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domenica 31 maggio 2020

0 ORGANIZZAZIONE E PROSPETTIVE FUTURE

Organizzazione e prospettive future, discussione con Gianfranco La Grassa.



lunedì 25 maggio 2020

0 BREVE RISPOSTA AL VIDEO SULLA TEORIA DEL VALORE-LAVORO DI MARX DELL'ISTITUTO LIBERALE




È stato sostenuto che il concetto di orario di lavoro invertito è un'astrazione e che non può essere provato. Tuttavia, in una società in cui non esiste capitale o in cui il saggio di profitto è pari a zero, si può teoricamente dimostrare che i prezzi dovrebbero essere proporzionali al tempo di lavoro investito. Questo risultato è ottenuto in modo molto semplice con le matrici di input del prodotto. Pertanto, se p è il vettore (riga) prezzi; Alla matrice dei coefficienti input-output; a il vettore dei tempi di lavoro diretti utilizzati in ciascun ramo e con lo stipendio, avremo che p = a (I - A) -1 w, dove (I - A) -1 è l'inverso di Leontiev. Questa matrice rappresenta le quantità fisiche della merce che sono state necessarie, direttamente o indirettamente, in tutto il sistema economico per ottenere un'unità fisica della I-merce come merce finale. Quindi, se ciascuna di queste quantità fisiche viene moltiplicata per il coefficiente di lavoro corrispondente e i valori così ottenuti vengono sommati, la quantità di lavoro che è stata necessaria, direttamente o indirettamente, per ottenere un'unità della merce i può essere determinata come merce finale. Ciò dimostra che i prezzi, in questo caso, devono essere proporzionali ai tempi di lavoro invertiti. Fondamentalmente è l'approccio di Marx nel capitolo 1 - quando c'è una semplice produzione di merci, i prezzi sono proporzionali ai valori - sebbene senza le complessità derivate dalla forma-valore e dalla vendita, che è l'istanza della realizzazione del valore.
I dati empirici mostrano che esiste una relazione tra il calo dei prezzi relativo e gli aumenti di produttività. Naturalmente, una correlazione non costituisce una teoria, ma una teoria può spiegare una correlazione. Da quanto è stato discusso in precedenza, è chiaro che la teoria del valore-lavoro spiega molto facilmente questa correlazione, diversamente da ciò che accade con la teoria del valore-utilità. Se, ad esempio, nella produzione di X e Y vengono utilizzate 10 ore di lavoro e i loro prezzi sono X = Y = $ 100 e quindi, in virtù di un cambiamento nella tecnologia, il tempo investito in X è ridotto a 5 ore, le forze della concorrenza costringeranno il prezzo di X a $ 50. Questa variazione di prezzo si verifica indipendentemente da qualsiasi modifica delle preferenze.

L'incapacità della teoria del valore-utilità di spiegare i prezzi che agiscono come centri di gravità dei prezzi di mercato è evidenziata dai problemi logici che il ragionamento di Menger sostiene quando cerca di spiegare lo scambio. Menger distingue i concetti di valore e prezzo, ma non riesce a stabilire la connessione tra i due. Per capire perché, esaminiamo il ragionamento che presenta in “Principi di economia politica”.
Nel capitolo 3 del suo libro Menger definisce il valore come "il significato che beni specifici o quantità parziali di beni acquisiscono per noi, quando siamo consapevoli che dipendiamo da essi per la soddisfazione dei nostri bisogni" (pagg. 102-3). Cioè, il valore è solo la traduzione dell'importanza di soddisfare i nostri bisogni (p. 109); non è qualcosa di inerente ai beni stessi. Ma se è così, i prezzi non possono essere confusi con il valore. Menger sembra essere a conoscenza di questo problema quando spiega (capitolo 5) che i prezzi non costituiscono "l'essenza" dello scambio e che sono "semplici fenomeni accidentali, sintomi di perequazione economica tra le economie umane" (p.170).
Aggiunge che sono mossi da una forza che "è la causa ultima e universale di tutti i movimenti economici", che è "il desiderio degli uomini di soddisfare i propri bisogni nel miglior modo possibile" (idem). Inoltre, "sono gli unici fenomeni nel processo economico totale che possono essere percepiti con i sensi, gli unici il cui livello può essere misurato e quelli che la vita quotidiana ci pone ancora e ancora ..." (idem). Pertanto, Menger sta considerando una forza essenziale, la soddisfazione dei bisogni umani e un fenomeno di superficie, i prezzi.

Bene, ecco che arriva la fase chiave che la teoria richiede: stabilire una relazione sistematica (o legge) tra valutazioni e prezzi soggettivi. Ma dato il suo punto di partenza, questo passaggio deve rispettare una condizione: che non ci sia equivalenza nello scambio delle due merci, X e Y, poiché se ammette che c'è equivalenza, scivolerebbe verso una teoria oggettiva del valore. Quindi quando X e Y vengono scambiati, secondo Menger, non può esserci equivalenza. Scrive: "Se le merci scambiate sono diventate equivalenti, nel senso oggettivo della parola, attraverso l'operazione di scambio di cui sopra, o già prima dell'operazione, non si vede perché entrambi i negoziatori (A e B nel nostro esempio) non sarebbero stati disposti ad annullare immediatamente lo scambio. Ma l'esperienza ci insegna che, in questo caso, nessuno di noi accetterebbe normalmente un simile accordo.”(pagg. 171-2). Con ragionamenti simili, Rothbard critica Marx. X e Y non possono essere equivalenti in alcun senso come valori. L'idea è che se X e Y sono uguali, perché li scambio? Questo è il motivo per cui Menger afferma che "non esistono equivalenti nel senso oggettivo della parola" (p. 172). Tuttavia, la realtà è che la X e la Y nel nostro esempio teorico sono, posta una data proporzione quantitativa, equivalenti. Questo è il motivo per cui abbiamo detto che i produttori A e B non guadagnano come valori, sebbene guadagnino come valori d'uso. E questa semplice questione non può essere ammessa da Menger, né dagli austriaci. Proprio per questo Menger non può stabilire una connessione logica tra valore soggettivo e prezzo. Il prezzo di X = Y = $ 100, nel nostro esempio (ovvero, esiste un'equivalenza dal punto di vista del valore) purché i valori d'uso siano diversi.

Siamo al centro della contraddizione logica posta dalla teoria del valore-utilità. Menger non è in grado di stabilire la connessione tra il fenomeno situato a livello di coscienza e il fatto oggettivo che le merci hanno prezzi e che sono scambiate, sia come valori che come equivalenti.

È passato più di un secolo da quando Menger ha scritto il suo lavoro e la questione rimane irrisolta, come evidenziato da Rothbard nella sua “Storia del pensiero economico”. Infatti, nel capitolo dedicato alla critica della teoria del valore di Marx, Rothbard ripete l'argomento di Menger. Cita dapprima il passaggio in cui Marx afferma che affinché due beni siano intercambiabili devono avere qualcosa in comune, e questo qualcosa è il tempo di lavoro astratto socialmente necessario, e fa una dichiarazione cruciale: sostiene che il fatto che due merci siano scambiate l'un l'altra, non si ricava che abbiano un valore uguale, poiché se vengono scambiate non hanno un valore uguale.
Verbatim: “A dà X a B in cambio di Y perché A preferisce Y a X e B preferisce X a Y. Il segno di uguaglianza falsifica la vera idea. Inoltre, se i due elementi, X e Y, avessero davvero lo stesso valore dal punto di vista di chi realizza lo scambio, perché diavolo avrebbero dovuto prendersi il tempo e i problemi per realizzarlo? ” (p. 442). Quindi: "Se non c'è uguaglianza di valore, allora è evidente che non esiste una terza "cosa" a cui i valori devono essere uguali." (p. 443).

Vediamo che Rothbard assurdamente mette un segno uguale tra l'affermazione "le merci X e Y hanno qualcosa in comune", che proviene da Marx, e l'affermazione "X e Y sono uguali". Certo, è elementare dire che ogni particolare X ha qualcosa in comune con un altro particolare Y, senza quel significato che X è uguale a Y. Marx non ha mai dichiarato che i beni scambiati sono uguali in termini di valori d'uso. X e Y sono scambiati perché i loro valori d'uso sono diversi. Marx è esplicito in questo. Ma incapace di criticare la proposta del Capitale, Rothbard ripete l'argomento di Menger di cui abbiamo discusso in precedenza. Pertanto, non può superare il problema in cui si è imbattuto Menger: spiegare perché X e Y sono equivalenti in termini di valori, sebbene non in termini di valori d'uso. Siamo di fronte al fallimento della tesi secondo cui il valore deriva da un confronto individuale (cioè a-sociale) tra i bisogni dell'individuo e la sua soddisfazione attraverso l'uso dei beni.
Sebbene Rothbard non lo dica, e nel caso del più semplice scambio tra due produttori, ciò che A confronta effettivamente è il valore d'uso di X con il valore d'uso di Y, poiché deve ottenere un valore d'uso. Ma confronta anche i prezzi di X e Y e i tempi di lavoro di X e Y (in modo da non sostenere scambi svantaggiosi, come quello di 10 ore contro 5 ore di lavoro).
Ovunque si vede che si tratta di una relazione sociale, più specificamente, tra i lavori (l'attività umana fondatrice dell'economia) che sono stati svolti privatamente, ma che appartengono in sostanza al lavoro sociale totale. La teoria del valore-utilità, nella vecchia versione di Menger o nella versione più moderna di Rothbard (e stiamo parlando di referenti indiscutibili della corrente austriaca) non può spiegare neppure il più semplice scambio commerciale.

La mancata spiegazione teorica del motivo per cui il prezzo è fondato sul profitto porta, in effetti, a rinunciare a trovare fondamenta solide. Quindi, i teorici dell'utilità finiscono per dire che il prezzo "è" valore. Questo è ciò che fanno gli economisti "ortodossi tradizionali", che partono dall'utilità per spiegare i prezzi relativi - nei corsi di microeconomia è un argomento essenziale - ma nei successivi sviluppi praticamente scompaiono tutti i riferimenti all'utilità. 
Per questo motivo, sostengono che è un errore ricercare i prezzi per alcune leggi di regolamentazione economica. Il prezzo "è" valore secondo l'approccio stabilito. Questo spiega l'evoluzione che ha avuto la teoria del valore-utilità, con i suoi successivi tentativi di misurazione: prima l'utilità cardinale, poi l'utilità ordinale, in seguito è arrivata la raffinatezza delle scale delle preferenze e infine le preferenze rivelate, che è già pura tautologia. Sono l'espressione dell'impossibilità logica di collegare utilità e prezzo.
Non è una domanda "tecnica", ma teorica. Quindi ci sono due vie d'uscita: o ripetere il ragionamento di Menger (che è ciò che fa Rothbard), che ci conduce a un'assurdità (lo scambio più elementare non può essere spiegato), o dire che il prezzo è sinonimo di valore. Ma in quest'ultimo caso, il prezzo non è un'espressione fenomenale di una forza più essenziale. È tornare a Samuel Bailey, che ha affermato che il valore era solo una relazione tra due oggetti.
Se non c'è distinzione tra valore e prezzo, si rifiuta di indagare su una teoria del valore. Il motivo ultimo di questo risultato risiede nell'incapacità di collegare la teoria soggettiva del valore con i prezzi. È il fallimento del tentativo di spiegare un fenomeno sociale -valore, prezzo, mercato- dall'individuo a-sociale e di spostare la centralità del lavoro umano dal centro dell'analisi.

Testi del confronto:

Karl Marx; Il Capitale

Karl Marx; Per la critica dell’economia politica

Luigi Pasinetti; Lezioni della teoria della produzione 

Carl Menger; Principi di economia politica

Murray Rothbard; Storia del pensiero economico 

domenica 24 maggio 2020

0 LA FORMAZIONE SOCIALE SOVIETICA E ALTRI CAPITALISMI

Altra discussione sul socialismo e la transizione al socialismo con Gianfranco La Grassa



sabato 23 maggio 2020

0 INTERVISTA AL SINDACALISTA COBAS FRANCESCO IACOVONE



Francesco Iacovone è sindacalista COBAS nel settore del commercio.


Parte 1

Parte 2

0 IL DIBATTITO SULLA TRANSIZIONE AL SOCIALISMO TRA CHARLES BETTELHEIM E PAUL SWEEZY



Cecoslovacchia, capitalismo e socialismo - Paul Sweezy

Il dibattito inizia con una pubblicazione di Paul Sweezy sulla questione dell'invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione Sovietica nell'agosto 1968. Uno degli argomenti addotti per giustificare tale invasione era che, senza di essa, la Cecoslovacchia sarebbe tornata al capitalismo, tornando così al blocco dei paesi imperialisti. Dopo aver mostrato le contraddizioni di questa decisione, l'autore concorda, tuttavia, che la Cecoslovacchia si stava effettivamente muovendo verso il capitalismo basato su tre caratteristiche: controllo della produzione da parte delle aziende stesse, coordinamento generale dell'economia attraverso il mercato e ricorso a stimoli e incentivi materiali personalizzati. Non è un caso, caratteristiche presenti anche nel restauro capitalista in Cina, anni dopo.
A quel tempo, l'economia ceca sarebbe un misto di "socialismo di mercato" (un termine che l'autore critica sostenendo di essere contraddittorio) e di una pianificazione amministrativa centralizzata ("modello" che è emerso in URSS ed esportato nei paesi dell'Europa orientale dopo la Seconda guerra mondiale). Tuttavia, l'autore afferma che, indipendentemente da questa doppia composizione, il paese stava rimuovendo del tutto gli ostacoli verso un'economia di mercato.

Paul Sweezy mostra anche che l'intero blocco dell'Europa Orientale, compresa l'Unione Sovietica, stava seguendo lo stesso percorso di regressione al capitalismo e afferma che un'alternativa sarebbe stata una rivoluzione culturale nel senso specifico dato a quel termine dai cinesi: “una vigorosa campagna mirata a mobilitare le masse, aumentare il livello di consapevolezza politica, ravvivare gli ideali socialisti, dare maggiore responsabilità ai produttori stessi a tutti i livelli decisionali”. (p. 21).

Sulla transizione dal capitalismo al socialismo - Charles Bettelheim

Charles Bettelheim risponde a Paul Sweezy concordando sul fatto che le politiche e le riforme ceche consolidarono un passo sul percorso capitalistico.
Il francese rafforza inoltre l'importanza della differenziazione di Paul Swezzy tra categorie legali e rapporti di produzione. Da questo punto di vista marxista, è possibile considerare che la proprietà capitalista non è necessariamente proprietà "privata". È possibile avere una cosiddetta proprietà statale ma che si basa e riproduce rapporti di produzione capitalistici.
Da questi punti di accordo, Bettelheim critica le formulazioni di Paul Sweezy sulla base di due domande fondamentali: 1) il problema della natura del socialismo e 2) il problema delle radici delle tendenze alla restaurazione del capitalismo. La tesi di Sweezy, sul secondo punto, affermava che l'origine di questo restauro proveniva, fondamentalmente: dal ruolo economico attribuito al mercato, dagli stimoli materiali e dalle "forme di organizzazione" della produzione (il controllo delle imprese). Bettelheim dice:

“Da parte mia, penso che questo elenco non designa altro che "fatti secondari", indici o risultati e non il fattore decisivo.
A mio avviso, il fattore decisivo, cioè dominante, non è di natura economica ma politica.

Questo decisivo fattore politico (...) consiste nel fatto che il proletariato (sovietico o cecoslovacco) perse il potere politico a favore di una nuova borghesia, tanto che la leadership revisionista del Partito Comunista dell'Unione Sovietica è oggi lo strumento di quella nuova borghesia.

Se non si riconosce che il proletariato ha perso potere, non si possono spiegare né l'invasione della Cecoslovacchia, né la politica dell'URSS (...), né le "riforme" e i risultati verso i quali tendono (il pieno sviluppo del "mercato" e dominio economico, politico e ideologico sulle masse consentite dalle forme di mercato).

Mettere come primo fattore - come fai - non le relazioni di classe (l'esistenza di una borghesia che "collettivamente" possiede i mezzi di produzione) ma le relazioni di mercato mi sembra basato su un errore di principio e porta ad una serie di altri errori ”(p. 30 e 31, enfasi nell'originale).

Pertanto, isolare il rafforzamento delle relazioni di mercato come fattore principale e non collegarlo alla lotta di classe è una delle critiche centrali che Bettelheim rivolge a Sweezy. In altre parole, in pratica, il francese riprende una tesi fondamentale del marxismo-leninismo sulla dittatura del proletariato: la continuità della lotta di classe, della sua centralità, anche durante le esperienze rivoluzionarie, nella stessa transizione al socialismo. La restaurazione capitalista, la ripresa del potere da parte della borghesia, continua a nascondersi!

Ora, l'abbandono di questa tesi marxista-leninista e la sua sostituzione con l'ideologia capitalista, è ciò che caratterizza oggi buona parte delle analisi "di sinistra" della Cina. Le attuali argomentazioni per difendere la Cina derivano dalla sua crescita economica, dalla sua posizione nell'economia mondiale, dagli indici del suo sviluppo industriale o dall'incorporazione della forza-lavoro (identificata come "riduzione della povertà"). E si sente poco o nulla su quale classe eserciti effettivamente il potere lì, qual è la congiuntura della lotta di classe in quel paese.

Bettelheim avanza nella sua analisi e chiarisce: dopo tutto, come possiamo caratterizzare questa fase di transizione che è il socialismo?

“Ciò che caratterizza il socialismo, al contrario del capitalismo, non è (come suggerisce il suo testo) l'esistenza o la non esistenza di relazioni, valuta e prezzi mercantili, ma l'esistenza del dominio del proletariato. È attraverso l'esercizio di questa dittatura in tutti i settori - economico, politico, ideologico - che le relazioni commerciali possono essere progressivamente eliminate, attraverso misure concrete adattate a situazioni e circostanze specifiche. Questa eliminazione non può essere "messa in atto" o "proclamata": richiede una strategia politica e una tattica. In loro assenza, i più bei proclami possono portare al risultato opposto di ciò che si sostiene (e pensa) di essere raggiunto.”(p. 34).

Quindi, dall'analisi del potere di classe che esercita efficacemente la dittatura, il potere, in una determinata formazione economico-sociale dopo un processo rivoluzionario, del senso delle sue decisioni e politiche, della sua strategia e tattica, è possibile identificare il percorso (il percorso capitalista o socialista) che viene preso in una tale formazione. Bettelheim esemplifica il periodo del NEP in URSS per dimostrare che ritiri temporanei e circoscritti possono essere necessari nella costruzione del socialismo, con la condizione che siano chiaramente compresi, dall'avanguardia e dalle classi rivoluzionarie, come ritiri e non come vittorie  perché allora sarebbero sconfitte, scappatoie per la restaurazione capitalista).

In altre parole, l'opposto sperimentato dalla Cina negli ultimi decenni, in cui lo Stato persegue una politica capitalista, imperialista, di continuo progresso delle relazioni commerciali e dello sfruttamento di classe, sotto un cinico gioco di revisione revisionista sintetizzato nel cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi. Tutti i rinforzi dell'economia di mercato, tutti i segni e le politiche di ripristino capitalista, secondo il discorso ufficiale cinese, non sono stati a lungo considerati né ritiri, ma "meccanismi economici" di modernizzazione, al di sopra delle classi, e che hanno causato grandi successi nello sviluppo nazionale e nella costruzione di una società moderatamente prospera (sic).

Bettelheim critica anche il modo in cui Sweezy presenta quella che sarebbe una soluzione al problema (l'opzione per qualcosa di simile alla Rivoluzione Culturale in Cina), dimostrando che non è una scelta, ma una lotta tra due linee (una borghese e l'altra proletaria) ) che si esprime anche all'interno del partito proletario. C'è anche un approccio ai problemi della costruzione del socialismo a Cuba, che non affronteremo qui.

Replica - Paul Sweezy

Il dibattito continua con la risposta di Paul Sweezy, affermando che la contraddizione tra pianificazione statale e mercato può essere dimostrativa della lotta che si instaura per la costruzione del socialismo, poiché, secondo il suo approccio, "è una contraddizione nel senso che le due forze si oppongono e sono necessariamente legate in una lotta ininterrotta il cui obiettivo è il dominio. (...) È una questione di potere statale e di politica economica. " (p. 45).

Ma sottolinea che non considera lo sviluppo di una nuova borghesia nei paesi socialisti e l'allargamento del mercato come una semplice relazione causa / effetto, ma una relazione di "tipo dialettico e interazione reciproca" (p. 46). Questo autore sottolinea una relazione in cui, in primo luogo, il consolidamento del potere è stabilito da uno strato burocratico di primo piano accompagnato dalla depoliticizzazione delle masse. Pertanto, la pianificazione diventa sempre più autoritaria e rigida, con peggioramento delle difficoltà economiche. Per far fronte a questo problema, i leader burocratici ricorrono alle tecniche di gestione capitalistica, conferiscono maggiori poteri ai dirigenti aziendali e fanno sempre meno affidamento sulla pianificazione centralizzata e sempre più sul mercato. Da quel momento in poi, "la forma giuridica della proprietà statale si svuota gradualmente del suo contenuto e il potere reale esercitato sui mezzi di produzione, il potere che costituisce l'essenza del concetto di proprietà, passa nelle mani dell'élite direttiva" ( p. 46/47).

Sweezy non è inoltre d'accordo con le critiche di Bettelheim, affermando che non ha presentato l'uscita cinese dalla rivoluzione culturale come una "scelta", ma come una delle "possibili risposte", aggiungendo che, per ragioni storiche, i sovietici non sono stati in grado di scegliere la rivoluzione culturale.

Ancora una volta sulla Società di Transizione - Charles Bettelheim

In questo intervento, Charles Bettelheim approfondisce il dibattito inizialmente dimostrando che i due hanno raggiunto un accordo sul problema della pianificazione rispetto al mercato, vale a dire che “in un determinato periodo, la ritirata o l'avanzamento delle relazioni di mercato non è sufficiente per caratterizzare l'avanzamento verso il socialismo o la ritirata in relazione ad esso, e che ciò che è politicamente significativo, cioè da un punto di vista di classe, è il modo in cui vengono trattati gli eventuali progressi nelle relazioni di mercato ”(p. 54).

Il francese fa un ulteriore passo avanti nella definizione di socialismo, evidenziando l'importanza delle condizioni politiche e di classe nella pianificazione economica, che deve essere un'espressione concreta del potere di produttori immediati, i lavoratori:

“Fondamentalmente, l'avanzamento verso il socialismo non è altro che il crescente possesso da parte dei produttori immediati delle loro condizioni di esistenza e, quindi, prima di tutto, dei loro mezzi di produzione e dei loro prodotti. Questa detenzione non può non essere collettiva, e quello che viene chiamato un "piano economico" è uno dei mezzi di questa detenzione, ma solo in condizioni determinate politicamente, in assenza delle quali il piano non è altro che un particolare mezzo messo in atto da un classe dirigente, distinta dai produttori immediati, che vivono del prodotto del loro lavoro, per garantire il proprio dominio sui mezzi di produzione e sui prodotti attualmente ottenuti ”(p. 54).
Si tratta quindi di cambiare il terreno (p. 58), lasciare il dibattito sulla superficie dei fenomeni economici e politici e iniziare ad analizzare la realtà concreta, il controllo dei mezzi di produzione e dei prodotti (e il loro impatto sull'economia, politica, ideologia); lasciare la stretta analisi dell'avanzamento o della ritirata delle forze produttive e tuffarsi nell'analisi dei rapporti di produzione che predominano e si rafforzano in una determinata formazione economico-sociale. Come egli stesso afferma "(...) chiarendo le profonde contraddizioni (che riguardano i rapporti di produzione e le relazioni di classe) di cui la contraddizione" piano / mercato "è solo una manifestazione" (p. 55).

Bettelheim dimostra che è necessario rompere, come fece Lenin, con la deviazione "economicista" (che rende l'analisi sempre limitata alla superficie dei fenomeni economici) dimenticando l'essenziale: la lotta di classe, la sua lotta violenta e continua per il potere, per il dominio. Per conoscere oggettivamente i rapporti di produzione in una data formazione economico-sociale, per "dominarli", è necessario analizzare concretamente le forme specifiche di produzione in queste formazioni, lavoro analogo a quello di Marx per il modo di produzione capitalista: "è necessario chiarire le vere relazioni sociali che vengono simultaneamente rivelate e nascoste dalle forme di rappresentazione e dalle complesse nozioni ideologiche basate su di esse ”(p. 59). La vera contraddizione da analizzare "è quella del dominio o del non dominio dei produttori sulle condizioni e sui risultati della loro attività" (p. 60).

In altre parole, siamo di nuovo di fronte alla massima marxista-leninista secondo cui la lotta di classe persiste sulla via della costruzione del socialismo. E il fatto che, ancora nel socialismo, persistano rapporti di produzione dal modo di produzione capitalistico, agenti inseriti in posizioni gerarchicamente diverse nel processo di produzione, forze sociali borghesi in piena azione. Per questo motivo, la necessità della dittatura del proletariato, della continuità a un altro livello della lotta di classe proletaria, è fondamentale, anche con la pianificazione e la nazionalizzazione dei mezzi di produzione. Altrimenti, come diceva Bettelheim alla fine degli anni '60, “una delle possibili vie d'uscita da questa lotta è il ritorno al potere, in forme non immediatamente rilevabili, delle forze sociali borghesi. Ciò si verifica quando i rappresentanti di queste forze prendono il controllo dello Stato e del partito al potere; da quel momento in poi, il carattere di classe dello Stato, della proprietà statale e della pianificazione non è più proletario ma borghese ”(p. 63).
Come è accaduto in Cina, il cui avanzamento del revisionismo, in modo capitalistico, ha avuto luogo attraverso una presunta correzione, a partire da Deng Xiaoping, delle "deviazioni" della rivoluzione culturale proletaria e della centralità della lotta di classe. Questa revisione mira a nascondere una brutale rottura con il socialismo, la vittoria delle forze borghesi nel paese, che hanno preso possesso del Partito Comunista e dello Stato.

Pertanto, si può concludere, a questo punto del dibattito, che l'essenza dei rapporti socialisti di produzione, che consentono l'avanzamento sul cammino del socialismo (e non il ritiro sul cammino del capitalismo) è il dominio dei produttori diretti sulle loro condizioni di esistenza (mezzi di produzione e prodotti del proprio lavoro) e la profonda trasformazione di classe delle forme di questo dominio, un vero rivoluzionamento dei rapporti di produzione (e dei suoi effetti sui diversi apparati economici, ideologici e politici). Ciò che "è decisivo - dal punto di vista del socialismo - non è la modalità di "regolamentazione" dell'economia, ma la natura della classe al potere. (...) Se il ruolo della leadership statale sull'economia viene posto in primo piano, il ruolo della natura di classe del potere viene relegato in secondo piano, cioè l'essenziale viene lasciato fuori ”(p. 64 ).

Bettelheim ricorda anche che lo Stato (condizione a livello politico del dominio borghese) e il mercato (condizione a livello economico del dominio borghese) possono completarsi a vicenda nel capitalismo, con l'uno o l'altro che ha il ruolo principale in ogni situazione concreta. Stati di tipo nuovo, come sottolineato da Lenin (Soviet, Comune di Parigi), sono già embrioni della distruzione di questo apparato e dello spostamento delle relazioni borghesi a un livello secondario. Il potere deve essere sempre più concentrato nell'organizzazione delle masse stesse, della classe operaia e del proletariato. A differenza dello Stato borghese (un apparato separato dalle masse, che le domina e le reprime), lo Stato della classe operaia "non è più veramente uno Stato perché è lo strumento dell'esercizio del potere da parte delle masse lavoratrici" (p. 66), che è già utilizzato oltre questo apparato.

Replica - Paul Sweezy

Nell'ultima risposta di Paul Sweezy, concorda sul fatto che il modo in cui aveva presentato la dicotomia tra pianificazione e mercato era più probabile che fosse confusa e che questo modo di presentare il problema dovesse essere scartato. Concorda anche con "La definizione di socialismo di Bettelheim: una società in cui i produttori controllano le condizioni e i risultati della loro attività di produzione" (p. 71). Ma solleva una domanda pertinente: Charles Bettelheim, per sapere se il proletariato è al potere o meno, non offre nessun altro criterio se non quello delle politiche perseguite dal governo e dal partito.

Nelle parole di Sweezy:

“Non è essenziale che la teoria abbia un valore esplicativo in quanto fornisce un metodo indipendente che consente di stabilire l'identità della classe al potere? O ancora, quali sono le modalità e le fasi di crescita della nuova borghesia statale? E, forse ancora più importante, a quali condizioni ci si può aspettare una vittoria per il proletariato e a quali condizioni può vincere una nuova borghesia statale? " (p. 72).

Nella sua risposta, Sweezy mostra anche il ruolo che la guerra rivoluzionaria prolungata può svolgere per mitigare le classi dominate nella lotta rivoluzionaria e per la costruzione del socialismo e afferma che, secondo lui, ci sono due percorsi politici da adottare, due modi: “Uno consiste nell’indebolire la burocrazia, politicizzare le masse e affidare sempre più iniziative e responsabilità ai lavoratori stessi. È il percorso che conduce ai rapporti di produzione socialisti." (p. 77).

E, analizzando quella che sarebbe l'attuale "linea cinese" (e russa ecc.) di ritorno al capitalismo, dice:

"L'altro modo è fare sempre più affidamento sul mercato, non come un ritiro temporaneo (come nel caso del NEP con Lenin), ma come mezzo per raggiungere presumibilmente un'economia "socialista" più efficace. Ciò equivale a fare del profitto il principale motore del processo economico e a dire ai lavoratori di prendersi cura dei propri affari, cioè di lavorare sodo per poter consumare di più. Serve a ricreare le condizioni in cui opera il feticismo della merce, con la corrispondente falsa coscienza alienata. Temo sia il ritorno al dominio di classe e, infine, il ripristino del capitalismo.” (p. 77).

Sintesi del dibattito Bettelheim-Sweezy sulla transizione al socialismo: dittatura del proletariato, classi sociali e ideologia del proletariato

Charles Bettelheim risponde e approfondisce le domande poste da Paul Sweezy su quali dovrebbero essere i criteri per sapere se il proletariato è al potere o meno, se il percorso socialista viene rafforzato o meno. Nella sua risposta, che riproduciamo in dettaglio di seguito, il francese affronta i seguenti otto argomenti, di cui evidenziamo solo alcuni estratti:

1) Sulla natura di classe di un potere statale rivoluzionario. “(...) Ciò che consente di determinare la vera natura di classe di un potere che è stato stabilito in modo rivoluzionario (...) è la natura degli interessi di classe che quel potere serve, che si riferisce alle relazioni concrete di quel potere con le masse lavoratrici quindi, per i modi in cui esiste il potere del proletariato. " (p. 81).

2) Le caratteristiche di un potere statale proletario. "Il contenuto fondamentale della differenza tra un apparato statale proletario e un apparato statale borghese è la non separazione dell'apparato statale proletario dalle masse, la loro subordinazione ad esse" (p. 83).

3) Le caratteristiche del partito dominante. “In breve, un partito al potere può essere solo un partito proletario se non ha intenzione di comandare le masse e, al contrario, è lo strumento delle sue iniziative. Ciò è possibile solo se si sottopone effettivamente alle critiche delle masse, se non intende imporre loro ciò che "devono" fare, se parte da ciò che le masse sono in grado di realizzare e che aiuta lo sviluppo delle relazioni socialiste ". (p. 88/89).

"Il ruolo di un partito proletario, quindi, è quello di aiutare le masse a raggiungere da sole ciò che è in linea con i loro interessi fondamentali". (p. 89)

"Un partito proletario non può pretendere di "agire in vece" delle masse. Queste, infatti, devono trasformarsi nello stesso momento in cui trasformano il mondo oggettivo e possono essere trasformate solo attraverso la propria esperienza di vittorie e fallimenti. Solo in questo modo le masse possono conquistare una coscienza collettiva, una volontà, una capacità, cioè la loro libertà di classe.

Pertanto, una politica proletaria - l'unica garanzia di conservazione del potere da parte del proletariato - deve garantire che le masse stesse facciano ciò che fanno oggettivamente nel loro interesse, nella misura in cui sono soggettivamente pronte a farlo. Qualsiasi violazione della coscienza e della volontà di sé delle masse è un passo indietro. Sono passi di questo tipo che possono portare alla perdita di potere da parte del proletariato.

Di conseguenza, il ruolo del partito consiste non solo nel definire obiettivi corretti, ma anche nel discernere ciò che le masse sono in grado di fare e portarle avanti senza mai ricorrere alla coercizione, ma diffondendo slogan e direttive che le masse possono acquisire, escogitando una tattica e una strategia appropriate e aiutando le masse a organizzarsi ”. (p.88).

4) Il partito e l'apparato statale. “L'apparato dominante del potere proletario, quindi, è il partito marxista-leninista, non l'apparato statale. Il partito marxista-leninista è il vero strumento della dittatura del proletariato e la forma essenziale di organizzazione del proletariato nella classe dominante." (p. 90).

5) La questione di un "metodo indipendente". “In effetti, il potere del proletariato è esercitato soprattutto su una base economica che la detenzione del potere politico, da sola, non è sufficiente per sovvertire drasticamente.

All'alba di una rivoluzione proletaria, nonostante tutte le "nazionalizzazioni" o "statalizzazioni", la maggior parte delle vecchie relazioni sociali rimangono, poiché non possono essere "abolite" direttamente. L'eliminazione di queste relazioni non dipende da "decisioni" che potrebbero essere prese al "vertice" e applicate immediatamente. Questa eliminazione può essere solo il risultato di un processo rivoluzionario che si sviluppa durante un periodo storico, di un processo durante il quale l'insieme delle relazioni sociali viene "rivoluzionato", mentre coloro che partecipano a questo processo vengono "rivoluzionati". In particolare, il dominio dei produttori sulle loro condizioni di produzione ed esistenza richiede una crescente trasformazione della divisione sociale del lavoro al fine di eliminare gradualmente la separazione tra lavoro manuale e intellettuale, la distinzione tra compiti di esecuzione e i compiti di gestione, e quindi anche il ruolo dei tecnici collocati "al di sopra" dei lavoratori, viene ridotto e quindi eliminato." (p. 92).

6) Il marxismo-leninismo come teoria del proletariato. “Il marxismo-leninismo è la teoria del proletariato perché è l'espressione teorica dell'esistenza del proletariato nel modo di produzione capitalista: il marxismo si è sviluppato dal punto di vista del proletariato, l'unico punto di vista dal quale è possibile capire il significato delle lotte proletarie." (p. 93).

7) La teoria del proletariato e le forze della rivoluzione. “Da quanto precede, si può affrontare la seguente svolta: dal momento che il marxismo-leninismo esiste come teoria proletaria rivoluzionaria e come partito rivoluzionario che è intriso di questa ideologia e la mette in pratica, la portata di questa teoria non è in nessun modo limitato solo al proletariato. " 
(p. 96).

“Questo rende possibile capire perché una rivoluzione proletaria potrebbe trionfare anche in paesi in cui la classe operaia è numericamente debole e perché questa rivoluzione è ancora una rivoluzione proletaria.
In effetti, il carattere proletario di una rivoluzione ha molto più a che fare con il ruolo dominante svolto dall'ideologia proletaria e dal partito che detiene quell'ideologia piuttosto che con l'ampiezza "numerica" ​​del proletariato. " (p. 96/97).

"In breve, il termine" potere proletario "designa il ruolo politico e ideologico dominante svolto dal proletariato all'interno di una determinata formazione sociale. Questo ruolo, ovviamente, è quello del proletariato di ogni paese, ma è anche quello del proletariato mondiale, le cui lotte hanno prodotto il marxismo-leninismo e l'ideologia rivoluzionaria proletaria. Sono le lezioni teoriche e pratiche tratte dalle lotte del proletariato mondiale che costituiscono il contenuto del marxismo-leninismo di oggi. Questo contenuto diventa un agente dominante della trasformazione sociale quando penetra nelle masse e quando è posseduto e sviluppato da un partito proletario." (p. 100).

8) La lotta di classe sotto la dittatura del proletariato. "L'unica "garanzia" di progresso sulla via socialista è la reale capacità del partito al potere di non separarsi dalle masse. Questa capacità deve essere rinnovata in modo permanente, il che implica anche il rinnovamento del partito - uno sforzo continuo per evitare la sterile ripetizione delle formule del passato, al fine di analizzare concretamente ogni nuova situazione, sempre diversa da tutte le altre. Questa capacità, a sua volta, richiede che il partito del proletariato sia realmente il servitore delle masse lavoratrici, che impari a imparare la lezione da tutte le sue iniziative rivoluzionarie, proteggendo queste iniziative e contribuendo a svilupparle ”. (p. 101).

"Ciò che rende oggettivamente possibile e necessario il proseguimento della lotta di classe nelle condizioni della dittatura del proletariato non è solo l'esistenza di quelli che sono stati spesso chiamati "i resti delle vecchie classi sfruttatrici", ma è, soprattutto, l'esistenza , e quindi la riproduzione, delle vecchie relazioni economiche, ideologiche e politiche, quelle relazioni che non potevano essere "abolite" dall'oggi al domani e che possono essere distrutte e sostituite da altre solo dopo lunghe lotte. Si tratta di vecchie relazioni legate alla divisione sociale borghese del lavoro, alla separazione tra lavoro manuale e intellettuale, tra compiti di gestione e compiti di esecuzione, le forme di separazione, specifiche della scienza borghese, tra conoscenza teorica e conoscenza pratica, le forme di rappresentazione prodotte da queste separazioni (e la forma-valore è una di queste), alle forme ideologiche riprodotte su questa base, ecc. Sono queste vecchie relazioni che costituiscono la base oggettiva che consente a una minoranza di non produttori di sfruttare la maggioranza dei produttori e che rende possibile la sconfitta del proletariato. Queste relazioni sono riprodotte durante un periodo storico che dura molto tempo dopo la presa del potere; questo periodo, inoltre, non può finire prima che il socialismo sia stato istituito su scala mondiale.

La perdita di potere da parte del proletariato non è necessariamente il risultato di una violenta lotta fisica. Se l'ideologia rivoluzionaria del proletariato è un elemento essenziale del potere proletario, la lotta di classe ideologica è anche un elemento essenziale della lotta per il potere e la sua conservazione; ciò spiega che l'indebolimento del ruolo dell'ideologia proletaria e gli errori che questo indebolimento provoca possono creare condizioni che consentono alle forze sociali borghesi di svilupparsi, consolidarsi, acquisire influenza e, infine, assumere la guida del partito e dello Stato, quindi, riprendere il potere.

Alla luce di questo rischio, né le armi della repressione né la semplice "fedeltà" verbale e dogmatica alle formule formulate sono davvero adeguate. Alla luce di questo rischio, è necessario sviluppare in modo creativo l'ideologia del proletariato, per aiutare, attraverso un'adeguata pratica sociale, la penetrazione sempre più profonda di questa ideologia nel gruppo delle masse lavoratrici e aiutare permanentemente le masse a ribellarsi alle vecchie relazioni contro i "valori" con cui "accettano" lo sfruttamento e l'oppressione. Solo in questo modo il primato degli interessi individuali e particolari nelle società di classe può essere progressivamente distrutto, in modo che il primo posto sia occupato dalla solidarietà e dalla volontà di mettere la propria forza e il proprio lavoro al servizio della costruzione di una società completamente nuova. Nulla di tutto ciò può essere ottenuto con la coercizione e la repressione. Ciò che serve è una pratica rivoluzionaria, gli esempi sono dati concretamente, è una discussione libera, che non si limita ad alcuni leader ma, al contrario, si estende a tutto il partito e alle masse lavoratrici, guidandoli, con la persuasione e con esempio attivo, su posizioni ideologiche proletarie sempre più consapevoli. " (p. 101-103).













venerdì 22 maggio 2020

0 L'ASCESA DELLA CLASSE OPERAIA E IL FUTURO DELLA RIVOLUZIONE CINESE DI LI MINQI





Nel luglio 2009, i lavoratori dell’azienda statale Tonghua Steel Company situata nella provincia dello Jilin, in Cina, hanno organizzato una protesta contro la privatizzazione. Successivamente, nell’estate del 2010, un’ondata di proteste ha colpito le province costiere della Cina. Questi eventi possono dimostrarsi un punto di svolta decisivo. Dopo decenni di sconfitte, ritirate e silenzio, la classe operaia cinese sta ora ri-emergendo come una nuova forza politica sociale.
Come plasmerà il futuro della Cina e del mondo, l’ascesa della classe operaia cinese? I capitalisti cinesi riusciranno a placare la sfida lanciata dalla classe operaia, mantenendo sempre il sistema capitalista? Oppure l’ascesa della classe operaia cinese porterà ad una nuova rivoluzione socialista cinese che potrebbe, di conseguenza, spianare la strada per una rivoluzione socialista globale? Le risposte a queste domande saranno determinate in gran parte dal corso della storia mondiale del ventunesimo secolo.

La Sconfitta della Classe Operaia ed il Trionfo del Capitalismo Cinese

La Rivoluzione Socialista del 1949 fu basata sulla vasta mobilitazione della stragrande maggioranza della popolazione cinese contro lo sfruttamento dei proprietari terrieri feudali locali, dei capitalisti e degli imperialisti stranieri. Con tutte le sue limitazioni storiche, la Cina nel periodo maoista meritò di essere definita “socialista” nel senso che le relazioni interne di classe all’interno della Cina erano decisamente più favorevoli per le classi lavoratrici proletarie e non proletarie rispetto a quelle che prevalgono in uno Stato capitalista, specialmente nel contesto della periferia e semi-periferia.
Nonostante gli storici successi maoisti, la Cina rimase una frazione del sistema capitalistico mondiale e fu costretta a operare sotto le leggi di base del movimento del sistema. Il surplus economico era concentrato nelle mani dello Stato per promuovere l’accumulazione capitalistica e l’industrializzazione. Ciò a sua volta creò le condizioni materiali che favorirono le nuove élite burocratico-tecnocratiche che chiedevano sempre maggiori privilegi materiali e potere politico. Le nuove élite trovarono i loro rappresentanti all'interno del Partito Comunista, e divennero i “partigiani della via capitalista” (una frase popolare in Cina).
Mao Zedong e i suoi compagni rivoluzionari tentarono di invertire il trend verso una restaurazione capitalista facendo direttamente appello e mobilitano le masse di operai, contadini e studenti.
Politicamente privi di esperienza e confusi, gli operai e i contadini non erano ancora pronti per esercitare direttamente il potere politico ed economico. In seguito alla morte di Mao nel 1976, i partigiani della via capitalista capeggiati da Deng Xiaoping organizzarono un colpo di stato controrivoluzionario e arrestarono i leader maoisti radicali. In pochi anni, Deng Xiaoping consolidò il suo potere politico e la Cina venne avviata sulla via della transizione capitalista.
Le cosiddette riforme economiche iniziarono nella campagna. Le comuni popolari vennero smantellate e le aziende statali di media grandezza vennero privatizzate. Di queste, quasi tutte vennero vendute a prezzi artificialmente resi bassi, oppure date via direttamente. I beneficiari inclusero i funzionari di governo, gli ex manager delle aziende statali, i capitalisti privati con connessioni nel governo e le compagnie internazionali. Di fatto, un’enorme “accumulazione primitiva” era completata e una nuova classe capitalista si era formata, basata su un massiccio furto di Stato e su risorse collettive. Nel frattempo, decine di milioni di operai impiegati nei settori collettivi e statali vennero licenziati e vennero lasciati impoveriti.
La legittimazione di questa nuova classe capitalista venne riconosciuta dalla leadership del Partito Comunista. Al Sedicesimo Congresso di Partito (nel 2002), la costituzione del partito venne modificata. Secondo la vecchia Costituzione, il Partito Comunista si considerava l’avanguardia della classe operaia e rappresentante degli interessi del proletariato. Secondo la nuova Costituzione il Partito Comunista si dichiarava rappresentante degli interessi sia delle “masse più ampie della popolazione” sia delle “forze produttive più avanzate”. Il termine “forze produttive più avanzate” è largamente riconosciuto come un eufemismo per la nuova classe capitalista.

L’Ascesa della Classe Operaia Cinese

L’occupazione fuori dal mondo agricolo, come fetta dell’occupazione totale della Cina, crebbe dal 31% nel 1980 al 50% nel 2000, e aumentò ulteriormente al 60% nel 2008. Secondo un report preparato nel 2002 dall’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, circa l’80% della forza lavoro non-agricola consisteva di lavoratori salariati proletarizzati, come gli operai industriali, gli impiegati, i lavoratori di servizio e i disoccupati. Dato che la stragrande maggioranza dei lavoratori non impiegati nell’agricultura sono lavoratori salariati che devono vendere il loro lavoro per poter sopravvivere, la rapida crescita dell’occupazione di tipo non-agricola suggerisce massicce formazioni di lavoratori salariati proletarizzati in Cina.
La rapida accumulazione capitalistica è stata basata su uno sfruttamento spietato di centinaia di milioni di operai cinesi. Dal 1990 al 2005, il reddito da lavoro della Cina, in quanto a fetta del PIL, è crollato dal 50% al 37%. I salari degli operai cinesi equivalgono al 5% degli USA, al 6% della Corea del Sud ed al 40% di quelli messicani.
Dagli anni ‘80, circa 150 milioni di lavoratori immigrati si sono spostati dalle aree rurali alle aree urbane in cerca di lavoro. L’export della produzione della Cina è basato in gran parte sullo sfruttamento di questi lavoratori immigrati. Uno studio sulle condizioni degli operai nel delta del Fiume delle Perle (un’area che include Guangzhou, Shenzhen, e Hong Kong) ha scoperto che circa due terzi degli operai lavorava più di 8 ore al giorno e non avevano mai il weekend libero. Alcuni operai dovevano lavorare di continuo, fino a 16 ore al giorno. I manager capitalisti usavano spesso punizioni corporali per disciplinare gli operai. Circa 200 milioni di operai cinesi lavorano in condizioni rischiose. Ogni anno ci sono circa 700.000 infortuni gravi sul lavoro, 100.00 dei quali mietono vite.
Ne Il Manifesto Comunista, Marx e Engels affermano che la lotta della classe operaia contro i capitalisti segue varie fasi di processo. Inizialmente, la lotta è portata avanti da parte di singoli operai contro capitalisti che portano avanti uno sfruttamento diretto su di loro. Con lo sviluppo dell’industria capitalista, il proletariato cresce in numero e si concentra in masse più grandi. La forza degli operai cresce e iniziano a formare sindacati per combattere i capitalisti come forza collettiva. La stessa legge dello sviluppo opera in Cina oggigiorno. Mano a mano che i lavoratori immigrati si stanziano nelle città e si ritengono sempre di più lavoratori salariati piuttosto che contadini, una nuova generazione di operai proletarizzati con una crescente coscienza di classe sta emergendo. Sia i documenti del governo ufficiale, sia i media tradizionali riconoscono oggi l’ascesa di una “seconda generazione di lavoratori immigrati”.
Secondo la descrizione dei media mainstream in Cina, attualmente ci sono circa 100 milioni di lavoratori immigrati di seconda generazione nati dopo il 1980. Si sono spostati verso le città poco dopo aver completato il processo di educazione alle scuole medie o superiori. La maggior parte di queste persone non hanno esperienza nel campo dell’agricoltura. Si identificano più con le città che con le zone rurali. Se comparati alla “prima generazione”, la seconda generazione di lavoratori immigrati tende ad avere un’educazione migliore e aspettative più alte in termini di occupazione; chiedono migliori condizioni in termini di standard di vita materiali e culturali.
Nel corso dell’estate del 2010, dozzine di scioperi hanno colpito l’industria tessile, elettronica ed automobilistica, costringendo i capitalisti ad accettare aumenti salariali. Gli studiosi cinesi mainstream sono preoccupati della possibilità che la Cina stia entrando un nuovo periodo di scioperi intensi che porteranno la manodopera economica cinese al termine e che minacciano la “stabilità sociale” della Cina.
Lo stesso sviluppo capitalista si sta preparando alle condizioni oggettive che favoriscono la crescita delle organizzazioni operaie. Dopo anni di accumulazione rapida, il massiccio esercito di manodopera a basso costo nelle zone rurali del paese sta iniziando ad impoverirsi. E’ previsto che la popolazione lavoratrice cinese in età avanzata (che comprende le persone tra i 15 e i 64 anni) raggiungerà il picco nel 2012 giungendo a contare 970 milioni di persone, per poi diminuire lentamente a 940 milioni entro il 2020. La forza lavoro in età avanzata (coloro che hanno tra i diciannove e i ventidue anni), da cui viene reclutata la maggior parte dei lavoratori a basso costo e non qualificati nel settore manifatturiero, dovrebbe diminuire drasticamente da circa cento milioni nel 2009 a circa cinquanta milioni nel 2020. Il rapido declino della popolazione attiva in età avanzata aumenterà probabilmente il potere contrattuale dei giovani lavoratori e li incoraggerà a sviluppare organizzazioni di lavoratori più permanenti.
Sia in Brasile che nella Corea del Sud degli anni ‘70 e ‘80, quanto la porzione degli occupati non impiegati nell'agricoltura crebbe oltre il 70%, il movimento operaio emerse come una potente forza politica e sociale. Una cosa simile sta avvenendo in Egitto.
Attualmente, la porzione degli occupati non impiegati nell'agricoltura in Cina è pari al 60%. Se la Cina segue il proprio trend avuto tra il 1980 e il 2008, con la suddetta fetta che aumenta di circa 1% l’anno, essa potrebbe passare la soglia del 70% entro il 2020.
Dato che si stima che la classe operaia cinese emergerà come una potente forza politica e sociale nel giro di 1-2 decenni la domanda chiave è: Che direzione politica prenderà questo movimento? L’attuale politica ufficiale del governo cinese è quella di creare una cosiddetta società armoniosa con i dovuti compromessi tra le varie classi sociali. Alcune sezioni della classe dirigente cinese stanno chiedendo l’attuazione di una “riforma politica” volta a diluire e deviare la sfida della classe operaia introducendo una democrazia borghese di stile Occidentale.
Sarà in grado la classe capitalista cinese di gestire la sfida della classe operaia mantenendo l’ordine economico e sociale di base del sistema capitalista? Oppure il movimento degli operai cinesi riuscirà a compiere una svolta storica di importanza mondiale, prendere la strada della rivoluzione socialista e compiendo una rottura fondamentale con l’attuale sistema sociale? Le risposte a queste domande dipendono dalle condizioni storiche soggettive ed oggettive.

L’Eredità Socialista: Il Settore Statale della Classe Operaia

Nell’era socialista maoista, gli operai cinesi godevano di un livello di dignità e potere di classe
inimmaginabili per l’operaio medio di uno stato capitalista (in particolari per quelli nel contesto periferico e semi-periferico). Tuttavia, la classe operaia cinese era giovane e politicamente priva di esperienza. Dopo la morte di Mao, la classe operaia rimase priva di una leadership politica e soffrì una sconfitta catastrofica durante le massicce privatizzazioni degli anni ‘90.
Molti degli operai delle ex aziende statali (conosciuti in Cina come i “vecchi operai”) hanno da allora preso parte a lotte collettive contro la privatizzazione e i suoi licenziamenti di massa. Le loro lotte hanno avuto un impatto non solo sugli operai licenziati ma anche sugli operai impiegati nelle aziende statali. Ciò ha contribuito ad una crescita della coscienza di classe insieme ad un sostanziale grado di coscienza socialista all'interno di una particolare fetta della classe operaia proletarizzata in Cina – il proletariato statale.
Nelle parole di un importante attivista cinese a favore degli operai, comparati alle classi operaie di altri stati capitalisti, la classe operaia cinese (impiegata a livello statale) ha sviluppato “una coscienza dei classe relativamente completa”, basata sulle sua esperienza storica unica sia nel periodo socialista che in quello capitalista.
A causa dell’esperienza storica, le lotte degli operai cinesi impiegati nelle aziende statali sono spesso non limitate alle soli richieste economiche immediate. Molti attivisti a favore degli operai capiscono che le loro condizioni attuali non solo il risultato di capitalisti individuali ma anche, ad un livello più fondamentale, il prodotto della sconfitta storica della classe operaia in un’importante guerra di classe che ha portato al (temporaneo) trionfo del capitalismo sul socialismo.
Un leader degli operai licenziati ha fatto notare che sotto il socialismo, “gli operai erano padroni della fabbrica, gli operai erano fratelli e sorelle all’interno di una sola classe, e i licenziamenti massicci non avrebbero potuto accadere; ma dopo la privatizzazione, gli operai sono stati ridotti a “lavoratori salariati”, non sono più padroni, e ciò è il vero motivo dietro i licenziamenti di massa.”
Secondo questo leader, le lotte degli operai non dovrebbero essere limitate a casi individuali, né soddisfatti con l’ottenimento di alcune richieste particolari. L’”interesse fondamentale” degli operai sta nella restaurazione del “possesso collettivo dei mezzi di produzione”. Molti degli operai attualmente impiegati nelle aziende statali sono i figli dei “vecchi operai”; oppure hanno acquisito esperienza lavorando insieme ai vecchi operai; oppure vivono con loro negli stessi quartieri. Dunque, gli operai attualmente impiegati nelle aziende statali sono stati influenzati dalle lotte dei vecchi operai e dalla loro esperienza politica. Ciò è stato illustrato dalla lotta anti-privatizzazione nel 2009 da parte della Tonghua Steel Company.
La Tonghua Steel era una fabbrica statale situata a Tonghua, nella provincia dello Jilin. Nel 2005 Tonghua Steel venne privatizzata. Le sue risorse statali, stimate in 10 miliardi di yuan, vennero valutate a soli circa 2 miliardi di yuan. Jianlong, una potente azienda privata avente connessioni nei ranghi più alti degli ufficiali di governo a Beijing, alla fine pagò solo 800 milioni di yuan per assumere il controllo dell’azienda. Dopo la sua acquisizione, tra i 24.000 e i 26.000 operai vennero licenziati. I salari degli operai con “compiti pericolosi” (ovvero con alti tassi di incidenti sul lavoro) vennero ridotti di due terzi. I manager poterono imporre varie pene e punizioni arbitrarie nei confronti degli operai.
Nel 2007, gli operai della Tonghua Steel iniziarono a protestare. Durante le proteste, un operaio dell’era maoista, “Maestro Wu”, emerse come leader. Wu rese chiaro agli operai che il vero problema non era dovuto a delle particolarità, ma alla “linea politica della privatizzazione”.
Nel luglio 2009 gli operai proclamarono lo sciopero generale. Quando i manager generali della Jianlong minacciarono di licenziare tutti i lavoratori, questi ultimi gli ammazzarono di botte. Nonostante il fatto che sia il governatore provinciale sia migliaia di poliziotti armati fossero sulla scena, nessuno osò intervenire. Dopo il massacro, la Provincia dello Jilin fu obbligata a cancellare il piano di privatizzazioni.
La vittoria degli operai della Tonghua Steel servì da grande ispirazione per molti operai in varie parti della Cina. Altri operai in varie fabbriche metallurgiche iniziarono a protestare e obbligarono i governi locali a cancellare i piani di privatizzazione. Gli attivisti per i diritti degli operai presenti in altre province videro la vittoria di Tonghua come la loro e rimpiansero che “non fossero stati ammazzati abbastanza capitalisti”.
Dopo anni di privatizzazioni di massa, la quota del settore statale nel valore della produzione industriale cinese è stata ridotta a meno del 30%. Tuttavia, il settore statale continua a dominare diversi settori industriali chiave. Nel 2008 le imprese statali rappresentavano il 59% del valore della produzione nell'estrazione e lavaggio del carbone, il 96% nell'estrazione di petrolio e gas naturale, il 72% nella lavorazione di petrolio e carbone (coke), il 42% nella fusione e pressatura di metalli ferrosi (ferro e acciaio), 45% nella produzione di mezzi di trasporto e 92% nella produzione e fornitura di energia elettrica e calore.
Sebbene i lavoratori del settore statale rappresentino ora solo circa il 20% dell'occupazione nel settore industriale, ora sono circa 20 milioni e sono concentrati nei settori dell'energia e dei settori industriali pesanti che rivestono un'importanza strategica per l'economia capitalista cinese. Nella futura ripresa della lotta della classe lavoratrice cinese, i lavoratori del settore statale, attraverso il loro controllo di settori industriali chiave, potrebbero esercitare un potere economico e politico di misure sproporzionatamente elevate.
Ancora più importante, i lavoratori del settore statale cinese possono beneficiare della loro unica esperienza storica e politica. Con l'aiuto di intellettuali socialisti rivoluzionari, i lavoratori del settore statale cinese potrebbero emergere come leader dell'intera classe lavoratrice cinese e dare ai movimenti dei futuri lavoratori cinesi una chiara direzione socialista rivoluzionaria.

L’Illegittimità della Ricchezza Capitalista Cinese

Dopo 3 decenni di transizione capitalista, la Cina è stata trasformata da quello che era uno dei paesi più economicamente egualitari ad uno dei paesi più economicamente diseguali al mondo. Secondo la Banca Mondiale, nel 2005 il 10% delle famiglie più ricche deteneva il 31% del reddito totale cinese, mentre il 10% più povero deteneva solamente il 2% del reddito totale.
La disuguaglianza nella ricchezza è ancora più scandalosa. Secondo il “Report Mondiale sulla Ricchezza” del 2006, lo 0,4% delle famiglie più ricche controllava il 70% della ricchezza nazionale in Cina. Nel 2006 c’erano circa 3200 persone con una proprietà personale il cui valore superava i 100 milioni di yuan (circa 15 milioni di dollari). Di queste 3200 persone, circa 2900, o il 90%, erano figli di ufficiali di Partito o di governo. I loro patrimoni combinati avevano un valore stimato di oltre 20mila miliardi di yuan, pari a circa il PIL della Cina nel 2006.
A causa delle origini della classe capitalista cinese, una gran parte della sua ricchezza viene dal saccheggio dello Stato e dai patrimoni collettivi accumulati nell'era socialista. Questa ricchezza è largamente considerata illegittima dalla popolazione. Secondo una stima, durante il processo di privatizzazione e di liberalizzazione del mercato, circa 30 migliaia di miliardi di yuan provenienti dallo Stato e dai patrimoni collettivi vennero trasferiti ai capitalisti con connessioni forti col governo. Un recente report ha scoperto che nel 2008, il cosiddetto reddito grigio equivaleva a circa 5.4 migliaia di miliardi di yuan, o il 18% del PIL cinese. Gli autori del report credono che buona parte del reddito grigio derivi dalla corruzione e dal furto dei patrimoni collettivi.
Wen Hiabao, il primo ministro cinese, è uno dei primi ministri più ricchi al mondo. Suo figlio è il
possessore della più grande società di capitali privata della Cina. Sua moglie è a capo dell’industria della gioielleria. Si stima che i membri della famiglia di Wen abbiano accumulato una ricchezza parti a 30 miliardi di yuan (circa 4,3 miliardi di dollari). Si stima che Jiang Zemin (ex presidente della Segreteria Generale del Partito) abbia una ricchezza di 7 miliardi di yuan, e Zhu Rongji (ex primo ministro) circa 5 miliardi di yuan.
La corruzione dilagante non ha solo gravemente minato la legittimità del capitalismo cinese, ma anche la capacità della classe dirigente di agire per i suoi stessi interessi di classe. Sun Liping, un importante sociologo mainstream, ha recentemente commentato che “la società cinese sta decadendo ad un tasso sempre maggiore”. Secondo Sun, i membri della classe dirigente cinese sono completamente guidati dai loro interessi personali a breve termine, cosicché a nessuno frega degli interessi a lungo termine del capitalismo cinese. La corruzione è “andata fuori controllo” ed è diventata “ingovernabile”.

La Proletarizzazione della Piccola Borghesia

Negli anni ‘80 e ‘90 la piccola borghesia (composta da professionisti e operai tecnici) fece da importante base sociale per la politica pro-capitalista della “Riforma e Apertura”. Tuttavia, l’attuale innalzamento drastico delle disuguaglianze capitalistiche non solo ha portato all'impoverimento di centinaia di milioni di lavoratori, ma ha anche distrutto i “sogni della classe media” di molti membri della piccola borghesia.
Secondo le statistiche ufficiale, circa un quarto degli studenti dei college cinesi che si sono laureati nel 2010 sono disoccupati. Degli studenti che si sono laureati l’anno precedente, circa il 15% di essi rimane disoccupato. Quei laureati che sono “occupati” sono spesso costretti ad accettare un salario che non è più elevato di quello di un operaio immigrato non specializzato. Circa un milione di laureati al college si dice che appartengono alle cosiddette “tribù di formiche”. Ovvero, vivono nei bassifondi delle periferie delle principali città della Cina. L’aumento improvviso dei costi di sanità, educazione e alloggio hanno ulteriormente minato lo status economico e sociale della potenziale piccola borghesia esistente in Cina, obbligandoli a rinunciare alle loro aspirazioni a stili di vita da “classe media”.
Un laureato ha postato le sue opinioni su Internet sulla sua “vita miserabile”. Dopo anni di lavoro, ha scoperto che non si può permettere di comprare un appartamento o sposarsi o crescere un figlio. Il giovane si è chiesto: “Perché ho bisogno di una ragazza? Perché ho bisogno di avere un figlio? Perché ho bisogno di prendermi cura dei miei genitori? Cambiamo la nostra filosofia. Se non ci interessiamo dei nostri genitori, non ci sposiamo, non abbiamo bambini, non compriamo un appartamento, non abbiamo il bisogno di prendere il bus, non ci ammaliamo, non abbiamo alcun divertimento, non compriamo mai un pranzo, allora avremo trovato la verità per una vita felice! La società ci sta facendo diventare pazzi. Non ci possiamo permettere nemmeno i bisogni primari. Stiamo sbagliando? Vogliamo solo sopravvivere”
Con l’aumentare da parte dei membri della piccola borghesia dell’esperienza di proletarizzazione nelle sue condizioni economiche e sociali, un numero sempre maggiore di giovani stanno diventando politicamente radicali. Negli anni ‘90, la sinistra politica non esisteva in Cina. Ma durante il primo decennio di questo secolo, la sinistra cinese ha subito una gigantesca espansione. Tre siti di sinistra, Wu You Zhi Xiang (l’Utopia), La Bandiera di Mao Zedong, e il Network degli Operai Cinesi, hanno raggiunto un’influenza nazionale. Alcuni siti mainstream, come il “Forum per Rafforzare il Paese”, un sito di affari affiliato con il giornale ufficiale del Partito, il People’s Daily, sono stati dominati da post di tendenze politiche di sinistra.
Il 9 settembre e il 26 dicembre 2010, gli operai in centinaia di città e gli studenti in circa 80 università e college in tutta la Cina hanno organizzato incontri di massa spontanei per commemorare Mao Zedong, spesso nonostante l’opposizione e le persecuzioni dei governi locali. Durante il Nuovo Anno Cinese nel 2011 (9 febbraio), in quasi 700.000 hanno fatto visita e reso omaggio alla città natale di Mao, Shaoshan, nella provincia dello Hunan. Dato l’attuale contesto politico in Cina, le commemorazioni spontanee di Mao Zedong sono diventateo, di fatto, proteste anti-capitaliste di massa.

Il Limite del Capitale è il Capitale Stesso

Il modello cinese di accumulazione del capitale si è basato su una serie di fattori storici particolari: lo sfruttamento spietato di una grande fetta della forza lavoro; il massiccio sfruttamento delle risorse naturali e la conseguente degradazione dell’ambiente; e un modello di crescita che dipende su un’espansione degli export nei mercati dei principali paesi capitalistici. Nessuno di questi fattori sono sostenibili oltre al medio termine.
Con gli USA e le economie europee che faticano con la stagnazione e rischiano potenzialmente sempre più crisi nel futuro, la Cina non può più affidarsi agli export per proseguire la propria espansione economica. Inoltre, è largamente riconosciuto che gli investimenti eccessivi in Cina hanno portato a massicci eccessi nella capacità di produzione, e hanno contribuito a domande insostenibili in termini di energie e risorse. I tassi di caduta del ritorno del capitale potrebbero eventualmente portare a un collasso negli investimenti e ad una grande crisi economica. Dunque, l’economica capitalista cinese ha bisogno di “ribilanciarsi” promuovendo il consumo interno. Ma come può ciò avvenire senza minare gli interessi di base della classe capitalista cinese? Attualmente, i consumi delle famiglie sono responsabili per circa il 40% del PIL Cina, i consumi del governo circa il 10%, il surplus commerciale circa 5% e gli investimenti il restante 45%. I salari degli operai e i redditi dei contadini rurali sommati assieme sono sono responsabili del 40% del PIL. Dunque, i redditi della classe operaia sono equivalenti al consumo totale delle famiglie. Se i consumi del governo sono trattati come una parte dell’utile capitalista lordo, allora quest’ultimo (che è pari al PIL tolto salari e consumi del governo) è pari a circa il 50% del PIL. Dopo aver sottratto la svalutazione del capitale fisso, il profitto capitalista netto è pari a circa il 35% del PIL. Questo profitto capitalista elevato (o alto tasso di plusvalore) è la base politico-economica della rapida accumulazione di capitale in Cina. Ora, immaginiamo che la Cina debba ribilanciarsi verso un’economia basata sul consumo. La tabella 1 presenta degli scenari alternativi del possibile “ribilanciamento” del capitalismo cinese. Ogni scenario è coerente con una serie di condizioni particolari che servono per stabilizzare l’economia capitalista (con un tasso di profitto stabile, piuttosto che in caduta). Per esempio, se il tasso di crescita economica in Cina dovesse cadere del 7% ogni anno, allora per stabilizzare il rapporto capitale-output, gli investimenti dovrebbero diminuire al 36% del PIL (arrotondati al 35% nella tabella 1). Considerando che i principali mercati di esportazione della Cina (gli Stati Uniti e l’Unione Europea) è probabile che stagneranno in futuro mentre gli importi di energia e materiale grezzo in Cina continueranno a crescere, ci si aspetta che il conto commerciale cinese torni a bilanciarsi. Ne consegue che la somma dei consumi delle famiglie (salari) e i consumi del governo debbano crescere fino a raggiungere il 65% del PIL. Il profitto lordo deve scendere al 35% del PIL e il profitto netto al 20% del PIL.



Dunque, in questo esempio, circa il 15% del PIL ha bisogno di essere redistribuito dal profitto capitalista ai salari degli operai o in spese sociali. Com'è possibile ottenere una redistribuzione dei redditi così ampia, anche sotto le condizioni politiche più ideali? Quale sezione della classe capitalista sarà disposta a sacrificare i propri interessi per il bene collettivo della classe? Data la natura corrotta e fortemente illegittima della ricchezza capitalista cinese, c’è anche la questione di come l’interesse collettivo della classe capitalista può essere implementato, anche se la leadership del Partito Comunista dovesse decidere di promuovere l’interesse capitalista collettivo. Per definizione, reddito e ricchezza provenienti da risorse corrotte non sono soggetti a tassazione.
C’è da dire che il contesto storico contemporaneo è profondamente diverso da ogni momento precedente nella storia capitalista. Dopo secoli di incessante accumulazione capitalista, il sistema ecologico globale è sull'orlo del collasso e la crisi ecologica globale che si sta sviluppando minaccia di distruggere la civiltà umana entro la fine del ventunesimo secolo. Essendo il più grande emettitore di diossido di carbonio e il più grande consumatore di energie al mondo, la Cina si trova proprio al centro di queste contraddizioni ecologiche globali. La Cina si affida al carbone per circa il 75% del suo consumo di energia. Dal 1979 al 2009, il consumo cinese di carbone è cresciuto ad un tasso annuale del 5,3% e l’economia cinese è cresciuta ad un tasso annuale del 10% (ma nell'ultimo decennio, dal 1999 al 2009, il consumo di carbone da parte della Cina è accelerato fino a raggiungere l’8,9% l’anno). Facendo delle previsioni grossolane, si prevede che il futuro tasso di crescita economico della Cina sarà pari al tasso di consumo di carbone, +5%. Secondo le fonti del governo cinese, la Cina ha risorse di carbone pari a circa 190 miliardi di tonnellate cubiche. Il grafico 1 compara la produzione storica di carbone in Cina con la sua produzione futura prevista, assumendo che il carbone rimanente è pari alle riserve ufficiali.



Si prevede che la produzione di carbone in Cina raggiungerà il suo picco nel 2026 con un livello di produzione di 4,7 miliardi di tonnellate cubiche. Si stima che la crescita del tasso di produzione rallenterà al 3,5% nel periodo 2009-2020; 0,4% nel periodo 2020-2030; 2,5% nel periodo 2030-2040 e 4,8% nel periodo 2040-2050. Il tasso di crescita economica implicato sarebbe dell'8,5% negli anni ‘10; 5,5% negli anni 20; 2,5% negli anni '30 e 0 negli anni ‘40.
Dunque, entro la fine degli anni ‘20, l’economica capitalista cinese necessiterà di intraprendere una redistribuzione del reddito del 20% del PIL dai profitti netti ai salari per mantenere un’economia capitalista stabile (vedi Tabella 1). Entro la fine degli anni ‘30, il profitto netto capitalista dovrà diminuire al di sotto del 10% del PIL, con la conseguenza che sarà probabilmente impossibile portare ad un aumento della redistribuzione dei reddito.
L’incombente crisi energetica è solo una delle varie contraddizione ecologiche che si affacciano oggi in Cina. Secondo il rapporto “Charting Our Water Future”, la Cina prevede di avere un deficit pari al 25% entro il 2030, man mano che le richieste dall'agricoltura, dall'industria e dalle città supersfruttino le limitate risorse idriche. Se l’attuale tendenza dell’erosione della terra non viene controllata, la Cina potrebbe soffrire di un deficit di cibo tra il 14% e il 18% entro il 2030-2050.

La Vittoria del Proletariato?

L’Umanità si trova ora ad un punto cruciale. Il sistema capitalista mondiale non solo garantirà l’impoverimento permanente di miliardi di persone; porterà quasi certamente alla distruzione della civiltà umana. Ciò solleva una domanda di importanza storica: Su quale forza può contare l’umanità per raggiungere la rivoluzione globale del ventunesimo secolo, ossia sia il socialismo che la sostenibilità ecologica?
Marx si aspettava che il proletariato avrebbe interpretato il ruolo del seppellitore del capitalismo. Nel corso attuale della storia moderna, le classi capitaliste occidentali riuscirono ad accomodare le istanze portate avanti dalla classe operaia attraverso riforme sociali limitate. Le principali classi capitaliste ottennero questo compromesso temporaneo sulla base del super-sfruttamento della classe operaia nella periferia e del massiccio sfruttamento delle risorse naturali mondiali e dello spazio ambientale. Entrambe le condizioni sono, a questo punto, esaurite. Nei prossimi uno o due decenni, le classi operaie proletarizzate potrebbero diventare, per la prima volta, la maggioranza della popolazione mondiale. Con una massiccia proletarizzazione in Asia, le condizioni storiche mondiali stanno approcciando ciò che, in linea con Marx, porterà alla vittoria del proletariato ed alla caduta della borghesia. In quanto produttore manifatturiero e consumatore d’energia più grande del mondo, la Cina si trova sempre di più al centro delle contraddizioni del capitalismo. L’analisi sopra suggerisce che dopo l’anno 2020 le crisi economiche, sociali, politiche ed ecologiche tenderanno probabilmente a convergere in Cina.
Data l’eredità della rivoluzione cinese, le condizioni storiche soggettive in Cina potrebbero favorire una soluzione socialista rivoluzionaria alle contraddizioni cinesi. Una classe operaia statale influenzata dalla coscienza socialista potrebbe potenzialmente rilevare i settori economici chiave della Cina e giocare un ruolo chiave nell'incombente lotta rivoluzionaria. Una vasta alleanza rivoluzionaria di classe potrebbe formarsi tra i lavoratori statali, i lavoratori immigrati e la piccola borghesia. Data la posizione centrale della Cina nel sistema capitalista globale, non è possibile sopravvalutare l’importanza di una rivoluzione socialista vittoriosa in Cina. Spezzerà per il lungo le catene capitalistiche del valore. Porterà l’ago della bilancia del potere decisamente in favore del proletariato mondiale. Spianerà la via per la rivoluzione socialista globale del ventunesimo secolo, e aumenterà drasticamente le chance che un’incombente crisi globale verrà risolta in una maniera che sia compatibile con la preservazione della civiltà umana.
La storia deciderà se i cinesi e il proletariato mondiale sono pronti per i loro compiti rivoluzionari.

Saggio pubblicato sulla Monthly Review, volume 63 del 2011. Tradotto in italiano con l'autorizzazione dell'auotre 

domenica 17 maggio 2020

0 CHARLES BETTELHEIM SULLA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE




Introduzione

La Rivoluzione Culturale che ebbe luogo in Cina tra il 1966 e l'inizio degli anni '70 fu un processo sociale altamente storico. L'analisi di questo fenomeno deve contare sul contributo di scienziati dei più svariati campi, come storici, sociologi, scienziati politici e filosofi. Lo studio di Charles Bettelheim (1913-2006) sulle trasformazioni sovrastrutturali in Cina poco prima della Riforma e apertura capitalista di Deng Xiaoping si concentra sull'organizzazione dell'economia cinese. L'economista francese fa parte di un gruppo di marxisti occidentali che si sono sforzati di osservare e comprendere le dinamiche capitaliste alla periferia del sistema, specialmente nel contesto dell'espansione della rivoluzione socialista dalla sua nascita in Russia nel 1917.
Come economista, Charles Bettelheim ha preso parte attiva ai dibattiti economici che vanno dalla NEP nella Russia sovietica, alla controversa contabilità alternativa dell’Uomo Nuovo di Che Guevara a Cuba negli anni '60 e agli aggiustamenti. della Cina alla fine del paradigma della pianificazione economica centralizzata, durante l'ascesa del capitalismo con caratteristiche cinesi.
Il libro di Bettelheim “La Rivoluzione Culturale e l’organizzazione industriale in Cina”, pubblicato nel 1973, è stato scritto a partire dalle note di due suoi studenti durante le sue lezioni tenute in Francia nel 1971 e nel 1972. Questo seminario è stato alimentato dalle osservazioni di Bettelheim in Cina nel 1971, quando visitò alcune unità produttive. Lo scopo del lavoro è di trarre conclusioni teoriche dai cambiamenti avvenuti nelle fabbriche a seguito della Rivoluzione Culturale. Considerando che l'antica divisione tra provincia e città veniva messa in discussione intensamente, Bettelheim presenta la Rivoluzione Culturale come uno straordinario progresso del processo rivoluzionario innescato dalla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949.
Marx aveva notato che l'economia contiene una contraddizione dialettica distruttiva quando la società è divisa in classi e il processo di avanzamento della produttività è gestito da una classe dominante: in questo modo, la separazione tra campagna e città crea strutture politiche, fisiche e spaziali che guidano e approfondiscono ulteriormente la distanza tra conoscenza e lavoro, tra comando ed esecuzione, tra la luce della città e l'oscurità della campagna. La riduzione di questa differenza è quindi un progresso verso il superamento della relazione asimmetrica tra entità che formano la totalità del corpo sociale della riproduzione materiale. Gli eventi della Rivoluzione Culturale sono riusciti a rompere con questa dicotomia caratteristica dei sistemi economici che sono alla base delle società di classe?

La tesi del libro può essere sintetizzata come segue: la Rivoluzione Culturale ha rappresentato una svolta della massima importanza storica, perché ha "rivelato" una forma di lotta di classe per la costruzione del socialismo indicando il superamento del divario sociale nelle economie con surplus sociale, dominate da una minoranza (Bettelheim (1973, p. 11). Qui è chiaro che Bettelheim pone la Rivoluzione Culturale vicino alla Comune di Parigi in termini di significato storico del processo di costruzione del socialismo: i due eventi dovrebbero essere considerati come risultati della classe operaia nel suo viaggio verso una società senza sfruttamento, senza classi e senza Stato. Se Marx considerò che la Comune del 1871 segnò un punto di partenza al tempo delle rivoluzioni proletarie, che chiusero l'era delle rivoluzioni borghesi, Bettelheim capì che la Rivoluzione Culturale doveva essere inquadrata nella linea cronologica del progresso verso il modo di produzione comunista.
Questo argomento è presentato in quattro parti. In primo luogo, Bettelheim riferisce delle interviste condotte nelle fabbriche in Cina tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni ‘70. In secondo luogo, si occupa di pianificazione economica e di ciò che è cambiato con la Rivoluzione Culturale. In terzo luogo, analizza gli sforzi per eliminare la divisione tra lavoro manuale e intellettuale come "la principale corrente della rivoluzione cinese". In quarto luogo, Bettelheim presenta alcune conclusioni che si aggiungono al costrutto teorico del socialismo di Marx ed Engels, principalmente in relazione al quadro dinamico tra le forze produttive e i rapporti di produzione, come indicato nella Prefazione Per la critica dell'economia politica (Marx ([1859 ] 1971).
Dopo la fine della Rivoluzione Culturale, Bettelheim ha aggiunto osservazioni al lavoro che aiutano a chiarire le contraddizioni tra le linee in combattimento, ma che evidenziano anche gli intensi conflitti nel rapporto tra socialismo utopico e marxismo, nel problema pratico dell'organizzazione politica per la transizione al comunismo.

Nel 1978, dallo scambio di lettere con Neil Burton, viene pubblicato il libro “La Cina dopo Mao”, dove la valutazione delle trasformazioni avvenute dall'ottobre 1976 in poi viene effettuata in modo più dettagliato da Bettelheim. In quest'ultima valutazione, Bettelheim rafforza la sua tesi secondo cui l'esito della Rivoluzione Culturale fu un processo controrivoluzionario, che deviava gli sforzi per unire la teoria e la pratica per riprendere la tradizionale divisione tra comandanti e comandati, sotto la giustificazione economica dello sviluppo delle forze produttive come prerequisito per le trasformazioni durature nei rapporti di produzione. A suo avviso, quindi, la Cina di oggi non può essere vista in alcun modo come una società sulla strada del comunismo, ma solo come un'economia di espansione produttiva organizzata per mantenere la coesione sociale tra dominanti e dominati.


La Rivoluzione Culturale all'interno della fabbrica

Il lavoro quotidiano con mezzi di produzione concatenati (strumenti gestiti dal lavoratore collettivo) è descritto dalle conversazioni che Bettelheim ha avuto con due lavoratori e con il vice presidente del Comitato rivoluzionario. Secondo il suo resoconto, le condizioni di lavoro erano pesanti, ma organizzate. L'assistenza fornita al lavoratore era funzionale al suo lavoro, cioè per avere le condizioni oggettive per svolgere la sua funzione.
Abbiamo trovato rapidamente differenze in relazione alla tradizionale divisione operativa del capitalismo industrializzato. La fabbrica osservata aveva una scuola che poteva convertire il lavoratore in un ingegnere, per esempio. Il documento ufficiale che conferiva la qualifica professionale era molto vicino alla pratica del lavoro e non si limitava alle formalità di una scuola o università separata dall'universo della produzione economica. Secondo Bettelheim, c'era l'idea di sostituire l'idea di "far carriera" con quella di "servire il popolo”. Questo è uno dei punti profondi della trasformazione in Cina che ha sovvertito l'intera logica individualista dell'inserzione gerarchica su meriti altamente dubbi in relazione al benessere collettivo. Il dibattito sulle differenze salariali è stato fatto con cura per non imporre decisioni a coloro che non sono "nemici del popolo". Bettelheim implica che molti lavoratori si sono opposti al principio della remunerazione comunista ed erano attaccati all'ordine di distribuzione borghese in base all'effettivo contributo al lavoro collettivo.
Secondo i rapporti presentati, prima della Rivoluzione Culturale, la politica non era posta al "posto di comando". La fabbrica era governata dall'"economia al posto di comando", veniva data priorità alla tecnica (nel senso di aumentare le forze produttive guidate dalla disposizione alienante globale del capitale nella produzione) al denaro e al profitto. Incentivi materiali e bonus ai lavoratori esistevano come strumenti di controllo. Per questo motivo, Bettelheim è molto critico nei confronti del modello precedente che "manipolava" i lavoratori con premi (Bettelheim (1973, p. 23).

La "politica al posto di comando" era un'espressione per designare l'organizzazione alternativa della fabbrica in relazione al suo modello normale all'interno della logica capitalista. Nell’organizzazione industriale in linea con la Rivoluzione Culturale, l’industria manifatturiera non è conforme al modello di generazione del profitto, ma a un modello politicamente predeterminato, in un programma che ha dato all'unità produttiva una funzione specifica all'interno dell'economia sociale totale. La "politica" come controllore dell'"economico" significava l'applicazione della Carta di Anshan, vale a dire il rafforzamento della leadership del Partito sui quadri tecnici e dei lavoratori organizzati in questa struttura economica politicamente costruita (Bettelheim (1973, p. 22).
La relazione tra le due componenti del lavoro (intellettuale e manuale) è anche descritta in modo comparativo tra il "prima" e il "dopo" Rivoluzione Culturale. Dalle interviste, Bettelheim conclude che fino alla metà degli anni '60 la separazione tra direzione ed esecuzione era più chiara. Uno degli intervistati, un direttore di fabbrica, riferisce di aver attraversato un processo di apprendimento che esemplifica bene qual è stato lo "scuotimento culturale" all'interno delle unità produttive. Nelle varie situazioni decisionali emerse nella vita quotidiana della produzione industriale, tutti i soggetti coinvolti, di tutte le funzioni, si sono incontrati per trovare una via d'uscita. Il direttore ha riferito che più di qualcuno si metteva in opposizione alle masse in questi momenti, più le critiche erano dirette dai dazibao. Molti direttori hanno cercato di mettere "l'economia al posto di comando" e sono stati duramente criticati dalle masse di lavoratori. La pratica della linea revisionista, che cercava ancora di adattare la fabbrica alla logica del mercato, generava un ambiente di costante tensione. Nell’esposizione di Bettelheim è evidente che la Rivoluzione Culturale mirava anche all'eliminazione di elementi che seguivano questa linea.

Per quanto riguarda il processo educativo in corso, Bettelheim sottolinea un importante aspetto problematico, che sono i gruppi che fanno parte della cosiddetta "ultra-sinistra" (Bettelheim (1973, nota 7, p. 25). La valutazione critica di Bettelheim sulla linea di "ultra-sinistra" può essere presentata come segue: nel processo di risoluzione dei problemi da parte delle riunioni locali, ci sono stati fallimenti della Rivoluzione Culturale che hanno causato una perdita di energia rivoluzionaria. Ad esempio, in diverse situazioni, un membro del gruppo che aveva commesso una sorta di errore (nello svolgimento del suo compito, nella trasmissione di informazioni, ecc.) è stato perseguitato politicamente. Ciò sembra comprensibile quando si ammette che elementi opposti coesistono nelle fabbriche in relazione al processo di costruzione socialista. Tuttavia, identificare questi elementi non è un compito semplice. L'errore può avere un'origine tecnica piuttosto che politica. Cioè, la persona responsabile dell'errore, in certe occasioni, non aveva intenzione di sabotare per sostenere la posizione politica della Reazione.

Il consiglio, composto da impiegati che svolgono un lavoro complesso, come ingegneria e pianificazione, contiene entrambi gli elementi politici (capitalista e socialista). Tuttavia, quando è stato commesso un errore, avviene una valutazione a volte troppo frettolosa, che attribuisce la "colpa" dell'errore a una presunta posizione controrivoluzionaria. Bettelheim afferma, tuttavia, che molti errori non hanno avuto origine dalla posizione capitalista, ma da un ambito puramente tecnico. Sfortunatamente, questa distinzione non può sempre essere fatta, il che ha portato alla netta rieducazione e all'umiliazione anche nei casi in cui la materia sbagliata era ideologicamente allineata con l'attuale rivoluzione socialista. Questo problema è stato discusso in dettaglio nella postfazione a “La Rivoluzione Culturale e l'organizzazione industriale in Cina” e nello scambio di lettere con Neil Burton contenute nel libro “La Cina dopo Mao”.
Per quanto riguarda il processo di rieducazione o apprendimento promosso dalla Rivoluzione Culturale, dalle note di Bettelheim si può dedurre che la tradizionale forma di divisione tra gestione ed esecuzione è stata sostituita da una maggiore partecipazione attiva dei lavoratori attraverso gruppi che sostituiscono la squadra locale del Partito nella fabbrica. Si è verificato quanto segue: parallelamente al Comitato del Partito nelle fabbriche, che corrispondeva al legame con la pianificazione centrale dell'economia, i lavoratori hanno creato gruppi di gestione autonomi. Questi ultimi sono chiamati gruppi di gestione dei lavoratori. Alcuni elementi del Partito cercano di evitare questo processo, perché interpretano questa dinamica di trasformazioni come una perdita del controllo del Partito sul sistema politico ed economico.
Bettelheim sostiene che una delle funzioni dei gruppi di gestione dei lavoratori era quella di incoraggiare il dialogo con i membri del Partito per portare loro la rivoluzione ideologica (Bettelheim, 1973, p. 28, 29). Qui si può vedere l'audacia della proposta di trasformazione culturale nel corpo della società cinese: la base di lavoro fungerebbe da educatrice dei membri del Partito, è chiaro che questa attività tenderebbe a dissipare il mito secondo cui solo i membri ufficiali del Partito sono i veri custodi e interpreti del marxismo-leninismo. Una tale illusione autoritaria ha posto il funzionario del Partito al di sopra delle masse, ed è proprio contro questo che il processo della Rivoluzione Culturale stava agendo secondo Bettelheim. A questo punto, si comprende come la fabbrica abbia concentrato feroci contraddizioni, poiché sebbene i gruppi di gestione dovessero essere sotto la guida ideologica e politica del Partito, i conflitti che si sono verificati in ogni momento dovrebbero essere risolti con il dibattito.
Secondo Bettelheim, per aiutare i gruppi dirigenti dei lavoratori nella loro interazione con il Partito c'erano le Guardie Rosse, composte dalla massa di giovani guidati dal Libretto Rosso di Mao Zedong. La loro funzione, oltre a esercitare il controllo ideologico generale nell'unità sotto osservazione, era di provvedere affinché i gruppi di gestione dei lavoratori non si allontanassero dalle masse. Bettelheim porta esempi di una fabbrica di tappi per illustrare questo aspetto della Rivoluzione Culturale nell'unità produttiva: una delle persone responsabili di un laboratorio stava solo pensando alla produzione. Non si preoccupava delle altre condizioni di lavoro. Gli operai hanno quindi cercato di attirare la sua attenzione, ma non ci sono stati cambiamenti nel comportamento. Di conseguenza, è stato deciso di criticarlo pubblicamente tramite l'altoparlante. Il funzionario si sentì imbarazzato e parlò con gli operai, che cercarono quindi di educarlo politicamente. Il vincolo pubblico era una delle principali manovre utilizzate per allineare la condotta individuale errata con l'insieme dell'azione collettiva organizzata.
Un altro caso citato da Bettelheim fu quello di un quadro del Partito (segretario) inserito in un’officina. Gli operai erano insoddisfatti della sua posizione su diversi aspetti e lo chiamarono al dibattito. Il quadro era imbarazzato ed è entrato in un processo di discussione, che possiamo interpretare come un processo di guarigione dei singoli problemi psicologici. L'umiliazione, prima che attraverso il gruppo, passa attraverso i dazibao, quando si trattava di espandere il pubblico. Le critiche dovrebbero sempre essere iniziative collettive, cioè non erano attacchi individuali - sebbene la linea di estrema-sinistra non seguisse questa "buona pratica" dell'educazione comunista, come vedremo alla fine. Uno dei metodi adottati dalla Rivoluzione Culturale era quindi quello di gettare il potere del vincolo sociale attraverso la critica pubblica delle masse. Le critiche erano tanto più pubbliche quanto più alto era il grado della persona nella gerarchia. Anche un semplice lavoratore è stato criticato, ma in privato, in un processo di educazione e politicizzazione coerente con la sua posizione nella gerarchia politica.
In questo senso, sulla base delle osservazioni e delle analisi di Bettelheim (1973), è possibile affermare che durante la Rivoluzione Culturale c'è stato anche un processo di rieducazione delle persone che svolgono lavori di gestione. La Scuola del 7 Maggio, ad esempio, era uno spazio in cui questi direttori erano soggetti alla realtà quotidiana del lavoro manuale mentre svolgevano studi sulle teorie di Marx e Lenin. Lì, è stata costruita un'intera struttura abitativa per vivere in condizioni di lavoro semplici, vale a dire il lavoro che qualsiasi adulto in buona salute potrebbe svolgere con la propria forza-lavoro. Prima della Rivoluzione Culturale, esisteva già un processo di rieducazione attraverso il lavoro, ma ora, come nell'esempio di questa scuola, il lavoro manuale viene svolto in stretta connessione con il lavoro ideologico e di studio. In breve, Bettelheim osserva che, all'interno della fabbrica, il controllo più importante viene dal basso, ma che esiste anche un controllo complementare dall'alto, un controllo politico esercitato dal comitato del Partito.

Pianificazione industriale e decentralizzazione delle politiche al posto di comando

In Cina, osserva Bettelheim, esistono due forme di proprietà sociale, che classifica come proprietà statale e proprietà collettiva. Mentre la proprietà collettiva si riferisce a gruppi ristretti di lavoratori, la proprietà statale comprende l'intero popolo cinese come proprietari attraverso il controllo ufficiale dello Stato o militare. La prima forma di proprietà potrebbe essere convertita nella seconda se raggiungesse una scala sufficiente per essere integrata nel piano globale di industrializzazione cinese.
Nel mezzo di acuti sforzi per promuovere lo sviluppo delle forze produttive, sono state create innumerevoli piccole unità di produzione per comporre il corpo di quella che dovrebbe essere la grande industria. Le fabbriche di strada, come vengono chiamate nel libro, esistevano dal Grande Balzo in Avanti, ma la Rivoluzione Culturale diede un nuovo impulso alla proliferazione di queste "caldaie in campi precari". Quasi tutte queste piccole unità sono state create da casalinghe e hanno svolto varie funzioni come riparazioni e cucito per la popolazione locale. Se una di queste fabbriche cresceva fino a un certo punto, veniva integrata come proprietà statale e faceva parte del piano economico nazionale. Questo punto era la consacrazione del lavoro locale e l'assorbimento dello sforzo per coordinare la produzione e la distribuzione totale.
Bettelheim afferma che la pianificazione sovietica era basata su un modello di decentralizzazione distinto dal modello cinese. In Cina, il potere spetta ai lavoratori, mentre in URSS spetta ai dirigenti delle fabbriche, che sono in gran parte guidati dalla logica del profitto. Bettelheim (1973, p. 66) risolve l'intero problema dell'efficienza del piano affermando che la pianificazione attorno a ordini imperativi e dettagliati provoca il fallimento della riproduzione materiale consapevole, qualcosa che la Rivoluzione Culturale ha evitato stimolando l'azione di adattamento individuale dal basso verso l'alto. Il termine usato dai cinesi per caratterizzare il loro modello di pianificazione è "pianificazione unificata" la cui principale caratteristica è l'unificazione politica. Questa unità è raggiunta dai seguenti principi: porre la politica al posto di comando (non l'economia), fare affidamento sulle iniziative delle masse e utilizzare e sviluppare industrie avanzate in combinazione con quelle tradizionali. Il movimento per fare affidamento su entrambe le nuove tecnologie impiegate in strutture di produzione grandi e sofisticate e sulle tecniche di produzione manuali e manifatturiere è stato definito "camminare su entrambe le gambe".
Secondo Bettelheim, il modello cinese di pianificazione economica è chiaramente più flessibile della rigida esperienza di pianificazione centrale adottata nell'industrializzazione dell'URSS. È curioso notare che, nonostante abbia una profonda conoscenza teorica dei problemi del rapporto tra piano e mercato, Bettelheim non sviluppa adeguatamente qui la sfida concreta della transizione verso un'economia senza proprietà privata.
La pianificazione cinese ha quindi le sue caratteristiche che la differenziano dallo standard sovietico. La differenza principale è lo sforzo, esplicito nella Rivoluzione Culturale, di strutturare il piano economico con il massimo supporto da parte delle masse (Bettelheim, 1973, p. 71). L'idea è che la definizione del programma non diventi l'argomento esclusivo di specialisti e tecnici, ma piuttosto un problema politico che coinvolge quante più persone possibile.
Sulla base dell'esempio della fabbrica di tappi (Bettelheim, 1973, p. 73), la logica del piano cinese è delineata come segue: i coefficienti tecnici di produzione sono stimati localmente in base all'esperienza, ottenendo così una nozione di quantità e qualità dell'offerta potenziale. I dipartimenti commerciali inviano gruppi allo stabilimento per informare la situazione del mercato, cioè la struttura della domanda. I lavoratori vanno anche direttamente sul mercato per ottenere informazioni su richiesta, quindi discutono per decidere il piano di produzione. A ciò si aggiunge l'organismo di pianificazione centrale, che effettua calcoli per determinare il bilancio generale e fissa gli indici guida definitivi per i prezzi consultando la fabbrica. Bettelheim spiega in modo molto superficiale il funzionamento pratico del calcolo economico in atto in Cina, senza esaminare il meccanismo di controllo dei prezzi. Per quanto riguarda la formalità del programma di sostituzione del mercato, Bettelheim sottolinea che non sarebbe opportuno basarsi esclusivamente sul modello centrale per la definizione delle relazioni di scambio tra i vari prodotti nell'economia, poiché il potenziale di aggiustamento da parte dei lavoratori è spesso maggiore seguendo la linea dettata dalla pianificazione dell'entità centrale.

In altre parole, si può dire che i cinesi si sono resi conto che non ha senso lasciare la condotta del piano nelle mani di esperti. Alcuni casi riportano che alcuni obiettivi di produzione non sarebbero stati raggiunti e che la decisione degli esperti sarebbe stata quella di ridurre l'obiettivo in modo da soddisfare il piano. Tuttavia, ci sono stati casi in cui i lavoratori sono diventati consapevoli della non conformità con gli obiettivi e hanno sviluppato soluzioni creative inimmaginabili all'interno dell'alta struttura gerarchica del piano. Questo aspetto spontaneo, che emerge dalla base, è stato estremamente efficace nel superare i problemi che la linea guida centrale non sarebbe stata in grado di risolvere in modo tempestivo. È in questo senso che Bettelheim ricorda il motto: "è più importante fare affidamento sulle iniziative delle masse piuttosto che sulle regole del calcolo" (1973, p. 80).
La circolazione dei prodotti seguì la pianificazione commerciale dello Stato. In altre parole, la distribuzione dei prodotti non è avvenuta secondo lo standard del libero mercato, ma all'interno di una linea prestabilita del rapporto tra le unità produttive e le deliberazioni di consegna del prodotto ai singoli consumatori. Questo è stato importante per evitare la diffusione degli scambi al di fuori della pianificazione, e da lì vediamo come lo sforzo per controllare la legge del valore richiede costanti manovre per riconoscere gli effetti delle leggi del mercato. Bettelheim sostiene che i prezzi sono determinati dalla linea politica, o meglio, la produzione segue il comando della politica e non il profitto: sono fissati in base ai costi determinati dalla struttura tecnica costruita con l'obiettivo politico di soddisfare quella domanda che corrisponde all'"interesse della nazione".
I prezzi al consumo sono guidati come segue: per i beni di base non vi è alcun profitto. Lo Stato copre la perdita nelle regioni con difficoltà nell'abbassare i prezzi di queste voci. Le forniture sanitarie sono vendute al prezzo di costo, mentre alcuni articoli sono distribuiti liberamente, come i contraccettivi. Gli articoli più sofisticati includono la formazione del profitto. I prodotti concatenati, ovvero i beni di produzione che assistono ed espandono la produzione seguono quello che Bettelheim chiama il "prezzo storico" e, in questo caso, il profitto va al fondo di accumulazione sociale. Questo si riferisce al surplus sotto il controllo della società cinese che viene utilizzato per espandere l'economia nel progetto di industrializzazione.
È importante ricordare che Bettelheim sembra ignorare i problemi del calcolo economico affermando che i prezzi non seguono i calcoli monetari. Bettelheim conosceva e partecipava al dibattito sul calcolo economico socialista, ma non sviluppa qui tutte le minuzie della transizione dal calcolo capitalista al calcolo senza proprietà privata come ha fatto in altre occasioni (Bettelheim (1965), (1968) e (1970)). La sua presentazione segue quindi uno sviluppo intuitivo in modo che le caratteristiche generali dell'industria cinese siano evidenti e si veda la particolarità della Cina rispetto al caso dell'URSS.
Vi furono anche altre iniziative di base che aiutarono ad affrontare i problemi economici. Ad esempio, la cooperazione socialista tra fabbriche ha permesso di combattere l'inquinamento e lo sviluppo della qualità dei prodotti attraverso una stretta comunicazione tra il produttore e l'utente. Si può vedere che buona parte della produzione è adeguata alla domanda e non viceversa. E qui Bettelheim enuncia - forse in un'esaltazione leggermente frettolosa - una contraddizione, affermando che in Cina la produzione è diretta verso il valore d'uso e non verso il valore. Questa differenza fondamentale tra la Cina e l'economia capitalista suppone che tutti quei radicali cambiamenti sociali nella Rivoluzione Culturale stavano entrando in vigore.

Bettelheim conclude a questo punto che, diversamente da quanto sostengono alcune correnti marxiste, le trasformazioni dei rapporti di produzione non sono spontanee, non derivano automaticamente dallo sviluppo delle forze produttive. Non vi è alcuna transizione meccanica automatica a questa situazione di porre il valore d'uso come riferimento per la produzione o di stabilire la politica al posto di comando dell'economia. Secondo Bettelheim, questo è il punto essenziale per comprendere la Rivoluzione Culturale: è un evento che genera trasformazioni che iniziano dal ruolo attivo dei lavoratori nel rimodellamento di tutti i rapporti sociali di produzione esistenti. Questo ruolo attivo delle masse richiederebbe tuttavia la guida di un partito rivoluzionario, in modo che il flusso sia portato consapevolmente verso la costruzione dell'economia comunista.

L'uso politico della scienza nella divisione del lavoro

A questo punto l'analisi della transizione tra i modi di produzione diventa più densa. Per Bettelheim, durante la Rivoluzione Culturale, era in corso una configurazione delle relazioni sociali di produzione alla base dell'organizzazione sociale ed economica del socialismo. Uno dei componenti principali di questa posizione è la direzione e l'esecuzione del lavoro nelle unità da parte delle masse, cioè la riduzione della disparità gerarchica tra lavoro di pianificazione e lavoro manuale. A suo avviso, lo schema autoritario di leadership da parte di una minoranza e l'esecuzione da parte della maggioranza stava cedendo il passo a una nuova configurazione di relazioni sociali, necessaria per condurre la produzione e la distribuzione secondo il regime politico istituito nel 1949.

Nel 1960 Mao Zedong scrisse un testo analizzando la Carta di Anshan, dove criticava la selezione dei direttori di fabbrica dall'alto, cioè solo tra manager specializzati. La Carta è un documento sulla gestione socialista delle aziende e, come detto, afferma che la politica deve essere messa al comando. La sua argomentazione centrale è che ci deve essere una fusione tra due cose precedentemente separate: da un lato, il personale tecnico e i dirigenti devono svolgere lavori manuali e, dall'altro, i lavoratori devono svolgere compiti di gestione e direzione.
Ci vollero otto anni perché i principi della Carta entrassero effettivamente in pratica in alcune unità produttive, a causa della resistenza contro l'approfondimento della rivoluzione nell'economia (Bettelheim, 1973, p. 95). È in questo senso che può essere stabilita la relazione tra il fenomeno della Rivoluzione Culturale e l'economia cinese. La Rivoluzione Culturale fu un processo in cui furono fatti tentativi di unire lavoro manuale e di gestione, per generalizzare questa pratica, che non si sarebbe stabilita spontaneamente all'interno delle fabbriche. Da qui la forza attiva e soggettiva della Rivoluzione Culturale, così come il suo carattere estremamente progressivo agli occhi di Bettelheim.

In opposizione alla Carta di Anshan, c'era un'altra tendenza, rappresentata principalmente da Liu Shaoqi. Secondo Bettelheim, erano sostenitori della via capitalista che seguivano i principi di organizzazione industriale simili a quelli dell'URSS, indicati come "Carta di Magnitogorsk", che indica, di fatto, il modello organizzativo di un'unità di produzione secondo il modello sovietico degli anni ‘30 e ‘40, la Società mineraria e siderurgica di Magnitogorsk. Bettelheim sottolinea un problema complesso nel fare un confronto tra la Cina e il modello economico del resto del campo socialista: il sistema di gestione sovietico, al fine di aggirare i problemi generali della pianificazione economica come sostituto del mercato, ha adottato l'autorità assoluta del direttore di fabbrica, utilizzava incentivi materiali e fondava l'organizzazione tecnica della produzione sulla gestione da parte di esperti borghesi (ingegneri educati al capitalismo e alla logica del profitto). Nel caso dell'URSS, il percorso dei singoli incentivi materiali era stato adottato dapprima poco dopo la Rivoluzione d’Ottobre, durante il Comunismo di guerra, e poi, in un'altra forma, durante la NEP. Negli anni seguenti dell'industrializzazione mediante piani quinquennali, questo sistema è stato consolidato.

In pratica, ciò che si cercava di fare era usare la legge del valore a favore del macro progetto per cambiare la struttura produttiva della nazione. Secondo Bettelheim (p. 98), lo stesso Lenin difese questo modello di gestione nel 1918 a causa delle condizioni oggettive dell'epoca. Il gruppo critico di questo modello all'interno del Partito Bolscevico esisteva, ma sarebbe sempre stato una minoranza.
Lenin sapeva che mettere gli esperti in posti di comando non era in linea con il socialismo, ma ha concluso che un tale male era necessario a causa delle circostanze storiche. Alcune misure della NEP furono quindi intese come una battuta d'arresto strategica per l'ulteriore progresso nelle trasformazioni dei rapporti sociali di produzione. Ed è proprio qui che Bettelheim, forte dell'accumulazione storica tra la partenza del Comunismo di guerra e gli anni '70, si discosta dal leninismo sovietico e si oppone all'idea che sia necessario sviluppare prima le forze produttive in modo che, successivamente, si raggiungano le relazioni sociali desiderate. Questo perché "I fatti mostrano che questo passo indietro non è mai stato seguito da un passo in avanti" (Bettelheim, 1973, p. 99).

Lenin credeva che l'URSS potesse apprendere e incorporare i metodi degli esperti della produzione nel capitalismo, come il taylorismo e la pianificazione della produzione e del lavoro su larga scala senza essere contaminati dalla logica del profitto. Tuttavia, Bettelheim difende la tesi secondo cui l'uso di questo modello non è stato provvisorio, ma definitivo, il che ha reso impossibile il progresso del socialismo in URSS. La controversia tra Bettelheim e il suggerimento di Lenin di appropriarsi delle tecniche avanzate del capitalismo porta a discussioni tra le strutture di comando gerarchiche e quelle basate sulla spontaneità della base. Lenin aveva spiegato che nei momenti critici del processo rivoluzionario era necessario che le masse disciplinate obbedissero alla sola direzione in modo che il flusso della rivoluzione socialista non fosse diluito e disperso. Questa sottomissione del movimento alle avanguardie assomiglierebbe alla delicata direzione di un direttore d'orchestra, poiché Bettelheim si riferisce all'analogia stessa di Lenin.

L'intero problema è che, secondo Bettelheim, questa direzione unica, se adottata per superare un ostacolo in un determinato momento, non viene più abbandonata. Non appena il movimento si allineerà con la leadership al vertice, non tornerà più alle sue origini di iniziativa veramente laboriosa. È importante sottolineare che Bettelheim non respinge in nessun momento l'esperienza della rivoluzione russa e quella della costruzione dell'URSS. Il fatto su cui vuole attirare l'attenzione è che, dopo aver controllato il movimento del Partito per risolvere le sfide che richiedono unità e disciplina, sono necessarie azioni concrete per riportare questa organizzazione al livello della spontaneità di base. Di per sé, il movimento non annulla la struttura gerarchica alienante e dominante che era richiesta al momento della lotta acuta. A questo punto, Bettelheim crede di seguire Mao Zedong quando elabora questa interpretazione su Lenin e sull'URSS.

Nella sua valutazione, la Cina alla fine degli anni '60 avanzò rispetto all'URSS superando la separazione tra lavoratore ed ingegnere (Bettelheim, 1973, p.104). La Rivoluzione Culturale ha sostenuto, ad esempio, la tripla unione (di quadri, tecnici e operai) per risolvere problemi tecnici. Gli ingegneri allo stesso tempo dovevano svolgere un lavoro manuale, in un processo di apprendimento reciproco a tutti i livelli di lavoro nelle unità di produzione.
Il processo di educazione degli ingegneri e del lavoro qualificato in generale stava iniziando ad avere un nuovo fine: acquisire conoscenze per servire il popolo e non valorizzarsi individualmente a discapito del resto della popolazione. Le conoscenze e la scienza assimilate in questo tipo di formazione dovrebbero essere messe al servizio del popolo. 
Era inutile avere solo la padronanza della tecnica per la propria formazione e per raggiungere posizioni di potere più elevate. Era necessario usare la conoscenza nell'interesse del popolo.
Qui possiamo vedere come sembrava che non esistesse solo il criterio della padronanza della tecnica come modo per ascendere alla gerarchia, che è un altro modo di capire cosa significhi mettere la politica al comando. Tutto dipende dagli interessi di classe. Al fine di contribuire alla costruzione del socialismo, era necessario disporre di un dominio tecnico e scientifico elevato e, allo stesso tempo, metterlo completamente al servizio degli interessi della classe lavoratrice. Anche qualcuno con scarsa padronanza tecnica, ma che mette tutto questo al servizio del popolo, sarà in grado di salire nella gerarchia rispetto a uno scienziato con un'elevata conoscenza tecnica ma ambiguo rispetto al suo ruolo nella lotta di classe. Questo è il motivo per cui l'educazione liberatrice delle masse era così importante, così come l'appropriazione della tecnica per gestirla secondo i propri interessi.
La lotta dei lavoratori per il dominio collettivo delle scienze e delle tecniche è un momento di grande rilevanza per la transizione. Bettelheim (1973, p. 106) ricorda che nel capitalismo, come in tutte le società di classe, esiste una separazione tra teoria e pratica. Quindi, da un lato, le conoscenze teoriche si accumulano nelle mani di tecnici, studiosi e insegnanti, mentre dall'altro lato l'esperienza pratica si accumula nelle mani dei lavoratori manuali. Il risultato di ciò è che le scienze sono separate dai problemi concreti che la popolazione lavoratrice deve affrontare. Nelle società di classe, tutta la conoscenza è messa a disposizione per il mantenimento del dominio e dell'alienazione.

Bettelheim sottolinea che uno degli effetti di questa separazione tra attività intellettuale e manuale è il conservatorismo della tecnica. Si forma un'illusione del primato della teoria nelle società di classe, come se la pratica non fosse una delle metà dell'unità dialettica della trasformazione cosciente. C'è un chiaro collegamento qui con ciò che dice Mao sulla pratica. La Rivoluzione Culturale ha mostrato che molti suggerimenti per il miglioramento fatti dai lavoratori sono stati respinti da scienziati, ingegneri e direttori, in contrasto con ciò che era stato loro insegnato. Questo tipo di resistenza blocca sistematicamente l'uso politico della scienza da parte della classe lavoratrice e, inoltre, il progresso della tecnica. Alle forze produttive viene impedito di migliorare a causa di un ostacolo strettamente sociale, a dimostrazione del fatto che hanno incontrato il limite dell'avanzamento scientifico che la borghesia può offrire. La concezione borghese del mondo, in particolare per quanto riguarda il rapporto tra teoria e pratica, contraddice l'avanzata delle forze produttive.
È in questo senso che la Rivoluzione Culturale è intesa come promozione del primato della pratica: l'equilibrio tra le due parti dell'unità non è stato ancora raggiunto. Ciò ha causato una serie di trasformazioni che non potevano ancora essere assimilate dalla teoria, ma che già esistono in pratica. Bettelheim, scrivendo nei primi anni '70, fornisce il curioso esempio dell’agopuntura in medicina come un modo per spiegare il "sorprendente vantaggio della pratica sulla teoria". Oggi è noto che l'agopuntura è diventata popolare in Occidente senza che la medicina tradizionale fosse in grado di teorizzare tale pratica, illustrando concretamente uno dei limiti assoluti della scienza della salute sotto il comando politico capitalista.

La tripla unione (quadri, tecnici e operai) estrae tutto il suo potenziale dalle macchine, poiché lo strumento viene modificato, testato e alterato secondo necessità. Il controllo sui mezzi di produzione viene ripreso nel processo di fusione delle attività di gestione ed esecuzione. La trasformazione socialista tende ad eliminare la separazione tra attività scientifiche / tecniche e attività produttive.

In questo modo, come spiega Bettelheim, le innovazioni nel socialismo non sarebbero nate dalla subordinazione all'obiettivo della valorizzazione, ma dalla consapevolezza collettiva dell'uso della scienza per migliorare la vita di tutti i lavoratori. Ciò provoca molte differenze nella logica del progresso tecnico a cui siamo abituati nel capitalismo.Ad esempio, le masse partecipano ai processi di creazione della tecnologia, inclusi nell'insieme di pratiche che hanno integrato la linea di massa (Bettelheim, 1973, p. 109). La linea di massa svolge un ruolo fondamentale nella lotta dei lavoratori per il dominio collettivo di scienza e tecnologia. Secondo Bettelheim, è qui che si trova la vera rivoluzione scientifica del nostro tempo, poiché rende popolare la partecipazione alla creazione della tecnologia, liberando forze produttive irraggiungibili sotto la logica del capitale.
Questo è un nuovo tipo di progresso tecnico, che corrisponde allo sviluppo socialista delle forze produttive. Quali sono le sue caratteristiche?

1. L'accumulazione precedente era ancora necessaria, ma non era più il fattore decisivo per la gestione dei mezzi di produzione. Questo perché i lavoratori hanno già messo in moto i cambiamenti tecnici nella produzione, in modo adeguato alle decisioni di utilizzo del prodotto, nella divisione tra consumo e investimento. Le ristrutturazioni e le innovazioni provenienti dalla base sarebbero state realizzate contemporaneamente all'accumulo di capitale. Qui, il lavoro vivente è il fattore dominante sul lavoro morto, a differenza di ciò che accade nel capitalismo. La relazione tra i settori I (mezzi di produzione) e II (mezzi di consumo) è profondamente modificata, poiché prima tutto ruotava in modo incontrollato attorno al settore I, a causa della logica della valutazione del valore.

2. La nascita e l'espansione delle piccole e medie imprese sono state possibili parallelamente a progetti che richiedevano economie di scala. La redditività economica di queste unità produttive era dovuta alla natura socialista della produzione, che non richiedeva parità di tassi di rendimento per le diverse unità economiche. Le forme legali sono varie per integrare le unità più piccole nel sistema, al fine di soddisfare le esigenze specifiche. Parte delle iniziative sono masse di lavoratori locali che rimangono nelle loro regioni.

3. Sono state lanciate una serie di misure per eliminare le disparità tra città e campagna. C'è uno sforzo notevole per spostare le popolazioni concentrata nei centri urbani nelle aree rurali. La campagna è integrata nel sistema produttivo nazionale in modo simile alle unità di produzione industriale, ovvero le piccole cooperative rurali sono associate a cooperative più grandi, mitigando la sproporzione politica tra campagna e città. In effetti, Bettelheim evidenzia quale potrebbe essere la particolarità dell'industrializzazione cinese:

"In Cina, l'attuale industrializzazione è accompagnata, ed è senza dubbio la prima volta al mondo che questo è accaduto, da un movimento di de-urbanizzazione, almeno in città molto grandi (...)" (1973, p. 117).

Ciò consente la formazione di una nuova idea di avanguardia rivoluzionaria, molto diversa da quella che prevalse dalla nascita del movimento socialista in Europa e si estese alla Russia: i contadini potevano mettere in discussione il dominio delle città nell'organizzazione sociale e prendere coscienza della loro partecipazione al processo di costruzione del socialismo (Bettelheim, 1973, p.117). Il Grande Balzo in Avanti aveva già cercato di avviare questo cambiamento ideologico dando al contadino la capacità di collaborare con il processo di produzione industriale in collaborazione con i lavoratori della città. Questa è una delle caratteristiche sorprendenti che separano la Cina dai precedenti eventi rivoluzionari nel mondo.

La lotta ideologica durante la transizione dal capitalismo al comunismo

Nella parte finale di “L'organizzazione industriale in Cina e la Rivoluzione Culturale”, Bettelheim conclude con alcune idee e interazioni tra le forze produttive e i rapporti sociali di produzione, comprendendo il concetto di rivoluzione come momento di trasformazione della società nel passaggio da un modo di produzione ad un altro. In opposizione al meccanismo, erroneamente attribuito a Marx ed Engels, Bettelheim sottolinea che i rapporti sociali di produzione non sono "assolutamente legati" alle forze produttive, ma contengono un elemento creativo che consente il loro dominio e la loro modifica. Cioè, per Bettelheim, le forze produttive non determinano mai direttamente i rapporti di produzione.
Il punto principale sollevato da Bettelheim in questa conclusione è l'aspetto politico del controllo sullo sviluppo delle forze produttive. Per lui, la lotta per il socialismo non può essere guidata da uno "sviluppo delle forze produttive" come se fosse un processo vuoto o non politico, poiché questo sviluppo è strettamente legato agli interessi di classe (Bettelheim, 1973, p. 122). In astratto, sarebbe possibile parlare dell'aumento del livello qualitativo e quantitativo dei mezzi di produzione in base alla relazione tra input e prodotto di un valore d'uso specifico, che non è altro che un indicatore di produttività. Tuttavia, quando si pensa alla produttività, la classe lavoratrice è già coinvolta, nel senso di un'economia del lavoro umano per far avanzare la tecnica. Tuttavia, questo progresso, considerando la prospettiva di coloro che lavorano, non può contrapporsi all'interesse economico e politico della classe lavoratrice. Per questo motivo, e in modo che lo sviluppo delle forze produttive non sia mai concepito senza metterlo in relazione con la lotta di classe, Bettelheim sottolinea la necessità di collegare sempre il "progresso tecnico" alla posizione del soggetto nel processo di produzione.

Anche quando il potere politico viene tolto dalle mani della borghesia, i rapporti di produzione capitalisti possono continuare a riprodursi. Pertanto, potrebbe esserci un periodo in cui la borghesia non ha il controllo politico, ma la logica del capitale continua a governare la struttura economica della società. Questo periodo sarebbe il socialismo, la fase di transizione dal capitalismo al comunismo. Bettelheim sottolinea che si tratta di un passaggio che richiede tempo e ricorda la controversia nell'URSS, dove negli anni '30 si pensava che la costruzione del socialismo fosse finita. Questo punto di vista fu diffuso principalmente dal Manuale di economia politica dell'URSS e dai testi di Stalin del 1936, secondo Bettelheim.
Questo ragionamento secondo cui il capitale continua a dominare l'economia di una società che ha portato a termine la rivoluzione socialista iniziale è sviluppato in profondità da Bettelheim in “Le lotte di classe in Unione Sovietica”(Bettelheim, 1974). La sua tesi è che la lotta di classe persiste dopo la conquista politica dello Stato da parte dell'organismo organizzato del movimento socialista locale / nazionale, in altre parole: il nuovo regime non rappresenterebbe ancora una vittoria finale per la classe operaia sull'oppressione e l'alienazione che è al centro del rapporto sociale delle merci. Nella sfera politica, il proletariato avrebbe vinto; a livello ideologico, questa vittoria sarebbe parziale; sulla base economica, ci sarebbe molto da fare per sopprimere gli effetti della logica della legge del valore e della proprietà privata. Pertanto, il processo di transizione inizia dal regno ideologico, dal quale scaturisce sistematicamente lo sforzo di sconfiggere la visione del mondo borghese (Bettelheim, 1973, p. 125).

Bettelheim attribuisce grande importanza alle sfere politiche e ideologiche come modi per combattere le idee economiche del mondo capitalista. Ancora una volta, si oppone all'idea della transizione automatica e difende l’opera pedagogica che la Cina sta costruendo, ricordando che durante la transizione è necessaria la leadership politica del Partito (Bettelheim, 1973, p. 127). Tuttavia, anche se le masse sostengono nominalmente il Partito, sono ancora sotto l'influenza dell'ideologia borghese per quanto riguarda le pratiche di produzione e distribuzione. In questo momento, ci sono casi in cui si privilegiano interessi parziali o individuali a scapito dell'interesse generale della rivoluzione. E qui, torniamo a quel controverso punto di unità di volontà in Lenin per il successo della rivoluzione. Bettelheim si era opposto a Lenin su questo punto, ma riconosce che Mao Zedong elabora la stessa idea in parole diverse perché, per lui, la Rivoluzione Culturale ha permesso di creare questo movimento di unificazione di piani, idee e azioni in un'azione collettiva organizzata di trasformazione interna che non era stato fatto in precedenza.

Ma è qui che troviamo l'avvertimento cruciale di Bettelheim sugli insegnamenti di Lenin e Mao Zedong come leader del processo rivoluzionario: questa unità di volontà non può essere imposta dall'esterno ai produttori immediati, poiché questo contrappone i singoli agenti al processo di costruzione del "Primato degli interessi collettivi sugli interessi individuali o privati" (Bettelheim, 1973, p. 128). La proprietà statale dei mezzi di produzione non è l'obiettivo di questi agenti, poiché non sono riconosciuti in questo stato. Senza che formulino il primato del collettivo sull'individuo dalla propria esperienza genuina e non dogmatica, che parte dall'interno verso l'esterno in un processo di politicizzazione del chiarimento della propria condizione mentre viene sfruttato sotto forma di merce, lo Stato socialista apparirà come minaccia per tutti, dominati dall'ideologia borghese. La dittatura del proletariato non è la conclusione del processo, ma una fase in cui il conflitto ideologico è estremamente feroce a causa dell'ampia coesistenza delle due logiche: il capitalista e il comunista. Viene quindi raggiunto un punto critico: il salto verso il processo di eliminazione dello Stato sotto il proletariato, cioè dalla dittatura del proletariato alla spirale verso il comunismo non primitivo, richiede uno sforzo per respingere tutta l'ideologia non proletaria (Bettelheim, 1973, p. 129). Tutto lo sforzo è diretto alla creazione di un'unità super-strutturale per il collettivo che lascia alle spalle le vecchie ideologie, inclusa quella borghese, che è più recente rispetto alle idee dell'Ancien Regime. Questo è un processo di intensa lotta e la Rivoluzione Culturale è stata una delle espressioni storiche concrete di ciò. Per Bettelheim, quindi, la Rivoluzione Culturale in Cina è solo la prima di una serie di trasformazioni che, se non realizzate, potrebbero riportare il paese alla logica del capitalismo (Bettelheim, 1973, p. 134).

L’estrema sinistra e la fine della Rivoluzione Culturale

Alcune parole finali all'opera furono aggiunte da Bettelheim dopo aver rivalutato il libro alla fine degli anni ‘70. In primo luogo, considera importante dire che la Rivoluzione Culturale non è avvenuta spontaneamente. L'azione delle masse ha avuto l'aiuto e la guida politica della linea rivoluzionaria di Mao Zedong e dei sostenitori di questa linea. È molto importante non dimenticare che l'ideologia borghese si sviluppa e rimane negli stessi lavoratori (Bettelheim, 1973, p. 139) - ciò richiederebbe una lotta tra la cosiddetta "linea borghese" e la "linea proletaria", che può diventare un problema se gli individui sono bloccati ovunque dalla propaganda politica.
In questo senso, è necessario considerare che la linea borghese penetra nel movimento comunista, generando un grande potenziale di confusione. Confusione che Bettelheim, nonostante i suoi sforzi, non spiega in tutti i suoi dettagli. Ad esempio, non vi è alcun modo di sapere con certezza se la difesa dello sviluppo delle forze produttive in modo che le trasformazioni sociali si verifichino in seguito, derivi dalla posizione politica di coloro che la difendono (elementi reazionari infiltrati) o dalla situazione oggettiva della bassa condizione tecnica dell'economia (vedasi la valutazione di Lenin in difesa della NEP).

Durante la Rivoluzione Culturale, anche la cosiddetta "estrema sinistra" era qualificata come parte della "linea borghese". L'"estrema sinistra" sarebbe caratterizzata da movimenti con obiettivi che al momento non potrebbero essere raggiunti, in una certa misura utopici. Sono stati caratterizzati da manifestazioni radicali a livello ideologico ma senza padronanza della teoria di Marx ed Engels, che potrebbe spiegare il legame tra determinazione soggettiva e oggettiva per raggiungere l'obiettivo del movimento comunista. L'"estrema sinistra" farebbe quindi critiche da un punto di vista personale, applicando umiliazione e punizione fisica (Bettelheim, 1973, p. 141). Bettelheim spiega che questa procedura è una linea borghese perché non educa scientificamente le persone a distinguere "la persona" dalla "struttura sociale" che la domina. Pertanto, le critiche personali confonderebbero le persone.

Attenzione: il sostenitore dell'"estrema sinistra" crede profondamente di lavorare per la rivoluzione socialista, ma agisce in modo aggressivo in maniera inconscia, allontanando le persone dal movimento. Ciò ha implicazioni negative, dal momento che molte persone non comprendono il processo rivoluzionario e fanno "errori". Queste persone vengono rimosse dal processo quando vengono umiliate dall'estrema sinistra. All'inizio della Rivoluzione Culturale, ad esempio, c'erano fazioni che volevano abbandonare i vecchi intellettuali invece di rieducarli (Bettelheim, 1973, p. 144). Per Bettelheim, il rapporto con gli intellettuali dovrebbe essere diverso, in modo che l'idea del socialismo possa espandersi in un modo che non allontani i lavoratori ancora dominati dall'ideologia borghese.
Il fallimento dell'"estrema sinistra", secondo Bettelheim, sarebbe la sostituzione della lotta ideologica tra le classi con attacchi personali. Ciò avrebbe creato criteri morali astratti, come l'egoismo, che è diventato un vero male da sconfiggere. Questa attenzione agli elementi morali incitava alla proliferazione di un socialismo idealista, al di fuori della teoria costruita da Marx ed Engels, che non cercavano di spiegare il capitalismo basandosi su una "natura umana", cioè su una filosofia scolastica scollegata dagli interessi contrastanti delle classi .
Bettelheim avvicina l’"estrema sinistra" all'anarchismo e a tutte le forme di socialismo borghese non marxista, accusandola di moltiplicare gli ostacoli alla vittoria della cosciente linea rivoluzionaria. La forza contro questi ostacoli sarebbe stata Mao Zedong, la cui guida ha aiutato ad affrontare questi problemi (Bettelheim, 1973, p. 151). L'aspetto reazionario dell'estrema sinistra fu infine eluso nel processo della Rivoluzione Culturale ideato da Mao. Dato che l'estrema sinistra stessa si considera la più progressista del movimento, non si tratta di affrontare il socialismo utopico con il marxismo, ma di aprire uno spazio concreto per l'istruzione reciproca in tutte le aree della base (lavoro, famiglia, scuola, ecc.). La linea dell’estrema sinistra ha sostenuto il sistema di incentivazione materiale con un'affermazione simile a quella dei ricardiani socialisti e dei sistemi salariali equi, spiegando un grave problema: la linea di estrema sinistra rende difficile per le masse accedere a studi approfonditi sul marxismo-leninismo.
Questo perché l’"estrema sinistra" diffuse dogmaticamente slogan socialisti, impedendo l'effettivo dominio della filosofia della prassi da parte delle masse (Bettelheim, 1973, p. 155). Mentre la Rivoluzione Culturale si svolgeva, l’"estrema sinistra” fu sconfitta e lo studio del marxismo-leninismo avanzò in Cina (Bettelheim, 1973, p. 157), nello stesso momento in cui gli intellettuali iniziarono a lavorare e gli operai iniziarono a studiare. (Bettelheim, 1973, p. 160). L'errore dell’estrema sinistra sarebbe stato l'empirismo, in quanto culmina nel dire che "tutte le idee delle masse sono giuste". Il conflitto acuto all'interno della Cina durante la Rivoluzione Culturale è delineato in queste considerazioni solo come un'aggiunta allo studio dell'organizzazione industriale del paese. In breve, l'estrema sinistra voleva liquidare quadri, intellettuali e la linea di Mao Zedong voleva rieducare ed espandere il marxismo tra i lavoratori in modo che le sfide oggettive della costruzione del socialismo fossero sistematicamente scoperte, e non solo quei blocchi ideologici. All'inizio della Rivoluzione Culturale, le linee rivoluzionarie (marxiste) e di estrema sinistra (utopiche) non si distinguevano, poiché si trattava di attaccare l'ideologia borghese allo scoperto. Ma mentre i lavoratori studiavano e si appropriavano del marxismo, la linea di estrema sinistra cadde. Allo stesso tempo, e ciò che può sembrare misterioso, Bettelheim ritiene che ci fu una controrivoluzione e che i progressi socialisti della Rivoluzione Culturale furono distrutti (Bettelheim [1973] 1979, p. 173). Questa controrivoluzione ha eliminato i quadri emersi dalle masse, anche fisicamente, rendendole passive di fronte alla svolta reazionaria.
Da allora, la Rivoluzione Culturale ha iniziato ad essere presentata nella storiografia ufficiale come qualcosa di estremamente negativo. L'idea di modernità ha catturato i desideri dei lavoratori e della Nuova Cina in questa fase di adattamento al capitalismo mondiale che ha reso il paese la più grande economia del mondo accanto agli Stati Uniti negli anni 2000.


Infine, qual è la valutazione di Bettelheim sulla Rivoluzione Culturale?

Per lui, è stato un episodio estremamente significativo nel processo di approfondimento delle trasformazioni sociali verso il socialismo. L'aspetto più importante in ambito economico è stato, sicuramente, la fusione tra la gestione separata e le attività di esecuzione. Il lavoro intellettuale e manuale si unirono, così come gli spazi fisici del potere della campagna e della città. Ciò permise un'unità tra teoria e pratica senza precedenti nella storia del movimento comunista, essendo questa, forse, la principale differenza tra le rivoluzioni precedenti (Comune di Parigi e Rivoluzione russa) e la Rivoluzione cinese, al tempo della Rivoluzione Culturale.
D'altra parte, lo scontro ideologico ha generato una corrente davanti alla leadership politica che, ad un certo punto, è stata soppressa dalla leadership ufficiale del Partito Comunista. Bettelheim ritiene che ciò sarebbe stato positivo, nel senso di ampliare lo studio del marxismo in Cina, che è, nel senso di decostruire il formato dogmatico della teoria, massificando il metodo e non il contenuto vuoto degli autori e leader politici. Ma chiarisce che questo fenomeno è anche legato allo smantellamento dei progressi realizzati con la Rivoluzione Culturale, qualcosa di estremamente negativo a suo avviso.
Questa opposizione è al centro del dibattito che Bettelheim stava avendo con Neil Burton e che lo ha spinto a dettagliare la sua interpretazione dell'esito della Rivoluzione Culturale nel 1978. Burton ritiene che se Bettelheim tornasse di nuovo in Cina avrebbe potuto verificare che non vi era alcuna controrivoluzione e che il processo di costruzione del socialismo continuava. Tuttavia, questo argomento non è stato sufficiente per alterare l'opinione di Bettelheim secondo cui la Cina ha abbandonato il percorso rivoluzionario.
Gli eventi dopo la morte di Mao Zedong nel 1976 turbarono profondamente Bettelheim, come riporta nella sua lettera di dimissioni dell'Associazione di amicizia franco-cinese (Bettelheim, 1978, p. 99). Per lui, i fatti innescati dalla morte di Mao mostrano che la Cina è andata fuori strada rispetto alla costruzione del socialismo. A suo avviso, ciò è dovuto principalmente all'uso di menzogne ​​e calunnie per diffamare e isolare politicamente il gruppo dei Quattro (Jiang Qing, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen), che avevano svolto un ruolo centrale nella conduzione della Rivoluzione Culturale. Per Bettelheim, tutte le accuse contro i Quattro esprimono un cambiamento politico di 180 gradi che si concluse con un colpo di stato nell'ottobre 1976 da parte di Hua Guofeng (Bettelheim, 1978, p. 12). Le analisi degli errori compiuti nel processo della Rivoluzione Culturale non sono state eseguite correttamente, causando un salto all'indietro e una negazione dell'intera metodologia di studio e valutazione storica della tradizione marxista. In questo senso, la Rivoluzione Culturale è stata respinta nel suo insieme, compresi i suoi più grandi progressi.

L'intera controversia sulla fine della Rivoluzione Culturale e gli eventi dopo la morte di Mao ruota attorno alla seguente domanda: questo ritiro dal processo di trasformazione sociale che era in pieno sviluppo è dovuto a (I) difficoltà tecniche o (II) all'organizzazione controrivoluzionaria politica e ideologica che ha messo la Cina sulla via del capitalismo? Per Bettelheim, il secondo punto è il più forte nella spiegazione obiettiva di ciò che è accaduto alla fine degli anni '70 (Bettelheim, 1978, p. 26, 52 e 67, 68) e che servirà come punto di partenza per valutare criticamente gli errori commessi dal Partito che ha portato alla sconfitta. Ciò significa che il movimento rivoluzionario in Cina è condannato al fallimento assoluto? No. Prima o poi il salvataggio della Rivoluzione Culturale da parte dei lavoratori cinesi nella loro lotta contro il Partito stesso come entità al di sopra del movimento deve aver luogo. Solo allora il socialismo entrerà a far parte del corso storico della rivoluzione cinese. Nel frattempo, Bettelheim si chiedeva alla fine degli anni '70, se non potessero esserci progressi materiali, un aumento delle forze produttive ed espansione economica sotto la nuova guida del Partito Comunista Cinese? E lui stesso rispose:

Certo, per alcuni anni, la produzione potrebbe progredire, soprattutto, nei settori industriali prioritari, ma sicuramente peggioreranno le contraddizioni tra industria e agricoltura, tra città e campagna, tra lavoro manuale e intellettuale, tra accumulo e consumo, perché la direzione in cui l'attuale leadership del PCC immette la Cina è la via capitalista. (Bettelheim, 1978, p. 94).

Dedico il lavoro al mio amico Gianfranco La Grassa, allievo italiano di Charles Bettelheim

Riferimenti:

  • Accademia delle scienze dell'URSS (1961). Manuale di economia politica. Istituto di Economia.
  • Charles Bettelheim; Planification et croissance accélérée. Maspero, 1965, Collection Économie et socialisme (Pianificazione e crescita accelerata)
  • Charles Bettelheim; La transition vers l'économie socialiste. Maspero, 1968 (La transizione verso l'economia socialista)
  • Charles Bettelheim; Calcul économique et formes de propriété. Maspero, 1971 (Calcolo economico e forme di proprietà)
  • Charles Bettelheim; Révolution culturelle et organisation industrielle en Chine. Maspero, 1973 (Rivoluzione culturale e organizzazione industriale in Cina)
  • Charles Bettelheim; Les luttes de classes en URSS – Première période, 1917-1923. Seuil/Maspero, 1974 (Le lotte di classe in URSS – Primo periodo, 1917-1923)
  • Charles Bettelheim; Les luttes de classes en URSS – Deuxième période, 1923-1930. Seuil/Maspero, 1977 (Le lotte di classe in URSS –Secondo periodo, 1923-1930)
  • Charles Bettelheim; Questions sur la Chine, après la mort de Mao Tsé-toung. Maspero, 1978, Collection Économie et socialisme (Domande sulla Cina, dopo la morte di Mao Tse-Tung)
  • Karl Marx; Vorwort. Zur Kritik der Politischen Ökonomie, 1859
  • Mao Zedong, Mao Tse-Tung et la construction du socialisme, 1975 Editions du Seuil 

 

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