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mercoledì 26 febbraio 2020

0 INTERVISTA A THOMAS FAZI


Thomas Fazi è un giornalista, saggista e traduttore italiano, tra i più importanti divulgatori della MMT nel nostro paese. In questi anni ha pubblicato due importanti libri: “La battaglia contro l’Europa” e “Sovranità o barbarie”.
In rete è possibile trovare numerosi suoi articoli pubblicati per Senso Comune e Sbilanciamoci o raccolti nella famosa piattaforma Sinistra in rete. Possiede un proprio sito web.


1. Lei è uno dei massimi esperti della MMT in Italia. Vorrei sapere che legami ha questa teoria economica con il marxismo e la ritiene la chiave per rilanciare l’economia italiana? 

1. Innanzitutto ci tengo a precisare che io, più che un esperto, mi ritengo un mero divulgatore della MMT che ha avuto la fortuna di conoscere e di lavorare a stretto contatto con uno dei fondatori della teoria in questione, Bill Mitchell – lui sì un vero esperto –, e dunque di abbeverarsi direttamente alla fonte del sapere, per così dire! Fatta questa doverosa premessa possiamo continuare. Ora, a prima vista i legami tra la MMT e la teoria marxista potrebbe apparire piuttosto deboli. Quest’ultima si occupa soprattutto dei rapporti interni al mondo della produzione, mentre la MMT si occupa soprattutto dei rapporti tra la sfera della produzione e quella delle politiche economiche e in particolare delle politiche di bilancio. In questo senso, la MMT ha un rapporto molto più stretto con la teoria keynesiana e soprattutto post-keynesiana, di cui rappresenta per certi versi un’evoluzione. Se analizziamo la questione più a fondo, però, emergono diversi punti di contatto con la teoria marxista. La MMT, infatti, mostra come i rapporti di forza interni al mondo della produzione – quelli, cioè, che intercorrono tra capitale e lavoro – siano una diretta conseguenza delle politiche economiche, nella misura in cui sono queste ultime a determinare, tra le altre cose, il tasso di occupazione e dunque il potere contrattuale delle classi lavoratrici. L’analisi della MMT è dunque implicitamente un’analisi di classe (ma per certi versi lo stesso si potrebbe dire, per gli stessi motivi, anche della teoria (post-)keynesiana, a prescindere dagli usi e abusi che ne sono stati fatti nel corso della storia). La stessa proposta di lavoro garantito (Job Guarantee) sostenuta da molti teorici della MMT – in cui lo Stato si farebbe carico di offrire un lavoro retribuito a chiunque ne voglia uno –, sebbene formalmente finalizzata al controllo dell’inflazione, nasce proprio dalla consapevolezza dello squilibrio strutturale che esiste tra lavoratori e capitalisti: questi ultimi possono permettersi di non assumere un lavoratore, ma un lavoratore (un proletario, si sarebbe detto un tempo), in assenza di interventi pubblici “correttivi”, è di fatto costretto a vendere la propria forza-lavoro sul mercato, alle condizioni dettate da quest’ultimo. Togliere questo potere di ricatto ai capitalisti, garantendo ai lavoratori un impiego nel settore pubblico, aumenterebbe enormemente il potere contrattuale de lavoratori. Ciò detto, affibbiare un preciso orientamento alla MMT sarebbe sbagliato, nella misura in cui essa è una teoria descrittiva e non prescrittiva. Sarebbe a dire che essa mostra come funzionano effettivamente i moderni sistemi monetari e quali sono le reali opzioni a portata di mano dei governi che dispongono della sovranità monetaria (e, per converso, quali sono i limiti dei governi che non ne dispongono). Potremmo dire che, così come Marx ha sollevato il velo ideologico neoclassico per disvelare la realtà dei rapporti capitalistici di proprietà e di produzione, la MMT solleva il velo ideologico neoliberale per disvelare la realtà dei moderni sistemi monetari (e i vincoli autoimposti utilizzati per mascherare questa realtà e come questi influenzino i suddetti di proprietà e di produzione ovverosia i rapporti di classe: basti pensare all’importanza dell’ideologia della scarsità del denaro nel far accettare le politiche di austerità alle masse). Tale comprensione può poi essere messa al servizio degli obiettivi più disparati, tanto di matrice liberista (come è spesso il caso: vedasi i governi che se ne infischiano del deficit pubblico quando si tratta di regalare soldi alle banche o tagliare le tasse ai ricchi) quanto di matrice socialista. Tuttavia, non c’è alcun dubbio, per quanto mi riguarda, che l’implementazione di un programma socialista (o anche solo moderatamente socialdemocratico) non possa prescindere dalla comprensione dei moderni sistemi monetari – e dell’importanza del controllo della valuta – offerta dalla MMT. In breve, se mi passate una battuta (ma neanche troppo), non è pensabile prendere possesso dei mezzi di produzione senza prendere possesso anche dei mezzi di produzione della moneta. Per quanto riguarda l’Italia, il pregio principale della MMT consiste nel mostrare come il recupero della sovranità monetaria sia una condizione assolutamente essenziale per rilanciare l’economia – che richiederebbe uno stimolo fiscale assolutamente irrealizzabile senza disporre del controllo della leva monetaria – ma soprattutto, da una prospettiva progressiva, per rilanciare l’occupazione e il welfare. E per poter tornare a considerarci una democrazia, quantomeno da un punto di vista formale. 


2. Notoriamente lei si oppone all’UE. Vorrei sapere cosa ne pensa delle proposte di riforma dell’UE provenienti da sinistra o di progetti alternativi come l’ALBA euromediterranea del professor Vasapollo?

2. Le ritengo, nella migliore delle ipotesi, estremamente ingenue. Per quanto riguarda l’Unione europea e in particolare l’unione monetaria, credo che sia sotto gli occhi di tutti oramai come si tratti di istituzioni assolutamente non riformabili in senso progressivo (il che non esclude affatto una loro riforma in senso peggiorativo, basti pensare alla proposta di riforma del MES) né tantomeno democratizzabili. E la ragione di fondo risiede nella natura di classe del progetto europeo. La costituzione economica e politica dell’Unione europea è strutturata precisamente per produrre i risultati che stiamo vedendo – l’erosione della sovranità popolare, il trasferimento di ricchezza dalle classi medio-basse a quelle alte, l’indebolimento del lavoro e più in generale lo smantellamento delle conquiste democratiche ed economico-sociali che erano state precedentemente raggiunte dalle classi subordinate – e per impedire proprio il tipo di riforme cui aspirano gli integrazionisti/federalisti di sinistra. In tal senso, non è dato comprendere perché le élite nazionali ed europee dovrebbero acconsentire a delle riforme che andrebbero inevitabilmente a ridurre il loro potere (nella misura in cui qualunque avanzamento sul fronte occupazionale e/o democratico andrebbe ad aumentare il potere contrattuale delle classi subalterne). Alla stessa conclusione era giunto anche Luciano Gallino poco prima della sua scomparsa: «Nessuna realistica modifica dell’euro sarà possibile», scrisse, in quanto esso è stato progettato «quale camicia di forza volta a impedire ogni politica sociale progressista, e le camicie di forza, vista la funzione per cui sono state create, non accettano modifiche “democratiche”». A ciò si potrebbe obiettare che, nella misura in cui tali riforme sono oggi irrealizzabili alla luce degli attuali equilibri politici in seno all’Unione europea, una modifica di quegli equilibri potrebbe rendere le suddette ipotesi di riforma attuabili. Da un punto di vista tecnico-istituzionale, però, anche questa strada è preclusa: basti pensare che una riforma dei trattati richiederebbe l’unanimità di tutti i paesi membri nel Consiglio europeo, il che presupporrebbe la simultanea salita al potere di governi sinceramente progressivi (e che condividano le stesse prospettive di riforma) in tutti i paesi dell’Unione. Non occorre essere particolarmente pessimisti per arrivare alla conclusione che ciò non accadrà mai. Ma il punto vero è un altro: tutte queste proposte di riforma non sono solo irrealizzabili ma anche e soprattutto inauspicabili. Se anche emergesse un consenso tra le classi dirigenti europee per la creazione di un’architettura europea più propriamente politica e democratica dal punto di vista formale (primato del Parlamento europeo ecc.), si tratterebbe nella migliore delle ipotesi di una “democrazia” a bassissima intensità – e dunque intrinsecamente instabile –, data l’assenza di un demos europeo che possa infondere legittimità a tali istituzioni. E questo senza considerare che i rischi connessi alla cattura del processo democratico da parte delle oligarchie economiche (per mezzo di attività di lobbying ecc.) vengono fortemente accentuati a livello sovranazionale; è per questo motivo che, in generale, il trasferimento di sovranità a centri di decisione politica internazionali/sovranazionali contribuisce all’indebolimento del controllo popolare. In ultima analisi, solo attraverso la restituzione degli strumenti di politica economica ai singoli Stati sarà possibile recuperare spazi di agibilità democratica, promuovere il progresso sociale e così porre le basi per una reale collaborazione tra i paesi europei. Molte delle suddette obiezioni, infatti, potrebbero essere mosse anche alle varie proposte di unione euromediterranea. Se siamo nell’ambito di una collaborazione tra Stati sovrani – soprattutto dal punto vista monetario – mi va benissimo, ovviamente; ma se parliamo di mettere in comune la moneta o altri strumenti di politica economica, seppur tra paesi economicamente meno eterogenei e culturalmente più simili, allora la mia opposizione è netta, poiché si riproporrebbero molti dei problemi che oggi vediamo nell’eurozona, con un altro paese – magari l’Italia stessa? – nel ruolo della Germania. Il punto che la sinistra dovrebbe mettersi in testa è che le unioni monetarie non funzionano. Punto. 

3. Come risponde alle critiche che vengono dal mondo marxista alla MMT? Penso ad esempio a Michael Roberts che la definisce come una forma post-keynesiana di cartalismo. 

3. Le considero piuttosto risibili nella misura in cui le critiche principali mosse dai marxisti alla MMT sono sostanzialmente tre: 1) la MMT non avrebbe una prospettiva di classe; 2) la MMT, in quanto sostiene che le tasse non finanziano la spesa pubblica, sarebbe contraria a tassare i ricchi; 3) la MMT, come il keynesismo, rappresenterebbe una soluzione volta a riformare il capitalismo, non ad abbatterlo. In merito al primo punto ho già risposto: semmai sono i marxisti che non comprendono quanto l’architettura monetaria e fiscale di un paese incida sulla lotta di classe. Per quanto riguarda il secondo punto: al netto del fatto che, come già detto, non esistono delle prescrizioni “ufficiali” della MMT in materia di politica fiscale o di altro tipo, ma solo le opinioni personali (e spesso contrastanti) di economisti riconducibili alla scuola MMT, trarre dal postulato secondo cui le tasse non finanziano la spesa pubblica – un fatto oggettivo – la conclusione che, dunque, non vi sarebbe alcun bisogno di tassare i rischi rappresenta un palese non sequitur. Ciò che la MMT mostra è che uno Stato che dispone della sovranità monetaria non dipende dai ricchi per finanziare qualunque programma di spesa scelga di perseguire; questo non significa che non vi siano altre validissime ragioni per tassare i ricchi: in primis, ridurre il loro potere economico e dunque politico all’interno della società, come io e Mitchell abbiamo sostenuto in più occasioni. Lo stesso dicasi delle tasse sulle imprese: l’obiettivo non dovrebbe essere quello di fare cassa ma semmai di scoraggiare o incoraggiare comportamenti ritenuti dannosi o virtuosi. Infine, per quanto riguarda l’ultimo punto: ho sempre ritenuto piuttosto ridicolo il dibattito su riformismo versus rivoluzione (spesso declinato in termini di una presunta dicotomia keynesismo-socialismo). A prescindere dagli obiettivi di lungo periodo che uno sceglie di darsi, è evidente che, nella data congiuntura, una politica di stampo “keynesiano” – nella forma di una riconquista delle leve di politica monetaria e fiscale al fine di rilanciare l’occupazione – rappresenta un passaggio obbligato verso una più radicale socializzazione dell’economia; allo stesso tempo, sottrarre una parte cospicua dell’investimento e della produzione (e dunque dell’occupazione) alla logica del profitto si rivelerà probabilmente inevitabile nella misura in cui non paiono esserci oggi le condizioni per un “compromesso di classe” in stile keynesiano ed è dunque lecito aspettarsi l’indisponibilità del capitale privato a qualunque misura che vada a ledere il proprio controllo sulla società. In entrambi i casi, le intuizioni della MMT sono assolutamente fondamentali. Una nota “di colore” finale: l’aspetto più grottesco di molte delle critiche marxiste è che spesso si basano su assunti macroeconomici del tutto ortodossi, come l’idea che “stampare moneta provocherebbe iperinflazione” o “svaluterebbe il tasso di cambio”, nozioni a cui ormai non credono più neanche gli economisti mainstream. Dei sedicenti giacobini più realisti del re, insomma. 

4. Da quello che ho potuto leggere, nei suoi lavori noto una certa vicinanza al pensiero di Keynes. Mi vengono allora in mente due esempio del rapporto tra questo brillante economista e la tradizione marxista. Chi accetta la sfida posta da Keynes alla teoria economica, come Paul Baran e Sweezy che scriveranno uno dei testi simbolo del ‘68 “Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana” e chi fin da subito muove delle critiche interessanti come Paul Mattick ma anche ad esempio Kalecki che dimostrò l’impossibilità della piena occupazione nel capitalismo. Come si pone nei confronti di queste diverse interpretazioni marxiste di Keynes? 

4. Le trovo tutte interessanti, benché molte di esse siano viziate da errori macroeconomici. Si pensi per esempio a tutto il dibattito marxista degli anni Settanta (i cui strascichi arrivano fino ai giorni nostri) sulla presunta “crisi fiscale dello Stato” – un’analisi viziata dall’idea che la moneta sia una risorsa scarsa. Mi ritrovo invece completamente d’accordo con l’analisi di Kalecki sui limiti politici della piena occupazione in un contesto capitalistico. L’errore, però, a mio avviso – e mi riallaccio a quello che dicevo poc’anzi – è quello di interpretare questo dibattito come una sorta di “sfida” tra marxismo (e prospettiva socialista più in generale) e keynesismo. Come già detto, io non vedo alcun conflitto tra i due. Tutt’altro. L’errore di fondo, comune ai marxisti, sta nel considerare il keynesismo come un’ideologia ben definita, sostanzialmente finalizzata a “salvare il capitalismo da sé stesso” piuttosto che a superarlo. Al contrario, io interpreto l’impianto (post-)keynesiano alla stregua di come interpreto l’impianto – per certi versi simile – della MMT: come una lente attraverso cui comprendere gli strumenti a disposizione di uno Stato per raggiungere determinati obiettivi politico-economici anche molto diversi tra loro. Tra questi obiettivi ci metto anche il socialismo democratico (nelle sue varie declinazioni, più o meno radicali), a cui non vedo come si possa arrivare senza ricorrere agli strumenti del (post-)keynesismo e della MMT, giacché la teoria marxista è notoriamente povera di prescrizioni “tecniche” sugli assetti economici, politici ed istituzionali – e più in generale sulla forma-Stato – di cui dotarsi per conseguire l’obiettivo della democratizzazione dell’economia e della progressiva socializzazione dei mezzi di produzione. 

5. Nelle sue idee per uscire dall’attuale crisi economica che spazio ha il pensiero di Minsky e la sua difesa di un capitalismo interventista? 

5. Sono un grande ammiratore del pensiero di Minsky. A mio avviso, lui esprime benissimo l’idea che gli strumenti di politica economica (post-)keynesiani possano essere messi al servizio di obiettivi ben più radicali di quanto non sia stato fatto nel cosiddetto trentennio keynesiano. Minsky fu uno dei pochi a capire che, a fronte dell’evidente impossibilità di trovare una soluzione consensuale al conflitto capitale-lavoro che si venne a determinare negli anni Settanta, la crisi del cosiddetto “compromesso di classe keynesiano” non poteva poteva che risolversi a favore dell’una o dell’altra parte: a favore del capitale (per mezzo di una riduzione dei salari e più in generale del potere dei sindacati, come poi è stato) o a favore dei lavoratori, per mezzo di quella graduale “socializzazione degli investimenti” – finalizzata a sottrarre una parte cospicua dell’investimento alla logica del profitto, all’interno di una regolamentazione complessiva dell’investimento privato – che lo stesso Keynes indicava come unica soluzione alla naturale tendenza al ristagno del capitalismo sviluppato e che Minsky considerava come una sorta di “via lenta al socialismo”. Purtroppo le sinistre occidentali non ebbero la consapevolezza, la forza o il coraggio per perseguire questa strada, finendo dunque per gestire la crisi del capitale per conto del capitale. Le conseguenze le conosciamo. 

6. In “Sovranità o barbarie” cerca di mettere in risalto il possibile ruolo centrale dello Stato nell’economia, oltre a difendere correttamente la necessità di rompere la gabbia europea.
Come può agire lo Stato in un’economia-mondo che sembra rilanciare la competizione tra macro-aree e rompere il rapporto di dipendenza con il centro del polo imperialista europeo prodotto dal mercantilismo tedesco? 


6. Ritengo questo approccio – che potremmo definire “geopoliticista” – fallace e pericoloso allo stesso tempo. Fallace perché ritengo falsa – e totalmente strumentale all’ideologia globalista dominante – l’idea che oggi ci troveremmo in una fase strutturalmente inedita della globalizzazione capitalistica, tale addirittura da costringerci a ripensare la forma-Stato per come l’abbiamo conosciuta finora. La competizione tra macro-aree è sempre esistita: la Cina e l’Occidente, tanto per fare un esempio, già si facevano le guerre commerciali nel diciottesimo secolo. Così come sono sempre esistiti paesi economicamente e commercialmente dominanti. Questo in passato non ha impedito a Stati delle dimensioni più svariate di prosperare. Per questo motivo considero infondata l’idea, promossa incessantemente dal mainstream e avallata da buona parte della sedicente sinistra (tra cui anche diversi marxisti), secondo cui l’attuale contesto globale ci costringerebbe a muovere verso forme di aggregazione politica più ampie – magari di natura sovranazionale – per poter “stare a galla nel mare magnum della globalizzazione”, per usare un’accezione molto diffusa. Se così fosse non si spiegherebbe perché in media quei paesi che appartengono all’esempio di aggregazione-integrazione sovranazionale più avanzata che esista oggi al mondo – l’Unione europea e in particolare l’unione monetaria – e che dunque secondo la narrazione dominante dovrebbero essere maggiormente in grado di fronteggiare la competizione internazionale, abbiano registrato nell’ultimo decennio livelli occupazionali e di crescita inferiori alla media dei paesi sviluppati, inclusi quei paesi europei che non hanno aderito all’euro e detengono ancora la propria valuta (Islanda, Norvegia, Svezia, Svizzera ecc.). E la ragione è presto detta: se proprio si vuole competere con i nuovi giganti dell’economia mondiale come la Cina – obiettivo in sé alquanto discutibile, come spiegherò – ciò che conta non è tanto la “stazza” di un paese quanto la sua capacità di disporre di tutte le leve della politica economica (politica monetaria, di bilancio e del cambio) per poter accrescere la propria competitività, tanto in termini di offerta e di qualità (per mezzo della politica industriale) che di prezzo. In questo senso la UE, con la sua ossessione per il rigore fiscale ed i suoi ostacoli all’intervento pubblico, lungi dal proteggerci dalle grandi potenze, ci espone alla loro mercé. Non è un caso, infatti, se oggi tutti i paesi europei – inclusa l’Italia – spalancano le porte agli investimenti cinesi, giacché gli è preclusa la possibilità di realizzare investimenti pubblici dagli assurdi vincoli di bilancio europei, mentre non esiste una politica di investimento europea degna di questo nome. Come dice Alberto Bradanini, ambasciatore a pechino tra il 2013 e il 2015 (quindi non esattamente il tipico “sovranista”): «L’Italia potrà qualche beneficio da un’interlocuzione con la Cina se, dopo aver recuperato la propria sovranità monetaria, saprà avviare una politica economica degna di questo nome, riavviando il tessuto industriale ridottosi del 20 per cento nell’ultimo decennio e investendo massicciamente su innovazione e ricerca. In assenza di ciò, l’Italia è destinata a raccogliere solo poche briciole dal dialogo con la Cina». Insomma, non solo un paese come l’Italia potrebbe benissimo “tenere testa” alle grandi potenze fuori dall’euro ma, come dice Bradanini, potrebbe farlo solo fuori dall’euro. Considero altrettanto fallace l’argomentazione, anch’essa cara a certi marxisti, secondo cui la diffusione delle cosiddette “catene globali del valore”, cioè la dispersione internazionale della produzione, presupporrebbe inevitabilmente un movimento verso forme sempre più avanzate di integrazione commerciale (come il mercato unico europeo) e monetaria (come, appunto, l’euro) e che – per contro – le monete nazionali, i cambi fluttuanti e più in generale qualunque ostacolo posto alla libera circolazione delle merci e dei capitali sarebbero da intendersi come fondamentalmente incompatibili con la “globalizzazione” e con il commercio internazionali (ammesso e non concesso che questi siano degli obiettivi in sé auspicabili). In realtà i dati mostrano che né il commercio internazionale, né la partecipazione alle catene globali del valore richiedono “mercati unici” né tantomeno monete uniche. Anzi. Questo è confermato da tutti i principali studi sul tema, che non hanno trovato alcuna correlazione positiva tra integrazione monetaria e commercio internazionale, né alcuna prova che le fluttuazioni dei tassi di cambio e i relativi “costi di transazione” rappresentino un impedimento al commercio e/o all’integrazione produttiva. Come scrive Costas Lapavitsas: «Il punto cruciale da osservare è che le principali trasformazioni dell’economia mondiale a cui abbiamo assistito nel corso degli ultimi quattro decenni, tra cui lo sviluppo delle nuove tecnologie, la diffusione delle catene globali del valore, la crescita del commercio e l’ascesa della Cina, non hanno necessitato di condizioni analoghe a quelle del mercato unico europeo. Semmai è proprio l’ideologia del mercato unico a rappresentare un residuato di un’altra epoca». Come accennavo all’inizio, però, considero questo tipo di argomentazioni – che ho definito “geopoliticiste” – non solo errate ma anche pericolose, nonché del tutto incompatibili con una prospettiva socialista. In primo luogo, perché accettano – implicitamente o esplicitamente – la logica mercantilista e liberoscambista propugnata dalle oligarchie dominanti, ovverosia l’idea che l’obiettivo della politica commerciale globale debba essere quello di incrementare il più possibile il volume e l’intensità degli scambi commerciali internazionali, con l’obiettivo, tra le altre cose, di aumentare le esportazioni, ridurre il costo delle importazioni e favorire l’integrazione delle filiere produttive dei singoli paesi. Eppure è ormai sempre più evidente che siamo di fronte a una strategia non solo completamente irrazionale dal punto di vista sociale ed economico ma anche anche completamente suicida dal punto di vista ambientale. Ciò che serve da una prospettiva (eco-)socialista è un ribaltamento radicale di questa logica, che ponga al primo posto la riduzione – non l’allargamento – del grado di apertura commerciale dei singoli paesi. Una nuova razionalità economica che punti all’ottenimento del massimo grado di autosufficienza economica nazionale possibile, secondo la filosofia esposta da Keynes nel suo noto saggio del 1933, “Autosufficienza nazionale”: «Io simpatizzo piuttosto con coloro che vorrebbero ridurre al minimo il groviglio economico tra le nazioni, che non con quelli che lo vorrebbero aumentare al massimo. Le idee, il sapere, la scienza, l’ospitalità, il viaggiare – queste sono le cose che per loro natura dovrebbero essere internazionali. Ma lasciate che le merci siano fatte in casa ogni qualvolta ciò è ragionevolmente e praticamente possibile, e, soprattutto, che la finanza sia eminentemente nazionale». Ma il “geopoliticismo” è pericoloso soprattutto perché porta inevitabilmente ad adottare una postura imperiale ed imperialista, in cui qualunque considerazione attinente alla sfera della distribuzione, del modello sociale, della sovranità, della democrazia viene sacrificata sull’altare della politica di potenza. Come nota giustamente Andrea Zhok, «le realizzazioni storiche di grandi unificazioni politiche di differenti nazioni su vaste estensioni geografiche hanno storicamente un nome ben preciso. Si chiamano imperi». Il caso europeo è paradigmatico. Non è un caso che gli appelli dell’establishment europeo a unificare l’Europa per “competere” con la Cina, con gli Stati Uniti e con le altre grandi potenze riecheggino le teorie dei primi teorici geopolitici tedeschi –
riprese poi da nazisti – secondo cui, per resistere alle pressioni esercitate dalle potenze esterne e per competere adeguatamente con esse sui mercati mondiali, l’Europa doveva fondersi in un’unica unità economica, sotto la “direzione” della Germania. Da socialista suggerisco dunque di lasciare questi deliri di onnipotenza agli altri e di concentrarci su ciò di cui c’è veramente bisogno nelle nostre società: democrazia, sovranità, giustizia sociale ed ecologica. Tutte cose che non hanno nulla a che fare con gli imperi e con cui anzi sono del tutto incompatibili. Infine, per quanto riguarda la Germania: la nostra dipendenza dalla filiera produttiva tedesca, se è questo che si intende con la domanda, è una conseguenza dell’adozione – e della sua istituzionalizzazione tramite la moneta unica – dello stesso modello di sviluppo estroverso della Germania. L’obiettivo, come detto, non dovrebbe essere quello di rompere tale dipendenza attraverso l’adozione di misure mercantilistiche più prettamente nazionali ma piuttosto di farlo attraverso l’adozione di un modello autocentrico che punti sulla domanda interna e riduca l’intensità degli scambi commerciali con l’estero a favore di una rilocalizzazione, per quanto possibile, della produzione. Ciò detto, il modo più facile per indebolire il mercantilismo tedesco nel breve è porre fine alla moneta unica, che rappresenta notoriamente una sovvenzione implicita alle esportazioni tedesche per mezzo della compressione artificiale del tasso di cambio tedesco. 

7. Come analizza lo sviluppo della Cina? Considera questo paese una forma di transizione al socialismo e cosa ne pensa della loro idea della globalizzazione sintetizzata nel progetto BRI? 

7. L’analisi del modello economico cinese è un altro di quei temi su cui – ahimè – mi trovo spesso in disaccordo con i marxisti. Tra costoro, infatti, sembra essere diffusa l’idea secondo cui la Cina sia da considerarsi a tutti gli effetti un’economia capitalistica se non addirittura «neoliberale» (vedi David Harvey), che non presenterebbe dunque alcuna alterità di fondo rispetto al paradigma economico occidentale. Mi pare una posizione francamente assurda. L’errore, a mio avviso, consiste nell’illusione di poter tracciare una linea netta tra capitalismo e socialismo – per cui tutti i paesi sarebbero da considerarsi al di qua di questa linea immaginaria finché non realizzano un improvviso salto quantico verso un modello “socialista” non meglio specificato –, mentre sarebbe più utile vedere capitalismo e socialismo come due poli di un continuum lungo il quale collocare le specifiche esperienze storiche dei diversi paesi. La domanda, dunque, non è se la Cina sia capitalista o socialista ma dove si situi lungo questo continuum e verso quale dei due poli si stia muovendo. Per rispondere a questa domanda, però, è necessario mettersi d’accordo su una definizione di massima dei due termini, cosa tutt’altro che semplice, il che spiega in parte perché vi siano opinioni così discordanti, soprattutto a sinistra, sulla natura del modello cinese: perché è difficile mettersi d’accordo su cosa sia effettivamente il capitalismo e dunque, per contro, il socialismo. Se dovessi dare una personale definizione dei due modelli, che dunque non ha alcuna pretesa di esaustività o scientificità, opterei per la seguente: per capitalismo “puro” si intende un sistema in cui vige la proprietà privata di tutti i mezzi di produzione e della totalità del capitale nazionale (inclusi gli apparati statali), in cui tutti i processi decisionali in materia economica sono affidati alla libera iniziativa privata e in cui ogni aspetto della vita economica e sociale è soggetto alle regole di mercato e alla logica del profitto e dell’accumulazione; per socialismo “puro” si intende un sistema in cui non esiste la proprietà privata, in cui vige la proprietà pubblica (collettiva) di tutti i mezzi di produzione e della totalità del capitale nazionale e in cui tutti i processi decisionali in materia economica sono affidati alla pianificazione statale e finalizzati unicamente all’appagamento dei bisogni individuali e collettivi della società. Ora, va da sé che nessuno dei due modelli è mai esistito (né può probabilmente esistere) in forma “pura”; qualunque sistema economico rappresenta un ibrido dei due modelli. La domanda, semmai, è se uno specifico regime economico si collochi al di qua o al di là di un immaginario punto di mezzo tra capitalismo e socialismo lungo il suddetto continuum. Per quanto riguarda la Cina, ritengo che si possa tranquillamente sostenere che sia un sistema più socialista che capitalista, per le seguenti ragioni: pur avendo progressivamente aperto alla proprietà privata (che oggi rappresenta addirittura il 70 per cento del capitale nazionale secondo le stime di Piketty), (1) i terreni e le risorse naturali cinesi sono di proprietà dello Stato; (2) lo Stato detiene la maggioranza della proprietà (circa il 55 per cento) delle imprese cinesi e dunque dei mezzi di produzione; (3) i principali settori strategici (petrolio, telecomunicazioni, armi ecc.) sono in mano a un centinaio di mega-aziende statali
che non vengono gestite secondo criteri di profittabilità ma di interesse nazionale; (4) la vita economica del paese è largamente affidata alla pianificazione statale, soprattutto grazie alla presenza di un massiccio settore pubblico – che dunque permette allo Stato di determinare direttamente una larga parte delle politiche in materia di investimento, produzione, occupazione ecc. – ma anche attraverso una forte regolamentazione del settore privato, nonché per mezzo di politiche di controllo dei prezzi, sovvenzioni pubbliche, trasferimenti forzati di tecnologia ecc.; (5) il settore finanziario e del credito è perlopiù in mano allo Stato cinese (o comunque soggetto a forte regolamentazione da parte dello stesso); (6) i movimenti di capitale (sia in entrata che in uscita) sono soggetti a controlli ferrei. Tutto ciò mi fa concludere che il modo di produzione capitalistico non sia dominante in Cina. Come riassume la questione il succitato ex ambasciatore Bradanini: «In Cina il primato del potere politico su quello economico rimane indiscusso. […] I capisaldi del socialismo con caratteristiche cinesi sono costituti dal dogma della sovranità nazionale, un ferreo controllo della società, la forte presenza dello Stato in economia, il controllo della finanza, delle grandi aziende/corporazioni e dei settori fondamentali del paese (proprietà e iniziativa private, giudicate utile a generare ricchezza in questo frangente storico, sono de facto attenuate e attentamente monitorate) e la proprietà pubblica della terra (sebbene talvolta il suo possesso sia gestito con metodi capitalisti)». Scusate se è poco. Francamente trovo incredibile che chi si propone come obiettivo il superamento del modello capitalistico – o quantomeno della sua variante neoliberale, ancora dominante in Occidente – non comprenda lo straordinario contributo offerto dalla Cina a questa battaglia, in termini simbolici ancor prima che pratici: il successo economico della Cina – soprattutto se paragonato ai risultati catastrofici di quei paesi in via di sviluppo che negli ultimi decenni hanno seguito le prescrizioni neoliberali – è la dimostrazione non solo che un’alternativa al modello capitalistico dominante (se non al capitalismo tout court) è possibile, ma che la pianificazione (il che, come mostra l’esempio cinese, non è incompatibile con l’esistenza di un settore imprenditoriale privato) rappresenta per molti versi un’alternativa superiore all’economia di mercato. L’altra lezione che ci arriva dalla Cina, infatti, è che le tecnologie odierne (Big Data ecc.) permettono di ovviare a molti dei problemi che hanno contraddistinto i tentativi fallimentari delle precedenti esperienze socialiste di coordinare efficacemente l’attività economica nazionale. Come ha scritto di recente nientedimeno che il Financial Times: «Molti economisti cinesi ritengono che i microdati in tempo reale, ad esempio sui flussi di valuta, di investimento e di credito, consentiranno di guidare i mercati e contenere in modo preciso e rapido i rischi finanziari come le bolle immobiliari o azionarie. Questo consentirebbe un’allocazione più intelligente delle risorse rispetto ai meccanismi di prezzo basati sul mercato». In un’epoca in cui si fa un gran parlare di transizione ecologica ovverosia della trasformazione radicale dei nostri modelli di produzione e di consumo per far fronte alla crisi ambientale – il che, mi pare evidente, presupporrebbe un livello di pianificazione economica pari almeno a quella sperimentata in Occidente solo in tempo di guerra – non vedo come non si possa non riconoscere alla Cina di aver dato legittimità a questi strumenti, considerati tabù fino a poco tempo fa nel dibattitto pubblico occidentale. Semmai la domanda cruciale – a cui ovviamente non possiamo rispondere in questa sede – è se questo livello di pianificazione sia compatibile con l’alternanza di governo tipica dei regimi liberal-democratici. Infine, per quanto riguarda il modello di globalizzazione alternativa promosso dalla Cina: ciò che mi interessa sottolineare in questa sede non sono i meriti o i demeriti del modello in sé, quanto l’importanza in quanto tale dell’esistenza – per la prima volta in quarant’anni – di un’alternativa a livello globale. L’emergere di un ordine multipolare rappresenta, a mio avviso, un’occasione straordinaria per quei paesi che vogliano conquistare una maggiore autonomia in campo economico e geopolitico proprio perché certifica la fine di quell’iper-impero mondiale che era in grado di imporre – con la forza o con altri mezzi – il proprio volere a tutto il pianeta. 

8. Ritiene la variante del populismo di sinistra il modo di condurre la lotta di classe in questa congiuntura storica come Formenti? Come giudica il programma economico di queste formazioni politiche sparse per l’Europa? 

8. Mi trovo perfettamente d’accordo con con l’analisi del “momento populista” di Formenti, secondo cui oggi in Occidente non esiste un soggetto o una classe specifica su cui poter fare affidamento per portare avanti una battaglia socialista ma che qualunque progetto trasformativo richiede la capacità di creare «un movimento politico capace di aggregare un blocco sociale che accorpi diverse rivendicazioni (anche se parzialmente in competizione reciproca), che risultino incompatibili con il sistema capitalista nelle sue forme attuali», cioè di «costruire un popolo, […] un’ampia alleanza di soggetti sociali che gli consenta di conquistare il governo e lanciare un programma di riforme radicali». Questa alleanza deve ovviamente includere i lavoratori ma anche le classi medie impoverite e/o minacciate dalla globalizzazione (per esempio, i piccoli-medi imprenditori); deve inoltre saper fare leva su tutte quelle faglie e quei conflitti che sono esterni al mondo della produzione: crisi ecologiche, crisi della riproduzione, conflitti generazionali, di genere, etnici, religiosi ecc. In breve, «costruire l’unità popolare significa organizzare il potere della plebe nel momento storico in cui i vecchi strumenti del movimento operaio non funzionano più». Purtroppo, per quanto riguarda le formazioni politiche “socialiste” sparse per l’Europa, la situazione è abbastanza sconfortante. Mi sento di condividere ogni virgola di ciò che ha scritto qualche tempo fa Wolfgang Streeck: «La ragione principale del fallimento delle sinistre è l’assenza pressoché totale di una realistica strategia anti-capitalistica, o anche solo anti-neoliberale, relativa all’UE. A sinistra non ci si chiede nemmeno se l’UE possa veramente essere un veicolo per una strategia anti-capitalistica. Piuttosto, continua a prevalere a sinistra un’accettazione ingenua o opportunistica di quell’“europeismo” buonista così popolare tra i giovani e che viene abilmente sfruttato dai partiti di centro e dai tecnocrati europei per legittimare il regime neoliberista. A sinistra non si fa menzione di come la costituzione economica dell’Unione europea renda impossibile qualunque programma anti-capitalistico o anche solo pro-labour, in virtù del liberismo incarnato nei trattati (le “quattro libertà”), della dittatura di fatto della Corte europea di giustizia e dell’austerità imposta dall’euro. Qualsiasi discussione critica sulla principale politica sociale dell’UE – la libera circolazione del lavoro tra paesi economicamente molto diversi tra loro – viene rigorosamente evitata, e anzi viene sostituita da una vaga simpatia per l’idea delle frontiere aperte, anche tra l’UE e il mondo esterno. […] La sinistra tende a relegare le questioni politiche a un livello di “democrazia europea” che esiste solo nella loro fantasia e che non esisterà per molto tempo a venire. Una sinistra radicale degna di questo nome capirebbe che il migliore contributo che può dare all’“Europa” consiste nel prendere atto che le “soluzioni europee” non possono sostituire la politica a livello nazionale, per il semplice fatto che quelle soluzioni non esistono. E si adopererebbe per difendere l’unica democrazia realmente esistente, cioè la democrazia nazionale, contro il suo esautoramento in un nome di una democrazia sovranazionale “cosmopolitica”». La morale di ciò che dice Streeck è che oggi non basta avere un buon programma economico. Lo dimostra la sconfitta di Corbyn. Al leader laburista e ai suoi va senz’altro riconosciuto il merito di aver abbandonato la “terza via” social-liberista in materia di politica economica e di aver messo in campo un programma economico piuttosto avanzato (per quanto viziato da alcuni errori macroeconomici di fondo ma sorvoliamo) basato sulla rinazionalizzazione di diversi settori, sul rilancio del welfare, sulla redistribuzione della proprietà azionaria delle grandi imprese ai lavoratori, su un massiccio piano di investimenti verdi ecc. Avendo però il Labour sbagliato completamente la posizione sulla Brexit – per le ragioni spiegate da Streeck – tutto questo lavoro si è rivelato inutile. 

9. Ritiene l’opera di Karl Marx ancora utile nell’analizzare il capitalismo e in che rapporto è con i lavori di questo pensatore? 

9. Se oggi siamo in grado di analizzare il capitalismo lo dobbiamo in buona parte a Marx e alla vastissima tradizione teorica ispirata al suo pensiero, dunque non ha neanche senso chiedersi se ciò che ci permette di pensare una cosa sia ancora utile all’analisi della suddetta. La domanda semmai è quali elementi del pensiero marxiano originario – per molto versi poi estremizzati e iperbolizzati dalla tradizione marxista – siano ormai da archiviare in quanto anacronistici, incompleti o semplicemente errati e dunque non più utili alla trasformazione rivoluzionaria dell’esistente o addirittura funzionali alla sua conservazione. In questo senso, mi riconosco perfettamente nella tesi avanzata da Carlo Formenti e Onofrio Romano nel loro recente volume Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare, in cui gli autori individuano una serie di elementi critici – da archiviare, appunto – del pensiero marxiano. Tra questi: la visione progressista, positivista e determinista della storia che individua nel progresso industriale e tecnologico – e più in generale nella diffusione del capitalismo su scala globale – un fattore di civilizzazione che porta in sé i germi della rivoluzione; il riduzionismo economicista che focalizza tutta l’attenzione sulle dinamiche di classe, ignorando (o svalutando) tutta una serie di elementi culturali altrettanto importanti nell’esistenza degli individui e nella determinazione dei processi storici (e della stessa lotta di classe!), a partire dall’identità collettiva (costumi, tradizioni, cultura ecc.) delle varie comunità territoriali e nazionali; la mancanza di una vera teoria politica “regolativa”, a cui come detto più su ha ovviato – per fortuna – l’impianto teorico keynesiano; l’idea che vi sia un soggetto privilegiato portatore di una genuina coscienza rivoluzionaria; la posizione ambigua nei confronti dello Stato e una concezione banale e antistorica dell’internazionalismo («il proletariato non ha patria») – a onor del vero successivamente problematizzata dallo stesso Marx ma soprattutto da Engels e Lenin – che non ha alcun senso in una fase storica come quella attuale (ma lo stesso, a ben vedere, era vero anche al tempo di Marx) in cui il rafforzamento della sovranità nazionale – e la riconquista della stessa per coloro che l’hanno persa del tutto, come i paesi dell’eurozona – è la condicio sine qua non per l’esercizio della democrazia e per resistere all’illimitata estensione geografica del dominio capitalistico (il che ovviamente non è in contraddizione con un reale inter-nazionalismo inteso come solidarietà e collaborazione tra Stati sovrani). Bisogna, insomma, archiviare proprio quegli elementi a cui – non a caso – si rifà ciò che rimane della moribonda sinistra occidentale, che, come scrive Formenti, lascia marcire il cadavere del socialismo mentre ne venera le sue inutili reliquie. 

domenica 23 febbraio 2020

0 A ROMA, PARLANDO DI RUSSIA E MARXISMO


In una soleggiata domenica mattina romana di Febbraio ho avuto il piacere di conversare con due notevoli intellettuali marxisti russi: Boris Kagarlitsky e Anna Ochkina.
Ho parlato con Boris via email a Novembre, rimando alla sua intervista per conoscere la sua biografia, e mi ha dato appuntamento per un incontro dal vivo a Febbraio per poter parlare meglio della situazione del movimento comunista in Russia.
Anna insegna all’Università di Penza, città situata a 700 Km a sudest di Mosca, dove scorre il fiume Sura, dove si occupa dello studio dei movimenti di protesta nella Russia di Putin.
Abbiamo avuto un’interessante conversazione, facilitata dalla buona comprensione dell’italiano di Boris, studiato per leggere Gramsci, partendo dalla situazione del movimento comunista nei rispettivi paesi.
Per descrivere la Russia di oggi siamo partiti proprio dall’analisi socio-economica della regione dov’è situata Penza.
Rappresenta la tipica città russa, diventando quindi un buon esempio per comprendere molti aspetti di questo paese.
Penza è una città di medie dimensioni, in una regione con quasi 1 milione e cinquecentomila abitanti, circondata da campagne capitalisticamente sviluppate.
Sorgono delle nette differenze tra il Sud ed il Nord della regione, con il primo capitalisticamente sviluppato, con piccole e medie imprese, ed il Nord a vocazione agricola e le industrie alimentari orientate al commercio con l'estero.
Anna segnala la dipendenza dalle corporazioni moscovite che portando i propri capitali nella regione distruggono lo sviluppo delle imprese locali, favorite dalla presenza di una parassitaria borghesia compradora che possiede più auto di lusso di tutta la città di Roma.
Rispetto all’epoca sovietica è rimasto in piedi appena il 10% del tessuto industriale, con la scomparsa, in particolare, delle industrie legate al complesso militare-industriale sovietico e all'aeronautica. Esistevano 14 fabbriche specializzate in questo settore, specialmente negli aerei civili, oggi ne rimangono appena 2.
La regione ha tre principali risorse da sfruttare: la corruzione, l’uso dei fondi federali e la piccola impresa specializzata nei servizi.
Due domande ho posto ai miei interlocutori: se fosse possibile paragonare il processo di deindustrializzazione in atto in Italia con quanto avvenuto in Russia dopo il crollo dell’URSS e come campasse, in una situazione così drammatica, la popolazione.
Per quanto riguarda la prima questione, la differenza risiede sostanzialmente nel risultato finale.
In Italia le industrie chiudono per delocalizzare in paesi con minori costi del lavoro, sfruttando la libera circolazione dei capitali in UE, mentre in Russia c’è una distruzione di capitale fine a se stessa. Le fabbriche chiudono senza spostare la produzione altrove, pura distruzione che rende bene l’idea del capitalismo dipendente russo.
La seconda questione ci permette di allargare il campo dell’obiettivo a tutto il paese.
La gente è impiegata nelle piccole e medie imprese o lavora per lo Stato. L’istruzione per la popolazione russa significa, diversamente dall’Italia, la possibilità di un’ascesa sociale ma nel corso degli anni ha subito un processo di privatizzazione simile a quanto avvenuto in tutto l'Occidente.
Chiaramente una scuola privata consente di accedere a posti di lavoro maggiormente remunerati.
Resta in piedi un sistema sanitario pubblico e di qualità che ultimamente vede in prima linea i medici russi impegnati in un duro sciopero condotto dal sindacato “Azione” che ha tra i suoi leader il combattivo Andrei Konoval.
Konoval è un sindacalista di orientamento marxista profondamente disprezzato dal dirigente comunista russo più famoso a livello internazionale, ovvero Zyuganov.
Esistono anche sindacati orientati su posizioni riformiste che cercano di lottare per un miglioramento della qualità della vita della gente comune, scontrandosi con l’autorità statale.
Da qui arriviamo a ragionare sulla situazione politica russa.
Entrambi criticano aspramente Zyuganov che non considerano un comunista ma una stampella da sinistra di Putin e che quindi tutela lo status quo ed è pieno di opportunisti che nulla hanno a che fare con il comunismo, con l'eccezione, ad esempio, di Levcenko, governatore di Irkutsk.
Anna è stata responsabile di Russia Giusta nella regione di Penza, partito socialdemocratico che intende realizzare il socialismo democratico in Russia tutelando gli interessi della gente comune e nazionalizzando le risorse del paese che sono state privatizzate.
Russia Giusta gode di un consenso intorno al 5%, nel 2011 si avvicinò al 20% a livello nazionale prima di crollare rovinosamente.
In alcune regioni mantiene un consenso elevato, come ad Astrakhan.
Il consenso di Putin non è più solido come un tempo, neanche il distrattore Crimea-Donbass fa più effetto e se Zyuganov ottiene ottimi risultati nelle elezioni locali è perché funge da catalizzatore contro Putin, in quanto leader del partito di opposizione più forte.
Sul Fronte di Sinistra sorgono dubbi e incertezze sul suo orientamento ideologico e politico, nonostante Kagarlitsky abbia partecipato alla sua fondazione prima di un successivo allontanamento.
Anche su Navalny sorgono dubbi, viene definito un populista confusionario. Ragiona da liberale ma ha recentemente appoggiato Bernie Sanders nella sua corsa alle presidenziali degli USA, con tanto di urla disperate della borghesia russa che scambia un riformista per un nuovo Lenin, ormai anche Keynes sembra una guardia rossa.
Lo abbiamo paragonato al neo eletto presidente ucraino Zelensky, molte idee e confuse.
Boris arriva alla conclusione che in Russia serve assolutamente un politico paragonabile a Sanders, c’è la necessità di far capire alla gente che la quotidianità fatta di privazioni e vita scambiata per la sopravvivenza può essere modificata dall’azione politica.
Risulta necessario scendere a patti con un programma minimo, anche espressione di un’utile socialdemocrazia di lotta, rinunciando a pretese che nascono da una visione politica avanzata come può essere la nostra.
In Russia occorre una lotta di liberazione nazionale per riappropriarsi delle risorse e della ricchezza del paese, come in una nazione dell’America Latina, a dimostrazione di come si possa parlare, nel caso dell’URSS, di un paese sviluppato che è tornato nel sottosviluppo.
Ci congediamo parlando nella metro di Roma della città di Boris, Mosca, vittima della speculazione edilizia che sta distruggendo i suoi famosi parchi. I russi si scontrano con un potere che semplicemente ignora l’opinione pubblica. Ai tempi di Breznev la repressione colpiva gli intellettuali ma c’era la possibilità di bloccare delle opere pubbliche che danneggiavano la popolazione, ora no.
La Russia da superpotenza mondiale si è trasformata in impero periferico che vende materie prime al miglior offerente, dando l’illusione di potersi integrare nel centro del sistema-mondo capitalistico, penso ai tentativi di agganciarsi alla potenza industriale tedesca in cambio delle proprie materie prime.
La lotta continua, in Russia come in Italia siamo chiamati, in quanto comunisti, a riappropriarci dell’idea di un futuro alternativo all’eterno presente del realismo capitalista.

lunedì 17 febbraio 2020

0 INTERVISTA AL PROFESSOR PATNAIK


Prabhat Patnaik, nato a Jatani il 19 settembre del 1945, è uno dei principali economisti marxisti dell’India. Tramite una borsa di studio ha la possibilità di studiare al Daly College di Indore ed in seguito si laurea in economia al St. Stephen’s College di Nuova Delhi. Ad Oxford consegue il proprio dottorato per poi tornare in patria nel 1974 per insegnare, fino al pensionamento avvenuto nel 2010, presso il Centre for Economic Studies and Planning (CESP) della Jawaharlal Nehru University di Nuova Delhi. Specializzato in macroeconomia ed economia politica, è uno dei più attenti osservatori e critici della politica economica del governo indiano. Feroce critico delle politiche economiche neoliberiste e del nazionalismo hindu, ha pubblicato numerosi articoli e libri in diverse lingue.
Tra i più importanti vorrei ricordare: A Theory of Imperialism, scritto con sua moglie Utsa Patnaik, altra importante economista marxista indiana, The Value of Money,
Re-Envisioning Socialism e Demonetisation Decoded – A Critique of India’s Currency Experiment.


1) Professor Patnaik, lei è un marxista in un paese che scivola sempre di più a destra. Il fondamentalismo indù di Modi ha molto in comune con lo sciovinismo di Abe in Giappone, Trump, Orban e Salvini. Come si materializza questo fondamentalismo indù in economia e che rapporto ha con la gestione dell’ordine neoliberista?

1) L’attuale partito al governo del paese è stato istituito dalla RSS [Rashtriya Swayamsevak Sangh, Organizzazione Nazionale Patriottica] come suo braccio politico. La RSS è un’organizzazione fascista istituita nel 1925 che aveva inviato un emissario a Mussolini e aveva grande ammirazione per il fascismo tedesco e italiano.

La sua recente ascesa improvvisa ha molto a che fare col sostegno ricevuto dall’oligarchia corporativo-finanziaria del paese, a sua volta legata alla crisi dell’ordine neoliberista che a mio parere si è arenato. In precedenza, l’ordine neoliberista aveva autonomamente ottenuto supporto promettendo un’alta crescita, prosperità e occupazione. Siccome queste promesse hanno iniziato a suonare come parole vuote durante il periodo di crisi, il neoliberismo ora ha bisogno di un nuovo pilone per sostenere la sua egemonia; e il suprematismo indù funge proprio da nuovo puntello.

L’attuale governo fascista non solo persegue con vigore l’agenda neoliberista, ma è più vicino di qualsiasi altro governo precedente all’oligarchia corporativo-finanziaria. Il suo deliberato smantellamento del settore pubblico, la sua decisione di imporre un’unica imposta sui beni e sui servizi come richiesto da questa oligarchia, il suo attacco ai sindacati e i suoi piani di modifica delle leggi sul lavoro a scapito dei lavoratori, il suo calpestare i diritti degli stati e l'indebolimento del federalismo, il suo dilagante clientelismo e gli enormi tagli fiscali alle imprese elargiti (apparentemente per stimolare l’economia), sono tutti sintomi della sua estrema vicinanza al capitale multinazionale.

Il suo problema, tuttavia, è che, a differenza degli anni Trenta, quando maggiori spese militari, finanziate dal debito pubblico, avevano portato i paesi fascisti fuori dalla Grande Depressione, il fascismo contemporaneo è incapace di aumentare l’occupazione o di alleviare la crisi economica. Questo perché l’unico modo in cui il governo può stimolare fiscalmente l’economia è spendendo di più e finanziarla sia attraverso un deficit fiscale che attraverso le tasse sui capitalisti (maggiori spese pubbliche finanziate dalle tasse sui lavoratori non aggiungono molto alla domanda aggregata, in quanto i lavoratori spendono comunque la maggior parte dei loro redditi); ma il capitale finanziario non gradisce tali modalità di finanziamento delle spese statali. E oggi, quando il capitale finanziario è internazionale, mentre lo Stato rimane uno Stato-nazione, le obiezioni della finanza giocano un ruolo decisivo (altrimenti ci sarà un deflusso finanziario e quindi una crisi finanziaria). Questo fatto impedisce qualsiasi attivismo fiscale. E la politica monetaria è abbastanza irrilevante per stimolarne l’attività.

2) A suo avviso, quali sono stati i punti di forza e di debolezza della pianificazione economica dell’epoca di Nehru, che ebbe la consulenza di un grande economista marxista come Charles Bettelheim?

2) Sebbene l’India non fosse un’economia socialista, la pianificazione di Nehru prese come modello la pianificazione sovietica. Aveva due grandi punti di forza: uno era quello di costruire il settore pubblico come baluardo contro le multinazionali; il secondo era quello di rendere il paese il più possibile autosufficiente, in modo da non essere suscettibile a pressioni imperialiste. L’India ha sviluppato le proprie capacità tecnologiche in tutta una serie di industrie e potrebbe così affermare la propria indipendenza nei confronti delle multinazionali straniere. Ciò, tra l’altro, è tornato utile per il paese anche dopo l’introduzione del neoliberismo, quando la forte base di istruzione tecnica del paese (gli istituti di tecnologia finanziati con fondi pubblici) ha permesso il rapido sviluppo di un’industria nazionale di software per computer.

Il primo punto debole della pianificazione di Nehru è stata l’incapacità di effettuare una completa ridistribuzione delle terre. Lo sviluppo dell’agricoltura, che si è affermato come requisito necessario per l’industrializzazione, ha avuto luogo sulla base di una miscela di capitalismo latifondistico e capitalismo “kulako”, di conseguenza, i benefici dello sviluppo dell’agricoltura non sono stati equamente ripartiti tra la popolazione rurale. Ciò ha significato un aumento della disuguaglianza di reddito (anche se non è diventato così ingente come nel periodo neoliberista), che ha mantenuto limitato il mercato interno per l’industria. Inoltre ha conservato nelle campagne la vecchia struttura sociale di potere, con la sua ideologia di disuguaglianza per caste.

Il secondo punto debole del modello nehruviano è che non c’era una grande devoluzione delle risorse e del processo decisionale agli organi eletti localmente nei villaggi, il che impedì la fioritura dell’iniziativa locale. In breve, un sistema di pianificazione pesantissimo fu imposto a una struttura sociale che non era sufficientemente convertita, cosa che contribuì alla crisi finale del modello nehruviano, e facilitò il suo superamento. (Anche se, naturalmente, dato il potere che il capitale finanziario internazionale aveva acquisito, e dato inoltre il crollo dell’Unione Sovietica, è dubbio se l’India avrebbe potuto resistere alla pressione per l’introduzione di politiche neoliberiste in assenza di una mobilitazione di massa che però all’epoca non era fattibile).

Ma siccome in questo periodo c’è molta diffamazione dell’era di Nehru, devo sottolineare un fatto significativo. La disponibilità di cibo pro capite nell’«India Britannica» all’inizio del XX secolo era di circa 200 kg; era scesa precipitosamente a meno di 150 kg all’epoca dell’indipendenza nel 1947; dopo l’indipendenza è salito a circa 180 kg fino alla fine degli anni ’80, quando il paese ha intrapreso la svolta neoliberista; sotto neoliberismo c’è stato di nuovo un calo della disponibilità di cibo pro capite a circa 170 kg. 

 
3) Che analisi può darci dell’insurrezione maoista dei Naxaliti e che rapporto ha con la natura periferica del capitalismo indiano ?

3) Il problema con i maoisti indiani è che la loro analisi rimane bloccata negli anni Trenta e Quaranta. I maoisti senza dubbio articolano le sofferenze delle tribù, dei dalit e di altri gruppi estremamente oppressi, ma non si può fare una rivoluzione con il sostegno di solo il 20% della popolazione. Alla questione difficile di come unire tutti i lavoratori, gli operai, gli operai agricoli, gli artigiani, i contadini che sono stati tutti vittime del neoliberismo (più di trecentomila contadini si sono suicidati negli ultimi venticinque anni) si deve rispondere nel contesto specifico dell’India contemporanea, che è diverso dalla Cina degli anni Trenta e Quaranta.

Permettetemi di fare un esempio. Le elezioni basate sul suffragio universale avvennero in Francia, il paese della rivoluzione borghese classica, per la prima volta nel 1945. L’Inghilterra si era avvicinata al suffragio universale nel 1928 quando le donne avevano ottenuto il diritto di voto. In India il suffragio universale è stato incorporato nella Costituzione ed è stato introdotto per la prima volta nelle elezioni del 1952. Fu un enorme avanzamento, un grande guadagno per gli oppressi, in una società che era stata caratterizzata da millenni di disuguaglianza istituzionalizzata sotto forma del sistema delle caste.

Per essere sicuri che i risultati elettorali siano determinati dal potere monetario, le classi dominanti hanno tutto l’interesse a ridurli a farsa, proprio perché la sinistra deve lottare per renderli significativi, per rendere reale la democrazia. Ma boicottare le elezioni perché i marxisti classici, tutti precedenti all’introduzione del suffragio universale, erano scettici al riguardo, significa vivere nel passato. E affermare che una dittatura monopartitica, anche da parte di un partito comunista, può rappresentare una forma di governo superiore a quella di un governo eletto a suffragio universale, significa chiudere gli occhi sulla realtà.

C’è troppa mancanza di coerenza nell’analisi della situazione indiana da parte dei maoisti.

4) Ritiene il vicino modello cinese una possibile alternativa da proporre per una forza comunista indiana al paese?

4) Non sono sicuro che cosa intendi dire come “modello cinese”. Il modello di Mao certamente è diverso da Deng Xiaoping. Non voglio certo che l’India emuli l’attuale modello cinese, nonostante il suo grande successo nel raggiungere tassi di crescita impressionanti, né voglio che anche l’India segua il modello di Mao, benché ci siano molti aspetti che gradisco.

Non mi piace l’attuale modello cinese perché non sono a favore di dittature monopartitiche che finiscono immancabilmente per spoliticizzare gli operai e i contadini; a mio parere non è questo il socialismo. Inoltre, l’attuale modello economico cinese ha prodotto enormi disuguaglianze in termini di reddito e distribuzione della ricchezza, ha prodotto un consumo dilagante, e un senso di concorrenza tra le persone invece di un senso di solidarietà, e nessuna di queste è la mia idea di una società che si muove verso il socialismo.

Il mio problema con il modello maoista riguarda più la sua politica, e non tanto la sua economia. Una dittatura monopartitica, come ho già detto, non è la mia idea di socialismo. Tuttavia, nell’ambito economico, l’enfasi di Mao sulla regolazione del cambiamento tecnico per raggiungere la piena occupazione, sull’evitare il consumismo, sull’accettazione volontaria di un modello di consumo nella società tale per cui tutti rimangano occupati, e soprattutto sulla costruzione di solidarietà tra le persone invece che di competitività che le esclude reciprocamente, è qualcosa che accetto.

Tra i marxisti c’è la tendenza a sottolineare esclusivamente lo sviluppo delle «forze produttive» come conditio sine qua non del socialismo. Mao ha respinto questa concezione del marxismo e io accetto la sua posizione al riguardo.

Ma nel complesso vorrei che la via indiana verso il socialismo fosse sui generis; a livello economico deve comportare non la decimazione della piccola produzione, che è quello che fa il capitalismo, ma la sua protezione e promozione e la graduale trasformazione in forme collettive di proprietà e pure la sua riqualificazione tecnologica. A livello politico deve implicare un approfondimento della democrazia così come esiste, piuttosto che una sostituzione della democrazia con una dittatura monopartitica.

5) Difende, con la sua risposta a David Harvey, “A theory of imperialism” la validità della Teoria della Dipendenza. Fondamentalmente lei ribadisce che una forma periferica di capitalismo non è segno del sottosviluppo ma come questo modo di produzione si materializza in quel luogo specifico e in un rapporto di dipendenza con il centro del sistema-mondo capitalista. Secondo lei come può una nazione dipendente rompere questo legame? Ad esempio, Samir Amin propose la disconnessione, lei cosa ne pensa?

5) In assenza di una «disconnessione», è impossibile per un paese periferico essere autonomo  nel perseguire politiche di sua scelta e quindi uscire dalla morsa dell’imperialismo. Anche quando il paese periferico fa bene in termini di crescita del PIL, come ha fatto l’India fino a poco tempo fa, non può migliorare le condizioni dei lavoratori. Anche una crescita accelerata del PIL in un regime globalizzato sarebbe accompagnata da una crescente povertà e malnutrizione. Ciò è dovuto al fatto che, come abbiamo sostenuto nel nostro libro sull’imperialismo, in assenza di misure di «aumento della terra disponibile» [land-augmentation] alla periferia, la crescente domanda di beni primari da parte della metropoli è soddisfatta solo attraverso una stretta sull’assorbimento locale di tali merci, o di altre merci che utilizzano la stessa terra. E misure di «aumento della terra disponibile» richiedono un’attività indipendente dello Stato che non è possibile finché lo Stato deve agire secondo i capricci del capitale finanziario internazionale. In caso contrario, in un regime globalizzato ci sarà una massiccia fuga di capitali che causerà una crisi finanziaria.

Di conseguenza, sono indispensabili i controlli sui capitali che impediscono tali fughe e, una volta instaurati i controlli sui capitali, i disavanzi della bilancia dei pagamenti dovranno essere rispettati, non attraverso gli afflussi finanziari attuali, ma attraverso controlli commerciali. Tali controlli commerciali diventeranno ancora più necessari se l’imperialismo imporrà sanzioni commerciali in risposta ai controlli sui capitali. È quindi assolutamente necessario «disconnettersi» dal regime di relativo libero scambio e dei flussi di capitali.

Ma che cosa si fa insieme alla «disconnessione»? Un paese periferico deve perseguire una strategia di sviluppo che protegga l’agricoltura contadina; effettua la ridistribuzione della terra; intraprende misure di «aumento della terra disponibile»; aumenta la produzione pro capite e la disponibilità di cereali; industrializza non rimuovendo dalla terra la popolazione dipendente dall’agricoltura, cioè non effettuando l’«accumulazione primitiva di capitale», ma organizzando questa popolazione in cooperative e collettivi volontari e lasciando che tali collettivi (a parte il settore pubblico) diventino essi stessi proprietari dell’industria; e fornisce l’istruzione universale gratuita e l’assistenza sanitaria attraverso le istituzioni pubbliche.

Tutto ciò naturalmente richiede un cambiamento nella natura di classe dello Stato. In realtà solo uno Stato di lavoratori e contadini avrà la volontà e la predisposizione a «disconnettersi» dalla globalizzazione per fare tutto ciò.

6) Lei spesso ha parlato delle vecchie economie del socialismo reale come prive di crisi di sovrapproduzione e di disoccupazione. Non è l’opinione di alcuni economisti marxisti come Charles Bettelheim che ha dimostrato la presenza in quei sistemi di crisi cicliche e dell’uso delle categorie del mercato nei piani quinquennali elaborati dalla classe dirigente comunista. In fondo questa era una delle critiche principali di Mao all’URSS ed uno dei motivi che hanno scatenato la Rivoluzione Culturale. Lei ritiene fondate queste critiche e se si, come possono influire sullo sviluppo di una pratica economica tendente al socialismo?

6) I vecchi paesi socialisti avevano cicli di investimento, ma non di reddito. I cicli di investimento non hanno portato a cicli di reddito perché il rapporto moltiplicatore è stato tagliato: se a causa di un basso investimento in un certo anno, le merci sembravano essere in eccesso di offerta, poi i prezzi sono stati abbassati assieme ai salari in denaro determinati, in modo che i salari reali, e quindi la domanda di consumo, aumentassero per compensare la riduzione della domanda dovuta alla riduzione degli investimenti. In un’economia capitalistica gli investimenti ridotti riducono anche i consumi e quindi il reddito complessivo, siccome i prezzi sono legati ai salari in denaro e non possono essere abbassati rispetto ai salari in denaro. Le economie socialiste tagliano questo stretto legame tra salari monetari e prezzi. Questi ultimi potrebbero scendere rispetto ai salari in denaro in periodi in cui vi sembrava essere domanda altrimenti insufficiente. (Per inciso, ciò non porterebbe mai a perdite da parte di tutte le imprese considerate nel loro insieme. Alcune imprese possono subire perdite mentre altre no, ma non ha importanza poiché tutte le imprese sono di proprietà dello Stato).

A loro volta, i cicli di investimento potrebbero aumentare a causa degli «effetti eco»: se gli investimenti fossero stati effettuati in modo frammentato in un certo periodo iniziale, allora tutti questi strumenti sarebbero stati più o meno demoliti circa nello stesso periodo, e quindi causa un altro ciclo di raggruppamento di investimenti. Le fluttuazioni degli investimenti sono avvenute anche a causa dei cicli dell’agricoltura: in anni di cattivo raccolto, ad esempio, gli investimenti sono stati tagliati. Questi cicli di investimento non hanno quindi nulla a che vedere con l’uso di “categorie di mercato”. Al contrario, le economie socialiste hanno evitato la crisi di sovrapproduzione a causa del meccanismo che ho appena descritto.

L’esistenza del mercato in un’economia non la rende orientata di per sé al mercato. Per esempio, si può avere un sistema in cui l’aggregato dei beni di consumo prodotti è distribuito attraverso il mercato, ma che non rende l’economia retta dal mercato, in quanto in un’economia guidata dal mercato, le decisioni di produzione e di investimento sono prese interamente sulla base dei segnali da parte del mercato. Questa è la causa delle crisi.

La disoccupazione nasce non solo a causa delle crisi, ma anche perché un’economia di mercato non può fare a meno di un esercito di manodopera di riserva, poiché non ci sarebbe alcun limite superiore ai prezzi e salari se ci fosse la piena occupazione, cioè in assenza di un esercito di manodopera di riserva. Quindi, riferendosi alle economie socialiste precedenti, che non avevano alcuna disoccupazione «retta dal mercato», sarebbe a mio parere del tutto sbagliato.

In realtà, credo che il problema della pianificazione nell’Unione Sovietica sia altrove, cioè nell’eccessiva centralizzazione del processo decisionale. Ciò dovrebbe essere evitato in un’economia del Terzo mondo che sta tentando di costruire il socialismo con sostanzialmente un settore di piccola produzione, compreso l’agricoltura contadina. Tale economia deve dare a tutti un salario, indipendentemente dal fatto che la persona sia occupata o meno, e dovrebbe istituire una serie di controlli centrali. Poiché un’economia di questo tipo con un notevole decentramento deve disporre in misura significativa di mediazioni di mercato, disporre di controlli centrali è essenziale per mantenerla vicina alla piena occupazione e ad una distribuzione egualitaria del reddito.

A mio parere, questioni quali l’esistenza o meno del mercato e la quota di proprietà sociale dei mezzi di produzione non sono di per sé importanti. Il capitalismo credo sia un sistema “spontaneo” o semovente, soggetto alle proprie tendenze immanenti; e non ci può essere libertà a meno che questo sistema sia rovesciato. Gli accordi economici del socialismo devono essere tali da superare questa spontaneità.

7) Molti paesi dell’Asia sono stati in grado di uscire dalla trappola del sottosviluppo non rispettando i dogmi imposti dal FMI, penso al capitalismo assistito di Singapore o della Corea del Sud. Lei come si confronta con quello che Zizek, riprendendo Lee Kuan Yew, chiama “capitalismo dai valori asiatici”?

7) Non credo che esista il «capitalismo dai valori asiatici», tranne forse come un fenomeno di passaggio o di transizione. Il capitalismo, essendo un sistema spontaneo, imprime abbastanza spontaneamente i suoi valori in ogni società che penetra. Esso mercifica tutto, introduce la concorrenza al posto della cooperazione, e diffonde il consumismo e l’egocentrismo ovunque (eccetto qualora si sviluppi tra i lavoratori una controcultura contro il capitalismo). Così i cosiddetti «valori asiatici» non possono durare a lungo di fronte al capitalismo; non ci può essere alcun fenomeno duraturo definito «capitalismo dai valori asiatici».

La spontaneità non significa assenza di assistenza statale. Infatti lo Stato può favorire le tendenze spontanee del capitalismo, al fine di accelerarne il funzionamento. La domanda da porsi è, quindi, in quale misura Singapore e Corea del Sud confutino la tesi secondo cui lo sviluppo del Terzo mondo è impossibile sotto il capitalismo. A mio parere sostenere che lo facciano è ingannevole.

È perfettamente possibile che il centro si estenda ad alcune sacche del Terzo mondo, anzi, lo fa sempre. Ma la tendenza di base a generare povertà, come abbiamo spiegato nel nostro libro "Una teoria dell’imperialismo", non scompare. Se Mumbai, per esempio, fosse un paese separato che si aprisse per diventare una base per il capitale del centro, e che imponesse un divieto a tutta l’immigrazione dal suo entroterra, allora potrebbe benissimo diventare un «paese» prospero. In realtà, l’imperialismo sta sempre sostenendo tali esempi di «successo» per camuffare la sua tendenza di base a impoverire le masse del Terzo mondo. Ma la mia preoccupazione è con l’«entroterra».

Ciò pone l’importante questione su ciò che dovrebbe costituire l’unità di analisi. L’unità di analisi non può essere un «paese» giuridicamente definito. Poiché l’imperialismo è un fenomeno globale, dobbiamo guardare la totalità di ciò che esso fa ai popoli del Terzo mondo.

Consentitemi di fare solo un esempio. Tra i primi anni Ottanta e oggi, la produzione pro capite e la disponibilità complessiva nel mondo di cereali sono diminuite in termini assoluti; e questo vale per l’intero Terzo mondo, il che significa che oggi la fame è maggiore rispetto ai primi anni Ottanta. (Il consumo ridotto nei paesi avanzati a causa di un maggiore «salutismo» è troppo marginale per spiegare questo calo). Poiché è positiva l’elasticità della domanda di cereali al reddito disponibile, almeno nella fascia di reddito di cui fa parte il Terzo mondo, ciò deve comportare un peggioramento delle condizioni della popolazione. Pertanto, i tassi di crescita del PIL non parlano molto delle condizioni della popolazione. Si suppone che l’India abbia avuto un alto tasso di crescita del PIL a causa del neoliberismo, ma la sua povertà assoluta, nel senso della percentuale di persone che scendono al di sotto di una norma nutrizionale assoluta, nello stesso periodo è aumentata.

Quindi l’idea che la diffusione del capitalismo nei paesi del Terzo mondo eliminerà la povertà introducendo tassi di crescita del PIL più elevati è completamente sbagliata.

8) Nei suoi scritti è chiara l'influenza di due grandi economisti marxisti come Paul Sweezy e Paul Baran. Quanto deve a questi due economisti e che rapporta ha con Keynes, di cui “Il capitale monopolistico” raccoglie la sfida lanciata al marxismo?

8) Sia Baran che Sweezy sono stati influenzati da un altro grande economista marxista, Michał Kalecki, che è arrivato indipendentemente alle stesse conclusioni di Keynes nella sua Teoria Generale ma utilizzando categorie marxiste. Era un ingegnere di formazione la cui unica introduzione all’economia fu il Capitale di Marx e l’Accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg. Ciò mi porta a un problema di base con l’economia marxiana.

Marx aveva confutato la Legge di Say e aveva riconosciuto che il capitalismo è vulnerabile al problema di una carenza di domanda aggregata, quasi tre quarti di secolo prima di Keynes. Ma questa parte della sua scoperta scientifica è stata posta in secondo piano nella convinzione che la carenza di domanda aggregata era solo un problema ciclico automaticamente superato attraverso la rottamazione delle attrezzature. L’economia marxista continuò quindi come se questo problema non avesse alcuna importanza, se si considera il quadro medio per cicli.

Si tratta tuttavia di un errore; non vi è alcuna ragione logica per cui la rottamazione delle attrezzature dovrebbe superare una crisi di carenza di domanda aggregata. Ancora oggi pochissimi economisti marxisti riconoscono la carenza della domanda aggregata come la causa più potente della crisi del capitalismo.

Ora, Kalecki, Baran e Sweezy sono andati in netta controtendenza all’interno del marxismo, motivo per cui prendo molto seriamente il loro lavoro. Fra l’altro, Baran fu tra i primi marxisti a considerare il ruolo dell’imperialismo non solo nel senso leninista, ma anche nel colonialismo, nello sviluppo del capitalismo. Siccome ritengo che il capitalismo non possa essere visto come un sistema autonomo, che purtroppo è il modo in cui Marx lo aveva analizzato nel Volume I de il Capitale, mi trovo nella tradizione di Kalecki, Baran, e Sweezy. È questa tradizione del marxismo che è di grande rilevanza per i marxisti del Terzo mondo.

9) Mentre in Occidente l’onda lunga del ‘68, penso al mio paese, l’Italia, metteva in discussione il capitalismo fordista, iniziarono le prime delocalizzazioni in quello che veniva definito il Terzo Mondo, accompagnato dalla rivoluzione verde in agricoltura, la forzata apertura dei mercati di queste nazioni e dalle riforme cinesi del 1978. Di fatto avvenne una massiccia espulsione dei contadini dalla campagne che crearono gli slum nelle metropoli. A mio avviso, venne sabotata la forza rivoluzionarie delle masse contadine, le stesse che avevano condotto alla vittoria i comunisti in Cina, in Vietnam, nel Laos, in Corea e in Cambogia e che stavano combattendo in altre zone dell’Asia, come le Filippine, l’India, la Thailandia e la Birmania. Lei pensa che questa ristrutturazione complessiva del capitalismo abbia influito sulla possibilità di una larga vittoria delle forze comuniste almeno nei paesi del Terzo Mondo?

9) Non credo che l’espulsione dei contadini dalle campagne spieghi il riflusso rivoluzionario. In India, per esempio, ancora oggi quasi la metà della forza lavoro è impegnata nell’agricoltura come operai o contadini. Penso che in questo contesto vi siano altri due fattori di maggiore importanza.

Il primo è l’enfasi data nel marxismo allo «sviluppo delle forze produttive». Il socialismo è considerato come sinonimo di sviluppo di forze produttive, che poi si suppone significare un alto tasso di crescita. Io chiamo questa tendenza nel marxismo come «produzionismo». Il produzionismo ha vinto in Cina dopo una lotta lunga e accanita in cui Mao è stato impegnato senza successo. La vittoria del produttivismo è avvenuta in parte perché sembra conforme all’asserzione di base secondo cui il socialismo è sinonimo di sviluppo di forze produttive (e non di libertà umana) e in parte perché ha un grande fascino nel Terzo mondo, che ha visto così poco sviluppo in questa direzione. Inoltre, il fatto stesso che la delocalizzazione delle attività avvenisse sotto il capitalismo neoliberista ha dato alla tendenza «produzionista» nel marxismo nel Terzo mondo una credibilità di cui non aveva mai goduto prima.

Il secondo fattore è il peso sociale e le aspirazioni della gioventù della classe media, che vuole emulare lo stile vita occidentale. La globalizzazione neoliberista lo fa capire chiaramente: pur avendo giovato alla classe media e avendo goduto di un notevole sostegno all’interno di questa classe, ha al tempo stesso portato grandi difficoltà ai contadini. Infatti il conflitto tra la gioventù (soprattutto urbana) borghese e i contadini (e gli operai che soffrono anche a causa della miseria dei contadini che gonfia l’esercito industriale di riserva), è il nuovo fenomeno più visibile nel Terzo mondo di oggi. Ma ritengo anche che questa situazione stia cambiando. Il neoliberismo ha raggiunto un vicolo cieco. Il fatto stesso che Donald Trump stia introducendo il protezionismo negli Stati Uniti è sintomatico di questo vicolo cieco. Grazie alla prolungata crisi in cui questo vicolo cieco del neoliberismo ha spinto l’umanità, una crisi in cui ci troviamo ancora oggi, i giovani della classe media che fino ad ora avevano sostenuto con entusiasmo la globalizzazione, saranno presto disillusi; e nuove possibilità rivoluzionarie si apriranno per portare avanti le società del Terzo mondo nella direzione del socialismo.

10) Un'ultima domanda. Lei ritiene fondamentale cambiare la natura di classe dello Stato per opporsi sia al neoliberismo che per ottenere dei successi per le masse come un solido stato sociale. Altri pensatori marxisti, come Robert Kurz o Gianfranco La Grassa, ritengono inservibile lo Stato nella costruzione del socialismo. Va superato con tutte le categorie del capitalismo come il lavoro salariato, la merce e il denaro. Questo è il motivo che portò alla nascita, ad esempio, dei soviet. Lei ritiene possibile costruire la premessa del socialismo per mezzo di un capitalismo fortemente dirigista?

10) Il ruolo dello Stato è estremamente importante. È importante per «disconnettere» l’economia dalla globalizzazione attraverso controlli dei capitali e commerciali; per investire nel settore pubblico, dal momento che i capitalisti andranno in uno «sciopero degli investimenti»; per realizzare la ridistribuzione della terra e per difendere l’avanzamento verso il socialismo contro i tentativi imperialisti di sabotaggio. Ma non vorrei un modello di sviluppo centralizzato e pesantissimo. Vorrei che lo sviluppo fosse decentralizzato e inquadrato in un obiettivo di approfondimento della democrazia.

La vera sfida della costruzione del socialismo sta però altrove, cioè nel trovare una fonte alternativa di motivazione e di disciplina del lavoro senza le quali nessuna società può esistere. Sotto il feudalesimo, la gente lavora a causa dell’uso e della tradizione, che sta alla base della coercizione, per esempio la frusta del monsignore; sotto il capitalismo la disciplina del lavoro è inculcata attraverso la coercizione implicita dell’esercito industriale di riserva, che significa che se il «capo» non è soddisfatto del vostro lavoro allora siete licenziati; sotto il socialismo la motivazione del lavoro e la disciplina del lavoro devono venire dalla pura volontà dei lavoratori di lavorare.


Il socialismo, come è esistito realmente, ha usato la coercizione per introdurre la disciplina di lavoro; ma questo non può essere l’immagine di una società socialista. Come ho detto prima, il socialismo deve avere la «piena occupazione» nel senso che tutti ottengono un salario. Se la motivazione del lavoro e la disciplina del lavoro devono essere volontarie in una situazione del genere, mi sembra necessaria una decentralizzazione del processo decisionale. In un contesto collettivo, ad esempio, l’emulazione, la pressione tra pari e la discussione possono svolgere il ruolo di rendere effettiva la disciplina del lavoro.

Questo pone in risalto un’altra questione fondamentale: in un’organizzazione così decentralizzata, come si possa costruire una grande solidarietà, andando oltre il villaggio, o la comune, o la contea, o la provincia. È qui che la politica dovrà entrare in scena. La politicizzazione permanente dei lavoratori è essenziale; e per questo credo che il socialismo debba essere associato ad un approfondimento delle strutture democratiche che promuovano la partecipazione, piuttosto che ad una dittatura monopartitica.







domenica 9 febbraio 2020

0 LA TEORIA DEL VALORE-LAVORO E I KEYNESIANI


Nel pensiero keynesiano, ci sono argomenti a favore di una società più egualitaria e una preferenza per quote più elevate di ricchezza sociale da orientare verso il popolo. Tuttavia, la sua teoria non abbandona mai la prospettiva del capitale. L'individualismo analitico è così radicato che persino un economista keynesiano di sinistra cosciente come Joan Robinson fraintende Marx in diversi punti della sua critica, perché ritiene che la prospettiva di un singolo capitalista sia il punto di partenza, in cui l'analisi di Marx considera l'insieme sociale come precedente. Accanto a questo c'è il rifiuto di comprendere il valore come una relazione sociale, insistendo su un'analisi materialistica riduttiva. Con queste due assunzioni precedenti al lavoro i keynesiani respingono la teoria del valore-lavoro.

Robinson attaccò il concetto stesso di valore, sostenendo che era solo metafisico, una "misteriosa emanazione" nel marxismo che "era ancora in qualche modo in agguato nei prezzi relativi". Tuttavia c'è una differenza tra una qualità che non può essere apprezzata come sostanza concreta e qualcosa che non ha una vera esistenza. Esistono diverse analogie che possono spiegare questo, ma una è la coscienza umana. Finché non invochiamo il fantasma di Cartesio nella macchina, la coscienza è un fenomeno del mondo materiale, eppure non ci sono particelle di coscienza. Non esiste in questo o quel neurone come unità tangibile. Piuttosto, è la creazione della totalità dell'attività cerebrale; è una proprietà emergente che dipende dal movimento o dal processo per entrare in un'esistenza molto reale.
Il valore è molto simile, tranne per il fatto che esiste a livello di interazioni sociali totali, piuttosto che a livello di neuroni. Parallelamente, il valore può esistere solo se il volume e la complessità delle interazioni economiche raggiungono un certo livello in una società. Pertanto, nelle economie medievali il livello di scambio era ad un livello e intensità relativamente basso (nel senso che la produzione per scambio rappresentava una bassa percentuale nelle attività delle famiglie). Mentre la presunzione che il lavoro avesse a che fare con il valore di una merce era presente, non era abbastanza forte come relazione sociale per superare altre influenze sul prezzo. Il valore non era, di conseguenza, una relazione dominante sui processi di produzione.
Ci sono molti fenomeni reali che non possono essere isolati come oggetti fisici e le relazioni sociali sono quasi una categoria a sé stante di queste forze reali ma "immateriali"; non c'è sostanza in cui possiamo individuare l'amore, la solidarietà o il conflitto di classe. Tuttavia, se seguiamo gli argomenti di economisti come Joan Robinson, dovremmo respingere la loro esistenza, poiché ogni caso è come quello del valore; “Non ha contenuti operativi. È solo una parola."
Chi si congeda della teoria del valore-lavoro di Marx spesso assume che la sua concezione sia identica a quella del suo predecessore, l'economista classico David Ricardo (che non era amico della classe operaia). Marx prese la teoria di Ricardo ma la modificò in modi sottili ma cruciali, quindi queste critiche cadono in realtà al primo ostacolo. Un tipico argomento usato contro la teoria del valore-lavoro è quello di prendere una sostanza con valore di rarità e affermare che il suo prezzo elevato rispetto ad altre merci dimostra che il lavoro inerente ad essa non può quindi essere la misura del suo valore.

Un esempio che è stato usato a scopo illustrativo è il caso dell'ambra grigia. Una possibilità di trovare un mucchio di ambra grigia sulla spiaggia può essere venduta in modo molto redditizio all'industria dei profumi, eppure la persona che la trova ha speso pochissimo lavoro, mentre camminava sulla spiaggia, in relazione alla quantità di valore di scambio in questione. Il difetto di questo ragionamento, e molti altri come questo, è che assume che il valore sia definito attraverso singoli casi. Non è così; il valore è una relazione sociale ed è definito attraverso i processi sociali coinvolti.
Non è il lavoro individuale in un particolare articolo merceologico che è la misura del valore, è il tempo di lavoro socialmente necessario totale che definisce il valore contenuto nelle merci di un tipo particolare. Non è una persona che cammina su una spiaggia, ma il lavoro sociale medio preso in considerazione. Vale a dire, ciò che conta è il totale delle ore trascorse dal numero totale di persone, camminando lungo tutte le spiagge disponibili, che deve avvenire prima che una persona la colpisca. Il caso dell'ambra grigia conferma la teoria di Marx fintanto che viene letta, come deve essere, nel quadro sociale, non quello individuale. Come dice Harvey:

"Marx definisce il valore come tempo di lavoro socialmente necessario. Il tempo di lavoro che trascorro per produrre beni da acquistare e utilizzare per gli altri è una relazione sociale".

In questo modo viene definita la differenza tra la versione dialettica del materialismo di Marx e la versione positivista standard quasi universalmente sposata nel mondo accademico:

"Il materialismo fisico, in particolare nella sua veste empirista, tende a non riconoscere cose o processi che non possono essere documentati fisicamente e misurati direttamente".

Una vera scienza dell'economia non deve adottare un approccio materialista riduttivo per comprendere il capitalismo. Il capitalismo deve essere visto nei termini di una serie di relazioni sociali che creano particolari dinamiche. I positivisti vogliono che tutti i fatti si trovino in superficie, siano direttamente osservabili e numerabili, e tuttavia, come chiunque capisca di fisica moderna comprenderà bene, la realtà non funziona in questo modo. Ciò che l'analisi di Marx raggiunge è mettere a nudo i risultati spesso contro-intuitivi delle dinamiche del capitalismo, che sono nascoste alla vista.

Per Robinson, unito alla prospettiva pragmatica del capitalista, questo è esattamente ciò che non va nella teoria del valore; non corrisponde al buon senso; "gli accademici possono segnare un punto contro Marx, che ha sempre fatto i conti in termini di costo medio, perché a questo proposito il principio del costo marginale, o piuttosto del costo al margine, corrisponde al buon senso." Tuttavia, Robinson non riesce a notare che proprio come il buon senso non corrisponde necessariamente al reale funzionamento del mondo, la prospettiva del singolo capitalista non corrisponde alla dinamica sociale del tutto. A questo proposito, il pensiero di Keynes era superiore al suo presunto alleato più radicale, come quando era in grado di percepire l'impatto negativo contro-intuitivamente del risparmio individuale sull'intera economia.

Quindi, ancora una volta, in Marx, il valore è determinato dalla quantità socialmente media di lavoro necessaria per produrre una merce, ma quanto produrrà un capitalista e a quale prezzo sarà venduta dipende da una serie di fattori. A livello sociale, il profitto che ritorna sulle materie prime sarà determinato dal rapporto tra lavoro e capitale nella loro produzione, che è noto come la composizione organica del capitale (maggiore è la quantità di macchinari e altri investimenti di capitale, maggiore è il valore organico di composizione). Ciò non significa che una particolare fabbrica che fa affidamento su più manodopera umana rispetto alle macchine riceverà un tasso di profitto più elevato di una tecnologicamente più avanzata, anche se la prima fabbrica è più produttiva di plusvalore rispetto alla seconda.

Questo perché le industrie più avanzate, con una composizione organica più elevata di capitale, tendono complessivamente a catturare una quota maggiore del surplus socialmente disponibile. La dinamica del capitalismo è contraddittoria qui, con le industrie che producono più plusvalore catturando meno surplus socialmente disponibile rispetto a quelle con una composizione organica più elevata del capitale. Questo poiché utilizza meno manodopera rispetto al capitale o ha una produttività del lavoro più elevata, produce quantità relativamente inferiori di plusvalore. La tendenza nel tempo è quindi, a livello sociale, che si produca una proporzione minore di valore rispetto al capitale avanzato, portando alla caduta tendenziale del saggio di profitto.

I critici di Marx semplicemente non seguono questa linea di argomentazioni, insistendo sul fatto che i "fatti" devono indicare che tutto, capitale, lavoro, macchinari e input grezzi, devono tutti contribuire al valore. L'incapacità di accettare che l'analisi debba procedere dal punto di vista dell'insieme sociale è il problema. Robinson, ad esempio, insiste nel valutare il concetto di valore in base al fatto che un singolo capitalista possa utilizzarlo per determinare il prezzo al quale determinate merci dovrebbero essere vendute, dimostrando con sua soddisfazione che un capitalista non venderà razionalmente merci sulla base del valore, ma piuttosto in base all’utilità marginale. In argomenti come questo, Robinson manca del tutto lo scopo dell'analisi di Marx a causa delle profonde differenze metodologiche tra il suo positivismo-keynesiano e l'approccio dialettico marxista.
Egli rifiuta di accettare il concetto di valore in base all'uso di Marx; la critica quindi dimostra solo che le stesse assunzioni di Robinson sono errate, non quelle di Marx. Il grado in cui i keynesiani tendono a importare le proprie assunzioni nella discussione su Marx è rivelato dal modo con cui assurdamente si afferma che l'argomentazione di Marx dipende in alcuni punti dalla Legge di Say, quando Marx è noto per aver criticato Say con disprezzo.
Più fondamentalmente, Robinson, all'inizio del suo argomento sulla teoria del valore-lavoro, si riferisce al tempo di lavoro senza chiarire il ruolo della forza-lavoro. La distinzione è assolutamente cruciale per la revisione di Marx della versione della teoria di Ricardo. La forza-lavoro è un termine qualitativo, in cui vengono rivelate le relazioni sociali; è il potenziale per il potere produttivo, la cui realizzazione dipende da una lotta tra lavoro e capitale sul valore che questi ultimi possono estrarre dal primo, in cambio di una determinata quantità di salari. La differenza tra tempo di lavoro e forza-lavoro spiega anche perché una macchina o un animale non possono essere la fonte di valore aggiunto; entrambi possono solo rilasciare il valore incarnato nella loro riproduzione, mentre solo il lavoro umano può, in primo luogo, trasformare il lavoro passato in una nuova forma e, in secondo luogo, essere creato per creare più valore di quanto è necessario per riprodursi. 

Il nucleo della critica di Robinson alla teoria del valore-lavoro di Marx e il seguito di Steve Keen a Robinson, si riduce a quello che è noto come il problema della trasformazione. Si tratta di un problema altamente tecnico incentrato su una sola sezione del Capitale. È stato sottolineato che questa sezione, anche se Engels l'ha inclusa nel volume tre, è stata scritta nel 1864/5, prima della pubblicazione del volume uno nel 1867. Pertanto, le ipotesi in esso contenute non possono essere prese per rappresentare la teoria del valore-lavoro di Marx.

Sfortunatamente, questo è esattamente ciò che fanno i critici keynesiani, ritenendolo rappresentativo dell'intero argomento. Robinson e Keen affermano, sulla base del passaggio nel terzo volume, che Marx ritiene che il tasso di plusvalore sia costante nel tempo e in diversi settori e lo applica alla logica dell'intera teoria. Questo, tuttavia, è solo un presupposto analitico limitativo fatto in questo particolare punto al fine di rendere possibile una serie di calcoli. Altrove, poiché il tasso di plusvalore è una misura della produttività del lavoro, Marx gli consente di variare. Qualsiasi lettura del resto del Capitale mostrerebbe i lavori di analisi di Marx attraverso le conseguenze delle variazioni del tasso di plusvalore. Le tabelle di trasformazione di Marx nel terzo volume non erano pensate per fare il lavoro che i keynesiani attribuivano loro, e la critica è stata quindi fondata su false premesse. Qualunque siano i problemi tecnici coinvolti, il problema non è certamente la definitiva confutazione della teoria del valore-lavoro che i critici di Marx hanno presentato.

Robinson insiste sul fatto che l'analisi di Marx dipende da un tasso costante di plusvalore al fine di smascherare l'argomento sul calo del tasso di profitto. La sua scoperta di fatali "incoerenze" in Marx ignora semplicemente il modo in cui l'analisi viene costruita mantenendo alcuni fattori costanti in determinati punti, al fine di esplorare le dinamiche risultanti. La reintroduzione dei fattori detenuti produce quindi una comprensione dialettica dei movimenti delle diverse tendenze. Nonostante l'assunto di Robinson, l'impatto di un aumento del tasso di plusvalore ha, di fatto, effetti contraddittori.

Da un lato, se nuovi processi o tecnologie rendono il lavoro più produttivo, ciò può ridurre le materie prime necessarie per la riproduzione del lavoro. I conseguenti minori costi salariali possono avere il risultato di un aumento del saggio di profitto. Tuttavia, un aumento generalizzato della composizione organica del capitale, anche a seguito dell'aumento della produttività del lavoro, deprimerà il tasso di profitto. La tendenza dominante all'interno del movimento dialettico dipende, ad esempio, dalla portata della generalizzazione della nuova tecnologia attraverso diversi settori dell'industria. Nel tempo, tuttavia, è probabile che la caduta tendenziale del saggio di profitto si ripeta. La lettura di Robinson dell'intera argomentazione insiste invece su un controbilanciamento uno a uno, riducendo le dinamiche complesse delle relazioni economiche reali a un movimento astratto e lineare su o giù in grandezza.
C'è una tendenza costante tra gli economisti non marxisti a tentare di ridurre le relazioni qualitative attraverso le quali Marx analizza le dinamiche del capitalismo, come il valore o la forza lavoro, a misurazioni quantitative. Tuttavia, questo non è né l'obiettivo di Marx, né la funzione del concetto di valore. Paul Mattick ha respinto il "problema della trasformazione" qualche tempo fa spiegando che:

“Naturalmente, la "trasformazione" è solo un modo per dire che sebbene tutto nel processo di scambio si verifichi in termini di prezzi, questi ultimi sono comunque determinati da relazioni di valore di cui i produttori non sono a conoscenza. Questa determinazione del prezzo in base al valore non può essere stabilita empiricamente; si può dedurre solo dal fatto che tutte le merci sono prodotte dal lavoro. Non vi è alcuna "trasformazione" osservabile dei valori in prezzi; e il concetto di valore ha significato solo per quanto riguarda il capitale sociale totale.”

Sia Robinson che Keen trovano Marx frustrante e irrilevante perché il valore non si converte automaticamente in prezzi. Qual è il punto di un'analisi che non è in grado di prevedere prezzi particolari? Un impegno per la visione materialistica riduttiva è necessario per una prospettiva capitalista, ma non è lo stesso che incarna le verità sulle relazioni sociali. In effetti, l'impiego di concetti irriducibili e qualitativi da parte di Marx rivela la sua analisi della spinta del capitalismo verso l'alienazione come struttura pervasiva e dispiegata delle relazioni sociali capitaliste. Questa è la storia e il futuro del capitalismo.

Al contrario di Keynes per cui il capitalismo non ha una storia complessa, ma solo una traiettoria quantitativa e lineare verso un aumento della disponibilità di capitale. Indossato da una storia radicata nelle relazioni sociali, il capitalismo astratto dell'analisi di Keynes è molto più unidimensionale nelle sue dinamiche di quello di Marx. Pertanto, Keynes si aspettava che l'aumento del capitale nel tempo significasse che sarebbe diventato più economico, come indica la legge storica della domanda e dell'offerta, e quindi la società ne trarrebbe beneficio. Invece, risultati piuttosto diversi si accumulano sulla crescente sovrapproduzione di capitale in un'economia globale in cui la percentuale di valore prodotta è in calo rispetto al capitale. Il risultato è un'economia in cui boom e arresti speculativi sono le forze trainanti e dove il consenso keynesiano del dopoguerra si è rotto nel corso degli anni '70.
Le differenze metodologiche e filosofiche tra marxismo e keynesismo non sono, quindi, solo questioni astratte, ma partono dall'incapacità del keynesismo di percepire che tutte le questioni economiche sono in realtà domande sul potere sociale. La scelta politica che favorisce il capitale o il lavoro non sarà determinata da un giudizio oggettivo e razionale basato su un più ampio bene economico, ma sul potere sociale dei due campi contendenti. L'assenza della teoria del valore consente anche ai keynesiani di immaginare che si possa trovare un equilibrio tra gli interessi del capitale e del lavoro. Ciò può indurre i keynesiani al governo a chiedere sacrifici dal lavoro per il bene di quell'equilibrio. La teoria del valore consente al marxismo di analizzare le crisi della redditività e come condurranno il capitale verso il più violento possibile degli assalti al lavoro al fine di ripristinare la redditività.







 

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