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venerdì 27 settembre 2019

0 IL MONDIALE DEI GENERALI


Nel 1978 si disputò il primo Mondiale della storia in Argentina, Mondiali che coincisero con il consolidamento del potere della giunta militare, incarnata nella figura di Videla, che dal golpe del 1976 guidava la nazione.
In questo clima di intenso cambiamento politico i lavori per modernizzare le strutture sportive e organizzare in maniera adeguata il Mondiale sembravano in una fase di stallo.
Questa situazione venne abilmente sfruttata dai militari che in poco tempo realizzarono immense opere pubbliche per presentare nel miglior modo possibile la “nuova” Argentina al mondo, “una nazione libera e che vive in pace”, come recitava una marcia composta per la competizione e che nascondeva una terribile realtà fatta di desaparecidos, campi di concentramento e voli della morte, dietro cui ogni giorno sparivano migliaia di persone.
Tutto questo imponente lavoro non solo ebbe una finalità politica ma anche una economica, ovviamente solo per i generali, i quali non badarono a spese per organizzare lo show e, nel frattempo, far sparire un po’ di soldi dai conti pubblici.
Come spesso accade, la politica utilizza lo sport per legittimarsi agli occhi della società, quindi non è errato definire il Mondiale del 1978 il “Mondiale di Videla”.
Il clima politico in Argentina spinse molti intellettuali, come Sartre o Louis Aragon, a proporre inutilmente il boicottaggio del Mondiale.
Ogni manifestazione contro il Mondiale venne etichettata come un atto “anti argentino” figlio di dissidenti e sovversivi, spiegazioni che vennero accettate dalla maggior parte della comunità internazionale come dimostrano i discorsi del presidente della FIFA Havelange o di Kissinger, ospite d’onore del regime assieme al nostrano Licio Gelli, o dalla sistematica maniera, fatta eccezione per la televisione olandese, con cui vennero ignorate le proteste delle madri della Plaza de Mayo nel 1977.

Alla fase finale del mondiale parteciparono 10 selezioni europee: Italia, Austria, Polonia, Scozia, Francia, Spagna, Svezia, Ungheria, Olanda e Germania Oc­cidentale, 3 selezioni sudamericane: Argentina, Perù e Brasile mentre il resto del mondo venne rappresentato da: Messico, Tunisia ed Iran.

L’Argentina si presentò al Mondiale con la ferma volontà di vincere in casa la Coppa del Mondo e questo difficile compito venne affidato a Cesar Luis Menotti “El Flaco”, ex attaccante del Rosario Central con all’attivo un titolo di campione d’Argentina vinto alla guida dell’Atletico Huracan grazie al formidabile Brindisi.
Menotti riuscì a mantenere l’incarico affidatogli nel 1974 fino alla vigilia della competizioni, resistendo alla volubilità di stampa, tifosi e federazione calcistica.
A livello tecnico la sua più grande innovazione fu nello stile del gioco della sua nazionale che, pur mantenendo la difesa a zona, rinunciò ad un calcio fatto di troppo individualismo per proporre uno stile più corale ed europeo, capace di combinare la fantasia e l’estro sudamericano e la disciplina europea.
Nella rosa che partecipò al Mondiale spiccano i nomi di fuoriclasse del calibro di Bertoni, La Volpe ( quello della salida lavolpiana), Luque, Passarella, Tarantini, Ardiles e Kempes (l’unico in rosa a giocare in Europa).

Nella prima fase a gruppi l’Argentina affrontò Ungheria, Francia ed Italia, perdendo solamente contro quest’ultima, stesa da un gran gol di Bettega, ma qualificandosi comunque alla seconda fase a gruppi, dove pescò Brasile, Polonia e il Perù del leggendario Cubillas.
La Francia dovette rinunciare, unico caso nella storia dei Mondiali, a giocare tutte le sue partite con la divisa ufficiale, ripiegando sulle divise dell’Atletico Kimberley, poiché la televisione argentina trasmetteva solamente in bianco e nero.
Nella prima giornata il Brasile, rivitalizzato dalle giocate di Zico, riuscì ad avere la meglio sul Perù mentre l’Argentina, con molta fatica, ebbe la meglio sulla Polonia.
Lo scontro diretto tra i due colossi sudamericani terminò con uno 0 a 0, dominato dalla solidità delle rispettive difese, mentre la Polonia eliminava dal mondiale il Perù.
Nell’ultima giornata della seconda fase a gruppi il Brasile sconfisse il Perù, la situazione venutasi a creare obbligava l’Argentina a sconfiggere il Perù con almeno 4 gol di scarto.

La partita finì, tra le polemiche visto dei presunti pagamenti effettuati dalla giunta militare argentina nei confronti del Perù e la “giornata no” del portiere del Perù Quiroga, argentino naturalizzato peruviano, con un netto 6 a 0 che consentì all’Argentina di disputare la finale contro l’Olanda.
L’Olanda arrivò in finale come nel precedente Mondiale del 1974 ma questa volta senza Cruyff, rimasto a casa per timori riguardo la sua sicurezza personale, e dopo aver eliminato, grazie ad una bordata da 30 metri di Haan, l’Italia, la quale si piazzerà quarta dietro il Brasile e che si rifece di tutto nel Mondiale del 1982.
La finale, disputatasi al Monumental di Buenos Aires, vide un netto dominio dell’Olanda, la quale non seppe concretizzare ciò e subì, a sorpresa, il vantaggio argentino, siglato da uno dei protagonisti di questo Mondiale, Kempes.
Gli oranje erano più o meno la stessa squadra del 1974, con la grande assenza del già citato “Profeta del gol” e ciò spostò tutta la responsabilità della fase realizzativa sulle spalle di Rensenbrink e Rep.
Nel secondo tempo gli olandesi riportarono il match in una situazione di parità grazie a Nanninga, ma il sorpasso finale sfumò per colpa del legno preso da Rensenbrink che negò la vittoria alla formazione guidata da Happel.
Questo evento segnò lo sviluppo della finale.
Il nervosismo olandese fece riemergere gli argentini che permisero a Passarella di alzare la coppa grazie ai gol di Kempes e Bertoni nei supplementari.
Alla cerimonia di premiazione gli olandesi si rifiutarono di stringere la mano ai generali argentini, i quali furono comunque ben felici di strumentalizzare la vittoria della loro nazionale, assimilata alla vittoria del popolo argentino contro i “sovversivi” e l’unità di tutta la nazione in questa lotta, qualsiasi cosa voglia dire questa frase.
L’Argentina era in festa e, mentre Kempes metteva il calcio argentino sulla mappa del calcio mondiale, per una notte le torture cessarono.
L’Argentina era campione del mondo, la lenta agonia in cui avevano trascinato i generali il paese sarebbe ricominciata all’idomani, dopo i caroselli in onore degli eroi del Monumental che avevano vinto la coppa anche e soprattutto per le vittime di Videla e soci.

giovedì 26 settembre 2019

0 NOTE CRITICHE SULL’AUTOGESTIONE


Recentemente Contropiano ha pubblicato un interessante articolo sulle nazionalizzazioni prendendo le mosse dalle lotte dei lavoratori dello stabilimento di Napoli Est della Whirlpool, pronta a vendere la fabbrica agli svizzeri di Prs.
Di questo caso di cannibalismo industriale abbiamo già parlato in un nostro elaborato di maggio, rimando inoltre all’articolo citato di Contropiano per l’interessante analisi del settore degli elettrodomestici in Italia e nel mondo.
Mi interessa in questa sede analizzare la proposta avanzata dai compagni di questo importante giornale comunista online, ovvero l’occupazione dello stabile e l’opzione dell’autogestione come soluzione che sappia andare oltre la dicotomia pubblico/privato.
Sicuramente è importante andare oltre il concetto di nazionalizzazione, dopotutto se l’azienda statale ha i medesimi obiettivi di una privata la proprietà giuridica conta poco, i rapporti di produzione sono i medesimi.
Vengono proposti come modelli la famosa fabbrica Rimaflow e l’esperienza dei compagni argentini in questo campo.
L’Argentina è sicuramente, sotto questo aspetto, un laboratorio sociale interessante formatosi sulle macerie del default del 2001 e rafforzatosi in questi anni di governo Macri.
Le fabbriche recuperate, i terreni coltivati per la sussistenza degli operai e tutti quegli elementi caratteristici dell’economia popolare hanno tenuto a galla intere famiglie e una porzione considerevole della società argentina in questi anni ma si tratta esclusivamente di un’impostazione difensiva della questione del potere operaio.
Le masse si sono organizzate in reazione alla spietata violenza del capitalismo che ha imposto come unica alternativa alla morte l’economia popolare.
Tutto il discorso sull’autogestione e il recupero delle fabbriche rimane ancorato ad una fase difensiva, al massimo permette ad un gruppo di lavoratori di assumere la proprietà giuridica dei mezzi di produzione della propria fabbrica ma altresì divide la classe operaia in tante unità quante sono le fabbriche autogestite, collegate attraverso il mercato.
L’uso dei mezzi di produzione è quindi ancora dominato da rapporti di mercato che giocoforza influenza il funzionamento della fabbrica autogestita in termini di lavoro e obiettivi.
Per esempio riproducendo la divisione sociale e tecnica del lavoro per mezzo dell’elezione dei dirigenti, che automaticamente diventano i direttori della fabbrica.
Quindi dobbiamo interpretare la fabbrica autogestita come un’arma difensiva per non cadere nella trappola della borghesia statale, attraverso le illusioni della nazionalizzazione fine a se stessa, ma guai a farsi illusioni, in una fase di acuirsi della lotta sociale può diventare “quel nano che ti arresta”, rinchiudendo l’orizzonte dell’operaio alla sua singola azienda invece di estendere la lotta per un radicale superamento dei rapporti di mercato.
Cosa intendo con ciò? 
Quella rottura ontologica con tutte le categorie del capitalismo che impongono non la liberazione del lavoro salariato ma dal lavoro salariato, facendo saltare la società produttrice di merci.
Non si può realizzare il socialismo con la fabbrica, apparato ideologico di Stato come direbbe Althusser, occorre necessariamente un rivoluzionamento delle unità produttive frutto della pratica e delle esigenze obiettive del momento, come fu il caso del rivoluzionamento delle cooperative nella Cina di Mao che divennero le Comuni Popolari, per Charles Bettelheim: “una forma più avanzata di rapporti di produzione socialisti rispetto alla pura e semplice proprietà di Stato, poiché inserita in un quadro di rapporti economici e politici che ne fanno una parte organica di una formazione sociale complessivamente dominata dai lavoratori.”
Nel testo di Contropiano emerge un grave limite teorico tipico di una certa impostazione ortodossa del marxismo, in cui cadde anche un genio come Lenin, ovvero, la neutralità della tecnica.
Secondo questa impostazione d’analisi si tratterebbe di prendere come se nulla fosse la fabbrica e la tecnica capitalista, cambiandone il soggetto dominante, dalla borghesia al proletariato, rendendo il tutto più razionale per avere il socialismo o qualcosa da cui partire verso questa direzione.
Una pia illusione, non possiamo uscire dal capitalismo con gli strumenti forgiati da esso per alimentare la sua perenne spinta all’accumulazione e per addestrare al lavoro salariato l’uomo.
La tecnica non è neutra ma un prodotto dei rapporti di classe della società in cui si è sviluppata, perciò non esiste fabbrica umanizzata o un uso alternativo, comunista, delle piattaforme digitali possibile.
Troppo spesso pensiamo con le categorie imposte dal modo di produzione in cui viviamo, il capitalismo è un fatto sociale totale e in quanto tale ha la pervasività necessaria per colonizzare anche l’immaginario di chi si dichiara comunista.
Solo uscendo dalla gestalt capitalismo è possibile pensare oltre questo modo di produzione, o come direbbe Zhang Chunqiao, esercitando la dittatura del proletariato in ogni campo.

venerdì 20 settembre 2019

0 BOLIVAR ECHEVERRIA E IL VALORE D'USO


Il filosofo ecuadoriano Bolivar Echeverria è stato colui che ha contribuito maggiormente alla teoria del valore d'uso, da una nuova lettura del lavoro di Marx. Egli cerca di fornire una teoria sulla riproduzione socio-naturale dell'intera vita umana. Questa specifica forma di riproduzione può essere realizzata solo se esiste una costante: trasformare il naturale in sociale, o quella che Echeverría chiamava transnaturalizzazione: concrezione della singolarità umana, essa stessa incontrollabile. La riproduzione della vita umana, il problema centrale che si risolve con l'apparizione del soggetto produttore, dice Echeverría:

"La descrizione del processo di riproduzione sociale presenta quindi i seguenti elementi: da un lato, un fattore soggettivo, che è lo stesso di un produttore sociale o soggetto di lavoro come consumatore sociale o soggetto di godimento. D'altra parte, un fattore oggettivo, costituito dai mezzi di produzione, cioè da prodotti utili o beni fabbricati, da oggetti pratici in generale."

La riproduzione socio-naturale è un atto totalizzante in cui:

"L'oggetto pratico nella sua forma socio-naturale è un pezzo di materia inserito in una corrente comunicativa pratica che corre tra il polo della materia sociale come produttore o lavoratore concreto e il polo della "stessa" materia sociale ma come consumatore o goditore concreto."

Lo scopo di tutta la riproduzione della vita sociale è quello di soddisfare le esigenze di un soggetto specifico, a tale scopo ha pianificato ed eseguito un atto di modifica dell'ambiente naturale per integrarlo pienamente nella sfera sociale. La questione socio- naturale che è stata modificata allo scopo di riprodurre la vita sociale è considerata soprattutto un bene. È buono purché soddisfi un bisogno. Questa esigenza è di un tipo specifico e dipende dal soggetto che la consuma. Abbiamo quindi un processo di riproduzione naturale-sociale in cui il soggetto umano comunica con se stesso: "Il produttore, con la sua azione nel processo di lavoro o "consumo produttivo", trasforma o rimodella un determinato materiale; questa nuova forma è il nucleo della presenza dell'oggetto pratico”. Lo fa attraverso due momenti ontologici fondamentali: da un lato la produzione, dall'altro il consumo. Echeverría farà ricorso al concetto marxiano di "produzione in generale" per riferirsi al significato di questa nozione nel discorso che cerca di costruire: la produzione non come concetto produttivista o economico, ma piuttosto come una situazione "essenziale, trans-storica, sopra-etnica".

La produzione definita trans-storica ci costringe a pensarla non oltre la storia, né al di fuori della storia, ma attraverso la storia dell'umanità. Transistoricità, ci avverte Echeverría, che è tangibile solo nel suo aggiornamento concreto. Quindi sì, la produzione assume forme storiche concrete, a seconda delle situazioni etniche, geografiche, culturali o di altro tipo che possono sorgere. Tuttavia, nonostante queste differenze, il discorso che Echeverría ci presenta pone una particolare enfasi sulla situazione trans-storica, cioè per teorizzare il processo di riproduzione socio-naturale è necessario avere un ampio concetto di produzione. Una teoria su detto processo socio-naturale, oltre a contemplare che la relazione tra il soggetto ha bisogno di consumare del bene per la propria sopravvivenza e il soggetto che proietta un'azione per modificare un ambiente naturale e che quando si compie tale azione produce qualcosa che non esisteva, è un atto comunicativo. Il soggetto comunica con il soggetto, proiettando le sue capacità, i desideri, le intenzioni e il pieno significato della loro esistenza. Il concetto di produzione a cui si riferisce Echeverría è in gran parte un concetto che include la forma culturale. Non esiste riproduzione socio-naturale se l'elemento di proiezione di un soggetto non esiste, nelle sue aspirazioni, gusti, capacità, necessità che si depositi sull'oggetto che produce e quindi consuma.

È proprio qui, all'incrocio tra il momento della produzione, che abbiamo espresso questa nozione e il consumo o il godimento umano, in cui la categoria del valore d'uso gioca un ruolo centrale. Com'è noto, Marx riprese questa categoria della filosofia greca classica utilizzandola fin dai primi scritti del 1857, per potenziarla nel primo capitolo del Capitale. Sapendo che il concetto è formulato solo nella sua generalità, Echeverría è chiaro quando ci dice: "Giustificiamo il nostro lavoro, come contributo alla ricostruzione di quella concezione della "forma naturale" delle cose come "valori d'uso", concezione implicita nella "critica dell'economia politica"”. Marx ci fornì gli strumenti per iniziare a teorizzare la "forma naturale" e il valore d'uso, che fino ad ora non erano stati necessari, poiché il processo di riproduzione socio-naturale, al di là delle sue specificità storiche o geografiche, ha mantenuto la riproduzione della vita umana, del soggetto stesso, al centro delle sue preoccupazioni. Tuttavia, tutto ciò è modificato dal capitalismo, dove il valore d'uso:

"Appare enfaticamente nella vita reale quando lo sviluppo capitalista fa esplodere ovunque i millenari equilibri locali tra il sistema dei bisogni di consumo e quello delle capacità di produzione; quando, nell'impresa imperialista, l'uomo europeo fa l'esperienza del parente della sua umanità."

La riproduzione socio-naturale, nella sua "forma naturale", implica l'esistenza di un equilibrio tra il sistema di capacità e il sistema di bisogni in una situazione di scarsità naturale. L'era moderna, quella della padronanza della tecnica, promette di superare quella situazione di scarsità naturale, modificando il significato della "forma naturale" e portandola a un livello ancora più contraddittorio.
Bolívar Echeverría indicherà gli aspetti fondamentali della contraddizione della società moderna e diventerà fondamentale in quanto contraddizione dello stesso modo di riprodurre l'esistenza umana nella sua interezza, ciò che accade nell'era moderna è lo spostamento dell'elemento fino ad allora centrale nella riproduzione della vita umana, dandole un senso piuttosto superfluo, riducendolo a mero pretesto per portare a compimento il nuovo centro di riproduzione sociale: il valore. Ciò che accade, come significato ultimo dei tempi moderni, è il decentramento del soggetto umano come centro di riproduzione naturale verso l'aumento di valore. Il soggetto umano continuerà a riprodursi, ma l'intero significato del moderno stile di vita sposta la sua sopravvivenza alla ricerca di questo nuovo elemento centrale. Questa è l'eredità principale di Marx: "L'idea centrale del Capitale ruota attorno alla distinzione tra il processo di riproduzione concreto della ricchezza nella sua "forma naturale" e il processo astratto di accumulazione del capitale o di valorizzazione del valore di scambio.” Avanziamo nelle principali caratteristiche di questa nuova forma contraddittoria dell'esistenza umana.
La contraddizione presentata da Bolivar Echeverría come fondamentale nel discorso critico di Marx ha la sua forma di manifestazione nella merce. Come lo stesso Marx, che ha avviato la versione finale del Capitale con l'analisi della merce, Echeverría cerca di svelare quell'oggetto in cui l'intera civiltà borghese è sintetizzata nello spazio e nel tempo.
Definirà la merce in base a quattro caratteristiche: 1) essere un oggetto utile; 2) essere l'oggetto dello scambio, cioè possedere un valore di scambio; 3) essere il risultato della cristallizzazione dell'orario di lavoro; 4) essere un prodotto del lavoro umano. Sulla base di queste quattro caratteristiche è possibile avvertire la contraddizione tra il valore e il valore d'uso. Questa contraddizione si riferisce al modo in cui l'oggetto della riproduzione socio-naturale è stato colonizzato da una forma artificiale, il valore. La forma-valore non distrugge, tuttavia, l'essenziale della forma naturale, ma il subordinato, la modifica e rende più difficile trovarla nell'immediatezza della vita quotidiana. In questo senso è importante notare che la forma-merce a cui Marx ed Echeverría fanno riferimento è ancora un oggetto che è lì per soddisfare le esigenze, è un bene materiale. È stato prodotto per questo: soddisfare un'esigenza specifica. La novità è nella forma astratta della sua produzione e distribuzione: un buon prodotto che può essere realizzato (consumato) solo nell'atto dello scambio commerciale.
Il senso della merce, della "cosa", è che deve esistere, necessariamente, in due relazioni sociali, simboliche, temporali e antagoniste, sebbene nello stesso corpo. Da un lato un piano totale naturale e dall'altro un piano social-astratto. Marx trova nella merce un momento molecolare o astratto rispetto a una totalità concreta che è il capitalismo come un insieme di relazioni sociali espanse e con pretese universali. Con la riflessione sulla merce ha fatto un passo nel tentativo di individuare il modo più sintetico di manifestare le contraddizioni. Il capitale allora ci parla dell'oggetto mercantile, una merce non ancora pienamente e totalmente capitalista, ma in cui l'intero universo della civiltà borghese è già contenuto. Nell'oggetto commerciale che è metodologicamente isolato, è la base della costruzione del resto delle relazioni sociali. La contraddizione che riguarda il momento iniziale non si ferma, ma continuerà a svilupparsi.
La forma naturale sopravvive nell'oggetto mercantile mentre fornisce la possibilità di riproduzione della vita umana, di soddisfare bisogni specifici. Il problema è all'altro livello della sua esistenza, quello dell'essere valore. Questo secondo livello è astratto mentre la sua determinazione fondamentale deve essere: "semplice condensazione di energia produttiva". L'usura prodotta senza una considerazione concreta, ma misurata solo sulla base del tempo astratto del lavoro, non dovrebbe essere intesa per soddisfare un bisogno specifico, ma come frazione di energia sociale, la sua presenza è intesa solo per la realizzazione dello scambio. Per raggiungere il pieno significato dell'oggetto commerciale, si comprende che la forma naturale non è sufficiente, è necessario che sia espresso come valore di scambio: “Se una cosa ha valore, si conferma nell'accettazione che raggiunge la sua disposizione per essere cambiata da qualche altra cosa.”

Ecco la principale differenza con la forma naturale che si esprime nelle forme comunitarie di appropriazione del mondo prima della subordinazione che il capitale fa su detta forma naturale. Questa forma naturale, espressa come una comunità sotto la minaccia della scarsità assoluta, ma che nel coordinamento del lavoro sociale non poteva essere mediata mediante lo scambio privato, ma dalle forme di appropriazione che consentirebbero un equilibrio tra il sistema di capacità e il sistema di bisogni, ottenendo così la super esperienza dell'entità comunitaria. È nel modo distributivo che inizia a verificarsi la rottura della forma naturale, o meglio, una delle forme che il capitale trova per sottoporla alla colonizzazione del valore. Perché la nuova forma distributiva funzioni, è necessario distruggere la forma comunitaria che si appropria della natura e coordina il lavoro sociale in un altro modo, in una qualsiasi delle sue forme storiche.
La comunità e la sua dissoluzione è ciò che consente la subordinazione della forma naturale mediante la forma-valore, ha sottolineato Marx in numerosi passaggi del capitolo sul denaro nei Grundrisse sull'importanza dell'apparenza di equivalenti e del denaro stesso per ottenere la rottura della forma della comunità e anche in tono sarcastico osserva che dall'apparizione di queste forme monetarie provengono “i lamenti degli antichi sul denaro come fonte di tutto il male. La sete di piaceri nella loro forma universale e avidità sono le due forme particolari dell'avidità di denaro." Data questa situazione, non è un caso che Echeverría ci dica che:

"quando la società - come nella storia dell'Occidente - è una comunità scomposta, smembrata e atomizzata in una serie aperta di processi di riproduzione privata; Quando, quindi, la soggettività di tutti gli individui sociali è storicamente sospesa, qualsiasi volontà distributiva in grado di dare un senso alla mediazione circolatoria cessa di esistere."

Abbiamo quindi che l'emergere del valore ha radicalmente modificato l'intera forma naturale di riproduzione, per lasciare il posto a una forma artificiale, la forma-valore. L'era moderna è stata trasformata nella misura in cui, quello che è stato annunciato come il grande progetto di emancipazione umana, di illuminazione, il tempo della ragione e della tecnica, in breve, della reale possibilità materiale di superare la carenza naturale e il passaggio a una relativa carenza o periodo di abbondanza, è stata mediata da questa forma di riproduzione sociale, condannando l'umanità a vivere nuove forme di sfruttamento, sottomissione e scarsità. Quindi è possibile affermare che la forma-valore è quella che impedisce il pieno compimento del programma della modernità nella sua radicalità. Il dibattito sul luogo, il significato e il futuro della modernità non può più considerare il problema della relazione conflittuale tra valore e valore d'uso:

"Ha a che fare con il transito di uno scenario di condanna alla scarsità, in cui le diverse comunità della razza umana potrebbero riprodursi bloccate nella propria proposta di armonizzazione del sistema di fabbisogno di consumo con il sistema delle capacità di produzione in uno scenario diverso, scenario di possibile abbondanza, in cui questa razza umana ha il compito di costruire un principio di armonizzazione di un nuovo tipo, che è da un lato universale e tuttavia, dall'altro, può essere aggiornato secondo l'unicità del infinito numero immaginabile di concrete comunità umane. La circolazione commerciale appare in questo transito come il meccanismo che potrebbe servire al meglio quel nuovo tipo di armonizzazione, un meccanismo che, tuttavia, è servito piuttosto a imporre una riemissione ristampata - la riemissione capitalista - dello stesso tipo arcaico di armonizzazione, progettata in un piano aggressivo-difensivo davanti alla natura e in un piano auto-mutilante davanti al corpo sociale."

Questa citazione è precisamente ciò che rende possibile capire perché Echeverría dà così tanta importanza all'idea della contraddizione tra valore e valore d'uso: determina, in larga misura, la portata e i limiti del programma moderno. È sulla base di questo conflitto in cui si sviluppa la modernità e, pertanto, dovrebbe essere la base per discorsi critici che indicano il suo superamento, radicalizzazione o piena conformità.

martedì 17 settembre 2019

0 IL BAZOOKA, LA GABBIA E IL DECLINO



Il colpo di coda di Mario Draghi alla guida della BCE è tutto nel segno della difesa ossessiva del modello mercantilista che tiene in piedi questo fragile castello di carte chiamato UE.
Il bazooka che doveva essere l’eccezione nel 2012 oggi è più che mai la regola in questo capitalismo schizofrenico, a maggior ragione dopo l’annuncio sul futuro del Quantitative Easing: da novembre saranno iniettati 20 miliardi di euro al mese senza nessuna scadenza.
Inoltre ci sarà un taglio, da -0,4% a -0,5% al tasso d’interesse dei depositi delle banche presso la BCE.
Il famoso tasso d’interesse negativo, introdotto nel 2014, che fornisce la cartina di tornasole dello stato di salute del capitalismo europeo.
Le banche preferiscono tenere i propri soldi al sicuro, perdendoci anche, piuttosto che investire nell’economia reale, tutto ciò in un quadro di generale rallentamento dell’economia mondiale e il mancato raggiungimento dell’obiettivo dell’inflazione al 2%.
Questo accade non perché il capitale finanziario ha preso il sopravvento sull’economia reale, il banchiere che prevale sull’onesto imprenditore di provincia, ma semplicemente perché dagli anni ‘80 siamo approdati nell’era del capitale fittizio.
Il solo scopo del capitalismo è quello di trasformare il denaro in più denaro. Il capitale necessita di essere valorizzato, altrimenti cessa di essere tale e perciò il capitalismo è obbligato all’eterna espansione. Il capitale deve trovare sempre nuovi spazi per la propria valorizzazione, per assorbire sempre nuovo lavoro vivo ed accumulare sempre maggior valore.
Se un tempo le crisi di sovraccumulazione spingevano il capitale nella sovrastruttura finanziaria per accumulare capitale fittizio per qualche anno, fino allo scoglio della crisi che generalmente coincideva con un cambio di regia del paese guida dell’accumulazione mondiale come ci ha insegnato Giovanni Arrighi, oggi è un tratto caratteristico di questa fase del capitalismo e motore principale del processo di accumulazione, almeno in Occidente.
Oggi il capitalismo poggia sull’anticipazione di valore futuro e perciò il prodotto finanziario diventa la merce più importante, in una metamorfosi dettata dall’evoluzione stessa del capitalismo, che deve necessariamente superare in termini di portata la produzione dei vari settori economici. 
Tanto più diventa oneroso questo gioco, tanto più diventa complicato tenere viva questa molla dell’accumulazione, come ha bruscamente dimostrato la crisi del 2007-2008.
Il QE è solo un palliativo che avrà come logica conseguenza la svalutazione del capitale fittizio e di conseguenza del medium monetario.
Ecco spiegata anche la politica di indebitamento ed austerità perseguita dai governi capitalistici dell’Occidente per difendere la propria credibilità sui mercati finanziari, con lo scopo di ottenere denaro fresco con il sangue di tutta quella porzione della società irrilevante per i padroni e che è stata sacrificata per mantenere in vita il gioco ancora un po’.

Dal primo novembre Draghi lascerà in questa situazione il timone della politica monetaria europea alla Lagarde.

La Germania che entra in recessione, l’Italia in stagnazione, lo spettro della Brexit e la guerra commerciale tra USA e Cina: un quadro generale piuttosto fosco.
In crisi, come abbiamo ripetuto più volte in questi mesi, c’è il mercantilismo di marca tedesca, ovvero ciò che è stato il capitalismo europeo negli ultimi trent’anni, che ha prodotto miseria ed una evidente arretratezza tecnologica che ha messo alla berlina anche l’industria manifatturiera ed automobilistica tedesca.
I bazooka non fermeranno il declino dell’Europa e tantomeno la demenziale austerità espansiva ci riuscirà, è bene ricordarlo al neonato governo italiano.
Ci ritroveremo ancora una volta a subire le decisioni della tecnocrazia europea che consentirà ad alcuni paesi di investire soldi pubblici per tentare di fermare il declino ma difficilmente verrà concessa libertà di manovra all’Italia e al resto dell’Europa Meridionale.

venerdì 13 settembre 2019

0 LE INNOVAZIONE TEORICHE DI IMMANUEL WALLERSTEIN - SECONDA PARTE


La seconda parte delle prospettive dell'analisi del sistema mondiale, nel contesto dell'analisi di crisi del grande Novecento storico, asse che proietta le lezioni dell'asse storico-critico verso il nostro secolo, consente a Immanuel Wallerstein di diagnosticare e analizzare in modo nuovo molti dei principali processi ed eventi verificatisi negli ultimi centotrenta anni. In aperta opposizione agli autori che difendono e postulano l'esistenza di un "breve ventesimo secolo", che andrebbe dalla prima guerra mondiale alla rivoluzione russa del 1917, fino alla caduta del muro di Berlino e al collasso dell'URSS, di nuovo apertamente capitalista, Wallerstein difenderà invece la tesi dell'esistenza di un "lungo ventesimo secolo", iniziato intorno al 1870, che si dispiega fino al momento attuale e anche oltre, per concludere la sua esistenza in un data ancora incerta, ma che molto probabilmente non supererà il 2050.
Importante contrasto tra la tesi di un breve ventesimo secolo e un lungo ventesimo secolo, che non si riduce a una semplice disputa sulla riduzione o l'aggiunta di anni a questo secolo, ma si riferisce piuttosto al problema essenziale di determinare i processi e le determinanti fondamentali di tutto il ventesimo secolo, processi che dalla loro particolare temporalità avrebbero poi fissato i limiti cronologici di quel possibile ventesimo secolo storico, determinando che fosse o un Lungo 20° secolo o un breve 20° secolo.
Pertanto, contro l'idea di considerare i processi del cosiddetto "socialismo realmente esistente", dispiegati nel ventesimo secolo, come processi centrali e definitivi del nostro passato recente, un'idea che si basa e dà significato proprio alla tesi del breve ventesimo secolo, Immanuel Wallerstein difenderà l'idea che questo lungo ventesimo secolo è stato il secolo della lunga curva di costruzione, definizione, affermazione e poi declino dell'egemonia americana, un secolo iniziato così intorno al 1870, e che in questo momento vive il suo stadio finale e conclusivo.
Intorno al 1870, dopo la fine della guerra civile americana, e anche nel momento stesso della sconfitta francese nella guerra franco-prussiana, vediamo chiaramente la disputa, che in seguito raggiungerà dimensioni davvero globali, tra gli Stati Uniti e la Germania. La disputa tedesco-americana che per settant'anni, e in particolare nella moderna "guerra dei trent'anni" che va dal 1914 al 1945, dovrà decidere il nuovo potere egemonico mondiale, che sostituisce l'Inghilterra nella funzione del centro di tutto il sistema capitalistico mondiale e finirà per favorire gli Stati Uniti, con la debacle della Germania. Sarà questo processo di costruzione lenta, dopo l'affermazione e il decadimento di detta egemonia planetaria americana, il processo che, per l'approccio dell'analisi dei sistemi-mondo, definirà il senso generale e il significato storico globale di questo lungo 20° secolo.
In questa logica, dalla vittoria americana nel 1945, continuerà il periodo della forte egemonia della potenza vincitrice fino al 1968 / 72-73, quella Pax americana che incontrammo alla fine della Guerra Fredda, e in cui il disegno della geopolitica globale era definito dagli stessi Stati Uniti d'America.
Ma con la rivoluzione culturale mondiale del 1968 e la crisi economica planetaria del 1972-73, quella forte egemonia americana iniziò un processo discendente, lento ma inarrestabile, del suo totale declino che continua chiaramente fino ad oggi.
In questo modo, e re-spiegando l'intero ventesimo secolo da questa egemonia degli Stati Uniti, Wallerstein non solo relativizza profondamente il ruolo del socialismo realmente esistente, al punto di affermare che tutte queste cosiddette società "socialiste" non lo sono state, e non potevano esserlo, poiché essendo parte del sistema mondiale nel suo insieme, era impossibile per loro sfuggire alla loro logica essenziale, alla quale erano stati fatalmente condannati a tornare, prima o poi e in un modo o nell'altro, ma caratterizzerà anche la prima e la seconda guerra mondiale come un'unica lunga e moderna guerra trentennale, strutturata attorno alla rivalità tra Germania e Stati Uniti, e che, come risultato principale, lascerà il posto, appunto, al dominio incontestato americano degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta.
Ma anche e in questo stesso senso, Wallerstein proporrà come uno degli assi principali della comprensione di tutti gli eventi e fenomeni degli ultimi quattro decenni quello di questo scenario del processo di progressivo e irreversibile collasso del potere egemonico degli Stati Uniti d'America, crollo che mentre crea il vuoto di quella posizione egemonica di leadership all'interno del sistema capitalistico mondiale, spinge la rivalità tra, da un lato, il Giappone molto sviluppato in termini capitalistici e dall'altro l'Europa occidentale ora riunificata sotto l'egida del potere tedesco.

Poiché ripetendo un modello ciclico che abbiamo vissuto in precedenza in due occasioni storiche, il declino della potenza dominante su scala mondiale, in questo caso gli Stati Uniti, è di nuovo accompagnato dall'emergere di una nuova disputa tra i due possibili contendenti che ora vogliono occupare il posto di quel potere in declino, in questo caso il Giappone da un lato e l'Europa occidentale dall'altro, con l'aggiunta rilevante della Cina. Ciò che, inoltre, ci mostra chiaramente la connessione organica esplicita tra il primo asse storico-critico e questo secondo asse dell'analisi del lungo ventesimo secolo. Dal momento che ha studiato i precedenti cicli egemonici della storia capitalista, il ciclo olandese del diciassettesimo secolo e il ciclo inglese del diciannovesimo secolo, Immanuel Wallerstein può, con certezza e fermezza, analizzare l'attuale fase di decadenza egemonica americana, e anche da ora prevedere che il quasi certo vincitore in questa disputa avrebbe dovuto essere il Giappone, se il capitalismo non fosse già nella sua situazione di crisi terminale e finale e non fosse apparsa sulla scena la Cina.
Liberando il lungo ventesimo secolo da quella densa visione storica che fornisce lo studio dell'intera storia del capitalismo, Immanuel Wallerstein può proporre interpretazioni originali e nuove dei diversi fenomeni, eventi e processi che l'umanità ha vissuto negli ultimi centotrenta anni.
In questo modo, e insieme a quella linea centrale del ventesimo secolo, che è la curva dell'egemonia americana, viene anche dispiegata una seconda linea fondamentale, quella della progressiva decolonizzazione totale del pianeta, quella della progressiva conquista del indipendenza politica da parte dei numerosi paesi coloniali rimasti in questo ventesimo secolo. Il processo di disintegrazione di tutti gli imperi coloniali, dall'inglese al francese, e di molti altri, che in un movimento di ondate successive si ripetono durante il "primo XX secolo" che va dal 1870 fino al 1968, stava cancellando così l'esistenza della vecchia e duratura relazione coloniale dalla mappa del mondo. Mentre è importante sottolineare che questa dissoluzione formale e ufficiale del legame coloniale e la concomitante conquista dell'indipendenza politica non hanno sciolto i rapporti di dipendenza economica e sfruttamento, né hanno eliminato del tutto varie forme di dipendenza e dominazione sociale e culturale, dobbiamo anche riconoscere che hanno alimentato un vasto e potente processo di consapevolezza politica e democratizzazione generalizzata della vita pubblica per le masse popolari di tutto il pianeta.
Perché nel far sì che le popolazioni di tutti i paesi coloniali mettano in discussione quel rapporto di dipendenza nei confronti delle rispettive metropoli e mobilitandole politicamente per lottare per l'indipendenza e la sovranità nazionali, quei movimenti anti-sistemici di liberazione nazionale che proliferarono nel lungo ventesimo secolo in tutto il mondo, ciò che stavano generando e promuovendo in modo profondo, era il chiaro processo di forzare i paesi del centro e la semi-periferia del sistema capitalistico mondiale a riconoscere e assumere il fatto che tutti i popoli del mondo, e con esso tutte le nazioni del globo, sono protagonisti attivi e fondamentali dell'attuale storia universale. E quindi attori che devono essere presi in considerazione al momento di decidere i destini generali del nostro pianeta. E mentre è chiaro che queste lotte per la liberazione nazionale hanno avuto solo parzialmente successo nei loro obiettivi generali, conquistando il potere su scala nazionale, ma allo stesso tempo incapaci di eliminare la dipendenza economica, sociale e culturale, è anche vero che, in termini più profondi, hanno sviluppato localmente questi processi di importante democratizzazione della vita pubblica in molti paesi della periferia, creando al contempo un potenziale per esperienze e l'incoscienza che continua a manifestarsi oggi nelle varie lotte in atto, e che continuerà ad essere espressa nelle diverse lotte sociali del prossimo futuro.
E allo stesso modo in cui la curva dell'egemonia americana subisce una rottura fondamentale ai tempi del 1968 / 72-73, passando dalla fase dell'egemonia forte allo stadio del declino egemonico, così anche questa curva di decolonizzazione totale del mondo culminerà verso la stessa data del 1968-73, per poi lasciare il posto, negli ultimi sette anni, alle sistematiche e ripetute critiche planetarie all'eurocentrismo in tutte le sue forme, critiche che a volte hanno raggiunto estremi assurdi, e altre volte, mantenendo una legittima sfida alle conseguenze negative del dominio europeo sul mondo, tra il XVI e il XIX secolo, esprime in generale quei profondi cambiamenti che porta, oltre i suoi vari limiti, questo processo di completa dissoluzione delle relazioni coloniali su scala mondiale.
Perché non è un caso che quando questi legami coloniali si disintegrano davvero, quella critica al dominio europeo e alle sue conseguenze negative è schierata e legittimata su larga scala, e in qualsiasi parte del mondo nelle visioni della storia universale, nei modelli di valutazione culturale, negli schemi di discriminazione di ciò che era "progresso" e di ciò che era "arretratezza", ecc., ecc...
Terzo, è interessante notare che, da questa prospettiva globale e duratura da cui Wallerstein cerca di esaminare e diagnosticare questo lungo ventesimo secolo, questo secolo è diviso da una rottura di eventi fondamentali, che è quella della rivoluzione culturale mondiale del 1968. Al punto che potremmo dire che il ventesimo secolo è diviso, come il lungo sedicesimo secolo, in due novecento, un "primo ventesimo secolo" che andrebbe dal 1870 al 1968 circa, e un "secondo ventesimo secolo" ancora in corso, perché a differenza di molti altri analisti, che minimizzano o addirittura ignorano questa fondamentale data simbolica del 1968, e con essa i movimenti studenteschi e popolari ad essi collegati, Immanuel Wallerstein sottolinea invece l'impatto profondo e planetario di questa rivoluzione del 1968, svolgendosi come una rivoluzione radicale dell'intera geocultura dominante del sistema mondiale, lo stesso si espresse nel crollo delle vecchie sinistre e nella nascita di molteplici nuove sinistre, che all'inizio del crollo definitivo dell'ideologia liberale, ma anche, nell'interrogazione definitiva delle strutture della conoscenza allora in vigore, insieme alla crisi e alla sostituzione di molti dei principali modelli, codici e meccanismi delle strutture culturali che erano dominanti in quel momento.
Seguendo a questo punto la valutazione di Fernand Braudel, Wallerstein caratterizzerà la rivoluzione del 1968, ovvero tutta quella vasta serie di movimenti che, tra il 1966 e il 1969, ha scosso praticamente ogni paese del mondo come una profonda rivoluzione culturale di dimensioni planetarie. 
La principale caratterizzazione che questa prospettiva dell'analisi dei sistemi-mondo fa di questa rivoluzione del 1968, è che si tratta di una vera e propria rivoluzione di lunga durata delle strutture culturali della società contemporanea, ovvero la modifica di alcuni strutture, in questo caso quelle culturali, che hanno avuto validità e dispiegamento per diversi secoli e talvolta addirittura millenni, strutture che dopo aver persistentemente persistito durante questi lunghi periodi di vita, hanno iniziato a diventare radicalmente e definitivamente interrotte, proprio da questa rivoluzione culturale mondiale simboleggiata nell'anno emblematico del 1968. E poiché è una vera mutazione cataclismica di quelle strutture culturali di lunga durata, che hanno avuto una vita secolare o millenaria, allora il significato profondo di quelle rivoluzioni del 1968 è solo percepito da questi stessi parametri dal respiro lungo. Il secondo asse che dividendo il lungo ventesimo secolo in un primo ventesimo secolo che si conclude verso questa data fondamentale del 1968-73 e un secondo ventesimo secolo che avrebbe riguardato gli ultimi sei o sette decenni, ci dà anche la connessione che collega questo secondo asse con il terzo asse dell'analisi dei sistemi-mondo, che corrisponde allo studio della storia immediata stessa che è stata vissuta e talvolta persino interpretata dallo stesso Immanuel Wallerstein, e che ha esaminato e caratterizzato criticamente mentre stava accadendo, insieme all'esercizio critico di guardare ai possibili scenari prospettici dei futuri immediati e mediati dell'evoluzione di questo stesso sistema capitalistico mondiale. Terzo asse che dobbiamo analizzare ora con più attenzione.
Il terzo asse articolato della prospettiva di analisi dei sistemi-mondo è l'esame della storia immediata e dei futuri scenari prospettici del sistema capitalistico mondiale. Cioè, un asse che è suddiviso in due linee di indagine, intimamente connesse, sebbene ugualmente diverse l'una dall'altra. Nella prima linea, riferendosi a questa diagnosi critica della storia del presente, Immanuel Wallerstein va, ancora una volta, a distanziarsi radicalmente dalle spiegazioni più diffuse e oggi in voga che tenterebbero di caratterizzare il capitalismo contemporaneo dalla pseudo-teoria vuota e mediatica della globalizzazione, o anche dalla sua sorella gemella, ugualmente superficiale e vuota di solide basi teoriche, che è la teoria della globalizzazione.
La critica radicale delle teorie della globalizzazione, che sottolinea non solo il fatto che tutti i processi che si presume abbiano sostenuto come caratteristici di tale globalizzazione non hanno nulla di nuovo, e quasi sempre ne rintracciano l'esistenza a diversi secoli di distanza, sottolinea anche la funzione apertamente nascosta di queste teorie, che, insistendo solo sul "progresso","risultati" e "conquiste" meravigliose ed enormi che tale globalizzazione porterebbe, finiscono per nascondere e persino eliminare tutta quella vasta serie di espressioni della crisi sistemica della civiltà che, proprio negli ultimi quattro decenni, abbiamo sofferto in tutto il pianeta, perché è facile dimostrare che tutti i fatti e i processi che intendono "fondare" e "sostenere" la debole giustificazione di questa teoria della globalizzazione sono già processi antichi, che sotto forme diverse, ma con un'essenza fondamentale, accompagnano tutta la storia del capitalismo. Per lo stesso motivo l'eccessivo ruolo delle organizzazioni transnazionali, che la diffusione planetaria di determinati modelli culturali, o del movimento globale delle merci, insieme al flusso quasi istantaneo di notizie e informazioni, sono tutti processi che abbiamo già conosciuto diversi secoli fa, ad esempio nel ruolo dominante svolto dalla Compagnia delle Indie olandesi, o nell'imposizione di culture e lingue, ad esempio, dagli spagnoli e dai portoghesi in America o dagli inglesi in India, mentre la rete del mercato mondiale risale a diversi secoli fa e che l'invenzione del telegrafo o del telefono all'epoca ebbero una funzione molto più rivoluzionaria e fondamentale rispetto, ad esempio, alla recente invenzione di Internet.
Immanuel Wallerstein affronta il fatto che queste teorie presuppongono che, circa trenta anni fa, siamo entrati in una nuova fase del ciclo di vita del capitalismo, una nuova tappa piena di innovazioni tecnologiche e cambiamenti sociali, che dovrebbe svolgersi nei prossimi forse cento o centocinquanta anni a venire, prolungando ancora la vita storica di questo sistema capitalistico mondiale per un secolo o più. D'altra parte, e in senso diametralmente opposto a queste teorie, ciò che afferma la prospettiva dell'analisi dei sistemi-mondo è che, proprio dalla doppia rottura della rivoluzione culturale e della crisi economica mondiale degli anni 1968-73 , il sistema capitalistico mondiale è entrato piuttosto nella fase finale del suo ciclo di vita storico, vale a dire in una situazione di biforcazione storica che combina, insieme alla crisi terminale del capitalismo e tutte le sue strutture costitutive, anche il compito urgente iniziare a costruire, immediatamente e d'ora in poi, le possibili alternative per la definizione del nuovo sistema storico che è ora in stato di gestazione. 

venerdì 6 settembre 2019

0 LE INNOVAZIONI TEORICHE DI IMMANUEL WALLERSTEIN - PRIMA PARTE


Se osserviamo tutto il lavoro di Immanuel Wallerstein, e anche l'insieme globale di linee in cui ha sviluppato questa prospettiva dell'analisi dei sistemi-mondo, possiamo renderci conto che questo lavoro e detta prospettiva sono fondamentalmente visualizzati attorno a quattro assi tematici principali, assi che si articolano l'un l'altro in modi diversi, ci danno l'architettura completa dell'edificio concettuale e teorico da questa stessa prospettiva dell'analisi dei sistemi-mondo.
Quattro assi che, a volte sovrapposti, e altri che si intersecano trasversalmente, contengono anche le chiavi principali dell'originalità di questa analisi dei sistemi-mondo, nonché la loro eccezionale irradiazione all'interno delle più diverse sfere accademiche e intellettuali di tutto il mondo
Perché quando attraversiamo attentamente l'opera di Immanuel Wallerstein, è evidente che un primo asse è quello storico critico, che cerca di spiegare, in modo nuovo, l'intera storia del capitalismo e della modernità all'interno della quale viviamo ancora, avendo iniziato la sua esistenza storica nel "lungo sedicesimo secolo" cruciale e decisivo, postulato da Fernand Braudel, in un’onda che arriva fino ai nostri giorni.
L’asse storico-critico di una storia globale del capitalismo moderno, dal XVI secolo ad oggi, che non era solo la matrice originale dell'intera prospettiva dell'analisi dei sistemi-mondo, ma è stata anche concretizzata, parzialmente, nell'opera di Immanuel Wallerstein, che è senza dubbio la sua opera più tradotta e conosciuta in tutto il mondo: Il Moderno Sistema-Mondo.
Un secondo asse riconosciuto di questa prospettiva, che allo stesso tempo prolunga e concretizza l'argomento del primo asse, è quello dell'analisi critica dei principali eventi e processi del "lungo ventesimo secolo", cioè di quelle realtà e tendenze che sono più familiari e vicine, nella misura in cui corrispondono ai contesti specifici dei personaggi, degli eventi e dei processi evolutivi che abbiamo vissuto e osservato, siamo noi stessi, sono le generazioni con cui abbiamo vissuto direttamente, quella dei nostri genitori o dei nostri nonni.
La diagnosi critica del lungo ventesimo secolo, che pur sostenendo la rottura con il mito radicato ma assurdo secondo cui la storia è la "scienza del passato", ci fornisce le chiavi per comprendere i processi essenziali del nostro secolo.
Sulla stessa linea, e in quella che sembrerebbe una sorta di successivi movimenti analitici di "primo piano", il terzo asse affronta un doppio problema, coprendo sia lo studio della storia più immediata, sia il coraggioso esercizio della definizione di possibili scenari prospettici della futura evoluzione del sistema capitalistico mondiale. Dal 1968 e la fondazione di questa prospettiva dell'analisi dei sistemi-mondo nel 1974, Immanuel Wallerstein ha accompagnato gli eventi che stava vivendo con spiegazioni critiche su di essi, spiegazioni che, pur introducendo una forte "densità storica" nell'interpretazione di questi fatti immediati - densità derivata, ovviamente, dal lavoro di Wallerstein attorno ai due assi critici sopra menzionati - sono stati restaurati continuamente da una chiara prospettiva globale e comparativa, cioè da una prospettiva geograficamente planetaria che è sempre attenta alle somiglianze, alle differenze, alle causalità comuni e alle ricorrenze degli stessi fatti analizzati.
Allo stesso tempo, e anche in modo permanente, Wallerstein ha svolto l'esercizio di proiettare verso il futuro le tendenze storiche dell'evoluzione globale del sistema capitalistico mondiale che ha studiato, nello spirito di prefigurazione e per il resto, vale la pena sottolineare , con un notevole grado di successo, i possibili scenari prospettici di questa stessa evoluzione del capitalismo mondiale.
Infine, un quarto asse articolante del lavoro di Immanuel Wallerstein e anche della prospettiva dell'analisi dei sistemi del mondo, è l'asse della riflessione epistemologica critica riguardante i nostri modi abituali di apprendere le realtà sociali che investigiamo e, più in generale, quella dell'attuale configurazione dell'attuale struttura della conoscenza costituita dalla modernità capitalista stessa ancora in vigore.
La critica delle attuali scienze sociali e la struttura della conoscenza oggi dominante che, a differenza dei tre assi precedenti, non si trova in questo chiaro movimento di approcci successivi dalla più lontana storia del capitalismo al suo presente più vivo, ma attraversa trasversalmente questi tre assi, per esplicitare e criticare criticamente le ipotesi non assunte dalla sua stessa costruzione, nello spirito di mostrare i suoi limiti epistemologici e di promuovere la costruzione di nuove "scienze storiche" radicalmente nuove e profondamente non disciplinari.
Quattro assi articolanti dell'intera prospettiva dell'analisi dei sistemi-mondo che, per la loro successiva costruzione hanno fatto affidamento, principalmente, su due delle matrici del pensiero critico contemporaneo che costituiscono, a loro volta, prima di tutto la più importante eredità intellettuale all'interno delle scienze sociali contemporanee, cioè le scienze sociali degli ultimi centocinquanta anni circa, e in secondo luogo nell'opera più rilevante a livello mondiale negli studi storici nel corso del XX secolo.
Cioè, da un lato nella matrice del pensiero critico di Karl Marx, e in questo modo, di alcuni dei suoi discepoli e epigoni successivi, e dall'altro lato nella matrice dell'eredità costituita dalle opere di Fernand Braudel, e in di conseguenza, di alcuni dei principali contributi della prospettiva della corrente francese degli Annales.
Perché al di là del complesso "albero genealogico" delle affiliazioni intellettuali che hanno alimentato il viaggio intellettuale di Immanuel Wallerstein, e con esso anche alla prospettiva dell'analisi dei sistemi mondiali, e che includono autori rilevanti come Frantz Fanon, Ilya Prigogine, Marc Bloch, Raúl Prebisch o Paul Sweezy, tra molti altri, sembrano essere chiari sul fatto che le due matrici di pensiero che sostengono essenzialmente questa prospettiva Wallerstiniana sono, come abbiamo detto, questa matrice marxista e quella matrice braudeliana appena menzionate. Perché l'apparato categorico di Marx è presente e attivo durante l'analisi e il lavoro di Immanuel Wallerstein, che parla del capitalismo storico, basato sulla logica dell'accumulazione del capitale, e permanentemente segnato dalla dinamica della lotta di classe, accompagnata da chiari processi di alienazione ideologica e funzionamento degli stati capitalisti che obbediscono sempre agli interessi delle classi dominanti.
E mentre Wallerstein interpreta molti dei tradizionali e antichi dibattiti e tesi marxiste in modo originale e molto poco ortodosso, lo fa sempre dall'orizzonte di assumere quell'apparato generale dei concetti e delle teorie fondamentali elaborati dal quadro generale della sua analisi e allo stesso tempo, e come ha affermato in diverse occasioni, il suo lavoro è stato nutrito in modo molto importante da alcune delle più importanti opere e dibattiti marxisti sulla storia economica e sulla sociologia critica degli anni sessanta e oltre.
D'altra parte, è anche chiaro l'enorme debito di Wallerstein con il lavoro di Fernand Braudel, da cui prende prima la teoria dei diversi periodi storici e in particolare il focus della lunga durata storica, ma anche alcuni concetti centrali come quello dell'economia mondiale, o alcune tesi specifiche come il particolare rapporto tra monopoli e libera concorrenza all'interno delle dinamiche globali del capitalismo.
Allo stesso tempo avviene il recupero profondo dell'idea braudeliana della storia globale che è legata, inoltre, alla richiesta marxiana di analizzare tutti i problemi "dal punto di vista della totalità", con la sua pretesa di una storia sempre critica, un altro ovvio spazio di coincidenza con Marx. Wallerstein attingerà anche dalla ricerca che nel campo della storia economica è stata sviluppata da alcuni degli autori della corrente degli Annales, in una gamma che include dalle opere geniali di Marc Bloch, ai contributi dello stesso Braudel e di alcuni suoi discepoli diretti.
Questa è la doppia matrice alla base delle opere di Immanuel Wallerstein, senza le quali non è possibile comprendere la ricchezza e l'originalità della prospettiva dell'analisi dei sistemi-mondo. Al punto che possiamo affermare che, per una corretta e approfondita comprensione di questa stessa prospettiva, è anche obbligatoria una minima conoscenza del complesso contributo di Marx e di alcune posizioni marxiste successive, nonché una solida rilettura del lavoro di Fernand Braudel, insieme ad alcuni importanti contributi di alcuni analisti di cui sopra.
Da questa mappa generale che presenta questo approccio all'analisi dei sistemi-mondo e di queste due matrici fondamentali che supportano la loro elaborazione principale, vale la pena di rivedere ora, in modo più dettagliato, quali sono i contributi originali specifici dello stesso, quelli che non gli hanno solo dato la sua peculiare forza euristica, ma anche la sua vasta capacità di diffusione planetaria e di irradiazione in generale.

Wallerstein ha provato a scrivere una storia globale del sistema capitalistico mondiale, dalle sue origini e al presente, lontana dalle storie descrittive tradizionali e noiose del sedicesimo, diciassettesimo, diciottesimo, diciannovesimo o ventesimo secolo. Ha cercato di costruire un modello teorico completamente nuovo per la caratterizzazione globale e per la spiegazione completa e critica di quel percorso completo della storia capitalista degli ultimi cinque o sei secoli.
Cioè, una storia interpretativa e teorica del capitalismo, o una teoria storica e un'interpretazione dell'evoluzione della società capitalista moderna, che, di conseguenza, riporta il nome di Immanuel Wallerstein all'interno di quel piccolissimo elenco di pensatori che, negli ultimi centocinquanta anni hanno osato pensare al capitalismo come a un problema globale, cioè, nella sua unità integrale e nelle sue dimensioni più generali, un elenco che a partire da Karl Marx si prolunga solo con pochi altri autori, come Max Weber, Werner Sombart , Norbert Elías, Karl Polanyi o Fernand Braudel.
E se questo sforzo per arrestare il capitalismo moderno, dalla sua storia globale e dalla ricostruzione teorica delle sue strutture più essenziali, metterà in relazione Wallerstein con questo breve gruppo di importanti pensatori appena citati, si affermerà invece la sua originalità specifica, attorno a tre tesi principali, che costituiscono l'approccio unico all'analisi dei sistemi-mondo, attorno a questo stesso tema della spiegazione teorica storica del capitalismo moderno. Tre tesi o proposte metodologiche, che si riferiscono, prima di tutto, alla relativa unità di analisi per analizzare e indagare i diversi fenomeni, eventi e processi che sono stati dispiegati all'interno di questa storia secolare del capitalismo. Secondariamente alla struttura gerarchica interna da cui è configurato questo stesso capitalismo e, infine, alle diverse dinamiche e curve di trasformazione che ritmano la vita storica e il corso di questo stesso sistema storico capitalista.
Quindi, una delle proposte più originali, e anche più discusse, da questa prospettiva di analisi dei sistemi-mondo, è quella che si riferisce a questo punto su quale unità specifica di analisi dovrebbe essere usata come il quadro necessario e generale di tutte le nostre analisi. E qui, e in aperta controversia con praticamente tutti i precedenti scienziati sociali, Immanuel Wallerstein affermerà che questa unità di analisi non può essere e non dovrebbe essere diversa da quella del sistema mondiale sempre considerato nella sua interezza, vale a dire nella maggior parte dei casi, nella sua vasta dimensione geografica, che è stata, negli ultimi cinque secoli, o semi-planetaria o poi strettamente planetaria.
Il che significa che, secondo questa analisi dei sistemi-mondo, è un errore metodologico importante considerare il nostro quadro di analisi o la nostra unità di analisi globale, quella dello Stato-nazione, ovvero lo spazio nazionale in cui il problema che studiamo è stato distribuito, uno spazio nazionale che sotto i nomi di "società", "formazione sociale" considerata o "la struttura sociale" di riferimento, limita sempre i nostri orizzonti epistemologici di spiegazione a queste coordinate e processi nazionali specifici, dal Messico, all'Argentina, alla Francia, al Guatemala, alla Russia o agli Stati Uniti, tra molti altri.
Metodo di analisi con il quale, e per citare solo alcuni esempi possibili, vogliamo spiegare il movimento di indipendenza messicana solo dai processi specifici e particolari della Nuova Spagna, mentre esaminiamo e spieghiamo il movimento francese del 1968 senza lasciare la considerazione di cause e fattori puramente francesi, o indagare a fondo sulle ragioni e sugli elementi puramente inglesi che hanno scatenato la rivoluzione industriale della fine del XVIII secolo, avvenuta proprio in Inghilterra. In questa stessa linea, viene analizzata la caduta del muro di Berlino con vettori esplicativi puramente tedeschi, mentre si cerca di capire il governo tardivo e limitato di Vicente Fox in Messico esclusivamente dalle circostanze messicane.
Ma con ciò, le dinamiche globali sottostanti di tutti questi processi ed eventi evocati, dinamiche sovranazionali che derivano dal funzionamento del sistema mondiale capitalista globale, considerato come "unità di analisi" unica e veramente pertinente, che metta l'indipendenza messicana all'interno del vasto movimento di decolonizzazione generale di tutte le Americhe, un movimento che è stato anche innescato dalla dinamica globale della riorganizzazione della geopolitica europea e planetaria della fine del XVIII e dell'inizio del XIX secolo, si combina e si sovrappone ai processi protonazionali e locali di ciascuna delle aree di questo vasto continente americano.
Dinamiche mondiali che reinseriscono anche il Maggio francese nella rivoluzione culturale mondiale del 1968 e la rivoluzione industriale inglese all'interno della più ampia costituzione del nuovo ciclo egemonico caratteristico del lungo diciannovesimo secolo, ripensando al crollo del Muro di Berlino nel contesto del collasso globale dell'ideologia liberale, o riformulare quella vergognosa e impoverita politica di Vicente Fox nel processo di nuova polarizzazione sociale e politica generata da quel crollo del liberalismo e dalla concomitante comparsa mondiale della fase senile del capitalismo che ha generato mostri come Trump, Orban e Modi.
Quindi, di fronte a tutte queste solite spiegazioni di storici e scienziati sociali che assumono, consciamente o talvolta inconsciamente, quadri nazionali limitati come unità essenziale di analisi, Wallerstein rivendicherà invece l'esistenza, sempre presente e sempre fondamentale per un'adeguata spiegazione scientifica, quell'unità globale che è il sistema mondiale capitalista nel suo insieme, e con essa, di quelle dinamiche globali sovranazionali che determinano e influenzano sempre, in modo essenziale, tutti i fatti sociali, i fenomeni e i processi che si verificano ovunque nel mondo durante l'ultimo mezzo millennio. Inoltre, e come seconda tesi forte di questo asse storico-critico, il nostro autore ha difeso l'idea che durante la sua vita storica, il capitalismo è sempre stato strutturato da una struttura gerarchica, profondamente disuguale e asimmetrica, struttura tripartita che divide il pianeta in un piccolo nucleo di paesi o aree molto ricche che compongono il centro del sistema, insieme a una piccola zona intermedia di paesi e aree che hanno una ricchezza moderata e sono semiperiferiche e accanto a una vastissima periferia povera e sfruttata, che costituisce la stragrande maggioranza delle aree e delle nazioni del mondo, e che in quanto ampia base del sistema nel suo complesso supporta sia la semiperiferia sia il centro di questo stesso sistema capitalista.
Tesi su questa divisione tripartita del mondo capitalista che è già un primo criterio discriminante di ciò che è possibile e ciò che è impossibile in ciascuno dei paesi o nazioni di questo stesso pianeta capitalista. Le aree centrali saranno quasi sempre i generatori delle nuove tecnologie all'avanguardia e il quartier generale dei grandi monopoli transnazionali, sviluppando il più alto reddito, consumo e standard di vita e pagando i salari più alti in termini relativi, che non sono altro che diverse espressioni e conseguenze di quella maggiore ricchezza che concentrano, quando sfruttano in modo diverso la semiperiferia, e in particolare la vasta periferia che le circonda.
D'altra parte, queste molteplici periferie, sfruttate attraverso meccanismi che vanno dallo scambio disuguale secolare e il blocco esplicito dello sviluppo di interi rami produttivi, alle forme più recenti degli onerosi debiti esteri dei paesi meno sviluppati, saranno sempre le aree e paesi più poveri, con uno sviluppo tecnologico scarso o molto scarso e con industrie e imprese di piccole e limitate dimensioni, di portata locale, insieme a livelli molto bassi di reddito, consumo e anche di entità salariale.
Differenze economiche acute tra centro e periferia, indebolite debolmente nelle aree della semiperiferia, che si riflettono anche a livello sociale, politico e persino culturale, ponendo al centro gli stati forti e imperialisti, gli stati medi nella semiperiferia e stati deboli, o coloniali, dipendenti o subordinati nella periferie, oppure sviluppando in quelle stesse aree del centro, modelli e comportamenti sociali e culturali che cercano di prevalere come dominanti su scala planetaria, promuovendo per esempio ora l'uso dell'inglese o dello stile di vita americano come presunti segni di "progresso", e presentando come arretrati o sottosviluppati le restanti lingue del mondo o le abitudini culturali delle regioni periferiche e semiperiferiche di tutto il mondo.
La struttura diseguale e gerarchica delle tre aree geografiche del sistema capitalistico mondiale, che inoltre, lungi dal tendersi a chiudersi e cancellarsi, si è ampliata e approfondita durante i cinque secoli di vita storica capitalista. Perché se il piccolo nucleo centrale del sistema è sempre più scandalosamente ricco, lussuoso e fatiscente, ciò è solo perché l'immensa periferia è sempre più povera, ascetica, limitata e pudica nel suo consumo e nel suo uso delle scarse risorse che non sono espropriate da detto centro. Poiché la ricchezza di quel centro, oggi come da cinquecento anni, è il risultato diretto dello sfruttamento, del saccheggio, della rapina, dell'espropriazione e dell'impoverimento sistematico di queste vaste periferie.
Ciò implica, non solo al livello più teorico, che tutte le supposte teorie dello sviluppo, della modernizzazione, del progresso o dei modelli sulle possibilità dell'uscita dall'arretratezza o del sottosviluppo, sono totalmente inoperanti e assurde come teorie esplicative o come proposta per l'evoluzione dei paesi poveri e periferici del capitalismo, ma anche e ad un livello più pratico e più profondo, che i paesi di quella periferia non hanno alcun destino promettente all'interno delle attuali strutture di questo stesso sistema mondiale capitalista .
Una terza tesi centrale di questo asse storico-critico si riferisce alle diverse dinamiche che, anche in tempi storici diversi, sono ritmiche e accompagnano l'evoluzione specifica del divenire storico capitalista.
Dinamiche differenziate, sebbene anche profondamente intrecciate, che racchiudono, nel piano delle congiunture storiche o del tempo medio braudeliano, i noti cicli di Kondratiev, ma anche e già nel più vasto concetto della lunga durata, in primo luogo, la dinamica degli importanti cambiamenti imposti dai "lunghi secoli" diversi e sovrapposti della storia capitalista e, secondo, i successivi movimenti di espansione e consolidamento del sistema stesso, e terzo, e forse il più importante di questi ultimi tre, quello della dinamica globale dei successivi cicli egemonici di questo stesso viaggio generale della modernità capitalista.
Perché come ha insegnato Fernand Braudel, seguito a questo punto da vicino da Immanuel Wallerstein, la trama della storia è sempre intrecciata in più piani e periodi simultanei, che nella loro interrelazione e gioco complesso, definiscono la particolare configurazione delle società in ogni singolo momento e circostanza storica. Pertanto, e anche come importanti elementi esplicativi, la prospettiva dell'analisi dei sistemi del mondo rivendica quella delle domande se in un determinato momento siamo in una fase espansiva, o al contrario, depressiva, come nel ciclo di Kondratiev, accanto al dubbio sull'inserimento di quel momento in questo o quel lungo secolo storico, in un'ondata di espansione, consolidamento o stadio di biforcazione del capitalismo, ma anche in quale momento singolare del ciclo egemonico allora in vigore.
Quindi, e per esemplificare questa idea in un modo più concreto, possiamo affermare che secondo Immanuel Wallerstein, questo momento attuale che viviamo non può essere adeguatamente compreso se ignoriamo che siamo esattamente nel punto più basso o fase depressiva del ciclo di Kondratiev, e quindi, nel preciso momento di interruzione in cui sta per iniziare una nuova fase espansiva di quello stesso ciclo di Kondratiev. Ciò che, tra le altre cose, ci consente di prevedere, ad esempio, che vivremo, nei prossimi dieci anni, una forte ondata di nuove innovazioni tecnologiche, che si svolgeranno nei settori più diversi dell'economia, della società e della vita quotidiana, dovranno rilanciare i nuovi rami produttivi, e con essi, i nuovi gruppi monopolistici che comanderanno questo nuovo ramo espansivo di detto ciclo di Kondratiev.
Ma siamo anche in una sezione intermedia del "secondo secolo storico del XX secolo" iniziata nel 1968, che ci consente di spiegare la situazione di transizione che viviamo tra due lunghi secoli storici e che come ogni transizione, mescola i caratteristici elementi in declino del lungo secolo XX, con gli elementi già in gestazione del futuro lungo XXI secolo.
Allo stesso modo, è difficile capire l'attuale situazione mondiale, senza considerare che stiamo attraversando una fase che è stata presente solo in modo molto eccezionale nella vita storica dell'umanità, e questa è la situazione di una biforcazione storica, e in questo caso particolare che ci tocca vivere, quello della crisi terminale del sistema storico capitalista. Situazione del vero caos sistemico, che non avevamo conosciuto cinquecento anni fa, e che è la chiave esplicativa del vero terminale e collasso irreversibile che oggi vive una vasta serie di strutture della nostra società, come quella dello Stato moderno o la logica economica basata sull'accumulo di capitale, o l'attuale struttura delle classi sociali, o anche la moderna cultura borghese razionalista. Tutto ciò crolla fino a raggiungere strutture come quelle della configurazione delle popolazioni di tutto il pianeta sotto lo schema nazionale, o la struttura della conoscenza costituita cinque secoli fa dalla modernità.

Quindi, ricostruendo accuratamente tutte queste dinamiche multiple e sovrapposte del corso temporale della storia capitalista dell'ultimo mezzo millennio, Wallerstein non solo recupera le principali lezioni del passato per una diagnosi più densa e accurata del nostro presente ma forgia anche alcuni strumenti intellettuali che, da quel preciso e denso ritratto del passato e del presente, ti permettono di vedere con certezza i possibili scenari futuri di questo stesso presente, dall'attenta proiezione in avanti delle tendenze attuali, tendenze che sono state già così chiaramente identificate e comprese da questa dissezione multipla di queste diverse dinamiche che costituiscono l'itinerario globale della modernità capitalista.
Ed è proprio da queste tre tesi forti, o da queste tre linee di proposte sintetizzate finora, che questo asse storico-critico è strutturato dal punto di vista dell'analisi dei sistemi-mondo, un asse storico critico che allo stesso tempo, essendo la matrice originale di questo intero approccio, funziona anche come l'orizzonte più generale che incornicia gli altri tre assi di cui sopra, che affronteremo nella seconda parte.

domenica 1 settembre 2019

0 CON LE MANI NERVOSE A DOMANDARE NIENTE


Le baruffe della politica nostrana sulla formazione del nuovo governo sono al centro del dibattito pubblico in queste calde settimane di fine estate e hanno messo in secondo piano la situazione economica preoccupante.
Come abbiamo precisato in più occasioni, ci troviamo in una congiuntura economica contraddistinta da un generale rallentamento dell’economia globale e ciò si traduce in un aumento esponenziale della competizione tra macroaree del pianeta.
Tutto ciò si riflette in Europa nel rallentamento dell’economia tedesca che si avvia verso la recessione, nelle vicende torbide legate alla Brexit e nella stagnazione italiana.
La competizione tra macroaree spingerà la Germania ad archiviare il mercantilismo fatto di bassi salari ed esportazione, tornando ad aprire il borsello degli investimenti pubblici.
Anni di marcio mercantilismo però hanno distrutto l’economia dell’Eurozona: deflazione salariale, compressione della domanda interna, privatizzazioni e deregolamentazione del mercato del lavoro impediscono di puntare sul mercato interno in questo momento di instabilità globale.
Per il padroncino investire nell’economia reale è troppo rischioso o poco remunerativo, si tuffa così nel vasto oceano della finanza, essendo più sicuro.
Il risultato paradossale per lo schizofrenico capitalismo è il denaro che non rende, con i titoli di stato della Germania che hanno un tasso di rendimento negativo, cosa che gli consente di rifinanziare il proprio debito guadagnandoci qualcosa.
Tutto ciò ha permesso a questo paese di riscrivere totalmente le filiere produttive del continente, ampliando le disuguaglianze con la periferia e la sua dipendenza dal centro.

Tra aprile e giungo la crescita globale dell’Italia è stata pari a zero, -0,1% nel confronto con il 2018.
Sono aumentati dell’1,9% gli investimenti fissi netti, in particolar modo in macchinari del 5,8% ma calano le spese dell’amministrazione pubblica dello 0,1%.
Calano a luglio anche gli occupati di 18000 unità, con la disoccupazione che sale al 9,9%, coinvolgendo 2 milioni e 566 mila persone.
Tuttavia su base trimestrale l’occupazione è in crescita di 101000 unità, coinvolgendo però maggiormente i lavoratori over 50, gli stessi che avrebbero dovuto accedere alla pensione con Quota 100.
Aggiungiamo altri dati sul mondo del lavoro. L’Inail afferma che tra gennaio e luglio sono stati registrati 599 decessi sul posto di lavoro, un aumento del 2% rispetto allo scorso anno, ed è notizia di pochi giorni fa la morte di due operai con più di 50 anni mentre lavoravano in un pozzo in provincia di Matera.

Dati e fatti che tolgono il sonno a dimostrazione di cosa stia diventando il nostro paese.
Lavoratori che dovrebbero andare in pensione ma ancora vanno ad elemosinare un posto di lavoro invece di fare i nonni, tutto perché l’economico comanda sul politico.
Non c’è nessuna razionalità che giustifichi il domino delle categorie dell’economico su ogni aspetto della nostra esistenza se non la bolla del realismo capitalista di Fisher.


Il prossimo governo dovrà affrontare queste situazioni prendendo coscienza del complessivo mutamento della situazione internazionale.
Si scatenerrano battaglie per evitare l’aumento dell’IVA, rimanendo dentro i deliranti parametri dell’UE, aprendo la caccia a questi 27,6 miliardi per sterilizzarne l’aumento.
Verranno cercati nei risparmi di Quota 100 e Reddito di cittadinanza, nei 3 miliardi derivanti dalla fatturazione elettronica, verrà proposta qualche nuova revisione dei conti pubblici oppure si chiederà la grazia alla tecnocrazia europea.
Qui si vuole solo tirare a campare, PD e Lega non sono alternativi ma una sfida interna alla gestione del potere le cui decisioni sono prese altrove.
Nessuno vuole mettere in discussione le regole europee, programmare un futuro diverso per questo popolo umiliato da anni di sofferenze o mettere in discussione il nostro schieramento internazionale.
Il rospo non va baciato compagni, occorre costruire l’alternativa a tutto ciò perché non sarà evitando il governo di Salvini che i problemi del paese saranno risolti.
Quelli che si accingono a prendere il timone dell’Italia sono gli stessi che hanno abolito l’articolo 18, sostenuto il governo tecnico di Monti e sono i migliori interpreti degli interessi della frazione cosmopolita dalla borghesia italiana.

Non facciamoci illusioni, nessuno di loro ha intenzione di risolvere i nodi strutturali della crisi italiana, stiamo lentamente scivolando in un abisso da cui sarà difficile tirare fuori la testa.
La traversata nel deserto prosegue.

 

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