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domenica 31 gennaio 2021

0 L'ALTERNATIVA PEDAGOGICA DI GRAMSCI E LA SCUOLA ITALIANA


Quando iniziò a scrivere i Quaderni del carcere (QC), Gramsci presentò una proposta di studio composta da 16 elementi elencati nelle prime pagine del QC 1, scritti l'8 febbraio 1929. Sebbene il termine "scuola" non compaia, abbiamo temi affini come la cultura e la formazione dei gruppi intellettuali italiani. Tra l'inizio della stesura del QC 1 e la fine del 1931, quando probabilmente Gramsci iniziò a scrivere il QC 8, le sue riflessioni sulla scuola erano aumentate e occupavano diverse pagine dei quaderni, come nel caso del QC 4. La scuola divenne un tema rilevante dal 1931, q
uando elaborò un nuovo piano di studi all'inizio del QC 8. Nel piano si è proposto di indagare la scuola e l'istruzione italiana del periodo ed esplorare il concetto di scuola unica, dal suo significato nell'organizzazione dell'intera cultura nazionale italiana. Gli argomenti sono stati sviluppati nel QC 12, dalla riformulazione / riproduzione di idee precedentemente presentate nel QC 4. Gramsci ha analizzato e discusso l'organizzazione della scuola nei suoi rapporti con l'organizzazione dello Stato e con tre momenti storici che compongono i fatti che, nel QC 12, contestualizzano le sue analisi sull'organizzazione scolastica: il movimento di unificazione e organizzazione politica in Italia, il consolidamento della borghesia come classe egemonica e l'ascesa del fascismo al potere politico dello Stato italiano.

Il QC 12 è composto da tre note. La prima è una rielaborazione di due testi tratti dal QC 4, sugli intellettuali e sulla scuola unitaria, da cui Gramsci ha discusso l'origine storica e la posizione sociale degli intellettuali in relazione all'organizzazione politico-economica dello Stato, presentando la sua influenza sulla scuola. Ha analizzato come l'organizzazione economico-capitalista abbia privilegiato la scuola professionale sulla scuola disinteressata di natura umanistica, valorizzando il lavoro manuale rispetto al lavoro intellettuale. La terza nota del QC 12 completa la discussione facendo la distinzione tra lavoro intellettuale e non intellettuale. La base dell'analisi sono le note Braccio e cervello e Il nuovo intellettuale, entrambe tratte dal QC 4.

Nella seconda nota del QC 12, dal titolo Osservazioni sulla scuola: per la ricerca del principio educativo, Gramsci ha analizzato i fondamenti e la funzione della scuola italiana nei primi decenni del Novecento. Questa nota includeva le analisi presentate nel QC 4, intitolato Il principio educativo nelle scuole elementari e medie. Nella trasposizione delle idee da un quaderno all'altro, ha portato avanti un aggiornamento degli argomenti ed ha apportato modifiche significative alla formulazione delle note. Il paragrafo 55 del QC 4 contiene quindi le prime analisi sull'organizzazione della scuola e sul principio educativo. In esso, Gramsci ha analizzato l'organizzazione scolastica facendo una panoramica a partire da un approccio personale e congetturale al tema, passando all'analisi della scuola moderna. Il riferimento alla modernità va inteso nel contesto della modernizzazione dello Stato italiano, che, nel corso dell'Ottocento, si chiamava Risorgimento, movimento politico che promosse e rappresentò la tarda modernizzazione delle istituzioni politiche su cui avvenne l'unificazione nazionale consolidatasi nel 1861, oltre a determinare la lenta e graduale transizione della struttura economica italiana dal modello agrario e arretrato al modello industriale capitalistico.

Gramsci ha utilizzato l'aggettivo "moderno" nella caratterizzazione della scuola italiana, considerando che la sua organizzazione assimilava i principi educativi caratteristici della modernità, come quelli proposti da Jean-Jacques Rousseau. Nei quaderni ha difeso la necessità di analizzare in profondità i principi che stanno alla base della moderna prospettiva dell'educazione. Il paragrafo 123 del QC 1 è un chiaro riferimento alla sua preoccupazione in relazione al problema del principio educativo che ha guidato l'educazione nel periodo, come ha affermato riflettendo che in Italia le idee pedagogiche non erano considerate nella loro origine, cosicché i progressi prodotti da esse furono minati e attorno a loro “[...] si è poi formata una specie di chiesa che ha paralizzato gli studi pedagogici e ha dato luogo a delle curiose involuzioni (nelle dottrine di Gentile e del Lombardo-Radice).  […]”.

L'analisi di Gramsci era rivolta all'organizzazione scolastica derivante dall'appropriazione di teorie pedagogiche da parte di teorici dell'educazione fascisti, come gli idealisti Gentile e Lombardo-Radice, che promossero la riforma educativa del 1922. Dimostrò che l'adozione di principi educativi come lo spontaneismo serviva solo gli interessi del gruppo egemonico.

La fonte della sua critica è stata l'identificazione del ruolo svolto dal lavoro educativo nelle scuole nell’abbandonare lo studente al suo destino e, attraverso un'educazione orientata alla preparazione al lavoro, lo ha tenuto lontano dalla formazione scolastica umanista, disinteressata e promotrice di una formazione generale come quella messa a disposizione dei bambini del gruppo egemonico.

L'organizzazione scolastica italiana, promossa dalla riforma fascista, aveva obiettivi politici e controllava la formazione culturale degli italiani, minando l'accesso dei subalterni ai più alti livelli dell’istruzione. Sotto il segno politico della democrazia, la riforma ha ripristinato i tradizionali privilegi culturali dell'élite economica e ha difeso un modello di società fondato sulla divisione sociale del lavoro. D'altra parte, l'innalzamento dell'obbligo dell’istruzione elementare fino all'età di 14 anni ha giustificato il ruolo politico e demagogico della riforma, che però non ha adattato la scuola italiana alle trasformazioni e alle esigenze politiche, sociali ed economiche del XX secolo.

La scuola della riforma ha avuto un uso pratico nella vita dei gruppi subalterni, in quanto ha permesso loro di entrare nel mondo del lavoro. Attraverso questo inserimento, le classi subalterne non si rendevano conto che la scuola limitava la conoscenza della cultura generale e impediva loro di accedere all'università. Con queste misure il fascismo minò la resistenza politica dei partiti di sinistra, che persero i loro militanti. Alla testa alla riforma troviamo la mano dello Stato, che ha disciplinato l'offerta educativa per l'applicazione delle leggi, riducendo il numero delle scuole e condizionando al vaglio dello Stato l'apertura di nuove istituzioni scolastiche. Si abbassava il livello di istruzione della scuola e si avviava il passaggio all'università attraverso un esame di maturità, che richiedeva candidati con livelli di dominio culturale o di qualifica tecnica incompatibili con quelli offerti nelle scuole, in maniera tale da compromettere l'accesso dei gruppi subalterni all'università.

Nel QC 4, in un testo “A”, Gramsci ha presentato due significative indicazioni per pensare all'organizzazione scolastica italiana, dalla quale ha stabilito la funzione storica delle diverse istituzioni educative che operavano in Italia. Per lui, "[...] la scuola elementare e media è la scuola popolare e della piccola borghesia, strati sociali che sono interamente monopolizzati educativamente  [...]" . Capì che, nella riforma educativa fascista, l'università era riservata al gruppo dirigente e che la riforma rendeva difficile l'accesso ai subalterni. Affermava che, poiché non frequentavano l'università, i subalterni non sperimentavano l'educazione moderna nella sua fase superiore, storico-critica, essendo limitata a un'educazione che, in sostanza, era dogmatica. “[…] L’Università è la scuola della classe dirigente in proprio ed è il meccanismo attraverso il quale essa seleziona gli elementi individuali delle altre classi da incorporare nel suo personale governativo, amministrativo e dirigente. [... ] ”.

Quando, nel QC 6, in una nota di tipo "B" intitolata Passato e presente. La scuola professionale, Gramsci ha sottolineato che nel novembre 1931 i deputati italiani hanno discusso sull'istruzione professionale, l'argomento del QC 4 è stato nuovamente esplorato. L'autore ha rafforzato la prospettiva che l'organizzazione scolastica italiana risultante dalla riforma educativa fascista perpetua il divario culturale tra la classe dirigente ed i gruppi subalterni.


“Nel novembre 1931 si è svolta alla Camera dei Deputati un’ampia discussione sull’insegnamento professionale e in essa tutti gli elementi teorici e pratici per lo studio del problema sono affiorati in modo abbastanza perspicuo e organico. Tre tipi di scuola:

1. professionale,

2. media tecnica,

3. classica.

Le prima per gli operai e contadini, la seconda per i piccoli borghesi, la terza per la classe dirigente.”


La critica di Gramsci alla scuola moderna mostrava che la riforma educativa fascista promuoveva un'organizzazione scolastica che offriva ai gruppi subalterni un'istruzione limitata alla formazione al lavoro, un modello di educazione che non interessava il movimento comunista, perché privava i lavoratori della formazione filosofica, una condizione per operare la critica alla concezione egemonica del mondo e, di conseguenza, dello Stato fascista.

Nel QC 4, in un testo “A”, Gramsci ha presentato il problema, congetturando e criticando i fondamenti dell'organizzazione scolastica italiana. Nella sua analisi, ha richiamato l'attenzione sulla falsa idea di democrazia rappresentata dall'organizzazione scolastica fascista, poiché il modello perpetuava le differenze sociali.


“Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato interesse pratico, prende il sopravvento sulla scuola « formativa » immediatamente disinteressata. La cosa più paradossale è che questo tipo di scuola appare e viene predicata come « democratica», mentre invece essa è proprio destinata a perpetuare le  differenze sociali. Come si spiega questo paradosso?”


La scrittura del testo e il tono personale della lingua, la riflessione sviluppata e l'interrogativo finale indicano che Gramsci ha esplorato la questione senza preoccuparsi della forma del testo. Riprendendo e lavorando sul tema nel QC 12, in due testi "C", la scrittura acquisì un carattere formale e, dalla critica generale alla "scuola moderna", iniziò a studiare la scuola del suo tempo, contestualizzata nell'Italia unificata, uno Stato laico e liberale, in cui l'egemonia borghese si era consolidata e il movimento rivoluzionario proletario era stato sconfitto. Nel primo testo, parlando della formazione degli intellettuali e del principio della scuola unica, Gramsci criticava il modello educativo dello Stato italiano e delineava la prospettiva che, dalla scuola, il gruppo dirigente determinava la posizione sociale delle nuove generazioni di subalterni, nei seguenti termini:


“Oggi la tendenza è di abolire ogni tipo di scuola «disinteressata» (non immediatamente interessata) e «formativa» o di lasciarne solo un esemplare ridotto per una piccola élite di signori e di donne che non devono pensare a prepararsi un avvenire professionale e di diffondere sempre più le scuole professionali specializzate in cui il destino dell’allievo e la sua futura attività sono predeterminate.”


Il paragrafo 1 del QC 12 è un'analisi dell'influenza dell'organizzazione politica ed economica sulla scuola italiana, basata sullo sviluppo storico dello Stato e sulle differenze culturali e sociali italiane che si sono perpetuate nel XX secolo. Gramsci pensò al ruolo dell'educazione nel conquistare e mantenere l'egemonia di un gruppo sugli altri e, nel QC 22, parlando dell’americanismo, dimostrò che il fascismo offriva educazione ai proletari, con la convinzione che non avesse più carattere umanista ed era orientato a soddisfare le esigenze dell'organizzazione della produzione capitalistica. La partecipazione alla “formazione educativa” prevedeva l'inserimento del singolo nell'organizzazione della produzione e ne consentiva la partecipazione alla sfera economica, senza però consentire di produrre un pensiero genuino e organico dei suoi bisogni di classe.

Nel paragrafo 2 del QC 12, Gramsci è tornato sulla nota del QC 4 e ha presentato la prospettiva materialistica e dialettica della sua analisi quando si discuteva del ritardo economico, politico e culturale vissuto nell'Italia Meridionale. L'indicare la crisi culturale e la crisi nella concezione della vita dell'uomo vissuta in Italia, a differenza del passaggio del QC 4 in cui si sollevavano interrogativi sui fatti che circoscrivono l'organizzazione scolastica italiana, ha determinato il predominio della scuola professionale sulla formazione umanistica e indicava l'inganno dell'ideale democratico rappresentato da tale organizzazione scolastica. Va considerato che, sebbene Gramsci abbia scritto le sue considerazioni in carcere, lo ha fatto dopo aver agito come membro del PCd’I, cioè, direttamente o indirettamente, aveva partecipato ai dibattiti sulla riforma educativa alla Camera dei Deputati e ha chiaramente sottolineato i suoi limiti.

“Nella scuola attuale, per la crisi profonda della tradizione culturale e della concezione della vita e dell'uomo, si verifica un processo di progressiva degenerazione: le scuole di tipo professionale, cioè preoccupate di soddisfare interessi pratici immediati, prendono il sopravvento sulla scuola formativa, immediatamente disinteressata. L'aspetto più paradossale è che questo nuovo tipo di scuola appare e viene predicata come democratica, mentre invece essa non solo è destinata a perpetuare le differenze sociali, ma a cristallizzarle in forme cinesi.”


Gramsci ha analizzato l'organizzazione scolastica del suo tempo perché era impegnato in un progetto educativo, cioè nell'educazione politica dei proletari e, soprattutto, nell'educazione politica delle nuove generazioni. All'inizio della stesura del QC 12, ha presentato la differenza tra i tipi di organizzazione scolastica che esistevano in Italia nei primi decenni del XX secolo. All'inizio del secolo, l'organizzazione scolastica ha differenziato le scuole, che potevano essere professionali, classiche o pratiche, ma questa differenza non ha avuto l'effetto di una frattura tra i livelli di istruzione. Nella riforma fascista, la rottura è divenuta tra i livelli scolastici, provocando una discontinuità che ha impedito l'accesso dei gruppi subalterni ai più alti livelli di istruzione.

Ha affrontato la questione dall'organizzazione scolastica prima della riforma fascista. Ha sostenuto che l'istruzione offerta in precedenza era di qualità migliore, perché si basava su due elementi che promuovevano l'educazione dei bambini: le nozioni di scienze naturali e le nozioni di diritti e doveri del cittadino. Gramsci ha affermato che questa organizzazione scolastica ha acquisito un carattere educativo introducendo i bambini alla societas rerum, la società delle cose, attraverso lo studio delle nozioni scientifiche e la conoscenza delle nozioni legate ai doveri del cittadino, che lo hanno preparato alla partecipazione alla vita dello Stato, per agire nell'organizzazione delle società politiche e civili.


Nel discutere l'organizzazione scolastica italiana e i principi educativi che l'hanno guidata, ha presentato una serie di elementi teorici che hanno descritto l'attività educativa. Sviluppata a scuola, l'educazione ha preparato l'uomo a conoscere e padroneggiare le leggi della natura e modificare le leggi civili in vista dello sviluppo collettivo, in modo che il dominio della natura fosse organizzato per rendere più facile per l'uomo partecipare alla produzione materiale della vita. Questa teorizzazione va contro il concetto di educazione presentato da Gramsci nel QC 1, da cui “[...] l’educazione è una lotta contro gli istinti legati alle funzioni biologiche elementari, una lotta contro la natura, per dominarla e creare l’uomo «attuale» alla sua epoca. [...] ”.

Gramsci ha sottolineato che l'organizzazione scolastica promossa dalla riforma educativa fascista ha creato una rottura tra i livelli dell'istruzione e favorito il proliferare delle scuole professionali, generando una falsa idea di democratizzazione dell'istruzione. In alternativa al modello scolastico praticato dallo Stato fascista, propose la creazione di una scuola unica, di formazione generale, che fornisse a tutti i cittadini gli elementi necessari per raggiungere i più alti livelli di istruzione e insegnamento e, di conseguenza, di agire in tutte le sfere dello Stato, nella società civile e nella società politica.


“Se si vuole spezzare questa trama, occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale, ma creare un tipo unico di scuola preparatoria (elementare-media) che conduca il giovinetto fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come persona capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige.”


Il principio educativo valorizzato nella proposta di Gramsci è il lavoro, non quello del modello capitalista, ma il lavoro a partire dal quale l'uomo partecipa attivamente alla vita della natura, con l'obiettivo di trasformarla e socializzarla. Affinché tale proposta scolastica raggiungesse il risultato sperato, ha discusso il ruolo della filosofia e del suo insegnamento sulla base della sua offerta alla scuola italiana organizzata secondo i principi della riforma fascista.

Con la terza nota del QC 12, Gramsci concludeva la sua riflessione sull'organizzazione scolastica, sostenendo che, indipendentemente dalla sua occupazione professionale, ogni uomo è un intellettuale, un filosofo della prassi. L'inseparabilità tra Homo faber e Homo sapiens ha dimostrato che la riflessione filosofica era naturale per l'uomo. Il restringimento tra educazione umanistica ed educazione tecnica, legata al lavoro industriale, era da lui considerato il punto di partenza per la formazione basata sull'inserimento attivo del soggetto nella vita pratica, nel superamento della tecnica-lavoro attraverso la tecnica-scienza a partire da cui l'uomo cessò di essere uno specialista e divenne un dirigente, nelle parole di Gramsci, uno specialista politico.


Le analisi sull'organizzazione scolastica presentate nel QC 12 hanno due momenti: nella nota 1, l'analisi dell'influenza dello scenario storico e intellettuale sulla scuola e, nella nota 2, l'analisi dell'influenza dell'organizzazione scolastica sulla formazione degli intellettuali e costruzione della storia.

La critica di Gramsci alla riforma educativa fascista si basa sulla frattura tra i livelli di istruzione e sulla valutazione della formazione professionale, che ha impedito ai subalterni di accedere all'istruzione universitaria e alla formazione intellettuale per operare la critica della visione egemonica del mondo. Nel promuovere le critiche all'organizzazione scolastica italiana degli anni Venti e Trenta, Gramsci propose l'organizzazione di una scuola unica, con una formazione umanistica, basata sul lavoro come principio educativo, in modo che, nella pratica quotidiana, gli uomini usassero la propria capacità intellettuale nel superamento del senso comune e, attraverso lo sviluppo della filosofia della prassi, della concezione egemonica del mondo.


Bibliografia

Quaderni del carcere. Edizione critica dell'Istituto Gramsci (4 voll.), a cura di V. Gerratana, Collana NUE n.164, Torino, Einaudi, 1975



sabato 23 gennaio 2021

0 IL PROBLEMA DEL VALORE D’USO IN TONI NEGRI


Il valore d'uso è un concetto che appare formulato da Karl Marx come uno dei due fattori della merce nella sua critica dell'economia politica classica e dell'uso che ne fece Hegel nella sua famosa
“Filosofia del diritto”.

Il concetto ha avuto un destino sfortunato in tutta la storia della corrente politica che ha rivendicato l'eredità di Marx. Sebbene come concetto sembri in via di sviluppo nei Grundrisse, un testo scritto nel 1857, sarà nel Capitale, in particolare nel suo primo volume, quello che Marx vide pubblicato ancora in vita, dove ci fornirà la linea tracciata della dicotomia valore/valore d'uso da sviluppare.

La tradizione politica del marxismo che seguì alla morte del fondatore non prestò molta attenzione al concetto in questione. La prima grande generazione di marxisti come Lenin, Rosa Luxemburg o Gramsci, aveva una preoccupazione che possiamo definire di natura politica, centrata sui problemi dello Stato, della rivoluzione o della costruzione del partito politico come soggetto collettivo. Il Capitale appariva piuttosto come un testo di "economia" che doveva essere aggiornato secondo le nuove tendenze che si osservavano. Questa è la fonte della riformulazione luxemburghiana dei cosiddetti schemi di riproduzione del capitale, del lavoro di Lenin sul capitale finanziario / imperialismo e del tentativo di Gramsci di comprendere il significato politico, culturale ed egemonico dell'americanismo come nuova concezione della vita.

Alcune delle correnti del marxismo che hanno raggiunto una maggiore diffusione erano apertamente contrarie allo studio del problema del valore d'uso. Forse il caso più emblematico è rappresentato dal marxista americano Paul Sweezy, per il quale: 

“Marx escluse il valore d'uso (o, per adottare la terminologia attuale, “ l'utilità ”) dal campo di indagine dell'economia politica, per la ragione che esso non incorpora direttamente un rapporto sociale. Egli sottolinea l’esigenza fondamentale che le categorie dell'economia siano categorie sociali, cioè categorie che rappresentano rapporti fra esseri umani. È importante rendersi conto del fatto che questa posizione è in netto contrasto con l’atteggiamento della teoria economica moderna [...] »”. 

Il disprezzo per il problema del valore d'uso è così forte che il resto dei concetti che Marx sviluppa nei primi capitoli della sua opera principale - il lavoro astratto, per esempio - perde una presenza centrale. Questo porta Sweezy a pensare al problema del feticismo delle merci, ma in modo così limitato che riesce solo a presentarlo come un problema di ideologia e più specificamente di falsa coscienza: "Nella sua dottrina del feticismo della merce, Marx è stato il primo a percepire questo fatto e rendersi conto della sua importanza decisiva per l'ideologia dell'età moderna.”  

Secondo questa lettura, il valore d'uso non conferisce alla merce alcun carattere particolare. Gli oggetti per il consumo umano in ogni momento e in qualsiasi forma di società hanno lo stesso valore d'uso. Il valore d'uso esprime alcune relazioni tra il consumatore e l'oggetto consumato. L'economia politica, invece, è una scienza sociale, cioè delle relazioni tra uomini. Ne consegue che il valore d'uso in quanto tale è al di fuori del campo della ricerca dell'economia politica. Marx escludeva il valore d'uso, o quello che corrisponderebbe alla nozione odierna di utilità, dalla sfera della ricerca dell'economia politica perché non incarna direttamente una relazione sociale.

Insomma, viene riproposto un vecchio argomento (Marx credeva che il valore d'uso non fosse un oggetto di ricerca) ed equiparato il problema del valore d'uso a quello dell'utilità. Peggio ancora, lo limita nel senso che non c'è nemmeno un rapporto sociale poiché si parla di un consumatore e un oggetto da consumare. Per finire, viene preso il valore d'uso non nel capitalismo ma nella produzione semplice mercantile. È chiaramente una visione che rompe con l'ordine metodologico di Marx, che si gioca nel campo della logica concettuale senza trascurare la storicità delle categorie. Ciò che appare in Marx come una diacronia, in queste correnti del marxismo appare come il dominio della linearità. Daniel Bensaid lo dice molto chiaramente in “La Discordance des temps: essais sur les crises, les classes, l'histoire” quando spiega perché Marx inizia con la merce:

“Non perché precederebbe cronologicamente il capitale, ma perché è il riassunto e l'ologramma. La prima sezione del libro I articola due discorsi e due temporalità, logiche e storiche, in cui l'una corregge e contraddice incessantemente l'altra. Non si tratta di un ordine mercantile capitalista o di un capitalismo realmente esistente, ma di un capitalismo virtuale, senza capitale.”

La tradizione del marxismo dell’Occidente che in larga misura ha aperto, nel XX secolo, alla possibilità di pensare al valore d'uso è coincisa con l’opera di Roman Rosdolsky sulla genesi del Capitale. Rosdolsky apre il suo terzo capitolo sottolineando proprio l'insufficienza che Marx ha notato rispetto a David Ricardo riguardo al problema del valore d'uso. Per Rosdolsky: “questo rilievo critico, (...) colpisce non solo Ricardo, ma molti discepoli dello stesso Marx". Nella sua argomentazione viene sottolineata l'importanza di cosa significhi evitare il problema del valore d'uso, soprattutto perché ciò che gli interessa è salvare il ruolo svolto da questa categoria in quello che è considerato il punto centrale della teorizzazione di Marx: l'apparizione del plusvalore. Tant'è che "...nello scambio fra capitale e lavoro, è proprio il valore d’uso della merce acquistata dal capitalista (la forza lavoro) che costituisce il presupposto del processo di produzione capitalistico e dello stesso rapporto capitalistico, perché, in questa transazione, il capitalista riceve in cambio una merce il cui consumo «coincide immediatamente con l’oggettivazione del lavoro e quindi con la generazione del valore di scambio»". In altre parole: non c'è posto per il capitalismo se non c'è valore d'uso. Mentre in altre teorie il valore d'uso sembra essere riferito a un concetto di utilità o preferenze individuali, con Rosdolsky il valore d'uso è la pietra angolare per l'inizio della relazione sociale del capitale e l'espansione del valore di scambio e del valore, così come la comparsa del plusvalore:

“Dunque, se la creazione di plusvalore, in quanto aumento del valore di scambio del capitale, viene dedotta dallo specifico valore d’uso della merce forza lavoro, d’altra parte l’economia politica deve limitare la parte di valore prodotto spettante all’operaio ad un equivalente dei mezzi di sussistenza necessari al suo mantenimento (in senso lato) e perciò, in sostanza, farla determinare dal valore d’uso.”

Rosdolsky ha aperto in gran parte una linea di ricerca che è stata sviluppata nelle opere del marxismo italiano da intellettuali come Toni Negri, Rodolfo Banfi e Marina Bianchi. Parliamo di quest'ultima autrice che ritorna al ruolo centrale che la distinzione tra valore d'uso e valore di scambio gioca nel marxismo - o dovrebbe svolgere. Per lei, nella riflessione contemporanea, il ruolo del valore d'uso è “dimenticato” nell'analisi del capitalismo, per questo rivendica “il ruolo fondamentale del valore d'uso nell'analisi di Marx”. Consapevole della tradizione classica, Bianchi indica che nell'economia classica il valore d'uso è stato naturalizzato e quindi trascurato, poiché considerato come presupposto dell'analisi del valore di scambio: "I prodotti del lavoro, le merci, i valori d'uso sono naturalmente merci, merci prodotte per lo scambio".

Questa naturalizzazione del valore d'uso come presupposto del valore di scambio ha portato al suo progressivo oblio, che porta a non instaurare un rapporto tra lavoro concreto e lavoro astratto. Nella sua argomentazione, il valore di scambio è l'omogeneizzazione quantitativa della società che reprime la specificità qualitativa. È indubbiamente un passo avanti rispetto ad altre analisi, perché concepisce la dicotomia non in modo naturalizzato o presupposto, ma come “opposizione dei due poli”. Opposizione che diventa negazione nella forma-valore che tende alla relazione quantitativa su quella qualitativa. Questa relazione definisce anche una forma di socialità, che si colloca come un problema tra l'individuo e il sociale. Il lavoro che crea valore è sociale, indifferenziato, autonomo, astratto, rispetto alla ricchezza che il valore d'uso rappresenta nella sua caratterizzazione come lavoro concreto, come segue:

“La "socialità", cioè il raggiungimento dell'equilibrio sociale, la costituzione della sostituzione organica materiale non è un "dato", il bilancio razionale e pianificato da cui è costituito il rapporto sociale, ma, al contrario, si tratta del "risultato" di relazioni sociali contraddittorie e antagoniste”.

Mi sembra che il successo di Bianchi stia in larga misura nell'uscire dalla discussione sulla trasformazione dei valori in prezzi come meccanismo puramente artificiale, dove Marx sarebbe una continuazione dell'economia classica, ma anche nell'insistere sul fatto che la problematizzazione del valore d'uso non può essere esente dal suo carattere contraddittorio o di opposizione. Bianchi è debitrice a Rosdolsky, tuttavia la sua lettura sarà contemporanea a quella di Toni Negri che propone una sua problematizzazione del valore d'uso, molto importante per la sua portata in termini teorici.

Toni Negri entrerà in un dialogo franco con il lavoro di Rosdolsky, prendendone le distanze in larga misura. Nei suoi corsi a Padova negli anni '60 ha proposto una rivalutazione dei Grundrisse. A differenza del lavoro di Rosdolsky, per Negri il nucleo centrale dell'esposizione della teoria del valore, come teoria dell'antagonismo sociale, si trova non nel Capitale, ma in questi manoscritti "preparatori". Questo perché il denaro appare in loro come rappresentante del valore nella sua univocità più cruda e reale: “Non ho bisogno di affondare le mani nello hegelismo per scoprire la doppia faccia della merce, del valore: il denaro ha una sola faccia , quella del padrone”. Metodologicamente ciò ha una grande conseguenza, poiché Negri considererà che il Marx qui mostrato ha la grande virtù di non essere un hegeliano confuso che inizia la sua esposizione con la merce e una forma di riproduzione della vita sociale che potrebbe essere confusa con una "riproduzione semplice". Al contrario, nei manoscritti del 1857 Marx non si ferma a questo e, argomentando contro il socialismo utopico, riesce a dimostrare l'immediatezza dell'antagonismo sociale:


“Mi sembra che il nesso valore-denaro immediatamente proposto concretizzi la tematica del valore come mai altrimenti a Marx è avvenuto. Il passaggio dalla forma-denaro alla forma-merce, dai Grundrisse al Capitale, aggiunge solo astrazione e confusione,-è un metodo più idealista, più hegeliano, malgrado ogni intenzione e dichiarazione in contrario, quello che l’attacco sul problema della merce determina.”

Questa superiorità del modo in cui si pone il problema del valore, che in Rosdolsky appariva ancora come un'insufficienza, è ciò che porta Negri ad affermare che “la legge del valore è presentata, non solo mediatamente ma, immediatamente, come legge dello sfruttamento". Il denaro, per Negri, assumerà in questi testi di Marx una forma così immediata rispetto allo sfruttamento proprio perché è l'equivalente generale di un rapporto tra disuguali. Là dove il capitalista usa il denaro nel primo momento di circolazione, è per riaffermare il suo posto privilegiato: "Il rapporto di sfruttamento è il contenuto dell'equivalente monetario: meglio, questo contenuto, non potrebbe essere esposto". Andando avanti nella sua presentazione, lo stesso Negri si imbatterà nel problema del valore d'uso:


“Marx, di fronte alla categoria del valore, applica il metodo: insiste sulla dialettica dell'unità e della differenza che definisce il valore. La differenza del valore si presenta come valore d'uso. Ma "il valore d'uso rientra nel suo ambito [dell’economia politica], non appena viene modificato dai moderni rapporti di produzione", quindi praticamente. Il momento in cui si riduce all'unità del processo”


In Negri, la totalità del processo di riproduzione sociale apparirà come campione del funzionamento dell'antagonismo sociale, questo è importante perché indica che nell'unità - la totalità - stessa c'è un processo continuo di rottura o scissione. E il valore d'uso integrato nella totalità capitalista è uno di quei momenti di rottura: “anche il valore d'uso e il valore di scambio si dividono immediatamente”. Quello che segue dalla sua costruzione sarà il tentativo di verificare questo elemento:


“Cos'è l'antagonismo? Consiste nel fatto che il capitale deve ridurre al valore di scambio quello che è valore d'uso per il lavoratore” e "l'opposizione si presenta in due forme: in primo luogo, valore di scambio contro valore d'uso, ma - poiché l'unico valore d'uso del lavoratore è la capacità di lavoro indifferenziata e astratta - l'opposizione è anche lavoro oggettivato contro lavoro soggettivo".


Per Negri, il punto centrale dell'antagonismo si trova qui, all'interno del processo stesso di unità capitalista, o nella totalità del processo di produzione. C'è il germe di ogni successivo conflitto di classe, dato da questa discontinuità del processo: “La separazione del lavoro come capacità, come valore d’uso immediato è radicale: il rapporto con il valore di scambio e, di conseguenza, con il potere di comando, con la proprietà, con il capitale, e immediatamente forzata”. Il capitale diventa valore di scambio quando appare come potere di comando, come proprietà, in un momento sviluppato come capitale produttivo. Ma questo processo non sarebbe possibile senza il denaro come momento costitutivo precedente, ecco perché il denaro ha il volto esclusivamente del padrone. Non è mediazione, ma apertamente la forma di espressione del valore, dello pseudo soggetto che domina e trasforma il vivente in oggettivo e morto: la capacità di lavorare. All'interno della totalità c'è questa scissione, perché "il lavoro come soggettività, come fonte, come potenziale di ogni ricchezza" si scontra con ciò che è ricchezza oggettivata, lavoro morto. Due poli autonomi che si fronteggiano nello scambio danno vita al processo di antagonismo. Negri porta alle sue ultime conseguenze politiche e in termini di antagonismo di classe il valore d’uso:


“Ci vuole davvero ignoranza o assolutamente malafede per ridurre il "valore d'uso" (nel senso marxista) a un residuo o un'appendice dello sviluppo capitalistico. Qui il valore d'uso non è altro che la radicalità dell'opposizione operaia, la potenzialità soggettiva e astratta di ogni ricchezza, la fonte di ogni possibilità umana.”


È all'interno della totalità che ha sussunto i poli antagonisti che apparirà "il valore di scambio che diventa autonomo in denaro e capitale, dall'altra il valore d'uso che diventa autonomo come classe operaia". Non c'è dubbio che Negri sia quello con le maggiori possibilità di problematizzare il concetto di valore d'uso nella sua accezione più politica e immediata. Il valore d'uso è la classe operaia che gli si oppone, che cerca l'autonomia. Va notato che non parla di valore d'uso come forza lavoro, perché se lo facesse parlerebbe del lavoro sussunto e senza possibilità di autonomia.


Quello che dice Negri è un'altra cosa, in questa divisione della totalità ci sono due vie: il denaro che rappresenta il valore di scambio e il potere dispotico borghese, oppure il valore d'uso che è la classe operaia non come stabilito dal capitale - non come forza lavoro - ma come piena soggettività, come potenzialità, come antagonista per eccellenza. Tuttavia, va oltre. Perché il passo successivo nella sua argomentazione è il problema della crisi, la cui spiegazione è immediatamente data dall'antagonismo: "la caduta tendenziale del saggio di profitto presenta il volto della rivolta del lavoro vivo contro il potere del profitto, della propria costituzione separata, della rapina e del consolidamento della rapina nella forza produttiva del padrone contro la forza produttiva del lavoratore, nel potere del capitale sociale contro la vitalità del lavoro sociale: attraverso questo il lavoro vivo è distruttivo."


Negri in realtà cerca di spiegare questa rottura all'interno della totalità, dove la classe operaia è assunta contro il lavoro morto, contro il potere dispotico del capitale e la sua materializzazione. In realtà, non c'è molta differenza tra il suo concetto di classe operaia, come classe che è in lotta, e il concetto di lavoro vivo. La sua relazione con il valore d'uso è data dall'antagonismo sociale. Dice quindi che c'è una dinamica di potere.


“Di potere: perché in realtà il valore d'uso è per il proletariato rivendicazione e pratica immediata del potere. Il lavoro necessario può essere definito - sia pure in modo astratto - solo attraverso categorie di potere: rigidità, irreversibilità, rivendicazioni, volontà insorgente e sovversiva. Valore d’uso.”


L’analisi del valore d’uso di Negri è forse una delle più ricche, in quanto è possibile incidere sul dibattito teorico per sostenere la centralità del soggetto all'interno del processo di riproduzione sociale.


sabato 16 gennaio 2021

0 APPUNTI CRITICI SULLA RIVOLUZIONE CULTURALE E LA DITTATURA DEL PROLETARIATO


All'inizio del 1975, la cosiddetta
"Campagna di studio sulla dittatura del proletariato" fu lanciata nella Cina popolare, con la pubblicazione di un dossier con estratti di opere di Marx, Engels e Lenin, oltre ai testi di Yao Wen-yuan, "La base sociale della cricca antipartito di Lin Piao", e Chang Chun-chiao,"Sull'esercizio della dittatura totale sulla borghesia".

Questa iniziativa ha avuto luogo in un momento cruciale della lotta politica all'interno della leadership del Partito Comunista, a causa del ritorno a posizioni di vertice nel Partito Comunista e nell'apparato statale, di leader che erano stati allontanati durante la rivoluzione culturale. I suoi obiettivi erano identificare le ragioni della persistenza nella formazione sociale cinese del "diritto borghese", il ruolo della lotta di classe nel corso della transizione al comunismo e i rischi di una "restaurazione capitalista" in quel periodo, nonché sostenere la validità teorica e politica dell'esercizio della dittatura del proletariato.

Questa dittatura è considerata la garanzia della transizione al comunismo e un mezzo per contenere le tendenze antisocialiste che sorgono durante questo processo. Si esercita contro la borghesia sconfitta, ma che resiste ancora al nuovo potere, e, soprattutto, contro una nuova borghesia che nasce a causa della persistenza del diritto borghese nella "società socialista", che è la sua condizione e il terreno su cui si riproduce. È così che la "limitazione del diritto borghese" diventa un obiettivo centrale della lotta di classe durante il periodo di transizione in Cina.


Yao Wen-yuan, Chang Chun-chiao e il diritto borghese

Nel suo articolo, "La base sociale della cricca antipartito di Lin Piao", Yao Wen-yuan identifica il pericolo di una restaurazione capitalista in Cina non solo nella persistenza dei proprietari terrieri e della borghesia, le classi che la rivoluzione ha sconfitto, rimosso dal potere ed espropriato dei mezzi di produzione, ma anche con l'emergere di nuovi “elementi borghesi”. La fonte politica e ideologica di questi nuovi elementi borghesi proviene dall'imperialismo e dal revisionismo internazionale, ma il fondamento economico della loro esistenza è il diritto: "Il diritto borghese fornisce una base economica importante che determina la loro apparizione".

Riferendosi a Marx e Lenin, Yao cerca di mostrare le ragioni per cui il diritto borghese non può essere estinto immediatamente in una "società socialista", come sarebbe la Cina. Per Yao, il socialismo, come aveva già spiegato Lenin nel suo commento alla Critica al programma di Gotha di Marx, è la prima fase della società comunista, che conserva ancora "le impronte materne della vecchia società dal cui seno essa è uscita", così che il diritto borghese scompare solo rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione, rimanendo, però, ancora un “regolatore” della distribuzione dei prodotti e del lavoro. Il diritto borghese è sempre l'applicazione della stessa misura a persone diverse, è un diritto "uguale", il che significa che è, di fatto, disuguale, una "violazione dell'uguaglianza", perché "per una parte uguale di lavoro sociale fornito, ognuno riceve un'uguale parte della produzione sociale”, anche se non sono realmente uguali. Lenin prosegue in Stato e Rivoluzione affermando che: “La prima fase del comunismo non può dunque ancora realizzare la giustizia e l'uguaglianza; rimarranno differenze di ricchezze e differenze ingiuste; ma non sarà più possibile lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, poiché non sarà più possibile impadronirsi, a titolo di proprietà privata, dei mezzi di produzione, fabbriche, macchine, terreni, ecc. Demolendo la formula confusa e piccolo-borghese di Lassalle sulla "uguaglianza" e la "giustizia" in generale, Marx indica il corso dello sviluppo della società comunista, costretta da principio a distruggere solo l'"ingiustizia" costituita dall'accaparramento dei mezzi di produzione da parte di singoli individui, ma incapace di distruggere di punto in bianco l'altra ingiustizia: la ripartizione dei beni di consumo "secondo il lavoro" (e non secondo i bisogni)”. Nella stessa direzione si muove la riflessione di Mao Tse-tung, citata da Yao:

In una parola: “La Cina è un paese socialista. Prima della Liberazione era pressoché la stessa cosa di un paese capitalista. Ancora oggi essa pratica un sistema di otto livelli salariali, la distribuzione a ciascuno secondo il suo lavoro, lo scambio attraverso la moneta e tutto ciò non è molto differente da quanto accadeva nella vecchia società. Ciò che è diverso è che il sistema di proprietà è cambiato”. “Il nostro paese pratica oggi il sistema mercantile e neppure il sistema salariale è su base egualitaria poiché esso comprende otto livelli, ecc. Sotto la dittatura del proletariato, ciò può essere soltanto limitato”.

Così, continua Yao, ciò che viene abolito del diritto è solo la capacità di un individuo di avere la proprietà privata dei mezzi di produzione, che si trasforma in “proprietà comune”. Nella "società socialista" cinese esistono due forme di proprietà, entrambe considerate "socialiste": quella "dell'intero popolo" e quella "collettiva", da qui l'esistenza di un "sistema mercantile", che impedisce la soppressione del diritto borghese, poiché regola la distribuzione e lo scambio. Il progressivo indebolimento dell'elemento giuridico deve avvenire superando le “tre grandi differenze”: differenza tra operai e contadini, differenza tra città e campagna e differenza tra lavoro manuale e intellettuale. Ma, come dice Yao:

“Se al contrario si consolida, si estende e si rafforza il diritto borghese e quella parte di ineguaglianza che esso comporta, si produrrà inevitabilmente un fenomeno di polarizzazione, ossia nel campo della ripartizione una minoranza di persone otterrà una quantità sempre crescente di merci e di moneta attraverso vie alcune legali e numerose illegali. Incoraggiate da tali “incentivi materiali”, le idee capitaliste di ricerca della ricchezza, della fama e del guadagno personale dilagheranno; la proprietà pubblica si trasformerà in proprietà privata; aumenteranno la speculazione, la concussione, il furto e la corruzione. Il principio capitalista dello scambio delle merci si introdurrà nella vita politica e anche nella vita del partito, disgregando così l’economia socialista pianificata. Lo sfruttamento capitalista, con la trasformazione delle merci e della moneta in capitale e della manodopera in merce, si produrrà nuovamente, cambierà la natura del sistema di proprietà in quei settori e in quelle unità che seguono la linea revisionista e i lavoratori saranno di nuovo oppressi e sfruttati.”


La nuova borghesia che nasce a seguito di questo processo potrà allora "trasformare la proprietà socialista" appropriandosi della proprietà dell'intero popolo o della collettività per trasformarla in proprietà privata, ripristinare il capitalismo ed estendere e utilizzare il diritto borghese per svilupparlo. Il diritto borghese può anche servire all'integrazione degli individui a questa nuova borghesia. Perché, chiede Yao, sarebbe facile per questi elementi antisocialisti ripristinare il capitalismo? “Perché nella nostra società socialista esistono ancora le classi e la lotta di classe, come anche il terreno e le condizioni che generano il capitalismo”. Da qui la necessità di continuare la rivoluzione sotto la dittatura del proletariato e, tra le altre iniziative, di "consolidare e sviluppare la proprietà socialista di tutto il popolo e la proprietà collettiva socialista", impedire che il sistema della proprietà venga alterato e completare i compiti rimanenti per la trasformazione della proprietà, nonché limitare il diritto borghese, criticare l'idea di questo diritto e "indebolire costantemente la base che genera il capitalismo". Il diritto sarebbe soprattutto il terreno su cui la borghesia si riproduce e prepara l'assalto al potere politico, da qui la necessità di limitare il diritto borghese attraverso l'esercizio della dittatura del proletariato.

Chang Chun-chiao condivide con Yao Wen-yuan la tesi che la Cina è socialista e che la proprietà socialista predomina ampiamente nel paese, il che gli consente di concludere che la base economica socialista è stata consolidata e sviluppata, ma che la socializzazione della proprietà non è ancora stata completato e il diritto borghese permane “nell'ambito del sistema di proprietà”. Qui, Chang introduce una considerazione di immensa importanza, in quanto tende ad andare oltre il campo della rappresentazione giuridica: "[...]dobbiamo vedere che sia la proprietà di tutto il popolo che la proprietà collettiva concernono la questione della direzione, cioè la questione di quale classe detiene la proprietà di fatto e non solo a parole”. Per lui è necessario considerare non solo la “forma esterna”, ma anche il “contenuto reale”, in modo tale da poter valutare se le trasformazioni che la proprietà ha subito sono solo apparenti o hanno efficacia. Tuttavia, la proprietà è da lui identificata come l'elemento "decisivo" nei rapporti di produzione, e la restaurazione del capitalismo dipenderebbe da un cambiamento nel sistema di proprietà, come sarebbe avvenuto in Unione Sovietica. 

Il rischio della restaurazione borghese nasce anche dall'esistenza della merce nella società socialista, rischio per il quale Mao Tse-Tung, nella stessa citazione riproposta da Yao, come abbiamo visto, aveva richiamato l'attenzione. L'esistenza di due forme di proprietà come generatore di scambi è menzionata anche da Chang, così come la difesa di una dittatura "completa" sulla borghesia, il cui fondamento teorico viene trovato in un passaggio da “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850”, in cui Marx si esprime così:

“Questo socialismo è la "dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe" del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l'"abolizione delle differenze di classe in generale", per l'abolizione di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per l'abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, per il sovvertimento di tutte le idee che germogliano da queste relazioni sociali.”


Per Chang, quindi, è la dittatura del proletariato a garantire l'adozione di misure che “limitano” il diritto borghese, la produzione e gli scambi mercantili, la moneta e la distribuzione secondo il lavoro. La condizione perché queste misure siano efficaci è che questa dittatura sia "esercitata dalle masse"

L'esame di questi due testi rivela la centralità dell'elemento giuridico: la nuova borghesia ha la sua origine nel diritto che viene confuso con l'economia, pur essendo considerato un "fondamento economico", regola la distribuzione dei prodotti e la scala salariale, opera la trasformazione socialista della società sopprimendo la proprietà privata e creando la proprietà socialista mentre il rovesciamento di questa proprietà comune nella proprietà privata porterebbe alla restaurazione capitalistica. Il diritto è ancora legato al sistema degli scambi mercantili perché quel sistema nasce dall'esistenza di due diverse forme di proprietà socialista comuni.

In tutti questi casi, il diritto è concepito come un sistema normativo, perché si tratta sempre di regolamentare qualcosa, è sempre qualcosa che viene utilizzato per un determinato scopo, quindi ciò di cui ci si occupa qui è esclusivamente di determinati contenuti che la legge (in in senso lato) disciplina. La figura mancante in questo discorso è la forma del diritto, che è precisamente il nucleo fondamentale di una teoria materialista del fenomeno giuridico.



Per una critica materialistica del diritto: appunti critici agli scritti di Yao Wen-yuan e Chang Chun-chiao

Prima dell'intervento teorico di Pašukanis, la concezione di Stucka prevaleva nel campo giuridico sovietico negli anni '20, che, nonostante cercasse il fondamento del diritto nelle relazioni sociali e nelle relazioni di classe, trascurando la forma del diritto, incontra due difficoltà insormontabili. La prima è che Stucka non riesce a distinguere il rapporto giuridico dall'insieme indeterminato dei rapporti sociali, finendo per identificare il diritto con l'economia. La seconda è che, cercando di sfuggire a questo imbarazzo, ricorre a una soluzione volontaristica, in cui il diritto torna ad essere un comando arbitrario e mistificatore della classe, cadendo quindi nel normativismo: “[…] Il diritto è quindi creato dalla volontà […]. Ma cosa significa "classe"? Evidentemente è una manifestazione […] della coscienza di classe […] della coscienza che la classe ha del proprio interesse[…]."

Ecco perché Pašukanis individua con assoluta precisione il punto debole della teoria di Stucka: "Non è sufficiente identificare il contenuto di classe che è nella forma giuridica, ma è necessario rendersi conto perché questo contenuto dovrebbe assumere proprio questa forma". 

Evitando le impasse e le aporie della formulazione di Stucka, Pašukanis è colui che elabora una teoria del diritto strettamente in accordo non solo con i riferimenti non sistematici al diritto presenti in Marx, in particolare nel Capitale, ma, soprattutto, secondo le indicazioni dei principi metodologici di Marx nell'Introduzione alla critica dell'economia politica e anche nel Capitale.

È così che Pašukanis, per analizzare il fenomeno giuridico, partirà dall'elemento "più semplice", che "non si scompone", quell'"atomo della teoria giuridica" che è il soggetto.  Osserva che Marx, invece di iniziare l'analisi della totalità sociale per la popolazione, o per le classi che la compongono, o da salari, profitto e reddito, che sono le condizioni della sua esistenza, parte delle categorie più semplici: la merce. In questo modo, come dice Pachukanis, "a partire da queste definizioni più semplici, lo studioso di economia politica ricostituisce lo stesso insieme concreto, ma non più come un tutto caotico e impreciso, ma come un'unità ricca di determinazioni e relazioni interne", e conclude:

“Queste osservazioni sono interamente applicabili alla teoria generale del diritto. Anche in questo caso l'insieme concreto - società, popolazione, Stato - deve essere il risultato e l'ultimo grado delle nostre riflessioni, ma non il punto di partenza. Passando dal più semplice al più complesso, dal processo nel suo aspetto puro alle sue forme più concrete, seguiamo un percorso metodologicamente chiaro e, proprio per questo, più corretto di quando stavamo solo brancolando, avendo davanti a noi solo un'immagine diffusa e indistinta di tutto il concreto.”

È dunque, l'analisi della forma del soggetto, proprio perché “nasce immediatamente dall'analisi della forma-merce”, che permetterà la comprensione delle determinazioni fondamentali del diritto. Se la merce contiene un valore che ha la proprietà di essere scambiata in un rapporto di equivalenza con un'altra merce, in un processo oggettivo di scambi mercantili che sono indipendenti dalla volontà delle persone che le scambiano, la realizzazione di quel valore richiede l'espressione della volontà del possessore di merci, come ha già detto Marx:

“Le merci non possono andarsene da sole al mercato e scambiarsi da sé. Dobbiamo quindi cercarne i custodi: i possessori di merci. Le merci sono cose, e, in quanto tali, incapaci di resistere all’uomo. Se non sono compiacenti, egli può usare la forza; in altre parole, prenderle.”


L'esistenza di un circuito universale per lo scambio delle merci, tuttavia, è possibile solo quando la produzione diventa mercantile, cioè quando la stessa capacità di lavoro umano diventa anche una merce.

Perché ciò avvenga, l'uomo deve essere dotato degli attributi della libertà e dell'uguaglianza, costituendosi come proprietario di se stesso, cioè della sua forza lavoro, in modo da poterla vendere, per un tempo determinato, ad un altro proprietario, in una relazione di equivalenza. Qui sta il punto nodale di tutta la teoria giuridica di Pašukanis: l'emergere della forma del soggetto avviene nel momento in cui si costituiscono i rapporti di produzione capitalistici, proprio perché c'è bisogno che l'individuo prenda una forma che gli permetta la commercializzazione viene elaborata da sola, cioè come atto della sua libera volontà. Questa è la forma paradossale di cui ha bisogno il capitale: la libertà e l'uguaglianza dell'uomo si realizzano pienamente solo quando accetta di sottomettersi alla volontà degli altri vendendo la sua forza lavoro al capitalista, pur preservando la sua autonomia. Possiamo quindi dire che il diritto è una forma di organizzazione della soggettività umana che trasforma l'uomo in un oggetto di circolazione mercantile senza per questo perdere gli attributi della sua personalità, libertà ed uguaglianza. Ciò che è assolutamente essenziale affinché l'uomo si metta in circolazione come merce, è che venga privato di ogni determinazione particolare, e diventi pura astrazione di una volontà che si realizza pienamente nella pratica aziendale, cioè quando la loro forza lavoro diventa oggetto di scambio per un equivalente, tutti i soggetti che si scambiano, in quanto proprietari, devono avere lo stesso status di parità.

Tutto questo processo risulta dalla costituzione del modo di produzione specificamente capitalistico, che sorge quando c'è una reale sussunzione del lavoro al capitale, ovvero quando c'è un processo di trasformazione del modo di produzione (in senso stretto), cioè l'introduzione di nuovi mezzi di produzione, in particolare il sistema macchina, che permette di completare l'espropriazione del lavoratore diretto, che ormai non è più separato solo dalle condizioni oggettive di produzione - come nel caso dell'“esproprio oggettivo della produzione” - ma anche dalle condizioni soggettive di produzione (configurando un "esproprio soggettivo della produzione"). Con l'uso del sistema macchina, il processo di lavoro diventa un insieme di operazioni che non richiedono più al lavoratore di possedere le condizioni intellettuali e le capacità di prima. Al contrario, il lavoratore diventa un mero fornitore di energia del lavoro indifferenziata, senza alcuna “qualità” specifica. La sua antica capacità di maneggiare gli strumenti di lavoro e di elaborare e comprendere il ciclo produttivo è ormai inutile e si ritrova ridotto alla condizione di “appendice della macchina”, come dice Marx. Così, il lavoro di un lavoratore non si distingue dal lavoro di un altro lavoratore, e le forze lavoro dei lavoratori diretti, di conseguenza, vengono equalizzate tra loro, così che solo in questo momento il lavoro astratto si realizza praticamente.

In questo modo, il controllo del processo di produzione da parte del capitalista e il suo dominio sull'operaio è completo, cioè ha ora la capacità effettiva di disporre dei mezzi di produzione. Diventando realmente astratto, semplice dispendio di energia del lavoro indifferenziata, quindi, completamente omogenea, il lavoro perde ogni traccia di qualità. Così, pienamente quantificabile, può essere paragonata a qualsiasi altro lavoro, e l'uomo acquisisce questa straordinaria condizione di equivalenza vivente, cioè della più assoluta uguaglianza. La sua volontà non è più un attributo per la fabbricazione di merci, ma solo il modo soggettivo di far funzionare i meccanismi del sistema macchina nel processo di lavoro capitalista.

Ciò che è specifico del diritto, quindi, il suo elemento irriducibile, è l'equivalenza soggettiva come forma astratta e universale dell'individuo autonomo quando il lavoro è realmente sussunto al capitale. Se il diritto è un modo di organizzare la soggettività umana che lo rende capace di esprimere la volontà, con il quale è possibile stabilire un circuito di scambi in cui la soggettività stessa acquista una natura mercantile senza per questo perdere la sua autonomia, è solo nelle condizioni di esistenza di un modo di produzione specificamente capitalistico che l'individuo può presentarsi senza attributi e qualità particolari che lo distinguano dagli altri uomini; si presenta come pura astrazione, come pura condensazione di indifferenziata capacità volitiva. Questo è ciò che dà all'uomo, a qualsiasi uomo nella società borghese, la capacità di praticare gli stessi atti di vita civile, senza differenze, gerarchie o discriminazioni di alcun genere tra di loro. Possiamo chiamarla una vera e propria equivalenza soggettiva, proprio perché si realizza concretamente, praticamente, materialmente inscritta nella pratica degli atti di scambio che la capacità volitiva autorizza l'uomo a compiere come soggetto, cioè l'uguaglianza diventa realtà oggettiva.

Quindi, possiamo concludere con Marx quando osserva che gli individui che si scambiano: 

“Il medesimo valore (...) come soggetti che attestano questa equivalenza nello scambio, in quanto soggetti di pari valore essi sono allo stesso tempo indifferenti l'uno all'altro; le loro altre differenze individuali non li interessano; sono indifferenti a tutte le loro altre peculiarità individuali. (...) Infatti, poiché la merce e il lavoro sono determinati solo come valore di scambio, e il rapporto con cui le diverse merci si relazionano tra loro si presenta come uno scambio di questi valori di scambio, come la loro equivalenza, gli individui, i soggetti, tra i quali avviene questo processo, sono determinati semplicemente come modificatori. Non c'è assolutamente alcuna differenza tra loro, considerando la determinazione formale, e questa determinazione è economica, la determinazione in cui si trovano nel rapporto di scambio, l'indicatore della loro funzione sociale o della loro mutua funzione sociale. Ciascuno dei soggetti è un commutatore, cioè ognuno ha la stessa relazione sociale con l'altro che l'altro ha con lui. La loro relazione nello scambio è, quindi, la relazione di uguaglianza.”


In questo modo, il diritto può essere inteso in Marx e Pašukanis come la forma di un'equivalenza soggettiva autonoma. Questo concetto ci permetterà di cogliere la natura specificamente borghese del diritto, il suo legame indissolubile con il capitale. Quindi, ci sono tre conseguenze necessarie: la prima è che può esistere il diritto solo nelle formazioni sociali capitaliste, quindi, un "diritto socialista" sarebbe un'impossibilità teorica; il secondo è che, interrotto il processo di valorizzazione del valore e la circolazione delle merci, il diritto deve necessariamente estinguersi ed essere sostituito da altre forme di organizzazione della vita sociale; il terzo, è che la lotta di classe proletaria è incompatibile con qualsiasi tipo di "socialismo giuridico", cioè con l'idea che il superamento della società capitalista possa avvenire attraverso misure legali che porterebbero gradualmente al comunismo .

La presenza dell'elemento giuridico in un processo di transizione al comunismo significa che i rapporti di produzione (e di conseguenza i rapporti di circolazione e distribuzione) sono capitalistici, che è una logica impossibilità di avere diritto borghese e, allo stesso tempo, "società" e l'"economia” socialista (cioè, i rapporti di produzione non sono più capitalisti). Ma, soprattutto, perché, se c'è il diritto nella società di transizione, è perché c'è la forma soggettiva (del diritto), e, quindi, c'è anche la forza lavoro salariata, il che va contro il dogma che il valore e il plusvalore sarebbero già stati estinti in quella società.

Questa concezione del diritto estranea a Marx, però, è necessaria per sostenere una rappresentazione del socialismo, tutta fondata sulla categoria giuridica di “proprietà socialista”. Ma questo discorso, se confrontato con le analisi di Marx e Pašukanis, rivela grandi difficoltà a sostenersi.

La prima difficoltà - e questo è il punto decisivo nella concezione del socialismo dei due autori maoisti - è che essi sostengono che la natura socialista della Cina deriva da una misura legale, il trasferimento della proprietà dei mezzi di produzione dal proprietario privato (la borghesia) allo Stato, che diventa il loro proprietario collettivo. Da qui la ripetuta affermazione che una base economica socialista è già stata stabilita in Cina dopo la nazionalizzazione della maggior parte delle fabbriche. Così, la forma giuridica della proprietà può apparire come fondamento dei rapporti di produzione, in una completa inversione del rapporto di determinazione dell'insieme sociale elaborato da Marx. 

Tutto accade, quindi, come se i capitalisti fossero espropriati come individui, il loro allontanamento dai “luoghi” da cui hanno diretto il processo produttivo, con un atto giuridico, fosse sufficiente per cambiare la natura dei rapporti di produzione, quando è il ruolo che gli agenti svolgono nel processo materiale di produzione come dipendenti del capitale - indipendentemente dalla loro qualifica giuridica di proprietari - che è decisivo per identificare la natura di classe di tali rapporti. Quando si verifica questo esproprio, la struttura tecnico-organizzativa del processo produttivo rimane intatta, il che significa che la valorizzazione del valore non viene interrotta.

In secondo luogo, l'idea che il diritto crei la nuova borghesia, oltre ad essere un'inversione del rapporto di determinazione interna alla struttura sociale, suppone che una classe sociale sia una categoria del diritto, mentre, al contrario, una classe è definita dal posto che occupa in un determinato sistema di produzione sociale.

Ciò che non può essere visto da Yan e Chang è che le misure legali adottate dal potere derivante da una rivoluzione non possono alterare in alcun modo i rapporti di produzione capitalistici, poiché non sono rapporti legali. Perché ci sia un effettivo superamento del capitalismo, è necessario “smantellare” le basi tecnico-organizzative del processo produttivo capitalistico, con la creazione di nuove forze produttive, in modo da superare la separazione tra il lavoratore diretto e i mezzi di produzione, consentendo così l'effettiva riappropriazione da parte della massa salariale di questi mezzi e condizioni di produzione. Definire la proprietà "socialista" o "popolare", quindi, non fa che nascondere e mistificare il rapporto reale di appropriazione privata reale. Da qui l'immensa difficoltà nello spiegare la persistenza della forma mercantile, che, come abbiamo visto, sarebbe il risultato dell'esistenza di questi due tipi di proprietà non capitalista. Di conseguenza, la merce non è qui intesa come una forma specificamente capitalista, ma può anche esistere sotto un regime di proprietà socialista. A tal proposito è corretto il commento di Gianfranco La Grassa, quando osserva che la forma della merce può esistere solo “se è valore, ma la merce è valore solo quando si crea un 'plusvalore'”, per cui "[...] l'esistenza di uno scambio mercantile presuppone l'esistenza di uno scambio tra capitale e lavoro [...] e tale scambio è del tutto intrinseco [...] al processo di produzione immediato [...] come processo di produzione e riproduzione del capitale". Ciò significa che:

“La proprietà dell'intero popolo e quella collettiva non può quindi determinare uno scambio effettivamente mercantile […] La circolazione delle merci richiede una spiegazione più profonda, riferendosi ai rapporti di produzione ereditati dalla società capitalista e inscritti nei processi di lavoro, la base materiale che questa forma di società ha radicalmente ristrutturato per renderla adatta alla riproduzione degli specifici rapporti di produzione.”

Così, può concludere La Grassa, “ciò che occorre spiegare è la permanenza del rapporto tra capitale e lavoro nel processo di produzione immediato”.


domenica 10 gennaio 2021

0 LENIN E LA DITTATURA DEL PROLETARIATO CONTRO STALIN


La rivoluzione bolscevica dell'ottobre 1917 può essere considerata fondamentale per la storia del XX secolo come lo fu la Rivoluzione francese del 1789 per il XIX secolo. La Rivoluzione d’Ottobre fu la prima rivoluzione a porsi come obiettivo dichiarato la costruzione del socialismo. Lo scopo di questo articolo è discutere la concezione di Vladimir Ilich Lenin del concetto di dittatura proletaria, confrontandola con la sua battuta d'arresto: la concezione del socialismo di Joseph Stalin. Partiamo dal presupposto dell’attualità del principio leniniano della dittatura del proletariato e della sua indispensabilità per pensare al superamento del capitalismo e la costruzione del socialismo. La negazione e l'abbandono del principio della dittatura del proletariato da parte dei partiti eurocomunisti degli anni '70, in particolare dei partiti comunisti italiano, francese e spagnolo, è un'indicazione della necessità di salvare questa discussione. Nel caratterizzare i paesi dell'Europa Orientale come membri del campo del socialismo realmente esistente, gli eurocomunisti consideravano tali formazioni sociali come socialiste. L'idea difesa dagli eurocomunisti di transizione democratica al socialismo, riduce il principio della dittatura proletaria a una delle possibili strategie di transizione al socialismo, cioè a una possibile via al socialismo. Pertanto, l'abbandono di questo principio è giustificato dagli eurocomunisti a causa della scomparsa di un contesto storico che avrebbe richiesto l'uso di questa particolare strategia: la Russia del 1917. Questo paese, economicamente arretrato, con un proletariato numericamente inferiore ai paesi europei capitalisticamente sviluppati e con solide istituzioni democratiche, nella concezione degli eurocomunisti, potevano solo utilizzare l'instaurazione della dittatura proletaria per garantire la transizione socialista. La tesi della transizione democratica al socialismo difesa da questi partiti non esprime la necessità della distruzione dello Stato borghese.


Dittatura del proletariato: la formula finalmente scoperta per vincere il capitalismo

Nonostante la scarsità di impiego dell'espressione dittatura del proletariato nei testi di Marx ed Engels, è il significato attribuito dai classici del marxismo a questo concetto che stabilisce la loro definizione di Stato capitalista. La nozione di dittatura, determinante nei testi marxiani ed engelsiani, opera all'interno di un problema che caratterizza lo Stato capitalista, nelle sue diverse forme storiche, come istituzione o organizzazione di una dittatura di classe, cioè una dittatura borghese. Caratterizzando lo Stato capitalista come una dittatura borghese, Marx trasmette il significato ampio del termine dittatura, sottolineando così il carattere oppressivo di quello Stato, che, indipendentemente dalla sua forma politica o regime politico, è in grado di applicare la violenza materiale (fisica) per garantire la continuità dello sfruttamento del lavoro. Il concetto di dittatura del proletariato designa, secondo Althusser, "”un potere assoluto al di sopra della legge", potere di classe, nella lotta di classe, della classe operaia che conquista il potere". Pertanto, "il concetto non determina, a priori, la forma politica (...) della crisi del potere statale". Il problema cruciale che questo concetto genera è, quindi, il superamento della dittatura borghese, cioè la distruzione dello Stato borghese. L'applicazione dei principi adottati dal governo rivoluzionario della Comune di Parigi del 1871 sono, fondamentali per il "superamento di una repubblica parlamentare democratico-borghese", poiché:


1. La fonte del potere si trova nell'iniziativa diretta delle masse popolari e non è limitata a una legge precedentemente discussa e approvata da un parlamento.


2. L'esercito e la polizia, istituzioni separate dal popolo, vengono sostituite dalle persone in armi, cioè dagli stessi operai armati e dagli stessi contadini che iniziano a difendere direttamente l'ordine pubblico.


3. Il funzionalismo e la burocrazia sono ora soggetti a un controllo speciale, i cui membri saranno eletti ed esonerati secondo le richieste delle masse e retribuiti secondo i salari dei lavoratori. 


L'obiettivo dell'adozione e dell'applicazione di queste misure da parte del governo operaio è l'estinzione di una rappresentanza politica cristallizzata in uno strato di privilegiati separato dal controllo delle masse. Se il momento di una situazione rivoluzionaria implica una mancanza di rispetto dei limiti imposti al conflitto di classe dallo Stato, limiti che si incarnano nella pratica burocratica di attuazione della politica statale, l'annientamento della burocrazia è uno dei fattori che rende possibile l'instaurazione della dittatura del proletariato.

L'analisi dell'esperienza della Comune di Parigi consente a Marx di innovare il concetto di dittatura del proletariato, che è ora legato all'emergere di una "nuova struttura statale". Da un modello di strategia rivoluzionaria, il concetto di dittatura del proletariato comincia ad essere tradotto in una forma politica originale: l'organizzazione del proletariato in classe dominante e acquista quindi una portata universale: “Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico transitorio, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.”

Per comprendere il contenuto del segreto che l'esperienza storica della Comune di Parigi rivela, cioè “un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l'emancipazione economica del lavoro”, è importante fare riferimento al concetto di burocrazia sviluppato da Nicos Poulantzas. Il burocratismo come particolare sistema di organizzazione dell'apparato statale deriva da due norme fondamentali: 


1. Reclutamento formalmente universale di funzionari, cioè la non monopolizzazione dei compiti dello Stato da parte della classe sfruttatrice. Questa norma consente allo stato borghese di presentarsi come se fosse il rappresentante generale del popolo-nazione, e non come uno Stato di classe.


 2. Criteri di reclutamento formalmente basati sul merito, che assicurano la gerarchia dei compiti dello Stato secondo il criterio formalizzato di competenza (questo secondo standard deriva dal primo standard fondamentale). 


La burocrazia, cioè la categoria sociale dei funzionari dello Stato, ha le sue pratiche limitate dal burocratismo, essendone dominata in un duplice senso: è il burocratismo che conferisce alla burocrazia unità di azione: per le norme dispotiche che la caratterizzano - gerarchia dei compiti, occultamento della conoscenza: i dipendenti sono isolati gli uni dagli altri e sono soggetti a una gerarchia immediata: ogni dipendente è subordinato a un superiore diretto. Tali regole hanno la funzione di impedire la formazione di un'opposizione collettiva di una massa di dipendenti all'esecuzione di compiti determinati e imposti dai vertici della burocrazia. In altre parole, i dipendenti possono anche unirsi e opporsi a queste regole a livello economico-aziendale senza provocare una crisi politica; quello che non possono fare è unire e opporsi alla funzione politica dello Stato borghese. A questa norma del burocratismo si applica l'osservazione di Marx sullo Stato borghese: nell'apparato statale il lavoro è diviso e centralizzato come in una fabbrica.

Il burocratismo definisce anche l'interesse particolare e politico della burocrazia, dal momento che le norme dispotiche della burocrazia costituiscono l'ideologia particolare dei funzionari, la cui performance tende alla conservazione e allo sviluppo dello Stato borghese. È la conservazione e lo sviluppo di quello Stato che garantisce l'esistenza della burocrazia. Queste due norme burocratiche sono, in linea di principio, antagoniste a una trasformazione rivoluzionaria della società, in quanto garantiscono l'esistenza e la riproduzione delle funzioni proprie dello Stato borghese. Creano un corpo di dipendenti che monopolizza il processo decisionale e rende irrealizzabile il controllo collettivo dei lavoratori sui mezzi di produzione, in particolare la pianificazione. Pertanto, secondo le analisi di Lenin, le misure adottate dalla Comune di Parigi andavano verso l'eliminazione della burocrazia. Il divieto del reclutamento universale, cioè il divieto di sfruttare le classi dall'apparato statale, mostra il carattere di classe di quello Stato. Il cambiamento dei criteri di reclutamento, che non è più basato unilateralmente su merito e competenza, è guidato anche da un criterio di rappresentanza politica di classe che garantisce: 


1. La rappresentanza di una pluralità di organizzazioni politiche, il cui carattere comune è l'adesione al programma della Comune. 


2. La concentrazione delle funzioni statali nelle mani delle classi sfruttate o dei loro rappresentanti. 


Inoltre, la soppressione del criterio di competenza come condizione per l'assunzione dei dipendenti dello Stato consente il controllo delle attività burocratiche da parte del gruppo di lavoratori, mirando all'abolizione della separazione tra i lavoratori dello Stato e il resto della società. Questo controllo delle attività statali sotto la dittatura del proletariato si concretizza con l'elezione dei dipendenti dello Stato e la conseguente revoca immediata del loro mandato (se i dipendenti non danno esecuzione alle decisioni prese dai lavoratori) e con l'adozione di un salario operaio, il cui risultato pratico è l'abolizione della meritocrazia, fondamento della gerarchia che caratterizza la burocrazia capitalista. Il principio del "popolo in armi" (smantellare la macchina statale repressiva) è ciò che sta alla base e garantisce tutte le altre misure prese dalla Comune di Parigi, poiché concentra i mezzi materiali del potere nelle mani del proletariato. L'istituzione del popolo in armi rompe, in questo senso, uno dei pilastri fondamentali del dominio borghese.


Partendo dall'analisi di Lenin in "Stato e Rivoluzione", le misure adottate dalla Comune di Parigi analizzate da Marx si stavano muovendo verso la liquidazione del burocratismo. Il processo di liquidazione del burocratismo si presenta come condizione per l'indebolimento dello Stato aprendo la strada alla lotta contro la propria esistenza. Secondo Lenin, la dittatura del proletariato si configura come un semi-Stato, uno Stato in estinzione. Con il processo di liquidazione della burocrazia: "lo Stato comincia ad estinguersi. Invece delle istituzioni speciali di una minoranza privilegiata ( funzionari privilegiati, capi dell'esercito permanente), la maggioranza stessa può compiere direttamente le loro funzioni, e quanto più il popolo stesso assume le funzioni del potere statale, tanto meno si farà sentire la necessità di questo potere."  


Lenin assume quindi la forma politica finalmente rivelata dall'esperienza della Comune di Parigi. Ma non solo quello. Secondo Balibar, Lenin supera l'idea della dittatura del proletariato come forma politica o forma di governo di transizione introducendo in questo concetto un altro elemento inedito: la dittatura del proletariato arriva a comprendere il periodo storico di transizione tra capitalismo e comunismo. Anche se l'idea delle due fasi della società comunista era già stata delineata da Marx, spettava a Lenin modificarla nella sua completezza. Il periodo di transizione coincide quindi con la fase che Marx chiama “la prima fase della società comunista”. Lenin individua quindi il periodo di transizione tra capitalismo e comunismo nella dittatura del proletariato, cioè nel socialismo. In questo senso, in Lenin, il processo di consolidamento di uno Stato di nuovo tipo che porta in sé il germe della sua estinzione non si sviluppa dopo l'instaurazione della dittatura del proletariato. Si tratta di un “processo unico in cui con la propria instaurazione inizia il suo superamento, attraverso il quale avviene il suo consolidamento”. Balibar sottolinea che, lungi dall'essere un concetto contraddittorio, il concetto di dittatura del proletariato racchiude una realtà contraddittoria, tanto contraddittoria quanto la situazione del proletario come classe dominante, poiché egli "rivolge contro la borghesia un'arma forgiata da essa". Quindi, se lo Stato sotto la dittatura del proletariato non è uno Stato poiché, sin dal suo inizio, è in via di estinzione, in procinto di “cedere il suo posto, attraverso molteplici configurazioni derivanti dall'esperienza, alla direzione politica delle masse stesse, non c'è possibilità di essere un nuovo apparato statale: non sarà altro che la rinascita e lo sviluppo di quello vecchio”. Pertanto, la transizione socialista comprende un periodo di nuove lotte di classe, cioè una nuova forma di lotta di classe. Lenin associa il periodo di transizione socialista all'esistenza della lotta di classe:

"le classi sono rimaste e rimarranno durante l'epoca della dittatura del proletariato. Il giorno in cui le classi spariranno la dittatura sarà inutile. Esse non spariranno senza la dittatura del proletariato. Sono rimaste le classi, ma nell'epoca della dittatura del proletariato il carattere di ogni classe si è mutato, e si sono mutati anche i rapporti reciproci fra le classi. Durante l'epoca della dittatura del proletariato la lotta di classe non sparisce, ma assume unicamente altre forme."

In questo processo di trasformazione sociale rivoluzionaria, l'alleanza di classe sotto la guida esclusiva del proletariato occupa un posto centrale nella transizione socialista. Lenin avanza su questo tema sottolineando l'importanza dell'alleanza di classe tra la classe operaia, i contadini poveri e gli strati piccolo-borghesi colpiti dalla proletarizzazione, un'alleanza necessaria nel corso della lotta rivoluzionaria per l'esistenza stessa della dittatura del proletariato. Una rivoluzione proletaria è, allo stesso tempo, una rivoluzione popolare. Anche se la necessità di trasformare le forze produttive capitaliste in forze produttive di nuovo tipo non fosse entro i limiti storici di Lenin, non sarebbe irragionevole affermare che il suo concetto di dittatura del proletariato offre elementi per una riflessione teorica che va in quella direzione, poiché dalle tesi di Lenin sulla transizione socialista è possibile cogliere l'esistenza di un rapporto di corrispondenza tra istanza politica ed istanza economica. Lenin affronta questa relazione in un giornale del 1921, il risultato di un dibattito con Trotsky e Bucharin sui sindacati. Lenin osserva che “La politica è l’espressione concentrata dell’economia (...) La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.” E continua:

"Trotsky e Bucharin presentano le cose in questo modo: vedete, noi ci preoccupiamo dello sviluppo della produzione, voi invece soltanto della democrazia formale. Quest’immagine è falsa, perché il problema si pone (e, da marxisti, si può porre) soltanto così: senza una giusta impostazione politica, una determinata classe non può mantenere il suo dominio, e non può quindi neppure assolvere il suo compito nella produzione."


Stalin: agli antipodi della concezione di Lenin della dittatura del proletariato

Il principio di dittatura del proletariato trova la sua battuta d'arresto nelle concezioni di Stalin sulla transizione socialista e sul ruolo dello Stato. Se, per Lenin, lo Stato sotto la dittatura del proletariato è un semi-Stato, uno Stato in estinzione, per Stalin, lo Stato che emerge dalla dittatura del proletariato è un nuovo Stato in via di rafforzamento. Nonostante affermi la sua lealtà al marxismo-leninismo, Stalin si oppone alle tesi fondamentali di Marx, Engels e Lenin sulla questione, cruciale per il marxismo, cioè la scomparsa dello Stato. Abbandonando il principio della dittatura del proletariato, ha anche abbandonato la tesi di Engels sulla fine dello Stato. L'abbandono di entrambi i principi finisce per dimostrare "l'intima relazione di interiorità tra i due e l'impossibilità della loro separazione". È Stalin che stabilisce le basi per la teoria ufficiale dello Stato dell'ex Unione Sovietica. Questa teoria conferisce allo Stato lo status di vero soggetto della società, delle sue trasformazioni e del suo sviluppo. La spiegazione dell'attribuzione di questa autonomia allo Stato può essere trovata nell'identificazione tra socialismo e proprietà statale dei mezzi di produzione. Pertanto, la definizione di “classe sfruttatrice come gruppo di individui giuridicamente titolari di mezzi di produzione” e non come “gruppo sociale definito dal suo posto nei rapporti di produzione”, porta all'identificazione “del settore industriale di Stato con settore industriale puramente "socialista"” a partire dalla statalizzazione dei mezzi di produzione. Stalin sostiene che in URSS "Da noi la classe dei capitalisti, com'è noto, è già stata liquidata, gli strumenti e i mezzi di produzione sono stati tolti ai capitalisti e passati allo Stato, forza dirigente del quale è la classe operaia. Quindi, non vi è più una classe di capitalisti che possa sfruttare la classe operaia. Quindi, la nostra classe operaia non solo non è privata degli strumenti e dei mezzi di produzione, ma al contrario, li possiede in comune con tutto il popolo. E poiché li possiede, e la classe dei capitalisti è stata liquidata. è esclusa qualsiasi possibilità di sfruttamento della classe operaia."


Quanto alla politica di collettivizzazione delle campagne, Stalin dichiara che il passaggio dal sistema borghese (singole fattorie contadine) al sistema socialista (sistema agricolo collettivo) è stato il prodotto di una rivoluzione. Tuttavia, "questa rivoluzione non è avvenuta per esplosione, cioè rovesciando il potere esistente e introducendo un nuovo potere, ma dal graduale passaggio dal vecchio sistema borghese nelle campagne a un nuovo sistema. Ciò è stato possibile perché è stata una rivoluzione dall'alto, perché la rivoluzione è stata condotta su iniziativa del potere esistente con il sostegno delle masse fondamentali dei contadini." La "rivoluzione dall'alto" difesa da Stalin come rivoluzione socialista condotta dallo Stato, sotto la direzione del Partito Comunista, è inizialmente collegata al periodo della collettivizzazione. Tuttavia, diventa un principio fondamentale della concezione del socialismo di Stalin. L'emergere della “rivoluzione dall'alto” corrisponde, in effetti, “alla controrivoluzione politica, all'innesco dell'accumulazione primitiva di capitale attraverso l'espropriazione di massa dei contadini e l'industrializzazione accelerata: è il riflesso del processo complesso, ma molto reale, della costituzione della borghesia di Stato.” Secondo Stalin, lo Stato materializza la volontà unificata e concentrata dei lavoratori che sostengono questa rivoluzione dal “basso”. Tuttavia, la "rivoluzione dall'alto" nasconde il processo di espropriazione delle masse contadine, un processo controrivoluzionario che ha richiesto l'intervento su larga scala della repressione statale. Questo processo, che iniziò a delinearsi alla fine degli anni '20, segnò la rottura dell'alleanza operaio-contadina e l'affermazione del potere politico della borghesia di Stato. Durante questo stesso processo, anche le masse dei lavoratori vengono espropriate, poiché sempre più soggette, nel corso degli anni '30, al dispotismo di fabbrica e alla repressione poliziesca. Questo modello di accumulazione e l'intensificazione della lotta di classe che esso provoca si traducono nella centralizzazione statale di tutto il plusvalore e dei prodotti del pluslavoro.


Dichiarando che la statalizzazione della proprietà privata nei mezzi di produzione aveva portato alla fine delle classi proprietarie (o "parassiti"), Stalin difende l'istituzione del socialismo di Stato. Le basi del capitalismo sono da lui identificate come “proprietà privata della terra, delle foreste, delle fabbriche, delle officine e degli altri strumenti e mezzi di produzione, sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo ed esistenza di sfruttatori e di sfruttati...". Pertanto, i principali fondamenti del socialismo (secondo Stalin, già conquistato nel 1936) si identificano: “con la proprietà socialista di terra, foreste, fabbriche, industrie e altri mezzi di produzione; la soppressione dello sfruttamento e delle classi sfruttatrici ... ". Stalin concepisce il partito come il rappresentante per eccellenza della forza rivoluzionaria, la forma superiore di organizzazione del proletariato, la "forza guida dello Stato", per riunire "le forme di organizzazione di classe del proletariato". Ai sindacati è assegnato, almeno formalmente, il ruolo di difendere gli interessi della classe operaia e l'organizzazione e lo sviluppo della produzione. Spetta al Partito elaborare e determinare le politiche economiche che devono essere messe in atto dai lavoratori. Tuttavia, la fusione tra Stato e Partito sotto la direzione di Stalin ha finito per rafforzare le pratiche della burocrazia statale (combattuta durante la breve esperienza della Comune di Parigi e durante i primi anni della rivoluzione sovietica). L'effetto delle concezioni di Stalin e della sua analisi sullo Stato sovietico è quello di ridurre la lotta contro le manifestazioni burocratiche in URSS, influenzando l'abbandono dei tentativi operai di controllare la burocrazia.


La concezione meccanica ed evoluzionista della storia, guidata dal principio economico della necessità dello sviluppo delle forze produttive (cui si attribuisce il ruolo di motore delle trasformazioni sociali) è il fondamento, secondo Balibar, del modello staliniano di transizione socialista. È la politica di industrializzazione accelerata, sostenuta da Stalin e attuata fin dagli anni '20, che rende comprensibile la formula staliniana “i quadri decidono tutto”. Poiché spetta al Partito definire la giusta politica da adottare, spetta ai quadri (politici, scientifici, tecnici) applicarla correttamente. "Una volta stabilita la linea giusta, verificata nella pratica, i quadri del Partito diventano la forza decisiva della leadership nel Partito e nello Stato". La linea politica del Partito applicata dai quadri si impone dall'alto, senza la partecipazione politica dei lavoratori all'elaborazione della cosiddetta politica giusta ed è considerata tale se applicata correttamente dai quadri, cioè senza resistenza operaia. Questo è ciò che Stalin mostra nel passaggio seguente:

"Avere una linea politica giusta è naturalmente la prima cosa, la più importante. Ma ciò è pure sempre insufficiente. Una giusta linea politica non deve servire per fare una dichiarazione, ma per essere applicata. E, per applicare una giusta linea politica, occorrono dei quadri, occorrono degli uomini che comprendano la linea politica del Partito, che l'accettino come la loro propria linea, che siano pronti a realizzarla, che sappiano metterla in pratica, che siano capaci di risponderne, di difenderla, di lottare per essa. Senza di ciò, la linea politica giusta rischia di restare sulla carta."

Il significato concreto di questa centralizzazione delle decisioni sulla politica statale nelle mani dei quadri si traduce nell'assoluta sottomissione dei lavoratori alle attività del partito. Inoltre, mostra il totale disprezzo per il contributo politico dei lavoratori alla gestione statale. Per dirla in un altro modo, è un controllo gerarchico e verticale dove il centro dell'apparato statale deve controllare il resto, e non un controllo della base sui livelli superiori. Il Partito, quindi, diventa un apparato statale privilegiato. L'esistenza di un Partito Unico, o di un Sistema di Partito Unico, così come il ruolo centrale che gioca, è giustificato anche dalla dichiarazione della fine dell'antagonismo di classe: ci sono solo due classi in URSS, i lavoratori e i contadini, i cui interessi, lungi dall'essere ostili, sono invece basati sull'amicizia. Di conseguenza, "nell'URSS, vi sono due classi, gli operai e i contadini, i cui interessi non solo non sono ostili, ma al contrario, sono affini. Quindi nell'URSS, non vi è terreno per l'esistenza di parecchi partiti, e neanche, di conseguenza, per la libertà di questi partiti. Nell'URSS, vi è terreno per un solo partito: il partito comunista. Nell'URSS può esistere un solo partito; il partito dei comunisti, che difende coraggiosamente e fino all'ultimo gli interessi degli operai e dei contadini." Il principio del Partito come organizzazione rivoluzionaria al servizio dei lavoratori, la cui unità è mantenuta attraverso l'esistenza di una linea e di una pratica rivoluzionarie, guidate da una concezione teorica che, nel suo sviluppo, implica lo sviluppo delle contraddizioni del partito stesso, è quindi abbandonato.


Secondo Bettelheim e Chavance, l'evoluzionismo, una caratteristica centrale del marxismo staliniano, si manifesta nella sistematizzazione delle fasi dello sviluppo storico e nelle leggi che governano questo sviluppo. La concezione evoluzionista della storia isola i diversi aspetti del processo rivoluzionario e li presenta come fasi o momenti storici distinti. In questo senso, il processo rivoluzionario inizia con la liquidazione del potere della borghesia, attraverso l'abolizione della proprietà capitalistica dei mezzi di produzione e la conseguente sostituzione del vecchio apparato statale con uno nuovo. Questa fase corrisponde alla dittatura del proletariato. Il periodo della dittatura del proletariato segue una nuova fase: la fase socialista, fondata da un particolare modo di produzione, il modo di produzione socialista; con la fine delle classi nella fase socialista, lo Stato diventa l'intero popolo. La fase socialista corrisponde al superamento della dittatura del proletariato. Il compito ancora da portare a termine diventa il superamento del socialismo per raggiungere il suo stadio più alto: il comunismo. Lo Stato occupa un ruolo guida per il raggiungimento di questo obiettivo. Sotto lo Stato socialista, guidato dal Partito, l'obiettivo è il rapido sviluppo delle forze produttive che forniranno la base per la terza fase: il comunismo. È possibile, in questo senso, concludere che il socialismo, secondo la definizione di Stalin, si riduce a "una transizione verso una società senza classi che avviene, non sotto l'effetto della lotta di classe, ma dopo che è stata conclusa, e sotto l'effetto di un bisogno tecnico-economico assunto dallo Stato". In questo senso, come sottolinea Althusser, l'idea (che sta alla base di tutta la riflessione di Stalin sulla questione) che non appena una formazione sociale raggiunge il socialismo, va oltre la dittatura del proletariato “... è un'idea contraddittoria con tante tesi di Marx e Lenin, che più volte dichiararono che la dittatura del proletariato, lungi dall'essere superata nel socialismo, coincide, al contrario, con l'intera fase del socialismo.”


Stalin sostiene che il rafforzamento dello Stato socialista che caratterizzerebbe la prima fase del comunismo, cioè la sua fase inferiore, non sarebbe in contraddizione con i principi del marxismo, giustificando questo rafforzamento con la tesi del socialismo in un solo paese. "Come risultato della legge dello sviluppo ineguale del capitalismo che segna il periodo del capitalismo monopolistico, la maturazione della rivoluzione proletaria può avvenire solo in tempi diversi e in paesi diversi. Stalin difende questa tesi sostenendo il carattere mutevole del marxismo, come "scienza delle leggi di sviluppo della natura e della società".  Pertanto, anche se Engels presentasse la tesi dell'estinzione dello Stato dopo il trionfo della rivoluzione proletaria, questo principio, secondo Stalin, potrebbe essere applicato solo alla fase storica del capitalismo pre-monopolistico, segnata da uno sviluppo uniforme del capitalismo. A causa dell'esistenza di paesi capitalisti, l'ex Unione Sovietica dovrebbe rafforzare, non indebolire, lo Stato socialista per difendersi dalle minacce esterne. Questo è ciò che Bettelheim e Chavance identificano come il dogma della scomparsa tramite rinforzo, che rivela due aspetti dell'ideologia di Stalin che operano in modo non uniforme. Il primo aspetto nega o maschera la realtà esistente e la sua natura contraddittoria quando si dichiara, ad esempio, la scomparsa delle classi. Il secondo, invece, giustifica la realtà così com'è, affermando l'intensificazione della lotta di classe. Tuttavia, questa intensificazione nasce dall'influenza dell'imperialismo straniero, esterno alla società sovietica.


Conclusione

La dichiarazione di Stalin del 1936 sulla scomparsa delle classi nell'URSS ha una diretta conseguenza: l'abbandono del principio della dittatura del proletariato. L'abolizione delle classi si riferisce, nella logica di Stalin, all'abolizione del proletariato e alla sua trasformazione in una "classe operaia completamente nuova". Il principio della dittatura del proletariato, che comprende il periodo storico della transizione socialista, è abbandonato e sostituito, come sostiene lo stesso Stalin, dal regime della dittatura della classe operaia, il cui compito di direzione politica della società è messo in pratica dal Partito Comunista , in virtù del suo ruolo guida. L'abbandono del principio della dittatura del proletariato e la proclamazione della fine della lotta di classe in URSS stabilita dalla Costituzione del 1936 non mancarono di avere conseguenze per lo sviluppo della lotta operaia e nella linea politica dei partiti comunisti. Come avverte Balibar, le tesi adottate dai cosiddetti eurocomunisti non possono, quindi, essere dibattute senza considerare questo precedente storico. 



 

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