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sabato 30 novembre 2019

0 INTERVISTA A CARLO FORMENTI


Carlo Formenti, sociologo, giornalista e militante della sinistra radicale nasce a Zurigo il 25 settembre del 1947. Si laurea in Scienze Politiche a Padova. Negli anni ’70 milita nel Gruppo Gramsci sorto durante la disgregazione del Partito Comunista d’Italia mentre lavora, tra il 1970 e il 1974, come operatore sindacale della Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici in cui ricopre il ruolo di responsabile per gli impiegati e i tecnici.
Dopo lo scioglimento del Gruppo Gramsci partecipa all’esperienza dell’Autonomia Operaia da cui si allontanerà progressivamente dopo la prima metà degli anni ’70.
Negli anni ’80 è caporedattore della rivista culturale Alfabeta e lavorerà per il Corriere della Sera e L’Europeo. In questo periodo pubblica libri molto interessanti come “La fine del valore d’uso” in cui analizza i mutamenti avvenuti nell’organizzazione del lavoro con l’introduzione delle nuove tecnologie. Il rapporto tra lavoro, democrazia e nuove tecnologie sarà portato avanti in “Mercanti di futuro. Utopia e crisi della Net Economy” e “Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media”. In “Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro” si confronta con il lavoro cognitivo e lo sfruttamento nella società post fordista, elaborando un’analisi del plusvalore nella società digitale.
Negli ultimi anni ha pubblicato numerosi libri sul populismo, una sua possibile declinazione da sinistra e l’UE come “La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo” e “Il socialismo è morto. Viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista”.
Segnalo inoltre “Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare” in cui si confronta con la tradizione teorica marxista.


Formenti, dalla lettura dei suoi libri mi sembra di capire che cerca di leggere i conflitti dell’attuale società con il prisma del populismo. Parla di scontro tra alto e basso. Che legami ha la sua lettura con quella offerta in merito da Ernesto Laclau, grande filosofo marxista argentino vicino al peronismo di sinistra?


Il legame si riferisce sostanzialmente al fatto che Laclau, pur avendo abbandonato il marxismo a un certo punto del suo percorso intellettuale, è rimasto fedele all’insegnamento di Gramsci, autore del quale ripropone i concetti di blocco sociale, egemonia e guerra di posizione. Concetti che Laclau interpreta a modo suo, declinando il concetto di blocco sociale in termini di “costruzione di un popolo”. La sua idea, semplificando drasticamente, è che quando il sistema non riesce più a offrire risposte differenziate alle rivendicazioni dei diversi gruppi sociali, queste rivendicazioni tendono a saldarsi in una catena equivalenziale (un esempio potrebbe essere il convergere di differenti istanze in movimenti come il 15M in Spagna, OWS negli Stati Uniti e i gilet gialli francesi). In questo modo si forma un confine amico/nemico fra alto e basso, fra popolo ed élite e, se esistono forze politiche in grado di assumere la guida di questa contraddizione, è possibile arrivare a un cambio di sistema. Fin qui, la sua descrizione del “momento populista” è condivisibile e descrive in modo fedele le dinamiche della lotta politica non solo in America Latina, dove il fenomeno nasce già negli anni Cinquanta con il peronismo, ma anche in Europa e negli Usa, dove la disarticolazione della classe operaia ha fatto sì che i conflitti sociali assumessero a loro volta questa colorazione “populista”. Dove non lo seguo più è 1) laddove non si limita a riprendere la critica di Gramsci alla visione marxista dogmatica del rapporto fra struttura (composizione di classe) e sovrastruttura (ideologie) ma, invece di riequilibrare tale rapporto, lo rovescia completamente mettendo al primo posto la sovrastruttura, il che fa sì che l’egemonia non è più riferibile alle classi subalterne ma può spettare indifferentemente a uno qualsiasi degli anelli della catena equivalenziale di cui sopra in base a motivi contingenti; 2) laddove teorizza la centralità del leader carismatico come insostituibile riferimento simbolico del processo rivoluzionario. Le sconfitte che le rivoluzioni bolivariane hanno subito negli ultimi tempi dimostrano invece che, quando l’egemonia passa dalle classi subalterne ai ceti medi, e quando non esistono alternative dopo l’uscita di scena del leader perché non si è provveduto a costruire una leadership collettiva, il disastro è assicurato.

Negli anni ’90 Lasch parlava di secessione delle élite dalle masse. Oggi quella che viene definita sinistra rappresenta il voto di classe dei quadri tecnici, gli studenti universitari, gli intellettuali che abitano in metropoli cosmopolite come Parigi o New York e pretendono di non avere nessun vincolo con il popolo che anzi disprezzano. Masse che sono state espulse dalle città dai processi di accumulazione del capitale o rinchiusi in ghetti dove lottare per il poco welfare rimasto con gli immigrati. Da operaio che non ha avuto la possibilità di studiare molto, è un profondo odio di classe che percepisco sulla mia pelle ogni giorno quando sento questi elettori di sinistra insultare gli elettori della Lega o del Movimento Cinque Stelle chiamandoli “gli ignoranti che guadagnano mille euro al mese”. Riscontra anche lei questa riconfigurazione complessiva del voto di classe tra centro e periferia all’interno di ciascun paese?

Non la riscontro in termini di percezione soggettiva, anche se provo anche io un profondo odio di classe nei confronti delle sinistre “parioline”: la riconfigurazione di cui parla è un fenomeno empirico già ampiamente confermato e studiato da sociologi politologi ed economisti. Thomas Piketty, in uno studio sui comportamenti elettorali dei vari strati sociali dagli anni Cinquanta a oggi nei maggiori Paesi occidentali, dimostra dati alla mano, che mentre in passato i voti degli strati meno abbienti e meno acculturati andavano a sinistra e quelli degli strati medio alti andavano al centro e a destra, oggi questi comportamenti si sono del tutto invertiti. I voti popolari vanno a destra in assenza di una rappresentanza politica dei loro interessi e bisogni da parte di una sinistra socialdemocratica che si è convertita all’ideologia liberista e di una sinistra radicale che ha abdicato a ogni velleità anticapitalistica per concentrarsi sui diritti civili di immigrati, donne, minoranze sessuali, ambiente, animali, ecc.

Sulla crisi del movimento comunista vorrei chiederle esattamente dove nasce il punto di rottura con le masse popolari. Lei viene da Autonomia Operaia, un movimento straordinario che contestava la cultura politica del PCI negli anni ’70, consapevoli, se vogliamo, della direzione intrapresa già all’epoca dal capitalismo nella sua transizione al post fordismo. A me viene in mente in merito a ciò un discorso che fece George Marchais, a lungo segretario del Partito Comunista Francese e non certo amico di quei movimenti nati in Europa alla sinistra dei partiti comunisti, contro l’immigrazione ma anche i socialisti che all’epoca già disprezzavano gli operai, “sans dents”, come li descrive Hollande. Allora Marchais difendeva le masse popolari francesi da un’immigrazione incontrollata che avrebbe danneggiato in primis i proletari francesi perché anche se le élite metropolitane parlano di mondo senza confini, tengono bene in piedi quei confini di classe dentro le città che diventano gentrificazione ed espulsione della forza-lavoro nei piccoli e medi centri urbani. In fondo, parla lo stesso linguaggio di Marine Le Pen che infatti vince dove un tempo dominava il PCF. Che spiegazione riesce a darci di ciò?


Il paradosso è che oggi i “nipotini” dell’Autonomia Operaia (e degli altri movimenti post sessantottini) si collocano a destra (in termini marxisti) del vecchio PCI che in quegli anni contestavano da sinistra. Questo perché, come dicevo poco fa, si sono trasformati in movimenti “single issue” che non contestano il sistema in quanto tale. La questione dei migranti è un esempio tipico di tutto ciò: l’ideologia “no border” rimuove completamente un aspetto che era invece ben presente nel discorso dei Marchais, dei Togliatti e degli altri leader comunisti, i quali ricordavano l’insegnamento di Marx sull’uso capitalistico dell’immigrazione (ai suoi tempi lo aveva visto in opera con l’immigrazione irlandese in Gran Bretagna) come arma per scatenare la concorrenza fra poveri onde poter abbassare salari e ridurre la capacità contrattuale dei lavoratori autoctoni (è appena uscito in merito, “Lavoro importato”, un interessante libro di Barba e Pivetti). Ciò non significa che occorra inseguire Salvini e la Le Pen sul terreno della demonizzazione degli immigrati, facendone il capro espiatorio della rabbia proletaria. Il punto è lottare 1) perché chi è già qui venga regolarizzato e le sue condizioni contrattuali equiparate a quelle dei locali in modo da impedire la guerra fra poveri, 2) perché i flussi migratori vengano regolati per poter accogliere solo chi può essere integrato sia sul piano lavorativo che sul piano dei diritti sociali.

Lega e Cinque Stelle hanno raccolto il voto dei ceti popolari, di coloro che sono stati presi in giro dalla sinistra che ha letto gli eventi dopo il 1989 come l’occasione per spingere sull’acceleratore della globalizzazione. Mi sembra evidente che questa lettura di quegli eventi ha provocato la morte del ceto medio occidentale, come ha affermato giustamente Christophe Guilluy, e su questo malessere è nato il successo del populismo. Ma queste due forze politiche stanno dimostrando di non essere antisistemiche. I Cinque Stelle governano con il partito espressione della borghesia cosmopolita ed europeista e perciò risulta funzionale al processo di configurazione dell’UE come polo imperialista indipendente mentre la Lega ancora blatera di flat tax e neoliberismo, una gestione autoritaria dell’ordine costituito sul modello ungherese o russo. Come può affermarsi oggi in Italia una forza anticapitalista in un contesto simile?

A questa domanda è difficile rispondere. Personalmente credo che le chance di costruire un’alternativa siano legate a una serie di circostanze la cui realizzazione è allo stato del tutto imprevedibile. Occorrerebbero esplosioni sociali come quelle che si sono realizzate in Spagna e in Francia (gilet gialli e non sardine e fan di Greta Thunberg!) e che qui da noi mancano da Genova 2001. Occorrerebbe una scissione all’interno dell’M5S con la fuoruscita di tutti quelli che si erano avvicinati al movimento illudendosi che potesse realmente svolgere una reale azione antisistemica. Occorrerebbe, soprattutto, che, nel caso si verificassero queste e altre condizioni, ci fosse una forza politica in grado di sfruttarle per costruire un partito anticapitalista di massa. Purtroppo, per quanto riguarda quest’ultimo cruciale punto, siamo quasi all’anno zero: i vari cespuglietti comunisti fanno francamente pena e, ad eccezione forse del piccolo partito di Rizzo, cercano solo di lucrare qualche seggio in elezioni locali accodandosi al centrosinistra; quanto alle formazioni “sovraniste di sinistra” (termine orrendo ma tant’è) campo in cui anch’io sto attualmente militando, sono ancora minuscole e non riescono ad accordarsi per fare massa critica. Come si dice, la speranza è l’ultima a morire ma, se devo essere franco e vista la mia età, temo che a morire sarò prima io, mentre a voi auguro di fare in tempo a vedere qualcosa di nuovo.

Molte formazione del populismo di sinistra sembrano in crisi. In Francia Mélenchon sta perdendo terreno, purtroppo anche a causa di dissidi interni alla sinistra francese, mentre in Spagna Podemos cerca di governare con i socialisti che hanno come unico obiettivo la loro distruzione. Come giudica questa situazione politica?


Sia Podemos che France Insoumise scontano un difetto di origine: hanno intuito la necessità di cogliere le chance offerte dal momento populista della lotta di classe per superare i limiti delle vecchie sinistre dei rispettivi Paesi, e hanno capito (Mélenchon più di Podemos che su questo non ha mai sciolto le sue ambiguità) l’importanza di assumere il tema della sovranità nazionale contro la colonizzazione da parte del capitalismo globale incarnato dalle istituzioni della Ue, non sono invece riusciti a sbarazzarsi del tutto del vecchio armamentario ideologico delle sinistre radicali convertite alla centralità dei diritti civili e all’ideologia “liberal”. Così sono caduti entrambi nella trappola del frontismo “antifascista”, alleandosi con il centrosinistra per scongiurare la minaccia del populismo di destra. Questo antifascismo senza fascisti (Salvini e compagnia varia non sono fascisti ma, appunto, populisti di destra che hanno costruito il proprio successo agitando obiettivi che avrebbero dovuto essere fatti propri da sinistre degne di questo nome) è stato la tomba per questi movimenti: in particolare Podemos si è fatto “mangiare” dal Psoe (partito con cui non ha nulla da spartire e che fin dall’inizio aveva l’obiettivo di far fuori qualsiasi forza si muovesse alla propria sinistra) che, sfruttando la mobilitazione frontista contro Vox, ha potuto sfruttare la logica del “voto utile” mettendo all’angolo Podemos. E, quel che è peggio, questa logica frontista ha fatto sì che queste forze venissero riassorbite nel coro europeo condotto dai partiti e dai media neoliberali che invocano alla crociata contro il “populismo sovranista”.

Anche in America Latina il cosiddetto “socialismo del XXI secolo” sembra in crisi. In Bolivia è avvenuto un tremendo golpe che in Venezuela invece è fallito, anche grazie all’alleanza civico-militare su cui è sorto il chavismo. In Ecuador c’è stato il tradimento di Lenin Moreno e in Brasile il golpe contro il PT. Ritiene che uno dei limiti di questi movimenti sia stato il non aver messo radicalmente in discussione il capitalismo periferico, sfruttando i margini degli alti prezzi delle materie prime per finanziare i propri programmi sociali?


No i problemi sono molto più complessi ed esistono differenze fra i vari Paesi citati nella domanda. Io non penso che le sconfitte siano nate da “errori” (anche se ne sono stati fatti: per esempio in Venezuela non si è investito abbastanza per garantire la sovranità alimentare del Paese, in Ecuador si sono fatte troppe concessioni alle destre dimenticando che così si indeboliva la propria base sociale senza ottenere nulla in cambio, in Bolivia si è sopravvalutata la capacità di integrare le classi medie nel blocco sociale rivoluzionario e sottovalutata la capacità di resilienza della borghesia, in tutti questi Paesi non si riusciti a costruire una leadership collettiva in gradi di succedere ai vari Chavez, Correa e Morales, ecc.). Credo tuttavia che il punto cruciale sia il seguente: le politiche economiche postneoliberiste attuate da questi governi hanno ampliato e rafforzato le classi medie senza che ci fosse il tempo di “educarle” politicamente, per cui gli stessi beneficiari della rivoluzione le si sono rivoltati contro in nome dei propri interessi corporativi. Si poteva fare altrimenti? Non lo so, ma non credo che una politica più radicale in termini di nazionalizzazioni avrebbe cambiato molto. L’altro nodo irrisolto (ma questo riguarda l’intera storia del movimento socialista non solo quella del secolo XXI) è la convivenza fra socialismo e democrazia rappresentativa: se sei andato al potere per vie legali, per tenerlo devi mantenere l’egemonia politica per tempi assai lunghi perché, altrimenti, appena perdi un’elezione il nemico di classe può disfare i in poche settimane anni e anni di lavoro; né basta affiancare le istituzioni di democrazia tradizionale con forme di democrazia diretta e partecipativa perché così si crea un dualismo istituzionale inevitabilmente destinato a creare tensioni antagonistiche. Su questi temi consiglio la lettura del libro del vicepresidente Linera che uscirà fra un paio di mesi in edizione italiana (con una mia postfazione) dall’editore Meltemi.

Una certa sinistra no border, in cui faccio rientrate uno dei grandi pensatori degli anni ’70 come Toni Negri, fatica a comprendere la necessità di politiche migratoria. Fa ancora più fatica a leggere i drammi che sconvolgono l’Africa e il Medio Oriente senza usare categorie come l’imperialismo ma anche tutto quel filone della Teoria della Dipendenza, con i vari Giovanni Arrighi, Samir Amin, Ruy Mauro Marini, che sembra conoscere abbastanza bene. Lei ritiene che una forza anticapitalista debba riprendere in mano questa cassetta degli attrezzi per affrontare l’odierna crisi migratoria?

Su Negri e soci mi risparmio la risposta (ne ho già parlato prima a proposito delle sinistre no border). Per quanto riguarda la seconda parte della domanda rispondo lapidariamente di sì: la cassetta degli attrezzi che ci hanno lasciato autori come Samir Amin e Arrighi è fondamentale non solo e non tanto per la questione migratoria quanto per comprendere l’intera fase capitalistica che stiamo vivendo, la natura della società cinese, le prospettive di sviluppo del sistema geopolitico dopo la fine dell’egemonia americana e molte altre cose.

Altro tema delicato è l’UE. Questa struttura classista è stata voluta e costruita dalla borghesia italiana per rompere le gambe al movimento operaio, utilizzando la scusa del vincolo esterno per ridurre a mero teatrino il nostro Parlamento e buttare nel cestino della carta la nostra Costituzione. Una doverosa risposta a ciò potrebbe essere la difesa di una sovranità nazionale e della patria come spazio in cui portare avanti politiche a favore delle masse. Molti a sinistra reputano che l’UE sia ormai lo spazio in cui condurre la lotta di classe, non vedendo i rapporti di dipendenza che stanno trasformando l’Italia in una semiperiferia dipendente dal capitale tedesco. Qualcuno ha fatto ammenda, come il suo amico Franco Berardi “Bifo”, ma altri insistono su questa strada a mio avviso sbagliata. Vorrei sapere cosa ne pensa dei tentativi di riforma dell’UE proposti da Varoufakis e della MMT che riemerge come teoria economica da affiancare a questo ritorno alla sovranità nazionale.


Anche qui consentitemi di essere lapidario, del resto la prima parte della domanda contiene già la risposta; rispetto alla seconda parte la risposta è un secco no: non esiste alcuna possibilità di riforma della Ue perché la sua intera struttura istituzionale (la sua costituzione materiale, che coincide con i Trattati) è costruita in modo tale da renderla a priori irriformabile. L’unica via per ricostituire i margini per la difesa degli interessi delle classi subalterne è riconquistare la nostra sovranità (/a partire da quella monetaria). Questa Europa dev’essere solo distrutta perché non la si può riformare.

Ha scritto nei suoi libri molto sulle illusioni di internet come strumento per ampliare la democrazia. Ritengo corretta questa sua affermazione e da comunista di derivazione maoista non posso che riprendere tutta la critica alla neutralità della tecnica. Crede, come fa in Francia Jean-Claude Michéa, che dobbiamo liberarci di questa metafisica del progresso come base di ogni concezione borghese del mondo?


Ho scritto almeno cinque libri di critica alla neutralità della tecnica e contro le illusioni sulla cyberdemocrazia, quindi consentitemi di rinviare a quelli (e ai lavori di Michéa con cui sono in piena sintonia) perché non posso sintetizzare in poche parole centinaia di pagine. Sulla questione dell’ideologia progressista, modernista e nuovista delle sinistre (tutte, non solo quelle postmoderne ma anche in una certa misura quelle dei maestri del marxismo, compreso Marx) è appena uscito un mio dialogo con Onofrio Romano (Rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare, DeriveApprodi).

Ritiene il movimento dei gilets jaunes, come Occupy Wall Street e M15, destinato a spegnersi o è un’avvisaglia di un prossimo risveglio delle masse europee da questa impasse di deflazione salariale e trappola di liquidità che è l’UE?

Rispondo con una citazione dal libro di Linera di cui ho preannunciato poco fa l’uscita: questi movimenti, nella misura in cui non si pongono la questione del potere politico, sono destinati a spegnersi perché se si nega a priori la possibilità di cambiare le relazioni di dominio, l’orizzonte delle lotte si restringe riducendo queste ultime a “una dispersione caotica e frammentaria di sforzi disconnessi”.

sabato 23 novembre 2019

0 LA RIFORMA DEL MES: UNA TRAGEDIA PER L’ITALIA


Tra sardine, Salvini e crisi industriali sta entrando nel vivo il dibattito sulla riforma del MES, ovvero, l’istituzionalizzazione del Fondo Salva Stati con il relativo inasprimento della disciplina di bilancio.
Il mercantilismo tedesco prova a salvarsi e lo fa a discapito delle altre nazioni europee, in una lotta per la sopravvivenza che vede come prime vittime le nazioni del Sud Europa come la nostra.
C’è poco da dire su questo modello nefasto di cui in più occasioni abbiamo parlato, basti ricordare che questo concentrato di deflazione salariale e trappola della liquidità che è l’UE rischia di essere messa all’angolo da un’eventuale accordo tra i due motori dell’economia mondiale: Cina ed USA.
Mentre in Cina il tasso d'investimento è del 41% in Europa è del 19%, ecco spiegato perché i cinesi conquistano posizioni di forza nei settori economici più innovativi e portano avanti politiche di reflazione salariale dal 2008 mentre in Europa rimaniamo fermi al modello mercantilista e abbiamo una deflazione salariale che ha impoverito i ceti popolari.
Il commercio totale pesa sull’eurozona per il 78% del PIL mentre è pari al 28% per quello statunitense e del 38% per quello cinese.
Ora, la domanda da porsi è: come si salverà la Germania dal proprio collasso?
Con un’economia in crisi ed un sistema bancario sull’orlo del fallimento i padroni tedeschi hanno pensato bene di cercare il profitto dentro l’eurozona, inasprendo le regole europee e creando questo FMI europeo senza i vincoli politici della BCE e gestito esattamente come un'azienda, quindi da tecnocrati senza alcuna legittimità popolare.
L'obiettivo solo gli asset dei “fratelli europei” da ottenere mediante le linee di credito aperte dal MES che potranno essere di due tipi: PCCL (precautionary conditioned credit line) ed ECCL (enhanced conditions credit line).
Nel primo caso la precondizione è che la nazione interessata abbia rispettato tutti i deliranti parametri europei del Fiscal Compact (rapporto deficit/PIL del 3% e riduzione del debito pubblico sotto il 60% del PIL).
Chiaramente sono obiettivi impossibili per nazioni come l’Italia o la Grecia e quindi esiste l’opzione ECCL.
Ti forniamo il credito ma devi rispettare un rigido programma di aggiustamenti strutturali sotto la nostra attenta supervisione, come fa il FMI nei paesi a capitalismo periferico dell’Africa o dell’America Latina.
Questa opzione favorisce enormemente la speculazione attraverso la vendita dei titoli del debito pubblico, abbassando il loro valore e aumentando i tassi d’interesse.
Inoltre le Clausole di Azione Collettiva ampliano lo spettro dei titoli soggetti a questa ristrutturazione, realizzando un bail-in di massa che da un lato favorisce gli speculatori e dall’altro danneggia risparmiatori e chi investe in titoli di Stato.
C’è un’opposizione forte a questo progetto che nasce anche tra le fila dei padroni, in particolare nel sistema bancario italiano e nei boiardi di Stato che vorrebbero spingere il governo al confronto con l’UE per ottenere regole meno sbilanciate a favore della Germania. 

Vogliamo lasciarvi con Vladimiro Giacché, che presto vedrete intervistato sul nostro sito, presidente del Centro Europa ricerche, e le sue parole alla Camera davanti alle commissioni Bilancio e Politiche UE sul MES.

“In questi anni, nell'Eurozona, è aumentata la dipendenza dalla crescita della domanda estera. A tale dipendenza si fa riferimento, almeno indirettamente, nella proposta di riforma del Mes. Si tratta tuttavia di un richiamo nettamente sottodimensionato rispetto all'attenzione prestata agli indicatori di finanza pubblica. Sebbene questa sproporzione possa sembrare ovvia, dal momento che si vuole associare il Mes a rischi inerenti il debito pubblico, essa rappresenta invece un ennesimo errore di prospettiva nell'impostazione della politica economica europea. Il Mes costituisce un ulteriore rafforzamento delle regole che disciplinano la politica di bilancio dei Paesi dell'Eurozona, muovendosi in perfetta linea di continuità con le modifiche apportate al Patto di stabilità nel 2012. Riguardo agli aspetti più tecnici della riforma, posso anticipare di condividere le argomentate perplessità già espresse in questa sede dal professor Giampaolo Galli. Occorre porsi due domande di fondo: il Mes è utile all'Eurozona? è utile all'Italia? Riguardo alla prima domanda, per rispondere occorre verificare in quale misura il debito pubblico - e in generale i problemi inerenti alla disciplina di bilancio - costituiscano oggi un fattore di rischio per la moneta unica. Ci sono pochi dubbi sul fatto che l'Eurozona si sia tenuta nel suo insieme ai precetti della disciplina di bilancio, e questo si è riflesso sulle dinamiche del debito, che sono più favorevoli nell'Eurozona rispetto a Stati Uniti e Regno Unito. Ciononostante, il debito è aumentato anche nell'Eurozona, e questo fatto sta spingendo verso l'adozione di meccanismi di controllo ancora più stringenti. Obiettivo a cui mira la riforma del Mes. In sostanza, si ritiene che, non essendo stato conseguito l'obiettivo di riduzione del debito, debba essere rafforzata la disciplina dei Paesi membri. Si compie, a nostro giudizio, un errore di analisi che non dovrebbe essere avallato. La discussione sulla riforma del Mes non può prescindere dalla possibile evoluzione "negativa" degli scambi mondiali e del ciclo di crescita, per un motivo molto semplice: si tratta di fattori che incidono direttamente anche sulle prospettive delle finanze pubbliche. Ci troviamo nuovamente di fronte al tipico problema di uno shock simmetrico - una contrazione degli scambi mondiali - che può generare effetti asimmetrici sulle singole economie. Di fronte ad un indebolimento delle previsioni di crescita, i mercati potrebbero adottare un comportamento di 'flight to quality', e penalizzare quindi i Paesi con maggiore livello di debito pubblico come l'Italia. Questo, indipendentemente dall'effettiva capacità del sistema economico di contrastare lo shock di origine. Capacità che, al momento, appare essere maggiore in Italia che in Germania". 

venerdì 15 novembre 2019

0 INTERVISTA AL PROFESSOR BORIS J.KAGARLICKIJ


Boris Jul’evič Kagarlickij è nato a Mosca nel 1958. Sociologo, fine analista dei problemi della globalizzazione, dissidente di sinistra ai tempi dell’URSS ed oggi.
Autore di numerosi libri, è stato deputato al Soviet di Mosca fino al 1993. Membro dell’esecutivo del Partito Socialista russo, cofondatore del Partito del Lavoro e consigliere della Federazione dei sindacati indipendenti di Russia. Formatosi all’Istituto per Studi Politici Comparati dell’Accademia delle Scienze Russa, attualmente è direttore dell’Istituto di Studi sulla Globalizzazione.
Tra il 1978 e il 1982 scrive sul giornale-samizdat di sinistra Levyj Povorot. Nel 1982 viene arrestato per attività antisovietiche e rilasciato l’anno successivo. Nel 1988 pubblica The Thinking Reed: Intellectuals and the Soviet State From 1917 to the Present, in cui analizza la storia dell’evoluzione e della sopravvivenza dell’intellighenzia russa sotto il cosiddetto socialismo reale, libro che gli consentirà di vincere il prestigioso Deutscher Memorial Prize.
Nel 1993, dopo il golpe di El’cin, viene arrestato per attività comuniste in un periodo in cui era membro del Soviet della città di Mosca. Quegli eventi traumatici per il suo paese sono raccontati in Square Wheels: How Russian Democracy Got Derailed.
Altri lavori degni di nota sono:

The Dialectic of Change, pubblicato nel 1989 nel pieno del collasso del campo socialista in Europa Orientale in cui critica il riformismo di Gorbačëv. Evidenzia la sua fedeltà alla causa del comunismo mentre altri dissidenti di sinistra del socialismo reale si spostavano a destra o verso i Verdi, basti vedere i casi di Jacek Kuron in Polonia, Rudolf Bahro nella DDR o Miklos Haraszti in Ungheria.

The Mirage of Modernization, libro iniziato nel 1984 e pubblicato nel 1995 dove critica la resa dei comunisti e della sinistra al neoliberismo e al postmoderno.

Empire of the Periphery: Russia and the World System, libro del 2008 in cui analizza la Russia di Putin.

Critico feroce della classe dirigente russa, da Putin a Zjuganov, in italiano è disponibile solo il libro “Dove va la Russia” pubblicato dalla Di Renzo Editore nel 2004. Alcune sue interviste sono state pubblicate nel corso degli anni da “Il Manifesto”.

1. Le rivolte popolari sorte negli ultimi due anni si definiscono in un quadro di graduale collasso del sistema capitalista, e sono movimenti che soffrono di una quasi totale assenza di organizzazione politica, inclusi i partiti socialisti e comunisti. Come ritiene sia possibile convogliare la forza delle grandissime masse scese in piazza in Ecuador, Cile, Haiti, Libano, Iraq in un processo di superamento socialista del capitalismo?

C’è un detto spesso ripetuto che afferma che la storia non insegni a nessuno. Dal mio punto di vista la storia ci dà delle lezioni sufficienti ma di solito sono interpretate in modo sbagliato. È esattamente il caso della maggior parte delle idee sulle politiche rivoluzionarie: la tipica interpretazione di sedicenti marxisti è che se gli eventi si sono sviluppati in un modo particolare, per esempio in Russia nel 1917, allora in futuro si dovrebbero sviluppare allo stesso modo, altrimenti sono eventi sbagliati (e rivoluzioni sbagliate). Invece di aspettare che gli accadimenti passati si ripetano, dovremmo pensare piuttosto sul perché si sono sviluppati in quel particolare modo che conosciamo, per esempio nella Russia del 1917 e nella Cina del 1949. Nel caso di un sollevamento rivoluzionario attuale, dovremmo innanzitutto capire che questi avvenimenti sono in uno stadio molto precoce. La distruzione del vecchio regime non ha bisogno di un partito rivoluzionario, e di più, stabilire un nuovo ordine non segue immediatamente la distruzione dell’ordine precedente. Questo è un processo che impiega anni, e alle volte decenni (in termini di instaurazione di un nuovo modo globale di produzione – ad esempio del capitalismo al posto del feudalesimo e del socialismo al posto del capitalismo – secoli).

Il partito rivoluzionario non è MAI precondizione di una rivoluzione, ma sempre e solo un prodotto di una rivoluzione. Tutti i tentativi di creare un partito rivoluzionario preconfezionato e di conservarlo in anticipo aspettando il momento giusto di usarlo come uno strumento per ottenere il potere e cambiare la società finiscono sempre miseramente – neppure nella creazione di una formazione settaria o nella formazione di un’organizzazione che, contrariamente alla sua retorica, diventa irrilevante proprio nel momento per cui era stata teoricamente creata. La domanda è se le masse, gli attivisti e i leader di sinistra sarebbero stati capaci di sviluppare delle nuove organizzazioni rivoluzionarie adeguate agli attuali processi mentre si partecipa nelle lotte attuali. Non è seguendo i movimenti di massa o «guidandoli» in un’autoritaria via stalinista, ma attraverso lo sforzo sistematico che si trasforma la protesta spontanea in un’azione politica cosciente orientata verso una strategia articolata. Questo sforzo dipende più sulla politica che sull’organizzazione (come ha brillantemente spiegato Rosa Luxemburg analizzando il successo dei Bolscevichi nel 1917).

2. Anche in Russia ci sono state delle proteste, impensabili secondo il quadro dipinto dai media come un’irremovibile autocrazia: per esempio la protesta contro la riforma delle pensioni, le manifestazioni per le elezioni della duma di Mosca, e varie proteste locali. Secondo lei, anche in un «impero periferico» come la Russia si assiste alla decadenza del capitalismo, o è necessaria un’evoluzione del capitalismo coloniale russo in capitalismo avanzato del centro?

I media occidentali non comprendono la Russia per una ragione molto semplice: non c’è interesse nella comprensione o persino nello studio di questa società. E la Russia è molto particolare benché non sia in alcun modo unica. È una società molto aperta retta da un’oligarchia corrotta che è tutto fuorché una dittatura. Ha il controllo totale della televisione, ma la stampa e Internet sono liberi (diversamente dalla Cina, dall’Iran e da molti altri paesi), c’è un’attiva società civile che si sta sviluppando in un confronto permanente con lo stato; ci sono frodi e manipolazioni elettorali che non prevengono le vittorie dell’opposizione, e l’opposizione è pressoché corrotta come il governo. La politica in Russia è controllata non tanto con la repressione e coi divieti, ma prevalentemente attraverso negoziati clandestini tra clan e gruppi dell’élite. Per molti versi è parecchio simile al tipo di monarchie liberali che esistevano in Europa occidentale alla fine del XVIII secolo, come la Gran Bretagna e la Svezia a quei tempi. La crisi dell’attuale sistema viene dalla sua incapacità di sostenere una sorta di consenso manipolato che garantiva stabilità durante la maggior parte del periodo di Putin. Non ci sono abbastanza risorse per soddisfare sia le élites che la popolazione (come avveniva nei primi anni 2000). Ciò ha portato alle politiche di austerità e redistribuzione anti-popolare (tagliando le spese sociali per supportare le élites capitaliste e burocratiche, come il welfare aziendale negli Stati Uniti). Naturalmente questo sta provocando disordini sociali e proteste; ma la popolazione russa dopo due decenni di stabilità e consumismo sotto Putin manca di esperienza e capacità di auto-organizzazione. Ad ogni modo, il modello di stato che è esistito in Russia per vent’anni è in via di disintegrazione.

Le élites russe hanno chiaramente qualche speranza connessa all’ascesa della Cina, ma sono illusioni. La Cina non è una nuova potenza egemonica nel sistema-mondo capitalista come si aspettano alcuni teorici come Giovanni Arrighi, ma la sua avanzata è piuttosto sintomo di un declino storico del sistema-mondo, siccome qualcosa con un’effettiva egemonia sta diventando impossibile. La Cina sta incappando rapidamente in una crisi economica di scala praticamente senza precedenti nella storia, ripetendo la traiettoria già seguita dal Giappone e dalla Corea del Sud, ma con un’economia e una società oltre dieci volte maggiore. Dopo aver salvato il capitalismo neoliberista nel 2008-11, la Cina stessa sta per diventarne vittima. Perciò non c’è futuro per il capitalismo russo come partner minore di una nuova Superpotenza Orientale.

3. Come considera le proposte e le tattiche della KPRF (Partito Comunista della Federazione Russa, Коммунистическая Партия Российской Федерации) nei riguardi dello stato russo? È un partito che ha tentato con un certo successo di mettersi a capo dei movimenti popolari sorti dalle manifestazioni, al contrario di altri paesi, tutto mentre la Russia si inserisce all’interno del nuovo ciclo di accumulazione incentrato in Cina. Crede che la KPRF sia un autentico partito comunista che possa incarnare il futuro del movimento comunista russo?

La KPRF non è un partito comunista, ed è parte dello stesso sistema corrotto. Anatolij Baranov, un noto giornalista di sinistra, ha definito la KPRF come un monopolio con la licenza di pubblico approvvigionamento di servizi d’opposizione. Ma la condizione di questa disposizione è che la KPRF non ha alcuna ambizione di combattere per il potere persino a livello regionale. Ci sono alcune eccezioni interessanti, come l’amministrazione di Sergej Levčenko, il governatore di Irkutsk eletto nel 2015 e tesserato alla KPRF. Ma non è un segreto che Levčenko sia un uomo indipendente, e non fa così tanto parte della gerarchia di partito.

4. Il ruolo di Putin in Russia, a parer nostro, non si è mai molto discostato in realtà da El’cin: entrambi sono espressione dell’opulenta borghesia russa, per quanto Putin sia riuscito a incarnare il prototipo dell’autocrate liberista e retoricamente patriottico. Lei definisce che la Federazione Russa abbia visto due periodi, dopo il 1991; il primo di un’autocrazia oligarchica, e il secondo di un’autocrazia burocratica. C’è una differenza sistemica, o è solo un diverso modo di porsi e di apparire?

Il governo di Putin era possibile a causa della generale espansione dei mercati, sia interni alla Russia che internazionalmente. Su questo aspetto, il periodo di Putin è stato molto diverso da quello di El’cin, e comportò un certo grado di autentico successo durante la prima fase della sua amministrazione. Ma ora si è concluso. Ciò è caratteristico del capitalismo periferico, ovvero spesso affronta bene i periodi di espansione (generando l’illusione di un’imminente integrazione nel centro) ma nello stadio di contrazione, deve affrontare la realtà del sistema.

5. Sullo Chudožestvennyj Žurnal’ ha offerto delle interessanti riflessioni sull’uso dell’arte nell’attuale sistema culturale, dove le opere vengono fatte risaltare più per il loro valore e il loro mercato che per l’effettiva qualità artistica. Ritiene ci siano dei parallelismi fra URSS e Federazione Russa nell’uso politico dell’arte, mentre in Occidente sia prettamente il mercato a convalidare l’arte contemporanea? D’altra parte può riproporsi un fertile fermento avanguardista come quello a cavallo della Rivoluzione d’Ottobre?

Lo stato russo prova a riprodurre alcune delle esperienze sovietiche di uso dell’arte per scopi propagandistici, ma allo stesso tempo sia i burocrati sovrastano le politiche culturali, sia la classe creativa opera come se la sua clientela fosse totalmente integrata nel corrotto consumismo neoliberista, perciò vedono i progetti propagandistici più come un’opportunità per appropriarsi delle risorse pubbliche. Questo porta alla produzione di film terribili e alla costruzione di edifici orrendi che compromettono l’ideologia ufficiale invece di promuoverla.

6. Sulla maggiore eredità e speranza del socialismo internazionale, la Rivoluzione d’Ottobre, lei si è spesso pronunciato contro certe rozze interpretazioni liberali che leggono l’esperienza rivoluzionaria socialista russa come condannata alla nascita nel diventare la dittatura personale di Stalin. Al contrario, l’opera di Trockij al riguardo pare mantenere le speranze di una seconda rivoluzione socialista che completi il processo innescato dall’Ottobre. Ciò è forse l’esempio maggiore del connubio fra elemento storico ed elemento volitivo: che rapporto c’è fra le condizioni storiche e la volontà umana nella teoria dei sistemi-mondo e dei cicli d’accumulazione? Le circostanze fanno l’uomo non più di quanto l’uomo faccia le circostanze?

Come ha spiegato Erich Fromm (interpretando le idee di Karl Marx), è il modo di produzione che precondiziona il modo dominante di pensare. In questo senso, l’homo economicus capitalista è sia un prodotto del capitalismo, sia un fattore importante della sua riproduzione. E cambiare la psicologia di massa è un aspetto importante della prassi rivoluzionaria per il cambiamento della società. Ciò è esattamente il motivo per cui le vere politiche rivoluzionarie su scale di massa diventano possibili solo durante e nel processo della rivoluzione, promuovendo lo sviluppo logico e il radicamento della rivoluzione stessa. L’emancipazione è sempre un processo, non un atto unico: pertanto l’attuale crisi del capitalismo sia in Russia che nel mondo può essere vista come una ragione di speranza.

7. Il movimento dei Gilets Jaunes in Francia ha sorpreso tutte le élite europee, che credevano di aver superato una volta per tutte l’incubo di una rivolta popolare. Da lì in poi si è aperto l’attuale momento di rivolta popolare, anche se si è diretto dalla Francia a paesi periferici. Le cause sostanzialmente sono comuni a tutte le proteste, ovvero insorgono contro il dominio neoliberista, e attualmente non ne si vede la soluzione. È possibile che si riapra un conflitto così aperto tra subalterni e dominati in un paese del Centro?


Un aspetto importante della crisi del sistema-mondo è che la divisione fra il centro e la periferia è diventata meno nitida. Sussiste ancora, e ci sarà finché non supereremo lo stesso capitalismo, ma l’economia politica dei sistemi-mondo non corrisponde esattamente alla geografia come avveniva un tempo. Di fatto nell’analisi di Immanuel Wallerstein c’era sempre un briciolo di semplificazione nell’usare lo stato-nazione come unità di base, e quindi spesso erano sottostimate le divisioni di classe all’interno di questi stati, ma funzionava più o meno per il XX secolo. Tuttavia c’erano sempre delle sacche di centro nella periferia, e oggi vediamo larghe enclavi di periferia nel centro. Per un periodo di tempo è stato occultato alla vista perché le divisioni sociali in occidente divennero divisioni etniche. La classe subalterna era stata erroneamente interpretata come gli «immigrati», e le contraddizioni di classe come culturali, religiose o etniche. Ciò è esattamente quello che ha soddisfatto i fini ideologici della classe dominante (da ricordare Gramsci sulle contraddizioni politiche e sociali che iniziano a essere lette come culturali e di conseguenza irrisolvibili). Anche la sinistra ha giocato un ruolo molto reazionario, spiegando la formazione dell’esercito di riserva di lavoro come un problema culturale di «discriminazione degli immigrati», e incoraggiando l’immigrazione senza preoccuparsi di cosa i lavoratori (inclusi i lavoratori immigrati) pensassero realmente al riguardo. Ora vediamo che la divisione fra centro e periferia non è tra la Francia e l’Algeria, ma tra Parigi e le banlieues, tra la capitale e le città di provincia.

8. In contemporanea alle rivolte in tutto il mondo, sullo stesso scenario c’è Friday For Future, che tuttavia prende delle diverse pieghe a seconda dell’impostazione nazionale. In Italia, per esempio, la direzione nazionale è fortemente anticapitalista, e lo si vede con manifestazioni e picchetti contro industrie: per esempio il 1° novembre c’è stato un picchetto davanti a Zara, a Venezia e a Padova. Globalmente la protesta studentesca rientra nei ranghi del neoliberismo, ma è possibile che possa fungere localmente da catalizzatore delle istanze più autenticamente anticapitaliste e socialiste che si convengono a un movimento che proclama di cambiare il sistema, ma non il pianeta?

Le proteste studentesche sono spesso oggetto dell’egemonia dell’opposizione liberale in molti paesi, ma questo è parzialmente responsabilità della sinistra. Le attuali ideologie di sinistra non offrono nella maggior parte dei casi un’alternativa, per la ragione che la sinistra non è interessata nell’essere un’alternativa. E il problema non è per le idee: la sinistra non intende combattere per il potere dello stato, per il potere di classe, questo è il motivo.


9. Lei ha avuto una fittissima vita politica dalla fine degli anni Ottanta ai primi anni Duemila, nel tentativo di costruire un orientamento autenticamente socialista nell’Unione Sovietica e poi in Russia: per esempio era primo segretario del soviet di Mosca all’epoca della sua abolizione da parte di El’cin. A distanza di trent’anni, com’è stata la perestrojka, visto da un dissidente marxista riammesso da Gorbačëv nel PCUS?

Nel Mossoviet ero un deputato, non avevo una posizione amministrativa; me ne è stata offerta una, e la rifiutai. Inoltre, non fui mai riammesso al PCUS, né l’avevo mai richiesto. La perestrojka di Gorbačëv era inevitabile come tentativo di uscire dal vicolo cieco della «stabilità» burocratica degli anni ’70, ma non c’era alcuna possibilità di salvare l’Unione Sovietica perché le masse allora avevano già perso quella soggettività politica che non hanno riacquistato fino a oggi. Forse con la presente esplosione della crisi capitalistica globale abbiamo una seconda possibilità.

10. In Unione Sovietica a partire dal periodo di Brežnev si ingrossarono le file della dissidenza interna, specialmente a sinistra, che tentarono di ammodernare il marxismo ufficiale e che poi furono accolte parzialmente da Gorbačëv, come abbiamo già detto del suo caso. Anche nella Russia attuale esiste questa forma di “dissidenza” a sinistra dei partiti maggiori come la KPRF? Lei ha avuto un ruolo di una certa importanza nel Levyj Front, ma all’aprirsi delle discussioni su una collaborazione o meno con la KPRF, come poi avviene oggi, lei si è definitivamente ritirato dalla vita pubblica. È possibile ancora, secondo lei, aprire un processo egemonico delle idee socialiste della «Nuova Sinistra» in una Russia dominata, tra le altre cose, dall’ingombrante figura di Stalin?

Entro la metà degli anni ’90 il discorso dissidente di sinistra era morto, era stato abbandonato da molti dei suoi sostenitori e rappresentato solo da pochi individui come Aleksandr Buzgalin, Aleksandr Tarasov e me. Ora la situazione è totalmente diversa perché dopo l’esperienza di vent’anni di restaurazione del capitalismo, c’è una sinistra influente dal punto di vista intellettuale e persino politico, benché non sia organizzata attorno a dei partiti politici. La nostalgia per l’URSS è emersa nella forma del neo-stalinismo, ma non lo vedo come un grosso problema. Il futuro sarà deciso dalle masse ma solo se e quando le masse acquisteranno la coscienza politica e sociale necessaria per agire come una forza collettiva che cambia la società.

lunedì 11 novembre 2019

0 IL GOLPE BOLIVIANO, TRA LA TRANSIZIONE AL SOCIALISMO MANCATA E L’IMPERIALISMO AMERICANO


Il golpe che è avvenuto in Bolivia ci consente di fare molte riflessioni sull’America Latina e l’esperienza del socialismo del XXI secolo.
Stiamo assistendo alla reazione rabbiosa degli yankee all’erosione della propria egemonia nel vecchio cortile di casa. Le proteste in Cile ed Ecuador, la vittoria dei peronisti di sinistra in Argentina, la liberazione di Lula in Brasile, l’eroica resistenza del Venezuela, di Cuba e del Nicaragua stanno creando non pochi problemi all’Impero.
Dato che il modello neoliberista non ha alcun tipo di fascino ideologico per le masse, se escludiamo il calcolo egoista come esaltato da Ayn Rand, premessa di una società talmente infernale che speriamo non possa mai realizzarsi su questo pianeta, può essere imposto solo con la forza.
Gli USA oggi sono un gigantesco cumulo di muscoli e bombe che può solamente con azioni terroristiche tenere in piedi l’ordine mondiale costruito nel secolo scorso ma nulla potrà realmente fare contro l’avanzata di questa fase policentrica del sistema-mondo capitalista.
La Bolivia di Morales ha tentato di sviluppare il paese usando le proprie risorse naturali, in primis il gas naturale ed il litio, sottoscrivendo accordi non solo con i paesi dell’ALBA ma soprattutto con Cina, Russia, Iran e Turchia, tutte nazioni che picconano ogni giorno il dominio del dollaro e di conseguenza degli USA nel mondo.
Chiaramente questo golpe ha una duplice valenza: scacciare la Cina e la Russia da un paese dell’America Latina e ostacolare questo processo di dedollarizzazione che incalza sempre più il dominio americano.

Lo strumento chiave usato dagli americani è la locale borghesia compradora rappresentata in questo frangente da Chamaco, sfidante di Morales alle ultime elezioni.
Sono scesi in piazza subito dopo la vittoria elettorale di Morales, picchiando militanti delle formazioni che hanno sostenuto il presidente, sindacalisti, intonando cori razzisti contro gli indios, sventolando la Bibbia come simbolo della propria crociata contro i “comunisti” al potere.
Vendepatria, razzisti e classisti, con il loro carico di odio e con il sostegno delle Forze Armate hanno costretto Morales a dimettersi. Vediamo come evolverà la situazione nel paese e da parte nostra non possiamo che esprimere piena solidarietà al compagno Morales.
Sfruttando le riflessioni del professor Luciano Vasapollo pubblicate su Contropiano, vorrei però sottolineare limiti e pregi dei governi Morales.
Sicuramente hanno ottenuto successi innegabili nel contrastare la povertà, nel ridare dignità al popolo boliviano e nel sostegno concreto ai ceti popolari ma siamo lontani dall’aver avviato una transizione al socialismo.
Morales ha preferito costruire un modello di capitalismo ben temperato, sostenuto dalla vendita delle materie prime sul mercato internazionale a prezzi eccezionalmente alti nel passato decennio, senza edificare le basi concrete per uscire dal capitalismo.
Questa è la grande occasione persa dal cosiddetto socialismo del XXI secolo, non aver spostato oltre il confronto serrato con la locale borghesia compradora e con il capitalismo periferico dei propri paesi.

O si cerca di superare concretamente il capitalismo o permane sempre il rischio di essere spazzati via dalla reazione.
Non sono stati creati strumenti per superare la democrazia borghese e consentire alle masse di partecipare attivamente alla gestione dello Stato e delle attività economiche, elementi che permettono di solidificare le conquiste della transizione al socialismo, sia contro i suoi nemici che aldilà della permanenza al potere del gruppo dirigente di Evo Morales ed Alvaro Garcia Linera.
Inoltre non si è limitato il potere della borghesia compradora e se ne vedono le conseguenze.
Senza aver ripulito in profondità le gerarchie dell’esercito, questi, alla prima occasione, si sono rivoltati contro il governo di Morales, proprio come accadde ad Allende.
Questa è una delle differenze più importanti con il Venezuela, dove il chavismo nasce come patto civico-militare sin da subito, un movimento di liberazione nazionale contro una delle peggiori borghesie compradore del continente.
Le forze che in America Latina ambiscono al superamento di questo modello di capitalismo periferico non potranno che muoversi sul terreno della lotta di classe e del socialismo o saranno distrutte come è avvenuto in Ecuador, Brasile e Bolivia.

sabato 9 novembre 2019

0 ILVA, FCA E DECLINO DELL’INDUSTRIA ITALIANA


Il vento della crisi soffia sempre forte sul nostro paese: stagnazione, paletti europei, deindustrializzazione e crisi sociale.
Gli stabilimenti Fiat in Italia sono a rischio dopo la fusione tra Psa-Fca, frutto dell’enorme ritardo accumulato dagli Agnelli e dai francesi nel campo dell’auto elettrica.
Fca mette sul piatto le proprie auto d’alta gamma e di lusso, oltre al mercato nordamericano, mentre Psa offre la propria tecnologia nel campo delle auto elettriche ed ibride.
Il gruppo che nascerà sarà il quarto costruttore mondiale di auto (8,7 milioni di auto vendute) e si inscrive nel progetto di costruzione dell’UE come polo imperialista autonomo, in competizione con le altre macroaree del pianeta, in primis Stati Uniti e Cina.
Da valutare con attenzione il peso dello stato francese, il quale detiene il 12% di Psa, che sicuramente farà valere i propri interessi mentre il nostro governo parla di normale operazione di mercato.
Inevitabilmente ci saranno sovrapposizioni tra le produzioni e il governo francese si impegnerà a tutelare l’occupazione nel proprio paese.
In Italia rischiano Mirafiori, che doveva essere coinvolta nello sviluppo da parte di Fca dell’auto elettrica, inevitabilmente verranno usate le piattaforme avanzate in mano ai francesi, e Pomigliano, dove viene prodotto il Suv Alfa.
Ad essere al sicuro è lo stabilimento di Melfi dove viene prodotta la Jeep per il mercato nordamericano.

Altro dramma su cui riflettere è il nostro Mezzogiorno. Secondo il rapporto Svimez 2019 dal 2000 hanno lasciato il Sud Italia più di 2 milioni di persone, di cui la metà giovani compresi tra i 15 e i 34 anni, un quinto dei quali laureati. Tra 50 anni altri 5 milioni di cittadini lasceranno il Mezzogiorno italiano. Emergenza che viene aggravata dai processi di deindustrializzazione, smantellamento dello stato sociale che produce il fenomeno della migrazione ospedaliera verso il Nord Italia e una carenza cronica di investimenti che saranno accentuati dal progetto dell’autonomia differenziata.
A questo aggiungiamo un continuo calo demografico che si traduce in un peso sempre minore del Sud sul totale della popolazione italiana, oggi pari al 34,1%.
Un dramma che deve essere affrontato con la massima intelligenza da una classe dirigente al momento inesistente. La fuga dal Sud si somma ad una serie di vertenze sindacali che riempiono le pagine dei nostri giornali.
Dalla Whirpool di Napoli all’Ilva di Taranto, emerge la necessità di una pianificazione statale per dare nuova vita al Sud.
L’Ilva di Taranto è il simbolo delle sfide di una nuova e possibile stagione della pianificazione economica. Non può essere assolutamente tutelata una realtà produttiva inservibile che produce morte ed inquinamento.
L’acciaieria sta chiudendo a causa della sovrapproduzione mondiale dell’acciaio e dall’eliminazione dello “scudo” che avrebbe garantito un vantaggio competitivo ad ArcelorMittal senza innovare i processi produttivi, come ha scritto sul Manifesto del 09/11/2019 Marco Bersani.
ArcelorMittal sta abbandonando Taranto e le soluzioni alla questione scarseggiano, tra una popolazione in rivolta, sindacati che difendono un punto di vista superato da quarant’anni, un governo inesistente e i deliranti parametri di Maastricht.

Ecco allora l’attualità della sfida della pianificazione: come bonificare l’area e renderla capace di garantire l’occupazione?

Si può parlare di nazionalizzazione, ormai vista come ultima spiaggia dai più, addirittura solo parziale, al 20%-30% come suggerisce Landini, di Green New Deal o di Green bond ma il nodo gordiano sono i vincoli esterni dell’UE. Senza il superamento dei folli parametri europei, rinunciando al pilota automatico, sarà impossibile rilanciare qualsiasi autonoma politica industriale.
Non è questione di mercato l’Ilva o Fca ma di idea di paese: o si decide di diventare un paese sempre più periferico o si rilancia l’industria nazionale con dei chiari progetti politici.

giovedì 7 novembre 2019

0 INTERVISTA AL PROFESSOR MICHAEL HUDSON


Michael Hudson, professore emerito di economia all’Università del Missouri-Kansas City, è uno dei più importanti economisti marxisti del mondo. Intellettuale di classe, attento nell’analisi della storia del capitalismo, fornisce sempre delle chiavi di lettura interessanti per capire il mostro contro cui ci battiamo ogni giorno. Dallo studio dell’imperialismo americano alla storia del debito passando per le sue importanti visite alla Cina, Hudson ci fornisce sempre degli spunti su cui riflettere attentamente. Ha lavorato come analista per Wall Street, scrive sulle principali riviste di economia del mondo come il Financial Times.
Con la speranza di vedere tradotti in italiano i suoi libri, sono orgoglioso di avere avuto l'opportunità di intervistarlo.
Lascio ai lettori il link al suo sito.

1. Professor Michael Hudson, lei è spesso associato al pensiero di illustri economisti marxisti come Samir Amin e Giovanni Arrighi, soprattutto per aver capito che il capitalismo perdura nella sua crisi non dal 2008 ma dagli anni ‘70. Come è centrale nei suoi lavori l’imperialismo e lo sviluppo ineguale, tema fuori dalle agende di molti “compagni” specialmente quando affrontano il problema della crisi migratoria proveniente dall’Africa e dal Medio Oriente.
A suo avviso, oggi, l’imperialismo americano è in crisi oppure è vivo e vegeto come negli anni ‘90?


1. Gli Stati Uniti possono ancora gestire ad infinitum il passivo del bilancio governativo e della bilancia dei pagamenti. Ciò rimuove i vincoli (che altre nazioni invece continuano ad avere) alla loro spesa, sia militare che per altre porcherie, e alle acquisizioni di società straniere. La dedollarizzazione promossa dalla Cina, dalla Russia e da altri membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) non porrà fine al ruolo cruciale del dollaro, ma semplicemente gli coesisterà. L’eurozona continuerà a essere una zona morta neoliberista, che imporrà l’austerità e svilupperà una intensificazione della deflazione debitoria. La crisi nel capitalismo statunitense dipende dallo scontro fra il capitale finanziario e quello industriale – e avviene, in realtà, per impadronirsi del settore pubblico e privatizzare le infrastrutture e di conseguenza le funzioni pubbliche. Lo scopo non è quello di stimolare gli investimenti e l’occupazione, ma di gonfiare i guadagni in conto capitale sugli immobili, i buoni del tesoro e le azioni. Gli economisti mainstream mettono assieme il capitale industriale e quello finanziario, e così sono ciechi di fronte a questo conflitto che affligge ovviamente anche l’Europa, ed è potenzialmente minaccioso per la Cina e la Russia. Lo sfruttamento finanziario oggi è la minaccia più immediata alla crescita economica e al tenore di vita. Scusate la lentezza ma ci sono un sacco di termini tecnici


2. Lei si è impegnato molto nello studio del funzionamento della bilancia dei pagamenti, facendo delle osservazioni importanti all’epoca della guerra del Vietnam, individuando il disavanzo prodotto come frutto delle spese militari degli USA. In questo periodo, che lo porterà alla pubblicazione di Super-Imperialism: the economic strategy of American empire, intuì l’imminente abbandono dell’ancoraggio del dollaro all’oro. Il sistema che ne emerse si regge sulla supremazia politica, ideologica e militare degli USA. Ora che siamo immersi in una fase policentrica, come potrà reagire il suo paese ai processi di dedollarizzazione promossi ad esempio dalle nazioni BRICS ma anche dalla stessa UE?

2. Non c’è nulla che gli Stati Uniti possano fare per evitare la dedollarizzazione. Le sanzioni e nuove aggressioni catalizzano solo la fuoriuscita. Gli Stati Uniti sono militarmente un ammasso di muscoli e hanno solo le bombe per rispondere ai tentativi esteri di liberarsi dall’Impero Americano – con naturalmente, la corruzione e le intromissioni segrete. La via preferita degli Stati Uniti per risolvere le questioni internazionali è semplicemente corrompere politici e banchieri centrali stranieri, infiltrando le economie estere e la stampa con la potente macchina manipolatrice e propagandistica della CIA e della National Endowment of Democracy. Ma il neoliberismo è sprovvisto di qualsiasi ideale o fascino, a parte la celebrazione dell’egoismo alla Ayn Rand.

3. Come economista è diventato famoso per i suoi lavori di “archeologia economica”, con cui ha ricostruito lo sviluppo delle economie dell’Età Antica. A mio avviso questo sua lavoro ha una duplice valenza. La prima è cercare di ricostruire le diversità delle strutture economiche presenti nel mondo antico. La seconda invece dimostra, in un’epoca in cui le categorie del capitalismo sembrano astoriche, la possibilità di superare anche questo modo di produzione. Lei concorda con questa mia interpretazione del suo lavoro?


3. Mi sono concentrato sullo scrivere una storia del debito, e sull'idea che sia necessario cancellare i debiti che tendono a essere troppo ingenti per essere ripagati senza imporre l’austerità e la guerra di classe della finanza contro il lavoro e l’industria. Un effetto secondario della mia analisi è stato quello di mostrare come proprietà terriera e monetaria nel Medio Oriente si originò nei palazzi e nei templi, separata dall’economia a base familiare. La storia mesopotamica e le origini dell’impresa economica, della proprietà terriera e della privatizzazione è qualcosa a cui nessun  teorico ottocentesco avrebbe potuto pensare, perché i documenti archeologici e cuneiformi semplicemente non erano accessibili - ad Engels, a Marx o a chiunque altro in quel periodo. Sumer e Babilonia erano delle “economie miste”. I governanti avevano un interesse personale nel prevenire che emergesse un’oligarchia finanziaria terriera tale da monopolizzare la terra e ridurre il lavoro alla schiavitù – a scapito dei bisogni regi come il lavoro nelle corvée, il servizio militare e le tasse sul raccolto. Ciò mostra come l’antichità classica fosse unica nel non avere pesi e contrappesi del settore pubblico o del potere regale nei confronti della ricchezza privata. La caratteristica distintiva della civiltà occidentale è l’emersione di oligarchie tese a prevenire un governo forte capace di comprimere la loro avidità e il loro tentativo di monopolizzazione della terra e del denaro, così che queste possano ridurre le popolazioni al risarcimento forzato del debito. Il grande contrasto che vedo per gran parte della storia è tra il potere finanziario e il settore privato - che ne sta, in ultima analisi, prendendo il controllo.

4. Lei sembra contrapporre un capitale finanziario parassitario ad un capitale industriale sano. Sarebbe la finanza ad indurre politiche che riducono la capacità produttiva di un paese, con l’obiettivo di estrarre ricchezza dall’economia reale. Ritiene una contraddizione secondaria quella tra capitale e lavoro, guardando al capitalismo moderno come ad una sorta di neo-feudalesimo retto da una classe di rentiers. Altri autori marxisti non concordano con questa analisi. Penso ad esempio a Robert Kurz, secondo lui il solo scopo del capitalismo è quello di trasformare il denaro in più denaro. Il capitale necessita di essere valorizzato, altrimenti cessa di essere tale e perciò il capitalismo è obbligato all’eterna espansione. Il capitale deve trovare sempre nuovi spazi per la propria valorizzazione, per assorbire sempre nuovo lavoro vivo ed accumulare sempre maggior valore. Se un tempo le crisi di sovraccumulazione spingevano il capitale nella sovrastruttura finanziaria per accumulare capitale fittizio per qualche anno, fino allo scoglio della crisi che generalmente coincideva con un cambio di regia del paese guida dell’accumulazione mondiale, oggi è un tratto caratteristico di questa fase del capitalismo e motore principale del processo di accumulazione, almeno in Occidente. Oggi il capitalismo poggia sull’anticipazione di valore futuro e perciò il prodotto finanziario diventa la merce più importante, in una metamorfosi dettata dall’evoluzione stessa del capitalismo, che deve necessariamente superare in termini di portata la produzione dei vari settori economici. Tanto più diventa oneroso questo gioco, tanto più diventa complicato tenere viva questa molla dell’accumulazione, come ha bruscamente dimostrato la crisi del 2007-2008.
Lei come si pone nei confronti di queste letture dell’attuale fase del capitalismo?



4. Non ho mai detto che il capitalismo industriale fosse “sano”. Se così fosse, sarebbe stato capace di resistere all’impadronimento del capitale finanziario. Non ho mai sottovalutato la tensione tra il lavoro e il capitale industriale. A mio avviso, il capitale finanziario è diventato distruttivo del lavoro e anche del capitale industriale, e minaccia di imporre l’austerità cronica in stile Grecia. Marx era ottimista su come il capitalismo industriale si sarebbe evoluto. Si aspettava che le attività bancarie si sarebbero industrializzatd invece di diventare parassitarie e usuraie. Al contrario, ciò che è accaduto – specialmente a partire dalla I Guerra Mondiale – è che l’industria si è finanziarizzata e parassitizzata. I salariati sono vittime non solo del capitale finanziario che li indebita tramite i mutui per la casa, i prestiti per gli studenti, i mutui per l’automobile e i debiti delle carte di credito, ma anche dal capitale finanziario che li spoglia dei loro fondi-pensione, manovra le aziende per comprimere ed esternalizzare l’occupazione, e distruggere la sindacalizzazione dei lavoratori. Dunque, prima della lotta fra il lavoro e il capitale industriale, entrambi si devono liberare dalla finanziarizzazione come forma di neo-feudalesimo e neo-servitù. Il capitalismo industriale si è deteriorato nel capitalismo finanziario. Per ciò che riguarda M→M’, questo viene fatto oggi non tanto dal M-C-M’, ma attraverso l’inflazione dei prezzi degli asset: facendo soldi semplicemente dalla creazione di crediti pubblici e privati per gonfiare i prezzi del mercato immobiliare. Ciò crea aumenti di capitale. Il «capitale» negli «aumenti di capitale» sono titoli finanziari e proprietà, non capitale industriale che impiega lavoro salariato ricercando il profitto dalla produzione. Il capitale finanziario e la creazione di debiti stanno prosciugando il mercato interno e l’occupazione. Ciò ferma l’espansione capitalistica e causa un collasso finanziario. La domanda è, come controbattere? Il capitale finanziario sarà annientato con una cancellazione dei debiti come nelle società dell’Età del Bronzo, o saranno i debiti a rimanere sul posto, come allo stato attuale sotto il neoliberismo del FMI foraggiato dagli Stati Uniti?

5. Lei è tra gli ideatori della MMT. Molti marxisti, come Michael Roberts, contestato al modello macroeconomico della MMT che è la redditività degli investimenti capitalistici che guida la crescita e l'occupazione, non le dimensioni del deficit pubblico. Come risponde a queste critiche?

5. La Teoria Monetaria Moderna (MMT) emerge dalla tradizione marxista. Hyman Minsky era un marxista, così come lo sono io, e la maggior parte è almeno di sinistra. Il deficit del bilancio statale non ha in sé nulla a che fare con l’occupazione. Dipende totalmente su COME è speso. La maggioranza del deficit risulta dal taglio delle tasse ai ricchi, dalle elargizioni e sussidi a Wall Street e al settore finanziario, dalla spesa bellica e per il complesso militare-industriale. Perciò tutto dipende dallo scopo per cui è usata la creazione di moneta. Io divido il settore privato in Finanza, Assicurazioni, e Immobili (FIRE, ndT dall’inglese Finance, Insurance and Real Estate) – il capitale finanziario – e il resto del settore privato (manodopera e industria o commercio). Altri sostenitori del MMT non hanno messo in evidenza la necessità di distinguerlo, ma conversando privatamente sono d’accordo con me sul fatto che debba essere diviso. Ciò è difficile statisticamente, perché richiede una nuova forma di calcolo del PIL e del reddito nazionale. Ho provveduto a ciò nel mio recente saggio per la Boeckler Foundation sulla contabilità e sui profitti di capitale. (È disponibile sul mio sito, michael-hudson.com, e su quello di Naked Capitalism)

6. Nel mondo occidentale abbiamo visto all’opera in questo decennio un socialismo dei ricchi, con le banche centrali impegnate nel pompare soldi nel sistema finanziario per far ripartire gli investimenti. Addirittura in Europa abbiamo i titoli di stato con tassi d’interesse negativi. Eppure, dopo il QE di Mario Draghi, l’economia europea non riparte, anzi, è messa in crisi dal proprio modello mercantilista che ha regalato solo deflazione salariale e compressione dei diritti conquistati da decenni di lotte del movimento operaio. Come spiega questa situazione?


6. Certamente è mancata alla sinistra la teoria economica e la strategia politica. È come se sia disorientata dalla caduta dello stalinismo – e anche dalla sua riluttanza conservatrice nel vedere come il capitalismo industriale sia “finito male” e si sia trasformato nel capitalismo finanziario. L’Europa è dominata da neoliberisti di destra che scatenano una guerra di classe contro i salariati. Ha rubato la retorica socialista sfruttandola per la guerra finanziaria della destra di “tutti contro tutti”.

7.Ultimamente è spesso in Cina a tenere conferenze. Cosa possiamo imparare da comunisti dal modello economico cinese e lo ritiene un possibile modello di transizione al socialismo?


7. Si può anche solo dire che la Cina stia seguendo il modello ottocentesco degli Stati Uniti basato sui sussidi al settore pubblico dell’industria, protezionismo e una pianificazione anticipata. Sostanzialmente, “marxismo” è la parola cinese per “politica”. Più importante è che il sistema bancario e finanziario siano pubblici: ciò permette allo stato di annotare i debiti delle ditte (o delle famiglie) in una stretta finanziaria, invece di lasciarli alla vendita di imprenditori-squali e monopolisti. Naturalmente la Cina è un modello per la transizione al socialismo, ma ovviamente il problema è che è obbligata a un aumento delle spese militari e talvolta deve intraprendere delle dure politiche per difendersi dai tentativi statunitensi di destabilizzarla e minacciarla.

8. La domanda è inevitabile. Come spiega la riduzione del numero di disoccupati grazie alla politica economica di Donald Trump e in generale che giudizio ne dà?

8. La crescita nell'occupazione è in larga parte dovuta a lavori sottopagati, a pensionati anziani forzati a tornare nella forza lavoro, e a famiglie sostenute da tre lavori. L’occupazione non ha permesso ai salariati di accumulare più risparmi o di accedere di più agli alloggi. La maggior parte dei salari aggiuntivi sono versati come pagamento dei debiti, tasse più alte o come previdenza sociale e trattenute sanitarie, non come consumi. L’economia sta affrontando una pesante deflazione del debito che porta alla chiusura di molte vendite al dettaglio, ristoranti e altre imprese.

9. Sanders, Ocasio-Cortez, l’esperienza della rivista Jacobin segnano l’emergere di una tendenza riformista e socialdemocratica nella sinistra americana. Che giudizio si sente di dare a questa onda rosé che ha cambiato il volto del Partito Democratico?


9. Il Partito Democratico non è stato cambiato per nulla. È controllato da un ridotto “Comitato Nazionale Democratico” (DNC), che rimane pro-Wall Street, neoconservatore e a favore della classe dei grandi donatori. In un’economia che si sta polarizzando, non ci può essere alcun “centrismo”. Essere un centrista per un cambiamento progressivo è supportare lo status quo – che sta diventando sempre più polarizzato e finanziarizzato. Quando è minacciato da delle idee economiche di sinistra, il Partito Democratico sposta l’attenzione verso l'identità sessuale, l'identità razziale ed etnica – qualsiasi identità eccetto quella di avere in comune l’essere salariati! Non penso che il Partito Democratico così costituito sia riformabile. E negli Stati Uniti, nessun terzo partito ha molte possibilità, quindi il partito deve essere completamente smantellato: per far ciò ci vorrà molto tempo. Detto questo, Alexandria Ocasio-Cortez è una politica nata. Sta facendo un buon lavoro, per quanto può essere fatto. Sanders è traballante in politica estera ed è un socialdemocratico – intendo dire che se gli Stati Uniti avessero un sistema parlamentare come in Europa, i sondaggi darebbero ai Democratici circa solo l’8%. Il loro ruolo è di prevenire la nascita di un vero partito di sinistra.

10. Un'ultima domanda professore, com’è per lei essere comunista nel paese più anticomunista del mondo?

10. Ero molto conosciuto. Wall Street non si preoccupava delle mie posizioni politiche, solo se le mie previsioni e le mie analisi fossero giuste o sbagliate. Gli economisti di punta di Wall Street erano marxisti, perché chi altro potrebbe comprendere meglio il capitalismo? (Un indizio: sta tutto nello spremere plusvalore). Quando il mio libro Super-Imperialism fu pubblicato nel 1972, i maggiori acquirenti erano la CIA e il Dipartimento della Difesa. Herman Kahn mi assunse allo Hudson Institute, e il Dipartimento della Difesa diede una donazione di $ 85.000 (attuali 472.000 euro) a me perché spiegassi come lavora l’imperialismo. Lo avevo scritto per lettori socialisti, ma il governo statunitense lo usò come un manuale. Viceversa, non ero conosciuto negli ambienti accademici. Nel 1969-72, ai corsi post-laurea della New School for Social Research, non importava se avessi ragione o torto, solo se avessi gli slogan giusti e supportassi i loro finti marxisti. Il problema era che non avevano idea del fatto che il marxismo fosse basato sull’economia politica classica, e non erano mai mai arrivati a leggere il III volume de Il Capitale per discutere il capitalismo finanziario. Usai le Teori sul Plusvalore di Marx come mio libro di testo per il corso sulla contabilità del reddito nazionale, che offese la facoltà stalinoide di Bob Heilbroner, Steve Hymer e altri “marxisti borghesi” cui non piacevano davvero le idee economiche di Marx. Questo è il motivo per cui l’ho lasciata. Nel 1973 ero già uno degli economisti meglio pagati in Nordamerica per le mie previsioni, consultazioni per case di brokeraggio e consulenti finanziari, e poi per il governo canadese e l’Istituto delle Nazioni Unite per la Formazione e la Ricerca (UNITAR). Me la sono cavata bene.

venerdì 1 novembre 2019

0 INTERVISTA AL PROFESSOR GIANFRANCO LA GRASSA




Il professor Gianfranco La Grassa è uno dei più importanti economisti di derivazione marxista del nostro paese. Allievo di Antonio Pesenti e Charles Bettelheim, è stato fortemente influenzato dalla scuola althusseriana. Negli anni ha scritto lavori molto interessanti sul pensiero di Marx e l’analisi del capitalismo. Dal maoismo allo studio del conflitto strategico, emerge dalla sua parabola intellettuale tutta la sua capacità di analisi del capitalismo e del pensiero marxiano. Professore associato all’Università Ca’ Foscari di Venezia tra il 1979 e il 1996 e alla facoltà di Giurisprudenza di Pisa tra il 1964 e il 1981, negli anni ‘70 ha scritto spesso su Critica Marxista, l’organo teorico del PCI. Negli anni ‘80, con Costanzo Preve, fondò il Centro Studi di Materialismo Storico. Attualmente cura, con l’aiuto di Gianni Petrosillo, il sito Conflitti e Strategie e il proprio canale YouTube.

1) Professor La Grassa, lei ha avuto un percorso intellettuale molto interessante. Da maoista, agli studi sulla divisione tecnica come struttura portante del capitalismo per arrivare ai giorni nostri. Esiste un fil rogue che attraversa tutta la sua parabola intellettuale e quanto ha pesato l’influenza dei suoi due maestri Antonio Pesenti e Charles Bettelheim?

R. Dal punto di vista della discussione e interpretazione della teoria marxista (e, in particolare, di Marx), è innegabile che l’influenza maggiore è stata quella del Maestro francese, Bettelheim. Questi divenne di fatto parte della scuola althusseriana (sia pure con sue particolarità) nella seconda metà degli anni ’60. Ci si ricordi che nel 1965 uscì appunto il decisivo volume “Lire le Capital” di Althusser e i suoi allievi principali. Per quanto riguarda Bettelheim il testo più rilevante è “Calcul économique et formes de propriété” (1969), su cui si tenne il corso del 1970-71 all’Ecole Pratique des Hautes Etudes, cui partecipai interamente. Da allora andai tutti gli anni a Parigi per eventi vari o anche semplici discussioni serrate con il Maestro (e altri intellettuali marxisti, alcuni scomparsi, come Labica, Vincent, Texier, Balibar, Bidet, ecc.) fino al 2005 (egli morì nel 2006 a 93 anni, ancora ben lucido). Non saprei adesso indicare con precisione un filo conduttore dei miei studi teorici. Posso solo dire che non fui mai particolarmente interessato a “ciò che veramente ha detto Marx”. Mi premeva invece afferrare i concetti centrali (da me ritenuti tali) per analizzare la dinamica evolutiva delle diverse formazioni sociali umane e soprattutto quella dell’ultima, la capitalistica (la società a “modo di produzione capitalistico” per l’esattezza). Sarebbe un po’ lungo spiegare qui i motivi del mio decisivo avvicinamento alla scuola althusseriana negli anni ’60 del secolo scorso e del successivo allontanamento da essa; non completo e non certo in senso antagonistico.


2) L’elemento più importante del suo lavoro degli ultimi decenni è l’aver messo in primo piano la natura non rivoluzionaria del movimento operaio. Da qui deriva la non centralità nel capitalismo della proprietà dei mezzi di produzione, sfatando il mito della polarizzazione della società in borghesia parassitaria, di rentiers, da un lato e dei salariati dall’altro che avrebbe annunciato la rivoluzione comunista. Vorrei chiederle se nonostante ciò ritenga l’azione del movimento operaio dentro il capitalismo un elemento centrale del suo rinnovamento, per esempio con il collasso della fabbrica fordista in Occidente avvenuto negli anni ‘70.

R. Altra domanda che richiederebbe una risposta kilometrica. Comunque, nelle “10 discussioni su Marx” contenute nel DVD da poco messo in circolazione dalle Edizioni Avatar questo è ben spiegato. Certamente ho soprattutto messo in discussione la centralità della sfera produttiva; non negandone l’importanza, soprattutto per quanto riguarda il sistema dei rapporti sociali in detta sfera sociale, decisamente più rilevante rispetto allo sviluppo delle forze produttive, uno dei cardini del marxismo economicistico. Come conseguenza ho anche messo in secondo piano il problema, che invece è per me fondamentale in Marx: la proprietà (potere di disposizione) o non proprietà dei mezzi produttivi, che è la vera caratteristica della divisione in classi antagonistiche (due fondamentali), la cui lotta, com’è ben noto, era per il “Nostro” il motore fondamentale della storia. Il movimento operaio ha sempre avuto importanza (anche politica) nello sviluppo della società capitalistica, ma non è mai stato il possibile suo affossatore. Inoltre, per il rinnovo delle tecniche e organizzazione dei processi produttivi credo abbia sempre avuto maggiore rilevanza la competizione intercapitalistica. Inoltre, questa non si è mai affievolita come in molti, non solo marxisti, hanno pensato in merito alla forma oligopolistica del mercato; come ben disse Lenin, il “monopolio” non indebolisce la concorrenza ma invece “la porta al suo massimo livello”. Quanto all’elemento non valutato abbastanza in campo marxista, l’innovazione di prodotto (spesso legata anche al “progresso” della conoscenza scientifica), non credo sia stata promossa dalla lotta del movimento operaio, interessato prevalentemente alle condizioni di lavoro e di retribuzione; e  semmai al cosiddetto “Stato sociale”. Anche l’innovazione di prodotto trova la sua causa effettiva nella competizione interimprenditoriale.

3) Ritiene anche lei, come altri autori, ad esempio Robert Kurz, che il vero scopo del comunismo novecentesco, per citare Preve, sia stato una forma di accumulazione di recupero nei confronti delle nazioni a capitalismo avanzato?

R. C’è stato chi ha sostenuto che la “costruzione del socialismo” è stata una sorta di “accumulazione originaria”, di forma diversa (e più accelerata mediante l’azione statale) rispetto a quella sviluppatasi soprattutto in Inghilterra e che è poi sfociata nell’essenziale processo della “rivoluzione industriale” (1760/70 – 1830/40). Mi sembra soltanto una parte della spiegazione di quanto è avvenuto nel periodo di passaggio dalla formazione sociale feudale a quella capitalistica. C’è sempre sullo sfondo una interpretazione sostanzialmente economicistica dei processi storici; una interpretazione a cui hanno spesso aderito anche coloro che hanno perfino esagerato, per altri versi, le determinanti culturali delle svolte sociali. C’è un grande lavoro storico da ri-fare. Non sono uno storico e inoltre qui non c’è certo tempo e spazio per un simile ripensamento. Dico solo che la dinamica nella specie umana si modifica profondamente rispetto a quella delle altre specie animali per l’uso della sua caratteristica particolare (e fondamentale): il pensiero, la ragione o come la si voglia chiamare. E’ quella che consente la nascita del PLUSPRODOTTO (il “di più” del necessario per esistere e sopravvivere), che indubbiamente ha consentito all’uomo di avere una storia evolutiva con continue trasformazioni della vita individuale e sociale. Tuttavia, si tratta della condizione necessaria a tale evoluzione, ma le forme specifiche della stessa – e delle trasformazioni verificatesi tramite continui conflitti – dipendono dalle peculiarità delle strategie poste in essere dai diversi comparti sociali (con tradizioni, cultura e insediamenti territoriali differenti) per vincerne altri e assumere la supremazia. La vita deve “mangiare” altra vita per vivere. Nell’uomo questo “mangiare” si sostanzia di particolari modalità che definirei la POLITICA nel suo senso più preciso e significativo. Quella che diciamo economia è solo strumento. Il vero motore dell’evoluzione, e quindi della storia dell’essere umano, è il conflitto; dunque la strategia (la POLITICA) per vincerlo e assumere la predominanza.

4) Un altro elemento chiave delle sue ultime elaborazioni teoriche è senza dubbio il concetto di agente strategico, in cui gli imprenditori, che lei descrive prendendo le mosse da Schumpeter, agirebbero in primis per conquistare una supremazia politica e ideologica e secondariamente per ottenere il massimo profitto dalle proprie attività economiche. A mio avviso questa impostazione strutturalista può essere migliorata partendo dalla comprensione del modo di disciplinamento capitalistico dei corpi, senza entrare nel cortocircuito dell’egemonia senza primato di scambio. L’egemonia diventa disposizione dei corpi, delle potenze produttive ed attualizzanti la realtà.  Lei cosa ne pensa di questa critica?

R In Schumpeter, per quel che ricordo, c’è soprattutto l’innovazione, che rompe il “flusso circolare” e quindi crea anche in tal caso un “di più”. Questo è per lui il profitto, che dunque spetta “per merito” all’imprenditore innovatore. In Marx il problema è in effetti diverso poiché, basandosi sulla teoria del valore-lavoro, il “plusprodotto” (di cui il profitto è parte determinante) nasce dalla differenza tra il valore creato dal lavoro (in atto) del produttore (che è il lavoratore tout court, sia dirigente che esecutore) e il valore della forza lavoro, che è appunto il lavoro incorporato nei beni per la sussistenza (storico-sociale, non solo biologica) dei lavoratori. Schumpeter parla anche dell’imperialismo, che non è però il lato prevalente della sua teorizzazione. E poi non mi sembra proprio che il suo concetto di imperialismo abbia qualcosa a che vedere con quello di Lenin, da me considerato decisamente superiore. Quindi, non credo proprio di avere preso le mosse da simile autore, che mi resta sostanzialmente estraneo pur se lo considero comunque un importante economista (e anche qualcosa in più). Ho solo ricordato che in Marx (e “pour cause”) manca di fatto l’innovazione di prodotto, senza dubbio rilevante, ma che c’entra poco con il concetto di “conflitto strategico”, di cui sono sostenitore. Simile innovazione è fondamentale nella competizione mercantile. Io sono spostato sulla per me decisiva lotta (e tutt’altro che semplicemente economica) per le “sfere d’influenza”. In definitiva, stimo senz’altro Schumpeter, ma non sono schumpeteriano nemmeno in minima parte. La faccenda “dei corpi” non capisco cosa significhi. Detto un po’ scherzosamente, mi interesso delle “anime”.

5) Lei spesso evidenzia come il marxismo abbia posto l’accento troppo sulle innovazioni di processo e non di prodotto che invece rappresentano la vera spinta all’accumulazione del capitale, come dimostra l’odierna esplosione dell’economia verde. A detta di alcuni compagni, queste innovazioni renderebbero sempre meno centrale il lavoro umano, con il prevalere del lavoro morto sul lavoro vivo. Lei come ritiene di rispondere a queste affermazioni?

R. Ho già detto l’essenziale prima. Non vedo cosa dovrei rispondere. Salvo che la cosiddetta economia “green” è a tutti gli effetti politica; e della più  bassa specie. Una sorta di ideologia da minorati che tenta disperatamente di supplire al crollo delle grandi ideologie del ‘900. Potrà servire a far guadagnare qualche “soldino” ai furbastri, che sono tutto salvo che grandi innovatori. Incomprensibile la conclusione che aumenta il lavoro morto. Quest’aumento è avvenuto soprattutto quando si è passati dall’industria “leggera” (ad es. la tessile) a quella “pesante” (ad es. siderurgia e produzione di grandi macchinari). Allora si sostenne, da parte dell’economicismo dei marxisti più beceri, che la crescita della produttività del lavoro e dunque del saggio del plusvalore (PL / V) non avrebbe compensato quella ancora maggiore della composizione organica del capitale (C / V) e dunque ci sarebbe stata la ben famosa caduta tendenziale del saggio di profitto (PL / C + V) con possibile “crollo” del capitalismo. Tesi che ha reso sciocchi i marxisti e ha determinato l’imbarbarimento della teoria marxiana rendendola una profezia smentita dai fatti. Ho perso la mia vita a criticare i “marxologhi” che dibattevano la “caduta tendenziale” e la “trasformazione del valore in prezzo di produzione”. Adesso ho cancellato dalla mia mente simili elementi di demenza e non intendo più discuterne con nessuno. SIA CHIARO: DISCUTO SOLO DI POLITICA E DEL CONFLITTO (TRA STRATEGIE CONTRAPPOSTE) CHE LA SOSTANZIA. E’ però evidente che non è stato il solo marxismo a divenire rozzo economicismo. Il liberismo degli attuali dominanti – tutti, dalla presunta “destra” alla sedicente “sinistra” – sono dentro questo orizzonte di falsità e inganno, fatto di numeri sempre cangianti e di previsioni del tutto cervellotiche. Bisogna mandare a casa i sedicenti economisti, uno più ignorante dell’altro.

6) Molto interessante è anche la sua distinzione tra fase monocentrica e policentrica del capitalismo, dove le potenze sono in lotta per un predominio che è geopolitico, ideologico ed economico.
Quali sono i punti di contatto e di divergenza tra questa sua riflessione teorica e quelle sui cicli di accumulazione di Giovanni Arrighi e sui sistemi-mondo di Immanuel Wallerstein?

R. Li ho letti a suo tempo e anche abbastanza. Ma è appunto passato troppo tempo; non me la sento di arrabattare in qualche modo una risposta. L’unica cosa che ricordo è che vi erano punti di divergenza, ma li consideravo pensatori intelligenti. E’ un po’ poco, lo so, ma non posso inventarmi ciò che non ricordo bene e che, in effetti, era piuttosto lontano dai miei “rovelli”.

7) Le sue riflessioni portano all’estremo la critica ad ogni forma di storicismo, economicismo ed umanesimo, arrivando ad una sorta di aleatorità del socialismo che inevitabilmente mi fa pensare al materialismo aleatorio di Althusser. Il noto pensatore francese arriva a concepire il processo senza soggetto, come negazione di ogni forma, interna o esterna, di teleologia, affermando il primato della relazione sugli elementi relati. Quanto devono ad Althusser le sue riflessioni e a cosa può essere utile leggere oggi le sue opere?

R. Mi sono formato, almeno per gran parte del mio orientamento teorico, seguendo l’impostazione althusseriana, soprattutto sotto l’influenza di Bettelheim. In particolare, ho partecipato a suo tempo al fondamentale dibattito sul primato delle forze produttive o dei rapporti sociali di produzione in merito alla dinamica che avrebbe condotto alla trasformazione del modo di produzione capitalistico. Io ero dalla parte del rivoluzionamento dei rapporti. Tuttavia, è impossibile spiegare qui la complessità e ricchezza di quel dibattito. Per averne una qualche conoscenza, pur sommaria, si può ricercare il dibattito che si svolse in “Critica marxista” nel 1972-73, prendendo l’avvio da un articolo di Emilio Sereni con prima risposta di Cesare Luporini. Era una sorta di discussione “sul sesso degli angeli” (che infatti non era per nulla una semplice questione “astratta”) con ogni sorta di citazioni di passi marxiani. In realtà, si è trattato di uno snodo cruciale del conflitto tra riformisti e rivoluzionari in merito alla lotta anticapitalistica di chi diceva di rappresentare la “classe operaia”, presunto soggetto della transizione dal capitalismo al socialismo. Il primato delle forze produttive significava appoggiare ancora il capitalismo nel suo sviluppo (e quindi si stava di fatto dalla parte delle forze politiche che agivano per non abbatterlo), sostenendo che questo era preliminare ad ogni suo mutamento. Dalla parte avversa si sosteneva la necessità di un conflitto per trasformare innanzitutto il rapporto di forza tra le classi antagonistiche (supposte tali) nel sistema dei rapporti sociali capitalistici. Cominciai a criticare l’althusserismo sulla sua idea che l’errore di Marx fosse stato di iniziare “Il Capitale” dalla merce e non dalla quarta sezione dedicata alla manifattura e all’industria basata sulle macchine. Compresi allora che l’althusseriana “non soggettività” dei processi sociali era in realtà una mera “intersoggettività”. La “lotta di classe” diventava una sorta di demiurgo da cui nascevano le classi contrapposte. Cominciai invece a pensare che determinati processi storici avevano formato le classi contrapposte, che quindi entravano proprio in campo come “squadre di calcio” già formate prima (un prima logico) dell’inizio della lotta (della “partita”); proprio l’idea contraria rispetto a quella del filosofo francese. Infine, mi accorsi che egli non aveva afferrato la teoria del valore e plusvalore in Marx. Tutto sommato pensava all’idea del profitto capitalistico come originato dall’esercizio del potere del capitalista sull’operaio. Di fatto, si trattava di concezioni simili a quelle di Dühring criticate da Marx e nel ben noto opuscolo di Engels. Concezioni tipiche del nostro rozzo “operaismo”, che ha portato ad un’autentica distruzione del pensiero marxiano.


8) Parla spesso di capitalismi e mai di capitalismo. Oggi che viviamo l’ascesa della Cina e di altre nazioni asiatiche, quali elementi di differenza nota tra queste due realtà?

R. Da molto tempo penso che siano esistiti almeno due capitalismi. Innanzitutto quello che definisco “borghese”, quello inglese giunto alla maturità soprattutto con la “prima rivoluzione industriale”. Si tratta del capitalismo da Marx definito (nella Prefazione al I libro de “Il Capitale”) il suo laboratorio d’analisi; e da cui egli trasse infatti le previsioni relative alla “rivoluzione proletaria” di tipo internazionale. In realtà, non ci fu questa rivoluzione e, alla fine, nel secolo XX si affermò il capitalismo statunitense, quello definito da Burnham (nel 1941) “manageriale”. Personalmente ho cercato di analizzare tale nuovo capitalismo con riferimento agli “strateghi” del capitale. Anche questi problemi sono stati discussi nelle “10 discussioni su Marx” che l’editrice Avatar ha messo in circolazione recentemente (ma che ancora non sono ben distribuite). Manca finora una adeguata analisi del “socialismo” per nulla affatto realizzato, ma nemmeno mai stato realmente “in costruzione”. Solo allora si comincerà a capire meglio che tipo di formazioni sociali si stanno sviluppando in Russia e in Cina (assai differenti fra loro). E’ dimostrazione di crassa ignoranza parlare ancora di Cina comunista. Comunque, Russia e Cina non sono nemmeno compiutamente capitalistiche.

9) Lei parla spesso di analisi che nascono dai problemi della fase per giustificare il suo lavoro di rivoluzionamento del pensiero marxiano. Ritengo che lei sappia leggere molto bene il funzionamento del tardo capitalismo, vorrei chiederle però come mai manca nelle sue opere una teoria della prassi per i dominati.

R. Dopo il Congresso di Vienna del 1814-15 – detto della Restaurazione, anche se in definitiva non si arrivò a tanto – si entrò in un periodo che riterrei di grande confusione e incertezza nel campo delle teorie sociali e dei movimenti ideologici. Poi è venuto il ’48, ma credo che una nuova epoca sia andata più decisamente affermandosi nella seconda metà dell’800 con il lento declino della potenza e supremazia inglese e il crescere degli Stati Uniti (dopo la guerra civile del 1861-65), della Germania (divenuta tale nel 1871 e dopo aver battuto in guerra la Francia) e, più tardi, del Giappone. Inoltre si è andato sviluppando anche il cosiddetto “movimento operaio”, con la I Internazionale (1864), durata molto poco, e soprattutto con la II (1889) che si dissolse con la prima guerra mondiale. Secondo me, già prima della fine del sistema detto “bipolare” (1989-91), ma comunque soprattutto nei due decenni di questo nuovo secolo, stiamo entrando in una nuova epoca, i cui contorni sono tutt’altro che ben definiti nei loro termini socio-politici e di ripensamento teorico. Non credo che vi sia qualcuno in grado di lanciare nuove analisi teoriche e nuovi veri movimenti di largo respiro. Gli anziani come me possono tutt’al più cercare di definire in modo sempre più preciso la fine della precedente epoca, delle teorie e ideologie tipiche di quel periodo. Possono anche avanzare qualche nuova ipotesi per l’analisi complessiva della situazione in accentuato mutamento. Se però ci si mette con sicumera a proclamare nuovi orientamenti di aggregazione e conflitto delle forze in campo e a indicare precisi obiettivi sociali da raggiungere, temo che si verrà smentiti nel giro di pochi (ma proprio pochi) anni. Non a caso assistiamo oggi ad una incredibile improvvisazione delle forze politiche che affermano di essere il “nuovo che avanza”. E sono di una inettitudine e povertà di idee che suscita a volte, almeno in me, quasi incredulità. Quanto ai giovani (diciamo dai 40 in giù, ma nemmeno fra quelli della mezza età), ne vedo rarissimi che si pongono il problema di una analisi non limitata all’“attimo fuggente”; già ripensare gli ultimi anni sembra per loro una impresa da “titani”. Io invece mi sforzo di riconsiderare tutto ciò che è ormai passato e passibile di qualche valutazione approfondita. E cerco, sulla base di ciò che pur considero finito, di avanzare qualche ipotesi sulle tendenze oggi in atto sia in campo internazionale sia per quanto riguarda le strutture sociali dei paesi capitalistici odierni. Assolutamente non mi perito a inventarmi attività politiche da intraprendere. E da parte di chi? E insieme a chi? Non riesco nemmeno a trovare interlocutori per avviare la costruzione di qualche minima rete di collegamento atta ad affrontare almeno una battaglia culturale e di contrasto alle “chiacchiere” vetuste di un ceto intellettuale ormai del tutto degenerato. Quasi tutti – con lodevoli eccezioni – sembrano solo interessati a qualche carriera nell’ambito delle nullità politiche oggi esistenti.   

10) Ritiene che esiste qualche speranza di rivoluzionamento del marxismo dentro le attuali organizzazioni politiche che si rifanno al pensiero di Marx in Italia, ad esempio Potere al Popolo o il PC di Marco Rizzo?

R. “Potere al popolo” mi sembra fautore (non so quanto in buona fede) di un comunismo che è pura religione, sia pure terrena. Stimo molto di più i religiosi che credono ad una realtà “altra”, trascendente. Quelli che predicano la fratellanza, l’eguaglianza (non so in che senso), su questa terra, mi stanno indigesti anche perché ho forti dubbi sulla loro onestà intellettuale. Se credono sul serio alle loro prediche, allora ho l’impressione che non abbiano un sufficiente livello di intelligenza e di realismo. Rizzo e quelli come lui mi sembrano altra cosa. Ci parlerei volentieri. Tutto sommato ritengo però che una serie di temi, per loro ancora in voga, siano invece da ripensare con radicalità. In ogni caso, si tratterebbe di discuterne e di capire i loro effettivi intendimenti. Quanto a Marx, sarò presuntuoso, ma credo di essere ormai quasi il solo a dare una interpretazione minimamente coerente del suo modello teorico, che tuttavia non è più attuale; anzi invalidato da un bel po’. E’ però importante, ma solo se serve ad una decisa rielaborazione che dia inizio ad un nuovo percorso. E parlo di inizio; ce ne vorrà per formulare una nuova teoria in qualche modo realistica rispetto alla nuova epoca “in avanzata”.


 

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