FF

giovedì 27 maggio 2021

0 INTRODUZIONE AL CONCETTO DI CAPITALISMO DI STATO IN CHARLES BETTELHEIM




L’analisi del carattere della formazione sociale sovietica è stata ed è oggetto di accesi dibattiti tra intellettuali dalle più diverse sfumature teoriche e politiche. Questo lavoro si propone di analizzare un'interpretazione secondo la quale la formazione sociale sovietica sarebbe un tipo particolare di capitalismo, il capitalismo di stato, come proposto dall'economista francese Charles Bettelheim.

Bettelheim iniziò a utilizzare il concetto di capitalismo di stato alla fine degli anni '60, tuttavia, ricevette una spiegazione più dettagliata in “Le lotte di classe in URSS”. Quest'opera, composta da tre volumi (di cui solo i primi due sono disponibili in italiano), rappresenta uno sforzo dell'autore per "riesaminare" il passato dell'URSS, analizzando i momenti decisivi che ha attraversato questa formazione sociale. Cercherò di analizzare il concetto di capitalismo di stato proposto da Bettelheim nei primi due volumi de Le lotte di classe in URSS.

Bettelheim propone un'analisi che ha come argomento centrale la natura dei rapporti di produzione e il carattere delle forze produttive generate nell'ambito di queste relazioni, concentrandosi, allo stesso tempo, sui processi della lotta di classe che hanno configurato questo specifico assetto sociale. Per Bettelheim, sotto la copertura della proprietà statale, furono mantenuti nell'URSS rapporti di produzione simili a quelli dei paesi capitalisti. Il carattere limitato delle trasformazioni nei rapporti di produzione sarebbe l'origine di processi che cumulativamente sfociano nel fallimento del processo rivoluzionario e nella riproduzione dei rapporti capitalistici sotto forma di capitalismo di stato.

Nel primo volume Bettelheim spiega alcuni dei presupposti che avrebbero guidato le sue analisi. Secondo Bettelheim, il lavoro di “rettifica e analisi concreta dell'URSS” lo ha portato a rompere con una concezione “stratificata e semplicistica” del marxismo diffusa dalla III Internazionale. La rottura necessaria con questo "marxismo semplificato" passerebbe essenzialmente per la critica a tre delle sue tesi di fondo che verranno trattate a grandi linee di seguito.

La prima riguarda il fondamento dei rapporti di classe. Bettelheim attacca la tesi che stabilisce un'identificazione meccanica tra forme giuridiche di proprietà e rapporti di classe, tesi che sfocia nell'equazione automatica tra l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la scomparsa delle classi. Per Bettelheim, le condizioni di esistenza delle classi sono inscritte “non nelle forme giuridiche della proprietà, ma nei rapporti di produzione”.

La seconda tesi è quella del primato delle forze produttive. Secondo questa tesi, ciò che guida lo sviluppo storico è lo sviluppo delle forze produttive: la trasformazione storica è il risultato dell'adattamento dei rapporti di produzione al grado di sviluppo delle forze produttive e la lotta di classe interviene a rompere i rapporti di produzione che hanno ostacolato lo sviluppo delle forze produttive, per liberare nuovi rapporti di produzione, adeguati alle esigenze di sviluppo delle forze produttive. Questa tesi, come la precedente, contribuisce, secondo Bettelheim, a dissimulare le contraddizioni di classe che permangono nell'Unione Sovietica. La base oggettiva dell'esistenza delle classi sarebbe stata eliminata dalla statalizzazione dei mezzi di produzione, così che non restava altro che investire sullo sviluppo delle forze produttive. Allo stesso tempo, la tesi del primato delle forze produttive attribuiva tutte le contraddizioni della società sovietica all'insufficiente sviluppo delle forze produttive, nascondendo le vere contraddizioni di classe e contribuendo “a bloccare qualsiasi azione organizzata del proletariato sovietico mirante a trasformare i rapporti di produzione.”

La terza tesi è quella che spiega il rafforzamento dello Stato sovietico a partire dall'"assedio capitalista". Appare come un modo per risolvere la contraddizione tra l'affermazione della scomparsa delle classi nell'Unione Sovietica, che, da un punto di vista marxista, implicherebbe l'estinzione dello Stato, e l'esistenza e la riaffermazione della necessità dello Stato sovietico. In questo senso, è una conseguenza necessaria delle prime due tesi.

Bettelheim cerca anche di rompere con una concezione della storia della rivoluzione sovietica che la considera un "prodotto" delle decisioni del partito bolscevico. Invece non sarebbe il risultato della "volontà" del partito bolscevico, ma di "un processo oggettivo di scontro delle forze sociali (che si trasformano in questo stesso processo) e degli interventi dei loro rappresentanti ideologici e politici.” Per questo motivo, il punto centrale dell'analisi di Bettelheim è "l’analisi sulle classi sociali, sui loro rapporti, sulle loro lotte e sugli effetti politici, ideologici ed economici di tali lotte.”

Per Bettelheim, la Rivoluzione d'Ottobre ha rovesciato le vecchie classi dominanti in Russia, ma non ha ottenuto una trasformazione più profonda dei rapporti sociali di produzione. Il fallimento della Rivoluzione d'Ottobre è legato al fatto che invece del progressivo riassorbimento (sulla base della permanenza e dell'approfondimento del processo rivoluzionario) da parte del proletariato delle forze sociali da cui l'aveva separato il modo di produzione capitalistico, abbiamo avuto l'appropriazione di queste forze sociali da parte degli agenti sociali che occupavano posizioni di primo piano nel processo produttivo (dove persisteva la divisione strutturale-gerarchica del lavoro) e nell'apparato statale, contemporaneamente agli organi centrali del potere e gli apparati amministrativi dello Stato, in un movimento che ha dato luogo a una tendenza sempre più accentuata verso la loro autonomia dalle masse. Sono questi agenti che dominano il processo di produzione e l'apparato statale che iniziano a costituire una nuova classe dirigente, una borghesia statale, che, pur non avendo il titolo legale di proprietaria dei mezzi di produzione, ne dispone effettivamente tramite lo Stato. In altre parole: nonostante il mutamento della forma giuridica della proprietà, il processo sociale di produzione rimane capitalista, il lavoratore rimane separato dalla disposizione effettiva dei mezzi di produzione, che gli si oppongono come capitale, come mezzo per estrarre plusvalore.

Non è opportuno in questa seda ricostruire l'analisi di Bettelheim dei complessi meccanismi attraverso i quali questo processo ha avuto luogo e che costituiscono l'intero processo storico della lotta di classe in Unione Sovietica, un processo multilaterale, che comporta una serie di trasformazioni nei rapporti di classe, nei rapporti del partito bolscevico con le masse e lo Stato, negli apparati dello Stato e del Partito, attraversando tutta una serie di lotte politiche e ideologiche. Ci limiteremo ad analizzare alcuni concetti fondamentali nell'analisi di Bettelheim, a partire dal concetto di rapporti di produzione.

Il concetto di rapporti di produzione è di fondamentale importanza nelle formulazioni di Bettelheim. Per l'autore, “il carattere limitato delle trasformazioni operate a livello dei rapporti di produzione” sarebbe l'origine dei processi che hanno portato al fallimento del processo rivoluzionario e alla riproduzione e al rafforzamento dei rapporti di classe capitalistici sotto forma di capitalismo di stato.  In assenza di una lotta volta a rivoluzionare i rapporti di produzione e la creazione di nuove forze produttive, di carattere comunista, le relazioni sociali ereditate avrebbero fornito “una base oggettiva a pratiche sociali borghesi che tendono a riprodurre i vecchi rapporti politici, a indebolire la dittatura del proletariato e infine (con il consolidamento delle posizioni da cui la borghesia può condurre la sua lotta di classe) a ristabilire il complesso delle condizioni della dittatura della borghesia e questa stessa dittatura.”

Per rapporti di produzione, Bettelheim comprende i rapporti che vengono stabiliti tra gli agenti nel processo di produzione sociale, cioè i rapporti tra i produttori e le condizioni produttive di produzione. Secondo Bettelheim, è nei rapporti di produzione, cioè nella forma del processo sociale di appropriazione, che si inscrivono le condizioni di esistenza delle classi. Bettelheim rompe così con la concezione che riduce i rapporti di classe ai rapporti di proprietà in senso strettamente giuridico-formale. Questa rottura è abbastanza evidente nel modo in cui Bettelheim interpreta il concetto di classe che ricava dal testo di Lenin “La grande iniziativa” che afferma: “Si chiamano classi quei grandi gruppi di persone che si differenziano per il posto che occupano nel sistema storicamente determinato della produzione sociale, per i loro rapporti (per lo più sanzionati e fissati da leggi) con i mezzi di produzione, per la loro funzione nell’organizzazione sociale del lavoro e, quindi, per il modo e la misura in cui godono della parte di ricchezza sociale di cui dispongono.”


Da questa definizione, Bettelheim deduce che: 1) i rapporti di distribuzione sono solo una conseguenza dei rapporti di produzione, così che i primi non possono essere spiegati da essi, né spiegare, da soli, i secondi; 2) la fissazione per legge di determinati rapporti con i mezzi di produzione, cioè i rapporti giuridici di proprietà, può “sancire” questi rapporti, ma esistono indipendentemente dalla loro forma giuridica; 3) le classi si distinguono per i rapporti dei loro membri con i mezzi di produzione, il che significa che questa distinzione è data dal posto occupato dai suoi membri nel processo produttivo, dal ruolo che svolgono nell'organizzazione sociale del lavoro.

Bettelheim espone ulteriormente la complessità del concetto di rapporti di produzione quando afferma che questi "sono imposti agli agenti della produzione dalla struttura dei processi di produzione e di circolazione, ossia dal processo reale della produzione sociale”, e che questa struttura è “inscritta nella divisione del lavoro e negli strumenti di lavoro” mettendo così in relazione il problema del ruolo che gli agenti svolgono nell'organizzazione sociale del lavoro con il problema della divisione del lavoro e della forma degli “strumenti di lavoro".

Si può dire che, per Bettelheim, i rapporti di produzione e le forze produttive non mantengono un “nesso di esternalità”, ma, come per Turchetto in “I caratteri specifici della transizione al comunismo”, le forze produttive sono “il contenuto concreto, la forma di esistenza empirica dei rapporti di produzione (con la conseguenza che questi ultimi non possono, a loro volta, essere compresi appieno separati da tale “contenuto concreto”, considerati pura 'forma sociale')”. L'inclusione materiale dei rapporti di produzione nella divisione del lavoro e negli strumenti di lavoro rende il dominio politico di una classe insufficiente per la trasformazione dei rapporti di produzione, che può essere raggiunta solo attraverso la distruzione e la ristrutturazione del processo reale di produzione.

È da questa nozione di rapporti di produzione che Bettelheim affronta il problema della transizione socialista. Per lui, i rapporti che devono essere superati, distrutti, cioè i rapporti di produzione capitalistici, si affermano fondamentalmente su due livelli: 1) nel processo di produzione immediato, c'è una separazione dei produttori dai loro mezzi di produzione, un separazione che si realizza non solo perché espropriati dai mezzi di produzione, ma anche attraverso una divisione tecnica del lavoro sotto forma di una gerarchia completa; 2) a livello di divisione sociale del lavoro, vi è una separazione tra unità produttive che svolgono un lavoro in modo indipendente l'una dall'altra, in modo che la socializzazione del proprio lavoro sia svolta da un'autorità ad esse esterna (mercato integrato dallo Stato) . Solo attraverso un lungo periodo di lotta di classe è possibile promuovere una trasformazione socialista dei rapporti di produzione, trasformazione il cui obiettivo è superare le due “separazioni” sopra menzionate e creare rapporti in cui i produttori immediati controllano il processo immediato di produzione e le interazioni tra le diverse unità produttive. Ciò significa che la trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici richiede una trasformazione del processo di produzione immediato e del modo di coordinare le unità produttive. Per Bettelheim, solo lo sviluppo della cooperazione socialista tra le unità produttive parallelamente alla trasformazione della struttura interna del processo di lavoro svolto al loro interno può alterare il carattere capitalistico del processo generale di riproduzione.

La trasformazione socialista dei rapporti di produzione implica che la socializzazione della produzione risulti sempre più dall'azione coordinata dei lavoratori che diventano lavoratori collettivi su scala sociale. Per Bettelheim, se è in atto la trasformazione dei rapporti di produzione nella direzione indicata, si può parlare di socialismo.

Per socialismo, Bettelheim intende un periodo di transizione tra capitalismo e comunismo. Questa fase non è caratterizzata come l'abolizione dei rapporti di produzione, ma dalla loro “trasformazione, la loro distruzione-ricostruzione in rapporti transitori che possono essere considerati come una combinazione di elementi capitalistici e di elementi socialisti о comunisti.”

Non caratterizzerebbe, quindi, un modo di produzione stabilito, come sostenuto da Stalin, ma un periodo di transizione che può essere invertito se i rapporti di produzione non vengono trasformati. A volte Bettelheim usa anche il termine "socialismo" come sinonimo di comunismo.

L'idea del socialismo come combinazione di elementi capitalisti e socialisti ci porta alla questione della coesistenza dei modi di produzione. Per Bettelheim, il periodo di transizione tra capitalismo e comunismo è segnato dalla lotta tra il primo, che "è sconfitto ma non annientato", e il secondo "già nato ma ancora debole". I sabati comunisti rappresenterebbero, ad esempio, anche se localmente e temporaneamente, i rapporti di produzione comunisti . Non sarà possibile discutere di questo problema qui. 




La progressione verso il socialismo dipende da una "lotta di classe di lunga durata guidata da una linea politica giusta”, quest'ultima dipendente da "un partito proletario armato della teoria rivoluzionaria e capace di esercitare il suo ruolo dirigente.”

Per Bettelheim, fintanto che gli "elementi borghesi" rimangono nelle diverse relazioni sociali, esistono le condizioni per l'esistenza delle classi sociali: “Finché sussistono elementi borghesi nei diversi rapporti sociali — ossia fino al comunismo —, esistono il proletariato e la borghesia ed esiste la possibilità per questa — se la lotta proletaria di classe non segue una linea giusta — di sviluppare gli elementi borghesi dei rapporti sociali, di consolidare gli aspetti borghesi degli apparati ideologici e politici, e infine di restaurare il capitalismo (nelle forme specifiche che impongono quei rapporti sociali anteriormente trasformati che la borghesia non è in grado di distruggere ).”


Sebbene le classi persistano nel contesto post-rivoluzione, assumono una forma diversa dalla configurazione precedente. Il proletariato non scompare - in quanto continua a essere separato dai mezzi di produzione e sottoposto a una divisione del lavoro che separa il lavoro intellettuale e manuale, i compiti di gestione e di esecuzione - sebbene cambino la sua forma di esistenza e le sue relazioni con le altre classi. Questo può solo scomparire con la fine di tutte le forme di separazione dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione. L'esistenza della dittatura del proletariato porta, secondo Bettelheim, a una parziale distruzione dei precedenti rapporti di separazione, in particolare perché attraverso le sue organizzazioni (partito, sindacati e soviet), il proletariato è unito ai mezzi di produzione e determina, in parte, il loro destino: “In altre parole, la classe operaia sovietica è al tempo stesso un proletariato e un non-proletariato: un proletariato in quanto è separata dai suoi mezzi di produzione ed inserita in un sistema di rapporti capitalistici che ha subito solo trasformazioni parziali; un non-proletariato, in quanto è unita ai suoi mezzi di produzione e li domina grazie allo sviluppo di nuovi rapporti sociali nella sovrastruttura e nella struttura economica.”

Anche la borghesia non cessa di esistere - sebbene cambino anche la sua forma di esistenza e le sue relazioni con le altre classi – perché: “tutti coloro che nel sistema della produzione e della riproduzione sociali occupano un posto corrispondente a quello della borghesia e vi sviluppano pratiche sociali borghesi, malgrado l’esistenza della dittatura del proletariato, costituiscono una borghesia.”

La prima modifica è legata al fatto che l'ex borghesia ha perso potere, e quindi non domina il vecchio apparato politico e amministrativo che è stato distrutto, smantellato e parzialmente sostituito da apparati legati alle masse rivoluzionarie e diretti dal proletariato e dalla sua avanguardia , il partito proletario. La borghesia perde anche la possibilità di "disporre liberamente" dei principali mezzi di produzione che non sarebbero più direttamente soggetti alle esigenze del processo di valorizzazione del capitale. Così, per Bettelheim, la borghesia è allo stesso tempo una non borghesia: “una borghesia, in quanto esercita la sua direzione sulla riproduzione di rapporti capitalistici più o meno trasformati; una non-borghesia, in quanto esercita questa direzione in condizioni interamente nuove, in quanto cioè è ideologicamente e politicamente subordinata alla dittatura del proletariato.”


Così, dalla borghesia statale Bettelheim designa uno strato sociale composto da produttori non immediati, ma che hanno effettivamente mezzi di produzione e prodotti formalmente appartenenti allo Stato a causa dell'insieme delle relazioni sociali e delle pratiche sociali dominanti.


Avremo modo di approfondire ulteriormente queste tematiche, per ora il lavoro è da intendersi come un'utile introduzione.

 

Bollettino Culturale Copyright © 2016 | Created by Tarosky | Powered by Blogger Templates