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lunedì 27 maggio 2019

0 UN COMMENTO A CALDO



Il commento a caldo dopo le Europee serve a tirare delle prime conclusioni su cui a parer mio bisogna riflettere.
Per prima cosa va registrato l'ennesimo totale fallimento annunciato della nostra area politica.
Da Rizzo, che gioisce per un risultato insignificante, al listone “La Sinistra”, con la sua mediocrità nel proporre programmi cotti e stracotti, gonfi di europeismo idealista, di cui parlammo il giorno prima delle elezioni, abbiamo clamorosamente perso.
C’è da mettere sul banco degli imputati non un semplice dirigente o un gruppo dirigente ma l’intero modo di pensare e fare politica di questi partiti, tutti più o meno figli di Rifondazione Comunista, negli ultimi vent’anni.
Non basta dire abbiamo comunicato male i nostri buoni propositi, oppure accusare di fascismo chi ha fatto una scelta ben diversa, votando Salvini.
Va fatta tabula rasa dell’approccio che una parte consistente di noi ha avuto nei confronti della gabbia europea e della lotta per i diritti dei ceti subalterni.
Per usare un’espressione di Formenti, la sinistra lemming che con questi listoni punta al suicidio e all’irrilevanza politica e culturale a parer mio va messa alla berlina e i primi che dovrebbero farlo sono i militanti che ad ogni tornata elettorale si fanno prendere in giro da dei dirigenti impresentabili e fuori dal mondo.
Contrastare Salvini con l’antifascismo di maniera o con le pastasciutte antirazziste non basta, anzi, non serve a niente.

Occorre capire il “Fenomeno Salvini” se si ha l’ambizione di sfidarlo e batterlo e per abbozzare uno straccio di analisi, alquanto insignificante ma è pur sempre un possibile inizio, cercherò di usare alcuni elementi che ho trovato leggendo una delle ultime fatiche di Franco Berardi “Bifo”: “Futurabilità”.
Salvini, Orban, Putin, Trump, Le Pen sono delle reazioni a trent’anni di umiliazioni che hanno coinciso con la ristrutturazione del capitalismo di cui Reagan e Thatcher sono stati il simbolo assieme al carrozzone socialdemocratico convertitosi alla Terza Via.
L’obiettivo dichiarato di questi soggetti era l'annientamento della società in quanto tale, con i suoi legami di solidarietà, con l’empatia e qualsiasi sentimento umano incompatibile con l’accumulazione del capitalismo.
Dopotutto, come disse la Thatcher: “la società non esiste.”
Sono evidentemente riusciti nel loro intento, ma hanno generato una bolla di rassegnazione, impotenza e umiliazione che non poteva non essere trasformata in odio.
Il sessantenne senza lavoro, il pensionato che stenta a sopravvivere, le periferie abbandonate, il lavoratore precario che in questi anni sono stati presi a schiaffi in faccia senza pietà e illusi, oggi reclamano una sola cosa: vendetta.
Non importa che questo odio venga indirizzato verso gli ultimi del mondo e che venga dato credito a personaggi che propongo misure contro le classi subalterne, come la flat tax.
Oggi una grossa fetta del proletariato occidentale reclama la sua vendetta contro trent’anni di umiliazioni e prese in giro da parte di una élite totalmente fuori dal mondo.
Quello scollamento delle élite di cui parlava Lasch già negli anni ‘80 ha prodotto una nicchia arrogante di popolazione che vive allegramente in città/quartieri fortezza, nel lusso che riescono a mantenere in questo mondo globalizzato, guardando dall’alto in basso questi “pezzenti” in rivolta o, come li definì il premier "socialista" francese Hollande, "poveri senza denti."
Straparlano di multiculturalismo e mondo aperto dai loro appartamenti in centro, in zone in cui permane quel confine di classe che si guardano bene dal demolire mentre grazie alla gentrificazione delle città espellono verso le periferie e i centri minori il popolo lavoratore.
Chi è sazio non crede alla fame e lo scollamento diviene puro odio di classe da parte di questi ottusi che non riescono a capire come l’operaio del Midwest possa credere a Trump e non alle magnifiche possibilità aperte dal mondo globalizzato.
A tutto questo aggiungiamo l'inarrestabile ascesa dei popoli del vecchio Terzo Mondo che reclamano spazio e potere, marginalizzando sempre di più l’Occidente.

Allora cosa dobbiamo fare?

Non pretendo di avere la cura giusta e mi limito semplicemente a fornire degli spunti.
Dobbiamo ricomporre delle strutture di classe adatte a sostenere dei processi che dal basso si impegnino a costruire spazi di autonomia e solidarietà, isole in espansione contro l’odio che cresce proponendo soluzioni sbagliate a problemi dannatamente complessi. 





sabato 25 maggio 2019

0 ELEZIONI EUROPEE: UNA BELLA FARSA


Il 26 maggio saremo chiamati a votare per il Parlamento Europeo. Il mio sarà un invito chiaro: astensione o il voto a qualsiasi formazione politica che dica fuori l’Italia dall’Europa.
Non dobbiamo legittimare in nessun modo una struttura di potere antipopolare e antidemocratica che sta trascinando, con la complicità dei padroni italiani, nel baratro il nostro paese. 
Dalla questione dei Trattati Europei, in flagrante contraddizione con la nostra Costituzione, al modo con cui hanno seppellito la parola democrazia annientando il paese dove questa nacque.
Ogni possibilità di una presunta riforma di questa macchina infernale è morta con il fallimento di Tsipras e la distruzione scientifica di un popolo intero.
Come disse Juncker: “Non ci può essere scelta democratica contro i trattati europei.”
Non condivido quindi il programma dell’ennesimo inutile cartello della sinistra italiana “La Sinistra” che si inscrive nel solco di quell’europeismo idealista issato ad argine di una presunta deriva fascista e “sovranista” in atto.
Dico presunta perché ritengo la contrapposizione “europeisti” contro “sovranisti” una contraddizione interna allo schieramento di chi intende semplicemente gestire l’austerità neoliberale. 
Non c’è nessuna differenza tra Macron che reprime con la forza i gilets jaunes o Orban che allo stesso modo cerca di fermare il movimento operaio ungherese. 
Anche nei risultati ottenuti non sono diversi questi due soggetti espressione della stessa elite.
Juncker, questo simpatico burocrate lussemburghese ed europeista, ha governato un paradiso fiscale interno all’UE, Orban governa un paradiso fiscale dove esiste una flat tax del 15% per le persone fisiche e del 9% per le imprese che rendono il suo paese un paradiso fiscale allo stesso livello di Lussemburgo, Cipro, Irlanda, Belgio, Malta e Olanda in termini di regime fiscale.
Sviluppando ancora il paragone potremmo confrontare le riforme del mercato del lavoro varate da Macron, in continuità con quelle di Hollande, ed una delle ultime trovate del presidente ungherese per favorire i padroni, specie se tedeschi, ovvero un tetto di 400 ore di straordinari in un anno che porterebbe la settimana lavorativa a sei giorni alla settimana per 10 ore al giorno.

Segnalo un ultimo aspetto, il rapporto di dipendenza del capitalismo ungherese con quello tedesco a cui destina il 79% dell’import e riceve il 76% dell’export.
Perché dovrebbe interessarci?
Un rapporto simile è in fase di costruzione anche in Italia, grazie al processo di deindustrializzazione in atto, le politiche di deflazione salariale che hanno impoverito i lavoratori distruggendo il mercato interno, una crescita economica legata mani e piedi alle esportazioni e un capitalismo retto da lavoratori poveri e produzioni a basso valore aggiunto.
La Germania sfrutta a suo vantaggio le regole europee e la complicità del padronato italiano, disposto a vendere il proprio paese pur di vincere la propria lotta di classe dall’alto, in cui il processo d’integrazione europea ha svolto un ruolo essenziale come vincolo esterno e giustificazione per la ristrutturazione del nostro capitalismo.
Come diceva Togliatti: “Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l'ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trusts internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio. Essi non soltanto vendono, ma si vendono volentieri al migliore offerente tra gli imperialisti stranieri.”

Chi non inquadra nella giusta ottica l’Europa, pensando che sia stato tradito un puro ideale dell’origine, a mio avviso non riesce a leggere i fatti concreti. I risultati attuali sono stati voluti sin dall’inizio per piegare il movimento operaio e svuotare di ogni valore i parlamenti nazionali.
Per questo il mio invito è alla lotta per rompere la gabbia europea, dentro cui non c’è futuro per l’Italia e per i ceti subalterni.

venerdì 24 maggio 2019

0 LIMONOV: POETA, SOLDATO, PUNK E RIBELLE


Eduard Limonov, nato come Eduard Veniaminovič Savenko, è uno di quei personaggi fuori dal comune che nella piattezza postmoderna fatta di intellettuali da salotto alla Levy e politicamente corretto è ormai raro trovare.
Limonov fu dissidente nell’URSS senza esserlo veramente, il suo unico scopo era quello di sperimentare e vivere una vita avventurosa, diventando un famoso scrittore.
Dopo la parentesi a Charkiv, città ucraina nella quale visse la maggior parte della sua infanzia e adolescenza scrivendo poesie e frequentando delinquenti di ogni sorta, e moscovita, si fece espellere dal paese per poter emigrare negli USA con la moglie, la poetessa Elena Schapova.
Si dice che riuscì in questa difficile impresa seducendo la figlia di Andropov, storico capo del KGB.
In queste due città frequentò ed entrò in contatto con i principali intellettuali sovietici indipendenti. 

Espulso dal paese cercò di diventare un famoso scrittore negli USA, dove frequentò gli ambienti dell’alta società di New York e dove si sviluppava all’epoca la cultura punk.
Si ritrovò presto solo e senza un soldo, vagando senza meta nei bassifondi di New York, dove ebbe anche rapporti omosessuali con dei neri.
Da qui il titolo del suo primo romanzo, scritto negli USA, “Il poeta russo preferisce i grandi negri”, trovata pubblicitaria dell’editore francese che lo pubblicò poiché il titolo originario era “Sono io, Edika”.
A New York, mentre cerca un editore disposto a pubblicare questo romanzo particolarmente sprezzante e ruvido, sbarca il lunario facendo da maggiordomo per un ricco uomo d’affari che conosce innamorandosi della sua governante.
Questa parte della sua vita viene raccontata  magistralmente in “Diario di un fallito”.

Trasferitosi a Parigi con la nuova moglie, la cantante russa, alcolista e ninfomane, Natalija Medvedeva, frequenta anche qui gli ambienti più importanti della vita intellettuale della città.
Campa scrivendo per il giornale del Partito Comunista Francese L'Humanité ma soprattutto per L'Idiot international, dove conosce De Benoist e forma la sua visione ideologica rossobruna.
Dalla Francia osserva scioccato l’ascesa di Gorbaciov, tra la gioia dei bobo della città contenti della svolta liberale in atto nel paese.
Limonov però non ne era contento, pensava che il suo paese dovesse incutere terrore agli occidentali, doveva spaventare il leader dell’URSS.
Non era un dissidente, difendeva a spada tratta il suo paese e disprezzava fortemente quei dissidenti alla Sacharov che tanto piacciono agli occidentali.
Grazie alla perestrojka riuscì a tornare nel suo paese, potendo osservare il declino in atto grazie a Gorbaciov per cui reclamava a gran voce un plotone di esecuzione.
Tra mafiosi e capitalisti in ascesa Limonov intuisce che la fine per quel paese è vicina, in questo periodo di forte spaesamento si inventa “poeta soldato”, come D’Annunzio.
Limonov partecipa nel 1991 alla guerra che sta dilaniando la Jugoslavia, scegliendo immediatamente la causa serba, non per qualche strana motivazione ideologica ma perché ritiene che l’esperienza della guerra debba essere provata almeno una volta nella vita da un uomo.
Inviato nella Repubblica serba della Slavonia, combatterà al fianco del comandante Arkan e di Radovan Karadžić, ex presidente della Republika Srpska.
Vi tornerà anche in seguito, fino alla sconfitta definitiva di Arkan.

Dopo la controrivoluzione di Eltsin, intuisce che nel suo paese dovrà tenersi la sua personale e principale battaglia.
Riunisce intorno alla sua figura una massa di diseredati, sbandati e sconfitti dalla restaurazione di Eltsin con i quali fonderà il partito nazionalbolscevico, dotato anche di una personale testata di nome “Limonka”, ovvero granata.
I nazionalbolscevichi hanno un progetto irrazionale, antimoderno, rivoluzionario e basato su un sincretismo politico tra destra e sinistra e uno slancio eroico costante.
Mishima, Evola, Mussolini, Gheddafi, Proudhon con Marx, Bakunin, Stalin, Debord e Marighella.

Al suo interno troviamo l’uomo di azione, Limonov, e il pensatore, Dugin, autore della “Quarta teoria politica” e del primo programma politico dei comunisti di Zyuganov, oltre alle idee della Nuova Destra francese di De Benoist.
Tra i membri del partito spicca anche la presenza del cantante punk Egor Letov. 
I nazionalbolscevichi fondono valori tradizionalisti, il culto supremo dello Stato, con la riscoperta in chiave imperiale dell’URSS, con il superamento del capitalismo e il collettivismo.
Il vero nemico è la società liberale con il fantoccio Eltsin e il suo capitalismo oligarchico.
Elettoralmente la sua iniziativa politica sarà un fallimento totale e piano piano questo partito si opporrà allo stesso Putin, l’erede di Eltsin.

Putin viene criticato per la sua moderazione, viene accusato di essere al servizio di 30 famiglie di oligarchi che controllano il paese ma è apprezzato per il suo nazionalismo.
Nel 2007 il partito viene dichiarato illegale, una parte di loro confluirà in una variegata coalizione di oppositori di Putin in cui troviamo anche Kasparov.
Queste scelte porteranno alla rottura con Dugin, con un riavvicinamento avvenuto solamente negli ultimi anni.

Limonov verrà arrestato nel 2001 con l’accusa di traffico di armi e per aver tentato un colpo di stato in Kazakistan.
In questo periodo scrive alcuni importanti romanzi come il già citato “Diario di un fallito”, “Il libro dell’acqua”, “Il trionfo della metafisica, memorie di uno scrittore in prigione” e “Zona industriale”.
Contemporaneamente molti militanti del suo partito combattono nel Donbass contro i nazionalisti ucraini, diretti dallo scrittore Zachar Prilepin, la cui crisi Limonov predisse già negli anni ‘90, e in Siria.

Attualmente è sposato con l’attrice russa Ekaterina Volkova e prosegue la sua vita di intellettuale antiborghese, anticonformista e socialista, come afferma lui, "della linea dura".

martedì 21 maggio 2019

0 IL GANGSTERISMO SECONDO TRUMP


Gli USA hanno scelto con quale approccio affrontare la transizione al mondo multipolare: il gangsterismo.
L’Impero progressivamente vede crollare le possibilità di alimentare il proprio potere globale, che sognò di perpetuare dopo il collasso dell’URSS, e sta reagendo in maniera pericolosa per la pace nel mondo.
Nella quasi totalità dei fronti caldi sul pianeta avanza senza un briciolo di intelligenza dritto all’obiettivo, con la mano pronta sulla pistola carica e la solita arroganza yankee.

In Medio Oriente vengono assecondati i piani del criminale governo israeliano, a cui, dopo il riconoscimento di Gerusalemme capitale del paese, è stata riconosciuta la sovranità sulle Alture del Golan, sotto occupazione dal 1967.
Nel breve periodo dovrebbe essere riconosciuta anche la sovranità di Tel Aviv sulla Cisgiordania, come promesso da Netanyahu in campagna elettorale, con tanti saluti al diritto del popolo palestinese ad avere una patria.
Israele trova un’intesa con gli USA anche sulla questione Iran.
Trump ha ritirato il proprio paese dal trattato sul nucleare firmato da Obama nel 2015 e sostiene, attraverso anche i paesi dell’islam sunnita ostili all’Iran, una guerra per procura contro un paese piegato dalle sanzioni.
Sull’Iran possiamo dire quello che vogliamo, possiamo criticare quel sistema di governo e abbiamo il dovere di non dimenticare i comunisti torturati e uccisi nelle carceri di quel paese ma sicuramente non è Teheran a finanziare il fondamentalismo islamico in giro per il mondo, diversamente da altri paesi con cui l’Occidente mantiene ottimi rapporti.
Anzi, l’Iran ha dato un contributo non indifferente alla sconfitta dell’Isis ed è bene ricordarlo, basti pensare che nel 2014, con l’esercito iracheno in rotta, salvò dal Califfato la città di Baghdad, come va ricordato il rispetto fino ad oggi del trattato sul nucleare firmato quattro anni fa.
Evidentemente gli yankee rispettano solamente chi è dotato già di una bomba atomica, come ha capito bene Kim Jong Un, ma convalidare una tale visione dei rapporti internazionali implica una spinta non indifferente alla proliferazione delle armi nucleari in giro per il mondo.
L’Iran ha già minacciato di portare al 20% l'arricchimento dell’uranio, Israele è da tempo immemore dotato dell’atomica e le tensioni in questa fetta di mondo rischiano di salire sempre di più a vantaggio dei falchi statunitensi, dei loro amici israeliani e anche dei militari iraniani pronti a mettere da parte i politici moderati come Rouhani.
Anche in questo caso chiediamo all’autoproclamato governo del cambiamento cosa farà.

Purtroppo per il momento abbiamo preferito mantenere un atteggiamento servile nei confronti di Trump, sacrificando i nostri interessi economici nel paese, si parla di 1,7 miliardi di euro all’anno di esportazioni, e addirittura non abbiamo comprato il petrolio iraniano nonostante l’esenzione di sei mesi concessa da Washington all’ENI.  

Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per la Russia, con il ritiro dal Trattato INF.
Gli USA hanno inventato dal nulla un nemico che a guardare bene cerca solamente di rompere l’isolamento nel quale è stato cacciato e che ha favorito l’avvicinamento con Pechino.
Il capitalismo russo è fondato su una classe di rentiers spregevoli, sostenuti anche dallo stesso Putin, con un’economia basata essenzialmente sull’esportazione di materie prime (petrolio e gas naturale) e che spende 1/10 degli USA nel proprio bilancio alla difesa.
A questo aggiungiamo una pericolosa crisi demografica e l’assenza in ogni settore chiave dello sviluppo economico futuro.
Si tratta di un paese tornato alla ribalta per il proprio peso geopolitico e alla indiscussa abilità politica di Putin, favorito dalla stupidità della classe dirigente statunitense, specialmente in Medio Oriente, che cerca di avere buoni rapporti con gli europei.
Per questo sostiene economicamente i partiti filo-russi come la Lega o l’ex Front National ma ha anche buoni rapporti con il governo di sinistra portoghese o con Tsipras.
Guardare nella giusta ottica la Russia serve a capire che questo nemico inventato ha come scopo l’aumento del budget alla difesa di tutti i paesi Nato, a scapito di altri settori ben più importanti, e la tutela degli interessi dell’apparato militare-industriale degli USA, di cui fanno parte anche Google e tutte quelle industrie del capitalismo delle piattaforme come dimostrato in questi giorni.

Il vero scontro cruciale per il destino dell’ordine mondiale è quella tra USA e Cina che fortunatamente per il momento riguarda solo l’economia.
Oltre le differenti opinioni sulla Cina, è indiscutibile la capacità dei comunisti cinesi dimostrata in questi quarant’anni di sviluppare il proprio paese, rompendo la gabbia del sottosviluppo, affermandosi come superpotenza mondiale.
Come è indiscutibile l’importanza di una Cina geopoliticamente forte, indifferentemente dal tipo di governo, per arginare l’Impero.
Siamo arrivati al momento in cui un sorpasso cinese sembra quasi inevitabile ma gli USA sono ben intenzionati a rimandare quanto prima tale evento, salvaguardando il proprio ruolo nel mondo e soprattutto la centralità del dollaro in questo sistema economico.
Come affermava Samir Amin: 
“Dal 1970 il capitalismo predomina il sistema mondiale con cinque vantaggi: il controllo dell’accesso alle risorse naturali, il controllo della tecnologia e della proprietà intellettuale, l’accesso privilegiato ai media, il controllo del sistema finanziario e monetario e, infine, il monopolio delle armi di distruzione di massa. Chiamo questo sistema “apartheid su scala globale” (segregazione su scala mondiale).Implica una guerra permanente contro il Sud, una guerra iniziata nel 1990 dagli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO in occasione della prima Guerra del Golfo. Ma i paesi emergenti, soprattutto la Cina, sono intenti a decostruire questi vantaggi. Per primo, la tecnologia. Si passa dal “Made in China” al “Made by China”.La Cina non è più l’officina del mondo per le filiali o i soci del grande capitale dei monopoli. Controlla la tecnologia per svilupparsi. In alcuni ambiti in particolare, quello del futuro dell’automobile elettrica, del solare, ecc., possiede tecnologie d’avanguardia in anticipo sull’Occidente. D’altra parte, la Cina lascia che il sistema finanziario mondializzato, si distrugga. E finanzia anche la sua autodistruzione attraverso il deficit americano e costruendo in parallelo mercati regionali indipendenti o autonomi attraverso “il gruppo di Shanghai”, che comprende la Russia, ma potenzialmente anche l’India ed il Sud-est asiatico.Sotto Clinton, una relazione della sicurezza americana prevedeva anche la necessità di una guerra preventiva contro la Cina. E’ per farvi fronte che i cinesi hanno scelto di contribuire alla morte lenta degli Stati Uniti, finanziandone il deficit. La morte violenta di una bestia di questo genere sarebbe troppo pericolosa.”

Siamo arrivati quasi alla resa dei conti, con la bestia che sente cedere la terra sotto i piedi ma non vuole mollare.
Cerca di fermare l’ascesa di Huawei, leader nel campo del 5G, coinvolgendo Google che esegue gli ordini togliendo le licenze software e hardware all’azienda cinese, fatta eccezione per quelle open source.
A ruota seguono Intel, Qualcomm, Broadcom e Xilinx che hanno smesso di fornire chip a Huawei.

Huawei viene accusata, con prove inesistenti, di spionaggio e quindi è considerata una minaccia per la sicurezza nazionale e a ruota gli USA si impegneranno per bandire l’azienda in altre nazioni occidentali.
L'elemento essenziale da fotografare è il coinvolgimento nello scontro con la Cina delle aziende della Silicon Valley.
Cade un altro mito sulla presunta neutralità della rete e di queste aziende, legate mani e piedi al complesso militare-industriale statunitense, come dimostra il loro coinvolgimento in numerosi progetti del Pentagono e alla loro fitta collaborazione con la NSA nel monitorare la rete.
Dunque, se come sappiamo il confine tra Stato e aziende private in Cina è estremamente labile, lo stesso discorso lo possiamo fare in questo caso negli USA, che La Grassa definisce capitalismo dei funzionari del Capitale dove: “i manager ricercano il profitto, da fornire agli azionisti, ma svolgono un ruolo più ampio, sono soprattutto strateghi di un “reparto” di classe dominante in perenne lotta con altre “divisioni” della stessa classe superiore per la prevalenza, pur non detenendo la proprietà dei mezzi di lavoro. Per quest’ultimo scopo, in alcune circostanze, possono anche sacrificare i guadagni laddove una perdita immediata permetta un successo futuro maggiore.”

Ciò è dimostrato bene da Trump che sta razionalmente attaccando gli interessi dei suoi stessi produttori di soia e prodotti agricoli del Midwest, i quali vendono molto in Cina, pur di attaccare il suo nemico.
Si tratta di una lotta mortale per mantenere un dominio che scricchiola sempre di più, come lo si sta vedendo in Venezuela. 
A mio avviso, senza una Cina geopoliticamente forte oggi quel paese già sarebbe stato invaso come Grenada e Panama, ed oggi le sue preziose materie prime, tra cui le terre rare ad oggi esportate solamente dalla Cina e guarda caso non sanzionate da Trump perché essenziali per l’industria hi tech, sarebbero nuovamente nella mani di Washington.

Ci sono varie lezioni da imparare da questo scontro.
La prima è la minore forza dell’Impero nel dettare le regole dell’ordine mondiale.
La seconda è la non neutralità delle aziende del capitalismo delle piattaforme legate sia a pericolosi oligopoli che a paesi potenzialmente ostili, capaci con atti simili di attaccare l’economia anche di un paese forte come la Cina, e da qui l'importanza della sovranità nazionale nel proprio cyberspazio e nell'industria hi tech.
La terza è la necessità di sfruttare l’ascesa cinese per democratizzare le relazioni internazionali, creando l’ambiente ideale per permettere ad ogni paese di scegliere il proprio modello di società.

Concludiamo con la speranza che questi fronti caldi non diventino delle vere guerre, a danno di tutti i popoli coinvolti e della sopravvivenza sul pianeta della stessa specie umana. 


sabato 18 maggio 2019

0 ROMA, PERIFERIA E DIRITTO ALLA CASA


Torre Maura, Casalbruciato, Spin Time Labs sono tutti pezzi di un puzzle più grande che se assemblato permette di osservare un quadro d’insieme chiaro.
Gli elementi su cui riflettere sono numerosi ma vanno evidenziati per poter ragionare fuori dal tam tam mediatico che sfrutta certe vicende per poter allungare il brodo dei decotti talk show che invitano sempre gli stessi personaggi: l’impresentabile del PD o piuttosto nobili che giocano a fare i gilet gialli.
Non si tratta solo banalmente di contrastare la xenofobia montante su cui soffiano le organizzazioni neofasciste.
Per capire come mai organizzazioni come CasaPound hanno un certo seguito in realtà come quelle di Torre Maura o Casalbruciato bisogna prima interrogarsi, e sarebbe bene farlo quanto prima, sul perché le organizzazioni politiche che teoricamente dovrebbero difendere e tutelare i ceti subalterni non svolgono più correttamente questo compito o le poche che lo fanno, penso all’Asia USB, sono ormai sempre più sole.
Ricordiamo che USB non è un partito ma un sindacato e quello per cui dobbiamo oggi lottare è un movimento politico di classe capace di orientare correttamente anche le battaglie sindacali verso un orizzonte ben definito: il superamento di questo modo di produzione.
Negli anni ‘70 era la sinistra comunista che portava avanti le battaglie per la casa, con le occupazioni e lotte molte dure che hanno coinvolto anche personaggi non appartenenti alla galassia comunista ma cattolica, come il recentemente scomparso don Roberto Sardelli che ha speso tutta la sua vita in difesa degli ultimi.
Sardelli insegnava nelle baraccopoli vicino all'acquedotto di San Felice, in quella Roma del boom economico fatta anche di baracche fatiscenti e sottoproletariato urbano venuto a lavorare dalla provincia, spesso nel settore dell’edilizia.
Quella gente ha potuto finalmente avere delle abitazioni decenti attraverso dure lotte e all’azione politica del PCI, con il sindaco comunista di Roma Luigi Petroselli, il quale edificò il quartiere di Tor Bella Monaca che diede una casa a tanti di coloro che vivevano nelle baracche romane.

Oggi, organizzazioni come CasaPound hanno gioco facile nel soffiare sullo scontro tra poveri pensando che con il semplice “prima gli italiani” si possano risolvere i problemi di certe realtà.
Non è negando i diritti che questi quartieri avranno servizi sociali efficienti, punti di ritrovo per tenere lontani i ragazzi dalla criminalità e dalla droga e soprattutto il lavoro.
Piuttosto che puntare il dito contro i rom o gli immigrati, posto che sono vicende delicate che vanno affrontate con criteri precisi sapendo bene cosa si vuole fare e le possibili conseguenze di ogni singola scelta nel contesto in cui si opera perché un conto è spedire rom e immigrati ai Parioli e un conto è inserirli in una periferia con tutti i problemi del caso, dovremmo puntarlo sui palazzinari che hanno fatto da sempre il bello e il cattivo tempo a Roma, una città cresciuta grazie alla speculazione edilizia.
Come dimostrato dall’occupazione di Spin Time Labs, avvenuta al centro di Roma, nel Rione Esquilino, che nel 2012 occupò la vecchia sede dell’INPDAP, l’ente di previdenza degli statali ormai confluito nell’INPS, vuota dal 2010.
In questo palazzone abitano sia immigrati che italiani padri di famiglia senza un lavoro, anziani soli e poveri ma anche lavoratori che potenzialmente le bollette possono anche pagarle.
Il problema sorge nel momento in cui si scontrano con la legge voluta qualche anno fa da Lupi, ministro di un sedicente governo di sinistra, anzi, di centro - centrosinistra, che all’articolo 5 scriveva che si devono tagliare luce e acqua agli edifici occupati da senza tetto.

Ecco il criterio scelto dai nostri politici per risolvere l’emergenza abitativa nel nostro paese: la forza contro i più deboli.
La forza fine a se stessa, con il costante aumento degli sfratti, promossi da privati come da enti pubblici o dalla stessa Chiesa, come nel caso dell’uomo di 65 anni suicidatosi a Prato dopo la lettera di sfratto della Curia.

Non si risolvono così i problemi, non si risolvono neanche mettendo da una parte i cittadini onesti e dall’altra i presunti “delinquenti”.
La casa è un diritto: ognuno ha il diritto ad avere un tetto sopra la testa e se non può permetterselo, magari perché ha perso il lavoro, magari perché è un anziano con una pensione miserabile, un immigrato che passa da un lavoretto in nero all’altro nella totale irregolarità o perché sei un cosiddetto lavoratore povero, è giusto usare tutto il patrimonio pubblico di immobili a nostra disposizione, invece di venderlo, o bussare alla porta dei grandi gruppi immobiliari.
Chi specula sul prezzo degli affitti tenendo le case vuote, chi preferisce investire nelle gentrificazione dei quartieri o ha deciso di darsi al business del turismo alla Airbnb, che sta trasformando i nostri centri storici in luna park per turisti, è giusto che si veda espropriate le proprie proprietà in nome della pubblica utilità, come stabilito dalla nostra Costituzione.
Non è una proposta da rossi sovversivi, ai tanti rimasti all’isterico anticomunismo da Guerra Fredda basterebbe proporre l’esempio di un grande sindaco democristiano: Giorgio La Pira.

giovedì 16 maggio 2019

0 LA TEORIA DEL CONSUMO DELLA SCUOLA DELLA REGOLAZIONE


Questo articolo studia la teoria del consumo della Scuola francese della regolazione (RA). RA ha goduto di una vasta popolarità all'interno del mondo dell’economia politica radicale, negli anni '70 e '80. Consiste in diversi flussi e tendenze, ma quello francese è il padre fondatore e il più coerente e completo. Lo scopo della RA è: costruire un'analisi economica storicamente specifica del capitalismo. Cioè, per andare oltre la teoria astratta generale e analizzare il modus operandi specifico del capitalismo durante periodi storici specifici, chiaramente delimitati. Per realizzare ciò ha costruito un quadro analitico istituzionalista e storicistico basato su due concetti chiave: il regime di accumulazione (RoA - il modo in cui il surplus viene distribuito durante ogni specifico periodo storico tra capitale e lavoro in modo che la produzione possa soddisfare la domanda) e la modalità di regolamento (MoR - il quadro istituzionale necessario a sostegno di ciascun accordo di revisione). Vengono riconosciuti due tipi storici di RoA: a) ampia accumulazione (i processi di produzione pre-capitalista e modelli di consumo tradizionali sono stati incorporati nel capitalismo, c'è stato un fastidioso coordinamento della produzione e della domanda), b) l'accumulo intensivo (produzione e stili di vita) sono stati riorganizzati radicalmente sulle linee capitaliste, il coordinamento della produzione e della domanda è diventato più funzionale). Inoltre, due MoR sono riconosciuti: a) il MoR competitivo (più appropriato per un ampio accumulo, con un aggiustamento a posteriori della produzione a un prezzo che era altamente reattivo alle variazioni della domanda), b) il MoM monopolistico (la distribuzione del reddito è socializzata principalmente tramite l’istituzionalizzazione di compromessi sociali piuttosto che relazioni di mercato).

Allora il capitalismo è periodizzato come segue:
1. XIX secolo - Prima guerra mondiale:: esteso RoA con MoR competitivo.
2. Periodo intra-bellico: una fase di transizione instabile del RoA intensivo, ma accompagnata da un MoR competitivo inadeguato, che ha portato alla crisi del 1929.
3. Fine della Seconda guerra mondiale - 1973: fordismo, vale a dire RoA intensivo con il monopolista MoR.
4. Dopo la crisi del 1973: post-fordismo, cioè un nuovo RoA in cerca di nuovo MoR.
Tuttavia, questo impressionante quadro analitico ha gravi difetti. Mavroudeas ha dimostrato che la RA è una teoria di medio raggio (m-r) con tutte le carenze di questa prospettiva metodologica. Le teorie di M-r respingono la necessità di un'analisi unificata globale (dalla più generale e astratta alla dimensione particolare e concreta). Impiegano concetti intermedi (invece di concetti generali generati da una teoria generale) immediatamente identificati con credenze empiriche (fatti stilizzati), che sono considerati indiscutibili. Nonostante ciò, in realtà questi fatti stilizzati rappresentano una lettura eclettica della realtà storica, sostenuta da un quadro teorico non riconosciuto. L'attrazione principale - e la fondamentale carenza - delle teorie m-r è il loro stretto rapporto con un'era storica specifica attorno alla quale organizzano il loro campo di ricerca. Questo dà loro un'immensa popolarità nel corso di questa era, ma, allo stesso tempo, li paralizza quando finisce. Il punto di riferimento per i fatti stilizzati di RA è l'epoca post-seconda guerra mondiale. Altri periodi non sono teorizzati né da soli né attraverso una teoria generale, ma secondo questo periodo di riferimento.

Questo studio applica queste critiche generali alla teoria del Consumo del Regolamento. Presenta l'importanza del consumo per il regolamento. Quindi, lo critica su tre aree principali. Innanzitutto, per quanto riguarda la teoria del valore, essa sostiene che la concezione regolatrice del valore della forza-lavoro e la sua teoria del salario sono teoricamente ed empiricamente non corrette. Pertanto, l'articolazione della regolazione della riproduzione economica e sociale è problematica.

In secondo luogo, il modello macroeconomico di Aglietta delle relazioni tra i due dipartimenti di produzione è respinto. Di conseguenza, la periodizzazione del capitalismo da parte del regolamento, che dipende in modo cruciale dai due punti precedenti, si è dimostrata altrettanto infondata. Infine, l'analisi della Regolamentazione della crisi del 1929 è caratterizzata come non consumistica e criticata come errata.
Inoltre, è dimostrato che la teoria del consumo di RA è strumentale per la sua traiettoria verso il postmodernismo e il relativo abbandono dell'analisi di classe. La sezione 2 presenta la teoria del consumo del regolamento e le sue trasformazioni. La sezione 3 analizza i suoi fatti stilizzati e le influenze teoriche sottostanti. La sezione 4 critica la teoria del salario di Aglietta, la teoria della forza-lavoro della sezione V del regolamento e la sezione 6 del modello di riproduzione di Aglietta e la sua tesi "impulsi motori".

La teoria del consumo di RA

Di solito si presume che la regolamentazione sia una teoria centrata sulla produzione a causa del concetto di fordismo e delle sue connotazioni del processo di lavoro. Il significato del consumo è rimasto nascosto durante i primi passi di RA ed è emerso solo nella sua ultima fase. Tuttavia, la stessa definizione della RoA rivela che i concetti principali dei regolatori riguardano principalmente il coordinamento della produzione e del consumo.
Allo stesso modo, MoR copre principalmente forme istituzionali di distribuzione del reddito e modelli di consumo. La ragione di questa iniziale oscurazione del ruolo del consumo è che la RA gestì durante il periodo di prominenza del "dibattito sul processo di lavoro" e degli attacchi al keynesianismo e al sottoconsumo. Di conseguenza, RA ha minimizzato il significato del consumo sia nella sua giustificazione empirica sia nella sua derivazione teorica. Nel caso del fordismo, di solito veniva minato il fatto che denotasse l'accoppiamento della produzione di massa con il consumo di massa. Allo stesso modo si dimentica che la produzione flessibile su piccola scala post-fordista è connessa alla fine del consumo di massa, poiché si suppone che i consumatori siano sazi di beni standardizzati.
Di conseguenza, l'enfasi principale è posta sulle trasformazioni del processo lavorativo, mentre l'analisi del consumo è stata lasciata a quegli studi riguardanti lo sviluppo urbano e regionale. Oggi non ci sono più ragioni ovvie per il proseguimento di questa tendenza. Le iniziali inibizioni teoriche di RA con il primato della produzione e il processo del lavoro sono state scartate. La traiettoria del regolamento verso il post-strutturalismo e il postmodernismo conduce a una teoria della socializzazione che, per alcuni regolatori, spiega le differenziazioni sociali non sulla base della produzione e della classe, ma secondo le relazioni culturali e di stato, dove il consumo assume un ruolo presumibilmente decisivo.
La teoria del consumo di RA si basa su una potente dicotomia. Prima del fordismo i lavoratori erano implicati nel sistema capitalista solo attraverso la produzione, mentre il loro consumo rimaneva non capitalista. Il plusvalore assoluto predominava, il valore della forza-lavoro era determinato individualmente e in modo competitivo (sulla base del fascio di beni di sussistenza) e la produzione era socializzata solo attraverso il mercato, senza l'intervento statale. Poiché i capitalisti e le classi medie erano i principali acquirenti di beni capitalistici e gestivano il loro consumo secondo le norme capitaliste, non era richiesta alcuna regolamentazione della riproduzione sociale. Successivamente, le lotte operaie e la concorrenza intra capitalista hanno limitato l'estrazione del plusvalore astratto e hanno portato al predominio del plusvalore relativo attraverso la produzione di massa taylorista di merci standardizzate. Questa massa di beni capitalistici standardizzati richiedeva un mercato di massa, poiché il consumo di capitalisti e classi medie non era sufficiente. Così, il modo di vivere tradizionale della classe operaia è stato distrutto e la forza-lavoro è stata riprodotta attraverso il consumo di massa di beni capitalistici prodotti in serie.
Di conseguenza, il processo di formazione dei salari è cambiato radicalmente. Nelle fasi pre-fordiste la forza-lavoro era una merce il cui valore era determinato in modo competitivo sul mercato, secondo il valore del pacchetto di sussistenza (sebbene questo pacchetto non fosse costituito da beni capitalistici). Il salario era il prezzo di questo valore, determinato secondo i principi marxiani classici. Le riduzioni salariali non hanno avuto effetti negativi, dal momento che hanno aumentato i profitti e la conseguente perdita di punti vendita ha interessato solo i produttori indipendenti e, attraverso di essi, i rentiers.
Al contrario, nel fordismo, i salari non sono solo un costo, ma anche uno sbocco per la produzione capitalista. Inoltre, la forza lavoro cessa di essere una merce (o diventa estremamente generosa) e il suo "valore" non è più determinato in base alla lotta di classe nella produzione (sulla divisione del tempo di lavoro) ma secondo a) le lotte in distribuzione del reddito e b) la gestione della domanda effettiva di produzione di massa capitalista. Allo stesso tempo, il consumo della classe operaia si rivolge a beni capitalistici.

Pertanto, i salari sono formati in base a considerazioni e lotte extra-produttive che portano a compromessi istituzionalizzati con un debole legame con la produzione attraverso l'indicizzazione dei salari ai guadagni di produttività. La socializzazione della produzione capitalista viene effettuata non attraverso il meccanismo classico del mercato ma attraverso agenzie e istituzioni di vigilanza collettiva.
Queste agenzie prendono in considerazione sia gli interessi capitalistici generali che la pressione della classe operaia e formulano compromessi storicamente contingenti che sostengono la riproduzione del capitalismo. Quindi, si suppone che la riproduzione economica dipenda in modo cruciale dalla riproduzione sociale. Tuttavia, poiché il capitalismo è un sistema di individui apparentemente liberi, non solo la produzione e la distribuzione del reddito, ma anche il consumo devono essere organizzati funzionalmente. Quindi è necessario creare modelli di consumo sociale standardizzati che guidino le scelte individuali.
Aglietta, con la sua norma del consumo, offre la migliore versione di questa tesi. Gli altri regolatori hanno semplicemente mantenuto le sue conclusioni e trascurato il suo modello di riproduzione e le sue ipotesi. Aglietta sostiene che gli impulsi motori per la trasformazione delle forze di produzione derivano dal Dipartimento I (mezzi di produzione). A causa di questo primato, i due dipartimenti si sviluppano in modo non uniforme. Tuttavia, poiché il plusvalore relativo viene effettuato attraverso una riduzione del tempo necessario per ricostituire la forza lavoro sociale, può essere prodotto solo trasformando le condizioni di produzione delle merci prodotte nel Dip.II (mezzi di consumo). Quest'ultimo deve essere in grado di assorbire le merci prodotte nel dipartimento I e incorporarle come capitale costante in quei processi produttivi che riducono il valore dei mezzi di consumo. Se questa condizione non viene soddisfatta, lo sviluppo diseguale del Dipartimento II esercita un'influenza deprimente sull'accumulazione di capitale.

È solo rivoluzionando le condizioni di esistenza della classe dei salariati che è possibile innalzare questa barriera di sottoconsumo e raggiungere lo sviluppo armonioso dei due dipartimenti. Ciò richiede a) il dominio della merce sui beni non-merce nel consumo dei salariati e b) la produzione di massa di queste merci in modo da abbassare il valore della forza-lavoro. La crescente domanda sociale di beni di consumo, precedentemente considerati come beni di lusso, assicura che questi possono ora essere prodotti dal capitale e, quindi, passare al Dipartimento II nel suo insieme. Questo porta ad un cambiamento qualitativo: tutti i progressi tecnologici possono ora essere implementati nella trasformazione delle condizioni sociali di produzione. Essi trovano i loro sbocchi nell'espansione del Dipartimento II e il calo del valore di scambio unitario del servizio II aumenta sufficientemente la produzione del plusvalore relativo per consentire un aumento del salario reale.

Questo collegamento organico tra i due dipartimenti si ottiene solo nel RoA intensivo. Richiedeva l'organizzazione della circolazione delle merci secondo un modello generale (cioè una norma sociale del consumo dei salariati).
Tre processi sono stati considerati cruciali per la sua creazione: a) socializzazione della finanza: fondi di assicurazione sociale garantiti contro la perdita temporanea di salari diretti e hanno consentito ai lavoratori di acquistare beni piuttosto costosi; b) contrattazione collettiva: salari omogeneizzati e socializzati e ha portato a un parziale divorzio degli adeguamenti salariali dalle fluttuazioni del ciclo economico a breve termine. Per RA ciò ha reso la riproduzione estesa del capitalismo del capitale meno sensibile alle instabilità derivanti dai cambiamenti delle condizioni di produzione. Questo si basa sulla convinzione empirica che nel fordismo i salari sono legati agli aumenti della produttività del lavoro. Pertanto, il salario nominale di riferimento (il rapporto tra salari totali e lavoro astratto totale) rimane costante e ciò impedisce un calo della domanda effettiva quando le condizioni di produzione si deteriorano; c) distruzione dei modi di vita tradizionali: capitalismo adattato alla restrizione della giornata lavorativa aumentando bruscamente l'intensità del lavoro e comprimendo sistematicamente il tempo sprecato. Ogni tempo disponibile per il recupero sul posto di lavoro è scomparso ed è stata imposta una rigorosa separazione tra orario di lavoro e orario di non lavoro. Quindi la proprietà individuale e il consumo di beni capitalistici - in contrasto con i rapporti collettivi tradizionali - divenne dominante.
Quindi Aglietta sostiene che, dal momento che il consumo è un processo prevalentemente privato, oltre allo "stato" di produzione o alle "relazioni sociali di natura ideologica" sono anche cruciali. Quindi, in realtà, propone una sorta di "autonomia relativa" del consumo dalla produzione, che consente ai fattori culturali e ideologici di svolgere un ruolo decisivo nel determinare la norma di consumo e anche di segmentare la classe di guadagno dei salari (sebbene, questo non è ancora un primario fattore di segmentazione).
Aglietta sosteneva che gli alloggi standardizzati (il sito privilegiato del consumo individuale) e l'automobile (il mezzo di trasporto compatibile con la separazione tra casa e luogo di lavoro) erano strumentali per la costruzione della norma del consumo fordista durante il cruciale periodo degli anni '20. Altri propongono versioni più qualificate.
Esser - Hirsch aggiungono le industrie dell'elettronica. Tuttavia, riconoscono che l'urbanizzazione fordista ha portato a un'omogeneizzazione e individualizzazione sociale contraddittorie.
Florida - Feldman aggiungono che il consumatore, ma accettano che, sebbene l'alloggio fosse cruciale per il Fordismo americano, era il risultato di condizioni storiche uniche e di importanti segmenti della classe lavoratrice, lavoratori "periferici" non sindacalizzati e minoranze che sono stati sistematicamente esclusi. Infine, essi propongono che la soluzione suburbana del fordismo americano non sia l'unica via possibile e che altri paesi capitalisti, con diverse costellazioni di forze politiche ed economiche, abbiano seguito strade alternative. Tuttavia, Aglietta si è mosso ancora di più proponendo una nuova teoria significativamente diversa. Seguendo la scuola di Annales, concepisce il capitalismo in modo diverso rispetto alla classica maniera marxista. Il capitale è definito come una modalità di comunicazione tra i diversi modi di produzione e identificato acriticamente con il denaro. Il valore e il tempo di lavoro sono assenti e c'è un'equazione indiscriminata di forme di capitale pre-capitalista e capitalista. In definitiva, il denaro diventa il centro di gravità dell'intera teoria e le classi scompaiono nella moderna società capitalista. Aglietta distingue tre epoche o società: la società dell'ancien régime, la società borghese e la società dei salari. Quest'ultima è segnata dalla socializzazione dei modi di produrre e vivere. La domanda sociale è determinata dai comportamenti dei salariati. Esistono distinzioni e differenze sociali, ma queste sono molto più fluide. La classificazione sociale è in un processo di continua trasformazione. Il proletariato si dissolve nella massa dei salariati e rappresentano una vasta massa soggetta a differenziazioni interne. La società salariale è una società di massa e non una società di classe e il consumo diventa un meccanismo cruciale di differenziazione sociale.
Queste nuove tesi hanno una serie di inferenze teoriche estremamente problematiche. In primo luogo, i salariati sono definiti in base ai modi di percepire il reddito piuttosto che alle relazioni di produzione. Quindi, sono diversi dai lavoratori nel senso marxiano. In secondo luogo, Aglietta promuove una teoria metodologicamente individualista e quasi culturalista del consumo e della differenziazione sociale (basata sulle distinzioni nel comportamento di consumo). La società salariale è composta da una massa di individui che ricevono redditi sotto forma di salari e che è differenziata in base alle differenze di reddito ("più o meno nell'omogeneità dei salariati") e alle relazioni di stato.
Le differenze di reddito limitano l'uso delle cose, mentre lo stato denota i loro segni semiologici. Pertanto, il consumo è in perpetua diversificazione perché le classi dominanti cercano di impedire la banalizzazione degli oggetti, di emettere segni, di inventare distinzioni nell'uso, nel perseguimento di una varietà che istituisce differenze sociali. Le lotte di classificazione si sviluppano nel consumo. I loro oggetti sono i "segni" di un codice di consumo (l'interazione tra distinzione e imitazione, ecc.). In questo approccio abitudini, norme, progetti e strategie di agenti non chiaramente definiti sono il perno dell'evoluzione della produzione e della classificazione sociale. Inoltre, questi gruppi vagamente definiti non sono il fattore principale, ma piuttosto l'effetto: raggiungono la loro esistenza fugace perché gli individui scelgono di costituirli.

Fatti stilizzati e influenze teoriche

La RA, come approccio m-r, ha creato la sua teoria del consumo sulla base di alcune credenze empiriche che si suppone siano prive di teoria. Tuttavia, come di consueto con la teoria e postulati privi di valore, dietro di essi giacciono influenze teoriche cruciali. RA prese in prestito molti dei suoi cruciali fatti stilizzati, nella sua prima fase, dal keynesismo e dalla teoria di Rostow sulla società del consumo di massa e, nella sua fase successiva, dal postmodernismo. Nella prima fase, ha ereditato la concezione della crisi del 1929 come una crisi di sottoconsumo dalla prima e dall'instaurazione del consumo di massa dopo gli anni '20 da quest'ultima. L'accoppiamento di queste influenze stabilisce la dicotomia iniziale del regolamento del capitalismo (pre-fordismo - fordismo). Pur rifiutando la teoria di questi approcci, RA accetta implicitamente molte delle loro convinzioni empiriche e, di conseguenza, del loro programma teorico. Nella fase successiva del regolamento, la nozione che nella richiesta post-fordista diventa frammentata e le nicchie di mercato sono create in base ai gusti, allo status e ai segni semiologici è presa dal post-modernismo.
Le teorie della società del consumo di massa (costruita sulla tesi di Rostow della società di consumo di massa) erano molto popolari durante i primi passi della RA. Sostenevano che i lavoratori erano dipendenti dal consumismo e incorporati nel capitalismo attraverso politiche della domanda keynesiana e accordi sociali. Quindi, per il capitalismo il lavoratore contava non solo come membro della forza lavoro ma anche come consumatore. Queste teorie ipotizzano che un cambiamento strutturale nei gusti dei consumatori (verso beni durevoli) sia avvenuto negli anni '20.
La crescita del credito, della produzione e delle vendite di automobili, abitazioni ed elettrodomestici è solitamente offerta come prova. L'affinità delle loro versioni più radicali con RA è sorprendente. Per la suburbanizzazione di Westley, la creazione del legame "privato" di famiglia e salari con gli aumenti di produttività ha portato alla figura del lavoratore benestante e alla costruzione di una norma di consumo standard. In queste versioni la classe operaia diventa la figura centrale della società del consumo di massa, mentre allo stesso tempo è incorporata in un sistema precedentemente ostile. Hanno anche somiglianze metodologiche con la RA, come l'adozione di un quadro multi-causale "non-economico".
RA ha adottato dal keynesianismo l'enfasi sulla domanda effettiva e la spiegazione non consumistica della Grande Depressione. Dietro la preoccupazione di Aglietta per il legame completo tra i due dipartimenti di produzione (a causa dell'assenza di un meccanismo automatico che bilanciasse il loro sviluppo) giace la convinzione keynesiana che la crescita del mercato fornisce sia la forza trainante che il vincolo all'accumulazione.
Inoltre, porta a una prioritizzazione del problema di realizzazione unito a una specifica teoria della sproporzionalità, come causa della crisi. Ciò si traduce in una spiegazione della crisi del 1929 con esplicite connotazioni keynesiane. Non è una teoria keynesiana di per sé nel senso delle teorie dell'insufficiente domanda aggregata. Ciononostante, come sostengono Dumenil e Levy, appartiene a quella teoria delle teorie di sottoconsumo / sovrapproduzione di cui Baran e Sweezy sono l’esempio caratteristico. La spina dorsale condivisa di queste teorie è che fondono elementi keynesiani in un quadro marxista, producendo una spiegazione della Grande Depressione basata su qualche nozione di sottoconsumo secolare.
All'inizio RA tentò di incorporare tutte queste influenze in un contesto marxista. Ciò ha portato a una teoria altamente eclettica basata sulla "relativa autonomia" del consumo dalla produzione. Durante il periodo successivo, la natura m-r di RA le permise di preservare la sua unità mantenendo le conclusioni e gli elementi intermedi e minando la teoria della regola di consumo. Quando questo periodo si concluse e scoppiò la sua attuale crisi, emersero ambigue e diverse tendenze (un tipico esempio delle routine di Aglietta e della "assoluta autonomia" del consumo). Oggigiorno, mentre tenta di spiegare il crollo del fordismo, RA prende in prestito i suoi nuovi fatti stilizzati dal post-modernismo. Come Lipietz accetta - e distingue anche se stesso avanzando una spiegazione del "doppio lato" - la maggior parte degli approcci enfatizza il lato della domanda e in particolare la differenziazione dei modelli di consumo. C'è più di una semplice affinità tra le teorie regolatrici della socializzazione, come la teoria della routine di Aglietta e gli approcci postmodernisti.
Entrambe le teorie, in nome di una prospettiva sociale opposta al crudo economismo, dissolvono le classi e riducono le collettività sociali a mere creature effimere. Elementi discorsivi (ad es. Stato), routine, norme e segni basati su basi più o meno culturalistiche diventano i principali fattori determinanti. Infine, la socializzazione è equiparata all'individualizzazione.

La teoria del salario di Marx e Aglietta

La teoria della norma del consumo corrispondeva a uno stadio di transizione. Non era una teoria apertamente culturale, ma aveva un piede nella teoria del valore e l'altro in un culturalismo mascherato. Dietro la rigida terminologia althusseriana (strutture, agenti come supporti, ecc.) giacciono gli elementi che hanno generato e abilitato il passaggio al culturalismo post-modernista.
Ciò che la teoria della norma del consumo sostiene è un semi-distacco (o una "relativa autonomia") del consumo dalla produzione. La base di questo tentativo si trova in due elementi essenziali del suo approccio: il rifiuto implicito della teoria dei salari di Marx e l'accettazione di relazioni di stato (o relazioni sociali di natura ideologica). Per Marx è il tempo di lavoro che opera come il perno del fondo salariale e quindi l'entità del consumo dei lavoratori. In questo senso, la determinazione del valore della forza lavoro è simile a quella di tutte le altre merci. Tuttavia, la forza-lavoro è una merce diversa da tutte le altre, poiché esiste solo come capacità dell'individuo vivente ed è inseparabile dal suo portatore. In questo senso il valore della forza lavoro è determinato dal valore dei mezzi necessari di sussistenza per il mantenimento del lavoratore in quanto tale. Ciò introduce un elemento dinamico che distingue la riproduzione della forza-lavoro da quella di altre merci. Il valore della forza lavoro è costituito da due elementi: a) parte fisica che copre i cosiddetti "bisogni naturali" (cibo, vestiario, combustibile, abitazioni ecc.), che varia anche in base alle caratteristiche climatiche e ad altre peculiarità fisiche di un paese e, b) una parte storica e sociale che riflette il livello di civiltà raggiunto da un paese e in particolare le condizioni in cui, e di conseguenza le abitudini e le aspettative con cui è stata formata la classe dei lavoratori liberi.
D'altra parte, la teoria dei salari di Marx non implica un'identificazione semplicistica del tempo di lavoro e del salario necessari, come la "legge ferrea dei salari" di Lassale. L'elemento fisico imposta il limite minimo definitivo. Ciò non significa che il valore della forza lavoro e il salario non possano aumentare. Tuttavia, significa che c'è un limite superiore a questo aumento e questo è dato dal movimento del saggio del profitto.
In realtà Aglietta sostituisce la teoria salariale di Marx con una molto simile a quella di Carey: nel fordismo, i salari salgono e scendono proporzionalmente alla produttività del lavoro. Certamente, la sua posizione è più qualificata e "m-r". Questo meccanismo non è una caratteristica standard del capitalismo, come sostengono Carey e molti altri economisti borghesi. D'altra parte, non è un elemento temporaneo. È un meccanismo strutturale che supporta e caratterizza il RoA del fordismo. La base di questa miscela imbarazzante deriva dall'idea errata di Aglietta del plusvalore relativo. Per lui non esiste un tasso decrescente di crescita del plusvalore relativo né periodi di riposo durante i quali non vi è un cambiamento qualitativo nelle forze produttive, ma semplicemente un'estensione quantitativa delle basi tecniche esistenti. Al contrario, Marx sostiene che il plusvalore relativo è vincolato dalla relazione tra il lavoro necessario e il pluslavoro: a) il miglioramento della capacità produttiva dei lavoratori diminuisce il lavoro necessario; b) il plusvalore aumenta più lentamente delle capacità produttive; c) maggiore è il plusvalore del capitale prima che la produttività aumenti, minore è la parte della giornata lavorativa che rappresenta il lavoro necessario e quindi minore è l'aumento del plusvalore che il capitale ricava dall'aumento della produttività.
Infine, Marx afferma anche che l'aumento della produttività del lavoro è accompagnato da un indebolimento del lavoratore (cioè un più alto tasso di plusvalore), anche quando aumentano i salari reali, perché questi ultimi non aumentano mai in proporzione alla produttività del lavoro. Come sottolinea Rosdolsky, se questa dovesse essere la regola, il saggio del plusvalore non potrebbe mai aumentare - e quindi la produzione di "plusvalore relativo" e lo stesso capitalismo diventerebbero impossibili. Un altro elemento cruciale che facilitò la partenza di Aglietta da un quadro di analisi marxiano, e la conseguente trascuratezza della teoria del tempo di lavoro necessario e della distinzione tra consumo produttivo e individuale, era la nozione di un'egemonia del consumatore del salariato.
Ciò è evidente nei suoi ultimi lavori in cui la caratteristica fondamentale della società salariale è il fatto che «il salariato stabilì la sua presa nella totalità del movimento economico diventando il primo cliente della produzione». Ma era già esistente, in uno stato di ibernazione, nella teoria della norma di consumo. Questo è espresso nella definizione di fordismo come il collegamento funzionale della produzione di massa e del consumo di massa (salariato), dove quest'ultimo rappresenta l'elemento precedentemente mancante.
Questa ipotesi portò nei suoi ultimi lavori all'incorporazione del consumo dei salariati al progetto capitalista, come elemento essenziale. Ciò che costituisce lo stato di ibernazione della nozione di egemonia del consumatore nella teoria della norma del consumo è il fatto che Aglietta stava ancora tenendo conto di una teorica del valore e di una teoria di classe (sebbene sotto la versione fuorviante ed errata del guadagno salariale di classe). Pertanto, il consumo non poteva e non era stato completamente autonomizzato, ma solo relativamente dai rapporti di produzione (che sono, per definizione, sociali). Per dirla con la terminologia semiotica adottata dal postmodernismo e da Aglietta, il segno è ancora legato al lavoro. È nei suoi ultimi lavori che il consumo raggiunge la sua totale autonomia. È un'interazione di segni legati agli usi e alle merci ma non legati al lavoro e governati principalmente da comportamenti e strategie comportamentali.
La nozione dell'egemonia dei consumatori della classe operaia (o dei salariati) ha portato ad una significativa deviazione dal punto di vista di Marx.
Le condizioni di esistenza della classe operaia furono teorizzate all'interno della logica del capitale. Secondo Marx, i singoli capitalisti si sforzano di ridurre il consumo individuale dei lavoratori al minimo necessario. Il mantenimento e la riproduzione della classe operaia rimane una condizione necessaria per la riproduzione del capitale, ma il capitalista può tranquillamente lasciarlo alle pulsioni del lavoratore per l'autoconservazione.

Per Marx il consumo individuale dei lavoratori e il necessario tempo di lavoro per la riproduzione della forza lavoro sono determinati - a parte il saggio del profitto, i requisiti "naturali" e storici per la riproduzione della forza-lavoro - dalla lotta di classe antagonistica tra capitale e lavoro. Di conseguenza, la trasformazione delle condizioni di esistenza della classe operaia non può essere teorizzata - almeno in primo luogo - come obiettivi comuni di condivisione del lavoro e del capitale, ma come una relazione antagonistica.

Per Aglietta, con il fordismo, non è così. Ora il capitalista, pur non essendo ancora il benevolo padre degli apologeti borghesi, ha un enorme interesse per il benessere dei suoi lavoratori. Nella teoria della norma del consumo questo è mascherato da una retorica della lotta di classe: i movimenti degli anni '20 obbligavano il capitale a tenere conto delle condizioni di riproduzione della sua forza lavoro. Tuttavia, per la RA questi cambiamenti sono stati dettati dalla necessità di espandere il mercato del Dipartimento II in modo da raggiungere lo sviluppo armonioso dei due dipartimenti.

Quindi, in seguito, Aglietta cancella ogni indipendenza della classe operaia e subordina tutto a obiettivi capitalistici. Inoltre, assume che la classe operaia "si gocciola" nella vasta massa dei salariati e si dissolva completamente. Lotte e contraddizioni cessano di essere inconciliabili e antagoniste. Di conseguenza, il tempo di lavoro necessario diventa ridondante. Necessario per cosa e soggetto a quali contraddizioni inconciliabili dal momento che il capitale ha assunto sotto la sua autorità tutte le condizioni di riproduzione dei percettori di salario? Con la presunta indicizzazione dei salari alla produttività, cessa coscientemente di cercare di ridurre al minimo il tempo di lavoro necessario e il consumo individuale dei lavoratori. Per quanto riguarda le relazioni di stato - l'altro pilastro della teoria della norma del consumo - le somiglianze con il postmodernismo sono ancora più evidenti. I comportamenti di consumo sono autonomizzati dai rapporti di produzione attraverso l'ideologia. Quest'ultimo non solo emana ma crea anche stratificazione sociale. Lentamente, questi elementi discorsivi presero il primato esplicativo come le "relazioni sociali di natura ideologica" mal definite assegnano il loro posto alla determinazione dei rapporti sociali attraverso l'ideologia.


Regolazione e riproduzione della forza-lavoro

La tesi fondamentale della RA è che il consumo della classe operaia non è stato mercificato prima del fordismo. Questo è un argomento molto problematico. La mercificazione in generale non è identica alla mercificazione capitalista. Questa distinzione viene trattata casualmente da molti regolatori, come De Vroey. La sua confusione è aggravata dal fatto che De Vroey considera il RoA e il MoR come sinonimi e distingue solo tra un accumulo ampio e intenso, dimenticando così l'accumulo intenso senza consumo di massa. Di conseguenza un'estesa accumulazione copre un periodo insolitamente lungo (dalla metà del XIX secolo fino alla Prima guerra mondiale) e gli anni tra le due guerre sono caratterizzati semplicemente come "periodo di transizione". Sostiene che il consumo dei lavoratori durante il regime di ampia accumulazione era caratterizzato da: a) il dominio delle relazioni non-merce rispetto alle merci, b) la riproduzione della forza-lavoro principalmente attraverso attività domestiche, c) i salari sono complementari a questa riproduzione, d) la maggior quantità di merci acquistate non capitaliste. Questa è una versione forte; mentre Lipietz
adotta una più debole, affermando che durante l'ampia accumulazione i lavoratori salariati avevano «praticamente nessun accesso ai prodotti capitalistici». Nella versione forte, la distinzione tra merci in generale e beni capitalistici non è importante, poiché si ritiene che il consumo della classe lavoratrice nel suo insieme fosse principalmente al di fuori della sfera della mercificazione e altrimenti costituito principalmente da merci non capitalistiche. Ciò lascia la produzione domestica, la produzione di piccole merci e l'agricoltura come possibili fornitori dei mezzi di sussistenza dei lavoratori. D'altra parte, la versione debole fa un passo verso la questione dell'estensione della mercificazione del consumo della classe operaia e afferma solo che quest'ultimo non includeva i prodotti capitalistici. In questo caso, la distinzione tra beni capitalistici e non capitalisti è cruciale, perché si può accettare che il consumo dei lavoratori è stato mercificato, ma i beni che vi sono entrati sono beni non capitalisti. Vi è, inoltre, un significativo fallimento di entrambe le versioni nel definire i settori non capitalistici che hanno prodotto questi beni.
È quasi ovvio che la versione forte è empiricamente non valida. Il consumo della classe lavoratrice fu mercificato dalla nascita stessa del capitalismo. Ciò è ancora più evidente per i salariati, che comprendono anche altri strati sociali oltre al proletariato e il cui potere d'acquisto è solitamente maggiore di quello di quest'ultimo. Con il capitalismo i produttori sono separati dai loro mezzi di produzione e, quindi, non possono produrre i loro mezzi di sussistenza. Fin dai primi passi del capitalismo, la maggior parte di tutti i loro maggiori bisogni (cibo, vestiti, abitazioni, ecc.) dovevano essere comprati. Questo è stato integrato dalla propria produzione; o piuttosto la produzione domestica della loro famiglia poiché era impossibile, soprattutto considerando le ore di lavoro più lunghe di quel periodo e le peggiori condizioni di lavoro, perché i membri della famiglia lavoratrice lavorassero in modo estensivo e regolare nella produzione interna. Un altro fattore significativo - molto importante anche in molti paesi di recente industrializzazione - potrebbe essere il sostegno della famiglia allargata, che erano contadini. Il loro supporto era solitamente sotto forma di prodotti agricoli o di denaro.
Tuttavia, tutti questi contributi avevano un carattere complementare e irregolare e il lavoratore doveva ancora acquistare la maggior parte dei suoi mezzi di sussistenza. Le affermazioni di De Vroey sul contrario, e specialmente per un periodo così prolungato fino alla Prima guerra mondiale, sfidano la realtà storica. La versione debole propone una posizione più protetta. Il consumo dei lavoratori può essere finito sotto il dominio dei rapporti delle merci, ma questi erano principalmente non capitalisti fino agli anni '20; i veri rapporti capitalistici sono emersi solo dopo la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, anche questa versione è errata. Si basa su tre concetti problematici.
In primo luogo, poiché RA comprende una società specifica come somma totale di diversi modi di produzione, uno dei quali egemonico e fornisce la struttura unificante (una tesi althusseriana), ha una comprensione semplicistica della mercificazione capitalista. I regolazionisti non possono concepire come elementi e residui dei precedenti modi di produzione possano essere integrati nel modo di produzione capitalistico e sebbene mantengano le loro caratteristiche formali la loro funzione si è radicalmente modificata diventando parte operativa del modo di produzione capitalista e cessando di rappresentare una modalità di produzione diversa. Il loro esempio molto acclamato di produzione di piccoli beni è caratteristico. Il capitalismo ha assimilato elementi redditizi della produzione di merci semplici (artigiani, lavori familiari ecc.) perché fornivano mercati per prodotti capitalistici e prodotti e servizi complementari a basso costo.

Il settore agricolo offre una forte smentita degli argomenti di RA. Era il principale fornitore di mezzi di sussistenza e concentrazione e centralizzazione capitalistica, in molti casi, avvenivano piuttosto tardi. La maggior parte del settore agricolo era, e spesso è ancora, composto da piccoli agricoltori. Nonostante ciò, è diventato capitalista e ha cessato di rappresentare la produzione di piccole merci in quanto non si trattava di prodotti in eccedenza scambiati, né era produzione di autosussistenza. La produzione per lo scambio era diventata la norma e il settore agricolo rappresentava sia un mercato per beni capitalistici (come macchine, determinati materiali, fertilizzanti ecc.) che un fornitore di mezzi di scambio (in quanto commercianti e mercanti erano il principale sbocco al dettaglio dei prodotti agricoli ).
Un malinteso normazionista correlato è la loro implicita identificazione del dominio capitalista sulla circolazione delle merci di consumo e la vendita al dettaglio con l'emergere dei centri commerciali e dei grandi magazzini. Questo equivoco si basa su una confusione tra il dominio capitalista di quest'area e la concentrazione e centralizzazione capitalista. Ovviamente quest'ultimo, quando appare, è una prova innegabile del primo.
Tuttavia, questo non significa che il primo non esistesse in anticipo. Come mostra Fraser, fino al 1860 il grande magazzino (piccolo negozio d'angolo) era il centro di fornitura di quasi tutte le necessità degli operai. I beni venduti erano principalmente prodotti capitalistici prodotti in massa a basso costo. Nel Regno Unito, un cambiamento radicale nel commercio al dettaglio ha avuto luogo tra il 1850 e il 1914 con la comparsa di più negozi (catene), rivenditori specializzati e grandi magazzini onnicomprensivi e la progressiva eliminazione del piccolo negozio e del venditore ambulante. Diversi negozi iniziarono ad apparire nel 1870 e miravano a una clientela della classe operaia. Il 1850 vide l'emergere di grandi magazzini. Questo cambiamento ha significato l'arrivo della concentrazione e centralizzazione capitalista. Tuttavia, il suo dominio effettivo è stato stabilito molto tempo prima e il piccolo negozio ha fornito il veicolo per farlo. Inoltre, i regolatori identificano la produzione di massa (e più specificamente la produzione di massa fordista) con il consumo di massa. Più precisamente, presumono che la produzione di massa fordista debba arrivare prima del consumo di massa. Questa è una formulazione logica molto ordinata e quasi algebrica. Tuttavia, non vi è alcuna ragione per cui il consumo di massa debba seguire la produzione di massa, per non parlare della produzione di massa fordista. In effetti, esistevano prodotti di consumo di massa prima dell'avvento della produzione di massa. D'altra parte, la trasformazione dei metodi di produzione nei settori strategici (come l'industria dei metalli, il tessile, l'industria alimentare, i mezzi di trasporto, l'agricoltura, ecc.) ha avuto luogo prima degli anni '20.

Inoltre, i prodotti di molti di questi settori sono entrati direttamente nel consumo della classe operaia. Molte delle prime industrie capitalistiche producevano beni economici per il consumo della classe operaia. Infine, il mercato di massa è emerso molto prima degli anni '20. Fraser colloca l'arrivo del mercato di massa in Gran Bretagna tra il 1860 e il 1914. C'era già negli anni 1850 e 1860 un mercato di massa per abiti  di alta classe confezionati da sarti del negozio e dal 1860 in poi iniziò la produzione di massa. Anche nel settore cruciale dei beni di consumo durevoli, che potrebbero costituire un'ultima difesa per l'argomento normativo organizzato intorno alla nozione di rivoluzione dei beni durevoli di consumo, un mercato di massa è stato creato prima degli anni '20. Vatter, di fronte alla tesi di Rostow, mostra che negli Stati Uniti nacque in un periodo di venticinque anni nel 19° secolo (1844-53 e 1869-78). Sebbene la scelta dell'automobile come una delle industrie chiave tenda a confermare la loro tesi dal momento che la sua diffusione di massa ha avuto luogo dopo la Seconda guerra mondiale, l'alloggio non è un rappresentante molto adatto. L'alloggio della classe operaia è stato mercificato fin dall'inizio. Spesso, soprattutto nelle province, era parte integrante del lavoro (le comunità minerarie in Gran Bretagna sono un esempio tipico): la compagnia forniva alloggio, di solito a prezzi alti. Era, quindi, direttamente parte del contratto salariale. Era anche standardizzato, specialmente nelle città in cui predominavano le baraccopoli. Inoltre, l'espansione della proprietà della casa e del possesso degli occupanti-proprietari dopo gli anni '50 non rappresenta un cambiamento qualitativo nel senso implicito dai regolatori (cioè che trasformava una merce precedentemente non capitalista in una merce capitalista). Al contrario, l'espansione della proprietà di abitazioni individuali ha limitato, fino a un certo punto, il campo di attività del capitale proprietario di una proprietà terriera, dato che il settore immobiliare, contrariamente agli alloggi in affitto, non è direttamente impegnato nel mercato immobiliare. Ultimo ma non meno importante, l'enfasi regolamentare sull'intervento statale negli alloggi negli Stati Uniti dopo il Crisi del ‘29 o anche dopo la Seconda Guerra Mondiale è molto esagerata. La fornitura diretta di alloggi era piuttosto limitata e l'intervento statale era principalmente limitato a schemi finanziari e creditizi. Infine, il presunto legame tra salari (reali) e incrementi di produttività - e il successivo accordo capitale-lavoro - sono stati respinti in modo convincente in molti studi.

La tesi di Aglietta sui cosiddetti "impulsi motori"

Come già accennato, una delle ipotesi cruciali della RA è che gli "impulsi motori" per la trasformazione delle forze produttive derivano dal Dipartimento I. Questa è un'ipotesi molto popolare ma comunque errata. Non vi è alcuna spiegazione di cosa si intenda esattamente con questi "impulsi motori" e inoltre perché questi sono la forza trainante. È qualcosa di solito dato per scontato sia dai regolatori sia da molti dei loro critici. Inoltre, questa ipotesi rivendica un certo pedigree marxiano; tuttavia, Marx non ha fatto questa supposizione. Sul piano empirico, molte delle industrie che furono determinanti nella nascita e per i primi passi del capitalismo appartenevano al Dipartimento II e molti dei cambiamenti tecnologici cruciali da allora in poi nacquero. Nonostante questi problemi, questa ipotesi popolare ha, in diverse forme e contesti, una storia piuttosto lunga alle spalle. Luxemburg ha sostenuto che gli schemi riproduttivi di Marx presuppongono che «l'accumulo nel Dipartimento II fosse completamente determinato e dominato dall'accumulo nel Dipartimento I". Questo è stato confutato da Rosdolsky e Robinson, che hanno giustamente sottolineato che non vi è alcun motivo per cui l'impulso all'accumulazione dovrebbe provenire principalmente dal dipartimento I e anche che Marx non l'aveva suggerito. Tuttavia, molti dei critici della Luxemburg condividevano anche questa convinzione. Tutti questi autori hanno frainteso i livelli di astrazione di Marx. Gli schemi di riproduzione di Marx assumono condizioni di produzione costanti, OCC, tasso di plusvalore e tasso di accumulazione. 

Tuttavia, Rosdolsky mostra che quando le rigorose asserzioni di Marx sono rilassate, allora la condizione necessaria per l'equilibrio nella riproduzione allargata non regge più.
Il trattamento della questione da parte di RA è ancora più problematico di quei primi contributi. Aglietta non ha livelli di astrazione mal definiti; la sua teoria delle relazioni tra i dipartimenti della produzione non è ovviamente costruita né al livello molto astratto degli schemi marxiani né al livello inferiore della realtà storica effettiva. È costruito da qualche parte nel mezzo, ma le sue ipotesi costitutive non sono affatto chiare. Aglietta introduce cambiamenti tecnici, aumentando l'OCC e il relativo plusvalore sulla base del predominio del Dipartimento I sul II. Sostiene che lo sviluppo contraddittorio dei rapporti di produzione capitalistici preclude qualsiasi legge generale di evoluzione del tasso di rendimento.

L'accumulazione capitalista è spinta dallo sviluppo diseguale del Dipartimento I, ma alla fine incontra una barriera sempre latente. Questa barriera può essere sollevata solo se il capitalismo trasforma le condizioni di esistenza dei salariati. Solo allora la produzione capitalista può raggiungere un ritmo di espansione che consente uno sviluppo armonioso dei due dipartimenti e, quindi, un ritmo regolare di accumulazione. Pertanto, l'intera epoca storica che è sorta dalla Prima guerra mondiale rappresenta una nuova tappa nello sviluppo del capitalismo.
Aglietta ha una strana comprensione della teoria dell'accumulazione di Marx. Per Marx lo sviluppo contraddittorio dei rapporti di produzione capitalistici non prescrive un'analisi della tendenza generale del saggio del profitto, come ha fatto con la teoria del TRPF. Inoltre, non presume che lo sviluppo irregolare del capitalismo si basi sullo sviluppo più veloce del Dipartimento I. Aglietta, d'altro canto, costruisce un modello che pretende di rappresentare, allo stesso tempo e allo stesso livello di astrazione, una teoria generale dell'accumulazione capitalista e una caratterizzazione delle tendenze storiche e dello sviluppo del capitalismo. È difficile vedere come su questo terreno possa essere giustificata l'ipotesi del dominio del dipartimento I sul II. Se ciò non è corretto all'interno del quadro altamente astratto e molto rigoroso degli schemi di riproduzione marxiani, ovviamente non si applica affatto alla realtà storica concreta. L'effettivo funzionamento quotidiano del capitalismo, anche per i periodi "pre-fordista", non mostra alcuna prova di sottomissione del dipartimento che produce mezzi di consumo a quello dei mezzi di produzione, né uno sviluppo più rapido del primo (a parte nei periodi di industrializzazione iniziale).
La versione di Aglietta è più mite ma ancor più discutibile di quella della Luxemburg: solo gli impulsi motori per la trasformazione delle forze produttive derivano dal Dipartimento I. In altre parole, l'innovazione tecnica e l'impiego dell'estrazione del plusvalore relativo avvengono principalmente nel Dip. I. Questa è un'ipotesi insostenibile, che Aglietta considera autoevidente. Mandel, che ha sottoscritto una versione più flessibile di questa ipotesi (vale a dire che sebbene l'accumulo e il cambiamento tecnico procedano più velocemente nel Dipartimento I, in generale, ci sono variazioni periodiche di questo schema a favore del Dipartimento II e anche i capitalisti nel Dipartimento II non devono astenersi per sempre dall'innovare e impiegare l'estrazione relativa di plusvalore), è sbagliato. Le stesse ragioni valgono per la versione regolatrice; e con maggior forza dal momento che quest'ultimo non consente nemmeno le periodiche variazioni di Mandel nei tassi di crescita e nelle interrelazioni tra i due dipartimenti. Infatti, RA ha una semplicistica identificazione della trasformazione delle forze produttive (cioè cambiamenti nell'organizzazione del processo lavorativo, innovazione tecnologica, ecc.) Con la produzione di nuovi mezzi di produzione modernizzati.
Ovviamente, non è questo il caso. Il plusvalore relativo può aumentare con la riorganizzazione del processo lavorativo e quest'ultimo non richiede sempre nuovi macchinari, ma piuttosto una riorganizzazione dei sistemi tecnologici precedenti. Inoltre, se questa è la giustificazione per la tesi regolatrice, allora non c'è motivo per cui dovrebbe valere solo per i regimi "pre-fordisti" e non per il fordismo. Ma poi il concetto stesso di fordismo del regolamento irrompe in mille pezzi, dal momento che il suo principale rappresentante, l'industria automobilistica, da cui prende il nome e dove il presunto cambiamento radicale nel processo di lavoro ha avuto luogo appartiene al Dip. II (nella misura in cui produce veicoli per il consumo di massa e non mezzi di trasporto per la produzione di merci).

Conclusioni

I principali pilastri alla base dell'analisi del consumo della RA sono errati e conducono ad una teoria eclettica, metodologicamente non organizzata ed empiricamente non corretta. La sua tesi fondativa (vale a dire la presunta distinzione tra il periodo in cui il capitale domina la produzione e il periodo in cui domina non solo la produzione, ma anche la riproduzione della forza-lavoro) è un costrutto artificiale i cui fondamenti teorici ed empirici sono tremendi. Anche i tre fondamenti teorici fondamentali non sono validi. Innanzitutto, la teoria del salario di Aglietta è teoricamente ed empiricamente falsa. È teoricamente falsa, perché sfugge e alla fine si allontana dalla teoria del valore marxiana. È empiricamente falsa perché la presunta indicizzazione dei salari agli aumenti di produttività non è verificata. In secondo luogo, non vi è alcuna tendenza strutturale, nel capitalismo, che fa intravedere che gli impulsi motori del cambiamento tecnologico derivano principalmente dal Dipartimento I. Quindi, l'estrazione del plusvalore relativo non ha come corollario necessario lo sviluppo disuguale dei due dipartimenti di produzione . In terzo luogo, la mercificazione capitalista del consumo dei lavoratori è un prerequisito essenziale e funzionale per l'esistenza del capitalismo e ha avuto luogo molto prima degli anni Venti e della Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, il resoconto storico della RA di questa mercificazione (attraverso automobili, abitazioni, beni di consumo durevoli ecc.) È altrettanto ingiustificato. Tutto ciò suggerisce che i fatti stilizzati e i concetti intermedi di RA sono infondati. In particolare, dimostra che la prospettiva m-r porta a una comprensione ingannevole della storia.

 

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