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giovedì 6 giugno 2019

0 VENNE MAGGIO


Il mese di maggio è giunto al termine e mentre il discorso pubblico è stato dominato dalle schermaglie elettorali, ancora una volta emergevano dal paese reale vicende disarmanti che danno la misura della crisi economica in cui ancora siamo immersi.

Cerchiamo di fare il punto su alcuni di questi importanti casi.


 Mercatone Uno


 Pochi giorni prima delle elezioni Mercatone Uno chiude 55 negozi, lasciando senza lavoro 1860 lavoratori, senza contare quelli dell’indotto, che hanno scoperto tramite i social il fallimento della società che controllava la catena di supermercati.

I dipendenti si sono ritrovati in una situazione paradossale: sono giunti sul proprio posto di lavoro trovando le serrande abbassate e una folla di clienti inferociti.

Un cambiamento repentino avvenuto dopo anni di lotte, contratti di solidarietà, cassa integrazione, amministrazione straordinaria e un altro fallimento che alla fine avevano prodotto l'acquisizione, nove mesi fa, da parte della Shernon Holding.

Questa società con sede a Malta acquistò 55 punti vendita da Mercatone Uno in amministrazione straordinaria, con l’obbligo di assumere 2000 dipendenti, ma nella realtà ha assunto la gestione solamente di 47 punti vendita e in poco tempo molti soci della società sono usciti di scena.

Tra fantomatici piani di investimento, controlli assenti e corrette analisi critiche dei sindacati la società ha incamerato un indebitamento di 90 milioni di euro, la mancanza di fiducia dei fornitori e l’assenza di credito bancario.

Il 23 maggio il Tribunale di Milano ha così decretato il fallimento della società, con tanti saluti ai lavoratori di Mercatone Uno.



 Whirlpool


 I primi giorni di giugno invece sono segnati dalla vertenza Whirlpool, con la multinazionale statunitense che annuncia la chiusura del suo stabilimento a Napoli, mandato a casa 1500 operai tra stabilimento ed indotto.

Gli statunitensi arrivarono nel 2015, acquisendo l’Indesit, e trovando un’area industriale già in avanzato declino,

Negli anni ‘80 tra napoletano e casertano erano 8000 i lavoratori impiegati, tra fabbriche ed indotto, nel settore degli elettrodomestici.

La precedente proprietà aveva già chiuso lo stabilimento di Teverola mentre gli statunitensi ad ottobre, davanti a Di Maio, promettevano 250 milioni di investimenti in tre anni mentre strappavano ammortizzatori sociali al governo.

Nella fabbrica Whirlpool di Napoli lavorano ormai solo in 430, in un sito che dovrebbe produrre un milione di lavatrici ma che ad oggi arriva solo a 320 mila.

I modelli d’alta gamma hanno preso la via della Polonia mentre nel casertano si promettono assorbimenti e reindustrializzazione.

Progetti campati per l’aria perché con la chiusura della fabbrica di Napoli a Caserta rimane solo un hub della componentistica che può dare lavoro a 200 operai ma senza fabbriche in zona è potenzialmente trasferibile altrove.

Questa è una situazione preoccupante per i 6300 dipendenti della multinazionale sparsi sul territorio nazionale che hanno subito solidarizzato con i colleghi napoletani.

Con l’annunciata chiusura, a Napoli Est resta aperta solamente l’Hitachi, lasciando all'abbandono e alla camorra un territorio intero, scaricando sullo Stato l’onere di gestire nuovi disoccupati.



 Renault-Fca


 La possibile fusione tra Renault ed Fca potenzialmente potrebbe mandare a casa una grossa fetta di dipendenti Fca in Italia.

I guadagni di Renault provengono per la metà dal mercato europeo grazie ai modelli popolari mentre Fca punta sui modelli d’alta gamma e realizza la maggior parte dei suoi profitti nel mercato nordamericano.

Fca ha una forte presenza in Nord America ma una scarsa penetrazione nel mercato asiatico, l’esatto contrario vale per Renault.

Facendo parlare i dati, in Italia Fca mantiene sette stabilimenti per la produzione mentre Renault possiede venti fabbriche in Europa, 13 in Francia.

Lo Stato possiede il 15% del gruppo francese, potenzialmente può indirizzarne le scelte mentre Fca dallo Stato ha preso solo soldi, trasferendo prontamente la sua sede in Olanda.


 Nonostante ciò, Fca ha quasi un terzo dei suoi dipendenti in Europa tra cui gli operai dei molti stabilimenti italiani che producono modelli popolari come la Panda.

Il rischio delle sovrapposizioni è concreto come quello di nuovi licenziamenti.

A rischiare sono gli operai di Pomigliano che producono la Panda in uno stabilimento lontano dalla piena occupazione e in cui fluiscono ancora gli ammortizzatori sociali, quelli di Cento che producono motori diesel e di Pratola Serra dove producevano i propulsori a benzina della Punto.

A Melfi e Cassino, dove producono dei suv potenzialmente coperti dai francesi, rischiano molto e lo stesso discorso vale per Mirafiori che doveva essere rilanciata con l’auto elettrica.

La fusione con un gruppo più avanti di Fca nel campo, grazie alla collaborazione con Nissan di cui possiede il 43%, produrrà sicuramente delle pesanti ripercussioni.


 Per il momento la fusione sembra saltata grazie ai veti sull’occupazione e gli investimenti del governo francese, dimostrando la forza della politica quando si vuole imporre sull’economia, e di Nissan che non voleva un rafforzamento di Renault, in prospettiva capace di imporsi sui giapponesi con la sua nuova forza.

Le trattative hanno solo fatto guadagnare le banche d’investimento dato che in questi giorni Fca ha venduto 3,5 milioni di dollari in azioni.

Da questa vicende capiamo alcuni aspetti importanti di Fca. In primis la necessità della multinazionale di fare investimenti che al momento sembra voler ritardare e compensare con delle alleanze.

Questo valorizza l’ipotesi della Fiom che prevede una fuoriuscita degli Agnelli dal dispendioso mercato delle auto e inoltre rende chiaro a tutti che per Fca l’Italia resta una ramificazione sempre meno rilevante dato che opera su un mercato mondiale, i padroni hanno come unica patria dove l’investimento rende di più.




 Le delocalizzazioni riguardano anche il ricco Veneto come dimostra il caso Unilever, produttore del dado Knorr a Sanguinetto, che lascia a casa 76 operai dopo averne licenziati 30 lo scorso anno.

Da valutare con attenzione è anche l’acquisizione di Auchan, che lascia il mercato italiano, da parte di Conad.

Sono a rischio 20000 posti di lavoro mentre è aperta una procedura di licenziamento per 267 lavoratori del gruppo in Sicilia.

Sono state anche settimane piene di scioperi.

Da quello dei 600000 lavoratori dei settori della pulizia e dei servizi integrati in lotta per il rinnovo del contratto nazionale scaduto da sei anni a quello dei postini di Poste Italiane che mentre vedono l’azienda aumentare gli utili vedono l’occupazione calare di 10000 unità.

Uno dei più importanti è stato sicuramente quello dei pensionati a cui il governo ha chiesto indietro 100 milioni di euro che si sommano a 3,6 milioni della mancata rivalutazione delle pensioni.

Ancora una volta il pensionato medio viene trattato come un bancomat a cui sottrarre risorse per fare le manovre economiche nei parametri imposti da Bruxelles, a cui sembra essersi ormai piegato anche l’autoproclamato governo del cambiamento.

In questi giorni si è tornato a parlare di quella fabbrica di morte che fu l’Ilva di Taranto ed ora di proprietà di ArcelorMittal.

A causa dell’andamento del mercato la nuova proprietà ha nuovamente tirato fuori dal cilindro gli ammortizzatori sociali, non rispettando il precedente accordo stipulato con i sindacati a settembre al Mise.

Venne chiesto agli operai di barattare le propria salute e quella dei propri figli per un lavoro ed ora torna la cassa integrazione ordinaria, al momento per le prossime 13 settimane che coinvolgerà 1395 dipendenti su 8200.


 Situazioni così gravi spiegano molto del paese, ad iniziare dai risultati ottenuti con trent’anni di illusioni e schiaffi, ovvero quel rancore e quella sete di vendetta su cui lucrano Salvini e simili in tutto l’Occidente.

La classe media è in via di proletarizzazione mentre il proletariato è sempre più povero ed affronta condizioni lavorative precarie, con uno stato sociale compresso.

Il lavoratore non solo guadagna meno o rischia di essere buttato in mezzo ad una strada a causa dei risultati delle molteplici vertenze che segnano il nostro paese ma vede l’incertezza del domani anche nei propri figli, lavoratori poveri oggi e pensionati poveri domani.

Se hanno votato i grillini con la speranza di risolvere tutti i problemi con il reddito di cittadinanza, una misura di workfare insufficiente, ora si rivolgono a Salvini che si presenta come il leader di un partito disposto allo scontro duro e frontale contro l’UE e la gabbia europea.

Questo spiega in parte il balzo in avanti del 29% della Lega nel voto operaio alle ultime elezioni.

Salvini resta però un elemento indistinguibile nel panorama dei gestori dell’austerità europea, al pari del PD.

Non ha alcuna intenzione, lui come i suoi alleati europei, di far saltare in aria la gabbia europea e di uscire dalla trappola del debito.

I tecnocrati di Bruxelles stanno sparando a zero sulle timide proposte economiche del governo italiano, reddito di cittadinanza e quota 100 di cui abbiamo abbondantemente parlato in questi mesi, considerando a rischio la terza economia d’Europa.

Peccato che l’Italia chiuda da trent’anni il proprio bilancio in avanzo primario ed ha usato questi soldi per pagare la bellezza di 3500 miliardi in interessi sul debito dal 1980 ad oggi.

Questo meccanismo a cui sono funzionali i trattati dell’UE e la sua intera architettura ha come scopo svuotare di senso la democrazia e il potere popolare mettendo a valore l’intera società.

Le categorie del mercato invadono ogni ambito della nostra esistenza per garantire l’accumulazione e quindi la sopravvivenza di un modo di produzione già morto, distruggendo ogni traccia di diritti sociali.

La scuola viene ridotta ad azienda che deve produrre utili, come la ricerca a cui viene chiesto di raccogliere fondi per essere valorizzata oppure la sanità con ospedali chiusi perché poco redditizi.

Il culmine di questa dittatura del mercato su ogni aspetto della società, ovvero il prisma economicista duro a morire, lo possiamo vedere nelle lamentele di un pronto soccorso di Pistoia che rinfaccia ad un'anziana la spesa di 264 euro per le sue cure.

Un diritto trasformato in una merce di cui valutare il proprio valore sul mercato. 

Questo mostro spaventoso è già arrivato e potrebbe essere il nostro futuro per molto tempo: la larga noche neoliberal come direbbe Rafael Correa.


 Mi voglio rivolgere in particolare a chi lottando per arrivare a fine mese ogni giorno ha creduto in Salvini.

Non è la soluzione ma parte del problema poiché rappresenta un reaganismo d’annata e fuori tempo massimo che ha causato i nostri problemi.

La proposta di una tassa unica al 15% è un regalo ai ricchi che promette di aumentare le disuguaglianze sociali in uno dei paesi più diseguali d’Europa in cui il 5% più ricco possiede le stesse ricchezze del 90% più povero.

Dietro una simile idea c’è la presunta trasformazione dei soldi risparmiati dai più ricchi in investimenti a beneficio di tutta la società, fatto mai verificatosi.

Anzi, la flat tax provoca una riduzione del gettito fiscale con conseguente smantellamento dello stato sociale e concentrazione dei redditi nelle mani dei più ricchi.

Per verificarlo basta guardare alla Russia dove esiste una flat tax al 13% sulle persone fisiche e del 24% per le imprese dal 2001.

Il 52% delle famiglie soddisfa a stento i propri bisogni primari mentre il 3% della popolazione possiede l’89% delle risorse finanziarie del paese.

Questa potrebbe essere la direzione intrapresa dall’Italia dove una flat tax al 15% provocherebbe una diminuzione del gettito fiscale di 50 miliardi di euro, di cui la metà a beneficio del 10% più ricco mentre alla classe media che ha votato in massa per Salvini andrebbero 125 euro mensili a famiglia.

Inoltre estendere a tutti questa aliquota colpirebbe circa 10 milioni di persone che sono in una no tax area in quanto le più povere della società.


 A questa proposta, vero cavallo di battaglia di Salvini, aggiungiamo un modello economico basato sul lavoro povero, speculazione edilizia e cementificazione inadatto tanto per le esigenze del paese che per affrontare la conversione ecologica.

Basti vedere lo Sblocca Cantieri che dovrebbe aumentare del 40% la soglia del subappalto, aggiungendo una pericolosa dose di deregolamentazione con tutti i possibili danni in fatto di legalità e rispetto dei diritti dei lavoratori a cui si aggiunge il ritorno del massimo ribasso. 


Salvini inoltre approva ogni sorta di grande opera, utile o meno che sia, e rilancia alla grande anche la questione termovalorizzatori.

La ciliegina sulla torta è l’autonomia differenziata che minaccia l’unità nazionale e potenzialmente abbandonerebbe al suo destino di sottosviluppo e spopolamento il Sud Italia.

Se nelle proposte economiche permangono le mitologie neoliberiste su uno sviluppo trainato da meno regole, in questo caso il mito sottostante lo spiega molto bene Massimo Villone: “ non si dice che è ormai dimostrato come il Sud sia nel complesso sotto-finanziato nella spesa storica rispetto al Nord, con una spesa pro-capite minore. Si tace sul punto che Lep e fabbisogni standard sono rimasti al palo perché avrebbero evidenziato la necessità di un travaso di risorse dal Nord al Sud. Silenzio sulle distorsioni a danno del Sud, come ad esempio la distribuzione del fondo sanitario parametrata sull’età. Ancora silenzio sulla quantificazione delle maggiori risorse al Nord che comunque verrebbero con l’autonomia. Né si rileva che la garanzia alle tre regioni stipulanti del livello di risorse acquisito perpetuerebbe le distorsioni. Sull’ormai celebre caso degli asili nido la Stefani dice solo che non riguarda l’art. 116. Mentre Giorgetti, sul ricorso di decine di comuni contro l’iniqua distribuzione del fondo di solidarietà, commenta che ci penseranno i giudici.

Dal dibattito pubblico finalmente avviato emerge il vero nodo politico: la vulgata del Nord virtuoso ed efficiente e del Sud incapace e accattone, fondamento della maggiore autonomia, è una mistificazione in larga parte smentita dalle cifre. Lo dicono anche le elaborazioni della Sose. Si evidenzia così il disegno politico di abbandonare l’obiettivo in Costituzione prioritario di sanare il divario strutturale Nord-Sud. Invece, si vuole liberare dal peso dei vagoni più lenti la locomotiva del Nord, per favorirne la competitività e l’aggancio all’Europa. Il resto del paese si arrangi.”


 Il quadro qui delineato è desolante, nessuno dei grandi partiti del momento vuole affrontare alla radice le cause dei nostri problemi, non vogliono far saltare la gabbia europea ed i suoi stupidi vincoli e ovviamente neanche la trappola del debito usata come bandiera da sventolare mentre si annienta un popolo, sequestrandone il futuro.

Emerge l’urgenza della costruzione di una forza comunista antagonista capace di insediarsi dove sorgono i problemi del paese, dando risposte di classe a problemi di classe.


   




 

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