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domenica 27 dicembre 2020

0 INTERVISTA A GERARD DUMENIL


Gérard Duménil è un ricercatore francese di economia politica d’ispirazione marxista. Laureatosi all’École des Hautes Etudes Commerciales de Paris, fino al 2007 è stato direttore della ricerca al CNRS. A partire dagli anni ‘80, ha scritto la maggior parte dei suoi lavori con Dominque Lévy del CNRS. Oltre ad un attento studio del neoliberismo, da quando emerge come nuova fase del capitalismo e alla sua connotazione di classe, fino ad arrivare agli sviluppi più recenti, è famoso per i suoi studi sulla teoria del valore-lavoro di Marx e per l’ipotesi del capitalismo manageriale come formazione sociale ibrida che ci sta portando fuori dal capitalismo.

Assieme a Jacques Bidet, scrive e prende parte ai dibattiti della rivista “Actuel Marx”.

In italiano è solamente disponibile, presso la casa editrice Asterios, “Capitale risorgente. Alle origini della rivoluzione neoliberista”.

Tra i suoi principali lavori ricordiamo: “Le concept de loi économique dans Le Capital, Avant-propos de Louis Althusser”, François Maspero, Parigi, 1978; “De la valeur aux prix de production”, Economica, Parigi, 1980; “Altermarxisme. Un autre marxisme pour un autre monde”, scritto con Jacques Bidet, PUF, collection « Quadrige », 2007; “La grande bifurcation. En finir avec le néolibéralisme, Coll. « L'horizon des possibles », La Découverte, 2014 e “Managerial Capitalism Ownership, Management and the Coming New Mode of Production”, Pluto Press, 2018.




1. Il suo ripensamento della teoria del valore-lavoro, può essere considerato il modo per risolvere il dilemma della trasformazione dei valori in prezzi, soddisfando simultaneamente le due uguaglianze proposte da Marx: somma di valori pari alla somma dei prezzi di produzione e plusvalore totale pari al profitto totale, quest’ultimo espresso in denaro?


R 1. Ci sono, nella produzione capitalistica, prezzi di equilibrio, chiamati prezzi di produzione, che assicurano la uguale remunerazione del capitale richiesta dalla produzione di merci (i prezzi di produzione sono prezzi di equilibrio di lungo periodo, risultanti di un “processo operativo”, la mobilità del capitale secondo differenziali di redditività). A questa analisi possiamo aggiungere che l'esistenza di rendite su risorse non riproducibili porta alla considerazione di altri prezzi se vogliamo mantenere la tesi della parità di rendimento del capitale. Accanto a questi meccanismi si può citare il pagamento delle tasse sulla produzione, che modifica i sistemi dei prezzi di equilibrio.


La tesi di Marx è che questi prezzi influenzano l'allocazione di un surplus, il plusvalore, tra diversi beneficiari: capitalisti, proprietari terrieri, lo Stato... - ma non creano o distruggono nulla. La teoria del valore-lavoro sostiene che i prezzi ai quali vengono effettuati acquisti e vendite non modificano il valore totale creato ma alterano la distribuzione di questo valore, mentre, secondo l'economia dominante, i prezzi di equilibrio sanciscono il contributo dai vari "fattori" alla produzione. Marx definisce il capitale come valore assunto in un movimento di autoincremento. "Movimento" si riferisce al ciclo delle forme di capitale (denaro, merce e capitale produttivo) e la "crescita" risulta dall'appropriazione del plusvalore: senza lavoro non si crea valore. Marx raggiunse lì il vertice del suo pensiero teorico, e del pensiero teorico in generale di questa materia, senza alcun rivale.


La teoria del valore di Marx è definita a livello d'interfaccia tra la sua economia politica e la sua teoria della storia delle società umane, distinguendo vari modi di produzione secondo le modalità di appropriazione e realizzazione di un "surplus": una frazione delle fatiche dello schiavo, del servo, del proletario, cioè il pluslavoro. Il capitalismo è l'ultimo anello della catena dei modi di produzione ed è definito dalle condizioni di appropriazione e realizzazione del pluslavoro che sono specifiche ad esso. Da ciò deriva l'economia politica del capitalismo (Marx è un critico dell'economia politica dominante, ma produce un'economia politica alternativa i cui concetti fondamentali sono merce, valore, capitale, plusvalore, profitto... per non parlare delle sue leggi, come la caduta tendenziale del saggio di profitto).


Possiamo vedere la questione diversamente. Personalmente penso che una volta fuori da questo quadro teorico dell’Economia Politica/Teoria della Storia, non ci sia alcuna possibile interpretazione delle dinamiche delle società umane. Ciò non significa, ovviamente, che queste teorie spieghino tutto. Ci sono, in particolare, altre forme di sfruttamento oltre all'estrazione del plusvalore, nel capitalismo come nei precedenti modi di produzione.


Entrando nel campo dell'economia politica, una tesi centrale è che, non appena il rapporto mercantile di acquisto/vendita si è imposto come nel caso del capitalismo, il prezzo (arbitrario) di una massa di beni è una "forma" del loro valore. Sacrificando il rigore analitico alla pedagogia, si potrebbe dire che i sistemi di prezzo sono sistemi di valori "rimodellati". Nel capitalismo, la prevalenza dei prezzi di produzione manifesta il riconoscimento sociale del fatto che queste merci sono la materializzazione di una massa di lavoro la cui espressione nel prezzo viene così "rimodellata" nella competizione tra capitalisti (parlo come se ci fosse solo un tipo di lavoro per motivi di semplificazione).


A questo possiamo aggiungere due difficoltà, note come "problema della trasformazione", la cui risoluzione è di interesse secondario:


  • Il valore "creato" durante un periodo (ad esempio, un anno), vale a dire il valore del "prodotto netto" (valore o prezzo degli output meno valore o prezzo degli input), uguale al tempo di lavoro necessario alla sua produzione, è "conservato", secondo la formula stabilita, qualunque sia il sistema di prezzi in cui si esprime: non si tratta di una proprietà ma di una definizione di valore.


  • Nel cosiddetto problema della trasformazione, la difficoltà è che Marx non si è mai sbarazzato del riferimento privilegiato al "prodotto lordo" nel libro II, dove critica Smith in modo errato, mentre Smith anticipa il concetto di valore aggiunto. Nessuno è perfetto. Non può esserci corrispondenza valore-prezzo per i due aggregati, prodotto netto e prodotto lordo. Solo il valore dei proventi netti viene “creato” durante il periodo. Marx ha sottolineato che nel considerare il valore e il prezzo degli input, è stato necessario apportare delle correzioni.


  • Marx cita un'altra correzione necessaria: “Per quanto riguarda il capitale variabile, il salario medio giornaliero è sempre uguale al valore prodotto durante il numero di ore che l'operaio deve dedicare alla produzione dei mezzi di sussistenza necessari. Ma la differenza del prezzo di produzione di queste ultime rispetto al loro valore falsifica questo stesso numero di ore.” (Veda le citazioni che ho riportato in vari testi, in particolare, pagina 74 di “De la valeur aux prix de production”).



2. Una delle sue ipotesi teoriche più audaci è che il capitalismo manageriale è l'espressione di una transizione di una società, ancora capitalista, ma in cui l'avanzamento della socializzazione della produzione mette in discussione il modo in cui la proprietà è istituzionalizzata e può condurre - nella misura in cui è diluito in forme collettive - a un altro modo di produzione che potrebbe essere chiamato "modo di produzione dei quadri" a causa della rilevanza e del controllo che i quadri eserciterebbero in esso. Che legame c’è con l’ipotesi marxiana della formazione del lavoratore collettivo?


R 2. Sì, la tesi centrale del nostro ultimo libro “Managerial capitalism: Ownership, management and the coming new mode of production” (Pluto Press, 2018) è che il capitalismo manageriale contemporaneo è una formazione sociale ibrida, espressione della transizione tra due modi di produzione, capitalismo e managerialismo (che per decenni abbiamo chiamato “cadrisme”, nel desiderio di parlare francese ma questo termine era mal percepito). Questa transizione tra due modi di produzione è un processo secolare (come la transizione tra feudalesimo e capitalismo in quello che viene chiamato, in Francia, l'Ancien Régime). Il capitalismo manageriale è una formazione sociale ibrida, mentre il managerialismo è un nuovo modo di produzione in via di costituzione.


Al centro dell'analisi di Marx del capitalismo c'è una teoria "duale" del lavoro d’impresa, in cui viene fatta la distinzione tra il lavoro produttivo del lavoratore e una categoria di lavoro improduttivo.

Possiamo, in un primo momento, supporre che la società sia formata solo da lavoratori, lavoratori produttivi e dal proprietario capitalista attivo (distinto quindi dal capitalista prestatore o semplice proprietario di azioni, che non partecipa attivamente al funzionamento dell’impresa). Consideriamo quindi, in primo luogo, una configurazione semplice, quella di una società fatta di lavoratori e di un capitalista.


Per seguire Marx, il capitalista attivo (il capitalista "operante") lavora: "Ma essere rappresentante del capitale operante non è un fatto che comporti  poco impegno e fatica come l’essere rappresentante del capitale produttivo d’interesse. Sulla base della produzione capitalistica il capitalista dirige il processo di produzione come pure il processo di circolazione. Lo sfruttamento del lavoro produttivo costa sforzo...". Nel linguaggio contemporaneo, questa attività capitalistica è chiamata "gestione". Copre tutte le funzioni dell’impresa diverse dalla produzione dei lavoratori: organizzazione e coordinamento della produzione, disciplina, assunzione e licenziamento, raccolta fondi, contabilità, attività commerciali di acquisto e vendita…

La nozione di "lavoratore collettivo" si riferisce strettamente al processo di lavoro produttivo, con l'esclusione di altre componenti della gestione. Il capitalista partecipa a questi compiti produttivi al vertice: Marx paragona il capitalista in produzione a un direttore d'orchestra che dirige come il primo dei musicisti. Sente, tuttavia, la prossimità delle funzioni di "coordinamento", produttive e di "disciplina", e sottolinea che la disciplina necessaria al lavoro assume, nella produzione capitalistica, un carattere di classe e deve quindi essere dissociata dalle funzioni produttive che spettano al capitalista.


Di fronte ai lavoratori troviamo quindi un capitalista che organizza la produzione, e quindi un lavoratore produttivo in quanto tale (sebbene questa posizione sia legata all'esercizio della disciplina di classe, che a questo proposito offusca i confini). Inoltre, questo capitalista svolge altri compiti di gestione, ritenuti improduttivi.


Ora sto abbandonando questa impresa "semplice". Tutte le attività capitalistiche, produttive o improduttive, possono essere delegate ai dipendenti, come un ingegnere, un contabile o un impiegato commerciale, il che rappresenta un costo per il capitalista, ma contribuisce alla massimizzazione del suo saggio di profitto. Le categorie di questo lavoro, ritenute superiori (fino alla "direzione"), sono delegate a dirigenti salariati, come Marx analizza a lungo nel Libro III del Capitale; altri compiti sono delegati ai lavoratori, questi ultimi possono assistere direttamente il capitalista oppure i manager. Il punto chiave è che né questa delega, né la posizione gerarchica dei dipendenti a cui sono stati delegati i compiti, modificano la natura produttiva o improduttiva di questi compiti. Si tratta di distinzioni "ortogonali": la natura dei compiti, da un lato, chi li esegue, dall'altro.


Nella citazione fatta sopra, l'ultima proposizione "Lo sfruttamento del lavoro produttivo costa sforzo..." [sottinteso, inclusa la partecipazione a compiti produttivi al vertice] è seguita da “sia che se ne incarichi lui stesso sia che ne lasci l’incombenza ad altri”. Possiamo vedere in un ingegnere /progettista /coordinatore, quello a cui il capitalista ha delegato i suoi compiti nella produzione. In questa impresa dove compaiono i manager, siamo quindi in presenza di un lavoratore collettivo dal quale il capitalista ha potuto recedere delegando le sue funzioni produttive di "conduzione" a un dipendente. Lo stesso vale per altre funzioni di gestione capitalistica al di fuori dell'officina o del luogo dove avviene la produzione, che sono improduttive, come la contabilità o le attività commerciali. Questi compiti possono essere delegati a dipendenti manageriali o subordinati. Si noti che la posizione nelle gerarchie non determina la natura produttiva o improduttiva dei compiti.


La nostra tesi sulla transizione verso un modo di produzione manageriale si riferisce alla trasformazione dei rapporti di produzione manifestata dall'ascesa della preminenza della classe dei managers (nel senso di “les cadres” in francese) sui capitalisti, riguardo a tutti i compiti svolti dalle classi dominanti (capitalisti e/o manageriali nella formazione ibrida contemporanea), non solo i compiti direttamente legati alla produzione nel lavoratore collettivo, ci vuole altro: il concetto di manager si riferisce a categorie sociali molto più estese della loro frazione tecnica che partecipa ai compiti di progettazione/coordinamento della produzione. Per fare un esempio estremo: i manager finanziari non sono membri del lavoratore collettivo, ma sono effettivamente manager che svolgono una parte delle funzioni capitalistiche.


Tralascio qui le funzioni legate al processo di socializzazione che va oltre la produzione, come il lavoro amministrativo o di insegnamento…


3. Collegandomi alla domanda di prima. La sua ipotesi è debitrice dell’analisi presente in Marx e Lenin sul capitale monopolista, ovvero la centralizzazione e concentrazione del capitale da un lato e la diffusione del capitale azionario dall’altro che porterebbe ad una netta separazione tra direzione e proprietà privata, dimostrandone l’inutilità?


R 3. Non usiamo la categoria del "capitale monopolistico", che del resto non fa parte dell'analisi di Marx, a differenza di quelle della concentrazione e centralizzazione del capitale. Sì, siamo in un'economia dominata da grandi società. La nozione di capitale monopolistico nel senso di Baran e Sweezy ha arrecato abbastanza danni per quanto riguarda l'andamento del saggio di profitto.


Passo alla seconda parte della sua domanda riguardante la "separazione" tra proprietà e funzione. Il capitalismo manageriale e, in particolare, la rivoluzione manageriale sono stati la fonte di un'enorme letteratura economica e sociologica. La nostra enfasi su questi temi non è affatto originale o particolarmente marxista o leninista. Marx ha analizzato l'ascesa dei manager nel capitalismo nel Libro III del Capitale; il suo comunismo è stato denunciato nella Prima Internazionale come una società di classe; Lenin si confrontò con queste tesi che lo irritarono molto (Managerial capitalism, Capitolo 15, “Le socialisme autoproclamé” ). Ciò che è unico per noi è l'interpretazione del progresso delle caratteristiche manageriali come espressione del passaggio a un nuovo modo di produzione. Stiamo completando l'analisi.


La "proprietà privata" dei mezzi di produzione è attualmente superata dallo sviluppo delle grandi società e dalla loro integrazione in grandi reti capitaliste/manageriali, internazionali e sotto l'egemonia anglosassone, dominate dalle grandi società finanziarie e dai vertici manageriali di queste istituzioni (Managerial capitalism, Capitolo 11). L'attuale "grande économie" è più manageriale che capitalista, nonostante la proliferazione di miliardari.


Sì, le classi capitaliste sono inutili nelle grandi imprese. Là sono parassiti.



4. Definisce il neoliberismo come un prodotto della lotta di classe che ha restaurato il potere del capitale finanziario e della frazione superiore dei capitalisti. Volevo chiederle, com’è compatibile questa sua definizione del neoliberismo con quella della scuola foucaultiana, penso soprattutto a Dardot e Laval.


R 4. Sì, il neoliberismo è il prodotto di una vittoriosa lotta di classe da parte delle classi dominanti. Inizialmente abbiamo flirtato con l'idea che fosse un ritorno delle frazioni superiori delle classi capitaliste, al fine di confutare le interpretazioni che presentano il neoliberismo come risultato di una lotta tra il mercato e lo Stato. La nostra analisi è rimasta, tuttavia, insufficiente. Il neoliberismo è il prodotto dell'alleanza, a destra, ai vertici, tra manager e capitalisti, le due classi dominanti del capitalismo manageriale, sotto l'egemonia manageriale. Non avevamo ancora articolato in modo rigoroso le nostre analisi sullo sviluppo delle relazioni manageriali e degli "assetti sociali", cioè del dominio di classe e delle alleanze.


Vediamo in Michel Foucault uno dei principali artefici della “decostruzione” del marxismo, una catastrofe storica teorico-politica, che fa in ultima analisi il gioco del neoliberismo. Dobbiamo ripensare il marxismo, rifiutarne le forme stereotipate, riconoscerlo e andare oltre i suoi confini. Ed è un'altra cosa rispetto allo gettarsi nell'analisi foucaultiana.


Consideriamo la nozione di cambiamento della "razionalità governamentale": 1) Supponendo che la razionalità governamentale sia un aspetto centrale del neoliberismo, il che è sbagliato, sarebbe banale: un cambiamento nella razionalità governamentale significherebbe che le politiche neoliberiste sono diverse da quelle del dopoguerra, come a tutti è noto; 2) Il cambiamento nel neoliberismo è solo secondariamente nell'azione dei governi, contrariamente a quanto pensava Foucault: questo cambiamento si trova prima nelle strutture finanziarie e nella gestione delle imprese. Le politiche della fine degli anni '70 hanno posto fine all'inflazione a scapito degli interessi delle classi popolari, ma la loro caratteristica principale è che si adattano ai bisogni delle classi dominanti. Le attuali politiche del governo degli Stati Uniti, tasso di interesse minimo e deficit di bilancio, sono molto keynesiane, per non parlare delle politiche non convenzionali che sono "oltre" il keynesismo (un "iper-keynesismo" si potrebbe dire).


Vedere nella nozione di cambiamento della razionalità governamentale un progresso teorico segna il ritorno dell'idealismo: Madame razionalità entra - Esce la lotta di classe. Ciò è particolarmente vero per l'analisi di Foucault dell'Ancien Régime, punto di partenza della sua teoria, in cui non mi addentrerò qui. Quanto all'analisi di Foucault del neoliberismo in riferimento alla biopolitica, che di fatto ha anticipato l'emergere del neoliberismo vero e proprio, costituisce un incredibile malinteso. Ecco come Foucault ha definito la biopolitica: "Con questo intendevo il modo in cui abbiamo cercato, a partire dal XVIII secolo, di razionalizzare i problemi posti alla pratica del governo dai fenomeni specifici di un gruppo di esseri viventi, costituito nella popolazione: salute, igiene, natalità, longevità, razza ... ” 

Tutto questo non ha niente a che fare con il liberalismo. Veda l'appendice dedicata a Foucault in Managerial capitalism, con alcuni commenti su Dardot e Laval.


5. Crede che gli attuali sviluppi politici internazionali stiano mettendo in difficoltà la mondializzazione neoliberista e quali spazi ci sono ora, con l’emergere di movimenti di sinistra che reclamano il ritorno alla sovranità nazionale, per un’altermondializzazione?


R 5. Un aspetto del neoliberismo è la globalizzazione neoliberista. Il neoliberismo è prima di tutto una realtà di classe segnata dalla stretta alleanza tra le due classi dominanti del capitalismo manageriale. Questa alleanza è radicata in un processo di fusione di altissimo livello: il mondo è dominato dalle classi capitaliste/manageriali, sebbene il passaggio al managerialismo sia l'aspetto dominante.


La principale minaccia al neoliberismo è al centro del sistema, nella traiettoria socio-economica del paese dominante, gli Stati Uniti. Da un lato, il surplus capitalista-manageriale, che deriva dal plusvalore e da nuove forme di sfruttamento ancorate nelle gerarchie salariali, è ora interamente assorbito in questo paese dalle classi dominanti sotto forma di salari molto alti ai vertici, distribuzioni di dividendi e riacquisto di azioni proprie. Questa traiettoria sarebbe insostenibile senza le politiche molto forti della Federal Reserve, agli antipodi dell'ideologia neoliberista dell'autonomia di un cosiddetto mercato, come ho sottolineato. Il balzo in avanti è stato fatto durante la crisi del 2008, ma queste politiche hanno assunto una scala ancora maggiore durante l'attuale crisi Covid.


Ma la sua domanda è di una profondità insondabile. Stiamo pensando qui alla Cina...

Posso solo dirle che il ritorno alla sovranità nazionale non è la soluzione. La domanda è: come far rivivere un'ideologia del progresso di fronte alla decomposizione del movimento operaio e realizzare le azioni corrispondenti?



6. Molti “marxisti” in Italia affermano che il capitale finanziario e il capitale produttivo sono due cose diverse e indipendenti. Cosa ne pensa?


R 6. Posso essere breve: questa è un’assurdità.


7. Ritiene possibile oggi risolvere l’attuale crisi economica, acuita dalla pandemia del Covid-19, con un ritorno a Keynes oppure le sue ricette economiche non sono più applicabili in questa fase del capitalismo, con un ruolo diverso dello Stato in economia e tal proposito, ritiene lo Stato, magari seguendo le tesi di Poulantzas, un campo di battaglia a cui noi marxisti non dobbiamo rinunciare?


R 7. Ripeto: tutte le ricette keynesiane sono all'opera oggi tranne il protezionismo (su cui Keynes esitava). I tassi di interesse sono al minimo; il deficit di bilancio sta raggiungendo livelli sbalorditivi. Cos'altro? Come ho detto, le politiche economiche consentono, almeno negli Stati Uniti, l'economia che studiamo quotidianamente da decenni, il proseguimento della traiettoria del neoliberismo che ha un solo obiettivo: il potere e il reddito delle classi dominanti. È importante comprendere la natura del rapporto: 1) le politiche attuate sono l'opposto delle dottrine neoliberiste; 2) consentono la continuazione delle dinamiche neoliberiste.


Lo Stato è un campo di battaglia a cui i marxisti non dovrebbero rinunciare? È una tesi di Poulantzas? Intende dire che i marxisti devono integrarsi nella politica dei partiti e delle elezioni? A priori, tutto è buono da prendere. Eppure in Francia, ad esempio, termini "anticapitalisti" difficilmente possono essere pronunciati di fronte all'opinione pubblica. Ci vorranno pazienza e immaginazione.


8. Che significa oggi essere un paese imperialista nell'attuale fase del capitalismo quando i capitali spesso sono di natura transnazionale?


R 8. Le rivalità internazionali rimangono molto forti oggi. Nel nostro lavoro, con Dominique Lévy, facciamo ampio uso di ciò che chiamiamo "fattore nazionale". Come capire la traiettoria della Cina, ad esempio, senza riconoscere il ruolo svolto dal ripristino di una grandezza economica, politica e culturale e, soprattutto, dalla volontà di preservare l'integrità territoriale?


Tutto dipende, ovviamente, da cosa si intende per "imperialismo". Diverse forme di imperialismo hanno segnato le fasi successive dello sviluppo del capitalismo, con le sue dominazioni "formali", in particolare coloniali e "informali", come nel caso dell'imperialismo statunitense dall'inizio del XX secolo. La globalizzazione neoliberista ha dato luogo all'emergere di forme ancora rinnovate, che corrispondono alle proprie strutture, inscritte, in particolare, nella rete delle grandi istituzioni finanziarie e delle classi manageriali finanziarie che le controllano. Un melting pot internazionale esiste a livello globale all'interno di queste élite capitaliste/manageriali neoliberiste, ma l'egemonia anglosassone è ancora evidente. Veda il Capitolo 11 del libro Managerial capitalism, in particolare la figura 11.4.



9. Mettendo al centro del discorso la lotta di classe, com’è possibile rivisitare il marxismo e recuperare un valore scientifico di questa dottrina per poter organizzare la lotta politica?


R 9. Molto brevemente. Teoricamente, "aggiornando" l'analisi di classe invece di ripetere le vecchie melodie. A livello ideologico, cercando di garantire la diffusione di questo quadro analitico invece di lasciarsi sedurre dalle mode. A livello politico, unendoci a tutte le lotte che consideriamo progressiste. Questo è, ovviamente, più facile a dirsi che a farsi!


10. Quanto è stato influenzato da Althusser, la sua scuola, e in economia penso a Bettelheim? 


R 10. Ero uno studente negli anni ‘60. C'erano due correnti nella sinistra studentesca marxista, quella "althusseriana" e quella maoista, un miscuglio incongruo. Bettelheim, alla ricerca di nuovi parametri di riferimento, ha cercato di basarsi sulle analisi di Althusser. Ho partecipato al seminario di Bettelheim a Parigi. Si trattava soprattutto di uscire dallo stereotipo del marxismo del Partito Comunista Francese. Althusser ha proposto il progetto di una reinterpretazione di Marx da nozioni come la "rottura epistemologica", più in generale, una visione della conoscenza che fa dei concetti strumenti di conoscenza (anziché "riflessione"). Queste analisi sono state trasmesse dagli studenti di Althusser all'École normale supérieure. Da loro ho imparato delle cose, soprattutto il progetto di una reinterpretazione. Allora studiavo Marx.


Dopo circa un anno, Bettelheim divenne maoista. Gli studenti di Althusser erano in prima fila al seminario di Bettelheim, con i loro stemmi di Mao Zedong e il sorriso dei giusti da un orecchio all'altro. Era un tempo nuovo. Ho quindi intrapreso una tesi sotto la supervisione di Bettelheim; doveva riguardare la Cina. Ho iniziato a studiare cinese alla Scuola di Lingue Orientali presso la quale mi sono diplomato nel 1968. Nel frattempo la Rivoluzione Culturale aveva interrotto gli scambi studenteschi a cui dovevo iscrivermi. I miei amici erano diventati maoisti. Personalmente dubitavo che l'entusiasmo ingenuo dei miei amici continuasse a crescere. Per sfuggire alla coscrizione militare, ho dovuto impegnarmi in programmi di "cooperazione tecnica", che mi hanno portato in Algeria per tre anni. Ho cambiato argomento della mia tesi per scrivere “Le concept de loi économique dans le Capital”, sintesi del mio studio su Marx.

Bettelheim era preso dal suo maoismo ma la discussione della tesi è andata bene. Alla fine ho inviato il testo di “Le concept de loi économique dans le Capital” ad Althusser, che si è accordato come me per incontrarmi. Dopo alcune interviste, ha pubblicato questo testo nella sua raccolta di Teoria con un'ampia prefazione, nonostante la violenta opposizione di François Maspero. Alcuni aspetti del lavoro di Althusser relativi alla conoscenza mi hanno illuminato, anche se non mi sono mai considerato "althusseriano", come Althusser sottolinea all'inizio della sua prefazione. Bettelheim, invece, è sempre stato per me oggetto di osservazione.








giovedì 17 dicembre 2020

0 SULL'IDEOLOGIA ECONOMICA DELLO STALINISMO: IL "MODO DI PRODUZIONE SOCIALISTA"


La categoria della proprietà socialista è la pietra angolare delle concezioni economiche (e sociali) dell'era di Stalin. In effetti, tutto il sistema teorico chiamato "economia politica del socialismo", che la classe dirigente iniziò a elaborare a partire dal 1936 (un progetto che, d'altra parte, fu completato solo nel 1954, con la prima edizione del Manuale di economia politica dell'Accademia delle scienze), dipende e deriva da questa proprietà socialista. L'identificazione tra proprietà statale e "proprietà socialista" come "proprietà sociale" (cioè proprietà della società nel suo insieme) venne codificata solamente nel 1936, quando venne proclamata l'abolizione delle classi antagoniste. Stalin ha poi dichiarato che "la vittoria totale del sistema socialista in tutti gli ambiti dell'economia nazionale è ormai un fatto compiuto", poiché "la proprietà socialista degli strumenti e dei mezzi di produzione è stata affermata come base incrollabile della nostra società sovietica". Nella misura in cui lo Stato è proprietario, "la nostra classe operaia non solo non è privata degli strumenti e dei mezzi di produzione ma, al contrario, li possiede in comune con l'intero popolo". Tuttavia, i presupposti della teoria della proprietà socialista erano già presenti negli anni '20, quando l'identificazione del settore statale con il settore "socialista" in contrapposizione al settore dell’"economia privata" era una tesi comunemente accettata.

La nozione di proprietà socialista si basa non solo su un vero rovesciamento dei rapporti giuridici ed economici, ma anche, e soprattutto, sull'identificazione illusoria dello Stato con la società. Così, il Manuale di Economia Politica definisce "proprietà socialista" come "proprietà sociale dei mezzi di produzione" e quest'ultima come "base dei rapporti di produzione in un regime socialista".

È vero che non si tratta di una semplice mistificazione, ma piuttosto della teorizzazione delle false apparenze del capitalismo di stato, in cui ogni classe sfruttatrice sembra, infatti, essere scomparsa. Infatti, in questo caso, gli agenti (o funzionari) del capitale sono individualmente non proprietari, mentre lo Stato è l'unico (astratto) proprietario del capitale; la classe capitalista possiede i mezzi di produzione solo collettivamente attraverso la mediazione dello Stato. Ma questa mediazione è precisamente ciò che maschera totalmente il rapporto di produzione capitalista; è inutile precisare che gli ideologi stalinisti, lungi dal sottoporre a critica questa illusione, si sono anzi presi la briga di istituirla come sistema. La "vittoria definitiva" del socialismo si trova, quindi, nella generalizzazione della "proprietà socialista" dopo la "rivoluzione dall'alto di Stalin". Questa proclamazione è accompagnata da un capovolgimento del discorso ufficiale in cui dominerà sempre più il conservatorismo sociale attraverso il tema della "difesa" della proprietà e del sistema socialista. Questo tema, che portò Stalin ad affermare nel 1950 che il socialismo può svilupparsi solo attraverso evoluzioni graduali e in nessun modo sulla base di rivoluzioni, costituisce un indice del passaggio dal periodo di controrivoluzione a quello di stabilizzazione (relativa) del potere della borghesia di Stato. È legata a una visione profondamente giuridica del sociale che conferisce all'ideologia staliniana quel carattere sorprendente di "socialismo dei giuristi" (nell'espressione di Engels); ma è anche legata allo sviluppo del sistema repressivo destinato a "proteggere" e "difendere" il sistema socialista, cioè i frutti della "rivoluzione dall'alto".

La maggior parte delle tesi dell'economia politica del socialismo vengono dedotte dal dogma della proprietà socialista. In particolare, e contro ogni evidenza, l'affermazione dell'abolizione del sistema salariale, dell'abolizione del capitale e dello sfruttamento. Così si afferma:


“Nella società socialista sono i lavoratori, con la classe operaia in testa, ad essere al potere. Possiedono i mezzi di produzione. Nelle imprese socialiste, la forza lavoro non è una merce poiché i lavoratori, detentori dei mezzi di produzione, non possono vendere la propria forza lavoro. Ogni possibilità di sfruttamento dell'uomo sull'uomo è quindi esclusa nelle imprese socialiste.”


Si vede qui chiaramente che l'identificazione dello Stato con la società dei "lavoratori" e la dissimulazione del rapporto capitale in quanto mediata dalla figura astratta di questo Stato sono i fondamenti dei dogmi apologetici del "socialismo" staliniano, in modo che possa essere descritto come l'ideologia del capitalismo di stato. Va sottolineato che la "proprietà socialista" come base del cosiddetto "modo di produzione socialista" è l'elemento che sostiene la tesi dell'unità economica e politica della società sovietica, delle concezioni di omogeneizzazione sociale, della definizione di questa società attraverso il suo "carattere monolitico".


Come si legge nel Manuale: La proprietà privata dei mezzi di produzione non può non disunire gli uomini, generare rapporti di dominio e subordinazione, lo sfruttamento dell'uno da parte degli altri, provocare un'opposizione di interessi, la lotta di classe e la competizione mentre la proprietà sociale dei mezzi di produzione unisce gli uomini, garantisce una vera comunità di interessi e una cooperazione fraterna.


Nella società staliniana, e in generale in quelle in cui domina il capitalismo di stato, vige l'apparenza dell'unità, o del dominio dell'unità sulla differenza (unità della proprietà sociale, dello stato, del partito, del corpo sociale...) ma, allo stesso tempo, questa realtà non smette di mostrare che non è affatto unificata ma diversificata, contraddittoria, che è attraversata da opposizioni e antagonismi spesso violenti, che la visione (e l'apologia) dell'unità si mimetizza e si traveste a beneficio di una certa parte della società. La seconda categoria fondamentale dell'ideologia sovietica è quella dell'"economia pianificata"; si articola con quella di proprietà socialista nella misura in cui non sarebbe esagerato affermare che la definizione di socialismo è ridotta a questa doppia condizione di esistenza: proprietà statale ("socialista") da un lato, pianificazione dall'altro. L'economia pianificata si contrappone nell'ideologia staliniana alla "concorrenza" e all'"anarchia della produzione capitalistica", queste ultime due intese essenzialmente sotto le forme fenomeniche di circolazione. Schematicamente, si possono distinguere due fasi nella concezione della pianificazione nell'era di Stalin. Nel corso degli anni '30 (un periodo che inizia con la vittoria dei sostenitori teologici della pianificazione), dominava un'assolutizzazione della pianificazione, legata all'estremo soggettivismo e volontarismo. La pianificazione è spesso caratterizzata in questo periodo come la legge economica del socialismo.


Questo volontarismo si esprime, tra l'altro, nella famosa formula: "Non c'è una fortezza che i bolscevichi non possano espugnare". Porta all'elaborazione di un primo piano quinquennale apparentemente "audace" (di fatto incoerente e impraticabile), e successivamente a revisioni "crescenti" di questo piano, revisioni che tengono sempre meno conto delle possibilità oggettive, che costringe a modificare la gestione dell'economia in corso d’opera ricorrendo ad un sistema di distribuzione amministrativa dei mezzi di produzione. Tuttavia, il "volontarismo" che presiede alla "pianificazione" non è altro che un'apparenza dietro la quale operano le leggi dell'accumulazione e la tendenza a produrre surplus di capitale inerente al modo di produzione capitalistico. Il feticismo dello Stato, il volontarismo e la tendenza alla produzione di capitale in eccedenza acquisirono un'ampiezza straordinaria nel corso degli anni '30, poiché si svilupparono in condizioni di esacerbazione della lotta di classe a causa dell'espropriazione di massa degli agricoltori. Le leggi dell'accumulazione di capitale agiscono quindi tanto più cieche nella misura in cui la loro esistenza viene negata e la loro azione è combinata con il processo controrivoluzionario in corso. Ciò porta a un aumento costante dei ritmi di lavoro, a un'intensificazione dello stesso e a una diminuzione dei salari reali. Il discorso ufficiale non ha altra scelta che negare queste realtà economiche e sociali che contraddicono le rappresentazioni ideologiche dominanti. Pertanto, il discorso ufficiale afferma che il tenore di vita delle masse è in aumento. La contraddizione tra discorso e realtà non fa che rafforzare il volontarismo e le illusioni riguardo al "controllo" dello sviluppo economico.



Il feticismo di stato e il volontarismo sono componenti fondamentali dell'ideologia staliniana. Tuttavia, quando le condizioni della lotta di classe cambiano, queste componenti cessano di svolgere lo stesso ruolo dell'inizio degli anni '30. Una volta consumata la massiccia espropriazione dei contadini, la tendenza all’accumulazione di eccedenze viene imposta con meno brutalità. Da quel momento in poi, i "piani economici" diventano più realistici e nuove figure ideologiche occupano il primo piano della scena, in particolare le cosiddette "leggi economiche del socialismo". Il volontarismo non scompare per questo, ma assume nuove forme. A partire dal 1943, iniziò una svolta importante nella teoria sovietica, con la critica della precedente negazione dell'oggettività delle leggi economiche nel socialismo. All'inizio degli anni '50, la pianificazione è preferibilmente definita come un'attività cosciente dello Stato la cui funzione è quella di applicare una legge oggettiva: la "legge dello sviluppo armonioso (proporzionato) dell'economia nazionale". Questa distinzione mira a giustificare, sulla base di "errori" o "inadeguatezze" nella pianificazione, i ritardi riscontrati nella vita concreta tra la "possibilità di sviluppo armonioso e la realtà. Ma il cambiamento di pianificazione in semplice mediazione più o meno contingente di "disposizioni" o "richieste" di una legge (mistica) necessaria, non è altro che un trasferimento al modo di produzione socialista delle qualità nascoste attribuite allo Stato, come nel periodo volontarista. La natura fondamentalmente soggettiva della presunta "legge economica" (sia esso il caso della pianificazione o la legge dello sviluppo armonico) è identica in entrambi i casi. Va notato che l'attività progettuale dello Stato in generale (o dei trust , dei monopoli) nel capitalismo, sembra in grado di creare di per sé la possibilità (se non la realtà) di un "controllo" dello sviluppo economico e di un "controllo sociale" delle condizioni di produzione. Qui c’è la base delle concezioni del "capitalismo organizzato": l'"economia politica del socialismo", da parte sua, teorizza a suo modo quell'illusione che viene portata alle sue conseguenze finali, quando la proprietà statale sul capitale è dominante.

Formalmente, il controllo dell'uso dei mezzi di produzione e del plusvalore da parte degli agenti del capitale statale viene esercitato attraverso la "pianificazione economica" che sembra dipendere dalle "decisioni di partito", decisioni che sono esse stesse adottate "in nome della classe operaia". In realtà, il controllo della borghesia di Stato sull'uso dei mezzi di produzione e del plusvalore passa per altri canali e non porta in alcun modo ad un "dominio" dello sviluppo delle forze produttive. In ogni caso, il posto occupato dalla pianificazione nell'attività del partito e dello Stato dà luogo all'illusoria immagine del "predominio" dello sviluppo economico attraverso il piano statale. Questa immagine è illusoria, poiché le condizioni reali di produzione (che si sviluppa sulla base del rapporto salariale e dei rapporti di mercato, che la sottopone a contraddizioni capitalistiche e alle richieste di valorizzazione del capitale) non consentono in nessun modo un tale "dominio". Pertanto, il vero movimento economico è lontano dall'obbedire ai "piani" e la produzione e la distribuzione non ne sono affatto dominate. Le attività dei diversi centri produttivi, infatti, sono svolte sostanzialmente indipendentemente l'una dall'altra. Proprio questa indipendenza delle diverse produzioni, unita alla separazione dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione, assicura la riproduzione dei rapporti mercantili e capitalistici. Questo fatto è negato dall'ideologia staliniana, che accetta l'illusione che l'esistenza di piani economici e della proprietà statale siano sufficienti per sradicare le relazioni mercantili e sostituirle con "relazioni economiche pianificate". Questa illusione è necessaria anche per il dominio della borghesia di Stato, poiché la rappresentazione di un'economia soggetta a pianificazione fa parte dell'ideologia del "modo di produzione socialista". Consente alla classe dirigente di difendere i propri privilegi in nome della "difesa del socialismo". L'articolo-programma sull'insegnamento dell'economia politica, pubblicato nel 1943 e generalmente attribuito all'economista Leontiev, è un testo di capitale importanza, che segna il passaggio da un periodo essenzialmente volontaristico a un periodo prevalentemente deterministico. Il decennio successivo sarà dedicato all'elaborazione del sistema delle "leggi economiche" del socialismo, che sarà sistematizzato nel Manuale del 1954, il cui nucleo è la teoria del "modo di produzione socialista". Il momento culminante di questo processo è segnato dall'intervento di Stalin nel 1952 (con il suo Problemi Economici del socialismo in URSS), che risolve la discussione tra le posizioni contraddittorie emerse nei dibattiti tra gli economisti.

Così, all'interno della formazione ideologica stalinista, si assiste a una sorta di estensione ed estrapolazione del modello meccanicistico e deterministico del "materialismo storico", elaborato nel corso degli anni ‘30 e sintetizzato nel famoso testo di Stalin del 1938, “Il materialismo storico e il materialismo dialettico” presente sia in Storia del partito comunista bolscevico dell’URSS e in Questioni di leninismo, al modello del "modo di produzione socialista". Il primo periodo dell'ideologia staliniana è, infatti, segnato, da un lato, da un forte contrasto tra una teoria chiaramente evolutiva della storia, in cui si esprime l'eredità della teoria delle forze produttive dell'Internazionale, e, dall'altro, da una concezione estremamente volontaristica del sistema "socialista" in cui domina il momento dell'attività cosciente (anche della "violenza dall'alto"), il ruolo decisivo della sfera giuridica, politica e ideologica, in relazione a quella dell'economia e in cui lo Stato pianificatore tende a diventare il soggetto libero e creativo dello sviluppo sociale. Gli ideologi staliniani cercano di riassorbire questo contrasto derivato dalle condizioni storiche e sociali in cui la borghesia di stato ha portato avanti la sua "rivoluzione dall’alto", dal momento in cui si stabilisce definitivamente questo dominio di classe: dopo la guerra. Così come la storia era stata ridotta nel marxismo staliniano all'azione di leggi eterne (la legge dello sviluppo delle forze produttive, la legge della necessaria corrispondenza dei rapporti di produzione con il carattere delle forze produttive... ) si vedrà che il "modo di produzione socialista" stabilizzato attribuisce un gran numero di leggi "oggettive", immanenti alla sua "essenza" e il cui sviluppo sociale si suppone rappresenti la progressiva incarnazione nel reale. Ma bisogna sottolineare che, nonostante ciò, la miscela di volontarismo e determinismo nell'ideologia sovietica non è soppressa. Infatti, è irriducibile, in quanto il modo di produzione socialista resta comunque definito dalla sovrastruttura (proprietà socialista e stato socialista): la sua integrazione in uno schema fondamentalmente deterministico ed economicistico non è fonte di contraddizioni.

Dagli anni '20 in poi, è emersa l'immagine ideologica dell'"accumulazione originaria socialista". Respinta ufficialmente dal partito, riemerge sotto una nuova forma: quella del "tributo", che Stalin dichiarò nel 1928, doveva essere imposto ai contadini. Questa immagine gioca un ruolo transitorio. Serve come giustificazione per la collettivizzazione forzata e le massicce confische effettuate sulla produzione agricola. Alla fine degli anni ‘20 emerge la tesi della necessità di uno sviluppo prioritario dell'industria pesante e del primo settore dell'economia (settore della produzione di mezzi di produzione). Questa tesi è praticamente accettata dal partito nel Plenum del 1928. In seguito sarebbe stata "teorizzata" e addirittura attribuita a Lenin ("dimenticando" che - proprio secondo Lenin - questo tipo di sviluppo costituisce una delle leggi del capitalismo). Questa tesi enuncia in forma dogmatica una delle leggi dell'accumulazione capitalistica. Fu proclamato con particolare brutalità nel corso degli anni '30, quando fu lanciato lo slogan: "I ritmi decidono tutto”. Questo aspetto dell'ideologia staliniana è, quindi, costituito dalle esigenze della riproduzione allargata del capitale. Queste rivendicazioni, trasformate fantasiosamente in quelle dell'"edificazione del socialismo" e, più tardi, del suo "sviluppo", diventano un'arma ideologica diretta contro la classe operaia che si oppone al super-sfruttamento. I sindacati sono ridotti al ruolo di strumenti per la "realizzazione dei piani e la lotta per la produzione": ai lavoratori vengono imposti ritmi di lavoro sempre più estenuanti e il ricorso a "stimoli materiali" assume dimensioni senza precedenti e la repressione di massa colpisce coloro che si oppongono a tali sviluppi.

Infine, il sistema classico dell'economia politica del socialismo, del Manuale, contiene un certo numero di "leggi economiche" che differiscono, in realtà, per natura e funzione, pur essendo considerate, allo stesso tempo, come "leggi economiche oggettive". Così, si potrebbero distinguere leggi ideali del modo di produzione socialista come la "legge economica fondamentale del socialismo" o la "legge dello sviluppo armonico (proporzionato) dell'economia nazionale". Queste sono leggi puramente mistiche per quanto riguarda la loro determinazione teorica. Sono introdotti come postulati nonostante si basino solo su illusioni proprie del capitalismo di stato (vale a dire, l'idea che la proprietà universale dello stato e la pianificazione da sole autorizzino la soddisfazione dei bisogni della "società" considerata nel suo insieme e uno sviluppo armonioso della produzione). Il piano statale si presenta come una mediazione nell'effettiva attuazione delle "leggi". D'altra parte, ci sono leggi reali del "modo di produzione socialista": infatti, sono leggi della produzione capitalistica (come concepita dall'economia politica sovietica) trasfigurate in leggi economiche del socialismo. La trasposizione può essere diretta (legge di accumulazione socialista, legge di sviluppo prioritario del settore uno rispetto al settore due, legge dell'aumento necessariamente maggiore della produttività in relazione all'aumento dei salari..), o indiretta: in alcuni casi, è la forma fenomenica e illusoria della relazione capitalista che è dichiarata la legge del modo di produzione socialista (quindi, la "legge di distribuzione secondo il lavoro", che non è altro che la teorizzazione della falsa rappresentazione generata dal capitalismo del salario come "prezzo del lavoro"). In breve, dobbiamo menzionare le leggi mercantili, ed essenzialmente la legge del valore. Quest'ultima è considerata una legge effettiva ma limitata (anzi trasformata) da condizioni "socialiste". In realtà, subisce un ribaltamento totale poiché, lungi dall'esprimere che le relazioni sociali sono fuori dal controllo dei produttori - come ha mostrato Marx - la legge del valore diventa nell'economia politica del socialismo uno strumento "usato" dallo Stato per pianificare e "controllare" la produzione sociale. Quando gli ideologi staliniani affermano l'esistenza oggettiva di queste diverse leggi economiche e la necessità di rispettarle, oltre che di "applicarle" con giudizio, stanno di fatto operando un amalgama il cui scopo non è difficile da intuire. Il sistema delle leggi economiche del socialismo è senza dubbio l'ambito in cui appaiono più chiaramente le varie funzioni ideologiche dello stalinismo: occultamento e allo stesso tempo riconoscimento della realtà sociale effettiva, teorizzazione di apparenze reali che contraddicono l'essenza delle relazioni sociali di produzione, sviluppo di un'apologia per lo stato di cose esistente e, contemporaneamente, discorso con scopi pratici.


Per quanto riguarda la produzione mercantile e la natura delle categorie economiche, si possono anche distinguere due fasi distinte: nel corso degli anni '30 è stato spesso affermato che le categorie mercantili e capitaliste sono state abolite oppure che esiste una forma apparente semplice, necessaria per ragioni tecniche. Così, l'esistenza della riproduzione mercantile e della legge del valore è generalmente negata. All'inizio del primo piano quinquennale -quando l'accumulazione originaria era estremamente estesa-, la negazione dell'esistenza reale dei rapporti monetari porta a rifiutare ogni significato all'inflazione che si sviluppa. Le cose cambiano una volta che questo periodo è finito. Dal 1932 al 1933 si riconosce che l'esistenza della moneta, anche come forma semplice, deve comportare importanti conseguenze pratiche. Da allora, Stalin e i responsabili dell'economia hanno insistito sulle "richieste" del calcolo monetario e su quelle della redditività. Questa svolta nel discorso è il prodotto di contraddizioni oggettive il cui approfondimento non consente di negare indefinitamente le richieste di valorizzazione del capitale. Nonostante ciò, l'affermazione di queste esigenze pratiche non trovò la loro traduzione a livello teorico negli anni ‘30.


È nel 1943 che avviene un importante cambiamento teorico (il citato articolo-programma afferma la persistenza della legge del valore nel socialismo); ma, nonostante tutto, le tesi ufficiali sulle categorie economiche non saranno veramente modificate, ma piuttosto specificate ed elaborate in modo più completo. Gli autori di questo articolo fanno una distinzione radicale tra produzione di merci e produzione capitalistica; E, pur affermando che il lavoro nelle imprese socialiste ha un carattere direttamente sociale, cercano di fondare la necessità delle merci e della legge del valore sull'esistenza di "differenze di lavoro" e su bisogni pratici di contabilità. Questa tesi fu abbandonata dopo i Problemi economici di Stalin (1952), per riapparire invece in alcuni economisti verso la fine degli anni ‘50. Per Stalin, la persistenza della produzione di merci e della legge del valore nel "socialismo" si basa su una premessa giuridica: l'esistenza di due forme di proprietà socialista. Le categorie mercantili (merce, valore, moneta) sono considerate efficaci in relazione ai rapporti tra Stato e kolchoz, oppure a livello di prodotti di consumo industriale (ma anche qui ci troviamo di fronte a una inversione dell'analisi di Marx, poiché Stalin presuppone un lavoro immediatamente sociale e non privato); al contrario, all'interno del settore statale queste categorie sono caratterizzate da una "vecchia forma", necessaria per ragioni tecniche (contabilità), a cui corrisponde un "nuovo contenuto", socialista, determinato dall'esistenza della proprietà socialista. Così, dichiarò Stalin


“Nel campo del commercio estero, i mezzi di produzione fabbricati dalle nostre aziende mantengono la proprietà delle merci sia nel contenuto che nella forma, mentre negli scambi economici all'interno del paese i mezzi di produzione perdono la proprietà della merce, cessa di essere merce, esce dalla sfera di azione della legge del valore e conserva solo l'aspetto esteriore della merce.”

L'economia politica del socialismo si rivela qui come una forma dell'economia volgare. La sua originalità deriva, da un lato, dal fatto che le apparenze su cui si basa sono quelle del capitalismo di stato, e, dall'altro, che si riferisce alla teoria marxiana del feticismo, trasformando la funzione critica che aveva per Marx in una funzione grossolanamente apologetica. Questa trasformazione è presupposta dal dogma della "proprietà socialista". Quest'ultima serve anche a giustificare la negazione dell'esistenza di categorie capitalistiche, cioè di rapporti di produzione capitalistici, come plusvalore, capitale... C'è solo un'eccezione a questa negazione: il salario considerato come la forma secondo la quale ciascuno riceve "secondo il suo lavoro” e non in base al prezzo della sua forza lavoro. Ma questo "salario socialista" ha, se crediamo agli ideologi stalinisti, in una certa misura l'originalità di essere un salario basato sull'abolizione del sistema del lavoro salariato.

In termini generali, le categorie economiche nella teoria di Stalin tendono a subire un mutamento radicale: da forme sociali di produzione, espressione di determinati rapporti di produzione, diventano forme tecniche, "usate" o "controllate" dallo Stato-società, soggetto progettuale, nella sua gestione della produzione.

Le forme esterne delle categorie di valore nascondono nel proprio principio un diverso contenuto sociale; il destino di queste categorie è radicalmente modificato. Moneta, commercio, credito sono ormai strumenti della pianificazione socialista. La personificazione dei rapporti di produzione, insiti nella produzione mercantile e capitalistica in generale, ma portati all'estremo nel capitalismo di stato, serve quindi, un substrato immediato per l'ideologia economica dello stalinismo: secondo queste concezioni, il socialismo diventa socialismo di Stato concepito come capitalismo organizzato. Una tale formazione ideologica (le cui caratteristiche essenziali sopravvivono nella successiva ideologia ufficiale) costituisce una sorta di forma finita di quella tecnologia sociale che molti teorici degli anni '20, e prima di tutto Bukharin e Preobrazhenski, immaginavano come la futura scienza dell'economia organizzata", di una "società-fabbrica "immaginaria. Ma nell'economia politica del socialismo staliniano questa "tecnologia sociale" non è altro che l'economia volgare, con un vocabolario "marxista", del capitalismo di stato. Attraverso un linguaggio segnato dalle condizioni storiche della rivoluzione russa e della controrivoluzione staliniana (che spiega la sua forma "marxista" e "leninista"), l'ideologia dello stalinismo riflette - allo stesso tempo nasconde - le relazioni sociali così come sono stabilite e riprodotte quando la proprietà generale dello Stato è imposta al capitale. Da un lato, le illusioni proprie del modo di produzione capitalistico - feticismo della merce, del denaro, del capitale- vengono osservate, rafforzate, allo stesso tempo integrate nel feticismo dello Stato. Da qui la copertura contraddittoria dell'illusione politica (secondo la quale è lo Stato che unifica la società) e giuridica (che incoraggia la considerazione delle leggi sociali ed economiche sul modello di diritto dettato dal soggetto che sarebbe lo Stato-società sovrano), e il feticismo del capitale (dove appare come agente cosciente e attivo, personificato, dello sviluppo sociale, come portatore di tutte le forze produttive esistenti e potenziali in relazione al lavoro). Ma, d'altra parte, il capitalismo di stato produce un'inversione radicale di certe forme di rappresentanza poiché alla fine è il capitalismo stesso che sembra essere abolito. Scompare infatti la reciproca autonomia dei diversi rapporti di produzione, delle diverse forme funzionali di capitale o delle diverse forme di plusvalore (profitto, rendita, interesse). Così, la figura dell'unità del capitale sociale, del capitale universale, sotto forma di proprietà statale si impone in modo molto diretto ma questa "unità" si presenta non come realmente è, come unità del capitale, ma come il suo opposto: come il ricongiungimento dell'unità della società con se stessa.

lunedì 14 dicembre 2020

0 CONTRO L’USO POLITICO DELLA LEGGE DEL VALORE NELL’ECONOMIA POLITICA DEL SOCIALISMO


Che cosa dicono i sovietici per difendere la tesi secondo cui la legge del valore non può sparire immediatamente dopo la transizione dal capitalismo al socialismo?

Marx in Critica al Programma di Gotha afferma che nella fase inferiore del comunismo, segnata dalle stigmate del capitalismo, il produttore riceverebbe, dopo le detrazioni per i fondi sociali, l’equivalente esatto della quantità di lavoro da lui fornito alla società.


“Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di valori uguali. Contenuto e forma sono mutati, perché nella nuova situazione nessuno può dare niente all'infuori del suo lavoro, e perché d'altra parte niente può diventare proprietà dell'individuo all'infuori dei mezzi di consumo individuali. Ma per ciò che riguarda la ripartizione di questi ultimi tra i singoli produttori, domina lo stesso principio che nello scambio di merci equivalenti: si scambia una quantità di lavoro in una forma contro una uguale quantità in un'altra.”


I sovietici usarono questo testo per avvalorare la tesi secondo cui affermare che Marx avrebbe previsto la sopravvivenza della legge del valore nel socialismo è un caso di deformazione cosciente.

In realtà Marx precisa che nella fase inferiore del comunismo, la merce, il valore e lo scambio sono scomparsi, poiché qualunque lavoro ha un carattere direttamente sociale dato che i mezzi di produzione sono ormai “bene comune” o “proprietà collettiva” dei produttori. Passa poi al problema della ripartizione del prodotto sociale e critica la rivendicazione della distribuzione secondo un “diritto eguale”, secondo l’”equità”, come era formulata nel programma di Gotha.


Egli afferma che la ripartizione, in questa fase inferiore, trova ancora un limite nel livello di sviluppo delle forze produttive e nelle stigmate ideologiche del capitalismo; di qui la necessità di una ripartizione proporzionale al lavoro fornito (che la tradizione marxista chiamerà il principio “a ciascuno secondo il suo lavoro). Marx paragona allora un tale principio di ripartizione con quello che regola lo scambio delle merci, cioè lo scambio di equivalenti, ma aggiunge che il contenuto e la forma sono cambiati, perché nessuno scambio può più avere luogo tra forza lavoro e capitale essendo i mezzi di produzione “bene comune”. Occorre ricordare che secondo Marx il plusvalore, che si basa sulla negazione del principio di equivalenza, deriva dalla applicazione della legge del valore allo scambio tra forza lavoro e capitale e non da una sua violazione.

A proposito della generalizzazione della produzione mercantile che deriva dalla trasformazione della forza lavoro in merce, Marx scrive nel Capitale che: “Nella stessa misura in cui la produzione delle merci si sviluppa secondo le proprie leggi immanenti in produzione capitalistica, le sue leggi della proprietà si convertono in leggi dell’appropriazione capitalistica” ed aggiunge: “Si ammiri la furberia del Proudhon che vuole abolire la proprietà capitalistica facendo valere contro di essa … le eterne leggi della proprietà della produzione di merci!”.


Il principio dello “scambio d’equivalenti” è considerato qui solo come termine di confronto, esso riguarda unicamente la distribuzione dei mezzi di consumo personali tra i lavoratori considerati individualmente. Questo confronto investe in particolare il carattere borghese del “diritto uguale”, che regola lo scambio d’equivalenti. Dunque è chiaro che i termini di “scambio” e d’”equivalente” devono essere presi cum grano salis. Non si tratta affatto del valore, ma della messa in rapporto diretto, immediato, del tempo di lavoro considerato dal punto di vista della sua erogazione e dello stesso tempo di lavoro visto nella sua materializzazione in valori d’uso.

Marx, abbiamo detto, presuppone che il lavoro incorporato nei prodotti “non appare qui come valore di questi”, poiché il giro vizioso dello scambio è stato abolito in seguito alla scomparsa del carattere privato dei lavori e della loro autonomia ed indipendenza reciproca, dopo l’appropriazione dei mezzi di produzione da parte dei produttori associati. Allora tutte le misure avvengono direttamente, in tempo di lavoro, e non attraverso le espressioni distorte della forma valore, dei prezzi, delle grandezze monetarie. Per quanto riguarda il “buono” o “certificato” che permette la ripartizione individuale proporzionata al lavoro fornito, per l’autore del Capitale è chiaro che “questi buoni non sono del denaro. Essi non circolano”.

Dunque è falso pretendere che Marx abbia considerato in questo testo la sopravvivenza della legge del valore nel socialismo: quella che si trova scritta nero su bianco è proprio la tesi opposta.

Tale interpretazione ha tuttavia la sua importanza poiché, come vedremo, i redattori dell’articolo che analizzeremo brevemente fonderanno la loro teoria sulla sopravvivenza del valore proprio sulla affermazione che il principio fondamentale del socialismo è la ripartizione secondo il lavoro fornito.

A difesa della loro tesi, i sovietici fanno riferimento spesso al passo del libro III del Capitale in cui Marx critica Storch: “dopo che si è eliminato il modo di produzione capitalistico, conservando però la produzione sociale, la determinazione di valore continua a dominare, nel senso che la regolazione del tempo di lavoro e la distribuzione del lavoro sociale fra i diversi gruppi di produzione, e infine la contabilità a ciò relativa, diventano più importanti che mai”.

Marx prosegue affermando che: “è innanzitutto una falsa astrazione considerare una nazione, il cui modo di produzione è fondato sul valore, per di più organizzata capitalisticamente, come un corpo collettivo che lavora unicamente per i bisogni naturali.” L’economia politica del socialismo si basa evidentemente su una “falsa astrazione” di questo tipo.

L’interpretazione data di questo passo in termini di persistenza della legge del valore (come della sua “utilizzazione”) costituisce un completo rovesciamento della teoria marxiana del valore, della produzione mercantile in generale e del concetto di “determinazione del valore” (Wertbestimmung) in particolare.

Nel primo capitolo del Capitale, Marx definisce tre determinazioni del valore. Le prime due, considerando il loro contenuto, sono comuni a tutte le società: si tratta in primo luogo del lavoro umano, in secondo luogo della misura quantitativa del valore: il tempo di lavoro. La terza determinazione è il carattere sociale del lavoro.  Nel Capitale afferma che:


“Dunque, il carattere mistico della merce non trae origine dal suo valore d’uso né, tanto meno, dal contenuto delle determinazioni di valore. Infatti, in primo luogo, per diversi che siano i lavori utili o le attività produttive, è una verità fisiologica che essi sono funzioni dell’organismo umano, e che ognuna di tali funzioni, qualunque ne sia il contenuto e la forma, è essenzialmente dispendio di cervello, neryi, muscoli, organi di senso, ecc., umani. In secondo luogo, per ciò che sta alla base della determinazione della grandezza di valore — la durata temporale di quel dispendio, ossia la quantità del lavoro compiuto —, la quantità del lavoro è perfino tangibilmente distinguibile dalla sua qualità. Non v’è condizione storica e sociale, in cui il tempo di lavoro che la produzione dei mezzi di sussistenza costa non abbia necessariamente interessato gli uomini, sebbene in modo diseguale in stadi di sviluppo diversi. Infine, non appena gli uomini cominciano a lavorare in qualunque maniera gli uni per gli altri, anche il loro lavoro assume forma sociale.”


Marx distingue il contenuto (o il fondamento) di queste determinazioni, dalla forma sociale che il lavoro acquista nelle condizioni della produzione mercantile. Egli scrive che:


“Da dove nasce, dunque, il carattere enigmatico del prodotto del lavoro, non appena riveste la forma di merce? Evidentemente, da questa stessa forma. L’eguaglianza dei lavori umani assume la forma materiale dell’eguale oggettività di valore dei prodotti del lavoro; la misura del dispendio di forza lavoro umana mediante la sua durata temporale assume la forma della grandezza di valore dei prodotti del lavoro; infine, i rapporti fra i produttori, nei quali le determinazioni sociali dei loro lavori si attuano, assumono la forma di un rapporto sociale fra i prodotti del lavoro.”


Questa distinzione essenziale spiega perché Marx, a più riprese, scrive che le determinazioni del valore (cioè il loro contenuto) continuerebbero ad esistere anche in una società dove il valore di per se stesso, come forma sociale, fosse sparito, Questo afferma nel passo che abbiamo appena citato, a proposito di Storch, ed anche nella celebre lettera del 1868 a Kugelman.

Ed è questo che viene negato dai sovietici quando fanno dire a Marx che le determinazioni del valore sarebbero mantenute nel socialismo, lo stesso accadrebbe per la forma sociale del valore, per la legge del valore! E se seguiamo coerentemente questo ragionamento, dovrebbe essere esteso anche alla fase superiore del comunismo, cosa invece sempre dogmaticamente negata dai sovietici.

La negazione del concetto di forma sociale nell’economia politica del socialismo porta ad un completo snaturamento della teoria di Marx a cui ci si richiama, per non parlare del ruolo apertamente apologetico che tale negazione svolge.

Solitamente i sovietici operano con uno slittamento dal piano del rovesciamento delle concezioni marxiane, in forma dogmatica, al piano di un eguale rovesciamento, ma nella forma dello sviluppo teorico creativo. Ad esempio, nell’articolo che stiamo analizzando, del 1943 pubblicato in Pod Znamenem Markisisma sull’insegnamento dell’economia politica del socialismo, tradotto in inglese su The American Economic Review del settembre 1944, affermano che: “sarebbe certamente un approccio assurdo e non critico immaginare che Marx ed Engels avrebbero potuto prevedere e predire i mezzi concreti, pratici, d’utilizzare la legge del valore negli interessi del socialismo.” Tali mezzi sono elaborati nella “ricca pratica dell’edificazione socialista in URSS”, e la loro generalizzazione è dovuta al genio di Stalin “che ha mostrato come lo Stato sovietico mette al servizio del socialismo alcuni strumenti dell’economia capitalista come la moneta, il commercio, le banche…” Queste tesi “sono tra i principi più importanti dell’economia politica del socialismo creata dal compagno Stalin.”

Tuttavia Stalin non ha per niente “mostrato come” lo Stato utilizza le categorie (cioè i rapporti) capitalisti nell’interesse del socialismo. Gli è bastato postularlo, nel 1925 come esempio della pretesa “dialettica del nostro sviluppo” e di nuovo in seguito nel 1934.


Bisogna ammettere che è effettivamente difficile prestare a Marx ed a Engels la previsione dei “mezzi concreti” per “utilizzare la legge del valore nell’interesse del socialismo”. Per loro, in effetti, a torto od a ragione, il socialismo era possibile sulla base dell’abolizione della produzione mercantile e della legge del valore. Per Marx “Niente può essere dunque più falso ed insulso che presupporre, sulla base del valore di scambio, del denaro, il controllo degli individui associati sulla loro produzione globale.” Engels, da parte sua, scrive a proposito di Duhring:


“Voler sopprimere la forma di produzione capitalistica mediante la creazione del “vero valore” significa perciò voler sopprimere il cattolicesimo mediante la creazione del “vero” papa, o voler creare una società in cui i produttori finalmente dominano il loro prodotto, dando vita, con ciò stesso, a una categoria economica che è l’espressione più piena dell’asservimento dei produttori mediante il proprio prodotto.”


Il significato nascosto del discorso apologetico e feticista dell’economia politica del socialismo è in realtà il seguente: sulla base dell’esperienza effettiva del socialismo, noi sviluppiamo la tesi marxista, ben nota ma che Marx non ha potuto, per ragioni evidenti, elaborare sino alle sue conseguenze pratiche, secondo la quale il socialismo non è nient’altro che il controllo ed il dominio della società da parte dello Stato che a tale fine utilizza come strumenti i rapporti di produzione capitalisti e mercantili.


La sostanza dell’argomentazione del testo sovietico del 1943 è avvicinarsi al valore dal punto di vista tecnico (considerandolo cioè come una necessità tecnica) e non dal punto di vista sociale. Il valore cessa così di costituire una categoria economica, l’espressione di un rapporto sociale di produzione e si trasforma in semplice strumento tecnico, utilizzato dallo Stato per la misura del tempo di lavoro. L’economia politica si trasforma surrettiziamente in tecnologia sociale dove la merce, il valore, la moneta, figurano come strumenti dell’economia pianificata.      

La teoria sovietica del socialismo ci ripresenta in una forma esacerbata il feticismo della merce, questo spiega perché per loro il prodotto del lavoro riveste in generale la forma di merce, dunque la forma di valore, solo in condizioni sociali determinante, essi negano l’esistenza di queste condizioni nel socialismo, partendo dalla necessità tecnica del valore e ne deducono infine l’esistenza della merce-socialista. L’ipotesi implicita è che la legge del valore costituisce il solo modo di misura possibile per lavori che non sono qualitativamente uniformi, ossia che essa rappresenta il solo modo di rendere confrontabili socialmente tali lavori. Se fosse così, i diversi lavori non possono essere qualitativamente uniformi ed essi non potranno esserlo mai, né in una produzione comunitaria o comunista né altrove.

Il problema non è quello dell’uniformità o della non-uniformità di questi lavori concreti, ma del loro modo di socializzazione. In una comunità di produzione, dove viene meno la forma mercantile, i diversi lavori acquistano direttamente una forma sociale, sotto la loro forma di lavori concreti. Al contrario, nella produzione mercantile, è nella loro forma astratta che i diversi lavori si affermano come lavoro sociale, poiché la mediazione od il giro vizioso dello scambio sono resi necessari dalla forma privata di questi lavori. 


“Problemi economici del socialismo” di Stalin: una critica


Il procedimento seguito da Stalin nel suo saggio del 1952 sembra, a prima vista, più coerente di quello dell’articolo 1943. Invece di dedurre la merce da una pretesa necessità tecnica del valore, egli parte dalla realtà della produzione mercantile, dalla quale fa derivare l’esistenza del valore e della legge del valore. Egli può così riaffermare il dogma: “Il valore, come anche la legge del valore, è una categoria storica, legata all’esistenza della produzione mercantile. Con la scomparsa della produzione mercantile spariranno sia il valore con le sue forme, che la legge del valore.” Questa scomparsa è tuttavia spostata di un gradino nel tempo e relegata nell’ipotetico e futuro passaggio alla fase superiore del comunismo. La spiegazione staliniana della produzione mercantile non è economica, ma fondamentalmente giuridica. Questo spiega perché Stalin presenta a più riprese il mantenimento di questa produzione come un atto discrezionale dello Stato, anche se un tale atto è considerato come necessario nelle condizioni esistenti. Da qui deriva la curiosa impressione che suscita la critica del volontarismo, svolta nei Problemi economici: la base di questa critica è essa stessa fondamentalmente volontarista… Il manuale di economia politica deve spiegare “perché no, nonostante la socializzazione dei mezzi della produzione, non aboliamo la produzione mercantile, la valuta, il commercio…”. Proviamo a ricostruire il ragionamento di Stalin. I kolkoz, proprietari della loro produzione, accettano come relazioni economiche con la città solo lo scambio attraverso l’acquisto e la vendita di merci. Da questo Stalin sembra dedurre che la “sfera d’azione” della produzione mercantile è limitata “principalmente alle merci di consumo individuale.”

Se si accetta questa premessa si può dunque supporre che i beni di consumo industriali diventano delle merci nei confronti dei kolkosiani. Ma perché la stessa cosa avverrebbe anche nei confronti dei cittadini, e più in particolare degli operai? Stalin non risponde alla domanda, ma il fatto è accettato come del tutto evidente da un commentatore del suo testo: “è comprensibile che se i prodotti dei kolkoz sono alienati come merci, mediante operazioni d’acquisto e di vendita, gli oggetti di consumo prodotti dall’industria per la vendita alla popolazione rurale e urbana si presentano parimenti sotto forma di merci.”

A questo si stabilisce il nesso con la legge del valore, poiché: “la dove esistono merci e produzioni mercantile, non può non esistere anche la legge del valore.”

La “sfera d’azione della legge del valore” si estende prima di tutto alla circolazione delle merci, allo scambio sopratutto dei beni d’uso personali. In questo campo essa conserva “naturalmente entro certi limiti, una funzione regolatrice”, ma la legge non si limita alla circolazione “essa si estende anche alla produzione”, tuttavia, non gioca qui un ruolo regolatore.

“Il fatto è che i prodotti di consumo, indispensabili per reintegrare l’impiego di forza lavoro nel processo produttivo, si producono da noi e si realizzano come merci soggette all’influenza della legge del valore. Qui appunto si rivela l’influenza della legge del valore sulla produzione. In relazione a ciò nelle nostre aziende hanno un’importanza attuale questioni come quella del rendimento commerciale e dalla gestione redditizia, del costo di produzione e non devono trascurare di tenere in considerazione la legge del valore.”

In definitiva, poiché i prodotti industriali di consumo circolano come merci essi sono fabbricati come tali e sottomessi alla legge del valore: quest’ultima “estende” dunque per questo verso la sua “influenza” sulla produzione. Ma che ne è dei mezzi di produzione che, agli occhi di Stalin, non circolano come merci, non sono prodotti come tali, non sono sottoposti alla legge del valore? “Perché dunque in questo si parla di valore dei mezzi di produzione, del loro costo, del loro prezzo…?”. Le ragioni sono due. In primo luogo, ciò è necessario “per calcolare, per fare i conti, per definire la redditività o la passività delle aziende, per verificare e controllare le aziende”, ma questo è solo “il lato formale della questione”.

In secondo luogo, ciò è necessario per il commercio estero: in questo solo campo i mezzi di produzione sono effettivamente delle merci e si vendono realmente. Come spiegare una tale “particolarità”? La ragione è semplice: nel socialismo, le forme antiche sussistono pur essendo riempite di un nuovo contenuto, è il caso delle merci, della moneta, delle banche. Ne deriva che “delle vecchie categorie del capitalismo si è conservata da noi principalmente la forma, l’immagine esterna, mentre esse sono state radicalmente modificate nella sostanza in connessione con le esigenze di sviluppo dell’economia nazionale socialista”. In Stalin la nozione di “particolarità” corrisponde in generale ad una petizione di principio. Ne è un esempio questa legge mistica della forma “antica” e del contenuto “nuovo”:

Questa concezione sviluppata in I problemi economici e che segnerà profondamente l’economia politica del socialismo, solleva un certo numero di osservazioni. Prima di tutto è evidente che si tratta di una serie di deduzioni a partire da una premessa che, nella realtà, è un postulato giuridico (la proprietà dei kolkoz sulla loro produzione) ed un “fatto” soggettivo: i kolkoz non accettano altri rapporti che non siano quelli di mercato. Stalin deve collocare le cose nella sfera della coscienza, poiché altrimenti si troverebbe in una impasse. Notiamo come si risalga dalla circolazione verso la produzione: merce e valore trovano qui il loro fondamento effettivo nello scambio tra città e campagna, ossia nella sfera della circolazione ed estendono il loro dominio verso la sfera della produzione (industriale). Una tale inversione dei rapporti tra produzione e circolazione deve essere messa in rapporto con il giuridicismo di Stalin. La circolazione è in effetti il campo delle “maschere” giuridiche, dove il diritto appare prima di tutto come rapporto tra la volontà dei contraenti, è anche il campo nel quale il valore si manifesta nella forma fenomenica del valore di scambio, ma dove la sua produzione resta inspiegata e a maggior ragione questo vale per il plusvalore.

D’altra parte, si può osservare che non esiste anello di congiunzione apparente tra l’estensione della legge del valore alla produzione industriale e la questione dei mezzi di produzione. Stalin, da un lato, afferma l’estensione delle categorie mercantili, che egli constata nella circolazione tra agricoltura ed industria, alla produzione nel settore di Stato, ma, d’altra parte, pretende che i mezzi di produzione non siano delle merci. Allora, perché questa necessità del valore “per i calcoli”? In realtà, l’anello di congiunzione è dissimulato, ma esiste: è il salario. Ronald Meek osserva: “ i prezzi delle merci prodotte dall’industria di Stato dipendono ampiamente dai costi salariali che, a loro volta dipendono ampiamente dai prezzi dei beni di consumo, vale a dire al prezzo delle merci che si trovano nella sfera d’azione della legge del valore.”

Il carattere oscuro, nascosto, di questa mediazione ha certamente la sua origine nel fatto che si tratta di un problema estremamente delicato. In Stalin, l’esistenza del salario in termini diversi dalla forma valore della forza lavoro resta inspiegato. Mentre si preoccupa di spiegare la forma valore dei mezzi di produzione, che è sotto gli occhi di tutti, egli evita di estendere il discorso alla forma valore della forza lavoro, la realtà della quale è purtuttavia ben visibile, egli proclama semplicemente che sarebbe sacrilego immaginare, anche per un solo istante, che la forza lavoro sia ancora una merce. In un passaggio un tantino oscuro Stalin deduce infatti la forma salario e la sua necessità dal carattere di merce dei beni di consumo. “Il fatto è che i prodotti di consumo, indispensabili per reintegrare l’impiego di forza lavoro nel processo produttivo, si producono da noi e si realizzano come merci, soggette all'influenza della legge del valore.”

Il ricorso al concetto di “reintegrazione” ha la funzione di occultare la forma sociale del processo. In qualunque modo di produzione i prodotti di sussistenza o di consumo servono a “reintegrare le perdite di forza lavoro”, ma è solo nel quadro dei rapporti di produzione capitalisti che questa “reintegrazione” si realizza attraverso la mediazione della forma sociale del valore della forza lavoro, espressa nel salario. Il passo citato mira a dissimulare lo scambio tra la forza lavoro ed il capitale, la vendita e l’acquisto di questa forza, così come l’equivalenza tra il salario ed il valore dei mezzi di sussistenza. Il processo reale è l’inverso di quello che viene qui supposto: tutti i beni di consumo devono necessariamente diventare merci dal momento che la forza lavoro stessa è diventata merce per effetto della sua separazione dai mezzi di produzione e di sussistenza, cioè quando domina il sistema salariale.

Siamo in presenza, con Stalin, di un rovesciamento familiare alla teoria sovietica: il “salario socialista” è dedotto dalla forma merce dei mezzi di sussistenza, essa stessa dedotta da una differenza giuridica e dalla supposte disposizioni d’animo dei contadini!

Mentre il ragionamento dei Problemi economici ci appariva inizialmente opposto a quello dell’articolo del 1943, si deve constatare come sulla questione dei mezzi di produzione si ritrova lo stesso argomento tecnico: la “forma valore” è necessaria per ragioni di contabilità. Partito da problemi che conservano malgrado tutto un aspetto sociale (le due forme di proprietà), Stalin perviene tuttavia ad una spiegazione tecnica per questi mezzi di produzione, poiché il nuovo “contenuto” sociale, “socialista”, è reinserito nella teoria per mezzo di una delle “particolarità” staliniane. Quest’ultima è anch’essa sostenuta da una legge mistica, semplicemente postulata, quella della penetrazione e dell’utilizzazione delle forme capitaliste da parte del contenuto socialista.

Infine, occorre una volta di più sottolineare che quando Stalin parla di valore e di legge del valore il problema del quale tratta è soprattutto quella della misura. La questione decisiva, quella della forma valore, resta inspiegata, oppure essa si vede attribuire un’origine inaccettabile (limitata al livello della circolazione, giuridica, soggettiva, tecnica, oppure puramente mistica). Questo punto di vista della misura si rivela anche in una proclamazione dogmatica, nella quale Stalin afferma che il valore e la legge dello stesso nome spariranno nel futuro insieme alla produzione mercantile: “nella seconda fase della società comunista la quantità di lavoro impiegata per la produzione dei prodotti non si misurerà per vie traverse, non tramite il valore e le sue forme, come accade nella produzione mercantile, ma direttamente e immediatamente con la quantità di tempo, con il numero delle ore impiegate nella produzione dei prodotti.”

Qui la forma valore è esplicitamente dedotta dalla necessità della misura. L’aspetto qualitativo, come è frequente nell’ideologia staliniana, è considerato solo in rapporto all’aspetto quantitativo.

Si può citare questo giudizio di Marx: “ I pochi economisti che, come S. Bailey, si occuparono dell’analisi della forma valore, non potevano approdare a nulla, prima di tutto perché confondono la forma valore ed il valore, in secondo luogo perché, sotto il grossolano influsso del borghese pratico, non hanno occhi fin dall’inizio che per la determinatezza quantitativa: «È il poter disporre della quantità… che costituisce il valore».”

giovedì 10 dicembre 2020

0 TRA MARX, KEYNES E SRAFFA - INTERVISTA A MARCO VERONESE PASSARELLA

Marco Veronese Passarella, nato ad Adria nel 1975, è docente di economia presso l’Economics Division della Business School dell’Università di Leeds. Ha conseguito la laurea in economia nel 2001 presso l’Università di Bologna, con una tesi su Il Capitale di Marx, e si è addottorato nel 2008 presso l’Università di Firenze, con una tesi sulla “Teoria del circuito monetario”.

I suoi interessi di ricerca includono le teorie dei prezzi e della distribuzione, la dinamica macroeconomica, l’economia monetaria, nonché la storia e la filosofia del pensiero economico. È autore di articoli su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, tra le quali il Cambridge Journal of Economics, il Journal of Economic Behavior & Organization, la Review of Political Economy e la Rivista Italiana degli Economisti. È, inoltre, autore di numerosi capitoli in volumi collettanei, nonché di pubblicazioni di carattere divulgativo. Nel video abbiamo lungamente discusso del pensiero economico di Marx, Sraffa e Keynes, sottolineando punti di forza, debolezza e d'incontro. Troverete inoltre una critica alle teorie economiche dominanti.



mercoledì 9 dicembre 2020

0 LOTTA DI CLASSE E DINTORNI

La lotta di classe e dintorni con Gianfranco La Grassa.



venerdì 4 dicembre 2020

0 IL TRONTI DI OPERAI E CAPITALE

 


Gli anni Sessanta e Settanta furono gli anni della nascita della “Nuova Sinistra”, una fase contraddistinta dall'emergere di dibattiti ed eterodossie marxiste che entravano in rotta di collisione con i partiti comunisti dei rispettivi paesi. In questi vent'anni travagliati, emerse in Italia un'esperienza teorico-politica estremamente innovativa: l'operaismo.

L’operaismo si sviluppò nelle lotte che hanno caratterizzato il nostro paese in quegli anni, sfidando da sinistra l’egemonia del PCI sul movimento operaio italiano.

Brevemente, è doveroso ricordare che l’operaismo non nasce con Tronti ma dentro l’esperienza dei Quaderni Rossi di Raniero Panzieri, esponente dell’ala sinistra del PSI.

Nel 1964 una parte rilevante dei Quaderni Rossi, tra cui Tronti, Toni Negri e Asor Rosa, si staccò per dare vita alla rivista Classe Operaia. L’esperienza della rivista terminò nel 1967. Una parte di questi intellettuali seguì una strategia entrista, tornando nel PCI (tra cui Tronti), altri esponenti dell’operaismo confluirono in esperienze della sinistra extraparlamentare come Lotta Continua e Potere Operaio (tra cui Toni Negri).

 

Lo scopo del testo è riflettere sul libro di Mario Tronti “Operai e Capitale”, uscito un anno prima della fine dell’esperienza di Classe Operaia, nel 1966, e diventato un classico della Nuova Sinistra e che condensa le tesi dell’operaismo degli anni '60.

La tesi principale degli operaisti era che lo sviluppo capitalista costituiva una risposta alle lotte della classe operaia. Gli operaisti si ribellarono ad una lettura del Capitale per cui, in nome dell'economia politica, il capitale diventava oggetto della storia. Al contrario, Tronti affermava il primato del rapporto di classe sulla strutturazione della borghesia come classe. La classe operaia era tale prima dei suoi sfruttatori.

Un'altra tesi centrale era il non doversi più aspettare la rivoluzione nel leninista anello debole, ma dove esisteva la classe operaia più forte. Il palcoscenico della rivoluzione era necessariamente il capitalismo moderno. Questo significava un capitalismo fondato sul plusvalore relativo. A ciò si aggiungeva l'innovazione più propriamente operaista della definizione dell'organicità del capitalismo basata sull'intreccio sempre più profondo tra fabbrica e società.

Né il giovane Tronti né i suoi compagni riponevano la minima speranza nelle rivoluzioni coloniali o nei processi di liberazione nazionale. Non erano contrari alla loro esistenza dove fossero necessari. Ma non si aspettavano che da loro derivasse alcun tipo di sviluppo socialista o comunista.

Questa concezione della necessità strutturale del capitalismo moderno per la rivoluzione operaia ha portato gli operaisti a rifiutare la politica nazional-popolare di Gramsci nella versione del PCI e in generale. La tesi operaista radicalizza il primato della classe operaia, formulando la teoria del soggetto rivoluzionario come "classe operaia senza alleati". Questo era lo slogan dei gruppi militanti operaisti nel marzo 1964.

Se l'analisi marxiana del Capitale si è concentrata sulla dialettica del valore e del valore d'uso della forza lavoro per completare la spiegazione "contabile" dello sfruttamento (per citare Althusser), nel lavoro di Tronti la forza-lavoro viene pensata come merce e come soggetto. Cioè, come soggetto e suo prodotto, sebbene nel capitalismo la cosa presentificata che esce dalla produzione preceda il soggetto, proprio come nel Manifesto comunista il passato predomina sul presente. Il soggetto sta dalla parte dell'antagonismo, è la sua personificazione soggettivizzata. La forza lavoro è una fonte di valore e, per Tronti, non capitale. La ragione di fondo è che la forza lavoro è il consumo della corporeità della figura del lavoratore, la radice dell'antagonismo. La classe operaia si oppone alla macchina, o meglio al suo uso capitalistico, ma anche alla forza lavoro come capitale variabile. La prospettiva della lotta dei lavoratori è impedire la trasformazione della forza-lavoro in lavoro effettivo (cioè del suo valore d'uso). Da lì nasce lo slogan operaista del rifiuto del lavoro. Tronti lo formula nel modo seguente, andando oltre: il padrone fornisce il lavoro e il lavoratore il capitale.

La conclusione politica che ne deriva è che la classe operaia deve essere in grado di scoprire di far parte del dispositivo complessivo del capitale per emergere come suo antagonista generale. Per Tronti e gli operaisti, è attraverso questo tipo di assorbimento del capitale che la classe operaia può trasformarsi in un soggetto rivoluzionario contro l'ordine sociale attuale. Forse la tesi non è del tutto nuova e potrebbe essere facilmente rintracciabile nel corpus marxiano. Tuttavia, lo sguardo con cui l'operaismo ha affrontato questo problema ha portato nuove prospettive di apertura teorica.

In termini generali, lo schema teorico operaista formulato in Operai e Capitale sottolinea che il sovvertimento della società borghese è possibile solo dall'interno. Il centro di questa sovversione è nelle fabbriche. Da lì deve essere costruito il potere dei lavoratori. Ma non è solo dalla pratica quotidiana della lotta di classe in fabbrica che è possibile il processo rivoluzionario. Il ruolo della teoria è fondamentale. Il lavoro teorico passa attraverso l'anticipazione dello sviluppo oggettivo della società borghese e scommettendo sulle lotte dove la classe operaia è più forte.

La base teorico-politica dell'operaismo e di quest'opera di Tronti ha una virtù non trascurabile: ha espresso le proprie posizioni in modo definito e chiaro. Il lettore sa cosa aspettarsi.

La tesi centrale operaista, secondo cui la lotta operaia è la principale variabile indipendente da considerare quando si vuole capire lo sviluppo capitalista, era un'idea acuta che poteva essere difesa in relazione all'infanzia del movimento operaio o al periodo aperto dopo la crisi del 1929 e la costruzione del Welfare State. Per quanto riguarda il regime sociale di accumulazione neoliberista impostosi dalla fine degli anni '70, sarebbe molto più difficile affermare una tesi di questo tipo. Ma non è solo un problema di periodizzazione storica.

Una sfumatura importante va considerata: i meccanismi di accumulazione del capitale non possono essere compresi esclusivamente dall'attività cosciente dei soggetti (c'è il famoso detto marxiano del “non lo sanno ma lo fanno”) poiché parte essenziale di questi meccanismi accadono dietro le spalle degli agenti.

È un meccanismo, sono i rapporti di produzione capitalistici che ordinano il quadro in cui si verifica la correlazione tra le classi. Il capitale è il soggetto storico della società capitalista, sebbene sia un errore identificarlo immediatamente con una classe sociale. Una posizione di classe chiaramente differenziata nell'appropriazione della ricchezza deriva dal meccanismo dei rapporti di produzione.

Un altro errore molto diffuso è pensare ai rapporti di produzione e alla lotta di classe come due mondi assolutamente separati. Nelle formazioni sociali capitaliste l'antagonismo di classe occupa una posizione centrale. Ma questo non perché le forze che si confrontano possano essere intese come forze di classe, ma piuttosto perché sviluppano il conflitto sociale attraverso forme che strutturano questa lotta e ne dirigono le dinamiche e la direzione. Le classi in lotta definiscono e ridefiniscono la loro configurazione, soprattutto quelle subordinate, nello stesso scenario di conflitto e nella matrice strutturante dei rapporti di produzione.

Per sviluppare questo compito teorico-programmatico è necessario partire dai concetti centrali della critica marxiana dell'economia politica: valore, denaro, capitale e le loro articolazioni. Non si può negare che Tronti in Operai e Capitale abbia tentato di farlo. Ma lo fece in maniera immediata, in quanto corrispondeva al programma teorico-politico dell'operaismo. Qui le categorie teoriche sono esposte per giocare senza mediazioni, come se fossero vere forze sociali. Il punto di vista di Marx inizia utilizzando la categoria di classe sociale per configurare un'identificazione concettuale e solo successivamente si riferisce a un soggetto reale che porta una propria storia socio-politica, pratiche organizzative e forme di identità proprie. Ma non è mai una categorizzazione assegnata a un'entità preesistente. In Operai e Capitale c'è un'identificazione immediata tra categorie teoriche e classi sociali storicamente esistenti.

Questo non si trova solo nei passaggi più chiaramente teorici del libro, ma anche nelle analisi situate più storicamente che possiamo trovare alla fine del libro.

Nella tradizione teorica operaista, la questione del partito è sempre stata una questione controversa.

La concezione delle classi e della lotta di classe condivisa dagli operaisti ha portato a difficoltà nel cogliere alcuni aspetti della specificità della pratica politica. Diciamo alcuni aspetti e non tutti poiché l'operaismo in quanto tale implica una prospettiva di confronto tra le classi che è politica sin dal suo inizio. La difficoltà passa più attraverso una riflessione sulla natura degli strumenti propriamente politici del confronto sociale.

La concezione che gli operaisti veniva dagli scontri che stavano attraversando la società e si è riflessa in numerose proposte dei militanti di questa corrente sulla questione del partito. Ci sono testi su questo argomento di Panzieri, Tronti, Negri e Libertini. Nelle loro pagine si possono trovare interessanti elementi analitici sulle esperienze classiche del movimento operaio. Il problema che portavano era la tesi che poneva il rapporto del partito politico operaio con una certa fase del capitalismo. Tesi che, posta così, implica necessariamente un approccio riduzionista mentre la questione del partito è un problema chiaramente politico che implica un'azione comune tra un gruppo di persone e le strutture organizzative esistenti, una questione che porta diversi nodi al pettine e che in quel contenitore (fragile o potente) cercano di stabilire una relazione organica con classi sociali, corporazioni, burocrazie ... nel perseguimento di un progetto di società in cui dosare varie combinazioni tra interessi e ideali. In generale, l'operaismo ha proceduto a realizzare un punto di vista sociologico in cui i partiti erano traduzioni di strategie attuate ad hoc dalle classi sociali. In alcuni testi operaisti, le idee-forza attorno ai partiti si riferivano alla composizione di classe, il che porta a chiavi di interpretazione che rischiano di sfociare nell’economicismo.

Il Tronti di Operai e Capitale dedica un breve capitolo del suo libro alla questione del partito e del suo rapporto con la classe operaia. Dalla sua lettura, si può vedere che l'autore cerca di preservare l'approccio complessivo dell'operaismo apportando alcuni aggiustamenti alla sua quasi assenza di teoria del partito rivoluzionario. È probabile che questa preoccupazione sia collegata all'esperienza di Tronti nel PCI, prima dell'operaismo. Inoltre, in tutto il testo di Operai e Capitale c'è la rivendicazione di Lenin e la necessità di tenerlo presente quando si vuole fare la rivoluzione.

Di cosa ragionava Tronti in questo libro? Postula due tesi centrali.

La prima è affermare la necessità di tornare all'unità del confronto della classe operaia contro il capitale. Il movimento operaio classico sviluppò due strategie: il sindacalismo, che si limitava alla lotta meramente economica della classe operaia e portava necessariamente all'opportunismo, e la rappresentanza puramente politica, che in un capitalismo moderno diventava sempre più compatibile con una certa forma di democrazia politica, traducendosi anch’essa in una forma di opportunismo legato alle istituzioni. Tronti postula una politica di classe che unifichi entrambi i livelli della lotta di classe. Con questa tesi è difficile essere in disaccordo poiché costituisce solo la traduzione in linguaggio teorico dei grandi fallimenti nella storia del movimento operaio.

È nella seconda tesi di Tronti che appare una proposta esplicita di un profilo più definito e non solo una descrizione del terreno, e forse un'approssimazione sul da farsi. Tronti in questo libro afferma che: “La classe operaia ha una strategia spontanea dei propri movimenti e del proprio sviluppo; e il partito deve solo rivelarla, esprimerla e organizzarla. Ma la classe stessa non possiede da nessun punto di vista, né da quello della spontaneità, né da quello dell'organizzazione, il momento vero e proprio della tattica.” Tronti dà rilevanza al momento tattico della lotta di classe e suggerisce che le grandi sconfitte della classe operaia nei momenti cruciali di una crisi rivoluzionaria furono dovute alla lettura errata del momento tattico, che è il punto in cui l'esistenza del partito è cruciale.

A questo punto, è interessante confrontare questa lettura acuta con altri tipi di conclusioni più comuni nella sinistra radicale, che è di attribuire il fallimento di una congiuntura di confronto aperto tra le classi all'assenza di un partito rivoluzionario. Anzi, si potrebbe rilevare che Tronti potrebbe coincidere, e di fatto coincide, con questa lettura poiché nel testo c'è una vigorosa difesa della necessità del partito. Tuttavia, c'è una differenza che apre un mondo. Le correnti che spiegano le sconfitte per assenza di un partito hanno solitamente una lettura che gli attribuisce il possesso della strategia rivoluzionaria. Il Tronti di Operai e Capitale confina il partito alla sfera della tattica, momento che spicca in modo superlativo nella sua argomentazione ma che non è quello della strategia. La strategia è nelle mani della classe operaia in quanto tale. Né si potrebbe dire che Tronti costruisca una teoria del partito rivoluzionario. Nel suo libro fa sempre riferimento al partito dei lavoratori. E a una variante del partito operaio che sembra riferirsi a un partito di tutta la classe, poiché, come abbiamo sottolineato, il partito deve svelare, esprimere e organizzare la lotta contro il capitale incarnata nella strategia operaia. Probabilmente la formulazione di Tronti in questo libro è l'approccio più politico a cui è arrivato il sociologismo in chiave spontaneistica, che è stato un tratto distintivo dell'operaismo nel corso della sua storia. Nonostante gli insistenti richiami di Tronti a Lenin, la sua concezione del partito operaio e del suo rapporto con la classe operaia sembra più vicina a quella di Rosa Luxemburg, che era anch’essa una sostenitrice del partito di tutta la classe e di un definizione determinata di spontaneità operaia.

La scelta tra la posizione di Tronti che riduce la funzione del partito al momento tattico e la posizione alternativa della maggior parte delle organizzazioni rivoluzionarie tradizionali che pensano al partito come in possesso della strategia e della tattica è soddisfacente? Il solo fatto di porre la domanda fa avanzare una posizione negativa. La seconda posizione incarna una parte importante del conservatorismo teorico della maggioranza della sinistra radicale internazionale, che si trascina in una crisi di stagnazione che dura da diversi decenni, nonostante la periodica rinascita seguita da bruschi tracolli. Forse il più grande peso morto che questi gruppi e organizzazioni si portano dietro è la loro adesione a una norma programmatica eccessivamente ancorata nel XX secolo e che ha resistito alla formulazione di tesi sugli eventi centrali della fine del XX secolo come la globalizzazione o l'implosione del socialismo reale. E affermo che la maggior parte dei gruppi e delle organizzazioni della sinistra radicale non hanno fatto proprie certi tesi perché non avrebbero potuto portarle avanti e continuare ad essere trotskisti o stalinisti o qualsiasi altra denominazione emersa dai dilemmi del secolo scorso. L'uno esclude l'altro.

L'idea di Tronti che esista una strategia dei lavoratori spontanea, che può essere osservata nelle loro azioni, mobilitazioni, rivendicazioni, è del tutto ragionevole. Molto più discutibile è che attraverso la strategia spontanea della classe operaia sia praticabile la trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici, poiché, con poche eccezioni, questa strategia consiste nell'avanzare il più possibile nello scenario della società esistente.

La versione più frequente della strategia spontaneista dei lavoratori si cristallizza nel sindacalismo, che, come ha formulato aspramente Lenin, è la politica dei lavoratori borghesi. Ha come scopo vendere la forza lavoro sul mercato al prezzo più alto possibile. Si può allora affermare che se la strategia operaia spontaneista di cui parla Tronti è un'ipotesi sensata, è molto meno probabile che il ruolo delle organizzazioni rivoluzionarie si riduca alla risoluzione del momento tattico.

La classe è solo strategia, Tronti rilancia, e questo si afferma in modo del tutto oggettivo. Questo perché nella prospettiva operaista di Tronti la strategia è il rifiuto. Il rifiuto del lavoro, pratica materialmente incorporata nella massa lavoratrice della società.

La tattica è equivalente all'organizzazione. Lì Tronti pone la mediazione del partito. Inoltre, la tattica modifica sempre la strategia attraverso le modalità della sua implementazione. Qui le nozioni di tattica e strategia sono sconvolte. Il che, ovviamente, è una discussione possibile ma rischia di produrre inutili rumori concettuali, poiché il primato che Tronti attribuisce al momento tattico su quello strategico modifica, senza rendersene conto, l'uso di queste nozioni presenti nelle opere di Clausewitz e Lenin.

Il primato della tattica, in Operai e Capitale, è chiaramente espresso nell'enfasi di Tronti nel modo in cui descrive come il partito viola la strategia dei lavoratori, il cui apice è Lenin che afferma che l'assalto al Palazzo d'Inverno doveva essere fatto il 26 ottobre perché il 25 era prematuro e il 27 troppo tardi La trasformazione tattica della strategia deve essere imposta dall'esterno alla classe operaia. In qualche modo la strategia diventa una sorta di monarca costituzionale della lotta di classe.

In questa proposta, lo sfondo è Lenin e quello che è senza dubbio il suo libro migliore, Che fare?

La base della posizione teorico-politica di Lenin è l'affermazione di una differenza irriducibile tra il politico e il sociale. Nonostante tutti i vasi comunicanti che possono esistere tra le due sfere della struttura della società, rimarrà sempre un'area in cui sarà chiaramente espressa l'autonomia della pratica politica direttamente nel campo sociale ma attraverso l'articolazione dei diversi livelli dell'insieme: economico, politico e ideologico. La pratica politica che faceva parte del piano organizzativo di Lenin che appare nel Che fare? non consigliava di lasciare le fabbriche ma affermava che ridurre l'azione dei comunisti alle fabbriche era la concezione più ristretta della politica. Ha apertamente sollevato la necessità di andare a tutte le classi sociali della nazione. E non solo verso le classi, ma verso tutti i gruppi e gli strati in cui queste classi sono suddivise e che devono la loro costituzione ai più diversi fattori: culturali, ideologici, politici, religiosi... Lenin ribadisce la necessità di denunciare tutti gli abusi, di cercare di rappresentare tutti gli oppressi nella società e non solo i lavoratori. Non ci sfugge che nel piano disegnato da Lenin nel Che fare? ci siano una serie di elementi contestuali tipici della formazione sociale russa del primo Novecento. Ma c'è anche nel Che fare? un'altra componente delle proposizioni cognitive che, in mancanza di un nome migliore, possiamo chiamare metodologiche che compongono una serie di suggerimenti teorico-politici estremamente utili per pensare a una teoria politica marxista, una volta differenziata dall'elemento di contesto storico e dai limiti pragmatici che influenzano qualsiasi teoria, sia al suo centro che ai suoi margini.


Non ci proponiamo ancora di fare il punto sui limiti e i pregi che Operai e Capitale ha come testo, ma piuttosto di analizzare quelli che lo stesso Tronti ha trovato nel corpus operaista all'inizio degli anni ‘70. Tronti fa una critica implicita di questo corpus. Non si tratta di una sfida aperta, ma piuttosto di un'indicazione dei problemi che il suo arsenale teorico-politico si stava trascinando con sé. Ma non partendo da problemi puramente teorici, ma da problemi pratici della storia della classe operaia che il punto di vista operaista non ha affrontato e che anche il marxismo rivoluzionario in generale sembrava disinteressato ad esaminare.

Tronti li riunisce in una serie di problemi, a partire da quella che chiama l'era progressista, caratterizzata dalla coesistenza di violenza operaia e riformismo borghese ma in cui cominciano a scomparire insurrezioni impreviste e si afferma la gestione politica del rapporto sociale generale e della proprietà privata. Quest'era finisce intorno agli anni '20, ma in un certo senso il tipo di iniziativa capitalista che la contraddistingue è durata nel tempo, se seguiamo lo sviluppo delle società occidentali avanzate.

Un effetto tipico di quel tempo è la separazione dell'economia dalla politica, evento con protagonista Alfred Marshall. In parte ironicamente e in parte seriamente, Tronti descrive Marshall come il nuovo Hegel della borghesia, colui che ricostruisce l'economia del capitale e la eleva al rango di teoria. Una teoria che appare come la pura storia del capitale e cancella la classe operaia e, soprattutto, le sue lotte.

Il passo successivo di Tronti è quello di abbattere la classica versione marxista della storia del movimento operaio, il cui attore centrale fin dalle sue origini è il Partito socialdemocratico tedesco (SPD). Tronti inizia sottolineando la persistente correlazione tra lo sviluppo della SPD e il regime bismarckiano. Senza Bismarck non ci sarebbe stata una SPD forte e allo stesso tempo senza SPD non ci sarebbe stato un così forte sviluppo dell'industria tedesca.

Non solo questo. L'affermazione più dura di Tronti sulla storia della SPD e sulla sua centralità nella storia del movimento operaio occidentale è quando afferma che grazie alla prodigiosa rete organizzativa dalla SPD, la Germania è il Paese in cui è più difficile che scoppino le lotte dei lavoratori. Non che queste non esistessero. Sono "sommerse dalle conseguenze organizzative che hanno immediatamente causato". Questa circostanza ha generato, secondo Tronti, uno sguardo falso in chi cerca di capire il movimento operaio tedesco e l'SPD, da Franz Mehring in poi.

La socialdemocrazia tedesca, nella versione di Tronti, era il prodotto di una pratica quotidiana conciliante (menscevica dice Tronti) che rimase unita a un'ideologia che difendeva i fini della sovversione sociale. L'autore dice, un po' di sfuggita ma è chiaro che è una tesi forte, che questa combinazione ha determinato che la socialdemocrazia tedesca era, prima di tutto, un formidabile fenomeno di organizzazione.

Ma c'è ancora di più. Tronti pensa che questa fitta rete organizzativa sia solidale con una grande mediocrità intellettuale, con la miseria teorica. L'SPD credeva di avere la scienza dalla sua parte, ma la scienza era fuori di essa e contro la socialdemocrazia. L'SPD ha alimentato una scolastica marxista che ha fatto perdere molto tempo ai veri politici del movimento operaio, come Lenin. Nel frattempo la scienza del capitale cresceva senza seria opposizione.

Da qui possiamo rendere esplicito il contenuto più generale dell'analisi storica dell'ultima parte di Operai e Capitale: questo panorama smentisce la concezione che difendeva l'idea che il movimento operaio europeo partisse da condizioni arretrate ma avesse derivazioni di tipo rivoluzionario, se paragonato al movimento operaio statunitense.

Tronti difende la tesi secondo cui, a partire dal 1930, i lavoratori statunitensi svilupparono le risposte più creative e avanzate. Quelle che hanno dimostrato che la frase di Marx, così criticata, secondo cui il paese più sviluppato mostra il suo futuro al paese più arretrato ha un forte contenuto di verità in aree importanti della realtà storica. Il comportamento della classe operaia nordamericana non era l'eccezione alla regola, ma piuttosto mostra la politica dei lavoratori adeguata a una società a capitalismo maturo.

La classe operaia statunitense è un problema socio-politico davanti al quale la teoria marxista è regredita. È necessario ricordare che abbiamo a che fare con la classe operaia del paese capitalista più sviluppato e del paese imperialista più importante. Tuttavia, la classe operaia nordamericana non sembra essere stata oggetto di studio per la stragrande maggioranza dei marxisti nordamericani. È una regione sconosciuta per i sensori utilizzati dalla più comune teoria marxista.


Cosa dice Tronti della classe operaia statunitense? Dopo la fine della prima guerra mondiale e negli anni '20, Tronti ha raccontato le sconfitte delle lotte operaie dovute all'intransigenza capitalista e un successivo periodo di prosperità. Chiede un po' cinicamente, perché combattere se non c'è possibilità di ottenere qualcosa? E attribuisce questa domanda agli stessi lavoratori americani. La crisi del 1929 portò al processo di riorganizzazione sindacale che si concluse con la creazione del CIO (Congress of Industrial Organisations) nel 1935. Questo processo di riorganizzazione, generalmente considerato come una combinazione di auto-organizzazione dei lavoratori e costituzione di una nuova burocrazia sindacale, è interpretata in modo molto diverso da Tronti. Lo slogan che ha animato la formazione del CIO "organizza i disorganizzati" si adattava sia al capitale nel suo insieme che alla classe operaia. La lotta radicale dei lavoratori, sostiene Tronti, è di solito un efficace innesco per l'autocoscienza del capitale. In questo senso, Tronti fa un ulteriore passo avanti nelle tesi operaiste. Rifiutava di accettare la tesi operaista secondo cui l'esistenza di forme parziali di potere operaio dovesse essere limitata alla fabbrica o alla scena più generale della lotta di classe mentre doveva essere proiettata all'apparato statale.

Il processo politico che finisce per dominare questa confluenza è il New Deal di Roosvelt. Il risultato a cui questo porta è che lo stato del capitale nordamericano apre le porte a un moderno potere operaio che funge da contrappeso rispetto ad un potere padronale arretrato. Tronti pone gli Stati Uniti come un esempio esplicativo del verificarsi di un nodo indissolubile tra l'iniziativa del capitale e l'organizzazione avanzata dei lavoratori. Il capitale e il suo Stato in alleanza con la classe operaia affrontarono con successo i singoli capitalisti. Tronti è lontano dall'idealizzare questo processo socio-politico. Lo caratterizza come un passo pragmatico, quasi cinico, di adattamento della macchina statale ai bisogni dello sviluppo capitalista.

Tuttavia, Tronti sostiene che i risultati del CIO negli Stati Uniti non sono stati raggiunti da nessun partito di classe nel resto del mondo. Afferma persino che, a determinate condizioni, il sindacalismo può agire come un partito politico. Accetta l'elemento pragmatico e adattivo dell'ordine del capitale che il New Deal implica, ma vi trova i risultati dei lavoratori. Realizzazioni che non si limitano alle conquiste materiali ma a quello che Tronti considera l'uso operaio dell'organizzazione capitalistica del lavoro industriale. Questa ambiguità del processo della classe operaia nordamericana, protagonista di quella che l'autore definisce la tradizione più politica del movimento operaio, costituisce ciò che Tronti considera fatti problematici, inadeguati a essere pensati dalla visione marxista ortodossa del problema del lavoro ma che continuano ad esistere, sebbene i diversi marxismi non si occupino di affrontarli.

La classe lavoratrice americana è "questo oscuro enigma, questa cosa sociale in sé che si sa che esiste, ma non si può conoscere, questo è il punto di non ritorno per la ricerca". Perché Tronti sostiene l'esistenza di questo problema? Qui arriviamo a un punto problematico nell'indagine su Operai e Capitale, che è la tesi trontiana secondo cui il movimento operaio in quanto tale stava raggiungendo la fine di un'era. La formulazione che egli propone, che non diventa tesi, è: "Le lotte operaie di oggi hanno bisogno di una nuova unità di misura, perché quella vecchia, la nostra, non basta e non ci serve più".

Tronti rileva che la classe operaia ha raggiunto una grande quota di potere nella società capitalista, la cui espressione più chiara è la contrattazione collettiva del prezzo della forza lavoro. Postula un piano piuttosto paradossale della guerra di classe: la contrattazione collettiva esprime la vittoria in una battaglia della lotta di classe. Tuttavia, capisce anche che in una visione a più lungo termine, suggerisce che la classe operaia debba fare un balzo in avanti nella sua organizzazione per essere in grado di attestarsi al livello delle nuove lotte ed evitare la sconfitta in un periodo di tempo indeterminato. Chi è in ritardo perde, dice Tronti.

I contenuti delle nuove lotte operaie (tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta) erano forse chiari ai militanti operai, alla Nuova Sinistra, o chiunque fossero gli ipotetici interlocutori a cui Tronti si rivolge. Un lettore contemporaneo, anche informato della storia delle lotte operaie e della sinistra italiana, manca di indizi ragionevoli per sospettare anche in cosa consistessero tali sviluppi.

Ciò che si può dedurre è che Tronti cominciava a rendersi conto che il programma di ricerca operaista cominciava a mostrare i suoi limiti. Che non sempre si manifestano attraverso i suoi problemi centrali ma generalmente attraverso elementi sintomatici.

In quel senso, la classe operaia nordamericana sembrava diventare un elemento promettente per rafforzare la tesi operaista sull'esistenza di forme di potere operaio nella società capitalista, per finire per essere un problema che ci costringeva ad andare in aree della realtà che erano fuori dalle coordinate operaiste.

Tronti colloca lo scenario che vede approssimarsi la lotta di classe come quello del capitalismo maturo (qui possiamo osservare una certa continuità con l'operaismo). Non è dichiarato esplicitamente, ma questa diagnosi si oppone a una delle tesi iniziali e più importanti di Operai e Capitale, che affermava che nel capitalismo maturo la società tendeva a identificarsi con la fabbrica. Afferma, questo si esplicitamente, che l'indagine doveva proseguire a partire dalla sensazione che stesse iniziando una nuova fase della lotta di classe e che fosse necessario poter anticipare i suoi tratti dalla teoria.

Dopo Operai e Capitale, Tronti inizia ad orientare la sua ricerca verso l'autonomia del politico. In altre parole, verso il rapporto di coinvolgimento e discordia tra sfera economica e sfera politica. Tuttavia, la parte finale di questo libro non si traduce in una rottura con il programma operaista. Era solo l'inizio di quella pausa. Ma era un principio la cui sequenza, una volta avviata, non poteva essere interrotta.

Tronti e alcuni suoi colleghi operaisti proseguiranno il loro cammino di ricerca sulla centralità dei lavoratori all'interno del Partito Comunista Italiano. Sostenevano quell'adesione in modo critico anche se, apparentemente, senza poter influenzare politicamente il suo corso. Tronti criticò la sua auto-abolizione e le successive mutazioni in Pds, Ds e infine Partito Democratico ma non si ritirò mai dall'organizzazione.

Gli altri suoi colleghi operaisti persistettero in alcune delle posizioni più vicine all'operaismo, continuando a militare in organizzazioni come Potere Operaio. Probabilmente la tesi della fabbrica diffusa, esplicitata da Toni Negri, è stata formulata in contrasto con la tesi trontiana sull'autonomia del politico. Questa tesi implicava una continuità ma anche la consapevolezza che la situazione del modo di esistere e di agire della classe operaia cominciava a subire cambiamenti decisivi. Negri era il più noto di questo settore dei militanti operaisti, che finiranno per cambiare le loro coordinate di militanza e confluiranno nella cosiddetta Autonomia Operaia, che ha avuto il suo periodo di massimo splendore negli anni Settanta e Ottanta. L'Autonomia Operaia sviluppò le tesi operaiste ma cercò di adattarle a un mondo in cui la classe operaia fordista stava cominciando a ridursi numericamente e che ebbe come effetto, non la sua scomparsa, ma il suo spostamento dal centro della scena politica. Gli autonomi scelsero di estendere la situazione della classe operaia alla maggioranza della società. Fatto criticato da Tronti come una seria concessione alle tradizioni democratiche.

Questo libro di Tronti rappresenta il più importante documento teorico-politico dell'operaismo. Sia in quanto esprime in modo creativo e fedele le tesi operaiste, sia nella ricerca di approfondimento e miglioramento di questo programma di ricerca.

Il Tronti di Operai e Capitale mostra molte delle virtù della rilettura operaista del marxismo. Ciò è visibile nelle sue prime tre parti in cui appare un marxismo soggettivista e materialista molto originale e attaccato alla realtà del soggetto che cercava di indagare / interrogare.

Allo stesso tempo non si può non rilevare che sia nella parte di Operai e Capitale più attaccata all'operaismo sia nella parte finale, più espressiva dell'inizio della sua crisi, la teoria sembrerebbe generare varie astuzie della ragione in cui sembra non essere in grado di sfuggire al suo destino trasformativo senza nemmeno provarci.

Una possibile ipotesi per riuscire a cogliere le ragioni per le quali Tronti e gli operaisti produssero queste manipolazioni dialettiche è un certo fascino per il potere reale che il soggetto fordista arrivò ad accumulare durante il trentennio glorioso, così lontano dalla classe operaia dell'Ottocento che navigava tra il primitivismo artigianale e il miserabilismo modickense. Certe idee espresse nel libro sulla continuità tra sindacati e partiti ci portano a non riuscire a misurare quale fosse il limite che gli operaisti davano all'uso operaio delle istanze sindacali, industriali o statali. Un'idea creativa e interessante quando non trova il suo limite può portare a una deriva teorico-politica palesemente infondata e irragionevole. È il caso di questo spirito operaio che riesce sempre a soffiare ovunque.

I rapporti di produzione possono ammettere diverse strutturazioni tra capitale e lavoro ma hanno un limite. Gli usi operai non sono così ampi come appaiono nei testi operaisti.

Il rinnovamento teorico dell'operaismo fu vittima dell'illusione che il meccanismo capitalista che aumentava geometricamente la produzione di una classe operaia sempre più omogenea fosse un meccanismo permanente della formazione sociale capitalista. Questa trama poteva presentare deviazioni in un senso o nell'altro, ma era un dato molto più stabile non solo per gli operaisti ma anche per la maggior parte dei marxisti.

Operai e Capitale è anche un documento teorico che ha cercato di spiegare il potere che la classe operaia aveva raggiunto nella società capitalista. E ha anche presentato il sospetto, l'intuizione che questo elemento potrebbe cambiare negli anni a venire. La fase capitalista che abbiamo vissuto per più di quarant'anni - e che per abitudine chiamiamo neoliberismo - ha mostrato una doppia capacità. In primo luogo, è riuscito a sloggiare la classe operaia dalle fortezze e dalle trincee che era riuscita a costruire nella società capitalista. Ma anche decostruire le condizioni in cui la classe stessa si sosteneva e che erano la fonte del suo potere.

L'affermazione che la classe operaia non esiste più è tanto ridicola quanto la sua periodica riaffermazione sostanzialista che la colloca in un senso cosistico come un materiale permanentemente attestato della sua esistenza e che si venera. Significa ignorare le sue frequenti fasi di ristrutturazione in ritardo rispetto allo sviluppo capitalista. Oggi assistiamo alla sua più profonda riconfigurazione per mano del capitale. Saldamente insediata in Asia e migrante dall'Africa, la sua attuale configurazione nelle società più avanzate d'Europa e degli Stati Uniti e perché no dell'America Latina qual’è? Si presenta sotto la maschera dell'eterogeneità e della frammentazione, sebbene diversi frammenti di lavoratori siano sotto il controllo dello stesso capitale.

Anche l'affermazione operaista secondo cui la classe operaia ha un destino rivoluzionario dal quale non può sottrarsi ha mostrato i suoi profondi limiti. La classe operaia è stato un soggetto ambiguo, protagonista di gesta notevoli ed eroiche nonché della massima sottomissione e complicità con il sistema e i suoi valori.

La questione del soggetto, della trasformazione sociale e della possibilità di una società radicalmente diversa da quella capitalista esprime l'accumulo di rovine che accompagna il percorso storico delle classi subalterne nonché l'insostenibilità delle attuali condizioni di vita sociale.


 

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