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giovedì 28 marzo 2019

0 MARIO BENEDETTI E IL CALCIO



Il 14 settembre 1920 nacque nella città di Paso de los Toros, in Uruguay, Mario Orlando Hardy Hamlet Brenno Benedetti Farrugia (i suoi genitori erano di origine italiana, fu battezzato con cinque cognomi), o semplicemente Mario Benedetti. L'uruguaiano è uno degli scrittori più influenti del Sud America, tanto che il suo libro più noto, "La Tregua", è stato addirittura portato al cinema ed è stato candidato agli Oscar nel 1974. Scrivere era il suo mondo, oltre alla politica: era un convinto comunista, cosa che lo portò a sostenere i guerriglieri Tupamaros, con conseguente esilio a causa del regime militare che governava il paese. Fu tra i fondatori del Frente Amplio, attualmente al potere in Uruguay.
Dedicò anche del tempo ad un altro argomento di cui era appassionato: il calcio.

A differenza di altri grandi scrittori latinoamericani, come Jorge Luis Borges, che concepiva il calcio come "stupido" e non riusciva a spiegare come ricevesse tanta popolarità, Benedetti ammirava questo sport e come influenzava la vita socioculturale di chi lo praticava e viveva. Naturalmente, nei suoi ultimi anni di vita, rilasciò un'intervista al quotidiano El Pais, in cui criticava il modo in cui si svolge l'attività di oggi, notando che ha deviato molto dalla sua origine: "La nozione classica di gioco segue esistente, ma solo come condizione sussidiaria. Ora, la priorità è inconfondibilmente mercantile. Il giocatore è diventato un pezzo di consumo e speculazione. Tuttavia, attribuire la responsabilità di questa situazione alle possibili esigenze economiche del giocatore è chiudere gli occhi sul problema. L'abietto è il regime." La globalizzazione, secondo l'autore, è uno dei mali che hanno influenzato l'attività.

Il suo primo approccio al calcio avvenne a 18 anni: "Giocavo come portiere nel quartiere, durante una partita fischiarono un rigore e lo tirano contro di me. La palla mi ha colpito nel ventre e sono rimasto incosciente per molto tempo." Forse la porta non era il suo ambiente naturale, ma è nata una connessione con la palla che ha coltivato fino alla fine. Dopo un evento così terribile, è arrivata la buona notizia per il romanziere. Ha potuto assistere ai campionati olimpici che il suo paese ha vinto nel 1924 e nel 1928, oltre a sollevare la Coppa del Mondo nel 1930 e 1950, dopo il famoso "Maracanazo": "Grazie al calcio siamo diventati famosi nel mondo. Le persone provenienti da altri luoghi non capivano come un paese così piccolo, che quasi non compariva sulla mappa, fosse campione del mondo. Il calcio ha fatto bene all'Uruguay. Gli ha dato importanza e personalità.”

Mondo che conosceva bene, dal momento che a causa del colpo di stato nel suo paese è dovuto andare in esilio nel 1973. Ha vissuto in Argentina, Perù, Cuba e Spagna, dove finalmente si è stabilito. Nel suo lavoro "Andamios" (1996) ha descritto il modo in cui il calcio lo ha aiutato a sentirsi un po' più a suo agio fuori dalla sua terra natia, lontano dal Nacional, il club della sua vita, dicendo che "dal momento che nessuno ti dice come vanno, Peñarol o Nacional o Wanderers o Rampla Juniors, si diventa gradualmente fan di Saragozza o Albacete o Tenerife, o di qualsiasi squadra in cui giochi un uruguaiano o almeno qualche argentino o messicano o cileno o brasiliano.”

Nelle sue opere aveva anche lo spazio per parlare del calcio. In "Puntero Izquierdo" (1954), racconta la storia di un giovane con problemi economici che gioca in una piccola squadra in una partita contro una squadra di grande fama. Finisce per essere corrotto dalla squadra avversaria per non segnare quel giorno. Infine, a causa delle circostanze del gioco, non può rispettare l'accordo e riceve un colpo che lo rende incapace di tornare a praticare l'attività. C'è anche "El Césped" (1980), che racconta la storia di due amici che giocano in squadre avversarie che dovrebbero sfidarsi a breve. Martín era un portiere e ha avuto la possibilità di partire per l'Europa, quindi chiede a Benjamín di aiutarlo, dal momento che ha bisogno di mettersi in mostra. Il giorno della partita, "Benja" tira una pallonata che passa tra le gambe del suo amico. L'umiliazione totale e i suoi sogni andati alla deriva. Tanto che Martin ha finito per suicidarsi. Entrambe le storie ruotano intorno al concetto del calcio più famoso: l'obiettivo. Anche Diego Maradona è onorato dal poeta, in "Tu tiempo es real" (2008).

Mario Benedetti fu uno di quegli scrittori che non scalarono l'Olimpo. Rimase con i piedi per terra e amava il calcio come qualsiasi altro tifoso: "Il calcio ha interessato tutti gli strati sociali, ed è forse l'unico aspetto della nostra vita civile in cui il ricco vicepresidente del consiglio non rifiuta di unirsi alle urla del paria sociale"

Alcune poesie di Mario Benedetti sul calcio

Mario Benedetti spiega la rivalità tra Peñarol e Nacional:

Que un hincha de Peñarol se enamore de un chica de Nacional, o viceversa, puede originar resentimientos familiares de la envergadura, que los conviertan en los Montescos y Capuletos del subdesarrollo.


Mario Benedetti in “Tu tiempo es real” dedica una poesia a Diego Armando Maradona:

Hoy tu tiempo es real, nadie lo inventa
Y aunque otros olviden tus festejos
Las noches sin amos quedaron lejos
Y lejos el pesar que desalienta.

Tu edad de otras edades se alimenta
No importa lo que digan los espejos
Tus ojos todavía no están viejos
Y miran, sin mirar, más de la cuenta
Tu esperanza ya sabe su tamaño
Y por eso no habrá quien la destruya
Ya no te sentirás solo ni extraño.

Vida tuya tendrás y muerte tuya
Ha pasado otro año, y otro año
Les has ganado a tus sombras, aleluya.

lunedì 25 marzo 2019

0 ARRIVA LA CINA


Dopo giorni di infiammate polemiche che hanno diviso l’opinione pubblica italiana, è stata posta la firma al memorandum of understading con il quale il nostro paese aderisce alla Nuova Via della Seta.
Con l’occasione della visita del compagno Xi in Italia sono stati firmati 29 accordi tra Italia e Cina per un valore di 2,9 miliardi, potenzialmente potrebbe crescere a 20 miliardi, di cui 19 istituzionali e 10 commerciali.
Oltre alla collaborazione tra industrie italiane e cinesi in diversi settori, da segnalare l’accordo tra Cassa Depositi e Prestiti, Eni e la Bank of China o tra Ansaldo e China United Gas Turbine Technology, la tanto sbandierata opportunità di esportare attraverso degli aerei le arance siciliane in Cina, gli accordi più importanti riguardano i porti di Trieste e Genova.
Per il momento non si è parlato di 5G, forse per stemperare le inevitabili reazioni statunitensi, e della possibilità di trovare un investitore cinese per salvare Alitalia.

Questo accordo resta comunque fondamentale per il valore politico ed economico che porta ad un nuovo livello la nostra cooperazione con la nazione che sarà protagonista di questo secolo.
Non che prima i cinesi non fossero presenti in Italia, basti ricordare l’acquisizione da parte di ChemChina della quota di maggioranza della Pirelli per 7 miliardi di dollari nel 2015, di Berio nell’agroalimentare o di Candy nel settore degli elettrodomestici.
Le acquisizioni cinesi, mosse da chiari interessi per il know-how italiano nel campo tecnologico e sfruttando la dura crisi economica che ha colpito l'Italia, si sono rilevate tutto sommato positive in termini di investimenti ed occupazione.
Tuttavia con questo accordo stiamo andando verso nuovi scenari economici e geopolitici. 

Non c’è solo l’ambizione cinese di far andare velocemente le proprie merci verso il Nord Europa dai nostri porti, partendo da questo tema a mio avviso dovremmo anche valutare le conseguenze sul progetto TAV, ma in costruzione c’è un nuovo spazio di sviluppo e cooperazione che coinvolge tutto il Mediterraneo.
L’Italia diventa il raccordo tra Africa ed Europa per gli investimenti cinesi, specialmente nel Nord Africa.
Nonostante gli anni difficili che vive la regione dopo le turbolente primavere arabe, la cui onda lunga dura sino ad oggi, basti ricordare le rivolte che stanno sconvolgendo l’Algeria e il Sudan, gli investimenti cinesi sono aumentati sensibilmente, sfruttando abilmente la distruzione lasciata dall’Occidente.
La Cina sta sostenendo attivamente i programmi di sviluppo dell’Egitto, dell’Algeria e della Tunisia, tutte aree in cui è forte la presenza di capitali italiani, siamo assieme ai cinesi i principali partner commerciali dell’Algeria mentre ENI vanta ottimi rapporti con il regime egiziano.
Inevitabilmente questo ci pone in contrapposizione con la Francia, dato il perenne scontro tra il subimperialismo francese ed italiano nella regione.
Inoltre va ricordato a tutti gli europeisti che affermano che il nostro governo doveva confrontarsi con gli altri paesi europei prima di firmare questo accordo un fatto: la maggior parte delle merci cinesi che arrivano in Europa o che fanno il percorso inverso passano per i porti olandesi e tedeschi nel Nord Europa.
Evidentemente i governi di queste due nazioni hanno tutto l’interesse nel preservare le proprie quote di mercato, minacciate dall’iniziativa italiana, dato che l’uso dei nostri porti comporterebbe in termini di imbarco-sbarco un costo minore.
I progetti cinesi, inoltre, saranno finanziati dall’emissione di panda bond da parte di Cassa Depositi e Prestiti.

Un ultimo capitolo riguarda la cultura e il turismo. Ci sarà una maggiore collaborazione in questo campo tra i due paesi per favorire un maggiore arrivo di turisti cinesi in Italia. 

Risulta positivo un interessamento per la Cina da parte del nostro governo, urge però una chiara strategia globale per scegliere con razionalità dal paniere cinese, in modo da garantire vantaggi ad entrambi i paesi.  




venerdì 22 marzo 2019

0 VALOROSO E FEDELE AL SUO POPOLO, IL GENERALE VO NGUYEN GIAP


"Il nemico può essere più grande di 10 a uno, ma se lo costringi a disperdere le sue forze in modo esteso potresti superarlo di numero 10 a uno localmente, ovunque tu scelga di attaccarlo."

Vo Nguyen Giap

Il suo nome è scritto al fianco di leader socialisti, che furono anche abili leader guerriglieri, come il generale Zhu De, Mao Tse Tung, Fidel Castro, Che Guevara e Hugo Chávez. 
Il generale Vo Nguyen Giap è conosciuto in tutto il mondo per aver architettato la sconfitta delle forze francesi, in quella che all'epoca si chiamava Indocina, a Dien Bien Phu nel 1954, ponendo fine all'occupazione francese e alla sconfitta degli Stati Uniti, cacciandoli dal Vietnam nel 1973.

Infanzia ed educazione

Il generale Giap è nato nel 1911 nella provincia di Quang Binh, nel Vietnam centrale, che faceva parte dell'Indocina, occupata dai francesi. I suoi genitori lo chiamarono "Vo" che si traduce in "forza" mentre il suo cognome, "Giap", si traduce in "forte armatura". Suo padre era un esperto coltivatore di riso che insegnò ai suoi figli a leggere, incoraggiò e sostenne la loro formazione scolastica superiore. Giap, quando era uno studente di 14 anni si unì a un movimento clandestino, determinato a cacciare i francesi dal suo paese. Non ha mai ricevuto un addestramento militare formale, ma suo padre mandò Giap a studiare storia al collège francese di Hue, da dove è stato poi espulso.

Prima del suo diciottesimo compleanno, i francesi arrestarono Vo Nguyen Giap per aver fomentato la rivoluzione dopo essersi unito al Partito Comunista Indocinese, fondato da Ho Chi Minh nel 1930. Dopo aver lasciato il carcere continuò la sua formazione all'Università di Hanoi dove studiò politica e diritto. Durante gli anni '30 approfondì la sua conoscenza della strategia militare guadagnandosi da vivere come giornalista e professore.

Dopo aver conseguito il dottorato in legge all'Università di Hanoi, insegnò storia in una scuola privata ad Hanoi. Come professore aveva un particolare interesse per le strategie militari e la tattica di Napoleone, fatto che impressionò i suoi studenti, uno dei quali ricordava che poteva delineare a memoria i più famosi piani di battaglia di Napoleone. Successivamente studiò la strategia e le tattiche militari di Mao Tse-tung, padre fondatore della Repubblica Popolare Cinese, liberatore della Cina e Presidente del Partito Comunista Cinese.




Contesto politico

Nel 1939 i francesi bandirono il Partito Comunista e Giap andò in esilio in Cina. I francesi risposero imprigionando la moglie di Vo Nguyen Giap, da cui aveva avuto una bambina appena nata, e altri membri della famiglia Giap che furono torturati e lasciati morire in prigione. Mentre era in Cina, Giap incontrò Ho Chi Minh per la prima volta e nel 1941 i due rivoluzionari ribattezzarono il partito, formando il Vietnam Doc Lap Dong Minh Hoa (la Lega per l'indipendenza del Vietnam) che divenne noto come Vietminh, il cui scopo era quello di liberare il paese dall'occupazione francese, unificare la nazione e conquistare l'indipendenza e la sovranità per il Vietnam.

Imprigionamento e tortura della famiglia di Giap: secondo Cecil B. Currey, il biografo del generale Giap, i francesi torturarono e uccisero la moglie di Giap e la sorella della moglie. Dopo il suo esilio in Cina, Quang Thai e sua sorella Minh Khai hanno cercato rifugio nel loro villaggio natale di Vinh. I francesi li rintracciarono e arrestarono Minh Khai nel luglio del 1940. In prigione i francesi la picchiarono selvaggiamente cercando di costringerla a fornire dettagli sui suoi compagni nel Partito Comunista e sulle loro attività. Si rifiutò di fornire le informazione cercate dai francesi che la uccisero, sparandogli, a Hoc Mon, vicino a Saigon, il 25 aprile 1941. Le sue ultime parole furono: "Lunga vita al Partito Comunista Indocinese. Lunga vita alla vittoriosa rivoluzione vietnamita".

Quang Thai affidò la figlia di 18 mesi, Hong Anh, alle cure della sorella minore pochi istanti prima del suo arresto. In seguito, i genitori del generale Giap crebbero la bambina, facendogli da genitori. I francesi hanno incarcerato Quang Thai nella prigione di Hao Lo ad Hanoi e l'hanno processata davanti al tribunale militare. Fu condannata a vita ai lavori forzati e torturata. Secondo il racconto francese della sua morte, si è suicidata inghiottendo "giai rut", una morbida cintura. Ma i rapporti dell'intelligence americana dicono che i francesi l'hanno appesa per i pollici e l'hanno picchiata a morte. Morì nel 1941, poche settimane dopo la fucilazione della sorella.

Comandante militare e generale

Il presidente Ho Chi Minh assegnò il grado di generale a Vo Nguyen Giap quando aveva 37 anni. I suoi nemici sconfitti lo chiamavano “brutale” ed era conosciuto dalle sue truppe come “Il Vulcano”. Guadagnò una reputazione internazionale come stratega geniale che pianifica ed ottiene vittorie contro forze in netta superiorità numerica e tecnicamente all’avanguardia. 

Nel 1944 Giap tornò in Vietnam dal suo esilio in Cina e organizzò la resistenza per intraprendere una guerriglia contro l'occupazione giapponese del paese. L'Esercito Imperiale Giapponese mise piede nell’Indocina francese, invadendo e occupando il paese, per combattere il suo nemico mortale, la Repubblica di Cina, che stava supportando le forze di Ho Chi Minh. Questo naturalmente portò ad uno scontro con i francesi e quando l'esercito giapponese invase il paese con le sue truppe, supportate da una flottiglia di navi, aerei, portaerei e basi aeree, il 5 settembre, iniziarono i combattimenti tra francesi e giapponesi. 17 giorni dopo, i francesi firmarono un accordo che concedeva al Giappone l'assegnazione di 6.000 soldati in Indocina e 4 giorni dopo il Giappone occupava una base aerea, le ferrovie e un porto, rimanendo in Indocina fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nel frattempo, nella giungla settentrionale del Vietnam, il generale Giap ha assemblato un'unità di combattimento composta da soli 34 uomini, 2 revolver, una mitragliatrice leggera, 17 fucili e 14 fucili a pietra, secondo la sua biografia. Giap, alla testa dei suoi 34 uomini, fece un solenne giuramento, combattere fino alla morte per liberare il Vietnam dall'occupazione straniera. Costituì il piccolo gruppo in una forza di combattimento che divenne noto come l'Esercito Popolare del Vietnam, formato da 5.000 soldati armati e pronti a combattere i giapponesi fino alla loro resa nel 1945.

La sconfitta dei francesi

L'occupazione francese e il suo dominio coloniale iniziò nel 1887 e 54 anni dopo, nel 1941, le forze Vietminh di Ho Chi Minh diedero inizio alla loro resistenza armata. Quattro anni dopo Hanoi cadde e Ho proclamò la nascita della Repubblica Democratica del Vietnam e nominò il generale Giap come nuovo Ministro degli Interni. Nel settembre del 1945 le forze britanniche, francesi e giapponesi restaurarono il controllo francese. Il generale Giap rispose con la strategia "mordi e fuggi" contro gli occupanti, attaccando diverse località contemporaneamente e prendendo una posizione francese dopo l'altra. Alla fine li sconfisse, dopo 9 anni, nella famosa battaglia di Dien Bien Phu nel 1954.

Battaglia di Dien Bien Phu: I francesi paracadutarono 12.000 soldati in una trappola che Giap aveva posato per loro nella valle di Dien Bien Phu. Si arresero dopo 2 mesi di bombardamenti da parte delle truppe di Giap dalle colline circostanti, lasciando 4.000 soldati francesi morti in una singola battaglia che pose fine all'occupazione francese del Vietnam. Giap successivamente affermò che: “Fu la prima grande vittoria per un popolo debole e colonizzato che lottava contro la forze moderne dei paesi occidentali. Questo è il motivo per cui è stata la prima grande sconfitta dell'Occidente. Ha scosso le fondamenta del colonialismo e ha invitato le persone a combattere per la loro libertà, è stato l'inizio della civiltà internazionale”.

Sconfitta e umiliazione degli Stati Uniti


“L'esercito aggressore degli imperialisti degli Stati Uniti, anche se oltre-alimentato con armi e munizioni, non può sfuggire al destino che ha colpito gli altri invasori su questo suolo.”

Vo Nguyen Giap

La sconfitta dei francesi lasciò il paese diviso in Nord e Sud e negli Accordi di Ginevra fu raggiunto un accordo in base al quale si sarebbero tenute elezioni per tutti i vietnamiti per decidere nel 1956 il futuro governo di un paese unificato. L'accordo stabiliva che le elezioni sarebbero state "supervisionate a livello internazionale", come se il popolo vietnamita fosse incapace di tenere le proprie elezioni senza assistenza straniera se lasciato a se stesso.

L'esercito di Ho Chi Minh era già avanzato molto a sud mentre combatteva i francesi, ma accettò la risoluzione di Ginevra. Sicuro di poter vincere in un'elezione libera ritirò le sue posizioni a nord della linea del cessate il fuoco in attesa dell'unificazione. Ma a quel punto gli Stati Uniti avevano già i loro piani per il Vietnam e si rifiutarono di firmare il documento. Il Sottosegretario di Stato John Foster Dulles, sotto la presidenza di Eisenhower, tornò dalla Conferenza di Ginevra e pronunciò il seguente discorso,


"Quella che era iniziata come una guerra civile ora è stata conquistata dal comunismo internazionale per i suoi scopi. Ho Chi-Minh, il leader comunista del Vietnam, venne addestrato a Mosca e ricevette la sua prima esperienza rivoluzionaria in Cina. I governi del Vietnam, del Laos e della Cambogia non avevano ancora ottenuto la piena indipendenza politica. I loro popoli non erano adeguatamente organizzati per combattere contro i ribelli guidati dai comunisti, e non sentivano di avere un interesse nella lotta che giustificasse un grande sacrificio".

Nel 1965 gli Stati Uniti invasero il Vietnam pensando di poter fare ciò che i francesi non riuscirono a fare. Gli Stati Uniti vendettero la loro guerra a casa inventando il mito che se il Vietnam fosse stato unificato, anche da elezioni democratiche, tutto il Sud-Est asiatico sarebbe caduto sotto il comunismo. Gli Stati Uniti si sono infiltrati nel Vietnam del Sud con armi e consiglieri militari e influenzato i loro politici per rinnegare il voto per la riunificazione. Un gruppo di nazionalisti del Sud ha risposto formando il Fronte di liberazione nazionale o il "Viet Cong", come li hanno definiti gli Stati Uniti.

Il generale Giap impegnò intere divisioni di soldati nordvietnamiti per sostenere il Fronte di liberazione nazionale nel sud quando gli Stati Uniti invasero il paese nel 1965. A quel tempo era Ministro della Difesa e Comandante in capo del Vietnam del Nord. Se ebbe un principio fondamentale alla base della sua strategia militare, questo era la resistenza e dichiarò degli americani:


"Combattere una guerra di lunga durata è una grande sconfitta per loro. Il loro morale è inferiore all'erba."


L’offensiva del Tet: A causa della brillante leadership di Giap e dell'impegno e del sacrificio del popolo vietnamita, il Nord stava sconfiggendo gli Stati Uniti battaglia dopo battaglia, nonostante le dimensioni e la potenza delle forze armate statunitensi. In coincidenza con "Tet", o il nuovo anno lunare del 1968, il Fronte di liberazione nazionale e le forze del Vietnam del Nord attaccarono più di 40 capoluoghi di provincia, entrarono a Saigon, addirittura nell'ambasciata statunitense. Persero più di 15.000 uomini ma l'Offensiva del Tet fu un enorme colpo psicologico e militare per gli Stati Uniti, causando numerose proteste nel paese. La combinazione provocò il panico a Washington e gli Stati Uniti lasciarono il Vietnam nel 1973. Due anni dopo, nel 1975, Ho Chih Minh prese Saigon e unificò il paese come Repubblica socialista del Vietnam.

Con disprezzo, il generale Westmoreland, il comandante USA sconfitto, dichiarò in seguito che il generale Giap aveva "un tale disprezzo per la vita umana", dicendo che "poteva essere un avversario formidabile ma non un genio militare." Ma l'umiliazione e l'odio di Westmoreland sono palesi. Molti altri comandanti militari in tutto il mondo, amici e nemici, hanno rispettato e onorato il generale Giap sin da quando sconfisse i francesi. Tra loro c'era il comandante venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías.






Il generale Giap e Chávez: Nel 2006, Chávez fece visita al generale Giap ad Hanoi. Hanno commemorato gli exploit militari insieme, si sono scambiati le opinioni sulla situazione globale, sull'esperienza vietnamita con il socialismo e sugli sviluppi della rivoluzione bolivariana. Chávez ha detto che ha studiato profondamente il pensiero militare di Giap e che uno dei suoi sogni sarebbe stato quello di servire sotto il suo comando "come un semplice soldato nella conquista della libertà e del socialismo". Dopo la morte di Chavez, il generale Giap ha inviato una lettera al governo e al popolo del Venezuela che afferma:


"La dipartita del presidente Hugo Chávez, l'eroe del Venezuela, è stata una grande perdita per la rivoluzione e per la lotta per la liberazione umana, non solo in America Latina ma anche nel resto del mondo. Sebbene il cuore di questo eccellente figlio dell'America Latina abbia smesso di battere, la sua opera e i suoi nobili ideali vivranno per sempre nei cuori degli amici e dei popoli progressisti del mondo."

Dopo la guerra contro gli Stati Uniti in Vietnam

Dopo la guerra, il generale Giap mantenne la sua posizione di Ministro della Difesa e fu nominato vice Primo ministro nel 1976, ritirandosi dal governo 6 anni dopo. Fu rimosso dal Politburo all'inizio degli anni '80 e nel 1991 lasciò formalmente il palcoscenico politico. Ma fino alla fine ebbe una mente lucida e si impegnò negli affari e nella politica del Vietnam, incontrando i leader mondiali e parlando contro l'imperialismo, per l'indipendenza e la sovranità del Vietnam e di tutte le nazioni. Dopo la guerra ha pubblicato numerosi libri sulla strategia militare. Fino alla sua morte, era considerato uno dei più brillanti strateghi militari di tutti i tempi e una leggenda vivente. Un po’ ironicamente, nei suoi ultimi anni ha vissuto in un'antica villa francese, a pochi passi dal mausoleo del suo amico e compagno di mille battaglie Ho Chi Minh. 

Fonti:

Vo Nguyen Giap, L’uomo e le armi, Edizioni del Maquis, 1973

Vo Nguyen Giap, Luciano Canfora, Tommaso De Lorenzis, Masse armate ed esercito regolare, Sandro Teti Editore, 2011 





venerdì 15 marzo 2019

0 BERLINGUER TRA MARXISMO E DECRESCITA


Una delle battaglie teoriche sulle quali i marxisti contemporanei devo dar seriamente battaglia è la questione ecologica, cercando di riconciliare critica dell’economia politica e critica ecologica.
Gli assi e i pensatori da cui partire sono innumerevoli e spaziano da Ellul, passando per Gorz, Langer e Castoriadis, fino ad arrivare a Berlinguer.
Berlinguer pone negli anni ‘70 la questione dell’austerità in modalità totalmente nuove e diverse anche dal significato assunto oggi da questo termine, dopo decenni di macelleria sociale in suo nome.
L’austerità, per il segretario del PCI, significa rifondare su basi nuove la società, prendere atto che le nostre risorse naturali sono finite, come dimostrato dalla crisi petrolifera nata dalla Guerra del Kippur del 1972 che ha portato il governo democristiano di Rumor a razionare il carburante, e ragionare in termini di austerità strutturale.
Un ragionamento che nasce anche dal prendere atto dei risultati delle eroiche lotte dei popoli del Terzo Mondo che hanno rotto per sempre le catene dell’oppressione coloniale, mettendo anche seriamente in discussione il meccanismo dell'imperialismo analizzato da Lenin.
Questi popoli, riunitisi a Bandung, hanno lanciato la loro personale sfida ai vecchi padroni.
Parliamo di masse enormi di disperati che hanno preso coscienza della propria forza e pretendo di scegliere in autonomia come vivere ed infondo è ancora l’epoca in cui viviamo, con l’Asia che sempre più diventa, o meglio, torna ad essere il cuore del sistema economico mondiale mentre l’Europa viene cacciata nel ruolo marginale che le compete.
Questa riflessione va unita alla sua personale critica del consumismo, prodotto dalla fabbrica fordista e dal progressivo aumento del salario dell’operaio fordista sindacalizzato.
Negli anni ‘70 questa fase del modo di produzione capitalista entra in crisi, avviandosi verso la ristrutturazione degli anni ‘80, e per il segretario del PCI: “l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato”.

Berlinguer dimostra di destreggiarsi molto bene nella letteratura critica sul consumo, dimostrando una lungimiranza rara nel valutare gli aspetti negativi dei risultati del nostro boom economico.
Il compromesso socialdemocratico ha prodotto lo stato sociale europeo, la società dei consumi ed un diffuso benessere materiale ma la nostra società resta “organicamente arretrata, sottosviluppata, e per giunta, sempre più squilibrata, sempre più carica di ingiustizie, di contraddizioni, di ineguaglianze”.
Lo sviluppo che contestiamo è quello voluto dai padroni, ovvero l’aumento quantitativo delle merci prodotte che vanno a soddisfare un mercato sempre più grande, frutto dall’affermazione della società dei consumi.
In questo modo l’operaio europeo ha subito quella mutazione antropologica di cui parlava Pasolini, che porta all’omologazione culturale totale ma lo rende anche un elemento chiave di un meccanismo che per funzionare necessita dello sfruttamento del resto della popolazione mondiale, è l’operaio imperialista di cui parlava Jaffe.
Il risveglio del Terzo Mondo dovrebbe riportarci con i piedi per terra, prendere atto che questo sistema non è più sostenibile.
Un risveglio reso indelebile dalla forza con la quale all'epoca i vietnamiti cacciavano dalla propria patria l'imperialista yankee.

L’austerità quindi “può e deve essere uno dei modi attraverso cui il movimento operaio si fa portatore di un modo diverso del vivere sociale, attraverso cui lotta per affermare, nelle condizioni di oggi, i suoi antichi e sempre validi ideali di liberazione”.
Non possiamo più permetterci di lavorare dentro il mito dello sviluppo come proposto sino ad oggi, di lavorare attraverso la macelleria sociale per tentare di ritrovare la strada della crescita mentre si uccidono speranze ed energie nella società.
Ripensare il nostro approccio all’austerità è prendere atto dei limiti strutturali raggiunti dal modo di produzione capitalista e scegliere tra due strade, la macelleria sociale che quasi certamente ci condurrà anche sulla strada del collasso ecologico oppure l’uscita dal capitalismo.
Uscire dal capitalismo però non significa cercare di scimmiottare con altre modalità le dinamiche del vecchio modo di produzione ma cambiare completamente paradigmi.
Porre al centro del discorso le relazioni umane, la costruzione di una nuova umanità capace di affermare la superiorità della solidarietà e della cooperazione sul benessere materiale, ovvero cambiare il nostro concetto di ricchezza.
Ricchezza non è accumulare una quantità esorbitante di risorse più degli altri, in una lotta senza quartiere con l'altro che consideriamo un nemico mortale, ma la capacità di stabilire un modo di vita solidale con gli altri e tutto il nostro ecosistema.
La lezione di Berlinguer è quindi ripensare alla radice il senso dello sviluppo per proiettarci verso un mondo post-capitalista.





giovedì 14 marzo 2019

0 LA QUESTIONE SALARIALE NEL DECENNIO POST CRISI DEL 2007-2008


Lorenzo Birindelli, per la Fondazione Di Vittorio, ha recentemente pubblicato un’analisi in cui ha messo a confronto la retribuzione lorda media dei lavoratori dipendenti italiani con quelle delle cinque maggiori economie europee (Germania, Francia, Spagna, Olanda e Belgio), utilizzando le rilevazioni Ocse tra il 2001 e il 2017.
Il confronto è stato fatto a “prezzi costanti”, ovvero, come se i prezzi del 2010 fossero gli stessi di oggi. Il risultato: la perdita, tra il 2010 e il 2017, del 3,5% del salario, ovvero 1059 euro.
Nel 2010 la retribuzione media in Italia era di 30.272 euro mentre nel 2017 è scesa a 29.214 euro, mentre nello stesso periodo il lavoratore dipendente tedesco è passato da 35.621 euro a 39.446 euro e quello francese da 35.724 euro a 37.622 euro.
Tutto va poi letto nel quadro economico attuale, con un tasso di occupazione ancora inferiore a quello precedente alla crisi economica del 2007-2008, fermo al 58,5% contro una media europea del 67,9%. Mancano all’appello ben 3,8 milioni di occupati in più.
La nostra è una crescita occupazionale a bassa intensità lavorativa, ovvero, aumenta il lavoro precario, in tutte le sue varianti rappresenta il 32% sul totale degli occupati, ma diminuiscono i salari.
Abbiamo assistito alla crescita del lavoro part-time, specialmente involontario, con relativa diminuzione della paga oraria rispetto al full time, 70,1% rispetto alla media europea dell’83,6%, questo significa che 4,3 milioni di lavoratori dipendenti, a metà tempo, hanno retribuzione lorda fino a 10 mila euro all’anno e 2,4 milioni di questi lavoratori non arriva nemmeno a 5 mila euro, è l’esercito dei lavoratori poveri.

Evidentemente non erano i salari eccessivamente alti il problema principale della nostra economia e le politiche di deflazione salariale hanno solo distrutto il mercato interno e reso più poveri gli italiani.
Casomai sono i pochi investimenti pubblici e privati, specialmente nei settori ad alto valore aggiunto, il vero problema.
La via della deflazione salariale, favorita dal vincolo esterno europeo, ha prodotto solamente uno dei tassi di disoccupazione più alti d’Europa, 10,5%, peggio di noi solamente Grecia e Spagna, deindustrializzazione, riduzione del perimetro dell’intervento statale nell’economia e l’aumento delle disuguaglianze, non solo economiche, tra Nord e Sud. 


In questi giorni il Movimento Cinque Stelle ha presentato una proposta per introdurre in Italia un salario minimo di 9 euro lordi all’ora, una soglia teoricamente tra le più alte d’Europa, che potenzialmente potrebbe aumentare di 1073 euro la retribuzione media annuale di 2,9 milioni di lavoratori, con effetti positivi specialmente per i lavoratori dei servizi e i giovani entrati nel mondo del lavoro nel decennio successivo alla crisi del 2007-2008.
Ricordiamo che nel nostro paese un lavoratore su cinque, ovvero il 22%, guadagna meno di nove euro lordi all’ora che diventa un terzo nel Sud e nelle isole.
La proposta ha trovato l’opposizione dei sindacati confederali, secondo cui, per citare l’intervista di Landini all’Espresso

“se il Parlamento stabilisce un salario che prescinde dalla contrattazione e che può essere persino più basso dei limiti contrattuali, diventa una norma di legge che contrasta la contrattazione collettiva. E proprio in un’ottica di rafforzamento della contrattazione che abbiamo anche chiesto di misurare la rappresentanza dei sindacati così che gli accordi abbiamo validità generale. Eravamo d’accordo tutti, sindacati e confederazioni.”

Tuttavia il salario minimo è presente in molte nazioni europee, come la Francia o la Germania, e convive perfettamente con la contrattazione collettiva che intendono difendere i sindacati confederali, come ha sottolineato l’economista dell’Ocse Andrea Garnero.
Invece la proposta ha trovato il sostegno dell’USB che evidenzia i limiti della contrattazione collettiva nel difendere i salari ed invita a considerare il lavoro povero non solamente in relazione alla paga ma anche all’intensità del lavoro.
L’USB afferma che: 

“l’abuso del part-time obbligatorio, orari di lavoro settimanali molto limitati e contratti di breve durata non potranno mai essere compensati da una retribuzione oraria più alta. Occorre quindi combattere l’abuso del part-time, riconosciuto purtroppo in molti contratti nazionali, e ridurre la gestione arbitraria dei tempi determinati con interventi meno timidi di quelli del Decreto dignità”.

Resta da vedere se questa proposta non sia l’ennesima sparata per strappare qualche voto per le prossime elezione europee, una cinica mossa politica per mettere in difficoltà Salvini e il PD del nuovo segretario Zingaretti.

lunedì 11 marzo 2019

0 TRA CINA, SOTTOSVILUPPO E BORGHESIA ITALIANA



A fine mese il compagno Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese, sarà in visita in Italia. Il nostro governo approfitterà dell’evento per firmare il memorandum d’intesa per l’adesione del nostro paese al progetto della Nuova Via della Seta, il simbolo dell’era Xi e di questa nuova Cina globale che prevede di spendere 900 miliardi di dollari in investimenti nei prossimi 5/10 anni.
Al progetto hanno già aderito Portogallo e Grecia ma l’adesione di un paese membro del G7 e vitale per la NATO sarebbe visto a Pechino come un grande successo politico, anche in virtù del recente rallentamento del progetto in Asia, dove alcuni governi, come quelli della Malesia o del Pakistan, stanno trattando con la Cina termini più favorevoli dopo una precedente intesa.
Tutto sembrava già segnato in partenza per la nostra adesione, almeno stando alle parole pronunciate da Gentiloni nel 2017 al forum “One Belt One road” a Pechino che scommetteva su un ruolo da protagonista dell’Italia nell’iniziativa cinese, frasi che alcuni nel PD sembrano aver dimenticato in questi giorni.
La nostra opinione pubblica dimentica anche che il nostro paese è un membro fondatore della Banca Asiatica d'Investimento per le infrastrutture che opera in Asia seguendo la Nuova Via della Seta.
Questo tema ha recentemente messo in evidenza le contraddizioni tra la nostra borghesia e la sua idea di nazione.
Prima ci hanno spiegato che bisognava rendere il paese capace di attrarre gli investimenti stranieri, indipendentemente dalla loro provenienza, per questo hanno detto che bisognava aderire all’euro, bisognava rendere flessibile il mercato del lavoro e dovevamo smantellare le nostre aziende di Stato, rinunciando ad ogni forma di pianificazione economica, nel nome della modernità.
Negli ultimi anni hanno elogiato anche lo stesso Xi come uno strenuo difensore della globalizzazione, non avendo capito come sempre un tubo della politica economica cinese, in contrapposizione con l’odiato Trump e il suo protezionismo.
Oggi evidentemente i ruoli si sono invertiti, Trump torna ad essere il nostro più importante alleato mentre in Cina sembra essere tornato Mao. 
La battaglia in atto quindi è come sempre tutta politica ed evidenzia un comportamento schizofrenico da parte della borghesia italiana cooptata da potenze straniere, in primis dagli Stati Uniti e dalla Germania, improvvisamente diventata ostile alla Cina dopo il richiamo del padrone proveniente dall’altra sponda dell’Oceano Atlantico.
Un normale ragionamento da borghesia nazionale dovrebbe contemplare le opportunità offerte dall’aumento degli interscambi con l’unico vero motore della crescita economica globale, come evidenziato dal sottosegretario Michele Geraci, inoltre la cooperazione con la Cina risulta essenziale dal momento in cui lo Stato non può più usare gli strumenti di sovranità monetaria alienati da Bruxelles e pianificare i propri investimenti nell’economia nazionale.
Questo è un compito a cui la nostra borghesia, sempre più simile a quella di un paese in via di sviluppo e desiderosa di trasformare l’Italia in una semplice appendice del capitalismo tedesco, ha abdicato da tempo assieme alla classe dirigente espressione di questi soggetti.
Basti vedere come hanno ragionato dopo la distruzione dell’economia mista italiana, resa possibile dal vincolo esterno europeo, ovvero rimanere competitivi sul piano delle esportazioni non investendo in innovazione ma comprimendo i salari.
Queste politiche di deflazione salariale hanno comportato la distruzione del nostro mercato interno sul quale oggi, con le tensioni commerciali che rendono instabile la situazione internazionale, non possiamo ripiegare, dimostrando la nostra eccessiva dipendenza dall’andamento del mercato estero.
Per concludere, tutto ciò costringe l’Italia a cercare il sostegno cinese anche nel vitale campo del 5G e in generale a fare affidamento su aziende estere per gestire il proprio spazio cibernetico, un nuovo campo dove le nazioni sono chiamate ad esercitare la propria sovranità nazionale, poiché lo Stato non può farsi carico degli investimenti nei settori ad alto valore aggiunto, dove la sua azione è vitale.
Rimando per ogni approfondimento al celebre libro dell’economista Mariana Mazzucato “Lo Stato Innovatore”.


In questo scenario l’adesione alla Nuova Via della Seta potrebbe essere la premessa per un minimo di politica economica espansiva, la prima dalla nostra adesione a Maastricht, e l’ambito di questa cooperazione con la Cina potrebbe espandersi anche all'Africa.
Per citare l'ambasciatore cinese in Italia Li Ruiyu: 

“l’Italia e la Cina godono di un’amicizia tradizionale e sono entrambe partner importanti per l’Africa. Sviluppare ulteriormente la cooperazione a tre parti - Cina-Italia-Africa - può avere un valore importante per la promozione dello sviluppo africano. La Cina è pronta, nel rispetto della volontà dell’Africa e sulla base dei concetti di apertura, inclusione, cooperazione e mutuo vantaggio, a sviluppare il potenziale della cooperazione a tre parti e raggiungere un risultato finale superiore alla somma delle sue parti, per lo sviluppo comune”. 

Investire con un approccio diverso dalla rapina a mano armata, con uno stile che era proprio di Enrico Mattei, potrebbe garantire in Africa quel minimo di benessere indispensabile per tamponare la gravissima crisi umanitaria che spinge migliaia di africani ogni anno ad abbandonare la propria terra in cerca di un futuro migliore altrove.

Tuttavia dobbiamo ancora una volta subire le pressioni di Washington e della sua lotta all’ultimo sangue con la Cina, a dimostrazione della nostra sovranità limitata, a cui si aggiunge il coro dei rappresentanti della borghesia italiana che ha ormai l’UE a trazione tedesca, invece che l’Italia, come orizzonte politico.
C’è anche chi invoca la priorità di un fantasioso europeismo a cui va anteposta la nostra adesione alla Nuova Via della Seta, purtroppo costoro non vogliono vedere i fatti, che sono testardi.
Non esiste l’UE, esistono stati sovrani con i propri interessi.
La Germania non aderisce alla Nuova Via della Seta perché vuole mantenere il proprio surplus commerciale con Pechino mentre le quotidiane tensioni con la Francia, dal caso Fincantieri-Stx alla Libia, dimostrano quanto valga nei fatti l’europeismo.

La Nuova Via della Seta è sicuramente un’opportunità da non perdere ma non deve far dimenticare la necessità di tornare ad una sana pianificazione economica senza la quale questo paese non potrà avere futuro.

sabato 9 marzo 2019

0 LA VERTENZA ZARA


Zara, come penso la maggior parte dei lettori dovrebbe sapere, è un famoso marchio di abbigliamento di proprietà di uno degli uomini più ricchi del mondo, Amancio Ortega.
Nel corso degli anni la multinazionale spagnola è stata accusata di far produrre i propri prodotti in aziende nei paesi in via di sviluppo in cui i lavoratori subiscono un trattamento schiavistico.
Alcuni ricorderanno le recenti battaglie in Bangladesh dove gli operai dell’importante settore tessile scesero in piazza per i propri diritti e per un salario migliore, parliamo di uno di quei paesi in pieno sviluppo che una certa stampa collega al successo della globalizzazione. Bene, questi dannati della Terra si scontrarono proprio con quegli imprenditori locali che lavorano per le multinazionali dell'abbigliamento come Zara.
Si pensa spesso, sbagliando, che queste forme di supersfruttamento della forza lavoro siano circoscritte nella periferia dell’economia-mondo ma uno degli effetti della globalizzazione è stato proprio l’aver importato nei paesi del centro questo tipo di rapporto di lavoro.
Non a caso abbiamo visto la resurrezione del lavoro a cottimo con la Gig economy oppure il ritorno dei picchiatori contro gli operai, una scena da Stati Uniti dei primi del Novecento, all’epoca dei Wobblies, come ha dimostrato il recente caso di Castel Giubileo.
In questa zona alla periferia nord di Roma è presente un magazzino della cooperativa Il Faro che serve, per conto di Zara, tutti i punti vendita presenti nella capitale.
La spedizione punitiva, capitanata dall’amministratore delegato alla testa di 15 picchiatori armati di pistole taser, ha mandato all’ospedale tre lavoratori.
Tutti gli aggressori coinvolti sono stati identificati dalla polizia.
Il motivo di questa tentata “liberazione” del magazzino è la vertenza Zara, che, nel caso della cooperativa Il Faro, vede coinvolti in tutta Italia i suoi 1100 dipendenti in lotta per il ripristino del contratto nazionale della logistica e per il pagamento di 10 anni di arretrati.

Questi lavoratori sono costretti a lavorare per 220/230 ore al mese a fronte delle 168 previste, senza ricevere un euro in più.
Dalla parte dei lavoratori si sono schierati i sindacati operanti nella logistica, come i Cobas e la Cgil.
Michele Azzola, segretario generale Cgil Roma e Lazio, spiega che: “l’idea padronale di risolvere i conflitti sindacali ricorrendo alla violenza dimostra quanto sia necessario cambiare profondamente il sistema tra committente e appaltatore che si scarica sui lavoratori. Chiediamo a Zara di interrompere l’appalto e di farsi carico in proprio della logistica nel rispetto dei contratti e dei diritti di tutti i lavoratori”.
Rincara la dose anche Danilo Morini che per la Filt Cgil gestisce le varie vertenze presenti nel territorio: “ai lavoratori delle cooperative veniva applicato il contratto multiservizi che ha condizioni peggiori di quello della logistica. Dai racconti dei lavoratori, buona parte egiziani, sappiamo che molti di loro erano costretti a lavorare per il doppio di ore senza straordinari pagati. Dopo la nostra mobilitazione anche il consorzio Il Faro applica a tutti dal primo febbraio il contratto della logistica ma non ha ancora riconosciuti gli arretrati per sanare la situazione”.
Il Faro non è l’unica cooperativa che lavora con Zara, esistono altri casi simili in tutta Italia, per esempio a Rimini, dove i lavoratori delle cooperative Twin Service e Logistic World hanno scioperato in solidarietà con i colleghi romani. 
Quando i lavoratori riescono ad ottenere il tanto sognato rispetto del contratto nazionale succede che Zara chiude il magazzino, come nel caso di quello di Regello che serve tutta l’Italia centrale, mandando a casa 39 lavoratori e delocalizzando in nuovi magazzini dove non viene rispettato il contratto nazionale, una “delocalizzazione interna”, come evidenziano Cobas e Cgil.

Queste situazioni dimostrano ancora una volta come sia urgente l’azione della politica per imporre delle regole a queste aziende, ormai libere anche di picchiare i lavoratori che scioperano per i propri diritti.

martedì 5 marzo 2019

0 DON ROBERTO SARDELLI, TRA GLI ULTIMI COME GLI ULTIMI



Lo scorso 18 febbraio don Roberto Sardelli ha lasciato per sempre questa terra, dopo una vita spesa dalla parte degli ultimi.
Il suo nome sarà per sempre legato a quella straordinaria esperienza di “pedagogia popolare” che nasce nel lontano e cruciale 1968, sull’esempio della scuola Barbiana di don Lorenzo Milani.
Nel 1965 ebbe l’incarico parrocchiale presso la chiesa di San Policarpo al Tuscolano nella periferia Est di Roma, vicino all’Acquedotto Felice.
Questa era una periferia contraddistinta dal più assoluto degrado, da persone che vivevano nelle baracche nel pieno dell’Italia del boom economico.
La sofferenza e la miseria di questi diseredati lo spinsero a vivere tra loro e come loro, lanciando la rivoluzionaria esperienza della “Scuola 725”, numero della baracca in cui viveva.
A questa scuola popolare partecipavano i bambini che durante la mattinata frequentavano le scuole elementari e mentre tornavano a casa facevano il giro lungo per nascondere ai propri compagni di classe il luogo in cui vivevano.
A questi figli del sottoproletariato urbano don Roberto Sardelli si rivolgeva, invitandoli ad emanciparsi da questa condizione e a non vergognarsi per quello che erano.
Faceva un catechismo strano, rivoluzionario, che parlava, oltre che del Vangelo, di Vietcong e statunitensi, di emancipazione degli ultimi, come i suoi colleghi latinoamericani.
Uno su tutti, Camilo Torres, il prete colombiano che portò alle sue estreme conseguenza questa visione rivoluzionaria, imbracciando il fucile e morendo mentre lottava contro un potere ingiusto e violento.

Questa straordinaria esperienza venne accompagnata dalla lotta per il diritto alla casa, fatta anche di occupazioni.
La pedagogia popolare di don Roberto Sardelli ebbe come risultato la lettera al sindaco di Roma “Non tacere”, scritta con i suoi alunni, che denunciava il degrado delle periferie romane.
Nel 1973 tutti gli abitanti della baraccopoli ottengono degli alloggi popolari ad Ostia, trasferiti in una nuova periferia.
Don Sardelli continuò quindi la sua lotta per ottenere servizi, scuole e spazi verdi.
A metà degli anni ‘70 lascia la propria baracca ad una famiglia bisognosa, trasferendosi al Prenestino, continuando la sua lotta nelle periferie, per esempio, aiutando gli anziani soli e in povertà, abbandonati dalle istituzioni e dalle proprie famiglie, e lottando contro la speculazione edilizia alla Snia Viscosa.
Collabora anche con la parrocchia di San Bernardino da Siena del prete operaio don Mario Pasquale, in lotta anche lui in una periferia abbandonata da tutti.

Nel 2007, aiutato da alcuni suoi ex alunni, pubblica “Per continuare a non tacere”, dove analizza i problemi della periferia romana.
Con questa scelta entra in netta contraddizione con la narrazione proposta allora dal sindaco di Roma Walter Veltroni, uno dei simboli della transizione di quello che una volta era il PCI all’odierno PD: americaneggiante, yuppies e liberal, più attento agli apericena che ai bisogni degli ultimi, più in sintonia con gli abitanti del centro storico che con gli operai che si alzano alle 5:00 del mattino per andare a lavorare, i cui volti rassegnati possiamo osservare in quelle ore su ogni mezzo pubblico.

Don Sardelli continuò la sua lotta fino all’ultimo dei suoi giorni, collaborando con l’Ufficio urbano della CGIL e con gli urbanisti del “Modello Roma”.
Fino all’ultimo ha sempre offerto importanti spunti di riflessione sulla contemporaneità, nonostante sul finire dei suoi giorni si sia trasferito a Pico per badare alla sorella malata, per poi stabilirsi nella sua natia Pontecorvo, in provincia di Frosinone, dove è morto.
Il Presidente Mao disse: "Ci sono morti che pesano come una piuma, e altri che pesano come una montagna", don Sardelli appartiene senza dubbio a quest'ultima categoria. 

venerdì 1 marzo 2019

0 SAMIR AMIN: "DELINKING" E "TRANSIZIONE AL SOCIALISMO"


Introduzione

Samir Amin, è noto per il suo personale sviluppo della "teoria delle dipendenza" e lo studio del capitalismo e delle questioni sullo sviluppo del Terzo Mondo. Discute macroscopicamente dei problemi del sottosviluppo nel Terzo mondo e critica la tradizionale economia borghese e la teoria dello sviluppo, sottolineando che il sottosviluppo del Terzo mondo deriva principalmente dal controllo e dallo sfruttamento da parte degli Stati Uniti e di altre potenze occidentali. La teoria della dipendenza è la nozione secondo cui le risorse fluiscono da una "periferia" di stati poveri e sottosviluppati a un "centro" di stati ricchi, arricchendo quest'ultimo a scapito del primo. È una tesi centrale della teoria della dipendenza che i paesi poveri sono impoveriti e quelli ricchi arricchiti dal modo in cui gli stati poveri sono integrati nel "sistema mondiale". Quindi, secondo Samir Amin, se i paesi del Terzo Mondo non possono allontanarsi dal sistema capitalista mondiale e andare verso il socialismo, cioè “sganciandosi", è impossibile per loro liberarsi del proprio status di dipendenza e ottenere un'autentica indipendenza.

Diversi punti di vista di base sul destino del capitalismo

Sul destino storico del capitalismo, Amin ne discute dal punto di vista storico come segue.

Lo sviluppo irregolare delle regioni è stata una caratteristica importante della storia umana

Solo nei tempi moderni la polarizzazione è diventato un prodotto dello sviluppo del capitalismo. Mentre nell'evoluzione del modo di produzione capitalista, la polarizzazione del capitalismo moderno ha mostrato diverse forme continue: "Forma mercantilista" (1500-1800). Apparsa prima della rivoluzione industriale. Questo capitale commerciale prese principalmente la sua posizione di monopolio nei principali paesi atlantici, con le aree periferiche delle Americhe. La cosiddetta "modalità classica" (1800-1945), che ebbe origine nella rivoluzione industriale e decise la forma di base del capitalismo, i paesi periferici in quel momento si svilupparono ulteriormente e coprirono l'Asia (escluso il Giappone), l'Africa e l'America Latina. 
Dalla rivoluzione industriale fino alla fine della Seconda guerra mondiale, il sistema mondiale si basava sulla polarizzazione di questa "modalità classica". Il periodo postbellico (1945-1990) fu caratterizzato dall'industrializzazione dei paesi periferici. Questa industrializzazione, indubbiamente, era disuguale e squilibrata. In Asia e in America Latina, l'industrializzazione era il principale fattore sociale. In questi paesi periferici che avevano appena ottenuto l'indipendenza politica, i movimenti di liberazione nazionale hanno ulteriormente accelerato questo processo ineguale e disuguale di industrializzazione. Tuttavia, allo stesso tempo, il sistema di produzione nazionale egocentrico si è gradualmente disintegrato. Questa recessione double-dip è un sintomo di approfondimento della globalizzazione.

Gli anni recenti (dal 1990). Il cumulo ha provocato il collasso dell'equilibrio del sistema mondiale dopo la Seconda guerra mondiale. Dagli anni '90, con la marcata accelerazione del processo di globalizzazione, la stessa forma sociale del capitalismo sembra aver subito importanti cambiamenti, e lo stato disordinato e l'estrema vulnerabilità del sistema capitalista mondiale non hanno precedenti. Questa è una base estremamente importante sulla quale egli prende il giudizio razionale sul destino storico del capitalismo. Amin crede che per esaminare il problema della fine del capitalismo e la prospettiva dell'umanità, la chiave è illustrare se lo sviluppo del capitalismo oggi ha risolto tutti i conflitti e le crisi, o se il capitalismo ha raggiunto uno stato di sviluppo armonioso perfetto. La risposta di Amin è chiaramente no. Nelle sue stesse parole: "Ora, questa evoluzione non porta solo una nuova forma di polarizzazione caratteristica del nuovo ordine mondiale, ma ha anche prodotto un mondo disordinato". "Questa crisi", sostiene Samir Amin, "è visibile in tutte le regioni del mondo e in tutte le sfaccettature della crisi politica, sociale e ideologica". Invece di incoraggiare la pace e la sicurezza e l'interdipendenza internazionale, la globalizzazione sta rafforzando disuguaglianze, polarizzazioni, sciovinismi e conflitti all'interno e tra le nazioni. Ci sono tre ragioni principali: il fallimento della globalizzazione "per sviluppare nuove forme di organizzazione politica e sociale che vanno oltre lo stato nazionale, per riconciliare la crescita dell'industrializzazione in parti della periferia asiatica e dell'America Latina con il perseguimento della crescita globale e per sviluppare una relazione, piuttosto che di esclusione, con la periferia africana". Pertanto, secondo Amin, l'attuale situazione caotica non solo non può sostenere il processo della globalizzazione, ma rivela la sua estrema vulnerabilità.

 Le "tre contraddizioni" del capitalismo non possono essere superate

Amin crede che il processo di accumulazione capitalista sia incoerente con gli interessi della stragrande maggioranza delle persone, il che si riflette principalmente in tre principali contraddizioni: primo, la contraddizione tra la ricerca capitalista di interessi e posizione dei lavoratori come appendici; in secondo luogo, la contraddizione intrinseca del capitalismo tra i suoi cosiddetti benefici economici "ragionevoli" a breve termine e lo sviluppo globale complessivo del globo; terzo, il crescente divario tra ricchi e poveri. Tutte queste contraddizioni non sono mai state superate; al contrario, hanno gradualmente approfondito lo sviluppo del capitalismo. La flessibilità del capitalismo, cioè la sua capacità di utilizzare vari mezzi di adattamento sociale, consente a se stesso di superare le crisi causate dallo scoppio di conflitti. Tuttavia, questi approcci a metà strada per affrontare le crisi hanno aumentato le contraddizioni insite nel capitalismo stesso.

I cinque monopoli capitalisti assorbono il "plusvalore" prodotto nella periferia

Amin incoraggia coloro che sono impegnati nella "prospettiva del socialismo globale" a lottare contro "i cinque monopoli che riproducono il capitalismo". I cinque monopoli sono: il monopolio della tecnologia generata dalle spese militari dei centri imperialisti, il monopolio del controllo sulle finanze globali e una posizione forte nella gerarchia dei saldi delle partite correnti, il monopolio dell'accesso alle risorse naturali, il monopolio sulla comunicazione internazionale e i media e il monopolio sui mezzi di distruzione di massa.

La questione della polarizzazione del sistema capitalista mondiale si distingue

La legge della "polarizzazione" è la legge inerente all'espansione capitalista mondiale. Il modo di produzione capitalistico si basa su una combinazione di beni, capitali e mercati del lavoro, mentre la modalità operativa del sistema capitalistico mondiale è solo una combinazione della circolazione di beni e capitali, da cui il mercato del lavoro è artificialmente separato. In Francia, negli Stati Uniti e in altri paesi capitalisti sviluppati, esiste un flusso regolare di merci e manodopera.
Tuttavia, in termini di sistema capitalistico mondiale, non esiste un'integrazione nel mercato del lavoro. I confini politici esistono ancora e dureranno a lungo. 
Questa logica è sufficiente per far vedere chiaramente alla gente che la polarizzazione del mondo è un risultato inevitabile dell'espansione del capitale.
Il capitalismo produce un problema senza precedenti che non può essere risolto da solo, vale a dire: la crescente polarizzazione del mondo. La polarizzazione mondiale è un fenomeno moderno associato al capitalismo. Pertanto, ciò di cui abbiamo bisogno è il modo in cui il sistema attuale reagirà a questa prospettiva. La gente non può vedere l'alba della liberazione umana ma il pericolo della disoccupazione di massa in esso, combinata con l'aumento della povertà.
Amin crede che il sistema capitalista sia destinato a essere sostituito dalla nuova società e dal nuovo sistema a causa delle tre contraddizioni e della legge di polarizzazione che non può superare da solo. Ha detto: "le contraddizioni di cui parliamo fanno tranquillamente il loro lavoro, e un giorno le strutture" stabili "collassano: la storia entra quindi in una fase che può essere descritta più tardi come transitoria, ma che è vissuta come una transizione verso l'ignoto, durante i quali nuovi soggetti storici si cristallizzano lentamente: questi argomenti inaugurano nuove pratiche, procedono per tentativi ed errori e li legittimano attraverso nuovi discorsi ideologici, spesso confusi all'inizio, solo quando i processi di cambiamento qualitativo sono maturati sufficientemente compaiono nuove relazioni sociali, definendo sistemi post-transizionali capaci di autoproduzione prolungata." La profezia del capitalismo di Amin è coerente con le opinioni di Wallerstein ma Amin è ancora più radicale: "appunto perché le contraddizioni immanenti del capitalismo sono più acute alla fine del secolo di quanto lo fossero all'inizio, e poiché i mezzi di distruzione sono anche molto più grandi di quanto lo fossero, l’alternativa è (più che mai) socialismo o barbarie".

La strategia dello "sganciamento": nuovo percorso per lo sviluppo del Terzo Mondo

Uno dei punti chiave di Amin riguardo allo sviluppo del Terzo mondo è il seguente: i paesi capitalisti della periferia (i paesi del Terzo mondo) sono obbligati a sperimentare un processo di cancellazione dal sistema capitalista mondiale se vogliono avere un vero sviluppo. Parlando di "sganciamento" o "delinking", Amin sottolinea la necessità che i paesi sottosviluppati adottino nuove strategie e valori di mercato diversi dai paesi sviluppati del nord. Delinking, spiega, non significa "autarchia ma rifiuto di piegarsi alla logica dominante del sistema capitalista mondiale". La disconnessione implica un trasferimento di egemonia politica verso nuovi "centri". Il delinearsi è una forma di tagliarsi fuori, "una specie di anti-globalizzazione attiva che è in relazione dialettica con la stessa globalizzazione". Amin ha quattro proposizioni per giustificare il delinking. In primo luogo, la necessità del delinking è il risultato logico e politico del carattere ineguale dello sviluppo del capitalismo. Lo sviluppo ineguale, in questo senso, è l'origine delle evoluzioni sociali, politiche e ideologiche essenziali. Secondo, il delinking è una condizione necessaria per ogni transizione socialista, nel Nord e nel Sud. Questa proposizione è, a nostro avviso, essenziale per una lettura del marxismo che tenga realmente conto del carattere ineguale dello sviluppo capitalista. Terzo, i potenziali progressi che si rendono disponibili attraverso il delinking non "garantiranno" la certezza di un'ulteriore evoluzione verso un "socialismo" predefinito. Il socialismo è un futuro che deve essere costruito. In quarto luogo, l'opzione per il delinking deve essere discussa in termini politici. Questa proposizione deriva da una lettura secondo cui i vincoli economici sono assoluti solo per coloro che accettano l'alienazione delle merci intrinseca al capitalismo e lo trasformano in un sistema storico di validità eterna. Amin concorda sul fatto che il centro cresca a spese della periferia. È in questo contesto che Amin sostiene che l'unico modo per il Terzo mondo di prosperare sarebbe attraverso il processo di delinking. Ma, poiché i paesi capitalisti del Terzo mondo non hanno ancora raggiunto il decollo economico, anche se esprimono verbalmente di essere autosufficienti, sono molto deboli e non hanno alcun mezzo per raggiungere il delinking. Pertanto, il delinking può essere solo relativo. Dipende dalla capacità negoziale, dal potere contrattuale e dai vantaggi economici, culturali e politici dei paesi periferici. Come proposta di sviluppo, il delinking è associato a qualche tipo di programma sociale, che è il piano per costruire una nazione moderna.

Amin analizza la radice del "sottosviluppo" del Terzo mondo. Sostiene che nella struttura "centrale" e "periferica" ​​del modo di produzione capitalista, la "periferia" è incorporata nel sistema capitalista mondiale in accordo con le esigenze del centro. Il processo di sviluppo della periferia deve essere soggetto allo sviluppo capitalistico del "centro": sebbene le industrie si siano espanse nei paesi semi industrializzati, ciò non significa che il divario tra "centro" e "periferia" si sta riducendo. Il trasferimento su larga scala di industrie ad alta intensità di manodopera è accelerato, generando una nuova divisione internazionale del lavoro ineguale: in questa disuguale divisione internazionale del lavoro, il Terzo mondo nella "periferia" ha ereditato quelle industrie con un potenziale limitato; mentre i paesi capitalisti nel "centro" mantengono le industrie con competenze chiave e il maggior potenziale di sviluppo.
Amin sottolinea ulteriormente la via d'uscita dallo stato di sottosviluppo. Crede che finché esiste una struttura "centrale" e "periferica" nel sistema capitalista mondiale, lo sviluppo dei paesi del Terzo Mondo potrebbe essere solo dipendente e controllato. Quindi, sostiene che per diventare indipendente, il Terzo mondo deve liberarsi dal sistema capitalista mondiale.
Per quanto riguarda i mezzi del "delinking", Amin suggerisce che il socialismo sia una condizione fondamentale per il progresso e l'indipendenza, e che solo il socialismo può far sì che il "capitalismo marginale" si muova verso il percorso di uno sviluppo autosufficiente, e solo il percorso di sviluppo socialista può essere l'unica alternativa allo "sviluppo del sottosviluppo", perché solo nel socialismo, il Terzo mondo può davvero liberarsi del controllo e dello sfruttamento del capitalismo del centro del sistema capitalista mondiale, ottenendo così il "delinking". Ciò significa che, solo il "delinking" dai paesi sviluppati può permette di superare lo scambio ineguale e i paesi periferici possono gradualmente intraprendere un percorso sano di sviluppo e, infine, superare i paesi capitalisti sviluppati economicamente.

Amin crede che per i paesi del Terzo Mondo, il presupposto per la realizzazione della struttura socialista e la creazione di un nuovo ordine economico internazionale sia l'autosufficienza. Il percorso di sviluppo autosufficiente deve avere un carattere di massa, perché solo lo sviluppo "di massa" può condurre a "un'economia nazionale e autosufficiente". La strategia di sviluppo dell'industrializzazione del Terzo mondo deriva principalmente dall'agricoltura e dall'industria. Per servire la massa dei contadini, l'industrializzazione deve prima essere fatta concentrandosi sul miglioramento della produttività rurale. Allo stesso modo, per servire le masse urbane, è necessario abbandonare la produzione di lusso per il mercato locale e abbandonare le esportazioni. "Tuttavia, il sistema sociale richiesto per la rivoluzione agricola e la mobilitazione della città deve essere socialista, perché il socialismo è una condizione fondamentale per il progresso e l'indipendenza, piuttosto che un'ideologia o una motivazione morale che può essere scelta liberamente". Solo attraverso la rivoluzione socialista, si potrebbe raggiungere lo sviluppo economico nazionale "autosufficiente" e la situazione in cui il Terzo mondo dipende dai paesi capitalisti sviluppati sarà invertita e cambiata.

L'alternativa socialista alla globalizzazione

Amin sottolinea che la globalizzazione non è una novità. Dal XV secolo in cui il capitalismo è nato, la globalizzazione è andata avanti. Solo dopo la rivoluzione industriale, questo processo è accelerato notevolmente. Nel "Manifesto del partito comunista", Marx ha sottolineato che il capitalismo ha creato mercati globali e si è sviluppato nel capitalismo globale.
La forma moderna del sistema capitalista mondiale si è espansa oltre i confini dello stato-nazione e dà luogo a problemi seri che lo stato-nazione da solo non riesce a gestire.
La tendenza corrente della globalizzazione, Amin pensa che abbia la natura dell'obiettività e del significato progressista. "La globalizzazione è un fatto della storia moderna, è un fatto positivo e un progresso storico, che non dovrebbe essere cancellato dalla risposta culturale spontanea." Ma, riconoscere che la globalizzazione è un fatto positivo ed utile al progresso storico è una cosa, mentre il modo di trattare e guidare la globalizzazione è un'altra. Pertanto, sottolinea che la parola "globalizzazione" deve essere qualificata. In primo luogo, qual è la globalizzazione? Che tipo di globalizzazione è? È orientata al capitalismo o al socialismo? Nel capitalismo nell'era della globalizzazione, Amin sottolinea l'iniziativa di partecipare alla globalizzazione. Sostiene che "delinking" non significa "anti-globalizzazione", come è incompreso da alcune persone, ma è implementato nel partecipare alla globalizzazione, "non ci sono situazioni che sono insormontabili e esistono sempre alternative". Né il "rifiuto" della globalizzazione costituisce una risposta adeguata. "Rifiuto", evidente solo dal modo in cui è espresso, per esempio il ritorno all'etnia e il fondamentalismo religioso si integrano in questo rifiuto e ne viene fatto uso. Il "delinking" non si trova in questi illusori e negativi rifiuti ma al contrario tramite un inserimento attivo in grado di modificare le condizioni della globalizzazione.

Amin riconosce che esiste un discorso egemonico che pensa che non ci dovrebbero essere vincoli alla globalizzazione, o altrimenti, le porte dovrebbero essere chiuse. Sottolinea ripetutamente che non è contro la globalizzazione, ma contro la globalizzazione guidata dal capitalismo. Crede che un'altra forma di globalizzazione sia possibile e il problema sta nel tipo di globalizzazione di cui abbiamo bisogno. Ciò che propone è che dal punto di vista del socialismo, dobbiamo combattere la globalizzazione dei mercati sviluppando un altro programma di globalizzazione. Amin sostiene che, sebbene le persone non siano in grado di comprendere chiaramente la questione della "globalizzazione", le concezioni della "globalizzazione" da diversi punti di vista sono piuttosto diversi: il capitalismo desidera che il capitale possa fluire liberamente in ogni angolo del mondo e coprire l'intera vita sociale, mentre il socialismo dovrebbe permettere alle persone di vedere chiaramente perché la globalizzazione capitalista sta gradualmente approfondendo la polarizzazione del mondo, cioè nel contesto della globalizzazione, la gente dovrebbe vedere chiaramente la natura reazionaria del capitalismo: il mondo polarizzato è diventato sempre più inumano e minaccia l'intera razza umana. Pertanto, è l'obbligo del socialismo proporre un programma di globalizzazione alternativo, che deve essere umano. Amin vede l'alternativa alla globalizzazione guidata dal capitalismo come un accumulo di un sistema politico globale, che non è controllato dal mercato globale: il mercato è solo uno degli accordi non dominanti e il potere del mercato non dovrebbe prevalere sullo stato nazionale, ma deve essere posto sotto il controllo della società. Crede anche che "una risposta umanistica alla sfida della globalizzazione inaugurata dall'espansione capitalista possa essere idealistica, ma non è utopistica: al contrario, è l'unico progetto realistico possibile, nel senso che l'inizio di un'evoluzione verso questa direzione deve radunare rapidamente potenti forze sociali in grado di imporre questa logica".


Conclusione

Per concludere, quello che la strategia di Amin del "delinking" e della "transizione socialista" suggerisce è: in primo luogo, l'espansione del capitale e la globalizzazione guidata dal capitalismo hanno creato un sistema globale di sviluppo e sottosviluppo, e la globalizzazione perpetua così uno sviluppo e una disuguaglianza diseguali nel mondo ; in secondo luogo, il “delinking” dal centro capitalista e la transizione socialista è il percorso di sviluppo ottimale per la periferia - i paesi del Terzo mondo; in terzo luogo, è obbligo del socialismo creare un programma alternativo di globalizzazione, fornendo così spazio al progresso autonomo dei popoli del Terzo Mondo. Questa strategia mira a sradicare la pauperizzazione e l'ineguaglianza attraverso un modo rivoluzionario in modo che la popolazione mondiale possa vivere in armonia senza essere dominata dal centro imperialista, un concetto che assomiglia alla concetto di "comunità umana dal destino comune" del Presidente Xi. 

 

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