazionali che rappresentavano le diverse minoranze etniche del Laos.

Una volta finita la guerra, nuovi problemi sono apparsi all’orizzonte: il Laos non aveva quasi nessuna industria su cui basare un'espansione delle forze produttive. La formazione dei rapporti socialisti di produzione nel paese presero principalmente la forma della nazionalizzazione, della collettivizzazione dell'agricoltura e del monopolio statale sul commercio estero. Le relazioni politiche con i paesi vicini hanno reso difficile la crescita economica e, a seguito del confine poroso con la Thailandia, è emerso un prolifico mercato nero, dove gli agricoltori laotiani potevano vendere i propri beni. Ciò ha frustrato gli sforzi del governo per controllare l'accumulazione capitalista nel paese e per raggiungere l'autosufficienza.

Costruire il socialismo nel Laos

Nel 1976 i militari presero ancora una volta il potere in Thailandia, chiudendo il confine ma anche intensificando il sostegno tailandese alle forze terroristiche nel Laos che stavano attaccando le fattorie collettivizzate, sabotavano la produzione e assassinavano i funzionari comunisti. Allo stesso tempo, il deterioramento delle relazioni tra Vietnam e Cambogia colpì indirettamente il Laos. Il governo socialista del Vietnam intervenne in Cambogia per porre fine al regime dei Khmer Rouge. La Cina sostenne i Khmer Rouge per contrastare il Vietnam filo-sovietico, da tempo ormai Pechino aveva scelto la strada dell'alleanza silenziosa con gli USA, identificando nel socialimperialismo sovietico la principale minaccia alla pace mondiale.
Dietro tutto ciò c’era anche un marcato disprezzo di Deng Xiaoping verso i vietnamiti, sono storici gli scontri tra i due paesi, a lungo il Vietnam lottò contro i cinesi per la propria indipendenza.
Allo stesso modo il sostegno vietnamita al Laos o il suo intervento in Cambogia non furono disinteressati. Dai tempi del Partito Comunista Indocinese l’obiettivo di Hanoi era quello di creare una federazione di stati socialisti nell’Indocina sotto la propria egemonia. Pol Pot rappresentava un chiaro ostacolo al suo progetto, il dirigente khmer aveva ben chiaro il progetto vietnamita e lo avrebbe ostacolato in ogni modo.
La Cina rispose con una spedizione punitiva che distrusse Hanoi, una città che stava appena cominciando a riprendersi da 13 anni di bombardamenti americani. La rottura dei rapporti internazionali ha lasciato il Laos con pochi amici. Alla fine del decennio, furono costretti a fare marcia indietro rispetto alle riforme socialiste più radicali e a consentire un ritorno parziale delle relazioni di mercato. Sebbene molti contadini abbiano lasciato le fattorie collettive negli anni '80 e le loro terre siano tornate sotto la gestione individuale, lo Stato possiede ancora quella terra e la affitta ai cittadini del Laos per un periodo di 30 anni, o agli investitori stranieri fino a 50 anni. Tuttavia, ancora oggi il 37% dei terreni agricoli non è sicuro a causa delle munizioni non distrutte risalenti al periodo bellico. In un paese in cui il 70% della popolazione è impegnata nell'agricoltura di sussistenza, si tratta di un enorme drenaggio del potenziale economico del Laos.

Nel 1977 il Vietnam e il Laos firmarono un trattato di amicizia di 25 anni, e i consulenti vietnamiti fornirono la necessaria competenza nelle politiche governative e economiche. Vietnam e Laos combaciano, come dice il proverbio, "come labbra e denti". Il Laos si avvicinava al Vietnam come suo principale partner commerciale e unica strada verso il mare. L'Unione Sovietica fornì la maggior parte degli aiuti stranieri al Laos e in particolare alle forze armate laotiane.

Nel 1981 il Primo piano quinquennale mirava all'autosufficienza, ma la percezione della lenta crescita economica di circa il 5% all'anno era giudicata insufficiente, e il Secondo piano quinquennale del 1986-1990 attuò il nuovo meccanismo economico (NEM), che mirava a integrare lentamente parti dell'economia del Laos con l'economia mondiale senza sacrificare la sua autosufficienza alimentare, un obiettivo essenziale per ogni paese in via di sviluppo, come dimostra la storia recente dell’Africa, dove l’apertura totale al mercato estero, magari sotto le pressioni del FMI, ha portato alla distruzione dell’agricoltura locale e alla dipendenza alimentare dall’estero.
Mentre il mondo capitalista è rimasto largamente disinteressato al Laos, la Cina, il Vietnam e la Repubblica Popolare Democratica di Corea sono i principali investitori nel paese. Alla fine del Secondo piano quinquennale, la produzione di riso era raddoppiata e la produzione di zucchero era aumentata del 40%. Dal 1990 il Laos ha dimezzato il numero di persone che vivono in povertà, mentre la popolazione è quasi raddoppiata. Nonostante questi progressi, il Laos rimane un paese oppresso che cerca di superare i problemi ereditati dal tumultuoso passato.

ll futuro del Laos 

Negli ultimi anni il governo laotiano si è concentrato sull’industria estrattiva, aprendo nuove miniere di stagno e potassio con l'aiuto della Cina e della Corea del Nord, e miniere d’oro, argento e rame in collaborazione con altri investitori, in particolare dall'Australia. Il settore minerario comprende solo il 7% circa dell'economia laotiana, con il contributo del settore industriale del 28,6%. L'energia idroelettrica costituisce una parte enorme dell'economia del Laos, costituendo il 30% delle sue esportazioni nel 2017. Gli ingenti investimenti del governo in questo campo industriale sono iniziati nel 1993 e si sono rapidamente espansi a causa della bassa densità della popolazione del paese e della relativa facilità con cui le nuove dighe possono essere costruite. Il Laos produce già molta più energia di quanta ne consuma, è pronto a diventare un importante fornitore di elettricità pulita per tutto il Sud-est asiatico.

Un altro settore che traina la sua crescita economica è quello delle piantagioni di gomma, la maggior parte nel nord, vicino al confine cinese. Si prevede che l'area coltivata a gomma raggiungerà i 13,8 milioni di ettari, gran parte di questa crescita deriva dalla domanda di pneumatici dell'industria automobilistica in rapida espansione in Cina. Molte di queste piantagioni sono finanziate da investitori stranieri, ma i villaggi locali lottano per esercitare un controllo comunitario sulle piantagioni, come previsto dalla legge.

Il Partito Rivoluzionario del Popolo Lao mantiene una regolamentazione del lavoro molto rigida che rifletta il potere della classe operaia. I sindacati coesistono con gli organi di partito e di consiglio, tutte le unità lavorative devono avere un rappresentante sindacale. I lavoratori sono protetti da queste istituzioni dall'essere licenziati, qualsiasi licenziamento deve essere giustificato in tribunale. Tali giustificazioni devono dimostrare che il datore di lavoro ha già cercato un nuovo impiego per il lavoratore, mentre paga un'indennità di licenziamento per sostenerlo mentre continua a cercare un nuovo lavoro. Anche l'occupazione è un compito a cui contribuiscono il governo e i sindacati. Il lavoro è limitato a 8 ore al giorno o 48 ore a settimana per tutte le operazioni, con limiti massimi di ore di lavoro straordinario e con assenze per malattia pagate estremamente generose, congedo di maternità e ferie.

Nonostante queste protezioni, la presenza di relazioni di mercato garantisce la sopravvivenza di una borghesia nel Laos. Sotto il socialismo, la lotta di classe continua ma assume nuove forme. Il potere della borghesia si basa principalmente sul controllo dei mercati locali e sul commercio nel paese altamente decentralizzato. Tuttavia, il controllo esercitato dalla classe lavoratrice laotiana sui settori dominanti dell'economia e i rigidi limiti alla proprietà privata mantiene la borghesia laotiana al guinzaglio.

Il futuro del socialismo e del Laos sono strettamente legati al destino dei suoi vicini socialisti. La cooperazione con la Cina e le nuove opportunità commerciali con le circostanti nazioni del Sud-Est asiatico promettono una crescita economica. Quando parliamo di crescita economica e accumulazione di capitale, non dovremmo mai dimenticare di porre la domanda posta da Lenin: "per chi?" ed in fondo è anche la lezione che abbiamo appreso in questi anni leggendo i lavori di maestri come Charles Bettlheim o imparando dalla lettura dei lavori del Presidente Mao

lunedì 18 febbraio 2019

0 LA LOTTA DEI PASTORI SARDI


In questi giorni che precedono le elezioni regionali in Sardegna è scoppiata sull’isola una dura protesta dei pastori sardi a causa del basso prezzo al quale vendono il proprio latte, sessanta centesimi al litro, alle industrie casearie che lo usano per produrre il famoso pecorino romano, venduto ormai in tutto il mondo.
Sessanta centesimi al litro, un prezzo talmente basso da non coprire neanche le spese per la produzione del latte, praticamente i pastori lavorano in perdita, generando quella frustrazione che li ha portati a rovesciare per le strade dell’isola il frutto del proprio lavoro.
La protesta ha raccolto un notevole sostegno da parte della popolazione, ad iniziare dagli studenti per arrivare ad altri lavoratori colpiti dalla crisi economica, come i minatori.
Purtroppo anche la politica sta cercando di sfruttare cinicamente la lotta dei pastori sardi, visto anche l’imminente appuntamento elettorale, con il rischio concreto di vedere illusi anche questi lavoratori dalla nostra classe dirigente, come è successo recentemente, per esempio, con lo stabilimento della Pernigotti di Novi Ligure.



Questa protesta si innesta su una situazione di forte instabilità economica che coinvolge da anni la Sardegna, con un tasso di disoccupazione sopra il 15%, quindi superiore alla media italiana intorno all’11%, che per quanto riguarda la disoccupazione giovanile supera il 55%, rendendola una delle regioni europee con meno giovani occupati.
Tutto ciò risulta più drammatico considerando che le zone in cui lavorano i pastori sardi sono quelle interne, lontane dalle zone turistiche della costa, e questo rende la loro attività vitale per quest’area dell’isola.
Il settore della pastorizia in Sardegna è in crisi dagli anni ‘80, con la scomparsa ad oggi del 35% delle aziende pastorali, un trend che ha avuto il suo picco tra il 1990 e il 2010 e che sembra confermato anche per il periodo compreso tra il 2010 e il 2018, complice la crisi economica globale che ha portato alla contrazione dei prezzi dei prodotti derivati dal latte.
I pastori hanno cercato di rispondere alle nuove sfide globali modernizzando la produzione e per farlo hanno contratto dei debiti che in questa situazione potrebbero non riuscire a pagare, minando l’esistenza stessa della propria attività.


Il cuore della questione risiede nel conflitto tra pastori e industriali caseari e sul prezzo prodotto da questo conflitto, in cui sembra non voler intervenire lo Stato per cercare un compromesso utile quantomeno per tenere in vita la filiera produttiva sull’isola.
Lavorare il latte ovino richiede esperienza e fatica, bisogna tenere in considerazione il fatto che la produzione giornaliera è bassa, circa 1,5 litri, ed avviene solo in alcuni mesi dell’anno.
Il latte prodotto viene conferito a delle cooperative trasformatrici che stabiliscono il prezzo a tavolino, facendo un rapporto tra domanda e offerta.
Il pastore, messo davanti agli industriali, non riesce ad avere un adeguato potere contrattuale e finisce per accettare il prezzo del proprio lavoro stabilito da altri.


Il 60% del latte ovino sardo viene impiegato per la produzione del pecorino romano, solitamente venduto ad 8 euro al kg, contando che per produrre un kg di pecorino occorrono 7 litri di latte.
Evidentemente questi prezzi minano la sopravvivenza della filiera e solamente chi trasforma autonomamente il latte è in grado di andare avanti.
Bisogna lottare per il riconoscimento del valore del proprio lavoro, lottando per la dignità dei contadini e degli allevatori che ogni giorno ingaggiano una lotta mortale con l’industria agroalimentare che cerca di divorarli ed accumula sempre più profitti sfruttando il prodotto del lavoro altrui.
Il risultato di tutto ciò non è solo la disperazione dei pastori sardi ma anche quei dannati della Terra che vivono ai margini della nostra campagna, pagati quattro spiccioli e spremuti ogni giorno come limoni, che con il proprio lavoro schiavistico consentono di vendere a pochi euro nei nostri negozi la passata di pomodoro o le arance.
Dobbiamo lottare per delle filiere produttive sostenibili, rispettose della dignità dei lavoratori e contro la Grande Distribuzione Organizzata, al vertice di questa piramide di sfruttamento.


















venerdì 15 febbraio 2019

0 FERNANDO MARTINEZ HEREDIA E IL PENSIERO CRITICO CUBANO



Fernando Martínez Heredia (1939-2017), formatosi nell'ascesa e nello splendore del marxismo degli anni '60, sapeva già che la storia esclusivamente "politica" è un "idolo" da sconfiggere, sapeva e usava i progressi di quell'ora di storia sociale e "dal basso", e faceva parte della ripresa latinoamericana del marxismo eterodosso, nel suo caso in particolare il contributo di Antonio Gramsci e la sua teoria dell'egemonia.
Questa formazione lo colloca in una posizione vantaggiosa per comprendere le molteplici dimensioni sociali della politica, per rendere le persone visibili e per fare qualcosa tanto importante quanto difficile da capire: identificare come la "gente comune" vince e come perde all'interno di un dato processo e come vengono incorporate le sue richieste, in modo belligerante o mediato, nei posteri di tali processi, per esempio nelle forme istituzionali che fissa e nei duraturi cambiamenti culturali che produce. Da questo codice di lettura, Martinez Heredia ha inferto un duro colpo a decenni di discorsi e "analisi" sulla "pseudo-repubblica" cubana, quando disse: la repubblica borghese di Cuba nel 1901 "fu un risultato post-rivoluzionario, non controrivoluzionario" (Martinez Heredia 2000) con quella che si chiama analisi sociale.
È necessario sottolinearlo, data la seduzione - esercitata da un giudizio che toglie alla sua opera il suo supporto teorico: come Martinez Heredia era "umile" ed era "molto rivoluzionario", il suo approccio era distaccato dal suo carattere e dai suoi impegni. Tuttavia, non è sufficiente voler fare qualcosa, è necessario sapere, essere in grado e osare farlo.
In questo, Martinez Heredia mantenne una mirabile cocciutaggine per tutta la sua vita. Sapeva, poteva e osava fare: pubblicò il marxismo occidentale quando era un "problema ideologico"; ha studiato la rivoluzione del 1930 - "la più sconosciuta delle rivoluzioni cubane" - quando era conflittuale avvicinarsi con rinnovati approcci alla tradizione nazionalista cubana, in momenti politici in cui, d'altra parte, il "passato" veniva delegittimato e ricercati teorici esotici andavano alle radici del processo rivoluzionario (come la descrizione allucinatoria di Blas Roca delle fasi "feudale, capitalista e socialista" che Cuba avrebbe vissuto fino ad allora); e scrisse il miglior libro prodotto a Cuba sul pensiero integrale di Ernesto Che Guevara, dopo due decenni di silenzio analitico nazionale sul "guerrigliero eroico".

Non a caso, Martínez Heredia ha scelto Julio Antonio Mella come soggetto di uno dei suoi primi testi. Con "Perché Julio Antonio" comprese lo svincolo della tradizione nazionalista democratica con il migliore marxismo critico prodotto a Cuba. Mella recuperato dalla tradizione patriottica della lotta per l'indipendenza e fuso con l'ideale di liberazione sociale nell'emancipazione chiave dal dominio classista. Da qui, la sua lettura di Martí è stata tanto originale quanto antagonista: il progetto non è quello di sostituire "lo straniero ricco con il ricco nazionale", "Cuba Libre, per gli operai! Questo è l'unico modo per applicare i principi del Partito Rivoluzionario [Cubano, di José Martí] dal 1895 al 1928." Grazie a questo approccio mellista, contro una visione diffusa che la sua rivista Pensamiento Critico si occupava solamente di pensiero "straniero", sono stati elaborati molti numeri dedicati a José Martí (No.49-50, 1971), e alla rivoluzione del 1930-33 (n. 39, 1970). Con lui, il team della rivista, con alla testa Martínez Heredia, ha proposto nuovi approcci e costruito nuovi archivi e documenti sulla memoria della tradizione nazionalista e sulla teoria marxista delle rivoluzioni.

Potrebbe esserci un numero infinito di ricercatori che condividono i tratti personali e gli impegni politici di Martinez Heredia. Possono anche produrre, e in effetti è così, risultati analitici completamente diversi. L'autore di “La rivoluzione cubana del ‘30” ha spiegato le condizioni di possibilità dell'approccio teorico che ha combattuto attraverso la sua opera: 

"sia l'elogio della Repubblica del 1902-1958 sia l'astratto rifiuto in blocco di quel periodo storico hanno in comune la mancanza di relazione con la vita e i problemi della gente comune, e una certa abitudine mentale e ideologica delle classi medie, molto lontana dalla lotta per la sopravvivenza e da una faticosa e lenta ascesa sociale alla quale sono obbligati la maggioranza della popolazione."

(Martínez Heredia 2002)

La sua comprensione del "popolo" proveniva da una specifica matrice teorica che operazionalizzava in questo modo: a) le persone si riferiscono a una polarizzazione, non a una stratificazione sociale; b) questo gruppo ha più identità dall'identificazione del nemico che dal sé, e dagli altri come "altri" (identità e alterità); c) c'è un dinamismo: la cittadinanza non è data una volta per sempre, né è uguale a se stessa; e la sua composizione, i suoi tratti e le sue motivazioni possono essere raccontati. (Martínez Heredia 1999)

Martínez Heredia spiegò che la sua elaborazione apparteneva a una singolare corrente del marxismo - perché riconosceva sempre l'esistenza di diversi marxismi, come di diversi socialismi, a Cuba, sia nella storia precedente che successiva al 1959. La sua è la tradizione di Gramsci, che descriveva il popolo, nel senso di "il plebeo", come "il blocco sociale degli oppressi", opposto al "blocco storico" al potere, con un senso simile a Rosa Luxemburg . Nella tradizione politica cubana, il concetto di "popolo" più simile a quello di Martinez Heredia è quello di Fidel Castro in La historia me absolverá: "noi chiamiamo il popolo, se si tratta di una lotta ...".
In questa prospettiva, l'unica sede del potere politico è la comunità politica chiamata "popolo", costituita attraverso la propria esperienza politica. Questa nozione non confonde le persone con la società civile. Il primo nasce dal riconoscere le differenze sociali e considera l'abolizione delle forme di dominio nate da queste differenze, che segregano i cittadini dai non cittadini, o i cittadini di prima categoria e di secondo categoria. D'altra parte, la "società civile" non riconosce le asimmetrie sociali esistenti come punto di partenza, poiché funziona come se esistesse già una comunità universale di cittadini "uguali" l'uno all'altro. Martinez Heredia ha specificato la sua comprensione in questo modo: "Esploro le possibilità della conoscenza dal considerare che le classi sociali sono costituite solo dalle loro contrapposizioni, percezioni e atteggiamenti conflittuali, cioè dalle lotte di classe". (Martínez Heredia 1999)

Tuttavia, non condivideva la prospettiva esclusivamente classista, che rende la metonimia - sia classica che riduttiva - tra classe e sociale, e che produce "storie del movimento operaio" anziché "storia dei lavoratori". I suoi numerosi ed eruditi studi sul ruolo della razza e dell'anti-razzismo nella formazione del popolo cubano, e nelle loro dinamiche sociali e politiche, così come sul cambiamento culturale e le sue conseguenze per una rivoluzione, sono sufficienti a dimostrarlo.
Tra i suoi studi su questi temi ricordo particolarmente quelli dedicati a Ricardo Batrell e José Isabel Herrera (Mangoché), con le lunghe dissertazioni sul marchio culturale e sociale del popolo "SOA", "senza altro cognome", e le sue recitazioni - che Carpentier avrebbe voluto sentire - di canzoni popolari di indipendenza (come ha fatto anche con temi popolari della repubblica, la rivoluzione e la guerra in Angola). Questa massa di composizioni popolari faceva parte della sua analisi e le citava nei suoi testi, come fece con "La clave a Maceo", del Sindo Garay, che trascrisse come segue: "Se Maceo dovesse rivivere, e la sua nobile patria contemplasse ancora una volta / sicuramente la vergogna l'avrebbe ucciso / e sarebbe morto di nuovo ". (Martínez Heredia 2001, p.302)

Con tali risorse, ha preso le distanze da ogni propensione verso il nazionalismo del contenuto etnico, che tende a mantenere relazioni orrende con la democrazia politica. Questo nazionalismo, come spiegato da Ramón Máiz, si basa sull'idea di una nazione come tradizione condivisa, origine comune, storia e cultura, cioè "l'amore ridicolo della terra [o] l'erba che le nostre piante calpestano", nelle parole di Martí. La tradizione e l'adesione a questi valori organici sono più decisivi nella formazione della nazione e dei valori politici, cioè "l'odio invincibile di coloro che la opprimono [...] l'eterno risentimento di coloro che la attaccano", di nuovo la parole sono di Martí. Questo discorso etnico identifica uno "spirito nazionale", che è invocato in nome di un popolo omogeneizzato nel discorso e strumentalizzato politicamente.
Martinez Heredia ha aderito ad un'altra corrente di comprensione del nazionalismo, secondo cui la nazione e il nazionalismo sono stati invocati attraverso la giustizia sociale e la giustizia razziale. È la tradizione dell'incrocio tra Fernando Ortiz, da un lato, e Rafael Soto Paz con Raúl Cepero Bonilla, dall'altro. Con il primo, capì che per sistemare la "cubanidad" su base strettamente culturale, doveva purificarla da tutte le connotazioni razziali suscettibili di essere usate in negativo; con quest'ultimo, capì che il liberalismo oligarchico non difendeva solo un concetto esclusivo di proprietà privata su beni e risorse, ma difendeva anche la proprietà esclusiva della nazione da parte della nazione bianca.
Martínez Heredia ha sostenuto le teorie organiche e volontaristiche della nazione per ottenere una costruzione aperta: è cubano nato a Cuba e parte della sua cultura, ma anche per "la consapevolezza di essere cubani e la volontà di volerlo essere".

Martínez Heredia ha sempre combattuto il "purismo" dottrinale del "marxismo-leninismo", da cui deriva necessariamente una politica settaria. Un approccio teorico aperto non è solo più percettivo nei confronti del sociale, ma consente anche politiche più aperte al sociale. La storia del marxismo ha capitoli tragici di quella correlazione tra teoria settaria e politica. 
Tuttavia, nessuno può legittimamente invocare l'autore di Nella fornace degli anni novanta per giustificare le interpretazioni settarie della storia di Cuba, o le politiche repressive della diversità - ideologica, culturale, razziale, ecc. - nel paese: 

"Quando facciamo appello alla repubblica neocoloniale, scivoliamo verso antinomie che distorcono o oscurano la comprensione del nostro processo storico: "patricios vs.esclavistas", "cubani vs spagnoli "," cubani vs. imperialisti ". In questo modo semplicistico, che implica l'intervento di blocchi che, in realtà, non sono mai esistiti, di cui tutti i cubani avrebbero fatto parte - esclusi i "cattivi cubani" o i "traditori".

Il radicalismo di Martínez Heredia ha questa componente, che ha anche spiegato analizzando il contesto dei primi anni '60 e il trionfo del popolo cubano a Playa Girón: "La componente nazionalista radicale della Rivoluzione, e l'orgoglio allora fiorente di essere cubani, si imposero su 'classicismi' ed estremismi". (Martinez Heredia 2002) Se vogliamo parlare del suo carattere personale, sapeva anche vivere come predicava: aveva legioni di seguaci che appartengono a correnti politiche diverse all'interno dell'attuale politica cubana . Hanno avuto in Martinez Heredia un'insegnante nel campo intellettuale e verso di lui  un'ammirazione notevole. La sua lealtà nei confronti degli amici / partner politici era proverbiale: non si sa di una sua parola che delegittimava un compagno senza base, anche se non condivideva molte delle sue idee.
Con il suo approccio teorico, con la sua etica personale, con la sua politica per le masse, con quell'amore - non c'è bisogno di avere paura della parola amore - per Cuba e per i cubani, si capisce cosa Martínez Heredia chiamava "la forza della gente". È anche la sua personale forza ed eredità. La forza di Fernando Martínez Heredia sta nel sapere, poter osare e ammirare, rispettare e fare politica con e verso il popolo di Cuba.

Fonti:

Fontana, Josep (2010): La historia de los hombres. El siglo XX. 1ª ed., 2ª reimp. Barcelona: Crítica (Biblioteca de Bolsillo, 81).

Martínez Heredia, Fernando (1999): “La fuerza del pueblo”. En Temas (no. 16-17, octubre de 1998- junio), pp. 82–93.

Martínez Heredia, Fernando (2000): “Nacionalizando la nación. Reformulación de la hegemonía en la segunda república cubana”. En Ana Vera Estrada (Ed.): Pensamiento y tradiciones populares. Estudios de identidad cultural cubana y latinoamericana. La Habana: Centro de Investigación y Desarrollo de la Cultura Cubana Juan Marinello.

Martínez Heredia, Fernando (2001): “Ricardo Batrell empuña la pluma”. En Orlando García Martínez, Fernando Martínez Heredia, Rebecca Jarvis Scott (Eds.): Espacios, silencios y los sentidos de la libertad. Cuba entre 1878 y 1912. La Habana: Ediciones Unión (Colección Clío).


Martínez Heredia, Fernando (2002): “El pueblo de Cuba y el 20 de mayo”. En La Gaceta de Cuba (No. 4, UNEAC, La Habana, jul.-ago.).


martedì 12 febbraio 2019

0 SULLO SCIOPERO DEL 9 FEBBRAIO CONTRO LA MANOVRA ECONOMICA DEL GOVERNO GIALLO-VERDE


Nella giornata di sabato 9 febbraio 2019, i “sindacatoni confederali” hanno manifestato contro l’unica manovra di un esecutivo italiano degli ultimi anni che, pur con vari limiti e difetti, ha tentato di interrompere la linea neo-liberista ed anti-popolare finora imposta dai superpoteri egemoni in Europa: alta finanza, banche d’affari e multinazionali. Insomma, proprio coloro che, per vocazione ed antonomasia, dovrebbero (in teoria) sindacare e tutelare gli interessi sociali e materiali ed i diritti dei soggetti più deboli ed indifesi, degli “ultimi” e delle classi subalterne e popolari, promuovono una manifestazione di protesta contro le misure ed i provvedimenti di legge assunti dal governo che, piaccia o meno, sta tentando di arginare la povertà dilagante in questo Paese e ridistribuire il reddito nazionale che, negli ultimi anni, è stato attribuito e diviso in una maniera fin troppo iniqua, irrazionale e sperequativa a netto vantaggio dei soliti “noti”.
In questo senso leggo il reddito di cittadinanza come misura che, nel bene o nel male, pur tra tanti limiti, deficit, errori e contraddizioni, punta a redistribuire il reddito nazionale. Un obiettivo che nessuno al governo, almeno finora, ha mai perseguito in Italia, da 40 anni a questa parte, se non più tempo ancora. Anzi, direi che finora si è redistribuito il reddito, ma al contrario, in direzione iniqua ed anti-popolare.
Poi ci si meraviglia che la “sinistra” è ridotta ai minimi termini con percentuali elettorali che si aggirano intorno a valori da prefisso telefonico e con una credibilità morale pari a zero? Direi, piuttosto, che sorprende che ancora non si sia estinta totalmente, visto il grado di infamia e di ignominia raggiunto dalla sedicente “sinistra”.

— Compagno Lucio

A me non piace che in quella piazza ci fossero anche i padroni, come afferma correttamente Cremaschi, era una piazza subappaltata a Confindustria che ha aderito convintamente alla manifestazione. Stare in piazza con Calenda e il PD è un’ambiguità che si paga.
Alcune critiche mosse da Landini però sono molto condivisibili.
La mia posizione è la stessa di Fassina che voterà il Reddito di Cittadinanza, poiché è incontestabile che risponde ad un’esigenza presente da tempo nella società, pur cercando di modificare quella proposta.
Il discorso che fa la CGIL secondo me ha abbastanza senso, aldilà della natura burocratica dell’organizzazione e della connivenza con i padroni che è espressa al meglio dalla parabola del signor Bentivogli, leader dei metalmeccanici della CISL, più apprezzato da Confindustria che dai lavoratori.
Il governo ha creato una finestra temporanea per il pensionamento che non cancella affatto la legge Fornero, ricordo che rimane in piedi l’adattamento dell’età per il pensionamento con l’aspettativa di vita, che potrà essere usata di fatto solo dai dipendenti pubblici e qualche lavoratore delle aziende del Nord che non ha subito la crisi e ignora la bomba sociale della pensione dei precari e dei giovani, categorie che spesso coincidono.
Il Reddito di Cittadinanza, per quanto sia un sistema di workfare, cerca di fare lotta alla povertà e politiche del lavoro contemporaneamente.
Agisce solo sul livello dell’offerta quando il problema è la domanda.
Sulla domanda non hanno fatto niente, anzi, hanno tagliato il fondo degli investimenti pubblici che invece sono essenziali per creare lavoro stabile. Se vuoi creare del buon lavoro, perché poi sarebbe da vedere con che contratto questa gente verrà assunta, esiste il rischio che l’unica opportunità offerta sia passare da un lavoretto precario ad un altro, magari trasformando in precario del lavoro oggi stabile, è fare investimenti pubblici, sbloccare il turnover nelle scuole, nella pubblica amministrazione e negli ospedali.
Secondariamente serve anche programmazione industriale e non la vedo nelle proposte del governo.
Posso sicuramente sostenere quello che affermi te, ovvero, che è la migliore manovra economica degli ultimi anni, ma non posso esimermi dal criticarne i limiti che anche te hai evidenziato.

— Bollettino Culturale

Non sono totalmente d’accordo con le vostre opinioni. Penso che la scorsa manifestazione sindacale, per quanto pregiudicata pesantemente da elementi dell’opposizione liberale, sia comunque da supportare, dal momento che — nonostante le belle, e condivisibili, intenzioni e parole propagandistiche proferite dal Governo circa il RdC — nella realtà dei fatti è una misura che non combatte la povertà, bensì la mantiene, pur mantenendo i consumi. Su questo punto sono irremovibile: è giusto da una parte supportare e guidare la narrazione anti-liberista, e distaccarsi dal liberismo democratico, però al contempo non possiamo condividere le pratiche che si rifanno a questa narrazione, se queste in realtà si inseriscono comunque in un quadro capitalista. Soprattutto, trovo interessante vedere come si sia fatto un connubio tra l’antisistemismo dei Cinquestelle e il liberismo nazionale della Lega, e come in realtà questa manovra di fatto non si discosta molto dalle precedenti, eccezion fatta per le intenzioni. O forse nemmeno quelle, ricordo che millantare della creazione di un milione di posti di lavoro è un testimone passato un po’ da tutte le formazioni politiche. Sono d’accordo invece col Bollettino Culturale per ciò che riguarda una seria “manovra” di pianificazione industriale, di investimenti e di assunzioni nell’amministrazione pubblica per far ricombaciare domanda e offerta di lavoro quantomeno nella decenza della stabilità e della tranquillità, senza quella liquida frenesia che di fatto fa ripiombare il lavoro a situazioni precedenti le lotte operaie degli anni Settanta. Vedo il precariato come il ricatto continuo dei padroni al lavoratore, e il fatto che i sindacati si siano mobilitati per una manovra deludente qualsiasi aspettativa non può celare un certo lato positivo. Rimane il fatto che è doveroso prendere le dovute distanze dal progressismo liberaldemocratico, e tali distanze sono antipodi.

— Compagno Emanuele

martedì 5 febbraio 2019

0 LA SECESSIONE DEI RICCHI


Negli ultimi mesi Emilia Romagna, Lombardia e Veneto stanno tentando di ottenere maggiore autonomia dallo Stato centrale.
Vedremo brevemente quando nasce il tema dell’autonomia delle regioni e cosa significa per gli equilibri del paese.

La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 ha aperto la strada ad una forma di regionalismo che prevede il trasferimento alle regioni di poteri, funzioni e competenze paragonabili a quelle degli Stati federali.
Il centrosinistra introdusse alcuni elementi di federalismo fiscale nel tentativo di inseguire l’elettorato della Lega Nord ma con questa mossa ribaltò l’articolo 117, che introdusse livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali uguali per tutti i cittadini, con l’articolo 119 che stabiliva la compartecipazione degli enti locali al gettito dei tributi erariali in base al territorio, ovvero, si stabiliva l’esistenza di servizi uguali per tutti sul territorio nazionale ma nelle regioni ricche i servizi possono essere migliori.
In questo modo è netta la divisione del paese in regioni ricche e povere e la riforma del Titolo V ha permesso in questi mesi ad alcune di esse di reclamare una maggiore autonomia ed è stato possibile grazie al nuovo articolo 114 che pone sullo stesso piano Stato, Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane, aprendo la strada ad una legislazione “contrattata”.
Dopo il fallimento del referendum del 2016, Lombardia e Veneto hanno proceduto attraverso due referendum regionali nel 2017 mentre l’Emilia Romagna ha approvato tramite il suo Consiglio regionale la richiesta di maggiore autonomia.
Il loro scopo è attuare l’articolo 116 della Costituzione introdotto dalla riforma del Titolo V per realizzare “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” con l’obiettivo di ottenere maggiori risorse.
Le maggiori risorse sarebbero dovute al presunto residuo fiscale, ovvero la differenza tra le imposte prelevate dallo Stato centrale e la spesa pubblica erogata, che nasce da un presunto spostamento di risorse da queste regioni ad altri territori.
L’errore risiede nel vedere il rapporto tra territori e Stato quando nella realtà è tra cittadini e Stato.

Queste tre regioni da sole rappresentano il 50% del PIL del paese, stiamo nei fatti assistendo ad una “secessione dei ricchi”, come afferma il professor Gianfranco Viesti.
Nel quadro della maggiore autonomia rientrano le 23 materie previste dal terzo comma dell’articolo 117 (politiche del lavoro, istruzione, salute, tutela dell’ambiente, rapporti internazionali e con l’UE).
Secondo Raffaele Cimmino: 

“Le risorse nazionali da trasferire per le nuove competenze saranno parametrate, dopo un primo anno di transizione, ai fabbisogni standard calcolati tenendo conto anche del gettito fiscale regionale; e fatto comunque salvo l’attuale livello dei servizi, il che significa variazioni solo in aumento. Il gettito fiscale non è stato sinora mai considerato nei complessi calcoli dei fabbisogni standard per i Comuni, collegati sempre e solo alle caratteristiche territoriali e agli aspetti socio-demografici della popolazione. Rapportare il finanziamento dei servizi al gettito fiscale significa stabilire  che  i diritti di cittadinanza, a cominciare da istruzione e salute, possono essere diversi fra i cittadini italiani e le risorse maggiori dove maggiore è il reddito pro-capite (Viesti, 2019)
Quindi l’autonomia differenziata  si sostanzierà nel trattenimento delle proprie risorse da parte dei territori più ricchi. Le regioni gestiranno autonomamente, tra le altre materie, la sanità, l’istruzione e l’organizzazione della giustizia onoraria – settori la cui uniformità sul territorio  nazionale è garantita dalla Costituzione. L’obiettivo è di arrivare alla definizione di fabbisogni standard  a quote più alte rispetto a quelle ipoteticamente nazionali con in più un bonus per le aree ricche, mentre al Sud toccherà nel migliore dei casi accontentarsi del 45,8% del fondo perequativo che oggi viene applicato ai comuni meridionali in violazione alla legge ma nel silenzio generale.” 


Le risorse così distribuite accentueranno il divario tra Nord e Sud nella qualità dei servizi, condannando ulteriormente il nostro Meridione alla miseria, poiché tale stato di cose potrà essere modificato solo con il consenso di tutte le regioni.
Il Meridione ancora una volta verrà colpito senza pietà da una classe dirigente irresponsabile che vuole abbandonare al suo destino metà paese, il quale ormai vive un progressivo processo di spopolamento, invecchiamento e impoverimento che può trasformare il nostro Mezzogiorno in una gigantesca area sottosviluppata e senza futuro.
Il governo, soprattutto grazie alla Lega, vuole cedere maggiori risorse alle regioni settentrionali, minando l’unità nazionale, la qualità di servizi essenziali come la sanità e l’istruzione e quindi il godimento dei diritti fondamentali da parte dei cittadini italiani che potranno, con questa decisione, avere un welfare diversificato in base al territorio.
Se nasci a Milano avrai la possibilità di usufruire di ospedali migliori e di frequentare scuole ben attrezzate e sicure, se nasci a Bari dovrai fare i conti con ospedali sotto organico e scuole in rovina.
Questo è intollerabile ed i primi che dovrebbero opporsi sono quei parlamentari grillini che oggi sono al governo grazie ai milioni di voti meridionali.
L’autonomia regionale reclamata a gran voce da Zaia, che accusa le regioni del Sud di non saper gestire le proprie risorse, rischia di minare l’unità nazionale e di essere la scusa per evitare una maggiore spesa pubblica per migliorare il welfare italiano e per offrire un servizio gratuito e di qualità in ogni angolo del paese.

venerdì 1 febbraio 2019

0 ALAIN DE BENOIST, IL SIMBOLO DELLA NOUVELLE DROITE


Cercare di afferrare il pensiero di Alain de Benoist significa cercare di orientarsi nel disordine della contemporaneità. 
Come disse il filosofo marxista Costanzo Preve:

 “Alain de Benoist potrebbe essere definito un pensatore “atipico”. Non è affatto così. […] È invece un pensatore assolutamente “tipico”, nel senso però che hanno dato a questo termine grandi pensatori come Weber e Lukács. Il termine “tipico” non connota affatto una media statistica […], ma connota la “tipicità storica” (storica, non statistica) di un atteggiamento esemplare o, più esattamente, di una reazione esemplare a una situazione storica. […] La “tipicità” di de Benoist […] sta proprio nell’avere capito che il sistema si riproduce oggi con un impasto di valori di sinistra e di idee di destra, e dunque nella necessità di contrapporsi idealmente ad esso per capirci qualcosa.”

De Benoist riflette sul significato del termine populismo, oggi notevolmente inflazionato e usato strumentalmente per squalificare in Europa ogni critico delle politiche di Bruxelles e dell’UE.
Populista diventa Podemos come il Movimento Cinque Stelle oppure Mélenchon come Le Pen, facendo saltare la vecchia dicotomia destra-sinistra.
Già all’alba del 2000 il pensatore francese affermava che: 

"l’attuale crisi del cleavage destra-sinistra non significa dunque che non esisterà più una destra o una sinistra, ma che tale cleavage, così come l’abbiamo conosciuto fino a un periodo recente, ha ormai perso di significato. Riflesso di un’epoca al tramonto, esso ha semplicemente fatto il suo tempo. L’attualità non fa che confermarlo. […] Le linee di frattura sono ormai trasversali: esse passano all’interno della destra come all’interno della sinistra. Esse, senza dubbio, non hanno ancora determinato un’autentica riclassificazione; siamo però, con ogni evidenza, alla vigilia di un processo di ricomposizione di lunga durata. […] Si vedrà allora con chiarezza come dei concetti considerati in passato come contraddittori siano nei fatti complementari. […] Non più “né destra, né sinistra”, piuttosto «e destra e sinistra», assumendo ciò che di meglio e di più vero esse possono avere. Potrà essere, questo, un modo per non essere più emiplegici o per smettere di essere ciechi. Vale a dire, per difendere non più le idee di destra o di sinistra, bensì le idee giuste."

Dalle sue affermazioni risulta l’analisi di una mutazione nello scacchiere politico europeo e occidentale in generale, già in atto negli anni ‘70, quando volgeva a termine “il trentennio glorioso” del compromesso socialdemocratico che legava il consenso del sistema politico alla creazione di uno stato sociale sempre più solido e con sempre più diritti per una classe operaia inevitabilmente rinforzata.
L’ascesa della Thatcher e di Reagan ha fatto da anticamera alla controriforma neoliberista che ha accompagnato l’avvio della globalizzazione, che Marx spiega essere lo scopo immanente del capitalismo.
Questa controriforma ha portato ad un radicale stravolgimento del campo politico, con l'introduzione ad opera dei carrozzoni socialdemocratici europei del neoliberismo nei propri paesi, basti citare Delors in Francia o Gerhard Schröder in Germania.
De Benoist spiega questo processo riferendosi alle analisi di Jean Claude Michéa, intellettuale francese di formazione marxista, secondo il quale il problema della sinistra risiede nel suo legame con l’Illuminismo che ha trasformato le lotte di popolo in lotte per il progresso.
Il mito del progresso acceca anche quella destra che vorrebbe difendere la comunità subendo però il dominio dell’economico.
Si è creato in questo modo un compatto e trasversale fronte ideologico avente come caratteristica principale “idee di destra e valori di sinistra”, ovvero l'esaltazione acritica del mercato e della sua autoregolazione, il sostegno ad ogni guerra imperialista promossa dall’Impero affetto dalla sindrome di Clint Eastwood e l’esaltazione parossistica dei diritti individuali tipica della sinistra.
A questo de Benoist risponde con un ribaltamento di quanto detto in precedenza, ovvero “idee di sinistra e valori di destra”, operando quindi una sintesi tra alcuni concetti di sinistra e di destra già a partire dall'esperienza della rivista Krisis negli anni ‘80. 
L'accettazione di alcune analisi dell’universo marxista, dalla critica del colonialismo alle battaglie ecologiste, si innestano sulla difesa della comunità, individuata come elemento fondamentale e imprescindibile dell’essenza umana.
Il liberalismo minaccia l’esistenza della comunità facendo leva sull’individualismo e sull’impulso egoistico alla ricerca della massima soddisfazione dei desideri materiali ed economici, rendendo l’individuo un docile consumatore senza radici, passato e futuro, immerso in un presente che diventa categoria astorica.
L’azione del liberalismo lo rende incompatibile con qualsiasi forma sociale comunitaria, contraddistinta da legami sociali solidaristici, che inevitabilmente va distrutta per eliminare ogni ostacolo al processo di accumulazione del capitale, compresa l’etica borghese oggi sostituita dalla “cultura del narcisismo” di cui parlava il sociologo statunitense Lasch. 
De Benoist afferma, inoltre, che l’identità della comunità può essere minacciata dall'immigrazione solamente se i suoi legami sociali sono deboli, contrapponendosi quindi al multiculturalismo liberale, ma dobbiamo evidentemente sfatare uno dei molti luoghi comuni costruiti intorno alla sua figura di intellettuale, de Benoist si è sempre battuto contro ogni forma di razzismo e denuncia l’uso strumentale del tema dell’immigrazione per nascondere il resto dei problemi della nostra società: con o senza questo fenomeno sociale esistono delle contraddizioni lampanti nel capitalismo liberale da affrontare.
Quello che mi sembra l’aspetto più interessante della critica del capitalismo di de Benoist è l'interpretazione di questo modo di produzione come fatto sociale totale, riprendendo le riflessioni del marxista tedesco Kurz, dove il lavoro produce valore e il valore di scambio sottomette il valore d’uso diventando lo strumento di mediazione dei rapporti tra gli uomini a cui si aggiunge la sostituzione dell’ecosfera con la tecnosfera, simbolo del primato dell’economia nella nostra società.

De Benoist legge l’ascesa del populismo come l’ultimo atto del collasso di un sistema egemonico nato con l’Illuminismo e che si sta orientando verso forme sociali comunitarie, in questa visione risiede anche la sua critica del nazionalismo a cui preferisce il comunitarismo che lo porta a parlare di una futura Europa federale dei popoli con base comunitaria e non nazionale e di cui il populismo rappresenta il primo atto, un’articolazione dal basso della proposta politica come reazione all’azione di un'élite arrogante e distante che non nasconde il suo odio di classe quando vede l’avanzata di movimenti che raccolgono le istanze dei ceti popolari.



 

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