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mercoledì 29 gennaio 2020

0 LETTERA AD UN COMUNISTA GRECO SULLE ELEZIONI REGIONALI ITALIANE


Nelle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria abbiamo assistito a due partite diverse.
In Calabria la sfida era abbastanza scontata. I comunisti erano assenti, anche perché nel sistema elettorale regionale calabro la soglia di sbarramento è del 5%. C’era solo una lista di un geologo, Tanzi, con alcune anime della sinistra riformista che però si è presentato come nè di destra né di sinistra. 
La destra ha vinto portando in barca i voti del clientelismo locale, vincendo per distacco sulla coalizione di centro-sinistra uscente che ha avuto notevoli dissidi interni tra i capi locali e la direzione nazionali prima del voto.
La Calabria è una delle regioni più povere del paese, dove il lavoro scarseggia ed i giovani emigrano. Il tasso di disoccupazione locale è paragonabile a quello delle zone più povere del tuo paese.
Storicamente in queste zone si è affermato una forma mafiosa di capitalismo, analizzata molto bene da Giovanni Arrighi, che ha regalato i suoi figli allo sviluppo capitalistico del Nord Italia e del resto d’Europa.
Anche se il protagonista del romanzo non era calabrese, per spiegare questo fenomeno mi viene in mente il romanzo di Nanni Balestrini “Vogliamo Tutto”, in cui viene descritto il processo di formazione dell’operaio-massa dall’emigrazione dal Sud Italia alla fabbrica della Fiat di Mirafiori. Il romanzo arriva fino al punto di rottura degli scontri di Corso Traiano del 1969, un romanzo che fu anche libro di formazione per una generazione di operai e militanti comunisti tra gli anni ‘60 e ‘70.
Da segnalare c’è soprattutto la netta sconfitta del Movimento Cinque Stelle, movimento populista che ha cercato, un po’ come Podemos in Spagna, di sfruttare la sua carica antisistemica per giungere al governo.
Una volta arrivato al potere ha cercato di conservarlo ad ogni costo, prima alleandosi con il populismo di destra della Lega ed ora con le forze neoliberiste del PD.
Nel Sud Italia ha preso più del 30% dei consensi alle ultime elezioni nazionali, promettendo soluzioni ad ogni problema. Il suo cavallo di battaglia era il Reddito di Cittadinanza, un nome che evoca una forma di basic income ma che nella realtà è un subdolo modello di workfare simile all’Hartz IV tedesco.
Tentano di rendere occupabile il lavoratore, non di slegare la sopravvivenza dalla vendita della merce forza-lavoro sul mercato.
La Lega ha avuto gioco facile grazie ad una martellante propaganda contro i migranti, promettendo quella sicurezza che nella società capitalista non esiste più. 
Pensa, alle amministrative di qualche mese fa hanno vinto perfino a Riace, dove la sinistra trovò un nuovo idolo su cui costruire il proprio futuro in Mimmo Lucano e nel suo lodevole sistema di accoglienza dei migranti.

La partita dell’Emilia-Romagna aveva un esito meno scontato ma anche un’importanza maggiore per la tenuta del governo nazionale. Qui il PD, che affonda le proprie radici soprattutto nella storia del PCI, governa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Un tempo vinceva con percentuali di consenso da far invidia ad Enver Hoxha, grazie al suo radicamento territoriale, alla capacità di amministrare le città e di influenzare il conflitto sociale, ovviamente a favore del capitale, con le proprie organizzazioni.
Questa storia è comune alla maggior parte delle regioni dell’Italia Centrale ma lo scorso anno il PD perse in Umbria a favore della Lega.
Fu una sconfitta annunciata perché negli anni hanno perso molte roccaforti operaie, ad esempio Terni.
In Emilia-Romagna c’erano delle avvisaglie che potevano prospettare un esito simile, qualche mese fa hanno perso città amministrate da sempre da loro come Ferrara ed Imola.
Tuttavia parliamo di una regione ricca, con una tasso di disoccupazione inferiore alla media nazionale e un radicamento politico da parte del PD non indifferente, specie nel mondo delle cooperative.
Si sono presentati con un listone che accorpava dalla sinistra riformista ed ecologista (la brutta copia dei Verdi) ai liberali europeisti. Fa scalpore la presenza in questa coalizione di un imprenditore locale che licenziò gli operai della sua azienda con un SMS. 
Il presidente uscente, inoltre, ha promosso senza troppo pensarci una grande quantità di opere inutili che ha aggravato il problema del consumo di suolo della regione, oltre ad aderire il progetto dell’autonomia differenziata dallo Stato centrale, progetto tanto caro agli amministratori locali del Nord Italia della Lega dai tempi di Bossi.
Ti ricordi quando parlavano di Padania libera negli anni ‘90 e Duemila?
Si tratta della stessa cosa ma con meno folklore. Sostanzialmente dicono: la ricchezza prodotta nella mia regione deve rimanere qui, non mi interessa del Sud Italia e del suo futuro, sono problemi che non mi riguardano, li abbiamo aiutati inutilmente per troppo tempo.
La stessa lotta all’ultimo sangue tra individui che contraddistingue questa infame società, loro la riportano alla dimensione territoriale, minacciando di dividere il paese e rendersi ancora più dipendenti dal capitalismo tedesco, di cui queste zone sono i subfornitori.
I comunisti si sono presentati con tre liste diverse.
PaP ha candidato una lavoratrice precaria molto giovane e qualche esperienza di lotta nel mondo universitario. PaP è una realtà piuttosto confusionaria e giovane, tante idee e confuse e ancorati spesso ad una logica movimentista poco fruttuosa. Hanno preso una percentuale da prefisso telefonico e non erano presenti in tutte le circoscrizioni della regione.
Hanno criticato molto bene il governatore uscente del PD ma secondo me non hanno capito bene la portata e le cause del fenomeno leghista. Accusano Salvini di essere un fascista e sono troppo ambigui sulla questione migratoria su cui gioca la Lega per ottenere il conenso delle masse. Sull’UE si sono radicalizzati, creando la piattaforma Eurostop a cui questa candidata aderisce e che definisce “gabbia”.
Il secondo partito comunista è il PC di Rizzo, legato al KKE greco che gli ha permesso di essere presente alle elezioni Europee prestandogli il simbolo del proprio eurogruppo.
Sul piano ideologico son due partiti simili, forse Rizzo è meno ambiguo sul tema UE al momento ma potrebbe facilmente cambiare idea se la situazione politica lo richiedesse.
Hanno anche loro mosso delle critiche al PD simili a quelle di PaP e come loro non erano presenti in tutte le circoscrizioni della regione ed hanno raccolto percentuali da prefisso telefonico.
L’ultimo partito è Rifondazione Comunista che invece straparla di una possibile riforma sociale dell’UE, loda Syriza ed ha finito per invitare a votare il candidato del PD per fermare l’avanzata della Lega.

Il fattore chiave è stato, però, il movimento delle Sardine che è nato proprio a Bologna. Questo strano movimento di piazza a favore del governo è nato, un po’ come il vecchio antiberlusconismo, da cui non hanno imparato nulla, contro Salvini.
Alla critica contro quest’ultimo si sommano un generico astio contro il populismo e l’invocazione di una presunta “Politica con la P maiuscola” che significa: lasciamo la politica agli esperti. Si tratta di giovani studenti universitari e abitanti di città che guardano con disprezzo, odio di classe, le masse che votano per Salvini perché le reputano semplicemente ignoranti.
Per questi il mondo è troppo complesso per pretendere delle soluzioni alla situazione attuale di disperazione e povertà, se lo fai sei un populista che non capisce nulla.
I loro programmi politici sono inesistenti, non vanno oltre un generico europeismo, antirazzismo e antifascismo.
Come direbbe Horkheimer: “Chi non ha nulla da dire sul capitalismo deve tacere anche sul fascismo”.
Sono riusciti a riempire molte piazze in ogni angolo d’Italia contro Salvini, chiedendo di non portare alcun simbolo politico, ovviamente c’era la bandiera dell’UE che non viene considerato tale ed hanno allontanato invece quella rossa con la falce e martello, una chiara presa di posizione a parer mio.
Sono stati decisivi in questa vittoria del PD perché hanno catalizzato la base del centro sinistra e non solo, penso che molti potenziali elettori comunisti abbiano preferito il voto utile per fermare Salvini, contro questo presunto mostro fascista che ha perso malamente in quasi tutte le città ma ha vinto in provincia.
A parer mio segna nettamente un gol a favore delle tesi di Guilluy sulla crisi del ceto medio in Occidente: l’esistenza di due paesi inconciliabili che vanno in due direzioni diverse.
La città, globalizzata e con i suoi confini di classe interni, che cede alle parole d’ordine antirazziste e antifasciste all’acqua di rose per fermare il populismo di destra e la provincia abbandonata, senza lavoro e servizi, che si getta nelle braccia di un mostro altrettanto pericoloso e inscritto nella grammatica del potere capitalista.

domenica 26 gennaio 2020

0 INTERVISTA A WOLFGANG STREECK


Wolfgang Streeck, nato a Lengerich il 27 ottobre del 1946, studia sociologia all’Università Goethe di Francoforte, proseguendo i suoi studi alla Columbia University tra il 1972 e il 1974.
A Francoforte studia nel contesto dell’omonima scuola marxista, fondamentale per lo sviluppo del marxismo occidentale.
Dopo aver insegnato in alcune università tedesche, nel 1995 diventa direttore dell’Istituto Max Planck per lo studio delle società mentre insegna sociologia all’Università di Colonia.
Dal 2014 è direttore emerito dell’Istituto Max Planck.
Nei suoi lavori è centrale l’analisi dell’economia politica del capitalismo, usando un approccio dialettico applicato all’analisi istituzionale.
Feroce critico del neoliberismo e della struttura imperialista chiamata Unione Europea, negli ultimi anni ha anche cercato di definire le modalità con cui potrebbe collassare il capitalismo.
In italiano è stato tradotto nel 2013 “Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico”.
Segnaliamo inoltre: “How Will Capitalism End?: Essays on a Failing System”; “Re-Forming Capitalism: Institutional Change in the German Political Economy” e “Politics in the Age of Austerity”.

1. Professor Streeck, come Samir Amin e Giovanni Arrighi lei parla di una crisi del capitalismo che dura dagli anni '70. In Gekaufte Zeit. Die vertagte Krise des demokratischen Kapitalismus conduce un’analisi interessante del capitalismo dagli anni '70 ai giorni nostri. Vorrei chiederle se la sua lettura accetta l'analisi di Arrighi, che interpreta il predominio nel capitalismo del capitale fittizio come parte finale del ciclo di accumulazione aperto dagli Stati Uniti.

R. Il capitale fittizio è un'invenzione finanziaria americana di Wall Street, governata dagli Stati Uniti e trasportata da lì nel resto del mondo. Inoltre, per il presente periodo non vedo ancora cicli. Quello che vedo è un decadimento lineare generale di un vecchio ordine, senza che appaia un nuovo ordine. Un interregno prolungato più che il cambio della guardia.

2. Sempre in Gekaufte Zeit. Die vertagte Krise des demokratischen Kapitalismus lei riprende le elaborazioni dei filosofi di ispirazione marxista come Habermas e Honneth per spiegare la crisi del capitalismo democratico. In questo schema teorico che lei usa, c'è spazio per un grande eretico marxista, Robert Kurz, spesso ingiustamente ignorato negli ambienti accademici?

R. Devo purtroppo segnalare che non ero a conoscenza di Robert Kurz. Ciò potrebbe avere a che fare con il fatto che il mio accesso al pensiero radicale di sinistra avviene attraverso una combinazione di moralismo ed empirismo, piuttosto che attraverso le astrazioni della teoria del valore marxista. Per me, i capitoli principali del primo volume sono quelli della giornata lavorativa e dell'accumulazione primitiva. Ci si potrebbe rammaricare di ciò, ma dato il tempo limitato che mi rimane non posso davvero sperare di recuperare la strada filosofica verso l'economia politica. Inoltre credo di aver capito i problemi che abbiamo di fronte anche senza di essa.


3. Pensa che il modello di un capitalismo ben temperato, con un forte intervento economico statale, possa essere un passo obbligatorio per una transizione al socialismo e riconosce questi elementi nel paese che forse guiderà il prossimo ciclo di accumulazione di capitale, vale a dire la Cina?

R. No. Non credo nelle leggi storiche secondo le quali ci sono "passi obbligatori" e "transizioni" necessarie da una formazione sociale alla successiva. Per quanto riguarda la formazione sociale cinese, a me sembra più un capitalismo di Stato che un socialismo incipiente; mi sembra anche guidato più dal nazionalismo che dal desiderio di estendere un nuovo modello di socialismo cinese al resto del mondo. In tale contesto, mi viene da pensare all'assenza di diritti di autogoverno per le minoranze etniche; questo comporta inevitabilmente una dura repressione. Noto inoltre la corruzione endemica e l'auto-arricchimento anche tra i quadri di partito, una grottesca disuguaglianza di redditi e ricchezza e un consumismo che sembra profondamente radicato come negli Stati Uniti.

4. La controrivoluzione neoliberale, oltre ad aver trasformato molti dei suoi dogmi in senso comune, ha lavorato tenacemente per distruggere l'idea stessa di società. "La società non esiste", ha detto la Thatcher. Oggi vediamo una società ridotta in monadi, incapace di creare legami di solidarietà di fronte a un capitalismo sempre più feroce e violento. Lo vediamo nei luoghi di lavoro in cui la via dell'emancipazione è vista come una questione individuale (competere contro i colleghi, fare carriera per ottenere più soldi) piuttosto che una questione collettiva, una lotta comune contro il padrone per ottenere diritti. Da sociologo, come spiega questo radicale cambiamento nella società e in particolare sul posto di lavoro?

R. In una cosiddetta "società della conoscenza", con alti livelli di istruzione formale, ci troviamo di fronte a una profonda esperienza ideologica "meritocratica": se lavori duro e ti adatti, la società, impersonata dai suoi datori di lavoro, ti premierà. Le prestazioni dei giovani sono classificate a partire dall'età di dieci anni, quindi interiorizzano la validità di quei voti e credono che questi determineranno il loro destino e la loro fortuna, il che potrebbe anche essere vero. Lottare per ottenere buoni voti e l'attenzione delle risorse umane non ha alcuna somiglianza con la lotta di classe: è uno sforzo molto solitario. Inoltre, in assenza di alternative note e pratiche, le persone tendono a glorificare ciò che hanno. Nessuno vuole essere depresso continuamente, anche se ci possono essere buone ragioni per questo.
Un ulteriore rafforzamento della meritocrazia sta nella sua innata promessa di libertà individuale: se ce la fai all'interno del sistema, puoi scegliere come vuoi vivere. Questo si unisce alle attrattive del libertarismo, distinto da quello che un tempo si chiamava repubblicanesimo o che oggi è talvolta chiamato comunitarismo: diritti senza doveri, nessuna società che può importi obblighi, licenza di creare la propria società, per esempio una che consiste solo di compagni "cosmopoliti", persone che danno per scontato i beni collettivi locali evitando gli impegni duraturi di qualsiasi tipo: cittadini gig, persino personalità gig. Il socialismo arriva inevitabilmente con ingenti impegni e legami comuni durevoli.


5. Molti a sinistra faticano a identificare l’UE come uno strumento per esercitare la dittatura della classe borghese contro i lavoratori europei, parlando ancora di fantasiose riforme in senso sociale. L'unica cosa che ha prodotto l'UE è una maggiore differenza tra il suo centro e la sua periferia, la deflazione salariale e la compressione dei diritti sociali in nome di un modello mercantilista ormai insostenibile anche per la Germania. Una forza di sinistra che volesse davvero rappresentare le masse come dovrebbe guidare la lotta contro l'UE e quali alternative dovrebbe proporre?

R. Sono pienamente d'accordo con la tua diagnosi, anche se penso che la politica economica tedesca sia erroneamente definita mercantilista. Come sapete, la posizione tedesca è di libero scambio e mercati aperti, mentre l'intervento del governo è considerato di pessimo gusto. È vero che ciò avvantaggia il settore manifatturiero tedesco ampio e altamente competitivo, aiutato dalle preoccupazioni dei sindacati sulla perdita di occupazione che potrebbe essere associata alla deindustrializzazione. Che l'inclusione di paesi più deboli nell'UE riduce il tasso di cambio dell'euro rispetto al resto del mondo, mentre la valuta comune protegge le esportazioni tedesche nell'area dell'euro dalla svalutazione da parte dei paesi con tassi di inflazione più elevati, è una cosa molto benvoluta ma non era prevista quando la Germania ha accettato l'euro come richiesto dalla Francia e dall'Italia in particolare.
A parte questo, penso che l'obiettivo centrale della sinistra oggi debba essere il ripristino della responsabilità politica, che è possibile solo a livello dello stato-nazione. L'Unione Europea deve essere costretta a lasciare spazio a ciò, cosa che può essere fatta solo attraverso la pressione sui governi nazionali. Per questo la sinistra deve capire come il regime di Bruxelles restringe gli spazi politici nazionali secondo linee neoliberali; questo richiede di spostare l'attenzione dall'identità all'economia. Sul lungo periodo, l'obiettivo deve essere un'Europa politica basata sulla cooperazione orizzontale anziché sulla direzione verticale, sia rispetto al mercato interno sia, soprattutto, alla moneta comune.
Modificare il regime monetario europeo in modo che ne beneficino più paesi invece della sola Germania e pochi altri sarà molto difficile. Ci sono molte buone idee su come ammorbidire il regime quasi-gold standard dell'euro per consentire una maggiore reattività alle diverse condizioni economiche, strutture, interessi. Mentre alcuni di loro suggeriscono di dividere la zona euro nel Nord e nel Sud, altri propongono valute doppie, vale a dire valute nazionali accoppiate in modo flessibile all'euro. Ma le incertezze e le complicazioni tecniche di un passaggio a un nuovo regime monetario sono immense e si può dubitare che le classi politiche nazionali siano effettivamente interessate a una maggiore reattività e responsabilità politica, soprattutto se hanno già rinunciato a governare le democrazie capitaliste incorporate in un libero mercato mondiale. Inoltre, senza un accordo tra Germania e Francia non è concepibile alcun cambiamento sostanziale e tale accordo è altamente improbabile. Non da ultimo la Francia spera in una sorta di dividendo pagato dalla Germania ad altri stati membri meno fortunati, per impedire ai propri cittadini di votare per i loro Le Pen o Salvini locali. A questo proposito, si noti che il cosiddetto "surplus commerciale" della Germania non è nelle mani dello Stato tedesco, ma è appropriato privatamente dal capitale tedesco (dopo tutto parliamo di capitalismo, non di socialismo): invece di trovarsi nel seminterrato della Bundesbank, non è altro che un aggregato statistico di fortune e sventure delle imprese tedesche all'estero. Per utilizzarlo come compensazione fiscale per i paesi meno fortunati dell'UE, deve prima essere portato via dai loro proprietari capitalisti attraverso la tassazione, in un mondo in cui il capitale è più mobile che mai. Inoltre, i trasferimenti verso altri paesi al netto delle tasse probabilmente non saranno popolari tra gli elettori in tempi di crisi fiscale e di crescenti esigenze di investimenti pubblici in patria, ad esempio per riparare e mantenere infrastrutture pubbliche fatiscenti create ai bei vecchi tempi dell'economia mista conclusasi alla fine degli anni '70.

6. In termini di alternative all'UE in Italia la piattaforma Eurostop del professor Luciano Vasapollo ha proposto l'ALBA euromediterranea, basato sul modello dell’ALBA latinoamericana, per riunire i paesi dell'Europa meridionale e uscire dall'UE. Una piattaforma da prendere come esempio da parte degli altri paesi del Sud del mondo e attraverso cui tentare di uscire dal capitalismo. La conosce? Ritiene che questa opzione sia praticabile?

R. Non la conoscevo, l'ho cercata, mi è piaciuta, ma ho dubbi sulla sua fattibilità. Oltre alle ragioni sopra esposte, aggiungi le spaventose incertezze - spaventose non solo per il capitale ma anche per molti salariati - associate a un progetto come questo, a meno che non sia realizzato con il pieno supporto di tutte le parti interessate, incluso il governo tedesco, il che è molto improbabile.

7. Alcuni marxisti in Italia, incluso Vladimiro Giacché, ritengono che i trattati europei siano in contraddizione con le costituzioni antifasciste nate dalla resistenza antifascista. Quella italiana è stata scritta dal nostro forte partito comunista, dal partito socialista e dai cattolici, tutte forze ostili al liberalismo. L'idea di Paese alla base della nostra Costituzione è un'economia mista con un ruolo centrale dello Stato che ha come obiettivo primario la piena occupazione; considerando che i trattati europei difendono la centralità e l'efficienza del mercato, vietando gli aiuti di Stato. Consideri la difesa della sovranità nazionale, quindi le nostre Costituzioni, il primo fronte di battaglia contro questa organizzazione di classe?

R. Sono pienamente d'accordo con la tua analisi. Per il resto penso di aver risposto a questa domanda. La sovranità nazionale - o meglio, la sovranità degli stati democratici - è indispensabile per riportare l'economia sotto una sorta di controllo politico.

8. La Germania sta facendo di tutto per salvare il suo sistema bancario, dove Deutsche Bank è piena di derivati ​​tossici, mentre la Francia continua indisturbata le sue politiche imperialiste in Africa che hanno prodotto l'esodo dei migranti verso l'Europa. Le regole europee sembrano essere scritte a beneficio di alcuni paesi e a spese di altri, come l'Italia e la Grecia. Consideri l'UE un polo imperialista, nato dal matrimonio tra il capitale francese e quello tedesco?

R. Gli imperi hanno un dentro e un fuori. La natura imperiale dell'UE all'interno sarà probabilmente rafforzata dalla partenza della Gran Bretagna. Ora, sia l'alleanza franco-tedesca che la sola Francia o Germania possono aspirare a essere l'egemone europeo. L'alleanza franco-tedesca è traballante a causa di diversi interessi nazionali correlati a diversi atteggiamenti nei confronti della NATO e degli Stati Uniti. La Francia può immaginare l'Europa come un'estensione dello stato francese, con essa come unico membro dell'UE con armi nucleari e una sede permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una UE a guida francese cercherebbe il dominio postcoloniale in Nord Africa e Medio Oriente. La Germania è troppo strettamente alleata con gli Stati Uniti attraverso la NATO per accettare un'Europa a guida francese, anche perché la forza nucleare francese resta sotto il controllo nazionale francese e gli interessi tedeschi sono nell'Europa orientale piuttosto che in Africa. Mentre la Francia è disposta a soddisfare i problemi di sicurezza della Russia, la Germania si schiera con gli Stati Uniti e i governi anti-russi dell'Europa orientale. C'è un grande potenziale qui per il conflitto tra Germania e Francia sull'egemonia europea e il posizionamento geopolitico dell'UE rispetto agli Stati Uniti, alla Russia e, in definitiva, alla Cina.

9. Lei difende giustamente la necessità di una politica migratoria. Molti a sinistra hanno rinunciato alla lotta di classe, parlando solo di minoranze etniche o sessuali, evitando il terreno in cui siamo tutti uguali, vale a dire essere salariati. Perché a sinistra faticano a capire la necessità di una regolamentazione dei flussi migratori, come dimostrato, ad esempio, dal dibattito all'interno di Die Linke?

R. Sento che c'è un miglioramento qui di recente. Troppe catastrofi elettorali erano legate alla retorica delle frontiere aperte. L'unico effetto di tale retorica è un maggiore supporto per l'estrema destra e lentamente questo sembra essere compreso. Le frontiere generalmente aperte sono semplicemente l'applicazione dei principi neoliberali del libero scambio ai mercati del lavoro e alle società, in tacita accettazione del detto di Thatcher, "Non esiste la società"; ci sono solo gli individui e le loro famiglie. In definitiva, questo sostituisce la solidarietà politica con la carità filantropica. È disfattista, nel senso che rinuncia alla possibilità che le persone dei paesi poveri possano aiutare se stesse, con l'aiuto di politiche commerciali responsabili e la lotta alle politiche di esportazione delle armi che i socialisti devono combattere nei paesi più ricchi. C'è uno strano elemento paternalista nel movimento per l'accoglienza dei rifugiati. La solidarietà internazionale di sinistra dovrebbe consistere soprattutto nell'aiutare le persone a liberarsi delle loro cleptocrazie nazionali, mantenute al potere dai governi "occidentali", post-coloniali, se necessario attraverso la rivoluzione popolare armata, e quindi costruire una società democratica protetta dalla mobilitazione nel Nord del mondo contro l'intervento imperialista da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia o, per quello che vale, dell'"Europa".

venerdì 24 gennaio 2020

0 COMPORTAMENTO EGOISTA E SOCIETÀ SOCIALISTA


Un fantasma viaggia attraverso i paesi socialisti: il fantasma della modernizzazione. Dopo gli anni ottimisti dell’"uomo nuovo" dei guevaristi e il primitivismo ideologico di una rivoluzione culturale cinese che voleva sterminare incentivi, disuguaglianze e gerarchie, i leader dei diversi partiti comunisti sembrano aver imparato una sola tonadilla: il più grande problema delle economie socialiste è assenteismo, disinteresse, mancanza di dinamismo, che trovano la loro traduzione economica in bassa produttività. Non solo, oltre alla diagnosi, concordano sulla terapia: aprire le porte alla competizione.
In questo lavoro cerchiamo di rivelare la grammatica sociale di questo processo, ricordare le diverse soluzioni che la tradizione socialista ha offerto ai problemi che sono alla base ed esporre una critica delle versioni più ingenue della "rivitalizzazione" da parte del mercato, una versione assunta dalle varie "nomenclature", secondo la quale il mercato è il miglior garante del progresso tecnico e dell'allocazione efficiente in quanto fornisce informazioni precise e rapide sui bisogni delle società e stimola la ricerca di risposte.

LA LUNGA GESTAZIONE DELL’«HOMO ECONOMICUS»

La storia del capitalismo è lungi dall'essere un percorso di rose e fiori per coloro che vi hanno preso parte. Le condizioni ingrate della vita, lo sradicamento, l'esecuzione di compiti insignificanti per i suoi esecutori o la pavimentazione delle tradizioni culturali, sono alcune delle caratteristiche che macchiano il rovescio del cammino intatto del progresso e della libertà con cui viene spesso identificato. Uno dei capitoli di questa storia nascosta deve essere dedicato alla descrizione della violenza antropologica che ha voluto restringere un individuo che persegue il suo beneficio sopra ogni altra cosa. Non è scritto nei geni che l'uomo è egoista.
Tuttavia, non è sciocco stimare che la persecuzione dei propri interessi prevale nelle persone. In effetti, gran parte delle scienze sociali, quando assume il presupposto di un comportamento razionale, specialmente nelle sue formulazioni più primitive - che sono le più diffuse e le più potenti dal punto di vista delle sue possibilità euristiche - adotta la tesi secondo cui gli uomini cercano di massimizzare il loro beneficio (la loro utilità) e che il loro comportamento è orientato a quel fine. Quando Hobbes descrisse il comportamento umano come quello di atomi il cui movimento inerziale è prodotto dall'interesse personale, stava gettando le basi per un'antologia che troverà la sua espressione sintetizzata nella formula di Mandeville: "i vizi privati ​​sono virtù pubbliche" e il suo trattamento maturo nella teoria dei sentimenti morali di Adam Smith. L'idea che gli individui, nel perseguire i propri interessi, producano un ordine emergente, servirà da allora al pensiero sociale su un doppio piano: epistemologico, mentre quell'ordine non intenzionalmente perseguitato (e da entrambi non evidenti) è probabile che sia descritto teoricamente e normativamente, dato che questo ordine diventa un ideale regolatorio dell'azione, che cerca di correggere le deviazioni degli atomi che impediscono il perfetto funzionamento dell'ingranaggio sociale.

Il primo aspetto è stato abbastanza trattato nella letteratura sociologica ed economica. Il secondo un po' meno, anche se la sua presenza è molto più evidente nella nostra vita quotidiana. Considerare, ad esempio, le politiche economiche volte a incoraggiare la concorrenza, campagne di formazione per i datori di lavoro o la flessibilità del mercato del lavoro, azioni dietro le quali c’è la convinzione che l'ordine socioeconomico perseguito possa essere ottenuto solo quando tutti gli atomi sociali perseguono il proprio beneficio, agiscono "razionalmente".
Questa seconda dimensione non è, come può sembrare a prima vista, una cosa dei nostri giorni. Al contrario, quello che ora è un compito "correttivo" è stato lo slogan che si è tradotto in violenza per quattro secoli. Ci riferiamo a questo processo quando parliamo di "violenza antropologica", intesa, in una caratterizzazione preliminare descritta di seguito, come la configurazione di un soggetto che persegue qualsiasi obiettivo per ottenere un proprio beneficio e il cui comportamento è etichettato come razionale. Non era un filosofo incompetente, ma Max Weber, che descriveva il comportamento dei contadini della Slesia come irrazionale perché, dato l'aumento dei salari, non rispondevano più lavorando.
Non è interessante qui esplorare la storia per mostrare come si forma questo processo di comportamento violento, anche se alcune delle linee di lavoro che dovrebbero essere esplorate per il suo studio possono essere inventate: il riflesso dei classici del pensiero sociale, tra i quali dovrebbero occupare un posto di rilievo Adam Smith e David Hume, che hanno dedicato non poche pagine a lamentarsi della "predisposizione all'indolenza" degli uomini e dei modi per combatterla; la formazione di istituzioni "scientifico-educative" che hanno cercato di promuovere nuovi valori, e tra questi, molto marcatamente, "le scuole di arti meccaniche" che erano così importanti all'origine della Royal Society; l'introduzione della disciplina del lavoro, dei nuovi regimi temporali e la conseguente violazione delle forme tradizionali di "economia morale", le nuove leggi che cercano consapevolmente di stabilire i germi dell’anti-solidarismo come nel caso della "legge dei poveri" e le gerarchie dei processi lavorativi che, pur favorendo il controllo disciplinare da parte dei datori di lavoro, stabiliscono regole di concorrenza tra i lavoratori stessi, favorendo strategie egoistiche. Molti dei suddetti processi sono imposti con la violenza e la repressione. Non è male ricordare che l’"uomo nuovo" del capitalismo contemporaneo finirebbe per cagliare con delle necessarie campagne di rieducazione.

L'EFFETTO PERVERSO DELLA RAZIONALITÀ EGOISTA

Comunque sia, il fatto è che alla fine si è stabilito con la categoria - in un senso notevolmente stretto - di "razionale" qualcosa di particolarmente ostile alla solidarietà. Tale categoria dà la priorità al proprio interesse rispetto all'interesse sociale. Più precisamente: intenderemo la strategia egoistica come "E" e la strategia solidaristica come "S". Da qui "si aprono quattro possibilità: A) ognuno sceglie "S"; B) ognuno sceglie "E"; C) un individuo sceglie "E", gli altri scelgono "S"; D) un individuo sceglie "S", gli altri "E". Pertanto, il soggetto egoista ordina le sue preferenze secondo l'ordine CABD. Il nostro uomo verrebbe a pensare: "Mentre altri cooperano, io, che traggo beneficio dal loro sforzo, non vi partecipo".
La strategia citata, generalizzata a tutti i membri della società, ha effetti perversi. È il noto "dilemma del prigioniero". Il risultato che tutti scelgono di astenersi dalla collaborazione è che lo sforzo perseguito non viene realizzato. Questo è di particolare interesse quando si tratta di benefici collettivi: gli individui, che sanno che trarranno beneficio dai beni comuni, mentre non è possibile discriminare quando soddisfano le esigenze tra coloro che partecipano al loro finanziamento e quelli che non lo fanno, preferiscono non pagare le tasse nella fiducia che altri pagheranno; Il lavoratore che non vuole scioperare beneficerà dei suoi risultati e non parteciperà ai suoi costi, nella fiducia che gli altri combatteranno per raggiungere l'obiettivo perseguito. È importante sottolineare in particolare due estremi la cui importanza verrà rivelata di seguito: in primo luogo, nella struttura di interazione descritta nessun individuo ha informazioni su ciò che gli altri faranno, e precisamente in questo il francotiratore è protetto; secondo, è in casi come quelli descritti (beni comuni, scioperi) che appaiono "sanzioni" (tasse, picchetti) che sanzionano i soggetti egoisti.


LE SOLUZIONI DEL PENSIERO SOCIALISTA

Le considerazioni di cui sopra sono state estratte dallo studio dei beni pubblici, beni che, se forniti, raggiungono tutti allo stesso modo, sia quelli che partecipano al loro finanziamento sia quelli che non lo fanno (pensiamo, ad esempio, alla lotta contro l'inquinamento). In questi casi, le persone beneficiate possono pensare di non avere incentivi per collaborare, dato che ne trarranno beneficio se collaborano o meno. A maggior ragione, tutto ciò si applica alle economie socialiste. In una descrizione sommaria, ma non falsa, in una società socialista si garantisce agli individui una partecipazione al prodotto sociale indipendentemente dalla loro partecipazione - più o meno intensa - all'ottenimento di quel prodotto. In questo modo, un individuo (o un'entità, come una società che funge da unità decisionale) che mantiene la struttura delle preferenze come quella che porta al "dilemma del prigioniero", preferirà astenersi dal partecipare fintanto che gli altri garantiscono la produzione con il loro lavoro.

Sebbene non sia stato esplicitamente formulato, il problema non è sfuggito alla tradizione del pensiero emancipatorio. Comunisti, anarchici e socialisti hanno cercato di evitare l'effetto perverso (la crisi sociale di un'economia incapace di garantirne la riproduzione) attraverso varie strategie che minano le regole del gioco e la struttura di preferenza che porta al "dilemma del prigioniero". Dando la priorità a una o combinandole, le soluzioni mirate sono state orientate in diverse linee: stabilire una struttura sociale trasparente, imporre incentivi selettivi, rompere l'ordine delle preferenze egoistiche e stabilire regole del gioco che rendono il soggetto egoista razionalmente sociale. Queste strategie, come si vedrà, non si verificano mai in forme pure, ma in combinazione, e agiscono come tipi ideali. Così, ad esempio, si può dire che nell'economia sovietica durante il "comunismo di guerra" prevalse il meccanismo degli incentivi selettivi; durante la NEP si decise di rispettare il soggetto egoistico, ma assicurando che l'economia socialista ne traesse beneficio e per buona parte del periodo stalinista - a parte gli incentivi selettivi negativi, o più semplicemente: repressione, sempre presente - la violenza della struttura delle preferenze (sabato socialista, emulazione, ecc.) ha prevalso in un senso non molto diverso - anche nella sua crudeltà - alla violenza antropologica del capitalismo di cui sopra.

Descriviamo brevemente le quattro strategie:

a) Istituzione di una struttura sociale trasparente. La strategia del "free rider" è sensata in un gioco di informazioni imperfetto, in cui ciascuno dei partecipanti non conosce la strategia degli altri. Altrimenti, il francotiratore fa affidamento sull'anonimato collettivo che impedisce di essere conosciuto dagli altri e che agiscono di conseguenza, ad esempio, astenendosi dal partecipare. Se ciò dovesse accadere, la follia del comportamento che impedisce la riproduzione della società diventerebbe evidente.

La tradizione del socialismo "utopico", con la sua intenzione di costruire una società "all'interno della società", con la creazione di falangi che ha spezzato la divisione tra vita privata e pubblica, mostra molto bene questa strategia. I tentativi sovietici di creare aziende o unità aziendali con pochi membri e una forte interconnessione e il kibbutz israeliano sono altri esempi. Sicuramente questo sarebbe anche il caso delle comunità agricole russe che hanno così impressionato il vecchio Marx, che ha visto in loro una possibile strada verso il socialismo che non ha attraversato il capitalismo.

Proprio questa peculiare "trasparenza" delle società precapitaliste consente di incorporare una di queste riflessioni più originali di Marx tra queste strategie. Diversamente da ciò che accade nelle società precapitaliste, in cui il processo di estrazione del surplus da parte della classe dominante è trasparente (gli operai danno una parte di ciò che hanno prodotto o lavorano per alcuni giorni nelle terre del Signore) , nel capitalismo, lo sfruttamento è un processo sotto copertura. Non nel senso che i membri della società divisa in classi hanno una falsa percezione della realtà, ma che la realtà in cui vivono è una realtà distorta. I lavoratori che consegnano il loro lavoro ricevono in cambio uno stipendio, il capitalista riceve un risarcimento per il suo capitale. Il processo di sfruttamento è velato perché la natura sociale della produzione è espressa solo nello scambio, in cui i produttori stabiliscono connessioni non come tali, ma come partecipanti al mercato. Il mondo della produzione, in cui viene effettuata la creazione di eccedenze e sfruttamento, è nascosto. In questo modo, le relazioni umane diventano anonime e impersonali. Di fronte a questa società, Marx intendeva il socialismo come un sistema "intelligibile" e "trasparente". I soggetti che partecipano alla produzione hanno deciso collettivamente perché lo fanno e vedono come lo fanno. Ciò implica la fine della scienza sociale, ovvero la funzione epistemologica dell'ordine emergente prodotta da comportamenti che non lo perseguitano intenzionalmente, così tante volte ricordato da Hayek. Per dirla con le parole (precritiche) di Marx: “Se non ci fosse differenza tra realtà e apparenza, non ci sarebbe bisogno di scienza.” D'altra parte, l'autocoscienza sociale e la fine dell'alienazione, i vecchi motivi ispiratori della filosofia hegeliana, pur rendendo la società completamente trasparente, rendono il gioco collettivo di "informazione completa". Vale la pena ricordare che Lukács ha usato quei motivi hegeliani per postulare l'esistenza di un soggetto (la classe operaia) la cui autocoscienza coincideva con il significato della storia. Una volta che gli uomini acquisirono la capacità di regolare i loro destini, cessarono di essere i pezzi ciechi del meccanismo della storia. In questo modo, i suoi progetti (la sua ideologia) potrebbero diventare la nuova regolamentazione della storia, ora un processo di autocontrollo collettivo, non legalità cieca.

È opportuno ribadire che negli esempi sopra citati predomina la strategia di trasparenza, ma che non è l'unica. Le piccole comunità non solo chiariscono la strategia dei membri, ma introducono anche altri motivi che minano l'adozione del comportamento dei franchitiratori. In pratica è difficile discriminare quanta "trasparenza" c'è in piccoli gruppi e dove "incentivi selettivi negativi" iniziano a funzionare, vale a dire le sanzioni che si applicano alle persone quando contribuiscono o meno all'impresa collettiva o le formule di rieducazione che cercano di alterare la struttura delle preferenze egoistiche. In piccoli gruppi silenziose procedure di sanzione sociale (isolamento, emarginazione, ecc.), che penalizzano coloro che si discostano dagli obiettivi perseguiti, obiettivi che, da un'altra prospettiva, possono essere visti come modi di rieducazione, di manifestare la loro deviazione verso l’individuo sbagliato. Nei piccoli gruppi l'omogeneità degli scopi è più frequente, e quindi la sanzione opera attraverso meccanismi più interiorizzati, rafforzati dall'intensa interazione sociale garantita da un numero limitato di membri. Il fatto stesso che la "voce" stessa abbia la garanzia di essere ascoltata - per essere una parte rilevante in piccoli gruppi - rafforza i processi integrativi.

b) Imposizione di incentivi selettivi. Una volta accettato che le strutture delle preferenze (o motivazioni) dei soggetti sono quelle del "dilemma del prigioniero", e una volta ammessa la mancanza di informazioni tra i partecipanti, è possibile che un centro di comando, che ha informazioni sulle preferenze e sui suoi effetti inquietanti, stabilisca procedure coercitive che penalizzano coloro che optano per comportamenti anti-solidaristici. L'immagine attuale del partito leninista avrebbe incarnato questa procedura. Gli operai, anche se potessero essere "obiettivamente" interessati al trionfo della rivoluzione, di cui sarebbero i principali beneficiari, sceglierebbero "soggettivamente" di astenersi dal partecipare ai suoi risultati, dato che se avessero avuto successo godrebbero dei loro risultati, sono state evitate le conseguenze per il fatto di essere lavoratori e i costi (tempo, repressione, ecc.) che avrebbero dovuto sostenere se avessero partecipato.

Come visto in questo caso, il "partito" sarebbe il garante della coscienza di classe. La vecchia tesi leninista del partito come avanguardia rivela la sua saggezza, molto più grande dell'imputazione lukacsiana di un'entità collettiva, come la classe, di coscienza. Ma non solo la tradizione marxista ha esperienza come creatore di incentivi selettivi. Infatti, dove ha trovato la sua espressione più continua questa procedura è stato nel sindacalismo, mentre ha costituito la forma più caratteristica di azione collettiva, dove il calcolo tra i vantaggi ottenibili dall'azione collettiva e i costi erano più empiricamente sostenibili e storicamente più continui. I picchetti, la lotta contro gli espropri e talvolta il razzismo, sono state modalità di azione conosciute e studiate per sanzionare il possibile "cavaliere libero".

c) Rompere l'ordine delle preferenze egoistiche. Sicuramente questa procedura è quella che ha una genealogia più soddisfatta nel pensiero etico. Ma non solo quello. Ha anche avuto la sua traduzione nella riflessione politica, nell'esperienza storica e persino nella teoria biologica. L'idea è molto semplice: si tratta di sostituire l'ordine delle preferenze CABD con l'ordine ACBD. L '"uomo economico comunista" preferisce la cooperazione universale all'egoismo.

La rivoluzione culturale cinese è stata presentata come un tentativo di sostituire l'etica dell '"homo economicus" con un altro uomo più solidale.

Sicuramente l'esperienza è stata il tentativo più radicale di far nascere l’"uomo nuovo" del socialismo. Ma gli antecedenti sono più ampi della tradizione marxista e dell'intenzione volontarista. Allo stesso modo in cui è stato tentato di basare biologicamente la strategia egoistica presentando il comportamento dell '"homo economicus" come una caratteristica della specie, una tradizione di studiosi del comportamento animale, con una forte presenza anarchica, ha cercato di sostenere che le leggi dell'evoluzione biologica erano quelle della solidarietà intraspecifica, che la cooperazione era un valore di sopravvivenza e che solo la brutalità della società borghese aveva violato quella che era la legge generale della natura: il sostegno reciproco.

d) Dare regole che socialmente battono il comportamento egoistico. La vecchia massima di Mandeville ha trovato la sua applicazione più strettamente letterale nei paesi socialisti. Ricordiamo che l'esatta affermazione dell'autore de La favola dell'ape: era: "I vizi privati, guidati da un abile politico, possono essere trasformati in benefici pubblici". Da allora è piovuto molto e l'invocazione del ruolo dello Stato, importante nel processo di violenza antropologica, dall'introduzione della disciplina del lavoro alla creazione di condizioni e infrastrutture (recinti, confische, ecc.) per lo sviluppo del capitalismo, oggi ha un significato diverso. In effetti, il meraviglioso modo in cui la teoria neoclassica dell'equilibrio generale ci racconta un mondo in cui i mercati sono svuotati e le risorse sono allocate in modo efficiente, è possibile solamente se i soggetti si comportano secondo una rigorosa razionalità di "homo economicus" e senza interferenze di alcun tipo. Questa teoria è oggi l'espressione più raffinata dell'asserzione mandevilliana: quando tutti gli individui perseguono la massimizzazione della loro utilità, viene garantito un equilibrio economico.

Il problema si presenta, come detto sopra, quando si tratta di imprese collettive in cui è garantita la partecipazione al prodotto sociale, indipendentemente dalla collaborazione per ottenerlo. Gli economisti socialisti l'hanno visto presto. Alcuni, come Lange, difendevano con competenza che la favola dell'equilibrio generale poteva trovare il suo compimento solo nelle economie socializzate. Da allora, i tentativi di risolvere i problemi dell'azione collettiva sono stati diversi. Così, ad esempio, durante il governo di Andropov, furono condotte varie esperienze con "brigate pilota", tentando di ampliarle in base alla loro efficacia. In queste esperienze, sono state testate forme di punizione collettiva, esecuzione di opere concrete, ecc. In altri casi, sono state testate le formule di unità territoriali su processi di produzione completi.

Ma ora è interessante evidenziare un altro problema della pianificazione. Nel fare piani periodici, una delle maggiori difficoltà che i pianificatori incontrano è quella di risolvere la tensione tra le possibilità di produzione e la sua realizzazione. Per molto tempo gli organismi di coordinamento hanno scoperto che le unità di produzione fornivano informazioni distorte sulle loro possibilità produttive. Al fine di evitare sanzioni o ottenere premi, era comune, ad esempio, per le aziende indicare le possibilità di produzione che erano significativamente inferiori alle loro reali possibilità. Pertanto, poiché la remunerazione è stata effettuata sulla base dell'eccesso di produzione rispetto all'importo precedentemente indicato, la società ha ottenuto notevoli vantaggi, ma la pianificazione era impossibile perché le informazioni erano sempre distorte. In altre occasioni, la remunerazione è stata effettuata nella funzione inversa della deviazione dalle previsioni. Ciò che è accaduto in questo caso è stato esattamente l'opposto: le aziende "hanno buttato giù" per garantire il rispetto del progetto. L'informazione era corretta ma la produzione era scarsa.

Questa è una situazione in cui il "free rider" è un'unità decisionale che non è un individuo. La situazione è simile a quella che ha portato al "dilemma del prigioniero". Le singole società traggono vantaggio se le altre forniscono loro la produzione e / o le informazioni che consentono loro di svolgere la propria produzione, ma data l'incertezza sul fatto che ciò accada, optano per una strategia egoistica (la battuta della società che sa, obbligata a fornire viti e quando non veniva specificato più del volume totale in peso, ne fabbricò alcune di dimensioni enormi). In questo contesto è dove appaiono le procedure che, accettando il carattere di "free rider" delle compagnie, stabiliscono alcune regole del gioco in cui tale strategia non ha conseguenze perverse. I "sistemi di incentivazione" cercano sia la massimizzazione della produzione sia la prevenzione dell'occultamento della verità, cioè che le aziende si sentano interessate a rivelare la loro situazione reale. Non è questo il luogo per esporre i complicati sistemi di punizione, programmati in tre fasi (controllo / informazione, elaborazione ed esecuzione), ciascuno con il suo sistema di incentivazione, ma per sottolineare che tutti i tentativi sono orientati verso l'aumento della produzione, ma senza questa distorsione delle previsioni. Pertanto, ad esempio, un sistema di punizione - in una delle sue fasi e purché YR sia maggiore o uguale a YP - è quello indicato nella formula: BR = B + b (YP - I) + a (YR - YP). Dove BR è la punizione; B il beneficio provvisorio assegnato nella prima fase dai progettisti; YP l'obiettivo scelto nella prima fase dall'azienda; I l'obiettivo provvisorio assegnato dai pianificatori; YR l'obiettivo raggiunto; e a e b scalari tali che 0 <a <b. Come visto in questo esempio semplificato, le previsioni (YP) che in un caso agiscono in modo positivo, nel primo, sommando, pur superando le proposte dei pianificatori nella fase di prova e assegnazione degli input (I), in l'altro, agire negativamente, purché si allontanino dalla realizzazione effettiva (YR).

Le soluzioni descritte non esauriscono la gamma di uscite dal "dilemma del prigioniero". Pertanto, ad esempio, il cambiamento nella struttura delle preferenze potrebbe verificarsi a seguito di una prolungata interazione tra i partecipanti all'azione collettiva che li incoraggia ad adottare un «altruismo condizionato», in cui, attraverso un coordinamento tacito, finiscono per cambiare l'ordine delle loro alternative, a condizione che altri siano disposti a fare lo stesso. Il bisogno di moralità che agisce come una costrizione razionale della persecuzione può anche essere basato: sui propri interessi, cioè sulla razionalità massimizzante dell'utilità privata, sulla base di principi di "moralità imparziale". Sono state descritte solo "ricostruzioni razionali" in cui il desiderio chiarificatore prevale su quello esplicativo. Intorno ai poli descritti, è possibile trovare altri tentativi di "soluzione". Quelli presentati qui sono quelli che hanno avuto rilevanza teorica e traduzione storica nel movimento di emancipazione. Come si è visto, nei processi reali le varie procedure si sovrappongono, anche se di solito prevale l'una sull'altra. Pertanto, nelle imprese socialiste, nonostante l'accettazione della struttura delle preferenze egoistiche, la sanzione morale continua a pesare: l'alterazione della gerarchia funge da ideale regolatorio e la richiesta di trasparenza è espressa a sostegno di piccole unità produttive con stretta interdipendenza. Forse vale la pena notare qui che durante tutta la discussione viene anche trascurata un'importante ingenuità di Marx nella sua idea di comunismo: la presunzione che non vengano date preferenze divergenti, supponendo che, sebbene possa valere la pena per un individuo, è sciocco per la società: "Anche se si parte dall'ipotesi di persone guidate dall'altruismo e preoccupate per l'interesse comune, potrebbero non condividere il loro concetto di ciò che è buono. Pensare che tutti i disaccordi politici siano il risultato di un conflitto di volontà individuale, egoista, è una concezione vuota della politica ».

I leader dei paesi del "vero" socialismo sembrano aver escluso l'ideologizzazione - la "creazione" di un nuovo uomo - come strategia. Sia in questo che nell'abbandono delle procedure più punitive - come quelle usate durante il comunismo di guerra - si può vedere che la sua opzione, forse perché è meno cieca, meno invisibile, è stata meno virulenta di quella che accompagnava la conformazione del capitalismo moderno. Il fatto che in questo processo vi sia spazio per la scelta, qualcosa che non era accaduto - dalla stessa "essenza" capitalista: una folla solitaria, un sistema inevitabilmente mobile senza un motore cosciente con la "violenza antropologica" del capitalismo, rende possibile stimare i costi umani (violenza, irrazionalismo, burocratizzazione) in cui è stata costretta a sostenere l'adozione di determinate strategie.
La strada intrapresa sembra essere stata l'accettazione dei modelli di comportamento "homo economicus" e la ricerca di un quadro in cui tale comportamento si traduca in benefici collettivi. L'unico mondo possibile - come ricorda la teoria dell'equilibrio generale - in cui si verifica questa situazione, è nel fantasmagorico capitalismo della "concorrenza perfetta", in cui molti acquirenti e venditori si trovano in un mercato in cui i prezzi rispondono all'eccesso di domanda e offerta senza che nessuno sia in grado di agire su di loro. Le continue invocazioni del "ruolo del mercato" da parte dei leader dei partiti comunisti sembrano confermare l'adozione di questo mondo come progetto.
Tuttavia, lì iniziano a comparire i problemi. Un risultato interessante della teoria economica mostra che, se non tutte le condizioni sono soddisfatte per l'apparizione di una situazione ottimale (un'allocazione efficiente delle risorse, per esempio), possiamo trovarci lontani da questa situazione ottimale. Se l'esperienza comune dei pazienti vittima conferma questa affermazione nel capitalismo "reale" su base giornaliera, sembra ragionevole pensare che le cose possano andare storte su questa strada per il socialismo, contrariamente a quanto pensava Oskar Lange.
Ancora più semplice. Il capitalismo si sta essenzialmente disintegrando. Il fatto che ognuno vada da solo non solo non è male, ma può produrre risultati interessanti e inquietanti: lo sviluppo tecnico è il miglior esempio. La situazione è esattamente l'opposto del socialismo, dove l'intenzione cooperativa è il fondamento dell'ordine sociale. È proprio questa circostanza, il fatto che la partecipazione alla comunità sia vissuta come sentimento integrativo, il che suggerisce un interessante meccanismo di soluzione ad alcuni dei problemi sollevati. Questo meccanismo , inoltre, soddisfa il requisito di base implicitamente per coloro che cercano la soluzione sul mercato, vale a dire l'automatismo dei processi di recupero che evita di sostenere i costi di sanzioni, ideologizzazione o controllo ferreo.

L'altro meccanismo, automatico, non disintegrante e che fornisce al mercato il processo di trasmissione delle informazioni (sui bisogni sociali) è la voce. Un individuo, di fronte a una situazione che non gli piace, ha due opzioni: l'uscita e la voce. Il primo è quello che è comunemente associato alla concorrenza commerciale: il consumatore insoddisfatto che sceglie un altro marchio è l'esempio più caratteristico. D'altra parte, quando l'individuo usa la voce, invece di abbandonare, preferisce forzare un'influenza sul "prodotto" trasmettendo il suo disgusto. Questa opzione è più frequente nell'arena politica: il membro di un partito che crede di poter far sentire la propria opinione per reindirizzare la sua esibizione. Non è un caso che gli esempi più paradigmatici provengano, rispettivamente, dall'economia e dalla politica. In effetti, l'economia, specialmente nel capitalismo, opera con relazioni impersonali. La concorrenza perfetta è la manifestazione più compiuta del meccanismo di uscita. Gli individui non si sentono coinvolti nell'azienda che produce ciò che consumano. Se non gli piace, cambiano. In questo modo (indirettamente) le aziende registrano informazioni su come vengono ricevuti i loro prodotti. Informazioni non sfumate o accurate. È noto che le persone non sono interessate a una determinata offerta, ma non al perché.
La voce è il meccanismo di funzionamento degli organismi integratori. Le persone esprimono le loro divergenze perché confidano che la loro opinione verrà affrontata e perché hanno interesse a migliorare ciò a cui si sentono legati. Ecco perché la politica è il terreno più comune in cui si manifesta la prestazione vocale. Sebbene ci sia anche spazio per l’uscita: quando uno abbandona o, più in generale, un sistema politico blocca i meccanismi di partecipazione o supera una soglia oltre la quale l'individuo può stimare che è incorreggibile, l'uscita (un altro partito, ad esempio) viene offerta come un'azione razionale. Allo stesso modo, la voce opera in economia. I legami "orizzontali" ricercati dai pianificatori sovietici durante il periodo Andropov - tra fornitori - produttori e clienti - sarebbero un esempio.
Forse si dovrebbe sottolineare che il carattere integrativo del meccanismo vocale non si basa su alcuna "comunione di santi", nel senso di richiedere uomini "razionali" comunisti, solidali oltre ogni ragionevolezza, a seconda delle regole del gioco sociale, anche per l '"homo economicus" può essere interessante usare la voce. Se ritiene di avere la capacità di influenzare un organismo (come consumatore, come elettore) e l'opzione di lasciarlo è costosa - richiede l'apprendimento: nuovi contatti, può essere penalizzato, ecc. -, far sentire la sua opinione può sembrare l'alternativa più suggestiva.
Tuttavia, il funzionamento della voce richiede una popolazione con una certa disposizione partecipativa, una disposizione che può essere rafforzata dall'esperienza passata. A differenza dell'uscita, che è una semplice decisione puntuale (a favore o contro), la voce è un processo che viene appreso attraverso l'esercizio (che implica un costo). Ma non si deve pensare che questa disposizione e quell'esercizio richiedano individui super distruttivi. Non è irragionevole pensare che tale comportamento sia più plausibile, empiricamente, di quello del puro homo economicus. L'esperienza quotidiana mostra come nel nostro comportamento operino con criteri più generosi di quelli di quest'ultimo e che sarebbe esagerato qualificarsi come irrazionale. Quello che potremmo chiamare "il dilemma della conferenza" è un esempio di questo, che, per di più - ed è per questo che lo solleviamo - indica altri componenti che guidano il comportamento umano. Quest'ultima circostanza di importanza, dato che, se non si vuole incorrere in "violenza antropologica" di costi e conseguenze eccessive, è necessario adottare un'antropologia realistica, sia quando si spiegano i modelli sociali sia quando li si progetta.
L'interesse del "dilemma" è che mostra come si ottiene un certo equilibrio "sociale" quando i soggetti sentono di partecipare a una situazione che "normalmente" - con la struttura delle preferenze assolutamente egoista e senza informazioni - produrrebbe un effetto perverso, come nel caso del "dilemma del prigioniero". Immagina di partecipare a una conferenza perché siamo interessati all'argomento o a chi parla, e che pochi minuti dopo diventa chiaro che entrambi sono deludenti. In quel momento potremmo decidere di andarcene. Se lo facciamo immediatamente, la nostra partenza non avrà conseguenze preoccupanti per il gruppo che rimane. Ma se le uscite seguono un ritmo costante, arriverà un momento in cui per coloro che restano la tabella delle alternative (delle ricompense) viene ricomposta. Non è più una scelta tra discorsi poveri e il mio tempo, ma tra il collasso (la disperazione di chi parla e coloro che lo hanno invitato, l'ansia del pubblico, ecc.), della micro-società e il mio tempo. In questo caso, l'uscita del primo rafforza l'integrazione di coloro che rimangono. Il "free rider" non fa più affidamento sull'anonimato - sempre meno - e le conseguenze della sua azione sono evidenti.
Il componente che sta intervenendo qui è, - sempre nel lessico di Hirschman - la lealtà. Questo rimuove l'uscita e attiva la voce (in questo caso la presenza), e quindi impedisce che il deterioramento sia cumulativo. Ma, e questo è importante, sebbene la lealtà rinvii l'uscita, è supportata dalla sua possibilità. Il fatto che un'agenzia risponda ai requisiti della voce dipende dalla penalità di uscita aperta. Se ciò non esiste (se la domanda non è elastica, ad esempio), la voce non verrà ascoltata e la nozione stessa di lealtà sarà insignificante. Le organizzazioni criminali (mafia, ad esempio) che impongono un prezzo iniziale elevato (omicidio per "il traditore") rendono impossibile il meccanismo vocale e la lealtà porta alla parodia.
Il fatto che la voce sia più importante come meccanismo di recupero e rivitalizzazione nelle organizzazioni di cui fa parte, piuttosto che nella relazione (commerciale) di acquisto / vendita (tipica di tutte le relazioni capitalistiche) in cui prevale l'uscita, non è banale nel contesto della presente discussione. Nell'esaminare il ruolo della voce nelle società socialiste, in cui la partecipazione volontaria è una condizione costitutiva di base e in cui la lealtà è una caratteristica distintiva (al contrario della mano invisibile dell'egoismo di tutto ciò che caratterizza l'ontologia sociale capitalista), varie circostanze rafforzano la loro rilevanza per l'uscita, una soluzione che i leader del "vero socialismo" sembrano scegliere (che è un buon indicatore della mancanza di fiducia che sembrano avere nel consenso sociale, nella lealtà).
L'uscita nel contesto della concorrenza può comportare costi sociali e psicologici che una società capitalista sostiene in maniera indolore, ma non una socialista. Ad esempio, in un contesto competitivo in cui viene prodotta una merce che presenta una caratteristica negativa (inevitabile) in tutti i suoi fornitori, il meccanismo di uscita può comportare una ridistribuzione continua dei consumatori che non si lamentano mai. D'altra parte, in una situazione di monopolio impareranno a convivere con l'inevitabile imperfezione e smetteranno di consumare le loro energie in una ricerca inutile. Allo stesso modo, l'uscita, evitando la presenza dei clienti più arrabbiati e più critici, di una sensibilità più raffinata, rafforza i degradi irrecuperabili.
D'altra parte, la voce sembra essere particolarmente interessante (ed economica) in uno dei settori che maggiormente interessano i leader dei paesi socialisti: il progresso tecnico. In contesti in cui c'è ignoranza e incertezza da parte sia dei produttori che dei consumatori, la voce è più efficace dell'uscita. Questo è ciò che accade con il progresso tecnico. La necessità appare prima che siano disponibili le conoscenze su come soddisfarlo. In tali condizioni, l'uscita fornisce a malapena informazioni, mentre la voce lo fa e in dettaglio. La situazione è analoga a quella nella relazione tra un medico e un paziente. Prova un disagio (diffuso) che non è in grado di interpretare. È efficace solo la voce, le informazioni fornite in dettaglio a coloro che hanno capacità tecniche. Ancora di più, l'uscita è particolarmente costosa quando si tratta di requisiti tecnici. Il fornitore ha sostenuto i costi di apprendimento delle caratteristiche su cui si basava la domanda tradizionale (prima dell'innovazione) e l'apprendimento - che è essenziale per rendere possibile la variazione su ciò che non è più soddisfacente - è fatiscente. immediatamente per mezzo di un'uscita che costringe a partire dall'inizio con il nuovo fornitore.
Infine, il meccanismo vocale è di particolare interesse quando si tratta di organizzazioni volontariamente partecipanti all'estremo che è stato trascurato nel normale trattamento dell'azione collettiva. Il comportamento del "free rider" e la stima più generale che la partecipazione a compiti collettivi è un costo, presuppongono che la partecipazione sia solo un mezzo. Questa considerazione non è certamente falsa per una lunga tradizione che ha reso la militanza una penitenza.
 La partecipazione ai movimenti a favore dei beni comuni riduce l'incertezza della loro conquista, nella misura in cui la certezza dell'intervento rafforza la possibilità della loro conquista. Ogni individuo può arrivare a stimare che la differenza tra conquista e perdita dell'obiettivo desiderato è nel proprio contributo. In quel contesto appare "la felicità della ricerca" e l'interesse per l'attività pubblica viene sperimentato come un beneficio per la felicità intima.
Questo modello di comportamento non è in contraddizione con l'homo economicus. Anche qui vengono fatti dei conti prima di iniziare l'azione. Quello che succede è che i premi - i presupposti antropologici - sono valutati in modo non uniforme. Affermare che l'unica alternativa all'homo economicus è l'altruismo beato è un errore che lascia poco spazio a plausibili teorie sociali, che è inefficace come guida per l'intervento politico (al di fuori di quelle autoilluminanti illuminate) e che, se dovuto a un rimbalzo della storia, diventa un discorso di un potere, ha conseguenze terribili. Mentre la persuasione e la violenza antropologica del capitalismo - sebbene il suo contenuto sia di stimolare il consumismo e alimentare le ansie - può operare su individui con meccanismi relativamente acritici (è limitato a "impulsi scatenanti"), sebbene, per la stessa perversità incontrollata della mano invisibile, i suoi effetti macro-sociali sono mostruosi, nel socialismo - che non funziona alla cieca, ma attraverso una volontà collettiva del cervello - il raggiungimento di effetti sociali benefici, se non rispetta - e forza - le manifestazioni delle preferenze degli individui, se non lascia spazio alla voce - che funziona meglio con il sentimento di partecipazione, con lealtà -, può assumere macabre forme di azione sugli individui, di cui i campi di rieducazione cambogiani sono un profilo inquietante

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domenica 19 gennaio 2020

0 INTERVISTA A PANG LAIKWAN



Pang Laikwan 彭麗君 ha conseguito il dottorato di ricerca in letteratura comparata presso la Washington University di St. Louis, e ha insegnato alla CUHK dal 2002. Ha pubblicato ampiamente nel campo generale della cultura cinese moderna e contemporanea. I suoi interessi di ricerca includono studi cinematografici, studi visivi, creatività, estetica, nonché teorie culturali e politiche. La sua tesi di laurea è stata trasformata nel suo primo libro, Building a New China in Cinema (2002), che è il primo studio lungo un libro in qualsiasi lingua sul cinema cinese di sinistra negli anni '30. Ha continuato a indagare sulla modernità culturale della Cina in Distorting Mirror (2007), si dedica ai molteplici e complessi modi in cui i cinesi hanno interagito con la nuova cultura visiva emersa alla fine del ventesimo secolo. Ha anche iniziato a interessarsi al copyright e alla creatività, ottenendo due libri: Controllo culturale e globalizzazione in Asia (2006) e Creativity and Its Discontents (2012). I due libri insieme dimostrano come la proliferazione della pirateria e la contraffazione nella Cina di oggi aprano le porte a una nuova comprensione della logica del tardo capitalismo. Negli ultimi anni ha rivolto la sua attenzione alla Cina socialista e The Art of Cloning (2017) esamina i contenuti e la logica della cultura propagandistica della Rivoluzione Culturale e analizza le relazioni tra formazione del soggetto e formazione sociale. Il suo ultimo libro, The Appearing Demos (2020), parla dei recenti movimenti di protesta ad Hong Kong sia dal punto di vista globale che da quello culturale. Ha ricevuto il premio Research Excellence Award e il premio Young Researcher dall'Università Cinese di Hong Kong, il premio della Chiang Ching-kuo Foundation e il Discovery International Award dall'Australia Research Council. 



1) In “The Art of the cloning: Creative Production During China’s Cultural Revolution” affronti il tema della produzione culturale della masse durante la Rivoluzione Culturale. A parer mio traspare l’autenticità di un evento, violento come le vere rivoluzioni devono essere, che ha permesso un’ampia partecipazione delle masse alla vita del paese. Volevo chiederti cosa differenzia la produzione dell’opera d’arte in quel preciso evento dalla produzione dell’opera d’arte in una società capitalista e quanto questo libro è stato influenzato dal lavoro fatto da Adorno e Walter Benjamin sul tema?

R. Non possiamo ignorare l'importanza di Mao nella Rivoluzione Culturale e semplicemente vedere le masse come soggetto rivoluzionario. Come ho cercato di illustrare nel libro, Mao e le masse si rafforzano reciprocamente in gran parte attraverso azioni e propaganda. Era chiaro per le persone che non stavano producendo arti, ma propaganda, e tutte le considerazioni estetiche hanno lo scopo di sostenere i messaggi politici. Quindi, mentre l'autonomia artistica è molto importante in Occidente, l'arte per l'arte non è semplicemente ammessa nella Cina maoista. Adorno stima sostanzialmente l'autonomia delle arti, mentre il rapporto di Benjamin con l'arte è molto più ambiguo. Ma immagino che nessuno dei due sarebbe particolarmente impressionato dalle arti della propaganda maoista. La tradizione filosofica tedesca condivisa da Adorno e Benjamin è semplicemente molto diversa dalle arti cinesi, che sono sempre strettamente legate alla politica.

2) Un altro aspetto di cui ti sei occupata è il cinema. Come è cambiato questo mezzo di comunicazione, in particolare nel suo aspetto ideologico, di veicolo di trasmissione di modello d’uomo, dalla Cina di Mao a quella di oggi?


R. Durante il periodo maoista, il cinema era sia propaganda che intrattenimento. Mentre il primo era privilegiato in modo discorsivo, molte persone comuni frequentavano ancora i film per motivi di intrattenimento, il che rende i film interessanti siti di contestazione. Nella Cina di oggi persistono tensioni simili, ma la sua popolarità e il successo sul mercato sono ritenuti molto più importanti per determinare il valore del film, anche da una prospettiva ufficiale.


3) Partendo dalle domande precedenti, vorrei chiederti se è possibile allora fare un’analisi di un semiocapitalismo dalle caratteristiche cinesi. Ovvero come si somma alla forza coercitiva di una classe sopra un’altra il meccanismo soggettivante che esercita il proprio controllo sull’individuo sganciato da ogni appartenenza di classe, plasmando la sua identità semiotica?

R. Non sono sicuro di aver compreso la tua domanda. Ma posso dire che in Cina la classe maoista non è così determinata economicamente, perché teoricamente la Cina era già un paese socialista. Gli individui sono stati soggiogati di più attraverso la loro classe politica e il loro capitale politico: il loro background familiare era estremamente importante e come si poteva trascendere la loro linea di sangue e diventare politicamente affidabili. Gran parte della Rivoluzione Culturale ha a che fare con questo: chi potrebbe essere considerato rivoluzionario e chi no. Nella Cina odierna la classe economica è tutto.

4) Tornando alla produzione culturale, mi viene in mente l’opera di Guy Debord “La società dello spettacolo”. Debord parla di spettacolo, concetto che elabora confrontandosi con Marx e Lukacs, e che descriva una società della contemplazione passiva in cui il grande discrimine è tra organizzatori e organizzati. Quanto può essere utilizzato di Debord per analizzare la Cina di oggi?

R. Per me la maggior parte dei cittadini cinesi contemporanei sono in generale depoliticizzati e cercano di stare alla larga dalla politica. Ma c’è anche una nuova generazione di giovani molto patriottici e molti di loro si identificano con lo Stato e la nazione. Ma sono anche molto attivi nella cultura popolare e nei nuovi media. Possiamo usare la cultura dei fan come esempio, a cui partecipano ferocemente molti giovani. La cultura dei fan è allo stesso tempo depoliticizzata ed estremamente politicizzata, nel senso che non porterebbe alcuna vera discussione politica, ma ci sono antagonismi estremi e i fan sono caratterizzati da molte partecipazioni attive a sostegno dei loro idoli e diffamando le star della concorrenza. Quindi l'idea di Debord espressa in "La società dello spettacolo" non è utile per noi per capire il giovane cinese.


5) Boltanski e Chiapello parlano di nuovo spirito del capitalismo, che non si vuole più centrato sul lavoro e il risparmio ma cerca di presentarsi come seducente, divertente, ponendo al centro la libertà dell’individuo. Parliamo di un modo di produzione che si è rinnovato stravolgendo parole d’ordine rivoluzionarie del ‘68, penso a “è vietato vietare” o “godere senza ostacoli e vivere senza tempi morti”. Riscontri elementi simili anche in Cina, ad esempio, c’è un uso capitalistico di alcuni aspetti della Rivoluzione Culturale?

R. Esistono ovviamente molti usi capitalistici della cultura maoista, icone feticistiche e sensazioni nostalgiche. Ma la maggior parte dei giovani sa ben poco della storia maoista, che sia le scuole che i genitori cercano di evitare. Il nuovo spirito del capitalismo si può chiaramente trovare in Cina e l'imprenditorialità è molto popolare. La recente recessione economica è molto allarmante, perché può sfidare direttamente molti miti capitalisti che lo Stato si impegna a promuovere.


6) Nell’agosto del 2018 è scomparsa la compagna Yue Xin, maoista ed esponente di spicco del gruppo di solidarietà ai lavoratori della Jasic di Shenzhen. Ricorda molto i primi moti di protesta nei paesi dell’Est Europa, comunisti e critici da sinistra dei propri governi. Penso soprattutto a Jacek Kuron che guidò gli scioperi degli operai polacchi negli anni ‘70, molto prima di Walesa, ed era un comunista espulso dal partito perché pubblicò una lettera a favore della democrazia operaia. Ritiene la situazione cinese simile e come può una forza comunista che volesse riappropriarsi del partito unire in un unico percorso tutte queste lotte che dilaniano il paese?
Ritiene possibile influenzare da sinistra il partito, penso al caso di Bo Xilai?

R. Non prevedo un'altra rivoluzione comunista in Cina nel prossimo futuro. La sinistra è praticamente cooptata per diventare parte dello Stato. Quindi, se ci sarà una rivoluzione, è probabile che provenga dal campo liberale e liberista. Potrei sbagliarmi. In ogni caso, in Cina qualsiasi discussione tra sinistra e destra non è più così significativa - invece, sinceramente desidero vedere altre discussioni sulla democrazia. Non è sufficiente negare il tipo di democrazia parlamentare liberale rappresentativa in Occidente. Il tipo di democrazia patriottica a partito unico che la Cina sta vendendo chiaramente non mi convince. Ciò che conta è come le persone stesse sentano il bisogno di riprendere la politica.

7) Ad Hong Kong c’è un movimento eterogeneo che scende in piazza contro il governo cinese. Questi giovani sono figli di un modello fallito che visse come intermediario tra Cina e resto del mondo dopo le riforme del 1978. Non ha nulla in comune con le rivolte maoiste del 1967 represse dalle autorità coloniali inglesi. Vediamo troppi personaggi legati alla NED americana, sventolando le bandiere americane e dell’epoca coloniale e chiedendo il sostegno dell’Impero. Però è anche incontestabile la presenza di figli del popolo, come a Pechino nel 1989 dove cercarono di organizzare un sindacato autonomo ma, come dice Li Minqi, senza il sostegno ma anzi il disprezzo degli studenti. Come evolverà a suo avviso questo movimento e che connotazioni di classe ha?

R. Ci sono molte attività che accadono sotto le bandiere americane, e queste bandiere sono più per il bene della sopravvivenza che per il gusto ideologico. La maggior parte delle persone ad Hong Kong sono molto consapevoli dell'egemonia imperialista americana nel mondo, ma gli Stati Uniti, che ti piaccia o no, sono praticamente l'unico regime in grado di esercitare una pressione reale sulla RPC. Molte persone qui temono davvero che Hong Kong diventerà un nuovo Xinjiang. Non sono pessimista, ma capisco anche l'ansia. Oltre ai giovani che combattono per le strade, negli ultimi mesi sono stati creati oltre 30 sindacati, molti dei quali sono destinati a sostenere uno sciopero generale, se necessario. È inoltre in fase di sviluppo un nuovo circuito economico, nel nome della "Yellow Economic Ecology". È stato inizialmente sviluppato per boicottare le imprese gestite da uomini d'affari "blu" e capitalisti "rossi". Si sta gradualmente evolvendo per diventare un'economia dal basso verso un’alternativa in alto. Sono state sviluppate piattaforme sociali per i sostenitori del movimento per abbinare consumatori e fornitori di servizi, dipendenti e datori di lavoro, e vengono anche sperimentati nuovi canali di finanziamento e criptovaluta. Non sappiamo come si svilupperà questa struttura economica, ma la sua formazione dimostra come una nuova struttura economica possa essere costruita sulla base di credenze politiche.

8) Mao nel 1956 rappresenta la risposta da sinistra al superamento dello stalinismo mentre Krusciov è la sua variante di destra. Mao mette in discussione il modello sovietico che resta nel quadro dello sviluppo della rivoluzione industriale. Esso infatti si basa sull’accumulazione accelerata e l’operaio che diventa lo sfruttatore di se stesso, con la fabbrica che rimane uguale a quello di una nazione capitalista, la divisione sociale del lavoro, il salario e il subordinamento della campagna alla città. Con le “Dieci grandi relazioni” Mao invita a dare un nuovo significato ai termini “lavoro”, “produttività” e “risorse” che lo porterà al Grande Balzo in Avanti. Questo programma fallì ma ha lasciato due eredità su cui vorrei riflettere. La prima è il tentativo di dare in mano al produttore l’intero apparato economico e la seconda è la conseguenza di ciò, la Comune come modello di redistribuzione del potere alla collettività nelle periferie. Partendo dalla teoria “squilibrio-equilibrio-squilibrio”, in cui il partito si trova nella posizione di equilibrio e di sclerosi, Mao invita i propri dirigenti ad imparare dalle masse, vivendo il rapporto di subalternità del lavoro manuale e andando in campagna per contrastare la centralità nella società della fabbrica e della città. Quanto di attuale c’è, nel tentativo di superare sotto ogni aspetto della quotidianità il capitalismo, in questo grande tentativo di avanzata rivoluzionaria?

R. Sì, ci sono state molte sperimentazioni socialiste nella Cina maoista, con gradi di successo e fallimenti. Penso che ci siano stati alcuni veri eventi democratici nelle fabbriche e meno nelle comuni agricoli. Ma a prescindere, alcuni di questi lasciti e riflessioni dovrebbero rimanere, ma non ci sono abbastanza sforzi per tornare a loro in modo critico e pratico. Potrebbero esserci alcuni singoli studiosi o attivisti che fanno riflessioni e pianificazioni sporadiche, ma il neoliberalismo generale è molto radicato nella società. Oppure potremmo dire che la maggior parte del popolo cinese non acquista più i miti socialisti. I bambini piccoli, la maggior parte sono prodotti della politica del figlio unico, sono sottoposti a un ambiente scolastico straordinariamente competitivo e alla pressione sociale, e il successo è definito in gran parte da standard materiali.

9) L’altro grande capitolo della Cina maoista è la Rivoluzione Culturale. Mao capisce che la lotta di classe prosegue anche quando un paese si definisce socialista, perciò supera a sinistra sia lo stalinismo che il trotzkismo i quali affermavano la fine della lotta di classe con la nascita della proprietà statale che è di tutto il popolo e la scomparsa quindi della divisione in classi della società.  Mao cerca la leva della trasformazione contro la natura totalizzante del capitalismo che impedisce di sviluppare al suo interno modi di produzione differenti. Il capitalismo, in quanto fatto sociale totale, tenderà inevitabilmente a riprodursi anche sotto un bastone del comando di colore rosso, sfruttando ciò che sa fare meglio: produrre. Ecco il tentativo di rivoluzionare le unità produttive, esercitare in ogni campo la dittatura del proletariato, dal titolo del lavoro del teorico della cosiddetta Banda dei Quattro, Zhang Chunqiao, e superare la passiva educazione confuciana imposta da Liu Shao-chi e che produrrà gli eccessi tipici di ogni autentica rivoluzione, ampliati dall'estremismo piccolo-borghese di Lin Piao. A tuo avviso la Rivoluzione Culturale è il più grande lascito di Mao alla Cina e al mondo assieme alla proclamazione della Repubblica Popolare nel 1949 e quanto è attuale quell’invito alla rivolta? 

R. Penso che pochissime persone direbbero che la Rivoluzione culturale sia la più grande eredità di Mao in Cina, sia in Cina che in altre parti del mondo, soprattutto perché le tragedie prodotte sono così tante; e peggio ancora, non durò e il suo fallimento invitò il capitalismo a stabilirsi in Cina. Mao era chiaramente molto coraggioso, ma poteva correre un rischio troppo grande perché chiunque potesse avere il controllo. Le cose vanno male e nessuna visione politica può stabilizzarsi. Tra il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione culturale, la prima fu più una rivoluzione economica e la seconda una rivoluzione politica, sebbene siano entrambe allo stesso tempo. Fu in parte lo spettacolare fallimento del Grande balzo in avanti che convinse Mao che fosse necessaria una completa rivoluzione politica prima che la Cina potesse davvero entrare nel suo stadio comunista. Anche questo non ha funzionato.

10) L’episodio della Rivoluzione Culturale che ritengo più importante è la Comune di Shanghai del febbraio 1967 che cerca di replicare il modello della Comune di Parigi, elevandolo ad esempio da seguire per il resto del paese. Un tentativo ardito che cerca di scardinare il binomio partito-Stato dall’interno, come dice Badiou, ma che fallisce per cause oggettive e soggettive, come il non aver edificato delle nuove istituzioni. Che giudizio dai di quegli eventi e quanto è importante quell’esempio per voi maoisti cinesi?

R. La Comune di Parigi è chiaramente un modello per la Comune di Shanghai, ma non sono sicuro che anche lo stesso Mao fosse completamente preparato per il potere di una simile formazione sociale, che avrebbe completamente rinnegato il Partito. Concordo con Badiou che il fallimento della Comune di Shanghai ha praticamente segnalato o previsto il fallimento dell'intera Rivoluzione Culturale.

Lai: Devo anche dire che non sono un maoista cinese. Affatto. Per me, sono più preoccupata che ci sia stata una storia politica turbolenta e sperimentale nella Cina del ventesimo secolo a cui l'attuale governo cinese e la gente non sanno come rispondere, o semplicemente cercano di evitare. L'attuale popolo cinese non è solo depoliticizzato ma anche deistorizzato. È molto triste che sia la stabilità politica dello Stato, e la sua ansia, a presiedere a tutti gli interessi politici e la curiosità della gente. Il futuro della Cina può essere aperto, come quello di Hong Kong, non deve necessariamente essere né a sinistra né a destra in senso tradizionale. Sono più althusseriana in questo senso e mi piace molto il suo materialismo aleatorio. In quanto tale, quello di cui i cinesi hanno davvero bisogno è di evitare un futuro autoritario, a cui il paese, purtroppo, sembra dirigersi.

Bollettino Culturale: Mi piace molto Althusser, soprattutto perché ha cercato di smascherare molte ipocrisie riformiste dei partiti comunisti europei (in particolare quello italiano e francese). Temo solo due cose.
Il primo è che il modello di capitalismo di Stato cinese, a partire da quello di Singapore, potrebbe essere il modello del futuro capitalismo in cui la partecipazione popolare è azzerata in nome dell'arricchimento personale, con totale delega della politica agli esperti.
Il secondo è inerente al tuo riferimento al materialismo aleatorio di Althusser e che ho visto in molti althusseriani italiani che conosco, cioè arrivare alla aleatorietà, all'impossibilità del socialismo.
Ponendo l’aleatorietà (cioè la casualità assoluta) come il nuovo fondamento metafisico della filosofia marxista, Althusser non fa altro che registrare nel mondo rarefatto dei concetti teorici la fine dell'idea della "necessità" storica del passaggio dal capitalismo al comunismo. Questa idea non era più credibile da molto tempo e continuò ad essere agitata in perfetta malafede dagli apparato ideologici di Stato degli stati socialisti, e ad essere creduta in perfetta buona fede da militanti desiderosi di farsi raccontare storie per rafforzare la loro fede nel comunismo. Althusser semplicemente lo registra e lo trasforma in metafisica della aleatorietà.
In effetti, credo che se le tre critiche all'umanesimo, all'economicismo e allo storicismo sono veramente portate all'estremo, si arriva a negare la possibilità del passaggio dal capitalismo al comunismo.

Lai: Sono molto d'accordo con te e c'è un'apertura radicale nella tarda teoria di Althusser che può andare in direzioni pericolose. Ma alla fine i rivoluzionari devono lasciar andare il popolo al potere. C'è una forte connessione tra Althusser e Mao ed entrambi credono nelle azioni umane nella progressione storica. È su questa dimensione che rispetto entrambi. Immagino che la mia posizione sia più specificamente contro l'attuale stato della RPC, che privilegia la "stabilità" rispetto a qualsiasi cambiamento politico

 

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