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venerdì 26 luglio 2019

0 LA RIVOLUZIONE FILIPPINA CONTRO IL REALISMO CAPITALISTA


La rivoluzione comunista nelle Filippine è la più lunga rivoluzione antimperialista e democratica in Asia. Dal ristabilimento del Partito Comunista delle Filippine (CPP) nel 1968, la successiva istituzione del New People's Army (NPA) nel 1969 e la formazione dell'alleanza di organizzazioni rivoluzionarie sotto il Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (NDFP ) nel 1973, il movimento comunista ha progredito un'ondata dopo l'altra, ha ottenuto un enorme sostegno e influenza e ha stabilito con successo siti di potere politico che attraversavano l'arcipelago. Questi successi non hanno precedenti, nonostante le sfide poste principalmente dalle forze reazionarie dominanti guidate dall'imperialismo USA e dalle sue classi alleate locali, e in secondo luogo dalla difficile geografia arcipelagica del paese.
Gran parte dei successi di questa rivoluzione è dovuta in gran parte alla corretta applicazione delle teorie universali marxiste alle condizioni filippine. Per quasi mezzo decennio, il CPP ha perseguito senza sosta i principi di base del marxismo leninismo-maoismo, in particolare nel preservare il suo ruolo di partito politico d'avanguardia del proletariato e di tutte le classi oppresse nella società filippina. Ciò non nega tuttavia il fatto che il movimento comunista nelle Filippine abbia commesso gravi deviazioni ed errori in passato che hanno persino provocato due grandi movimenti di rettifica, uno nel 1968 e un altro nel 1992. Dopotutto, come chiarisce Žižek : “la teoria è una teoria di una pratica fallita”. Di grande importanza in questi movimenti è il loro rifiuto di tutte le forme di opportunismo e revisionismo, un risultato ispirato alla non meno dura posizione di Lenin contro gli opportunisti e revisionisti classici e moderni in Russia e in Europa in generale.

Un partito marxista-leninista-maoista in una società semi-coloniale e semi-feudale

L'anima del marxismo è l'analisi concreta delle condizioni sociali concrete. È un principio fondamentale tra i rivoluzionari marxisti nel condurre un movimento di emancipazione applicare le teorie con un'analisi approfondita delle condizioni economiche, politiche e geografiche di una particolare società. In caso contrario, nascerebbe inevitabilmente un grave errore soggettivista o dogmatico. Ciò porterebbe probabilmente ad un'applicazione meccanica di principi rivoluzionari che potrebbero persino essere dannosi per l'obiettivo di far trionfare la rivoluzione e costruire il socialismo. Questo errore il CPP lo evita consapevolmente di commettere.
Il marxismo-leninismo-maoismo è stata la solida e duratura guida teorica del partito che il CPP sostiene abbia portato a un massiccio movimento rivoluzionario nazionale. Dopotutto, lo stesso Lenin ha giustamente sottolineato che "senza la teoria rivoluzionaria non può esserci movimento rivoluzionario" e che "il ruolo del combattente d'avanguardia può essere svolto solo da un partito guidato dalla teoria più avanzata".
Il CPP nacque il 26 dicembre 1968, sulle rovine del vecchio partito comunista, sotto la guida teorica del marxismo, del leninismo e del maoismo. Al suo ristabilimento, decise immediatamente di riprendere la Rivoluzione Nazionale Democratica (NDR) al fine di porre fine all'oppressione imperialista, al feudalesimo e al capitalismo burocratico degli Stati Uniti e procedere immediatamente alla rivoluzione socialista. Sostenendo di essere il partito d'avanguardia di tutte le classi oppresse, nel 1969 ha costruito il New People’s Army (NPA) come forza militare del partito e l'intero movimento rivoluzionario che si impadronirà del potere politico onda dopo onda su una scala protratta. E dopo aver acquisito una significativa influenza politica che attraversa classi e settori, nel 1973 il CPP organizzò il Fronte nazionale democratico (NDF) di tutti i gruppi rivoluzionari che aderiscono alla causa rivoluzionaria.

Innegabilmente oggi, il movimento rivoluzionario rimane la più forte forza di opposizione e la minaccia numero uno per la sicurezza nazionale nelle Filippine. Questa situazione spinse l'attuale amministrazione di Duterte ad avviare un dialogo pacifico con i comunisti. Con il suo ristabilimento, il CPP ha immediatamente presentato un'analisi completa della società filippina. Il CPP riteneva che le Filippine soffrissero di un sistema semi-coloniale e semi-feudale. Guerrero spiega che il suo "carattere semicoloniale è principalmente determinato dall'imperialismo USA.”

Mentre proclamava l’"indipendenza" delle Filippine il 4 luglio 1946, prima di questa data, tuttavia, il governo coloniale americano aveva già gettato le basi per il dominio neocoloniale. Fino ad oggi, le Filippine soffrono ancora di una schiavitù neocoloniale, tanto che persino l'attuale amministrazione Duterte, che lo intenda sinceramente o retoricamente, sta lottando per una "politica estera indipendente".
D'altra parte, il suo carattere semi-feudale "è principalmente determinato dall'impatto del capitalismo monopolistico americano sul vecchio modo di produzione feudale e dalla subordinazione di quest'ultimo al primo". Gli Stati Uniti non hanno né cancellato né sviluppato il vecchio modo di produzione feudale e lo hanno trasformato in uno capitalista. Al contrario, lo mantenne come una forte base sociale in cui poteva garantire le tre condizioni importanti per un sistema di produzione capitalistico monopolistico: materie prime a basso costo, manodopera a basso costo e mercati liberalizzati. Si può dire che l'attuale sottosviluppo delle Filippine è dovuto in gran parte al suo carattere semi-feudale perpetuato dall'imperialismo americano. Con questi problemi affrontati dalla maggioranza del popolo filippino, il CPP, insieme all'NPA e all'NDF, intraprende una Rivoluzione Nazionale Democratica (NDR) con una prospettiva socialista.

Dopo aver effettuato un'analisi approfondita delle classi sociali, vengono stabiliti gli alleati e i nemici della rivoluzione. Attualmente sono osservabili tre principi leninisti essenziali: la leadership del partito, l'alleanza di base di lavoratori e contadini e il lavoro del fronte unito. Dopo che Lenin ha esposto il significato e la natura dell'imperialismo, è stato scoperto che il capitalismo e il suo sistema di sfruttamento e oppressione non funzionavano più nel modo tradizionale. Lo sfruttamento economico si è esteso e ha incluso non solo il proletariato, ma anche i contadini e persino alcuni segmenti della borghesia. Alla fine, persino la borghesia e i contadini lancerebbero movimenti sociali, da semplici riforme a rivoluzioni borghesi e rivolte contadine. Il cambiamento delle attuali condizioni economiche e politiche spinse Lenin ad applicare il marxismo a una nuova circostanza, ben oltre ciò che Marx ed Engels avevano inizialmente immaginato.
Il CPP ha riconosciuto la dottrina leninista di base di un partito politico d'avanguardia. Lenin ha insistito sul fatto che il "compito pratico primario e imperativo" è "stabilire un'organizzazione di rivoluzionari in grado di prestare energia, stabilità e continuità alla lotta politica". In un momento in cui la nozione di leadership del partito si stava erodendo e la politica dei movimenti e dell'identità alimentata dal postmodernismo sembra dominare la politica mondiale, i rivoluzionari filippini, nella lotta allo sfruttamento straniero e locale, hanno fedelmente sostenuto questa importante nozione leninista. La sua posizione non dogmatica ha consentito al CPP di arricchire la classica nozione del partito leninista prendendo una posizione anti-revisionista e sostenendo ulteriormente il maoismo, in particolare i concetti di quest'ultimo relativi alla linea di massa e alla contraddizione.

I rivoluzionari all'interno di questo partito politico dovettero impegnarsi attivamente con la totalità del popolo e non, come facevano erroneamente i menscevichi prima che Lenin criticasse le loro idee come palesemente economiciste e primitive, si limitano ad organizzare esclusivamente la classe operaia. Lenin aveva chiarito il compito di questo gruppo rivoluzionario: “portare la conoscenza politica ai lavoratori, i socialdemocratici devono andare tra tutte le classi della popolazione; devono inviare unità del loro esercito in tutte le direzioni.” Consapevole di questo imperativo proletario, il CPP ha diffuso il suo ideale attraverso tutte le classi, settori e in tutte le regioni arcipelagiche delle Filippine. È stato ed è sempre consapevole che molte delle classi oppresse nelle Filippine hanno anche un'ardente volontà rivoluzionaria di attuare riforme democratiche borghesi (ad esempio la riforma agraria per i contadini). Inoltre, era ed è consapevole che uno dei compiti dei comunisti è "sostenere ogni movimento rivoluzionario contro l'ordine sociale e politico esistente".
E infine, era ed è consapevole che è il partito politico d'avanguardia dei filippini oppressi, e ha agito “in modo tale che tutti gli altri contingenti riconoscano e siano obbligati ad ammettere che stanno marciando all'avanguardia.”
Avendo con sé questa chiara linea rivoluzionaria, il CPP ha forgiato le sue basi di classe di strategia e tattica. Questa base di classe ovviamente inizia con la leadership di classe: il proletariato attraverso il suo partito politico, il CPP.
Guerrero definisce così il CPP: "è l'incarnazione più avanzata e lo strumento principale della leadership rivoluzionaria del proletariato filippino nell'adempiere alla sua missione storica. È composto dagli elementi più avanzati del proletariato e, quindi, è il concentrato di espressione della forza ideologica, politica e organizzativa del proletariato come classe guida.”
Poiché il CPP intraprende una rivoluzione in una società semi-feudale in cui i contadini sono la maggioranza della popolazione, la classe operaia, che costituisce solo il 15% della popolazione, deve stringere un'alleanza con la più grande forza di massa nelle Filippine: i contadini, che rappresentano il 75% della popolazione.
Essendo la forza principale della rivoluzione, il CPP ritiene che "senza il potente sostegno dei contadini, la rivoluzione democratica popolare non potrà mai avere successo". A causa delle dilaganti forme di sfruttamento feudale e semi-feudale, sette agricoltori su dieci rimangono senza terra. Il clamore per un'autentica riforma agraria brucia fin dal periodo coloniale spagnolo, eppure la stessa domanda si ripercuote ancora oggi nelle campagne. E dal momento che i grandi proprietari terrieri controllano anche posizioni significative nella burocrazia che hanno con sé i fondi necessari per ottenere posti elettorali, il clamore per la riforma agraria cadrà inascoltato o verrebbe respinto da falsi programmi di riforma agraria. Nel caso delle Filippine, sono state attuate numerose riforme agrarie, tra cui l'attuale programma globale di riforma agraria, ma nessuno ha risolto il problema endemico della mancanza di terra. Manifestazioni pacifiche di contadini che chiedono tali mutamenti sono spesso ricambiate con dispersioni violente e perfino fatali che provocano massacri.
Considerando tutte queste cose, il CPP ritiene che non vi sia altra soluzione al problema contadino “se non condurre la lotta armata, condurre la rivoluzione agraria e costruire aree di base rivoluzionarie.” In precedenza Lenin sollevò una domanda molto concreta: “ci si può aspettare che i proprietari terrieri e i saccheggiatori di mentalità feudale capitalisti possano dare terra ai contadini e rinunciare al potere supremo sul popolo?”
Lenin rispose categoricamente: NO. I comunisti “devono naturalmente fare tutto il possibile per continuare la grande causa del popolo: la rivoluzione, la lotta per la libertà e la terra.” È solo attraverso una lotta armata che i padroni dispotici saranno espropriati delle loro terre e il monopolio feudale sarà smantellato. Ed è solo attraverso una rivolta contadina che i grandi proprietari terrieri vengono detronizzati dal loro potere politico. Ribadendo Lenin, il CPP è fermamente convinto che solo il movimento rivoluzionario “è in grado di spazzare via i proprietari terrieri feudali e il loro potere illimitato nello stato.”
Con l'alleanza di base stipulata tra proletariato e contadini, le basi per stabilire un'alleanza patriottica sono già state preparate. Il CPP riconosce l'importante ruolo e influenza della piccola borghesia, che rappresenta il 7% della popolazione, nel condurre e vincere una rivoluzione.
Soprattutto tra l'intellighenzia, la piccola borghesia potrebbe amplificare la propaganda rivoluzionaria e rendere la causa rivoluzionaria più appetibile tra le masse di base di lavoratori e contadini, e anche tra la media borghesia nazionale, che compone il 2% della popolazione, ci sarebbe l’interesse a porre fine al monopolio straniero dell'industria e del commercio, motivo per il quale è possibile costruire un'alleanza positiva per il NDR. Lenin ha correttamente chiarito che “solo quando [la classe della piccola borghesia] si unisce al proletariato c’è la vittoria della rivoluzione, assicurata facilmente, pacificamente, rapidamente e senza intoppi.”
In effetti, lo stesso Lenin sosteneva che la coscienza proletaria rivoluzionaria poteva venire solo al di fuori della stessa classe operaia, poiché quest'ultima, troppo presa dall'economismo, non è in grado di articolare la posizione universalista del partito proletario. Questo processo, unito alla nozione maoista della linea di massa, consente un rimodellamento dialettico sia dell'intellettuale che del proletariato per diventare l'intellettuale rivoluzionario.

Varie organizzazioni rivoluzionarie della piccola borghesia sotto il NDF si sono già alleate con il NDR. Queste includono organizzazioni di giovani e studenti, persone di chiesa, insegnanti / professori, donne, scienziati e ingegneri, artisti, medici e lavoratori migranti.
Lavorando con metodo clandestino, specialmente nelle aree urbane, sono riusciti a trarre il più ampio sostegno morale, politico, finanziario, logistico e personale possibile per la rivoluzione intrapresa nelle campagne.
Lo slancio iniziale della rivolta rivoluzionaria negli anni '70 e '80, alimentato dalle repressioni politiche durante la legge marziale dittatoriale, tuttavia, fu sventato da elementi devianti e opportunisti all'interno del CPP. A causa delle grandi deviazioni, il partito e l'intero movimento rivoluzionario subirono un grave declino ideologico, politico e organizzativo e persino conseguenze fatali. Un secondo grande movimento di rettifica (SGRM) dovette essere lanciato per “riaffermare i principi di base e correggere gli errori.” Nell'affermare i suoi principi di base, il CPP ha esortato i suoi membri e tutti i rivoluzionari a “rimanere fermi come hanno fatto i rivoluzionari proletari come i bolscevichi.” Un risultato teorico di questo documento, tra i tanti, è stata la sua valutazione critica dell'URSS come centrale revisionista, che è stata ulteriormente chiarita in un documento separato e successivo che ha invitato il partito e le forze rivoluzionarie a “difendere il socialismo contro il revisionismo moderno.”

In ogni caso, il CPP sostenne la posizione anti-revisionista di Lenin, rinnovò il suo impegno per far avanzare la rivoluzione democratica nazionale e decise di portare avanti il ​​NDR verso la rivoluzione socialista. Dall'analisi di Moufawad-Paul, il movimento rivoluzionario nelle Filippine è una relazione di continuità-rottura in relazione alla scienza rivoluzionaria del marxismo-leninismo-maoismo. Mentre sosteneva il leninismo, il CPP applicava quest'ultimo in modo creativo alle condizioni uniche nelle Filippine, arricchendo la suddetta teoria in terra straniera ed evitando così le insidie ​​del dogmatismo. L'attuale situazione rivoluzionaria nelle Filippine arricchisce ciò che Lenin molto tempo fa aveva accuratamente valutato in relazione all'avanzato stato rivoluzionario dell'Asia. Ha enfaticamente affermato che:
"ovunque in Asia un potente movimento democratico sta crescendo, diffondendosi e guadagnando forza. Centinaia di milioni di persone si stanno risvegliando alla vita, alla luce e alla libertà. Che delizia questo movimento mondiale sta suscitando nei cuori di tutti i lavoratori coscienti della propria classe, che sanno che il percorso verso il collettivismo è attraverso la democrazia! "


Badiou e l'ipotesi comunista

Tra i pensatori marxisti che proclamavano fedeltà all'ipotesi comunista, o almeno alla politica egualitaria, Badiou mostrò una fedeltà critica al marxismo, al leninismo e persino al maoismo. Inizialmente influenzato dalle correnti del pensiero maoista negli anni '70 e '80, e guidato dal suo stesso detto che : “L'inevitabile risultato della mancanza di pensiero ambizioso è una politica mediocre e un'etica svalutata”. 
Badiou ha formulato la nozione di una politica emancipatoria che ha ambiziosamente riproposto l'ipotesi comunista apparentemente fallita.
L'orientamento marxista di Badiou è evidente nella sua idea di una rottura evidente contro lo Stato. Afferma che solo all'apertura di un evento, e alla conseguente fedeltà di un soggetto interventista, può procedere l'organizzazione del Nuovo. L'evento è un inaugurale che “accade in determinati periodi e luoghi che, a differenza delle contingenze minori della vita quotidiana, si rompono con l'ordine delle cose stabilito.” Fondamentale per la nozione dell'evento è il suo accadere nel mondo come una sorta di discontinuità, una rottura radicale dalla routine, dalla struttura e dal linguaggio normali o stabiliti di una situazione particolare. Il tema generale è che le rotture evidenti, anziché conservare il vecchio e il decadere, costruiscono un nuovo ordine attraverso una sorta di integrazione del vecchio. A questo proposito, il vecchio non si estingue del tutto nel senso di distruzione totale , almeno nell'Essere e nell'Evento, ma è conservato in un'unità superiore e nuova. 
Questa discontinuità nel campo della politica è una rottura dal capitalismo che è possibile solo sotto un'ipotesi comunista. Una rottura radicale richiede più dei riformismi statalisti. Va anche al di là della politica del movimento o dell'identità che, per decenni, ha semplicemente criticato ma non ha davvero spinto la storia oltre i limiti del capitalismo. Come ha formulato Marx in precedenza, la rottura contro il capitalismo assume il rovesciamento violento della borghesia, e non una semplice riconfigurazione e un volto umano.

In L'ipotesi comunista, Badiou affronta la sfida posta dalle critiche secondo cui il progetto comunista è un grosso fallimento. Sottolinea la necessità “di riformulare l'ipotesi comunista in termini contemporanei” tenendo conto di “nuovi eventi locali e battaglie politiche” che potrebbero chiarire come i rivoluzionari dovrebbero creare “nuove forme di organizzazione.” Riconoscibile in questo bisogno di riformulazione è lo sfondo dei falliti progetti politici che presumibilmente promettevano alternative a un capitalismo in declino. In questa riformulazione, Badiou sottolinea la necessità di riconsiderare all'interno di una cosiddetta politica di emancipazione un'organizzazione politica soggetta alla forza delle masse.
In un lavoro molto più recente Il risveglio della storia, Badiou affronta ulteriormente questa problematica dell'organizzazione. In questo lavoro, si può trarre sostegno teorico per una rinnovata organizzazione politica. Analizzando le rivolte contemporanee molte delle quali si sono verificate in Medio Oriente, Badiou ne valuta il significato. Poiché le rivolte locali possono finire in una violenza nichilista se non terroristica, queste devono essere elevate in un livello che Badiou definirebbe storico come "la restituzione violenta di un inesistente", il contenuto di una rinascita della storia. Ma ciò sarebbe possibile solo se si sollevassero disordini storici a livello politico, vale a dire che deve confrontarsi con lo Stato poiché è la “macchina per fabbricare gli inesistenti.” La sequenza politica di questi disordini può essere garantita solo sotto la composizione dell'organizzazione. Qui Badiou distingue tra storico e politico, una distinzione che in precedenza aveva sottolineato nella Teoria del Soggetto quando notò che “la storia è la fortuna dell'evento, da non confondere mai con la politica che è la sua razionalità soggettiva forzata.” Ha inoltre chiarito che “è pienamente in linea con il marxismo affermare che la storia è la possibilità della necessità politica.”
Sebbene la Teoria del Soggetto stia già virando verso un rifiuto della classica concezione leninista del partito, che sarà in seguito evidente in Essere ed Evento, diffusa in tutto il libro è l'affermazione di Badiou per un “partito di un nuovo tipo.” È interessante notare che Badiou cita, alle pagine dedicate all'etica, una decisione del Partito comunista cinese che enfatizza la linea di massa maoista per chiarire la sua posizione sul partito di nuovo tipo. Badiou sostiene che il soggetto comunista inevitabilmente deve ribellarsi, anche contro il partito stesso in particolare se quest'ultimo si separa dalle masse. Sostiene che:
"in tali circostanze, nessuna gerarchia corporea può esentarsi dalla prova del coraggio. Se la parte finge di proteggersi da essa, dovresti diventare la parte tutto da solo. Devi a tua volta sapere come considerare la parte come nulla, solo in modo che continui ad esistere come il corpo di un soggetto.”

Mentre può sembrare che Badiou abbia completamente ripudiato la nozione di partito leninista, ciò che è evidente è comunque  la sua insistenza sulla necessità di un'organizzazione militante, provvisoriamente denominata dialetticamente comunista, nella procedura di una politica di emancipazione, e in secondo luogo, la sua ferma affermazione nei confronti di una politica la cui massima non è altro che l'uguaglianza. A questo proposito, possiamo assolutamente posizionare la politica emancipatoria badiouiana all'interno della tradizione rivoluzionaria del marxismo-leninismo-maoismo. In breve, la politica badiouiana è un'efficace forza teorica contro l'egemonia capitalista.

Fedeltà all'ipotesi comunista contro il capitalismo neoliberista

Mentre il capitalismo continua ad assumere varie apparenze durante le sue fasi, e mentre i tentativi passati di superarlo sembrano quasi tutti falliti, lo spettro che continua a perseguitare il capitalismo moderno non è stato finalmente esorcizzato, specialmente in un momento in cui il capitalismo globale è scosso da una crisi finanziaria molto peggiore della Grande Depressione del 1930, è sfidato da movimenti sia spontanei che organizzati. Possiamo benissimo concordare con Badiou al riguardo che “la questione decisiva è la necessità di aggrapparsi all'ipotesi storica di un mondo che è stato liberato dalla legge del profitto e dell'interesse privato.” Nell'affrontare il capitalismo neoliberista, i rivoluzionari devono essere uniti sotto tre principi che sono stati manifestati dalla vittoriosa Rivoluzione d'Ottobre, dalla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria e dall'attuale rivoluzione filippina ed esposta nella politica di emancipazione badiouiana.

Primo, l'ipotesi comunista esige una rottura con lo Stato, non una reciproca coesistenza con esso. Questo significa un movimento comunista che lavora in modo indipendente al di fuori dello Stato. Ciò non significa tuttavia che le aperture per il lavoro di agitazione e propaganda all'interno dello Stato debbano essere dogmaticamente ignorate. Il movimento rivoluzionario deve essere assolutamente indipendente e tuttavia può ancora operare all'interno e massimizzare le strutture statali. La Duma di Stato come sede di agitazione è un classico esempio di questa posizione. Sison identifica accuratamente questo come la combinazione di forme di lotta legali e illegali.
Secondo, l'ipotesi comunista si attualizza nella storia solo attraverso la disciplina di un'organizzazione. Il vecchio stato-partito è stato esaustivamente criticato da Mao, Badiou, Zizek e altri pensatori. Tuttavia, recenti eventi hanno dimostrato la necessità di ricostituire tale nozione sulla base sia dei fallimenti passati che delle esperienze di successo, in particolare della Grande Rivoluzione Culturale proletaria, al fine di superare i limiti del capitalismo. Se per Badiou, la questione decisiva per una politica di emancipazione è la necessità di aggrapparsi all'ipotesi comunista, la questione decisiva per il perseguimento di un'ipotesi comunista è la reinvenzione creativa del partito: il partito di un nuovo tipo. Il CPP, citando Mao, descrive questa organizzazione come un “Partito ben disciplinato armato della teoria del marxismo-leninismo, usando il metodo dell'autocritica e collegato alle masse popolari.”
Terzo, l'ipotesi comunista riconosce altri siti di oppressione e lotta. In passato, vari movimenti che hanno assunto l'apparenza di una politica di identità possono effettivamente essere disegnati all'interno del movimento rivoluzionario guidato dalla linea comunista. Questi siti multipli condividono un tema comune: il riconoscimento “che le cose come sono devono essere considerate inaccettabili.”
In altre parole, un partito rivoluzionario richiede un fronte unito sempre inclusivo contro il capitalismo.
Questo partito, come ha ricordato Lenin, deve "andare tra tutte le classi della popolazione come teorici, propagandisti, agitatori e organizzatori.”
Pur essendo pienamente consapevole delle complessità uniche delle diverse questioni settoriali, un movimento rivoluzionario guidato dall'ipotesi comunista dovrebbe conservare come principale questione politica il problema della classe. Solo in questo modo il vecchio primitivismo e la spontaneità di massa possono essere evitati e susseguiti sotto il dominio della lotta politica proletaria

domenica 21 luglio 2019

0 DALLE PRIMAVERE ARABE ALLO SCONTRO CON L’IRAN: IL MEDIO ORIENTE OGGI


Nel 2011 scoppiarono massicce proteste legate alle Primavere Arabe anche in altri paesi del Medio Oriente, come la Siria, il Bahrein e lo Yemen.

La Siria è sicuramente uno dei casi più importanti tra quelli elencati perché la protesta in questione è diventata una lunga guerra civile che ancora sta dilaniando il paese. Una guerra senza fine che vede la contrapposizione tra un governo laico, ultimo bastione del baathismo rimasto in piedi, e una serie di milizie islamiste sponsorizzate a vario titolo dall’Occidente e dai nemici di Assad, legittimo presidente del paese.
Un vasto fronte che va dall’Occidente fino ad arrivare alla Turchia, le petromonarchie arabe ed Israele hanno cercato di arruolare il fondamentalismo islamico per abbattere il principale alleato iraniano nella regione con lo scopo di indebolire l’Iran.

La situazione attuale sembra aver decretato la vittoria del fronte governativo, ottenuta grazie al decisivo sostegno di una coalizione composta da Iran, Hezbollah e Russia.
Assad è rimasto in piedi perché aveva gli alleati giusti che hanno aiutato il governo siriano a riprendere il controllo della quasi totalità del paese, sconfiggendo anche l’Isis.
Ricordiamo il tributo di sangue versato dai pasdaran iraniani in questo dura lotta contro il fondamentalismo islamico. Nel 2014, con l’esercito iracheno in rotta, Baghdad venne salvata dall’intervento iraniano.
Oggi la situazione resta critica sul versante della ricostruzione del paese, la definitiva sconfitta del fondamentalismo islamico e soprattutto la questione curda.
Durante la guerra civile siriana è sorto questo notevole progetto politico guidato dal PKK, noto come Rojava che si estende sul territorio curdo che ricade sotto la sovranità siriana.
Il PKK ha posto questo esperimento politico in una posizione equidistante tanto dal governo siriano di Assad quanto dai fondamentalisti islamici sostenuti dalla Turchia.
I curdi hanno versato anche loro un notevole contributo di sangue nella lotto contro l’Isis, ottenendo il sostegno degli USA, condizionato, a parer mio, dalla volontà di giocare la propria partita in Siria, non lasciando il merito della sconfitta del Califfato a Russia ed Iran.

Oggi i curdi si trovano ad affrontare il nemico turco che nel 2018 ha occupato la città curda di Afrin.
La Turchia resta la principale minaccia alla sopravvivenza dell’esperimento politico di Rojava e oggi le carte in tavola sono più pericolose di ieri.
Erdogan all’inizio della guerra civile siriana ha schierato il proprio paese contro Assad, sostenendo il fondamentalismo islamico, con l’intenzione di eliminare un vicino ingombrante e assestare un duro colpo all’Iran.
Oggi il presidente turco ha capito che dell’Occidente non ci si può fidare, in particolare dopo il tentato golpe del 2016 e i recenti screzi con gli USA, e volge lo sguardo verso Est.
Recentemente ha acquistato i missili S-400 dalla Russia, mossa a cui è seguita la dura reazione yankee, i quali hanno bloccato la vendita degli F-35 alla Turchia.
Un fatto importante perché formalmente il paese è ancora un membro della NATO e possiede il secondo esercito per grandezza dell’alleanza.
Erdogan vuole giocare evidentemente le proprie carte come meglio crede, senza rispondere a nessuno delle sue scelte riguardo le ambizioni geopolitiche della Turchia.
Con Iran e Russia entrerà nella ricostruzione della Siria ma resta da capire come verrà gestita la questione curda nel paese ed è una domanda da porre anche al governo siriano che sembra in trattativa con il PKK per ottenere una qualche forma di autonomia dentro la Siria.
Resta un problema spinoso che coinvolge a vario titolo Siria, Turchia, Iran ed Iraq.
La nascita di uno stato curdo è una legittima ambizione di questo popolo ma potrebbe essere il cavallo di Troia con cui indebolire i nemici dell’Occidente e dei suoi alleati nella regione.

La Turchia, quindi, è un elemento autonomo impegnato a perseguire i propri obiettivi, lottando anche dentro l’Islam sunnita.
Una battaglia che porta avanti con il Qatar, entrato in rotta di collisione sulla questione iraniana e non con il vicino saudita.
Come ho ripetuto in più occasioni, la Turchia e il Qatar sono i principali sponsor di Fratelli Musulmani, un movimento che per quanto detestabile propone una forma politica dell’islam ed è quindi incompatibile con rais di ogni sorta e le petromonarchie, specialmente l’Arabia Saudita ed il suo credo wahabita estremamente pericoloso.
Questo spiega l’accanimento turco sul caso Jamal Khashoggi.

Il vero nemico del variegato fronte che chiamiamo Nato araba, in cui includo anche Israele, resta però l’Iran.
La lotta alla Mezzaluna sciita viene condotta in ogni angolo del Medio Oriente.
In Bahrain la Primavera Araba si è tradotta nella sollevazione della maggioranza sciita contro la casa regnante sunnita, la risposta è stata la repressione a Piazza della Perla con il sostegno dei sauditi e il silenzio degli occidentali.
Perchè? 
Semplice, in questa piccola nazione ha sede la Quinta flotta degli USA, ovviamente la collocazione geografica non è casuale.


In Yemen l’onda della Primavera Araba si è trasformata in guerra civile che dal 2014 vede combattersi il governo yemenita e la minoranza sciita degli Houthi sostenuti dall’Iran, un conflitto che nel nome della lotta contro Teheran ha coinvolto sauditi ed alleati, provocando la peggiore crisi umanitaria del pianeta.
I sauditi sono impantanati da cinque anni in un Vietnam da cui sembra difficile uscirne con la forza, oltretutto hanno subito la recente defezione degli Emirati Arabi.

La sfida all’Iran si sposta anche in Libano e Iraq, dove gli sciiti cercano di difendere il proprio paese dal fondamentalismo islamico o, come nel caso di Hezbollah, anche dall’aggressione israeliana.
Gli sciiti in questi due paesi svolgono una preziosa funzione antimperialista in difesa della propria patria.

Questi mutamenti nello scenario descritto dimostrano solamente un fatto, il totale fallimento delle politiche statunitensi in Medio Oriente, di cui hanno approfittato maggiormente l’Iran e la Russia.
L’Iraq è un paese che fatica ancora a riprendersi dai danni prodotti dalla guerra imperialista e la questione palestinese non sarà archiviata con il cosiddetto “Accordo del secolo”, ovvero comprare con 50 miliardi di dollari i palestinesi, facendogli riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele, l’annessione delle siriane Alture del Golan e forse della Cisgiordania, ma soprattutto i governi arabi per cancellare il sacrosanto diritto di questo popolo ad avere una propria patria.
La trattativa sulla questione palestinese è stata usata dagli yankee per normalizzare i rapporti tra petromonarchie ed Israele, a loro poco importa di questo martoriato popolo, vogliono lo scalpo dell’Iran.

Il rischio che scoppi una guerra è concreto, non mancano le provocazioni da usare come casus belli.
Gli USA stanno facendo di tutto per mettere all’angolo l’Iran. Prima sono usciti dall’Accordo sul nucleare, nonostante Teheran abbia sempre rispettato i termini dell’accordo.
Poi hanno emesso delle dure sanzioni contro il paese per piegare l’economia ed incitare il popolo alla rivolta, come stanno provando a fare con il Venezuela o fanno da mezzo secolo con Cuba.
Cercano la via della lenta agonia dopo aver fallito nei propri piani con l’uso delle armi negli anni ‘80, quando sguinzagliarono Saddam Hussein contro la Repubblica Islamica, in una guerra lunga che è costata un milione di morti?  

Anche, ma il piano per una futura invasione esiste, si sviluppa ogni giorno ed alimenta le ambizioni dei falchi di entrambi gli schieramenti.
Che piaccia o meno, l’Iran è una potenza regionale capace di ostacolare i piani degli USA e dei suoi alleati nella regione, a questo aggiungiamo il suo sguardo rivolto verso la Russia e la Cina.
Gli USA devono mobilitare tutte le proprie forze per circondare e annientare il nemico, addirittura riabilitando i talebani dopo vent’anni di una guerra inutile e piena di morti in Afghanistan.
Sullo Stretto di Hormuz si giocherà la partita da cui dipenderà il futuro del Medio Oriente ma sappiano gli yankee che non sarà come con l’Iraq questa guerra.
Il nostro compito è evitare che accada, sensibilizzando il popolo, constatando però la subalternità verso l’Impero di questi presunti sovranisti nostrani.
L’UE non ha mosso un dito per aggirare le sanzioni yankee verso l’Iran, gli inglesi eseguono gli ordini di Washington senza fiatare e il nostro governo?
Ha preferito perdere miliardi in commesse ed eseguire come sempre gli ordini del padrone nordamericano, a cui magari forniremo le nostre basi per andare a bombardare il popolo iraniano come accadde con la Libia.

Fine (3/3)

venerdì 19 luglio 2019

0 QUARANT’ANNI DALLA RIVOLUZIONE SANDINISTA IN NICARAGUA


Quarant’anni fa i muchachos sandinisti entravano a Managua, portavano a termine l’ultima rivoluzione del XX secolo.
Era crollato il somozismo e con lui quella cappa fatta di oppressione, cleptocrazia e disinteresse sfacciato per le sorti del popolo.
La dinastia dei Somoza aveva preso il potere in Nicaragua sull’onda della sconfitta del generale Sandino e con il sostegno del solito Impero che come diceva Simon Bolivar sembra destinato a piegare con la fame e la miseria l’America in nome della libertà.
I muchachos erano gli eredi di quel generale degli uomini liberi che aveva sognato un futuro diverso per la sua patria, entrando di diritto nell’Olimpo degli eroi della Patria Grande, e quel fervore rivoluzionario era stato rafforzato dall’incontro con il marxismo assumendo le sembianze del comandante Carlos Fonseca Amador, tra i fondatori del FSLN e fortemente ispirato dall’esempio rivoluzionario cubano.
Cuba entra sempre nel discorso quando parliamo delle possibilità rivoluzionarie in America Latina.
Carlos Fonseca è figlio della rivoluzione cubana come tutti i principali leader dei movimenti guerriglieri scoppiati in giro per il continente dopo il trionfo di Castro e Guevara, di conseguenza si è scontrato con i limiti propri della strategia rivoluzionaria guevarista, della sua dottrina fochista e del suo deleterio soggettivismo.

La sua morte aprì una nuova fase del FSLN in cui emerse Daniel Ortega e la sua tendenza tercerista che riuscì a coinvolgere tutti i settori della società nicaraguense ostili al somozismo, ottenendo la vittoria nella prima tappa della rivoluzione sandinista.
Il Nicaragua vittorioso quel 19 luglio del 1979 aveva realizzato l’incubo dell’Impero, l’esempio cubano si era esteso ad un altro paese latinoamericano mentre nel vicino El Salvador stava per scoppiare l’eroica lotta dei compagni del FMLN.
La patria era stata liberata, non era più una repubblica delle banane, ma le sfide da affrontare non sarebbero mancate.
Bisognava ricostruire un paese oppresso per decenni da una delle peggiori cleptocrazie del continente, era iniziata la lotta contro la miseria che avrebbe dato senso al contributo di sangue versato dai guerriglieri sandinisti negli anni della lotta rivoluzionaria.
Vennero organizzate le brigate per alfabetizzare il popolo e avviata la ricostruzione di un paese distrutto ma ciò venne ostacolato dall’Impero e dalla sua sete di vendetta per l’affronto subito.
Nessuno deve sfidare la Dottrina Monroe, l’unico a riuscire in questa impresa per mezzo secolo è stata l’eroica Cuba che ancora sta pagando il conto con un blocco economico sanguinario.

La controrivoluzione venne organizzata con il nome di contras mentre veniva imposto un sanguinario blocco economico.
I contras riuscirono nei loro scopi, vinsero le elezioni del 1990 e imposero per sedici lunghi anni la larga noche neoliberal, ovvero il somozismo senza Somoza.
Gli stessi sgherri di ieri travestiti da tolleranti democratici resero il Nicaragua un paese sempre più ingiusto per la maggioranza del popolo.
Nel 2006 ebbe inizio la seconda tappa della rivoluzione sandinista con la vittoria del FSLN di Daniel Ortega sull’onda lunga della marea rossa che investì ad inizio XXI secolo tutto il continente, cogliendo l’eredità del XX secolo e costruendo una nuova prospettiva rivoluzionaria per tutta l’America Latina nel segno dell’ALBA.

Le sfide che oggi affronta il Nicaragua sulla strada verso la pace e la giustizia sociale sono simili a quelle di altre nazioni come il Venezuela e Cuba.
Il paese ha affrontato lo scorso anno un nuovo rigurgito dei contras contro il sandinismo che in questa occasione ha dimostrato ancora una volta tutta la sua forza, resistendo a torture, morti e devastazione.
Preti, padroni, delinquenti e figli con la pancia piena della borghesia nicaraguense travestiti da guerriglieri, tutti uniti contro il sandinismo hanno fallito come i loro degni compari venezuelani.
La stessa furia omicida delle guarimbas venezuelane e gli stessi ispiratori a cui si aggiunge il sostegno di taluni intellettuali che da tempo hanno abbandonato la barca sandinista per ergersi ad unici custodi della vera eredità del FSLN.
Costoro si sono uniti dal 1990 nel Movimento Renovador Sandinista, mentre nel paese calavano le tenebre del somozismo senza Somoza hanno lasciato solo Ortega ad opporsi al chamorrismo, tentando di conquistare nelle campagne il consenso perduto.
Il Nicaragua però è forte, a quarant’anni dalla sua rivoluzione è determinato a non tornare ad essere una repubblica delle banane nel patrio trasero dell’Impero, che piaccia o meno alla sua classe dirigente impegnata a conquistare il consenso dei vendepatria fuggiti a Miami con la solita retorica anticomunista.
La rivoluzione ha costruito strade, ospedali, scuole, ha portato luce ed acqua pulita ma soprattutto ha dato dignità ad un popolo che non accetterà più di essere umiliato come un tempo.

lunedì 15 luglio 2019

0 PARTIRE DA ALITALIA PER INQUADRARE IL DECLINO INDUSTRIALE ITALIANO


Risuonano in queste prime settimane di luglio le note di una canzone ascoltata in più occasioni negli ultimi decenni: Alitalia.
Alitalia è in crisi cronica da molto tempo, lo sappiamo tutti, ed in questi giorni il governo sta cercando di salvare l’azienda senza procedere verso la doverosa nazionalizzazione per non violare le deliranti regole europee.
Ad oggi esiste il rischio di nuovi esuberi, si parla di 740 lavoratori su 11000 dipendenti nel personale di terra per risparmiare 14 milioni di euro, tagli sul salario del 5% per i piloti e del 5,8% per gli assistenti di volo, diminuzione dei riposi mensili da 10 a 9 e del numero dell’equipaggio su un'unità di Boeing 777.
Di Maio deve gestire una situazione complicata che vede sul piede di guerra i sindacati, specialmente l’USB, e molte incertezza nella ricerca dei soci per mettere insieme un capitale congruo per rilanciare l’azienda.
I due attori da tenere in considerazione sono Ferrovie dello Stato e Delta Airlines che dettano le condizioni al governo. 
Ferrovie dello Stato pretende di far entrare nella partita i Benetton, con Atlantia, che come contropartita chiedono al governo di lasciare nelle loro mani le nostre autostrade.
A questa richiesta aggiunge la cancellazione dei voli da Roma per Pisa, Firenze e Napoli con lo scopo di favorire il trasporto via treno, mentre Delta Airlines vorrebbe delle concessioni sulle tratte a lungo raggio con l’ovvio risultato di ridimensionare Alitalia, facendola scendere da 117 a 102 aerei.
Queste aziende non si battono per salvaguardare e rafforzare Alitalia, tutelando l’occupazione da cui dipendono molte famiglie, ma rappresentano un potenziale nuovo caso di cannibalismo industriale.
Viene acquisita un'azienda in difficoltà con l’unico scopo di conquistare la sua fetta di mercato, con tanti saluti al futuro dei lavoratori coinvolti.
Per esempio è quello che è successo con Indesit a Napoli e di cui abbiamo parlato qualche settimana fa.

Sconcertante è anche la questione dell'immunità penale difesa da ArcelorMittal per l’ex Ilva di Taranto che svela una modalità di gestione dell’impresa finalizzata esclusivamente al profitto, ignorando salute dei lavoratori, dei cittadini e dell'ambiente.
Come è stato dimostrato dalla recente morte di un operaio.

Questi fatti raccontano di un paese in declino, che sta perdendo posizioni nella catena internazionale del valore e in cui serve urgentemente l’azione ferma e decisa dello Stato che si assuma il compito di una studiata e attenta pianificazione industriale.
Chiedere questo sforzo al padronato italiano è francamente ridicolo, poiché esso ha dimostrato sempre nella sua storia la sua natura parassitaria, capace di vivere solamente grazie alla mano visibile dello Stato.
Quando il ciclo dell’accumulazione non poteva più funzionare nel modo che abbiamo sperimentato fino agli anni ‘70 ha chiesto ed ottenuto massicce privatizzazioni su cui ha potuto fare affari d’oro, collocandosi, come ben dimostra il caso Atlantia, in posizioni di rendita che non richiedono nessun rischio d’impresa.
Da soggetti così possiamo aspettarci quegli investimenti che impone l’industria 4.0?

La mia risposta è negativa.

La deindustrializzazione avanza senza pietà, assumendo la forma del cannibalismo industriale, del fallimento delle piccole e medie imprese e delle delocalizzazioni, la deflazione salariale ci rende tutti più poveri, l’11,7% della forza lavoro è povera pur lavorando in Italia, e lo stato sociale viene compresso anche grazie all’azione fiancheggiatrice dei sindacati confederali, i quali lodano il welfare aziendale mentre distrugge il Sistema Sanitario Nazionale che avrebbe bisogno di ingenti investimenti per rimanere almeno in piedi.
C’è lo spiega bene Vladimiro Giacché nel suo libro “ANSCHLUSS. L'annessione: L'unificazione della Germania e il futuro dell'Europa”, in cui parlando del mondo in cui venne deindustrializzata la DDR, a favore del padronato della Germania Ovest, possa materializzarsi il nostro futuro.
La DDR passò dall’essere una nazione autosufficiente dal punto di vista industriale, con aziende di qualità, con delle fette di mercato dategli dalle relazioni con le altre nazioni del Patto di Varsavia, ad una specie di Mezzogiorno tedesco,
Oggi la vecchia DDR è ridotta a malato terminale tenuto in vita dai sussidi del governo tedesco, senza industrie, in via di spopolamento e con tassi di disoccupazione paragonabili ai nostri, una situazione difficile da recuperare perché, sembra banale ma va chiarito, è più facile costruire partendo da una base che ripartire da zero.

Quindi va posta una domanda al governo italiano, quale futuro hai in mente per la nostra patria?

Le risposte date non sono corrette, poiché ci muoviamo verso la secessione dei ricchi, quell’autonomia differenziata che vuole rompere l’unità della scuola italiana e del Servizio Sanitario Nazionale, reintroducendo le gabbie salariali che il movimento operaio fece saltare in aria negli anni ‘60.
Una mossa che ha come obiettivo agganciare le regioni ricche del Nord al capitalismo mercantilista tedesco, abbandonando al suo destino il resto del paese.
Non possiamo accettare un destino fatto di agricoltura retta da schiavi importati dall’Africa che producono il tanto decantato cibo italiano, di un turismo di massa che trasforma in pericolosi luna park le nostre città, come dimostrano i casi di Venezia e Roma, e in generale di lavoro povero che produce precarietà e lotta per la sopravvivenza.
Questo capitalismo orientato alla rendita si è imposto con la morte del movimento operaio, come diceva Mario Tronti: “la lotta operaia impone lo sviluppo capitalistico.”

Oggi non possiamo aspettarci nulla dai padroni italiani, agganciare il treno dell’industria 4.0 è vitale per rimanere tra i paesi avanzati e ricchi, consapevoli che oggi viviamo nel secolo asiatico, in cui milioni di persone in Asia reclamano benessere e uno stile di vita paragonabile al nostro e che dobbiamo avere l’intelligenza di sfruttare, per esempio usando la Nuova Via della Seta per inserire l’Italia nella catena del valore cinese, dialogando con le loro aziende innovative per trarne il massimo vantaggio, rifiutando il ruolo di terzisti a cui ci vogliono relegare i tedeschi e la gabbia europea.
Dobbiamo fare i conti con il mondo multipolare in cui inserire eventualmente, come diceva Samir Amin, elementi di socialismo. Possiamo accettare questa sfida solo partendo da un ruolo attivo della pianificazione statale.
Senza Stato e industrie perderemo posizioni nella catena internazionale del valore e quindi sarebbe una condanna al ruolo di paese declinante, che passa dal benessere ad una realtà a macchia di leopardo, con aree ben integrate nelle dinamiche della globalizzazione, per esempio Milano, e aree dove la divisione internazionale del lavoro detterà la sua legge brutale, come nel nostro Mezzogiorno.
Il declino va fermato prima di arrivare al punto di non ritorno.



venerdì 12 luglio 2019

0 L’UOMO AD UNA DIMENSIONE DI MARCUSE


L' “Uomo ad una dimensione” di Marcuse è stato scritto nel 1962, ma in gran parte si può leggere come se fosse un'opera a noi contemporanea: l'appiattimento del discorso, la pervasiva repressione dietro un velo di "consenso", la mancanza di riconoscimento per prospettive e alternative al di là della cornice dominante, la chiusura dell'universo dominante del significato, la corrosione delle libertà stabilite e le linee di fuga, la mobilitazione totale contro un nemico permanente incorporato nel sistema come base per la conformità.
Tutto ciò era il prodotto di un precedente periodo di crisi e decomposizione, simile per molti aspetti al periodo che stiamo vivendo.
La differenza maggiore rispetto alla situazione attuale è che, contrariamente ai trent'anni di neoliberalismo e all'ultima ondata di tagli, Marcuse stava scrivendo in un momento in cui lo stato assistenziale socialdemocratico stava crescendo e le persone comuni stavano diventando più ricche. Questo dà un senso diverso agli aspetti repressivi del contesto. Marcuse dà l'impressione di persone cullate nella conformità, piuttosto che randellate o ingannate.
L' "unica dimensione" del titolo si riferisce all'appiattimento del discorso, dell'immaginazione, della cultura e della politica nel campo della comprensione, della prospettiva, dell'ordine dominante. Marcuse contrappone la ricca società dei consumi del capitalismo organizzato a una precedente situazione di esistenza "bidimensionale". Le due dimensioni esistono su un certo numero di livelli, ma per Marcuse esprimono un singolo aspetto: la coesistenza del sistema attuale con la sua negazione.
Nella cultura, questa seconda dimensione è stata espressa nel suo ruolo come critica, nel modo in cui anche gli aspetti conservatori della cultura sono in contrasto con l'ordine prevalente, fornendo personaggi (per esempio eroine tragiche ed eroi) che sono frustrati nel mondo attuale e anche nell'esistenza di un campo vivace della cultura radicale. Nel pensiero, il divario emerge a causa della distanza tra i concetti e i loro usi particolari, la possibilità di separare concettualmente un attore o un oggetto (un lavoratore, un oggetto prodotto) dal suo contesto funzionale o sistemico (lavoro, merci) e il contrasto tra valori etici e realtà esistenti.
Il divario tra le due dimensioni è per Marcuse cruciale per la possibilità di cambiamento sociale. Il divario separa il possibile dal presente, rendendo possibile immaginare situazioni radicalmente diverse dal sistema attuale. L'eliminazione del divario rende impossibile pensare al di là del quadro del sistema, rendendo così impossibile pensare ad alternative se non come la ripetizione di relazioni sociali attuali. Le due dimensioni producono una distanza tra ciò che può essere pensato e ciò che esiste, una lacuna in cui il pensiero critico può prosperare. 

Secondo Marcuse, il divario è stato chiuso da un processo di integrazione sociale quasi totalitario attraverso il coordinamento delle funzioni sociali e l'ascesa del consumismo e del pensiero amministrativo. Marcuse descrive come tutto ciò si sia sviluppato. Per esempio il modo con cui la cultura del consumo si infiltra negli stili di vita e l'opinione pubblica entra nella sfera privata: la prospettiva del sistema che entra in casa attraverso la televisione, la radio e i beni consumati con messaggi particolari. Entra nelle comunità attraverso i titoli delle notizie ineludibili fuori dalle edicole, il dominio dell'opinione pubblica e gli interventi dei funzionari statali.

Inoltre, le persone sono esse stesse "ridotte" attraverso i ritmi della conformità. La conformità è indotta attraverso la ripetizione e l'abitudine, con le persone cullate in un senso di ipnosi dai ritmi ripetitivi del lavoro di fabbrica e del consumo di massa. Questo ricorda la discussione sulla moda di Barthes: il sistema genera una sorta di euforia nella ripetizione della differenza all'interno di una cornice chiusa. I bisogni sono artificialmente indotti e manipolati, quindi possono essere soddisfatti in modi sistematicamente riconosciuti (questa affermazione in seguito costituirà la base per l'analisi della scuola di Ivan Illich).
L'integrazione sistemica o il controllo sociale è ora basato sulla soddisfazione piuttosto che sui bisogni frustranti, il trucco è che il capitalismo soddisfa i bisogni che esso stesso crea. Marcuse potrebbe anche aver menzionato i modi in cui lavoro, famiglia e consumo tendono a consumare tutte le ore disponibili nella giornata, quindi le persone non hanno più tempo per introspezione, attività creative, diversificazione di stili di vita o socializzazione "senza funzione".
Secondo Marcuse, i vari meccanismi di integrazione portano ad un nuovo tipo di chiusura sociale che blocca anche le fughe immaginarie. La perdita del gap critico produce una "coscienza felice" che accetta i parametri del sistema, sebbene sia solo superficialmente felice. Un altro aspetto del punto di vista di Marcuse è che, mentre i bisogni di base delle persone sono soddisfatti, la paura, l'ansia e l'aggressività sottostanti non sono mai lontani dalla superficie e sono essi stessi resi funzionali al sistema.
Nella cultura, la seconda dimensione è stata appiattita attraverso una perdita di apprezzamento derivante dalla riduzione della cultura "alta" alla cultura "di massa", per esempio il fatto che la musica venga suonata in sottofondo nei supermercati e che i classici della letteratura mondiale possano essere acquistati a buon mercato in ogni negozio. Questa riduzione strutturale riduce la distanza tra cultura e realtà attuale, trasformandola in un'appendice della pubblicità e del consumismo.
Negli ultimi tempi, potremmo pensare, ad esempio, al modo in cui la musica di protesta sia stata inclusa in una forma opportunamente redatta nelle hit parade e nelle trasmissioni radiofoniche mainstream, ridotta al suo posizionamento di merce in vendita. Oppure si potrebbe pensare alla perdita subita dai testi critici "classici", come quelli di Marx, Deleuze, Sartre e lo stesso Marcuse, con il risultato di essere stati ridotti a qualcosa da insegnare nelle classi universitarie, per poi essere valutate in degli esami.
Tutto viene deviato in un campo strutturato in modo da apparire irrilevante per la propria vita. Allo stesso tempo, le persone che non sono studenti o accademici non leggono queste testi perché leggerli è studio e quindi lavoro, da evitare se non retribuito, oppure perché sono definiti come "teoria", quindi "difficili" e da lasciare a studenti e laureati. Coloro a cui capita di aver letto questi testi possono essere liquidati in quanto riproducono qualcosa che è irrilevante per la vita della maggior parte delle persone, semplicemente perché sono stati consegnati a un campo di studi che è definito in anticipo come irrilevante. Attraverso questo processo, i testi in generale non raggiungono né gli studenti che li leggono né le persone che non lo fanno, e la loro forza critica è persa, nonostante i testi restino legali, ampiamente disponibili e in molti casi in maniera gratuita sulla rete.

Nel pensiero, l'ascesa di varie analisi positiviste, funzionaliste e operazioniste riduce tutto repressivamente al presente. Solo ciò che può essere visto esiste ed è riconosciuto come un diritto al riconoscimento nel linguaggio e, di conseguenza, le realtà passate e future sono escluse dalla lingua. Nel frattempo, i nomi sono fatti per dominare i verbi e sono identificati con funzioni particolari, in modo che immaginare la cosa oltre alla sua funzione abituale diventa impossibile (ad esempio, la parola "democrazia" è usata per riferirsi alle pratiche esistenti nei regimi occidentali, piuttosto che un ideale di autogoverno che questi regimi pretendono di attualizzare).
L'uso della lingua diventa quindi ipnotico o si riduce a un comando che non può essere rifiutato (si pensi ad esempio agli slogan pubblicitari). Mentre termini come "funzionalista" e "operazionista" sono fuori moda, questo modo di pensare rimane dominante nelle scienze sociali tradizionali e nella retorica degli affari e della politica.
Inoltre, il razionale e il reale sono fusi nella natura puramente strumentale della razionalità tecnologica come calcolo dei fini-mezzi entro la cornice di ciò che può essere osservato. Diventa impossibile negare il sistema, dire che il sistema è sbagliato o irrazionale, in un linguaggio ampiamente riconosciuto. Questo perché il linguaggio di tutti i giorni viene piegato per riferirsi sempre alle funzioni all'interno del sistema. 

Marcuse usa l'esempio delle risposte procedurali alle lamentele dei lavoratori nelle fabbriche: la risposta amministrativa insiste che i reclami siano resi più specifici, che una denuncia come "i salari sono troppo bassi" sia resa più precisamente come una denuncia individuale, come quella di un particolare lavoratore che non può coprire le spese sanitarie. Una volta così ridotte, le richieste possono essere soddisfatte cumulativamente attraverso piccole riforme.
Marcuse ritiene che questo copra l'antagonismo di fondo, perché la denuncia che "i salari sono troppo bassi" combina in realtà due elementi: la situazione specifica del lavoratore e un rimostranza generale contro il sistema salariale che implicitamente si riferisce alla situazione di tutti i lavoratori e può solo essere soddisfatta attraverso il rovesciamento del sistema dominante.
Nel ritagliare e soddisfare la componente precedente e ridurre l'intera lamentela a questa prima componente, il sistema silenzia la seconda parte, facendola sembrare irrazionale e impensabile.
C'è anche un aspetto psicologico qui. Marcuse si riferisce alla situazione attuale come "desublimazione repressiva".
La sublimazione è un concetto psicoanalitico che si riferisce a un meccanismo di difesa usato per affrontare un desiderio che è stato rimosso e quindi è inconscio. Spesso riemerge in forme apparentemente "più alte", fornendo una base per la creatività culturale. In Freud, questo potrebbe significare ad esempio che una persona con una fissazione orale diventerebbe un abile oratore o cantante.
Per Marcuse, tale repressione può anche influenzare i desideri politici: il desiderio di liberazione che non riesce a trovare una forma cosciente (o come tabù sociale o per mancanza di un linguaggio appropriato) può trovare espressione indiretta in campi come l'arte.
Marcuse sostiene che il processo particolarmente contemporaneo di soddisfare desideri particolari nella società dei consumi attraverso mezzi sistematicamente riconosciuti porta all'eliminazione della sublimazione: i desideri sono "desublimati", possono trovare espressione sociale, ma solo in un modo repressivo che elimina ciò che è nel particolare chiedere più di se stesso, la più ampia aspirazione alla liberazione.
Le implicazioni politiche del discorso di Marcuse suggeriscono la necessità di forme di resistenza che rifiutino radicalmente il sistema dominante. Marcuse sostiene che le democrazie occidentali non sono realmente democratiche, perché alla gente viene tranquillamente impedito di pensare in modo critico, ed è indotta a fare delle scelte che comunque restano entro la cornice sistemica. Dato che ciò è un prodotto di una manipolazione silenziosa, e poiché è costruita su un ordine sociale che è fondamentalmente autoritario, non fonda alcuna pretesa di legittimità sistemica.

Più in generale, Marcuse sostiene anche che i bisogni prevalenti non possono mai fornire una base suprema per la legittimità, poiché la critica di un sistema critica anche i suoi bisogni prodotti socialmente. Questo sistema ha vari modi di gestire il dissenso in modo da mantenere una chiusura autoritaria. La "tolleranza repressiva", ad esempio, è una pratica in base alla quale le prospettive dissidenti sono consentite solo se ridotte a "opinioni" considerate come proprietà privata degli individui, "opinioni" a cui la persona ha diritto, ma che non hanno attrazione sugli altri, che nessuno è obbligato a prendere sul serio come pretese verità, e su cui il dissidente non ha il diritto di agire.
La riduzione dell'affermazione di una verità ad "opinione" distrugge ogni requisito che impone al sistema di prestare attenzione a certe idee o affrontare specifiche accuse. Può ignorare le convinzioni come semplici questioni personali e sopprimere qualsiasi tentativo di agire su di esse come imposizione irragionevole di opinioni personali. Anche se questo tipo di argomentazione viene talvolta usata per attaccare Marcuse come nascente autoritario, è meglio intendere il tutto come uno studio dei limiti della "democrazia" in un contesto autoritario e la necessità di un impegno critico come base per pratiche sociali veramente inclusive.

Un limite di Marcuse è immediatamente evidente. L' “Uomo ad una dimensione” venne scritto alla vigilia dell'onda di proteste e lotte degli anni '60 che avrebbero scosso le fondamenta del sistema dominante. È, forse, un limite del suo libro non essere riuscito a prevedere questa rottura, anche se tali eventi sembrano sempre inaspettati.
Un altro limite dal mio punto di vista è il persistente progressismo di Marcuse: nonostante la sua vigorosa critica della razionalità tecnologica, persiste ancora nel vederla come in definitiva progressista, come espressione del trionfo della lotta dell'umanità contro la "necessità" o la natura, una visione che sembra insostenibile alla luce delle successive critiche ecologiche.
L'enfasi di Marcuse sull'individualità e sulla privacy come base per il pensiero negativo è senza dubbio controversa. Dipende dall'opinione che certe sfere dei periodi precedenti del capitalismo hanno dato spazio alla soggettività autonoma, una visione che sarebbe stata messa in discussione da altri teorici. 

Pur riconoscendo tali problemi, ritengo sia importante sostenere l'idea della distanza critica come base per la fuga dall'immersione. Penso che Marcuse abbia ragione che la distanza dall'immersione sociale sia necessaria per formare percezioni critiche e che la mancanza di consapevolezza di questa dimensione sia stata a lungo fatale per i tentativi di sinistra di riformulare la politica.
Il privato non è uno spazio intatto, in quanto è necessaria la creazione di spazi al di là del campo sociale dominante per sfuggire alle pressioni psicologiche e discorsive per conformarsi. A dire il vero, una simile fuga non garantisce che uno non resti tirato da forze assenti ma potenti, ma che potenzialmente allentano la loro presa.
Mentre nelle società in cui il "sociale" rimane uno spazio di negazione parzialmente separato dalle forze del consumismo e della conformità, è ancora possibile che una tale dimensione emerga prima di tutto negli spazi collettivi, in società simili a quelle descritte da Marcuse, di solito è necessario che la rottura iniziale avvenga a livello personale, come affermazione di rifiuto o distanza critica che stabilisce una rottura con il sistema e quindi anche con le forme stabilite di comunità.
Solo dopo una tale rottura diventa possibile ricomporre le relazioni sociali su una base diversa, tra coloro che hanno subito la rottura.




lunedì 8 luglio 2019

0 CHEGA DE SAUDADE: IL BRASILE TORNA A VINCERE


Chega de saudade è una delle più belle canzoni cantate da Joao Gilberto, musica di Antonio Carlos Jobim e testo del poeta carioca Vinicius de Moraes, tifoso del Botafogo e tra i fondatori del bossa nova.
Un genere reso famoso in tutto il mondo da Joao Gilberto e diventato un simbolo del Brasile al pari del calcio.
Mentre questa stella della musica brasiliana si spegneva, il Brasile tornava dopo 12 anni ad alzare un trofeo.
L’ultima volta risale alla Coppa America vinta in Venezuela contro l’Argentina, alla guida della Selecao c’era Dunga, oggi Tite. 
Il Brasile ha lottato contro i suoi fantasmi, spettri che hanno rovinato il sonno ad ogni tifoso brasiliano di calcio con quel picco massimo raggiunto con la disfatta casalinga del Mineirazo in un Mondiale giocato in casa.
Stavolta erano troppo forti per poter perdere, solo il Brasile stesso avrebbe potuto spararsi sui piedi.

Come un rullo compressore si sono sbarazzati in semifinale di un’Argentina che dopo 26 anni di schiaffi esce dalla competizione a testa alta, non meritando affatto la sconfitta.
Un’Argentina che sembra, dopo aver toccato il fondo, iniziare la sua risalita con un Messi che si è dimostrato trascinatore e leader, assieme ai rampolli di questo rinnovamento totale, su tutti Lautaro Martinez.
Purtroppo avevano davanti una squadra in forma, con un Gabriel Jesus sempre più mattatore, a 22 anni ha già segnato 90 gol e fornito 31 assist in carriera.
Come dice Stefano Borghi: “Prendete l’azione dell’1-0, se non è “fútbol bailado” questo io non capisco cosa lo possa essere. Tutti che arrivano, la palla che si muove velocemente senza angoli retti come diceva Galeano, ma con quelle curve sinuose che caratterizzano le alture al di sopra di Rio de Janeiro. È un Brasile bellissimo che si regge su una difesa che lo rende impenetrabile.”


In finale il Brasile ha trovato un Perù straordinario, allenato dall'argentino Gareca che lo scorso anno portò Los Incas al Mondiale in Russia.
Giunge all'appuntamento dopo 44 anni, eliminando formazioni ben più attrezzate come l'Uruguay, molto sfortunato nella sfida contro i peruviani, e i campioni in carica del Cile.
La sfida con il Cile, il sentito Classico del Pacifico, è sicuramente la miglior partita del Perù in questa edizione della Coppa America.
Una partita in cui il dominio peruviano non è stato mai messo in discussione coronato da una partita sontuosa del simbolo della nazionale: El Depredador Guerrero.
La punta di diamante, con una discreta esperienza nel calcio brasiliano, di una formazione rispettabile composta dal portiere Gallese, Luis Advincula, il fantasista Cueva, Miguel Trauco, Yoshimar Yotun, Edison Flores e André Carillo.


Il Perù ha cercato con il suo pressing di mettere in difficoltà un Brasile nettamente superiore come qualità tecnica ma anche come organizzazione, grazie alla bravura di Tite.
Ma nonostante tutto non è stata una partita a senso unico, il Perù è uscito sconfitto ma a testa alta.
Il Brasile per la sua nona volta campione d’America, cinque volte della quali in casa, praticamente ogni volta che la manifestazione si è svolta dentro i patri confini, ha potuto imporsi grazie ad una rosa formidabile.
Iniziamo dal portiere Alisson, campione d’Europa con il Liverpool e candidato al pallone d’oro, e dalla difesa composta da difensori di livello assoluto come Thiago Silva e Marquinhos e per il ruolo che svolge ci metto anche Casemiro, volante di estrema qualità che abbiamo imparato ad apprezzare sin dai tempi del San Paolo.
Attaccanti aggiunti che giocano da terzini sono l’eterno Dani Alves, tra i migliori della competizione, e Alex Sandro sulla sinistra che ha preso il posto di Felipe Luis durante il torneo.
In mezzo al campo a brillare c’era anche la stella del Barcellona Arthur, che dal prossimo anno giocherà con il talento dell’Ajax De Jong. 
Un talento capace di gestire il centrocampo e una certa propensione a ricoprire un ruolo da leader.
Davanti, nonostante l’assenza della stella Neymar, c’è l’imbarazzo della scelta.
Il giovane bomber Gabriel Jesus, il fantasista Firmino che ha partecipato a 5 dei gol complessivi del Brasile nella competizione segnandone 2, Coutinho, la stella dell’Ajax Neres e Richarlison, autore del rigore più pesante della finale.
Una menzione speciale la merita il craque del Gremio, con cui ha già vinto una Libertadores, Everton.
Tra i migliori del Brasile in questa competizione che chiude da capocannoniere in coabitazione con Guerrero.
Un fenomeno di soli 23 anni pronto per l’Europa.

Questa però è anche la vittoria di Tite che faticosamente sta costruendo un Brasile vincente, regolando i conti con i fantasmi del passato.
Un tecnico brasiliano che ha imparato dall’Europa, pur mantenendo il classico futebol bailado, e vinto ovunque sia andato.
Come dice Stefano Borghi: “Tite è il primo brasiliano della storia a vincere la Libertadores, la Copa Sudamericana e la Recopa, ovvero i tre trofei importanti del calcio sudamericano. In più è stato l’ultimo sudamericano a vincere un mondiale per club, nel 2012 con il Corinthians, battendo il Chelsea, e adesso si è preso anche la Copa America.
Tredici titoli in carriera: ha iniziato vincendo il campionato gaucho con la squadra della sua città, il Caxias; poi ha preso il Gremio, e ha vinto anche lì. Passato all'Internacional, ha conquistato il suo primo trofeo internazionale; con il Corinthians poi ha dominato il mondo e arrivato in nazionale ha preso l’80% dei punti disponibili su 42 partite, perdendo solo due volte.
Se non è un gigantesco allenatore questo, allora non so quali possano essere i giganteschi allenatori. E se non è uno squadrone questo Brasile, allora non so quali possano essere gli squadroni al mondo.
La vittoria del Brasile è strameritata, in una Copa America organizzata in casa, organizzata per vincere e per vincere con pienissimo merito.”

lunedì 1 luglio 2019

0 LA BATTAGLIA PER IL SALARIO MINIMO


La battaglia per un salario minimo è un'importante palla da raccogliere per il vasto mondo a sinistra del PD.
Il Movimento Cinque Stelle ci sta offrendo l'opportunità di lavorare nella contraddizione tra le forze che compongono il governo.
Il classico modo improvvisato di fare dei grillini non ci deve spaventare e tanto meno imporre una preconcetta ostilità nei confronti delle loro proposte, spesso più che corrette.
Basterebbe citare in politica estera la posizione assunta in merito al Venezuela o la nostra adesione alla Nuova Via della Seta.
Chiaro però che resta quel cerchiobottismo tipicamente grillino che nel faticoso tentativo di accontentare tutti produce mezzi fallimenti.
Dal Decreto Dignità, nato per contrastare il lavoro povero che però lascia ancora senza tutele il simbolo del capitalismo delle piattaforme, i riders, per arrivare a quel complesso sistema di workfare chiamato Reddito di Cittadinanza.

La proposta grillina sul salario minimo però potrebbe essere un primo colpo in direzione ostinata e contraria inferto al moloch del neoliberismo.
Negli ultimi vent’anni abbiamo subito sette riforme del mercato del lavoro che hanno reso precario e poco tutelato il mondo del lavoro in Italia nella folle convinzione, ormai empiricamente smentita, che una compressione dei salari avrebbe consentito al sistema paese di recuperare una certa competitività sul mercato mondiale.
A cosa abbiamo assistito invece?
Una costante diminuzione degli investimenti pubblici e privati, delocalizzazioni favorite dalla libera circolazione dei capitali, tagli alla spesa pubblica e deflazione salariale.
Il modello di capitalismo impostosi in Italia, voluto tanto dai padroni italiani che dalla loro espressione politica, è strutturalmente retto da lavoratori poveri e produzioni a basso valore aggiunto.
La deflazione salariale ha impoverito i lavoratori italiani.
Il 22% dei lavoratori italiani guadagna meno di 9 euro lordi all’ora, di cui un terzo vive nel nostro Mezzogiorno.
Parliamo della categoria del lavoratore povero che spesso corrisponde ad una donna o ad un lavoratore under 35 impiegato nel terziario, nella sanità o nell’istruzione.
Il salario minimo può essere lo zeppo messo nell’ingranaggio per mitigare le politiche di deflazione salariale, un argine al gioco del massimo ribasso, della competitività mantenuta grazie alla compressione di salari e diritti.
Non si spiega quindi l’opposizione dei sindacati confederali a questa proposta.
La CGIL pensa al salario minimo come alla porta da cui far uscire i lavoratori dai contratti collettivi e di conseguenza per togliere potere al sindacato stesso, favorendo salari minimi tarati sulle esigenza dell’azienda o sul singolo lavoratore.
I sindacati dovrebbero invece coordinare al meglio contrattazione collettiva e salario minimo.
Il salario minimo esiste in 22 dei 26 paesi dell’UE, dove convive perfettamente con la contrattazione collettiva.
Landini e soci dovrebbero ragionare sul come usare il salario minimo per riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro, per entrare a testa bassa con la contrattazione collettiva in tutti quei settori dove scarseggia la tutela del sindacato e il salario minimo è inferiore ai 9 euro lordi all’ora.

Da questo punto di vista, ci sentiamo di concordare con le critiche avanzate alla CGIL dall’USB che accusa i sindacati confederali di essersi allineati ai settori padronali.
Possiamo ben comprendere le reazioni di Confindustria, del PD o della Lega che danno voce solamente alle istanza del capitale, non possiamo accettare una tale convergenza da parte del sindacato che dovrebbe rispondere ai vari Boeri, Damiano e Garnero mostrando la realtà del mondo del lavoro in questo paese, alzando la bandiera della Costituzione contro quella dei Trattati Europei.
Ancora una volta siamo chiamati a scegliere tra il modello dell’UE che impone il vincolo esterno perfetto per le manovre padronali che ci stanno impoverendo e la nostra Costituzione.
Sarebbe il caso di ricordare l’articolo 36 della Costituzione, secondo cui ogni lavoratore ha diritto ad una: “retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”

Il salario minimo, quindi, rientra nella piena attuazione del dettato costituzionale ma non dobbiamo dimenticare le insidie poste dentro la proposta grillina.
Dobbiamo pretendere una indicizzazione del salario minimo all’andamento dei prezzi ed una retribuzione complessiva lorda di 9 euro all’ora che deve essere applicata a chiunque oggi guadagni di meno, evitando le esenzioni, ad oggi solo prospettate, per lavoratori under 35 o del settore agricolo, categorie in cui il problema del lavoro povero è decisamente presente.

 

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