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sabato 26 giugno 2021

0 CONVERSANDO SUL LAVORO - I LIMITI DELLO SMARTWORKING


Secondo appuntamento delle iniziative di "Conversando sul lavoro". A partire dal libro di Savino Balzano "Contro lo Smartworking", discuteremo con l'autore, Maurizio Brotini della CGIL e Simone Robutti di Tech Workers Coalition Italia di smartworking, lavoratori tech, modificazioni del lavoro dovute alla pandemia e conflitto.


venerdì 25 giugno 2021

0 PRESENTAZIONE INCONTRO SUL LIBRO “CONTRO LO SMARTWORKING” DI SAVINO BALZANO - VERSIONE ESTESA



Nel Capitale Marx analizza il settore dell'“industria domestica” che, non avendo più nulla in comune con l'antico artigianato, è diventato un “reparto esterno della fabbrica, della manifattura o del grande magazzino”, disperso nelle campagne e nelle città, e collegata da “fili invisibili” al capitale. Assumendo le differenze storiche e tecnologiche tra il settore nel periodo in cui scrive l'autore tedesco e quello attuale, è rilevante notare come le conseguenze di questo tipo di lavoro per il lavoratore fossero evidenti e possono aiutare l'analisi del lavoro a distanza:

“Lo sfruttamento di forze lavoro immature e a buon mercato assume aspetti più sfrontati nella moderna manifattura che nella vera e propria fabbrica, perché la base tecnica qui esistente, — sostituzione della forza muscolare con macchine e semplificazione del lavoro —, là manca in gran parte e, nello stesso tempo, il corpo femminile o ancora immaturo è lasciato senza il minimo scrupolo in balia degli influssi di sostanze venefiche ecc.; ed è più sfrontato nel cosiddetto lavoro a domicilio che nella manifattura, perché la capacità di resistenza degli operai diminuisce con la loro dispersione, perché tutta una serie di parassiti e predoni si inserisce fra il vero e proprio datore di lavoro e l’operaio, perché il lavoro a domicilio lotta dovunque con l’azienda meccanizzata o almeno manifatturiera nello stesso ramo di produzione, perché la miseria deruba l’operaio delle condizioni di lavoro più necessarie, lo spazio, la luce, la ventilazione ecc., perché l’irregolarità di occupazione aumenta, e infine perché, in questi ultimi rifugi di coloro che la grande industria e la grande agricoltura hanno reso «superflui», la concorrenza nel lavoro raggiunge necessariamente il massimo.”

Così, allo stesso modo in cui il lavoro a domicilio generava in quel momento tutto un contesto dannoso per il lavoratore, si comprende che lo smartworking, pur avendo in potenza valori socialmente riconosciuti come positivi, quali libertà e flessibilità, può contenere elementi perniciosi e orizzonti di sfruttamento ancora poco esplorati, come analizzato per bene nel libro da Savino Balzano.

Potremmo definire lo smartworking la modalità di lavoro con la quale il lavoratore fornisce servizi attraverso strumenti di comunicazione e informazione (notoriamente internet), geograficamente distanti dalla sede fisica della propria azienda. Lo smartworking è stato recentemente regolamentato dalla Legge 81/2017. Questa nuova modalità di lavoro, in quanto prestazione di servizi che avviene principalmente al di fuori dei locali dell’impresa attraverso l'uso delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, ha preso velocemente piede grazie alla pandemia che stiamo ancora vivendo, differenziandosi dal precedente telelavoro introdotto in Italia alla fine degli anni ‘90. Tuttavia, il lavoro a distanza viene spacciato come una soluzione favorevole ai lavoratori da conservare anche in futuro poiché corrisponderebbe al loro desiderio di fluidità, flessibilità e modernizzazione del lavoro, oltre a evocare la promessa di una serie di benefici per quanto riguarda la conciliazione tra tempo di lavoro e tempo di vita (posto che sia ancora possibile fare una netta distinzione tra queste due dimensioni).

Seguendo l'esempio dell'introduzione delle macchine nel sistema produttivo all'inizio dell'Ottocento analizzato da Marx nel Capitale, si comprende come lo smartworking tenda a generare anche trasformazioni di grande impatto psicosociale per il lavoratore del XXI secolo. Tuttavia, a causa della fase iniziale di consolidamento che vive questa forma di lavoro, non è ancora possibile misurare tutti i suoi effetti soggettivi, sociali e organizzativi, sebbene siano ampiamente propagandati i vantaggi reciproci per il lavoratore e l’impresa.

Ad esempio: aspettative di risparmio di risorse e tempo, aumento della produttività (e quindi del profitto) ed evocazione anche di miglioramenti della qualità della vita. Lo smartworking sembrerebbe accontentare i desideri di entrambe le parti nel rapporto di lavoro. 

Tuttavia, è sempre necessario considerare che la scienza e le sue invenzioni non sono elementi neutri o estranei a questioni politiche, sociali, culturali ed economiche. Marx ricorda che “il capitale, piegando al suo servizio la scienza, impone sempre docilità alla mano ribelle del lavoro.”

Pertanto, le tecnologie dell'informazione, così come le modalità di lavoro a distanza, sono elementi carichi di interessi e significati sociali, economici, politici e culturali. Ovviamente, quando si cerca di implementare nuovi valori o costumi in una data società, è consuetudine elogiare solo i benefici e le caratteristiche positive di questi nuovi elementi, ignorando o minimizzando i rischi e le problematiche da affrontare.

Pertanto, è necessario prestare attenzione al fatto che lo smartworking appare circondato da valori acclamati come totalmente positivi per entrambe le parti poiché possono facilmente oscurare nuove e pervasive modalità di estrazione del plusvalore. Quindi, nonostante i decantati elementi positivi dello smartworking, è importante sottolineare che la legislazione del lavoro italiana che lo regola è ancora carente e imprecisa, favorendo la comparsa di interpretazioni tendenziose in grado di promuovere il lavoro precario, con perdite che vanno oltre il rapporto di lavoro, raggiungendo la società nel suo insieme.

Quello che viene chiamato lavoro a distanza è un concetto così nebuloso e mal definito che difficilmente si può dire che esista in modo chiaramente delimitato e quantificabile. E quando questa nebulosità e incertezza coinvolge un sistema tendente allo sfruttamento del lavoratore, come nel caso del capitalismo, i rischi a cui è esposto diventano innegabili.

Questo contesto permeato da cambiamenti nel processo lavorativo, che tendono a mascherare lo sfruttamento attraverso la rivendicazione dell'autonomia dei lavoratori, comporta la deregolamentazione dei diritti del lavoro (che sono stati regolarmente erosi in varie parti del mondo), l'indebolimento della classe operaia, precarietà e delocalizzazione del lavoro e distruzione del sindacalismo di classe, con la formazione di un sindacato docile, corporativo e al servizio dell'impresa.

Sembra, quindi, che lo scenario lavorativo contemporaneo si stia muovendo verso quella che Ricardo Antunes chiama “uberizzazione” del lavoro – un inarrestabile modus operandi imprenditoriale, che cerca il profitto e l'aumento del valore del capitale attraverso forme di lavoro precario in espansione su scala globale. Pertanto, questa "uberizzazione" del lavoro, sommata alle lacune legislative e alle loro possibili conseguenze dannose, favorisce l'emergere di una serie di difficoltà legate al lavoro a distanza: individualizzazione dei compiti, isolamento sociale, perdita di azione collettiva, cattiva gestione del tempo, aumento del carico di lavoro, distrazione e interferenza familiare durante lo svolgimento del lavoro, con conseguenze sulla salute fisica e psichica del lavoratore.

Pertanto, sebbene lo smartworking sia stato acclamato per i vantaggi che apporta al lavoratore, è urgente considerare che l'incompletezza legislativa di questo nuovo fenomeno lavorativo può portare a richieste esorbitanti del datore di lavoro, che finiscono per esigere dal lavoratore una dedizione maggiore di quella richiesta nel lavoro in presenza. In questo senso, nonostante l'apparente flessibilizzazione dell'orario di lavoro, nello smartworking potrebbe verificarsi un'intensificazione del lavoro, come accadde nel XIX secolo, nel sistema manifatturiero inglese, quando la riduzione legale dell'orario di lavoro fece sì che il capitale trovasse nell'intensificazione del lavoro un modo alternativo per compensare questa conquista della classe operaia.

Inoltre, con la fusione tra l'ambiente di lavoro e quello domestico, i lavoratori possono incontrare difficoltà nell'organizzare la propria routine e stabilire limiti di tempo tra il lavoro e le attività di riposo, il che può comportare un aumento del tempo dedicato al lavoro, sottraendolo alla propria vita. Considerando che oggi l'idea di efficienza, produttività e non procrastinazione è estremamente valorizzata (Balzano nel libro fa degli esempi concreti molto interessanti sull’allungamento della giornata lavorativa non pagata che sottrae anche posti di lavori potenzialmente liberi) e considerando anche che i mezzi tecnologici attraverso i quali viene svolto lo smartworking sono costantemente accessibili, è molto probabile che il lavoratore sia stimolato ad essere costantemente coinvolto nell’attività lavorativa, riducendo drasticamente i tempi morti. C'è quindi una grande possibilità per il lavoratore di mettere a disposizione il suo tempo per lavorare in modo molto pernicioso.

Nello smartworking, l'ambiente domestico è solitamente il luogo in cui vengono eseguite le attività lavorative. E questa mancanza di uno spazio fisico specificamente dedicato al lavoro tende a rendere difficile la distinzione tra momenti lavorativi e non lavorativi.

Nel lavoro in presenza, entrare e stare in un luogo fisico per lo svolgimento delle attività lavorative aiuta il lavoratore a delimitare non solo fisicamente, ma anche temporalmente, l'esecuzione del lavoro in un momento specifico della sua giornata. C'è una chiara delimitazione dello spazio in cui si svolgerà il lavoro e, soprattutto, del tempo che sarà dedicato ad esso. Nello smartworking, invece, la fusione tra casa e spazio lavorativo rende difficile anche differenziare la destinazione del tempo, che è qualcosa di più fluido e astratto.

Stare a casa significa anche essere al lavoro ed è molto probabile che ci sia confusione tra lo stare a riposo e il lavorare, tra lo stare a casa e l'indisponibilità al lavoro in qualsiasi momento della giornata. E questa semplice differenziazione comporta tutto un processo di risignificazione del lavoro, che non coinvolge più un luogo e un tempo predeterminati.

Un altro aspetto importante del lavoro a distanza è il fatto che venga svolto attraverso dispositivi tecnologici (tablet, notebook, cellulare), intensificando il collegamento costante del lavoratore al lavoro, poiché non solo invade la sua casa, ma lo accompagna anche in tutti i momenti della sua giornata, ovunque sia. Pertanto, il complesso compito di separare i momenti lavorativi e non lavorativi tende a diventare assurdamente doloroso, poiché l'accesso costante ai mezzi tecnologici consente di svolgere o accedere alle attività lavorative in qualsiasi momento e luogo, anche mentre si guarda la partita di calcio in televisione o durante una passeggiata nel parco.

In questo senso, il fatto che il lavoro sia sempre più svolto attraverso le tecnologie dell'informazione rende quasi impossibile separare il lavoro dal tempo libero e ci si aspetta sempre più che i dipendenti siano disponibili al lavoro in qualsiasi momento. Inoltre, i dispositivi tecnologici contengono una maggiore possibilità di sorveglianza rispetto alla persona fisica sul posto di lavoro, in quanto il tablet e, soprattutto, il cellulare accompagnano il lavoratore nella sua intimità domestica, libera da vincoli di orario. Ciò significa che è possibile utilizzare la tecnologia come sostituto della sorveglianza del datore di lavoro caratteristica dei sistemi di produzione precedenti. Resterebbe, quindi, la coercizione sul lavoro, anche se mascherata con richiami altisonanti alla libertà e flessibilità. Un problema di cui tenere conto è anche quello relativo all'effettivo svolgimento dell'attività lavorativa. Il fatto che siano svolte al di fuori dei locali del datore di lavoro compromette la supervisione dell'attività da parte dell’impresa e dai responsabili della sicurezza eletti dai lavoratori, che può finire con l’esporre il lavoratore a situazioni di maggiore vulnerabilità in termini di malattie professionali e infortuni sul lavoro. Vale a dire che il telelavoratore diventa l'unico responsabile del proprio ambiente di lavoro e del corretto svolgimento dell'attività. Inoltre, il fatto che l'esecuzione avvenga al di fuori dei locali del datore di lavoro potrebbe anche rendere difficile il riconoscimento del nesso di causalità tra lavoro, malattie professionali e infortuni sul lavoro, esonerando il datore di lavoro dalla propria responsabilità al verificarsi di tali eventi. Un'altra peculiarità del lavoro a distanza è legata a nuove caratteristiche che il contratto di lavoro può assumere, poiché il fatto che l'attività lavorativa venga svolta a domicilio e ad orari flessibili può favorire distorsioni e tentativi di deconfigurazione del rapporto di lavoro stesso. Pertanto, l'assenza di una routine lavorativa predeterminata e di uno spazio fisico, potrebbe facilitare i tentativi di caratterizzazione errata del contratto di lavoro, con un onere maggiore per il lavoratore. Quanto sopra mostra che i telelavoratori sono soggetti a una serie di rivoluzioni nella loro attività lavorativa e nel loro stile di vita, come è successo quando i macchinari sono stati introdotti nel sistema manifatturiero inglese nel XIX secolo. A quel tempo, gli studi di Marx dimostrarono che i costi ei risultati dell'introduzione della produzione meccanizzata erano a carico della classe operaia, dato che le macchine aumentavano il numero di "schiavi del lavoro" sottoposti a orari di lavoro intensificati e retribuzione insufficiente. In questo senso si avverte il rischio che il lavoro a distanza – così ben mimetizzato con le sue vesti di autonomia, flessibilità e modernizzazione – si mostri, a lungo termine, come un'altra forma di precarietà, che potrebbe portare ad un maggiore impoverimento del lavoratore. Considerando che l'operaio dei servizi genera plusvalore al capitalista, il plusvalore assoluto si riferisce al pluslavoro, il lavoro non retribuito che l'operaio fornisce al capitalista ed è incrementato all'aumentare della giornata lavorativa, senza aumento di salario. Il plusvalore relativo, invece, si ottiene attraverso l'aumento della produttività o l'intensificazione del lavoro, in cui l'operaio produce di più ma senza percepire un aumento proporzionale a questi miglioramenti della produzione. Negli studi ottocenteschi sull'industria manifatturiera inglese, attraverso l'accesso alle routine della fabbrica, alle regole a cui erano sottoposti gli operai e al salario medio pagato, l'identificazione delle quote di lavoro retribuito e del pluslavoro, nonché del plusvalore assoluto e relativo, era più diretto e relativamente facile da discriminare. Nell'ambito del telelavoro, invece, per una migliore comprensione delle sue dinamiche, è necessario analizzare i possibili cambiamenti nell'estrazione del plusvalore e nell'aumento della produttività, al fine di individuare gli interessi del capitalista nello scegliere questo tipo di lavoro, dato che, in un primo momento, si presenta come un modello vantaggioso per il lavoratore, in quanto non impiegato nell'ambiente tradizionale di lavoro e sottoposto al suo controllo, oltre a non dedicare tempo al pendolarismo. Il comfort della propria casa e la flessibilità dell'orario sono altri benefici addotti come motivazioni per adottare il lavoro a distanza senza arrecare danno al lavoratore, configurando uno scenario in cui vincono entrambe le parti: il dipendente, come spiegato sopra, e il datore di lavoro, che ridurrà i costi e gestendo più facilmente il personale. La storia contiene però casi che minano questo paradiso di equilibrio nel rapporto capitale-lavoro, come il caso dell'azienda italiana di abbigliamento Benetton, che negli anni '80 licenziò i suoi dipendenti della fabbrica e con i soldi del loro licenziamento l’azienda acquistò delle nuove macchine. Tuttavia, propose ai dipendenti di produrre interi prodotti o parti di essi nelle proprie case per poi rivenderli all'azienda. Le restrizioni erano che la materia prima doveva essere fornita dall'azienda e la produzione rivenduta esclusivamente ad essa, secondo la richiesta di Benetton. Se ci fosse stata poca domanda, l'operaio avrebbe lavorato poco mentre se la domanda fosse aumentata, l'orario di lavoro doveva stare al passo con le nuove richieste del mercato. E il prezzo, ovviamente, era determinato da Benetton. Con questo “gioco” l'azienda evitava di spendere per macchinari, materie prime in eccesso, manutenzione del posto di lavoro e supervisori, aumentando le vendite attraverso un sistema di produzione on demand. Al lavoratore non è più richiesto il viaggio giornaliero dalla casa alla fabbrica, con il rispettivo lavoro retribuito che garantiva le condizioni minime di riproduzione, ma si ritrovava ad essere ancora più soggetto alle oscillazioni della domanda, a volte con guadagni insufficienti, a volte con un carico di lavoro molto più alto del precedente. Questo caso non si qualifica come telelavoro, in quanto non richiede la mediazione del computer o simili, tuttavia, si configura come un germe della modalità di lavoro analizzate, avendo in comune il legame diretto "invisibile" con l'azienda e l'assoggettamento alle conseguenze esposte da Marx riguardo all'aumento dello sfruttamento capitalistico, all'indebolimento della classe operaia e all'instabilità della quantità di lavoro, oltre alla tanto decantata flessibilità.

Dato che il concetto di telelavoro non è ben definito e rigoroso, e può assumere caratteristiche diverse nei diversi mestieri, prenderemo la seguente ipotetica situazione per illustrare il nuovo rapporto tra lavoro e capitale, che riteniamo sia utile, portando elementi comuni alla gamma dei lavori a distanza già presente oggi nel nostro paese: il lavoratore si occupa della vendita di servizi telefonici. Lavora per 8 ore, con 1 ora di pausa pranzo, oltre allo spostamento, che considereremo di 2 ore, cioè 11 ore dedicate all'occupazione, con 8 ore di lavoro effettivo. La produttività media di questi lavoratori in azienda è di 100 pacchetti di servizi venduti al giorno e il loro stipendio corrisponde a 20 di questi pacchetti. Supponiamo che il valore per la riproduzione della forza lavoro sia equivalente, in ore, a questi 20 pacchetti venduti, quindi 2 ore. Cioè, lo stipendio corrisponde al valore della forza lavoro necessaria e il plusvalore dell'azienda è di 80 pacchetti o 6 ore della giornata lavorativa del lavoratore. L'azienda decide di spostare metà di questo settore al lavoro da casa, tramite il telelavoro, in cui il contatto con il cliente verrà effettuato tramite un software specifico installato sul computer del lavoratore, che si occuperà della manutenzione della propria macchina e dell'accesso a internet. La nuova modalità è soggetta a un sistema di obiettivi in ​​cui, giornalmente, devono essere venduti 120 pacchetti di servizi, ovvero un aumento del 20% rispetto alla produttività media della precedente modalità di lavoro. Considerando, a titolo esemplificativo, che l'orario consentito per effettuare chiamate è dalle ore 8:00 alle ore 19:00, il venditore dispone di 11 ore “libere” da dividere tra lavoro e necessità personali. Ogni volta che accede, il sistema registra fino a quando non si disconnette, ovvero conta esattamente quante volte ha effettuato l'accesso e per quanto tempo è stato online, rendendo possibile tracciare una media mensile e giornaliera di quanto tempo effettivamente il lavoratore usa a casa per vendere un pacchetto di servizi. È molto probabile che il rapporto minuti/pacchetto sia più basso nel telelavoro, in quanto, gestendo individualmente il suo tempo, la sua "disponibilità" di venditore tende ad aumentare durante il tempo lavorato, e, vista la maggiore produttività, si riesce anche a vendere di più rispetto al lavoro in presenza.

Quanto alle conseguenze di questa situazione, il primo effetto è quello di ridurre "intervalli o bolle improduttive", quei momenti in cui il lavoratore non sta producendo al suo "massimo" (andare in bagno, conversazioni con i colleghi, pause non contabilizzate e altri umanamente indispensabili riposi), in quanto ora può "scegliere" di lavorare nei momenti di alta concentrazione. Il secondo effetto è l'istituzione di un nuovo riferimento di produttività: poiché i telelavoratori guadagnano più dei lavoratori in loco nello stesso periodo, l'azienda adotterà questo nuovo riferimento, chiedendo di più ai lavoratori in loco, cercando di aumentare la produttività intensificando il lavoro. È interessante notare che questa "pretesa" dei lavoratori ha assunto aspetti meno minacciosi, cioè è sempre meno un’imposizione di un caporeparto e più un discorso di competitività introiettato, spingendo questi lavoratori a sottomettersi e produrre di più per superare gli obiettivi stabiliti dall’azienda. Il terzo effetto è l'aumento del plusvalore assoluto: la giornata lavorativa è stata prolungata, seppur indirettamente, in quanto il lavoratore rimane, durante le pause, condizionato e in tensione tutto il tempo per guadagnare di più durante il periodo in cui effettivamente lavora (diversamente dalle 11 ore che il lavoratore dedica alla propria attività in presenza, in quanto 2 ore saranno dedicate al trasporto). Il quarto risultato è l'aumento del plusvalore relativo: la diminuzione del rapporto minuti/vendite intensifica la produttività e il valore relativo al lavoro retribuito si riduce, non essendoci aumento di salario.

Questo può essere visto come un plusvalore straordinario per il capitalista, considerando che la prospettiva è che altre aziende adotteranno il sistema fino a quando non riusciranno a bilanciare questo iniziale vantaggio. Il quinto effetto è la diminuzione dei costi e conseguente aumento del profitto: sospensione del pagamento dei buoni di trasporto, riduzione dei consumi di elettricità, acqua, internet..., eliminazione degli incarichi di supervisione e controllo che erano solo spese dell'azienda per il mantenimento della forza lavoro, il capitale costante. L'ultimo effetto è l'assegnazione di nuove funzioni al lavoratore che ora deve mantenere la propria macchina, garantire l'accesso ininterrotto a Internet, installare e richiedere supporto per il software...

Quindi, tralasciando, per ora, la discussione sull'ontologia del telelavoro, notiamo che non c'è rivoluzione nel rapporto capitale-lavoro, dato che restano le categorie di plusvalore assoluto e relativo, intensificazione della giornata lavorativa e produttività. Le differenze rispetto al lavoro in presenza sono dovute alle modalità di estrazione del surplus e all'organizzazione e controllo del lavoro. Differenze che portano a nuove proprietà nel rapporto del lavoratore con la macchina, oltre a conseguenze diverse sulla salute e sulla soggettività del lavoratore.

La costituzione della soggettività umana avviene attraverso il lavoro. Pertanto, i cambiamenti che coinvolgono il lavoro implicano effetti soggettivi sulla sua esecuzione e sullo stile di vita del lavoratore. Poiché la soggettività umana è intesa come sintesi individuale e singolare che si costruisce a partire da esperienze sociali, storiche e culturali, si comprende che le nuove modalità con cui viene svolta l'attività lavorativa incidono anche sulla stessa identità del lavoratore. Nel telelavoro il rapporto uomo-macchina assume contorni complessi e globali, in quanto il modo in cui i lavoratori affrontano le tecnologie dell'informazione come mezzo di lavoro influenzerà direttamente la loro soggettività e il loro stile di vita. Pertanto, quando il lavoratore è sottoposto ad un rapporto di lavoro mediato da macchinari, come nel caso del telelavoro, i limiti all'uso dei dispositivi, l'instaurazione - o meno - di momenti e spazi fisici delimitati, la sottomissione o autonomia rispetto alla macchina sono problemi che sorgono nel lavoro quotidiano e che devono essere affrontati regolarmente. Pertanto, i telelavoratori affrontano la sfida di gestire il proprio rapporto con i dispositivi tecnologici come mezzo di lavoro libero da vincoli temporali e spaziali. A differenza dei macchinari dell'industria dell'Ottocento, le risorse tecnologiche contemporanee non servono esclusivamente a fini di lavoro e nemmeno subiscono restrizioni fisiche o temporali, in quanto non sono confinate allo spazio della fabbrica. Al contrario, invadono l'ambiente domestico e accompagnano il lavoratore in ogni momento, fungendo da risorsa di intrattenimento e da strumento di lavoro. Di qui l'evidente difficoltà del lavoratore a stabilire limiti tra lavoro e non lavoro, tra momenti di svago e adempimento dei propri doveri. Questa confusione genera inevitabilmente oneri psicologici che incidono sulla salute e sulla vita del lavoratore. Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione hanno influito a tal punto sulla divisione spaziale e temporale del lavoro che, per molti lavoratori, i confini tra lavoro e vita privata formano un groviglio confuso. Date queste problematiche, il telelavoro impone al lavoratore di confrontarsi con i problemi della macchina, confrontandosi costantemente con i processi decisionali riguardanti l'utilizzo di questi dispositivi tecnologici: sia per lavoro o tempo libero, sia in qualsiasi spazio fisico e in qualsiasi momento della sua giornata, in modo regolamentato o indiscriminato.

E questo rapporto lavoratore-dispositvi tecnologici permea l'intero problema del lavoro, raggiungendo la soggettività del lavoratore e incidendo sul suo modo di vivere. Pertanto, comprendere il modo in cui l'uomo si rapporta alla macchina e comprendere l'impatto psicosociale di questa relazione è essenziale per comprendere gli effetti reali del telelavoro nella sua interezza. Tenuto conto di ciò, risulta evidente che i promettenti risultati del lavoro a distanza, più che un effetto automatico di questa nuova modalità di lavoro, vanno visti nel suo rapporto con il complesso processo di adattamento dell'uomo alle nuove tecnologie, perché, al di là delle funzione, le innovazioni tecnologiche coinvolgono elementi umani, sociali, politici, economici e culturali che ne costituiscono la sostanza e che contano nell'imprevedibilità in grado di generare ulteriori cambiamenti nel loro disegno iniziale. Occorre quindi fare in modo che i telelavoratori mantengano il loro potere discrezionale, non devono essere solo “incorporati come appendici vive di un meccanismo morto”, come è successo con i lavoratori che hanno sperimentato l'introduzione delle macchine nel XIX secolo.


Versione estesa del mio intervento alla discussione "CONVERSANDO SUL LAVORO - I LIMITI DELLO SMARTWORKING" 

domenica 20 giugno 2021

0 DALLA SUSSUNZIONE FORMALE A QUELLA REALE IN EMPIRE


La sussunzione è il modo marxiano di parlare, in generale, del rapporto tra lavoro e capitale – il primo è sussunto sotto il secondo. Ma Marx individua due tipi di sussunzione: sussunzione formale e sussunzione reale. La seconda sarebbe la sussunzione propria del capitalismo pienamente sviluppato, mentre la prima sarebbe quella di un capitalismo ancora in costruzione. Il modo principale di estrarre plusvalore nel primo è assoluto, mentre nel secondo è relativo. Possiamo intendere il “passaggio” da una forma di sussunzione all'altra sulla base di due elementi formalmente distinti, in quanto avvengono nello stesso processo:
1. l'espansione del capitale su tutto il pianeta (aspetto estensivo) e 2. l'estensione dello sfruttamento capitalistico a tutto il corpo sociale e a tutta la vita (aspetto intensivo). Nella sussunzione formale abbiamo un capitalismo storicamente centrato in Europa e Nord America che si espande attraverso il colonialismo e un continuo processo di accumulazione primitiva. In questo caso il capitalismo in crescita è in costante rapporto con il suo “fuori”, con mondi ancora non capitalisti. Questo stesso capitalismo si riproduce come capitale attraverso la sussunzione formale dell'operaio al suo regime di orario di lavoro e la produzione di plusvalore attraverso il salario: se l'operaio lavora X ore riceverà solo X sottratto a Y, essendo Y la parte che rimane al capitalista, il plusvalore. La sussunzione reale, invece, in termini geopolitici coincide con il momento in cui il capitale non è più legato a un “fuori” coloniale o a un “fuori” da sussumere: l'intero globo, tutte le forme di produzione esistenti e tutte le diverse culture e i territori sono posti in un rapporto capitalista. L'attuale situazione capitalistica, utilizzata nei contributi teorici di Negri e Hardt, sarebbe quest'ultima, in cui, man mano che l'aspetto estensivo perde le sue condizioni di possibilità, cioè il capitalismo tende ad esaurire i "fuori" da colonizzare, il capitale punta sull'aspetto intensivo:

“La "sussunzione reale" del lavoro sotto il comando del capitale non è correlata a ciò che si trova al di fuori e non esige il medesimo genere di espansione. Nella sussunzione reale, l'integrazione del lavoro da parte del capitale è infatti più intensiva che estensiva e la società viene sempre più sistematicamente modellata dal capitale.”

È qui che la sussunzione formale del lavoro al capitale attraverso il rapporto di plusvalore salariale comincia a vacillare e cessa di essere la tendenza. Nella sussunzione reale, tutta la vita è posta sotto il giogo del capitale. È dai rapporti di produzione della società stessa, nella riproduzione della vita stessa, che il capitale estrarrà valore, dove l'orario di lavoro formale non sarà più l'elemento principale del rapporto economico di sfruttamento. Si confondono tempo di lavoro e tempo libero, lavoro e vita tendono a identificarsi: si lavora sempre, sia quando si prende un autobus (per andare a un impiego formale o meno), si studia, si utilizza un social network, si guarda un film, si esce con gli amici o si legge un libro. Tutta questa produzione della vita è, attraverso circuiti multipli, parassitata dal capitale. Facciamo un esempio. Le richieste d'amicizia su Facebook sono una sussunzione del lavoro affettivo e sociale ai dati di feedback e ai servizi di profilazione, venduti, ad esempio, alle società di sondaggi. Qualcosa dello stesso tipo accade quando Uber o Airbnb negoziano le informazioni che hanno sulle abitudini e sui movimenti dei loro utenti. Parallelamente e correlato alla transizione sopra descritta, abbiamo il passaggio di quelle che Foucault chiama società disciplinari a quelle che Deleuze chiamerà società del controllo, recuperato da Negri e Hardt. Nel primo caso, gli individui circolavano in spazi chiusi, come la scuola, la fabbrica, l'ospedale, la casa, con il carcere come struttura paradigmatica. Nelle società disciplinari le attività riprendevano sempre quando ci si spostava da uno spazio all'altro. Ora, la fabbrica non è più centrale e la figura dell'impresa comincia a guadagnare spazio: gli individui non lavorano più in uno spazio, studiano in un altro, riposano in un altro ancora.

Le attività tendono a diventare continue, estendendosi nel tempo e in spazi diversi: si lavora a casa e a scuola, si studia e si migliora in azienda, la forma impresa è  generalizzata all'interno del corpo o del tessuto sociale, portando “l'impresa” nello spazio aperto.

“La società del controllo può quindi essere definita come una intensificazione e generalizzazione dei dispositivi normalizzatori della disciplina che agiscono all'interno delle nostre comuni pratiche quotidiane; a differenza della disciplina, però, questo controllo si estende ben oltre i luoghi strutturati dalle istituzioni sociali, mediante una rete flessibile e fluttuante.”

Queste trasformazioni sociali sono difficilmente databili storicamente, e possono essere lette piuttosto come una tendenza nelle società contemporanee – una tendenza, tuttavia, che avviene in modi diversi e con intensità diverse a seconda del periodo o dei luoghi in questione. Inoltre, va notato che la nascita di una nuova forma di potere, quella delle società del controllo, ad esempio, non pone fine alle forme precedenti, ma le sottomette – potremmo dire che sono trascinate dalla logica più recente. Tuttavia, non senza trascurare la prospettiva europea di questi autori, gli eventi politici del maggio 1968, così come i successivi anni '70 con un ciclo di lotte con caratteristiche simili, soprattutto in Italia, sono generalmente presi come indicativi di questi cambiamenti sociali – gli anni '60 e '70 possono quindi essere genericamente presi come un periodo di transizione. Questo passaggio, dalla società disciplinare alla società del controllo, è caratterizzato anche dall'emergere del contesto biopolitico: “solo la società del controllo è in grado di assumere il contesto biopolitico come suo referente "esclusivo".”


È qui che il lavoro immateriale diventa centrale. La sussunzione formale mantenuta attraverso l'espansione spaziale, soprattutto dal colonialismo, che seppe mantenere un regime disciplinare del lavoro relativamente stabile, potendo cedere a certe esigenze delle lotte della classe operaia di tipo fordista, non poteva più sostenersi alle sue condizioni di possibilità sociali e geopolitiche. In questo modo, cedendo alle lotte contro il lavoro disciplinare degli anni '60 e '70 (in Europa e negli USA, soprattutto), il capitale si riorganizza per sfruttare nuove forme di lavoro, più “autonome”, intellettuali e decentrate. In questo senso, la concezione di Negri, secondo la sua adesione all'“ipotesi operaista”, afferma che sono state le lotte contro il regime disciplinare ad aprire la strada alle forme di lavoro postfordiste, non l’ha fatto il capitale (o il capitale l’ha fatto solo in senso secondario). A partire da questa ipotesi, ciò che spesso viene presentato come uno sviluppo negativo può essere visto nel suo lato positivo: la flessibilità e la mobilità dei lavoratori immateriali è un segno della loro indipendenza latente. La pratica di identificare la “flessibilità” o “mobilità” con la “precarietà” del lavoro sarebbe troppo legata a una concezione “positiva” del lavoro fordista, poiché sarebbe più stabile e sicura; tuttavia, il lavoro fordista, come abbiamo visto, è incentrato sulla fabbrica, luogo di disciplina e confinamento.

In un certo senso, il concetto di biopolitica, per Negri, deriva dai concetti di lavoro immateriale e sussunzione reale: è il passaggio alla sussunzione reale che pone la vita in generale come elemento della produzione capitalistica; è il passaggio al lavoro immateriale che svincola il processo di valorizzazione oltre la misura del tempo formale di lavoro. In un altro senso, tuttavia, è difficile stabilire una relazione causale tra i concetti, i quali fanno tutti parte di un funzionamento sincronico nell'analisi del capitalismo. In ogni caso, è importante sottolineare che, per Negri, il concetto di biopolitica è direttamente correlato alla sua analisi economica contemporanea. Come affermano gli autori, "nella sfera biopolitica, la vita è fatta per lavorare per la produzione e la produzione lavora per la vita”. Tuttavia, per Negri resta da fare una distinzione importante. Non dobbiamo usare i termini “biopolitica” e “biopotere” come termini equivalenti: è un errore. Negri e Hardt, seguendo Foucault, affermano che "il potere può imporre un comando effettivo sull'intera vita della popolazione solo nel momento in cui diviene una funzione vitale e integrale che ogni individuo comprende in sé e riattiva volontariamente.” Tuttavia, vista questa situazione, Negri avanza alcune questioni:

“Dobbiamo pensare la biopolitica come insieme di biopoteri che derivano dall’attività di governo o, all’opposto, nella misura in cui il potere ha investito la via, anche la vita diventa un potere? (…) Possiamo identificare, nella vita, il luogo di emergenza di una sorta di contropotere, di una potenza, di una produzione di soggettività che si dà come momento di deassoggettamento?”

Scegliendo la seconda opzione nel rispondere alla prima domanda, c'è una risposta positiva alla seconda: il diventare biopotere del potere apre anche a una biopolitica del potere. In questo senso, per abbracciare il potere aperto dal nuovo contesto, è importante non confondere il biopotere, potere sulla vita, con la biopolitica, potenza produttiva della vita stessa. Gli autori criticano lo stesso Foucault per non aver portato abbastanza lontano questa distinzione. Nello stesso senso, è evidente la differenza con la posizione althusseriana in cui la soggettivazione è sempre un processo prodotto da e per il potere. Come suggerisce Negri nel testo citato, la vita resa potente e produttiva (per il capitale) può diventare il luogo di produzione di una soggettività insoggettiva. Il binomio biopolitico/biopotere pone "un contesto in cui ciò che è in gioco per il potere è la produzione e la riproduzione della vita stessa.” Tuttavia, il biopotere non è una totalizzazione del potere sulla vita, ma un rapporto di potere e potenza in cui la resistenza è sempre implicita o esplicita, il biopolitico vive e si definisce contrapposto al biopotere.

In questo senso è necessario distinguere tra biopolitica e biopotere per affermare il potere della prima. Il campo del bios è un terreno di lotta e, in questo terreno, schierarsi dalla parte della biopolitica contro il biopotere, del potere del lavoro vivo in tempi di bioproduzione, implica affermare che non è il capitale e il suo potere che occupavano la vita, ma “il lavoro che ha occupato tutta la vita”. In tal senso, seguendo la metodologia operaista:

“Si parla di biopotere quando lo Stato esprime comando sulla vita attraverso le sue tecnologie e i suoi dispositivi di potere; invece, si parla di biopolitica quando l’analisi critica del comando è fatta dal punto di vista delle esperienze di soggettivazione e di libertà, insomma, per così dire, dal basso.”

Infine, è chiaro che il campo in cui si costituisce la composizione di classe contemporanea, in quanto caratterizzato dall'egemonia del lavoro immateriale, della sussunzione reale e della biopolitica, pone la moltitudine come concetto di classe in termini nuovi: la moltitudine è costituita, nella sua composizione, da una centralità degli elementi di produzione e valorizzazione detti immateriali, per indistinzione tra tempo di lavoro e vita, per apertura alle dinamiche disciplinari dell'era fordista – mobilità, flessibilità, autonomia. Tuttavia, tutte queste dimensioni della moltitudine, che potremmo chiamare biopolitica, legate al “lavoro biopolitico”, si confrontano con ciò che gli autori chiamano biopotere: il tentativo incessante di controllare il potere produttivo e costitutiva propria di nuove reti e nuovi flussi di lavoro, nelle loro varie forme affettive, comunicative, cooperative, intellettuali, virtuali... È qui che diventa importante l'introduzione di un altro concetto evocato da Negri e Hardt nella loro lettura del capitalismo contemporaneo: quello di Impero. Impero è il nome dato alla figura antagonista della moltitudine, la forma assunta dal potere per controllare la potenza produttiva e la capacità di liberazione propria della moltitudine che si costituiva nei passaggi sopra citati. Tema di cui parleremo in futuro.

Bibliografia

Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, con Michael Hardt, Milano, Rizzoli, 2002

Guide. Cinque lezioni su impero e dintorni, con contributi di Michael Hardt e Danilo Zolo, Milano, Cortina, 2003

0 PRESENTAZIONE DEL LIBRO "PER UNA FORZA NUOVA"



Una nuova forza è senz'altro oggi assai simile all'Isola che non c’è di Peter Pan; ma quest’isola in fondo c’era per “colui che non voleva invecchiare”. Noi dobbiamo non voler invecchiare nel senso dell’imputridire, del marcire, che è quanto ci stanno procurando le forze politiche, economiche e culturali in azione da ormai un quarto di secolo. Dobbiamo mutare e liberarci delle cariatidi abbarbicate al pensiero di un’epoca ormai tramontata, i cui miasmi velenosi ci avvolgono ancora. Occorre cominciare a liberarsi di questo vecchiume. Non c’è ancora la nuova forza ma dobbiamo essere animati da una forza nuova per rinascere come collettività politicamente consapevole. Le riflessioni di questa ricerca presenti nel volume vanno proprio in questa direzione con la competente trattazione di temi/problemi d’attualità sulla necessità d’una forza completamente nuova, sulla visione polivalente delle strategie del conflitto, sul conflitto tra gruppi dominanti e sulla credibile concezione dello Stato, con l’Appendice I: Niente teorie generali in epoche di trasformazione (Capitoli scritti da G. La Grassa), sul multipolarismo e nuovi rapporti di forza, con l’Appendice II: Geopolitica e immigrazione (Capitoli scritti da G. Petrosillo). La presentazione del volume è di Giovanni Dursi.


Per acquistare il libro: https://www.edizionisolfanelli.it/perunaforzanuova.htm

venerdì 4 giugno 2021

0 DISCUSSIONI CIRCA LA TEORIA DELLA CRISI DI ITOH

La letteratura marxista dedicata allo studio delle crisi economiche è piuttosto ampia e poco condivisa. I diversi filoni teorici tendono a concentrarsi su un solo aspetto del processo di riproduzione del capitale ed a collocarlo come elemento determinante della crisi. Il sottoconsumismo cerca di spiegare la crisi adducendo l'incapacità della società di consumare tutto ciò che produce; i teorici della sproporzione sottolineano che lo squilibrio tra i vari settori produttivi impedisce la piena realizzazione del valore prodotto; la teoria della carenza di manodopera sostiene che l'aumento dei salari può essere una barriera all'accumulazione, e così via. Tutte queste spiegazioni puntano ad aspetti osservabili dell'apparenza del fenomeno, ma non riescono a identificare i nessi causali sottostanti in modo tale da riunire le contraddizioni del capitalismo in un corpo teorico coerente e consistente.

Lo scopo di questo articolo è analizzare, alla luce della legge generale dell'accumulazione del capitale e di altri sviluppi teorici di Marx, gli argomenti della teoria della crisi basata sulla scarsità di forza lavoro (nota anche come profit squeeze). Makoto Itoh, il principale rappresentante di questo filone teorico, intende dimostrare che l'aumento dei salari, derivante dall'esaurimento dell'esercito industriale di riserva, costituisce una barriera all'accumulazione e, quindi, l'elemento causa della crisi. Questa proposizione contraddice la tesi fondamentale dell'opera di Marx secondo cui il capitalismo produce inevitabilmente una sovrappopolazione relativa che tende a ridurre i salari, anche se presenta, in alcuni periodi, un aumento dei tassi salariali.


L'accumulazione di capitale, da un punto di vista marxista, consiste nell'usare il plusvalore ottenuto in periodi precedenti per l'espansione dell'attuale processo produttivo. Questo processo avviene attraverso l'acquisto di mezzi di produzione e lavoro. Quando si suppone che le merci vengano vendute al loro valore, il salario è uguale al valore della forza lavoro e varia di conseguenza. Tuttavia, i salari generalmente si discostano dal valore della forza lavoro in funzione della differenza tra la domanda e l'offerta di forza lavoro. La grandezza dell'offerta di lavoro è direttamente correlata alla grandezza dell'esercito industriale di riserva. Questo varia a causa dell'aumento della popolazione attiva sia attraverso la crescita della popolazione sia attraverso la sostituzione dei lavoratori con macchine. È proprio per quest'ultimo motivo che i salari devono essere considerati endogeni nella teoria marxista, in quanto dipendono dai cambiamenti nella composizione organica del capitale.

In considerazione di ciò, il movimento dei salari deve essere indagato all'interno della dinamica dell'accumulazione. Marx, nella sua "Legge generale dell'accumulazione capitalistica", presenta due risultati principali che mostrano l'effetto dell'accumulazione sui salari. Il primo punto trattato presenterà il rapporto tra accumulazione e salario concludendo che questi sono regolati dall'esercito industriale di riserva. Il secondo punto presenterà la natura ciclica della formazione dell'esercito industriale di riserva.


Il primo risultato da discutere è il rapporto tra accumulazione e salario. Marx sviluppa questa analisi sulla base di due ipotesi: prima mantenendo costante la composizione organica del capitale e poi variando questa composizione. Prendendo la prima ipotesi, cioè che la proporzione tra l'ammontare di capitale variabile necessario per mettere in funzione una certa quantità di capitale costante non si modifichi e, tuttavia, mantenendo inalterate le altre condizioni, cosa succede ai salari quando l'eccedenza di un periodo è reinvestito nel periodo successivo, cioè quando avviene il processo di accumulazione del capitale?

L'argomento di Marx è che se il surplus è sempre diviso nella stessa proporzione tra capitale variabile e capitale costante, allora la domanda di lavoro aumenterà, ogni anno, nella stessa proporzione dell'aumento del capitale. Se questo processo si ripete continuamente, in modo che l'intensità della crescita dell'accumulazione di capitale superi la crescita della popolazione attiva, allora la domanda di forza lavoro sarà maggiore dell'offerta e quindi ci sarà una pressione per aumentare il salario. I salari aumenteranno, ma solo fino a un certo punto, perché dal momento in cui raggiungono livelli molto alti, rispetto al surplus, la riduzione di questo porta ad una caduta dell'accumulazione. Una minore accumulazione ridurrà la domanda di lavoro (aumentando la sovrappopolazione relativa) e di conseguenza scomparirà la pressione per salari più alti, quindi i salari diminuiranno. La diminuzione dei salari consente un nuovo aumento del surplus e il processo si ripete in modo circolare.

Con ciò Marx suggerisce che i salari possono aumentare, mantenendo l'ipotesi che la composizione organica del capitale rimanga costante, solo nella misura in cui non ostacolano l'accumulazione:


“Produrre plusvalore, o, per dirla volgarmente, far più quattrini: tale è la legge assoluta di questo modo di produzione. Solo in quanto conservi i mezzi di produzione come capitale, riproduca il proprio valore come capitale, e fornisca in lavoro non retribuito una sorgente di capitale addizionale, solo in questi limiti la forza lavoro è vendibile. Le condizioni della sua vendita, siano esse più o meno favorevoli all'operaio, implicano quindi la necessità della sua costante rivendita e la riproduzione sempre allargata della ricchezza come capitale. Il salario, si è visto, comporta sempre per sua natura l'erogazione da parte dell'operaio di una data quantità di lavoro non pagato. A prescindere totalmente dal fatto che il salario cresca diminuendo il prezzo del lavoro ecc., il suo aumento non significa, nell'ipotesi migliore, che diminuzione quantitativa del lavoro non retribuito che l'operaio deve fornire: diminuzione che non può mai protrarsi fino al punto che il sistema stesso ne venga minacciato. Astraendo da violenti conflitti in merito al saggio del salario — e Adam Smith ha già mostrato come in tali conflitti, a conti fatti, il padrone rimanga sempre padrone —, un aumento del prezzo del lavoro derivante da accumulazione del capitale implica la seguente alternativa:

O il prezzo del lavoro continua a salire perché il suo aumento non turba il procedere dell'accumulazione, e in questo non v'è nulla di strano, perché, dice A. Smith, «anche dopo che i profitti sono diminuiti, il capitale può non solo continuare a crescere, ma a crescere molto più rapidamente di prima…: un grosso capitale, sebbene con piccoli profitti, cresce generalmente più in fretta che un piccolo capitale con grossi profitti». In questo caso, è evidente che una diminuzione del lavoro non retribuito non pregiudica affatto l'estensione del dominio del capitale. Oppure, e questo è l'altro lato dell'alternativa, l'accumulazione rallenta in seguito all'aumento del prezzo del lavoro, perché lo stimolo del guadagno si ottunde: l'accumulazione decresce.”


Pertanto, in questa ipotesi, è il movimento verso l'alto o verso il basso dell'accumulazione che regola il livello dei salari e non viceversa. “Per servirsi di un'espressione matematica: la grandezza dell'accumulazione è la variabile indipendente, la grandezza del salario la variabile dipendente, e non viceversa.”

Togliendo l'ipotesi che la composizione organica del capitale rimanga costante e considerando ora l'aumento di tale composizione, cosa accadrà ai salari durante il processo di accumulazione del capitale? Per rispondere a questa domanda, in primo luogo, è necessario chiarire cosa significa un cambiamento nella composizione del capitale e quali sono le sue implicazioni a breve termine.

L'aumento del rapporto tra capitale costante e capitale variabile, cioè l'aumento di ( c/v ) può derivare da più fonti: dall'aumento di c rimanendo costante v; dalla diminuzione di v rimanendo costante c; l'aumento di c contemporaneamente la diminuzione di v ... 

È importante notare che tali variazioni sono legate all'introduzione di nuove macchine, strumenti o metodi di lavoro nel processo produttivo. L'implicazione di questi cambiamenti nella composizione del capitale si riflette direttamente nell'aumento della produttività del lavoro. Da un lato, l'aumento della produttività, in una singola impresa, consente la produzione di più beni nello stesso periodo di tempo, riducendo così il valore dei beni e, di conseguenza, il prezzo individuale. Ciò consente al singolo capitalista di guadagnare plusvalore extra, poiché il suo prezzo individuale è più conveniente del prezzo di mercato. Eppure, l'aumento della produttività nei rami che producono i beni consumati dai lavoratori, consente di ridurre il valore della forza lavoro, aumentando in modo relativo il saggio del plusvalore. D'altra parte, l'aumento della produttività rende superflua parte del lavoro impiegato, poiché un numero minore di lavoratori è in grado di produrre la stessa quantità di beni che veniva prodotta prima dell'aumento di produttività, generando così un aumento dell'esercito industriale di riserva.

È proprio questo secondo effetto che modifica il risultato finale dell'analisi dell'andamento dei salari rispetto al risultato ottenuto nell'ipotesi di composizione organica costante. Considerando che la composizione del capitale è costante, il livello dei salari sarà regolato dall'aumento o dalla diminuzione dell'accumulazione, e l'aumento dell'esercito industriale è una conseguenza della riduzione del ritmo di accumulazione. Viceversa, se l'aumento della composizione organica del capitale e, di conseguenza, l'aumento della produttività del lavoro, sono gli elementi predominanti del processo di accumulazione, allora il fabbisogno di forza lavoro tenderà a diminuire. Vale la pena sottolineare che, in questa situazione, la diminuzione della domanda di lavoro non si verifica perché il ritmo di accumulazione è diminuito, ma, al contrario, si verifica nonostante il tasso di accumulazione crescente. Ciò genera, quindi, una sovrappopolazione relativa, che diventerà, secondo Marx, il meccanismo di regolazione dei salari. Perciò, “i movimenti generali del salario sono esclusivamente regolati dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva, che corrispondono all’alternarsi delle fasi periodiche del ciclo industriale.”


Il secondo risultato presentato da Marx è la “legge della popolazione” nel capitalismo. Questa “legge” dimostra che il movimento di accumulazione del capitale produce una crescente sovrappopolazione relativa, chiamata anche esercito industriale di riserva, durante le fasi del ciclo economico. Ciò avviene perché l'aumento continuo del capitale costante rispetto al capitale variabile libera forza lavoro, che non può essere completamente riassorbita nel processo produttivo, anche con l'aumento dell'accumulazione, “poiché la domanda di lavoro è determinata non dal volume del capitale totale, ma da quello della sua parte componente variabile, essa diminuisce progressivamente con l'aumento del capitale totale, invece di crescere, come si presupponeva prima, proporzionalmente ad esso.”

È importante notare che, per Marx, la sovrappopolazione relativa è un prodotto necessario dell'accumulazione di capitale e diventa così la leva dell'accumulazione e persino la “condizione di esistenza della produzione capitalistica.” Ciò rafforza l'idea che, per Marx, l'aumento della composizione del capitale è un elemento caratteristico e inerente al processo di accumulazione. Marx dice che “gli intervalli nei quali l'accumulazione agisce come puro allargamento della produzione su base tecnica data si abbreviano.”


Pertanto, sebbene nella fase di prosperità, la sovrappopolazione possa in parte esaurirsi, la continua tendenza alla crescente composizione organica del capitale implica che, ad ogni nuovo ciclo, l'accumulazione avvenga su basi tecniche sempre più meccanizzate e, quindi, in ciascuna di esse l'esercito industriale di riserva è maggiore rispetto al ciclo precedente.

Questa sovrappopolazione relativa o esercito industriale di riserva può assumere tre forme: fluttuante, latente e stagnante. La sovrappopolazione relativa in forma fluttuante è caratterizzata da lavoratori che "vengono costantemente respinti ed attratti, sbattuti in qua e in là" nel processo produttivo, cioè quei lavoratori che vengono licenziati a causa di una contrazione dell'attività industriale e che verranno riassorbiti, in misura maggiore o minore a seconda della necessità di ulteriore espansione del capitale.

Nella forma latente ci sono lavoratori che vengono espulsi dall'attività agricola a causa della crescente capitalizzazione dell'agricoltura e della conseguente introduzione di macchinari e attrezzature che riducono la domanda di forza lavoro. Questa popolazione attiva rurale si trasferirà in città, in cerca di occupazione, poiché l'agricoltura ha molto meno potere di riassorbire i lavoratori rispetto all'industria.


Infine abbiamo la forma stagnante di sovrappopolazione relativa che “forma una parte dell’esercito operaio attivo, ma con occupazione del tutto irregolare, e quindi offre al capitale un serbatoio di forza lavoro disponibile che non si esaurisce mai. Le sue condizioni di vita scendono al disotto del livello normale medio della classe operaia, e appunto questo ne fa la larga base di particolari settori di sfruttamento capitalistico. Massimo di tempo di lavoro e minimo di salario la caratterizzano. Abbiamo già fatto conoscenza con la sua forma principale sotto la rubrica del lavoro a domicilio.”

Questo tipo di attività domestica richiede il massimo dispendio di lavoro e fornisce il salario più basso possibile, incorporando lavoratori divenuti superflui nell'industria e nell'agricoltura.

Quindi, come spiegato sopra, l'esercito industriale di riserva è formato dal continuo aumento della composizione organica del capitale, o in altre parole, dalla sostituzione costante del lavoro con nuove macchine o metodi di produzione, poiché questo tipo di procedura aumenta la produttività del lavoro con conseguente liberazione di parte della forza lavoro, rendendola eccedente rispetto al capitale accumulato.

Tuttavia, l'intensità con cui si plasma questa sovrappopolazione relativa dipende dalle fasi del ciclo industriale, come ha osservato Marx: “Il ciclo di vita caratteristico della moderna industria, la forma di un ciclo decennale, interrotto da minori oscillazioni, di periodi di vivacità media, produzione ad alta pressione, crisi e ristagno, poggia sulla costante formazione, l’assorbimento maggiore o minore, e la ricostituzione, dell’esercito industriale di riserva, o sovrappopolazione.”


Pertanto, se l'esercito industriale di riserva si espande e si contrae, come propone Marx, man mano che si forma, si esaurisce e si ricostituisce all'interno del ciclo economico e se i salari sono regolati da tale espansione e contrazione, allora anche i salari devono variare ciclicamente all'interno di tale processo. Va notato che man mano che la meccanizzazione penetra in tutte le sfere della società (industriale, commerciale, agricola, finanziaria) l'esercito industriale cresce al punto che il suo significativo esaurimento nelle fasi di prosperità diventa sempre più difficile.


I cicli e le crisi economiche non hanno bisogno di dimostrazioni scientifiche per attestare la loro esistenza e ricorrenza, poiché la stessa esperienza empirica è responsabile di questo lavoro. Tuttavia, ciò che stimola la ricerca scientifica è il tentativo di spiegare le cause dei cicli e delle crisi. A questo proposito, la teoria marxista non è ancora ben consensuale, e ci sono diverse interpretazioni dello stesso fenomeno.

È interessante notare che, sebbene Marx non abbia indicato un meccanismo unidirezionale per spiegare il fenomeno della crisi, la quasi assoluta maggioranza degli autori marxisti si è aggrappata, in modi diversi, ad un solo aspetto del processo di riproduzione del capitale, ponendo tale aspetto come determinante della crisi. Le stesse classificazioni delle teorie marxiste della crisi suggeriscono questo attaccamento. La tipologia proposta da Itoh punta a due grandi approcci che intendono spiegare le crisi delle economie capitalistiche. La prima, denominata dall'autore “teorie dell'eccesso di merci” e la seconda denominata “teorie dell'eccesso di capitale”. Ciascuna ipotesi contiene due varianti. Le teorie dell'eccesso di merci si suddividono nella teoria del sottoconsumismo e nella teoria della sproporzione tra i rami industriali. Le teorie dell'eccesso di capitale si dividono in teoria della scarsità di forza lavoro e teoria della crescente composizione organica del capitale. Manca, quindi, il consenso tra i teorici e la necessità di costruire una teoria della crisi che parta dalle indicazioni metodologiche lasciate dallo stesso Marx. Tuttavia, questo compito va oltre lo scopo del presente lavoro. Si intende solo presentare la teoria della crisi di Itoh basata sull'ipotesi di carenza di forza lavoro (che divenne nota come profit squeeze) e sottolinearne i limiti posti dalla stessa legge generale dell'accumulazione capitalistica.

Con il primo elemento dell’analisi cercherò di presentare i risultati del processo di accumulazione durante la fase di prosperità secondo Itoh, avendo come argomento principale il mantenimento relativamente costante della composizione organica del capitale. La conseguenza di questa ipotesi è il continuo assorbimento della sovrappopolazione relativa esistente e, per estensione, l'aumento dei salari nominali al termine di questa fase. Il secondo elemento mostrerà il processo di crisi, che è attribuito alla "sovrapproduzione assoluta di capitale" in relazione alla popolazione attiva di lavoratori, nonché il movimento descritto dai salari. E il terzo presenterà la fase di depressione, la cui caratteristica principale è l'aumento della composizione organica del capitale e la conseguente ricostituzione dell'esercito industriale di riserva e dei suoi effetti sui salari.



Itoh utilizza per analizzare la fase di prosperità la prima ipotesi di Marx, discussa sopra, relativa all'aumento dell'accumulazione accompagnata da una composizione organica relativamente costante. L'autore sostiene che ciò è possibile, nella prosperità, per due ragioni. In primo luogo, la pressione competitiva non è così forte in questa fase, quindi le motivazioni per migliorare la produttività e i metodi di razionalizzazione sono più blande. Per lui, infatti, la competizione agisce in modo diverso nella fase di prosperità e di depressione. In quest'ultima la concorrenza si intensifica per effetto della “sovrapproduzione assoluta di capitale”, come si vedrà in seguito. La seconda ragione è che la grande quantità di capitale fisso impone alcune restrizioni a cambiamenti radicali nei metodi. In questo modo, se c'è una sovrappopolazione relativa, ereditata dalla fase precedente, questo aumento dell'accumulazione, con una composizione organica relativamente costante, assorbirà parte di questi lavoratori senza esercitare pressioni sui salari.

Una caratteristica importante di questa fase è che i prezzi fluttuano all'interno di fasce molto più ristrette, riducendo lo squilibrio tra prezzi di mercato e prezzi di produzione. Ciò consente all'accumulazione di espandersi in condizioni più stabili del mercato del lavoro e favorisce il processo di perequazione del saggio di profitto attraverso le sfere industriali. Inoltre, il sistema creditizio, con bassi tassi di interesse, contribuisce a favorire l'accumulazione di capitale. Finché il processo di accumulazione si svolge con tassi di profitto relativamente “stabili e soddisfacenti”, la sovrappopolazione relativa sarà assorbita in proporzione all'aumento di capitale. Itoh assume che il tasso di capitale accumulato annualmente, in funzione del tasso di profitto, dovrebbe superare il tasso di crescita della popolazione, riducendo la sovrappopolazione relativa.

Pertanto, alla fine della fase di prosperità, l'esercito industriale di riserva deve essere ridotto in modo da avviare pressioni sui salari più alti. Itoh assume che l'inelasticità dell'offerta di lavoro sia in grado di aumentare i salari nominali e, di conseguenza, di aumentare i salari reali, in modo che il plusvalore e il profitto diminuiscano continuamente. Pertanto, questo processo di caduta del tasso di profitto, dovuto all'aumento dei salari, deve tradursi in una "sovrapproduzione assoluta di capitale" come osservato da Marx e citato da Itoh: “Se dunque il capitale fosse cresciuto, in rapporto alla popolazione operaia, in una proporzione tale che non si potesse né prolungare il tempo di lavoro assoluto fornito da questa popolazione, né estendere il tempo di pluslavoro relativo (cosa, quest’ultima, comunque inattuabile nel caso in cui la domanda di lavoro fosse molto forte e quindi i salari avessero la tendenza a salire); se dunque il capitale accresciuto producesse solo una massa di plusvalore equivalente o persino inferiore a quella prodotta prima della sua crescita, allora si avrebbe una sovrapproduzione assoluta di capitale; cioè il capitale cresciuto C + ΔC non produrrebbe un profitto maggiore, o ne produrrebbe perfino uno minore, che il capitale C prima del suo incremento di ΔC.”


In questa situazione, Itoh sostiene che i capitalisti possono cercare di mantenere inattiva una parte del loro capitale per alleviare le difficoltà poste dalla sovraccumulazione di capitale. Tuttavia, questo dispositivo si traduce in una perdita di quote di mercato, accelerando ulteriormente la caduta sia della massa che del tasso di profitto individuale. Così, nell'ultima fase della prosperità, i singoli capitalisti devono continuare il processo di espansione, nel tentativo di mantenere o aumentare i loro profitti.

Per Itoh, la sovraccumulazione di capitale, causata dall'aumento dei salari, produce tre effetti principali, al termine della prosperità: primo, aumenta la fluttuazione dei prezzi di produzione dei beni; secondo, provoca lo sviluppo di operazioni speculative; e, infine, inverte le funzioni creditizie.

Il punto fondamentale della teoria di Itoh da analizzare è l'ipotesi che nella prosperità la composizione del capitale rimanga costante. Da questa ipotesi derivano tutte le altre implicazioni, cioè la diminuzione dell'esercito industriale di riserva conseguente all'aumento dell'accumulazione a composizione costante del capitale; l'aumento dei salari dovuto alla carenza di forza lavoro; il calo della redditività dovuto all'aumento delle retribuzioni; e infine la crisi.


Nella fase finale della prosperità, il sistema creditizio è ampiamente utilizzato per garantire il commercio speculativo. Ciò si verifica principalmente nel commercio all'ingrosso. Itoh sottolinea che con l'inversione delle funzioni creditizie, cioè la restrizione dell'offerta di credito e l'aumento del tasso di interesse, l'inizio della crisi avviene per il crollo delle operazioni speculative proprio nel commercio all'ingrosso, poiché le operazioni al dettaglio sono sostenute, per qualche tempo, dal consumo immediato. Il risultato è uno shock sia per il mercato dei beni che per il mercato monetario.

Itoh cerca di dimostrare che diffondendo nei vari ambiti industriali la difficoltà di reperire denaro sufficiente per mantenere le operazioni speculative, questo si tradurrà in una serie di insolvenze, poiché i prezzi delle materie prime - che hanno raggiunto i massimi livelli nell'ultima fase di prosperità - scendono improvvisamente , rendendo impossibile venderle ai prezzi previsti.

Le banche stanno ora limitando la concessione di nuovi prestiti – sia ai capitalisti commerciali che industriali – al fine di garantire le proprie riserve di liquidità ed evitare la propria insolvenza. Questa stretta creditizia aumenta drasticamente il tasso di interesse ai livelli più alti visti durante il ciclo. A causa di questi alti tassi di interesse, il processo di accumulazione è irrealizzabile, poiché è diventato estremamente dipendente dal credito per effettuare le transazioni di beni, ovvero gli alti tassi di interesse rendono il processo di valorizzazione del capitale dipendente dal credito. In vista di ciò, l'eccesso di merci esistenti dovrà essere venduto, anche a costo di prezzi più bassi, per saldare i debiti pregressi tra i capitali reali.


Questo scenario dimostra la difficoltà intrinseca posta dalla sovraccumulazione di capitale, che può essere espressa nell'apparenza contraddittoria di un'assoluta scarsità di denaro nel mercato monetario e un assoluto eccesso di merci nel mercato dei beni. Di fronte al crollo di questi due mercati, c'è una paralisi e una contrazione degli affari, un'ondata di fallimenti può colpire la sfera industriale e commerciale, così come il settore bancario.

Come conseguenza di tali fallimenti, la disoccupazione è aumentata in modo significativo e, per estensione, i salari sono diminuiti. In questo modo, il calo della domanda effettiva da parte dei lavoratori collabora con la difficoltà di vendere i beni esistenti. Si completa così "il classico tripode di crisi commerciale, crisi del credito e crisi industriale". Durante la crisi predomina l'aumento del numero dei fallimenti e, con questo, la tendenza è verso un aumento della disoccupazione e, quindi, un calo dei salari nominali. Poiché i fallimenti non colpiscono tutti i capitali allo stesso modo (data l'eterogeneità del capitale e, quindi, il processo irregolare e anarchico della loro distruzione), alcuni riescono ad alleviare le loro difficoltà più facilmente di altri, i loro valori sono più o meno conservati. Poi, dopo il travagliato periodo di liquidazione dei debiti e liquidazione delle scorte di beni, quei capitali sopravvissuti alla crisi acuta, riprenderanno lentamente il loro processo di valorizzazione durante la fase di depressione.


I rapporti di debito sono stati liquidati e le scorte di merci sono state esaurite nell'ultima fase della crisi. Questi due elementi hanno importanti implicazioni. Da un lato, a causa di questo processo di liquidazione del debito, i capitalisti (industriali, commerciali e bancari) sopravvissuti alla crisi indirizzano il loro capitale in contanti al sistema bancario sotto forma di fondi di svalutazione o fondi di accumulazione, che saranno tenuti inattivi e giocano un ruolo importante nella ripresa dell'accumulo dopo la fine della depressione. Come conseguenza di questo accumulo di capitale monetario nelle banche, il tasso di interesse scende a livelli simili alla fase di prosperità. D'altro canto, l'esaurimento delle scorte di merci, avvenuto nell'ultima fase della crisi, consente l'inizio del ripristino dei prezzi, per effetto della diminuzione dell'offerta.

Tuttavia, il prezzo del lavoro resta sotto pressione a causa dell'insufficienza della domanda, poiché la difficoltà di accumulazione continua per qualche tempo durante la depressione. Di conseguenza, i salari diminuiscono, aumentando il plusvalore. Così, in questa fase convivono, da tempo, l'eccesso di capitale reale, l'abbondanza di capitale monetario (ottenuta dal processo di aggiustamento dei rapporti di indebitamento nella fase precedente) e una relativa sovrappopolazione che ha cominciato a ricostituirsi nella fase di crisi e continuerà durante la depressione.

Nonostante queste condizioni favorevoli per il capitale, continua la stagnazione del processo di accumulazione a causa della difficoltà di ristrutturare condizioni equilibrate per una nuova accumulazione reale di capitale. Itoh mette in evidenza due elementi principali che costituiscono ostacoli all'accumulazione in questa fase.

Il primo è l'aumento dei prezzi delle materie prime in alcuni settori rispetto al calo dei prezzi in altri e alla domanda debole da parte dei lavoratori, causata sia dall'aumento della disoccupazione che dal calo dei salari reali. Il secondo elemento, che Itoh pone come “radice del problema”, è l'esistenza di grandi quantità di capitale fisso. Nella prosperità non costituivano ostacoli, poiché erano ancora redditizi. Ora, con un'attività industriale stagnante, i capitali stanno cercando  rami industriali o processi produttivi più redditizi. Tuttavia, l'esistenza di capitali fissi crea difficoltà a questi movimenti, in quanto, prima di essere sostituiti o abbandonati, i capitali devono essere ammortizzati.

La soluzione indicata da Itoh è che "mentre i capitali in generale sono ancora vincolati dal capitale fisso esistente, i capitali eccezionali, che adottano nuove macchine migliorate, devono ottenere un profitto extra e possono sfuggire individualmente ai vincoli generali sull'accumulazione di capitale". La possibilità di un profitto straordinario incoraggia la concorrenza e quindi i capitalisti sono costretti a modificare la composizione tecnica del capitale nel tentativo di diventare più competitivi. Pertanto, l'innovazione tecnologica è la caratteristica principale della fase di depressione. Con i nuovi rapporti di produzione stabiliti nelle principali sfere industriali, il processo di espansione dell'accumulazione, sotto tassi di profitto soddisfacenti, si trasforma in una nuova fase di prosperità. Questo “nuovo processo di prosperità raggiungerà livelli di accumulazione più elevati rispetto alla precedente fase prospera”, con sovrappopolazione relativa ripristinata a seguito dell'aumento della composizione organica del capitale. Così si è concluso il ciclo, che si ripeterà, ancora, a tempo indeterminato. 

La conclusione generale che si ottiene da questa teoria è che l'aumento dei salari durante la prosperità, derivante dall'assorbimento della sovrappopolazione relativa, comprime la redditività del capitale, generando la crisi. Al contrario, i salari diminuiscono con la ricostituzione dell'esercito industriale di riserva durante la crisi e questa diminuzione si intensifica durante la depressione.


Appropriandosi, nel modo che più gli conviene, degli argomenti esposti da Marx nella “Legge generale dell'accumulazione capitalistica”, Itoh costruisce una teoria della crisi che combina la formazione, l'esaurimento e la ricostituzione dell'esercito industriale di riserva con i movimenti salariali lungo tutto il ciclo, avendo come grande merito il tentativo di considerare l'importante ruolo del credito nella spiegazione della crisi. Tuttavia, le economie capitaliste, soprattutto negli ultimi decenni, hanno sperimentato cicli economici che coesistono con alti tassi di disoccupazione e salari molto bassi. Appare quindi necessario esaminare le argomentazioni di Itoh sia da un punto di vista metodologico che concettuale.


L'argomento centrale di Itoh è che nella fase di prosperità la composizione del capitale rimane costante. L'autore presenta due ragioni che dovrebbero garantire questa ipotesi. Il primo argomento è che nella prosperità la pressione competitiva sarebbe debole e quindi non ci sarebbero stimoli a razionalizzare i metodi di produzione. Tuttavia, la nozione stessa di concorrenza in Marx è contraddittoria con l'argomento della "debole pressione concorrenziale": "(...) la concorrenza non è altro che il modo in cui molti capitali impongono le determinazioni intrinseche del capitale sugli altri e su se stessi". E quali sono le determinazioni intrinseche del capitale? Due determinazioni inerenti al capitale sembrano essere le più importanti e sono direttamente legate all'aumento della composizione organica del capitale.

La prima è la ricerca di un profitto straordinario. La competizione tra capitali stimola l'aumento della produttività del lavoro con l'obiettivo di abbassare i prezzi dei loro beni e ottenere, attraverso la differenza tra il prezzo individuale e il prezzo di mercato, il plusvalore straordinario. Pertanto, è la concorrenza stessa che, in ultima analisi, esercita una pressione per aumentare la produttività del lavoro. “La lotta di concorrenza si conduce mediante riduzione del prezzo delle merci. A parità di condizioni, il basso costo delle merci dipende dalla produttività del lavoro; ma questa dipende dalla scala della produzione. Perciò i capitali maggiori battono i capitali minori.” 

Inoltre, la minaccia alla redditività dovuta all'aumento della quota salariale stessa costituisce una buona motivazione per i capitalisti a modificare i propri processi produttivi, sostituendo i lavoratori con le macchine. Finché il costo totale della macchina (compresi i costi di acquisto, ammortamento e dismissione del capitale fisso) sarà inferiore al costo del lavoro, allora ci sarà sicuramente interesse a modificare la composizione del capitale, a favore del capitale costante e a scapito del capitale variabile. Pertanto, durante la fase di prosperità, i salari possono aumentare, ma troveranno il loro limite nell'aumento della composizione organica del capitale e, di conseguenza, nell'aumento dell'esercito industriale di riserva.

La seconda è la necessità di controllare il processo di lavoro. Shaikh sostiene che la meccanizzazione diventa l'espressione dominante dello sviluppo della produttività sociale del lavoro. L'obiettivo finale del capitalista nell'acquistare la forza lavoro è estrarre la massima produttività possibile durante il processo lavorativo. Ciò è stato fatto, nella fase iniziale del capitalismo, attraverso l'intensificazione e l'aumento della giornata lavorativa. Poiché queste procedure diventano difficili da mettere in pratica, sia a causa dei limiti fisici dei lavoratori stessi, sia a causa della legislazione sul lavoro in vigore, i capitalisti sono sempre più obbligati ad aumentare la produttività del lavoro attraverso modifiche nel processo di lavoro stesso. Pertanto, l'impulso alla meccanizzazione avviene indipendentemente dal movimento dei salari reali, deriva dal fatto che il capitale ha

necessità di controllare il processo lavorativo, rendendolo sempre più indipendente dalla forza lavoro stessa.

Il secondo argomento addotto da Itoh per garantire che nella prosperità la composizione del capitale rimanga costante è la difficoltà di sostituire il capitale fisso esistente. Questa difficoltà deriva dal fatto che il capitale fisso deve essere completamente ammortizzato prima della sua sostituzione. In questo caso Itoh considera solo l'ammortamento fisico del capitale fisso che, di fatto, è una necessità del capitale. Tuttavia, la concorrenza impone il deprezzamento morale del capitale costante:


“Infine, come dovunque nella grande industria, ha qui la sua parte anche l’usura morale (...) I mezzi di lavoro sono in gran parte costantemente rivoluzionati dai progressi dell’industria; non vengono quindi sostituiti nella loro forma originaria, ma nella forma rivoluzionata. Da una parte, la massa di capitale fisso investita in una data forma naturale, e destinata a durare in essa per un dato tempo medio di vita, costituisce un motivo di introduzione soltanto graduale di nuove macchine, ecc., quindi un ostacolo alla rapida e generale introduzione dei mezzi di lavoro perfezionati; dall’altra, la lotta di concorrenza, soprattutto in caso di rivoluzionamenti decisivi, costringe a sostituire i vecchi mezzi di lavoro con i nuovi prima che la loro vita naturale sia finita. Sono specialmente catastrofi e crisi ad imporre su scala sociale di notevole ampiezza un simile rinnovo precoce delle attrezzature.”


Pertanto, l'argomento secondo cui l'esistenza di capitale fisso non fisicamente ammortizzato ne impedisce completamente il rinnovo e garantisce che nella prosperità la composizione del capitale non aumenti, è da rivedere in considerazione del fatto che la concorrenza, soprattutto il perseguimento del profitto straordinario, provoca il deprezzamento morale del capitale fisso e, quindi, la necessità di una sua sostituzione anticipata.

Un altro aspetto, nella teoria di Itoh, che risalta è la possibilità del completo esaurimento dell'esercito industriale di riserva. Questo completo esaurimento può avvenire solo perché Itoh considera come esercito industriale di riserva solo la sovrappopolazione relativa risultante dal processo stesso di accumulazione del capitale. L'autore sostiene che una gran parte dei lavoratori inclusi nella forma latente e stagnante dovrebbe essere trascurata, in quanto legati al processo di decomposizione del modo di produzione antecedente al capitalismo e non alle leggi interne del movimento dei capitali. 

Ciò significa che, dal punto di vista di Itoh, l'esercito industriale di riserva è più piccolo di quello di Marx e quindi più facile da esaurire.

Tuttavia, questa nozione di esercito industriale di riserva proposta da Itoh non sembra adeguata poiché per tutto il XX secolo il capitalismo ha vissuto una fantastica rivoluzione nei metodi di lavoro in agricoltura (e in altri ambiti) consentendo il mantenimento e l'aumento della quota dell'esercito industriale di riserva. Inoltre, questa rivoluzione dei metodi di lavoro in agricoltura non è associata a nient'altro che alle leggi interne di circolazione del capitale sociale. Lo stesso si può dire della porzione considerata stagnante. Pertanto, considerando la nozione di esercito industriale di riserva proposta da Marx piuttosto che da Itoh, sembra sempre più difficile che la sovrappopolazione relativa si esaurisca completamente e che i salari raggiungano livelli così elevati da incidere sulla redditività del capitale e, con ciò, generare una crisi .

Nel capitolo sulla legge generale dell'accumulazione capitalistica Marx presenta due diverse ipotesi per dimostrare il rapporto tra accumulazione e salario. La prima ipotesi, il mantenimento costante della composizione del capitale, il cui risultato indica l'accumulazione come regolatore dei salari, sembra aver avuto un carattere molto più didattico per aiutare a esporre il problema. È vero che nello stesso capitolo Marx non dimostra gli argomenti sulla tendenza crescente della composizione del capitale, che costituisce la seconda ipotesi. Tuttavia, queste dimostrazioni sono disperse nel resto del suo lavoro, specialmente nei capitoli che affrontano la questione della concorrenza. Pertanto, il primo importante risultato da trarre dalla legge generale dell'accumulazione capitalistica è che, data la tendenza ad aumentare la composizione del capitale, il meccanismo di regolazione del salario è la formazione dell'esercito industriale di riserva. Il secondo risultato si riferisce alla natura ciclica della formazione di questo esercito. Nella fase di prosperità, la sovrappopolazione relativa può essere assorbita in una certa misura, mentre nella crisi e nella depressione questa sovrappopolazione viene ricostituita. Tuttavia, man mano che la meccanizzazione penetra in tutte le sfere della società (industriale, commerciale, agricola, finanziaria) l'esercito industriale cresce al punto che il suo significativo esaurimento nelle fasi di prosperità diventa sempre più difficile. Diventa, in realtà, una condizione per l'esistenza del modo di produzione capitalistico.

Itoh, nel costruire la sua teoria della crisi, ha cercato di sostenere questi argomenti di Marx, ponendo come ipotesi centrale il mantenimento relativamente costante della composizione del capitale nella fase di prosperità. Di conseguenza, l'esercito industriale di riserva è completamente sfinito aumentando i salari e limitando la redditività del capitale. Questa compressione dei profitti dai salari genera una sovraccumulazione di capitale in relazione alla popolazione attiva e da ciò deriva la causa della crisi.

L'osservazione empirica dei cicli economici, soprattutto negli ultimi decenni, in cui tutte le fasi hanno convissuto con alti tassi di disoccupazione e bassi salari, richiede un'analisi critica delle argomentazioni di Itoh. Da un punto di vista concettuale, il salvataggio della nozione di concorrenza basata sull'imposizione delle determinazioni inerenti al capitale e l'esame della nozione di esercito industriale di riserva indicano che la composizione del capitale difficilmente può rimanere invariata, anche nella prosperità, implicando nel costante rinnovamento della sovrappopolazione relativa, nel mantenimento di bassi salari e, quindi, l'impossibilità di fare della scarsità di forza lavoro un elemento causale della crisi.


Bibliografia

Itoh M., Value and crisis, Value and Crisis: Essays on Marxian Economics in Japan, second edition, Monthly Review, 2020


Itoh M., The Basic Theory of Capitalism_ The Forms and Substance of the Capitalist Economy, MacMillan Press, 1988


Marx K., Il Capitale, UTET, 2017


 

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