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domenica 12 settembre 2021

0 ECONOMIA DELLE PIATTAFORME E UBERIZZAZIONE DEL LAVORO

 

 

Negli ultimi cinquant'anni abbiamo assistito alla devastazione delle forme tradizionali di lavoro. Non c'è dubbio che la forma del lavoro salariato, sotto il modello taylorista-fordista, caratteristico del XX secolo, contenesse sfruttamento, alienazione e costrizione. Tuttavia, era stato forgiato e regolato da innumerevoli lotte portate avanti da coloro che lavoravano per sopravvivere, fin dalla Rivoluzione Industriale. La crisi dell'accumulazione di capitale, iniziata negli anni '70, è stata momentaneamente superata da una serie di ristrutturazioni produttive che sono state chiamate postfordismo, toyotismo o accumulazione flessibile. Dalla crisi del 2009, il modello che si è diffuso in tutto il mondo è stato l'economia delle piattaforme e il lavoro uberizzato, usate per il superamento della crisi dell'accumulazione. Questi due elementi possono essere studiati molto bene nel settore dei servizi, a causa dell'intensificarsi della flessibilità, della precarietà, dell'informalità e dell'ideologia dell’autoimprenditorialità.
La discussione sulla flessibilità deve considerare il processo di ristrutturazione produttiva, basato sull'incorporazione di nuove tecnologie basate sulla “microelettronica e connettività di rete al sistema produttivo”, nonché nuove modalità di organizzazione, gestione e controllo del lavoro. Ciò implica un intenso aumento dell'uso delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT) nell'organizzazione del lavoro, con il risultato di lavoratori sempre più sfruttati, isolati e sempre più precari. La deindustrializzazione, seguita dall'espansione del settore dei servizi, hanno dato origine a occupazioni instabili, insicure, con salari bassi e un costante indebolimento delle organizzazioni sindacali.
In questo senso, c'è un movimento pendolare in cui la forza lavoro oscilla, da una parte verso un mondo con un ruolo minore e decrescente di lavoro stabile, ad un ritmo di lavoro intensificato e privo di diritti, a dall’altra ad una crescente superfluidità, guidata da lavori informali e precari. Analoga diagnosi è stata fatta da David Harvey, indicando la crescita dei lavoratori appartenenti al gruppo periferico del mercato del lavoro, con instabilità lavorativa, lavori più semplici, di routine, facilmente sostituibili dalla tecnologia e con minore sicurezza del lavoro, e il calo dei lavoratori nel gruppo centrale del mercato del lavoro, composto da lavoratori a tempo pieno, con assunzione formale, con flessibilità funzionale e maggiori possibilità di avanzamento professionale.
Le società di trasporto private che utilizzano le applicazioni per lavorare, rispecchiano la realtà di questi due gruppi di lavoratori. Essendo aziende ad alta tecnologia, hanno bisogno di una forza lavoro più qualificata per lo sviluppo di software e ICT, allo stesso tempo hanno bisogno di modalità di lavoro più instabili, informali e precarie per svolgere il lavoro operativo.
In questo scenario, le aziende appartenenti all'economia delle piattaforme gestiscono una forza lavoro ampia e disaggregata attraverso le loro piattaforme e algoritmi, che forniscono esperienze relativamente standardizzate ai passeggeri, attraverso conducenti dilettanti, trattati come "collaboratori e imprenditori di se stessi", responsabili delle risorse utilizzate e i servizi forniti.
Queste società cercano cercano dei “collaboratori” da mettere al volante a causa dell'appello alla flessibilità, all'indipendenza, all'autonomia e al reddito extra che questa attività lavorativa può offrire.
Antunes  sottolinea che è quindi fondamentale comprendere i modelli espressivi e i significati delle modalità di organizzazione e controllo del processo lavorativo, "[...] al fine di consentire una migliore comprensione dei meccanismi e degli ingranaggi che guidano il mondo del lavoro verso l'informalità".
Società come Uber emergono come i principali rappresentanti del settore, in grande crescita, denominato economia delle piattaforme.
Esistono altri termini utilizzati per studiare questo fenomeno ma io preferisco questo termine poiché sono interessato alle condizioni  ed ai rapporti di lavoro proposti dalle società-piattaforma o dalle società-app. Anche se abbiamo organizzazioni che di fatto utilizzano le piattaforme digitali alla ricerca di alternative non monetarie e di mercato che promuovono la condivisione di beni, o anche cooperative-piattaforma alla ricerca di alternative al modello gestionale tradizionale, è il mercato che si appropria su larga scala della tecnologia della piattaforma e promuove cambiamenti significativi nel mondo del lavoro. Non si stabilisce quindi una nuova economia della condivisione o collaborativa, né una nuova economia delle persone per le persone, ma società-piattaforma che espandono la capacità di organizzare e controllare il lavoro e, quindi, di estrarne plusvalore.
Le piattaforme rappresentano un punto di produzione distinto e digitale in quanto le piattaforme reindirizzano e isolano le relazioni sociali coinvolte nel lavoro e le trasformano in relazioni di produzione. Come in un luogo di lavoro tradizionale, in cui i lavoratori timbrano il proprio cartellino all’inizio e alla fine del turno, i lavoratori dell'economia delle piattaforme si collegano a un'applicazione e, nel farlo, sono soggetti a un'autorità esterna che organizza la domanda dei consumatori, determina quali compiti devono essere eseguiti, dove, quando, il prezzo e ne controlla direttamente o indirettamente l'esecuzione. Quindi, indipendentemente da dove si svolge esattamente il lavoro, sia fisicamente per strada, come nel caso degli autisti Uber, sia digitalmente come il Mechanical Turk di Amazon o il lavoratore Upwork, le piattaforme, grazie ai propri algoritmi, sono responsabili della gestione e dell'organizzazione del lavoro.
Possiamo analizzare il nostro oggetto di studio dividendo l'economia delle piattaforme in quattro grandi gruppi:

1. Piattaforme di lavoro digitali: piattaforme clickwork di microlavoro digitale come Amazon Mechanical Turk, Microworkers, Clickworker, Appen e Lionbridge, in cui chiunque abbia accesso a Internet può registrarsi, far parte di una linea di produzione digitale (locale e globale) ed eseguire microlavori, sottoprodotti dell'informazione, in gran parte incentrati sulla produzione e il miglioramento dell'intelligenza artificiale. Nel caso di piattaforme come Upwork o Freelancer, invece, viene facilitato l'incontro di lavoratori con qualifiche specializzate e differenziate, tradizionalmente noti come freelance, con grafici, consulenti, designer, traduttori, ingegneri, tra gli altri. In altre parole, una sorta di retribuzione di massa e informale per la produzione di lavoro digitale, qualificato e non.
2. Piattaforme di organizzazione del lavoro in loco: società-piattaforma che controllano e organizzano i lavoratori  sul posto come autisti, elettricisti, guardie giurate, infermieri, bidelli, tra i tanti, come Uber, Cabify, Glovo, TaskRabbit o Handy. La differenza con il primo gruppo è che, qui, i lavoratori devono essere presenti fisicamente per svolgere i loro compiti. Come per il primo gruppo, possiamo affermare che le società-piattaforma utilizzano le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione come sotterfugio per eludere le normative sul lavoro salariato.

3. Piattaforme di lavoro digitale non retribuito: consideriamo le attività svolte su piattaforme come Facebook, Tripadvisor, Youtube e Google come lavoro digitale non retribuito, dove non è stabilita una forma di lavoro salariato dipendente mascherata, che produce dei dati raccolti dalle piattaforme e trasformati in input produttivi. Ad esempio, diventano informazioni utili a sostegno di decisioni strategiche, tattiche ed operative delle aziende. L’economista Andrea Fumagalli propone l’idea di valore-rete per analizzare la creazione di valore a partire dai dati raccolti da queste piattaforme.

4. Piattaforme classificate come digitali: infine abbiamo le piattaforme che aiutano nell'intermediazione tra persone, che mirano a noleggiare prodotti personali, come Airbnb, con rapporti commerciali mediati dalle società-piattaforma e inesistenza di produzione di plusvalore. In breve, sono grandi annunci digitali che rendono facile per proprietari e inquilini o acquirenti e venditori trovarsi l'un l'altro.
In sintesi, si comprende che sia il lavoro digitale (primo gruppo) che il lavoro in presenza (secondo gruppo), mediati da piattaforme digitali, si presentano come un nuovo modello di organizzazione e controllo del lavoro salariato. Il lavoro svolto dai lavoratori di entrambi i gruppi produce valore direttamente al capitale, mentre sia il lavoro digitale non retribuito (terzo gruppo) sia i rapporti commerciali promossi dagli annunci digitali (quarto gruppo) producono solo valore indiretto al capitale, fondamentale per la sua riproduzione, senza, tuttavia, estrarre plusvalore. Anche se per il terzo gruppo la questione è oggetto di dibattito da parte dei marxisti di ispirazione operaista.
Questa differenziazione è necessaria, poiché non possiamo trattare il lavoro dei consumatori o l'intermediazione commerciale come lavori direttamente produttivi per il capitale, in cui si stabilisce un rapporto capitale-lavoro. Credo che sia fondamentale identificare i punti critici nei processi produttivi e distributivi, dove le azioni dei lavoratori possono effettivamente generare risultati.
In altre parole, non sono gli host di Airbnb e nemmeno i prosumer di Tripadvisor che spingeranno le società-piattaforma a migliorare le condizioni di lavoro.
L'uberizzazione del lavoro è il termine usato per rappresentare la stragrande maggioranza del lavoro offerto dalle aziende nell'economia delle piattaforme, chiamato anche  crowd employment e crowdworking. L'uberizzazione del lavoro sta alle società-piattaforma, come il lavoro in outsourcing sta alle aziende toyotiste o postfordiste, essendo sinonimo di lavoro intermittente, in gran parte informale, in cui i rapporti di forza tra capitale e lavoro, in passato frutto di un conflitto sindacale, diventano imposizioni del capitale sul lavoro. L'uberizzazione è una nuova forma di organizzazione, gestione e controllo del lavoro, adatto per un lavoratore just-in-time, sempre disponibile e scartabile. Con le società-piattaforma si amplia la capacità di organizzazione di questi lavoratori alla spina, che David Harvey aveva già osservato svilupparsi con le aziende toyotiste. Se nel Toyotismo le aziende sottolineano l'importanza dell’outsourcing, grazie alle esternalizzazioni verso piccole e medie imprese collegate alla sede centrale e pronte a soddisfare le sue esigenze, oggi dobbiamo aggiungere anche i cosiddetti "imprenditori di stessi”. In entrambi i casi, l'obiettivo principale del capitale è quello di rompere con la struttura politico-istituzionale della regolamentazione del lavoro attraverso il discorso dell'imprenditorialità, la magia della tecnologia e l'appello a coloro che lottano per la sopravvivenza in una società del lavoro senza lavoro.
Il termine uberizzazione del lavoro si riferisce al successo di Uber nell'utilizzo di piattaforme per controllare e organizzare il lavoro di milioni di lavoratori in tutto il mondo. In ambito accademico, il termine uberizzazione ha fatto la sua prima comparsa negli studi di Hill, quando si discuteva della precarietà del lavoro negli Stati Uniti con lo sviluppo dell'economia delle piattaforme. Antunes considera l'uberizzazione del lavoro, nel contesto del capitalismo finanziario informativo, come una forma tripode di terziarizzazione, informalità e flessibilità, che valorizza l'adozione di processi di subappalto, che incoraggia l'emergere di piccole imprese e la produzione di massa di persone che si pensano come nano-imprenditori.
I fan di Uber e simili attribuiscono il successo di queste aziende alla tecnologia e all'efficienza nel collegare passeggeri e conducenti. Tuttavia, le ricerche già mostrano che la vera differenza di queste compagnie di trasporto rispetto alle compagnie di taxi, che hanno già una tecnologia simile, è il mancato o parziale pagamento di tasse e oneri stabiliti per il settore, la soppressione dei diritti dei  lavoratori come le ferie e la tredicesima e l'intensificazione del lavoro.
I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT), nel 2018 hanno svolto un ampio studio sulla remunerazione del lavoro degli autisti Uber e Lyft. Hanno intervistato 1100 conducenti negli Stati Uniti, concentrandosi sui costi e sui guadagni legati allo svolgimento di questa attività lavorativa. I risultati mostrano che il profitto medio del conducente è di 3,37 dollari l'ora al lordo delle tasse e che il 74% dei conducenti guadagna meno del salario minimo nel loro stato. Il sondaggio ha anche rivelato che il 30% dei conducenti sta effettivamente perdendo denaro. Il reddito lordo medio del conducente è di $ 0,59 per miglio percorso (1,6 km), ma quando si aggiungono le spese operative del veicolo, il profitto effettivo del conducente scende a una media di $ 0,29 per miglio.
Stanford, nella sua indagine sui conducenti Uber e tassisti australiani, suggerisce che il reddito orario netto effettivo dei conducenti Uber, dopo aver dedotto i costi totali di funzionamento del veicolo e altre spese, è inferiore alla metà del salario minimo medio specificato per i lavoratori del trasporto passeggeri. Stanford conclude, nella sua ricerca ampia e dettagliata, che se Uber pagasse ai suoi autisti l'equivalente del salario minimo (senza modificare il suo margine) eliminerebbe completamente il suo vantaggio di costo rispetto ai taxi convenzionali. Impiegando lavoratori precari e informali, il capitale può produrre beni con un valore inferiore al loro valore sociale medio perché i loro costi salariali sono inferiori a quelli pagati per lavori formali. Di conseguenza, i beni prodotti contengono meno capitale variabile, ma sono comunque venduti a prezzi regolari in modo da poterne ricavare un extraprofitto.
Le società-piattaforma sono responsabili della produzione e riproduzione dell'uberizzazione del lavoro e contribuiscono al processo di impoverimento dei lavoratori. Simboli dei modelli precari di lavoro post-fordisti del recente passato, aziende come Toyota, WalMart, McDonald's, tra le tante, cedono il passo ai modelli di gestione e controllo del lavoro di società-piattaforma come Uber, Amazon Mechanical Turk, Glovo, TaskRabbit, tra i tanti possibili esempi.
Per lavoro precario, intendo un tipo di lavoro incerto, con un alto livello di imprevedibilità e con un notevole grado di rischio dal punto di vista del lavoratore. Sulla scia del processo di globalizzazione economica e di sviluppo tecnologico, senza trascurare le politiche neoliberiste attuate negli anni '70/'80 in diversi paesi centrali e periferici, si è assistito ad un indebolimento dei sindacati che, fino ad allora, erano stati fonte tradizionale di tutela per i lavoratori. Inoltre, la deregolamentazione del mercato del lavoro ha ulteriormente intensificato la contraddizione del rapporto capitale-lavoro favorendo il primo rispetto al secondo, in termini di riduzione delle forze compensative che consentivano aumenti salariali e tutela dei lavoratori. Ciò significa che il lavoro precario fa correre ai lavoratori il rischio della loro attività lavorativa al posto delle imprese e dello Stato, oltre a perdere i benefici sociali del lavoro regolamentato, nonché le protezioni sociali.
Per la sociologia economica, il lavoro precario può essere compreso dalle seguenti tendenze: 1) desindacalizzazione, che influisce in negativo sulla tutela dei lavoratori; 2) finanziarizzazione dell'economia, che conferisce maggiore potere agli investitori istituzionali nei confronti degli altri stakeholder; 3) la globalizzazione, che aumenta la concorrenza tra i lavoratori e aumenta la velocità della mobilità dei capitali; e 4) la rivoluzione digitale, che oltre a guidare le tre tendenze precedenti, consente alle aziende di utilizzare le piattaforme digitali come struttura organizzativa, rendendo indipendenti i suoi lavoratori e alimentando la crescita dell'economia delle piattaforme. Tali tendenze portano all'immagine della deriva, così ben esplorata da Sennett, in quanto gli individui iniziano ad avere esperienze frammentate, ma che, allo stesso tempo e paradossalmente, si organizzano come un tutt'uno. L'organizzazione del lavoro non è imprevedibile e nemmeno casuale, ma è il risultato della riorganizzazione manageriale del lavoro, che punta sul trasferimento dei costi ai lavoratori attraverso contratti flessibili. Pertanto, i costi associati all'assunzione di forza lavoro stabile sono ridotti, in quanto i lavoratori vanno e vengono.
Sulla stessa linea, Boltanski e Chiapello affermano che le aziende più innovative sembrano lavorare con un gruppo stabile di lavoratori precari che coesistono accanto a persone impiegate con politiche di fidelizzazione. L'attuale prassi delle organizzazioni consiste nell'occupazione di posti di lavoro fissi da parte di un numero ridotto al minimo di persone con l'utilizzo, in parallelo, di lavori detti esterni, sotto forma di lavoro interinale affiancato da outsourcing e part-time. In quanto strumento essenziale di flessibilità, il part-time consente il lavoro on demand, in quanto aumenta la presenza di personale nelle ore di punta, ed è quindi spesso utilizzato in attività del terziario, per definizione, non stoccabili.
Oltre alla precarietà, i lavoratori iniziano a comportarsi come se fossero microimprese concorrenti sul mercato. L'uberizzazione della forza lavoro porta direttamente all'idea che le persone siano in ultima analisi responsabili dei propri destini economici. Pertanto, le aziende nell'economia delle piattaforme trasferiscono gran parte dei rischi e dei costi dell'impresa a lavoratori fintamente autonomi , debitamente registrati nelle loro banche dati e disposti a svolgere le attività con le proprie risorse.
Per giustificare il trasferimento di questi rischi e costi, l'idea di imprenditorialità e/o produzione di massa di persone che si pensano come se fossero nano-imprenditori sembra servire a questo scopo.
Questa logica fa parte del discorso sul capitale umano, in cui la trasformazione dell'uomo in imprenditore diventa un vero e proprio progetto di società. Il manager emerge come un tipo ideale di uomo che fa impresa, con un'elevata capacità di assunzione di rischi, di decisione, di risoluzione di problemi complessi, e deve essere preparato a sopportare lo stress del lavoro quotidiano, con lo sviluppo di diversi tipi di intelligenza (cognitiva ed emotiva), in modo che possa mobilitare tutte le sue qualità al servizio della redditività.
A causa dell'attuale sviluppo tecnologico, è possibile installare uffici nelle case dei lavoratori, ad esempio sotto forma di uffici domestici, implicando una vera e propria colonizzazione dello spazio e del tempo personale, progressivamente dominato da preoccupazioni legate alla redditività delle proprie azioni.
In questo senso, l'auto-imprenditore si affianca a quello che Gaulejac chiama manager di se stesso, in cui la soggettività diventa oggetto di una sollecitazione massiccia, oltre che contraddittoria. La sua autonomia si afferma nello stesso momento in cui deve rispondere in modo equilibrato e, perché no, con maturità alle ingiunzioni sociali. Nell'ideologia dell'autorealizzazione, il potenziale umano viene sviluppato in funzione della sinergia con gli obiettivi di redditività dell'impresa. Tuttavia, poiché ogni ideologia cerca, in linea di principio, di nascondere i veri rapporti sociali, si premia la buona gestione di se, la costruzione di rapporti di lavoro il più armoniosi ed efficaci possibile, dimenticando le contraddizioni sociali e non mettendo mai in discussione il funzionamento dell'impresa e, più in generale, i rapporti di lavoro.
Così, l'uberizzazione, che ha fatto brillare gli occhi di molti che intravedevano la possibilità dell'emergere di una modalità di lavoro collaborativa, segna il ritorno di condizioni di lavoro simili a quelle praticate prima delle conquiste del movimento operaio. L'uberizzazione rafforza il massimo grado di influenza del capitale industriale (detenuto da Uber) sul processo lavorativo sussunto al capitale. Pertanto, l'uberizzazione può essere intesa come una nuova fase di sfruttamento del lavoro, che apporta cambiamenti qualitativi alla condizione del lavoratore e alla configurazione delle imprese, che iniziano a ricevere l'appellativo di società-applicazione e incoraggiano nuove forme di controllo, gestione e espropriazione del lavoro.

giovedì 2 settembre 2021

0 LA PIANIFICAZIONE ECONOMICA DURANTE LA RIVOLUZIONE CULTURALE

 


Il 22 marzo 1960 Mao sintetizzò i principi fondamentali della Carta dell'acciaieria di Anshan, redatta sulla base dell'esperienza del Grande Balzo in Avanti, come una critica all'organizzazione della fabbrica che escludeva la partecipazione delle masse, per essere una “guida” per le imprese socialiste per raggiungere una gestione che promuova la socializzazione. Secondo Bettelheim questa carta si opponeva alle pratiche di gestione che prevalevano nel 1960 e che continuarono a prevalere fino alla Rivoluzione Culturale Proletaria. Rappresenta il punto di partenza di una nuova pratica sociale.

La carta richiedeva di “attenersi fermamente al principio “la politica al posto di comando”, rafforzare la direzione del partito, promuovere su vasta scala movimenti delle masse, realizzare la partecipazione dei quadri al lavoro produttivo e degli operai alla gestione, riformare le norme e i regolamenti invecchiati o irrazionali, stabilire una stretta collaborazione tra partito, operai e tecnici, promuovere su vasta scala innovazioni tecnologiche e accelerare la rivoluzione tecnica.”

Durante la Rivoluzione Culturale questa carta, in un certo senso, è stata abbandonata. I sostenitori della via capitalista difendevano l'orientamento secondo il quale l'organizzazione delle fabbriche doveva avvenire secondo il modello sovietico, che poneva la produzione ad ogni costo come bandiera. Tale era il modello che fino a quel momento era stato riprodotto in Cina, anche se in modo meno sviluppato rispetto all'URSS. Tuttavia, ci sono stati tentativi di materializzare i principi della Carta di Anshan in alcuni luoghi da parte dei partigiani della via rivoluzionaria, come un modo per liberare il lavoratore dalla sottomissione della logica dello sfruttamento capitalista, come descritto da Bettelheim di seguito:

In the production units, the Cultural Revolution pursued the objectives of correcting the role and work of the cadres, strengthening the relations between cadres and workers, changing the style of management, and promoting a socialist outlook in everyday life -- a proletarian morality based on a proletarian world outlook (in family life, production, etc.). Central to this vision is the will to subordinate individual and particular interests to the overall interests of the revolution.”

Prima della Rivoluzione Culturale, le fabbriche erano gestite dal comitato di partito, normalmente eletto dai più alti livelli del partito e non dai lavoratori, ed erano gestite dal direttore di fabbrica a cui si aggiungono le norme sugli incentivi materiali. Con il corso della rivoluzione si crearono nuovi organismi e modalità di organizzazione della produzione, come il sistema della “doppia partecipazione” (di quadri nella produzione e operai nella direzione), i comitati della “triplice unione” (quadri, tecnici e operai) per realizzare innovazioni tecniche, critica e trasformazione della normativa, semplificazione amministrativa, educazione attraverso il lavoro...

Il sistema della “doppia partecipazione” ha cercato di aggredire la subordinazione che avviene attraverso il lavoro di ideazione-gestione sul lavoro di fabbricazione che si riflette nella figura dei direttori di produzione e di coloro che sono diretti. Questa differenza di gerarchia, che indica una contraddizione di classe, è stata quindi attaccata sulla base dei rapporti di produzione. I cinesi individuarono nel consolidamento di questa differenziazione il consolidamento del diritto borghese. Pertanto, per loro, l'estinzione della divisione tra lavoro manuale e intellettuale, di direzione ed esecuzione, era fondamentale per rompere l'“uguaglianza legale” che suggella i rapporti di sfruttamento e subordinazione. Questa iniziativa consisteva nella partecipazione dei quadri a compiti produttivi, periodicamente e in maniera obbligatoria, e di sottoporsi ai problemi di gestione. Così, i quadri del Partito erano ancora ideologicamente legati ai lavoratori e tecnicamente conoscevano l'unità che gestivano, impedendo così che le loro conoscenze politiche la incrostassero e diventassero un mezzo di potere sugli altri lavoratori.

A sua volta, la partecipazione dei lavoratori alla gestione, che non avveniva ancora direttamente, si svolgeva attraverso gruppi di controllo della direzione di fabbrica, che effettuavano visite alle fabbriche, formulavano critiche al modo di lavorare al fine di proporre miglioramenti nella gestione della fabbrica. Inoltre, avvallavano i bilanci, i rapporti di produzione..., ed era concesso tempo e studio per poterlo fare. I gruppi della “triplice unione” per l'innovazione tecnica furono una soluzione trovata per affrontare il problema della necessità dello sviluppo industriale senza compromettere l'avanzata dell'edificazione socialista. C'era un'intesa comune, segnalata da Zhang Chunqiao in “Sull'esercizio della dittatura totale sulla borghesia”: “ So long as the communes cannot yet offer 'Much to be "communized" along with what the production brigades and teams would bring in, and enterprises under ownership by the whole people cannot offer a great abundance of products for distribution to each according to his needs among our 800 million people, we will have to continue practising commodity production, exchange through money and distribution according to work.”

In altre parole, è stata imposta la necessità dello sviluppo industriale, ma il modo in cui ciò sarebbe stato fatto era l'innovazione portata da questi comitati. Questi erano formati da un tecnico, un operaio e un quadro che insieme erano responsabili di pensare e realizzare innovazioni tecniche. Il loro compito era quello di portare a termine le “technical transformation of the factories, technical renovation, innovations and changes in technical regulations, and the struggle against the "unreasonable rules" that existed in these areas. Because of these "unreasonable rules," only engineers and technicians had the privilege of modifying machines.”

Si trattava, quindi, di porre il criterio politico come determinante nelle modifiche tecniche, anche se vi erano numerose difficoltà nell'attuazione di tale proposta. Nella formula cinese, i lavoratori sarebbero stati la struttura di questo triplice unione, la sua forza principale. La Cina, come l'URSS, si è posta il compito di sviluppare la sua tecnologia. Tuttavia, a differenza dei sovietici, è stata in grado di affrontare il fatto che la tecnica non è neutrale. La nozione del primato della pratica sulla teoria ha aperto lo spazio, in questo senso, all'innovazione tecnica basata sull'esperienza pratica dei lavoratori. Ciò implicava, concentrarsi sulla lotta di classe esercitando la dittatura del proletariato sulla tecnologia, perché: “Technology is never neutral; it is never above or beside the class struggle. The class struggle and the changes it imposes on the production process and production relations, ultimately determines the specific character of the productive forces and of their development. The socialist transformation of the production processes thus fosters the progressive obliteration of the social separation between scientific and technical activities and directly productive activities. This transformation also presupposes that -- contrary to the practice of capitalist countries – the achievement of innovations is not subordinated to the possibility of selling new products or new services yielding increasing profits. (…) Socially, scientific and technical activities are being integrated into the activities of the associated workers; the capitalist division of labor separates these activities. This integration signifies that the conception of new techniques or new work processes no longer falls within the competence of a minority of specialists alone, but can be mastered by the great majority of workers, whose capabilities can thereby be fully mobilized. We are witnessing the emergence of new social organizational forms of scientific and technical research. They involve reliance on what the Chinese call the mass line. It is indeed increasingly the masses themselves who are initiating and fostering technical change.”

La posizione cinese non sottovalutava il fattore umano nelle forze produttive e attribuiva alle masse un ruolo fondamentale nel loro sviluppo, basato sul fattore ideologico e politico, quindi sovrastrutturale. Questo spiega alcune premesse della Rivoluzione Culturale. La necessità di far avanzare le forze produttive in una prospettiva comunista, implicando la rivoluzione dei "fattori capitalistici" dei rapporti di produzione e della sovrastruttura è ciò che il PCC chiama "fare la rivoluzione e promuovere la produzione". Quanto alle norme irrazionali, va chiarito che si tratta di qualcosa di ampio, attribuito, secondo Coriat, a tutto ciò che “complica la pratica dei lavoratori e tende a ridurli all'esecuzione, sempre ripetuta, dello stesso compito, escludendone ogni altro. In sostanza – ed è questo che sta alla base di queste normative – si sta esaminando il sistema di gestione della fabbrica da parte di “esperti” e il “beneficio del posto di comando””. Per Bettelheim, sono le norme che "proteggono" i rapporti di produzione capitalistici e mantengono le divisioni all'interno dell'unità produttiva. Si trattava, quindi, di intraprendere un movimento di critica per incoraggiare i lavoratori a mettere in discussione tutto ciò che impediva loro di appropriarsi direttamente della direzione della produzione. A ciò si aggiunse, di conseguenza, la semplificazione amministrativa dovuta alla eliminazione delle funzioni capitalistiche, rendendo superfluo il rigonfiamento burocratico della direzione di fabbrica, poiché tale funzione era sempre più occupata dagli stessi lavoratori.

Dice Coriat: “La posta in gioco in questo momento è, come si comprenderà, la ricerca sistematica di una certa fluidità nell'organizzazione del lavoro per evitare il ritorno di una rigida suddivisione dei compiti e delle funzioni che, ovviamente, gioverebbe solo ai tecnici e ai quadri. In un certo senso contribuisce a creare le condizioni affinché i 'nuovi tecnici' – anche se di origine operaia – non trovino il supporto materiale-ideologico su cui fondare un nuovo tipo di potere paragonabile a quello degli “esperti borghesi” criticati. Anche questo fa parte della lotta contro il "diritto borghese".”

Bettelheim ci racconta l'esperienza della Fabbrica Generale di maglieria di Pechino, i cui membri si organizzarono in gruppi di gestione operaia, composti da operai che facevano da intermediari nella gestione tra la pianificazione (realizzata da un comitato rivoluzionario sotto il controllo del partito) e la massa dei lavoratori, attraverso il metodo “dibattito-critica-trasformazione”. Il loro ruolo, quindi, era più di guida, controllo, verifica, lavoro ideologico, rettifica dello stile di lavoro, che di gestione stessa. Ci dice che per questo era necessario intraprendere una rivoluzione ideologica con i lavoratori e anche all'interno del partito, che era possibile solo per iniziativa decisiva delle masse, poiché c'era un "aiuto" reciproco tra i lavoratori, e aiutavano il membri del partito affinché potessero svolgere il lavoro in questo modo. Si dovrebbe notare che:

“This ideological revolutionizing activity among party members -- due to the initiative of the masses and to intervention by the workers' management teams -- is of decisive importance. It aims at a radical transformation of practice and ideas by ridding them of bourgeois ideological influences. It helps shatter the myth that party members are custodians of Marxism-Leninism and proletarian ideology, who stand above the masses and may criticize them while remaining exempt from their criticism. The Cultural Revolution has helped shatter this myth.”

Si trattava di una nuova dinamica negli organi di potere e di gestione che cercava di incoraggiare l'elaborazione di critiche affinché i metodi e gli atteggiamenti dei dirigenti potessero essere corretti, educandoli e collegandoli alle masse. Bettelheim spiega che coloro che occupavano questi spazi di leadership, compresi i lavoratori che erano stati eletti per occupare questi nuovi organi, erano tenuti a "rivoluzionarsi" costantemente sulla base della critica delle masse, per evitare che si trovassero tra le organizzazioni di massa e le masse stesse. Per evitare questo pericolo: “members of workers' management teams and similar organizations must make a persistent effort to raise their ideological level; they must be in the forefront of the movement for the study of Marxism-Leninism and Mao Tse-tung Thought; they must engage in productive labor; and their activities must be subjected to constant criticism by the masses. The fact that these cadres once earned the confidence of the workers does not guarantee that they will continue to follow a correct road. Their activities must therefore be reviewed periodically, and members of the workers' management teams and revolutionary committees may be discharged from their functions at the request of the workers. The most important check is that which comes from "below," but it must be complemented by a political check from the "top," instituted by the party committee. The problem of the ideological revolutionization of the mass organizations is thus permanently on the agenda. The Chinese reject as illusory the belief that there are magic organizational formulas guaranteed to prevent any regression in a bourgeois direction.”

Questi gruppi di gestione operaia si sono occupati anche del rapporto con le altre fabbriche, cercando di ridurre la separazione tra le unità e di discutere insieme dei loro problemi. In questo senso, questa forma di organizzazione implicava mettere “la politica al posto di comando”, scegliendo di non attenersi strettamente agli interessi corporativi dell'unità, ma di mettersi in cooperazione con le altre unità per rendere praticabile la rivoluzione nel suo insieme. Con ciò si credeva di andare avanti in modo che la massa dei lavoratori potesse valutare e decidere quali sarebbero state le misure di trasformazione più appropriate in considerazione dell'insieme dei problemi economici e politici. Questa forma di lavoro nelle fabbriche è anche collegata al tentativo di decentralizzare la gestione, una lotta “contro la dittatura della direzione centrale”, un’idea già presente nel 1949 ma che ha preso slancio con la Rivoluzione Culturale. Cercando di "decentralizing the management of state enterprises and giving local officials a free hand in managing a growing number of production units.”

C'erano grandi aziende statali dell’industria pesante dedite alla produzione di materie prime la cui gestione era affidata allo Stato, e anche aziende collettive di piccole dimensioni (medie o piccole), che erano amministrate a livello di "strada" o di "quartiere", sotto la direzione dei comitati rivoluzionari. Secondo Bettelheim: “Chinese economic policy attaches a great deal of importance to the development of small and medium-sized enterprises. Chinese industrial development rests chiefly upon these enterprises. This approach should not be regarded as motivated merely by economic necessity; it also reflects a political choice. One of the major political advantages of these enterprises consists in the fact that they permit a freer development of the workers' management teams than is possible in big, complex enterprises imprinted with the capitalist mode of production and its tendency toward hugeness. The aim of the current political outlook is precisely to break up or limit these giants and replace them with production units that can be controlled by the workers.”

Tale decentramento mirava a consentire la partecipazione dei lavoratori al comando della produzione, condizione fondamentale per lo sviluppo del socialismo, poiché avrebbe consentito la creazione di forme di gestione che si adoperassero affinché i lavoratori potessero “dominare collettivamente le loro condizioni di esistenza”. E tale decentramento è avvenuto a vari livelli, compresa la consultazione presso i punti vendita dei prodotti in modo che potessero essere migliorati in base alla valutazione dei consumatori. Così, l'amministrazione si sforza anche di integrare il livello locale con la pianificazione generale, creando una sorta di meccanismo di controllo, anche se l'ultima parola spetta al Partito. Bettelheim sottolinea che: “To designate a plan that is not administratively centralized, the Chinese use the term "unified planning." Its unified character is primarily political. It relies substantially on the initiative of the masses; its own role is an effort to foster and unify these initiatives.”

La concezione di fondo dietro l'elaborazione della pianificazione è dimostrata dai principi presi in considerazione nella preparazione del piano e nella gestione. Bisogna sempre: “to put politics in command -- to subordinate the interests of the factory as such to the collective interest and to the interests of the Chinese revolution; to rely on the initiative of the masses; to develop one's strength to the utmost; "to view agriculture as the base and industry as the dominant factor"; "to prepare against war and natural calamities, and everything for the people"; to follow the general line of socialist construction by applying the criteria of "quantity, speed, quality, economy"; and "to walk on two feet," which means to build both very simple factories and modern factories, big and small factories, and to use advanced and traditional techniques.”

Si può dire, allora, che questa pianificazione cinese ha caratteristiche distintive, in quanto non è riservata agli esperti, ma cerca di costruirsi dalla combinazione della linea politica definita dal partito e del sostegno alle iniziative di massa, consentendo così di favorire le possibilità di innovazione. In altre parole, “this kind of planning aims to develop productive forces resting on the associated workers - to initiate socialist cooperation.”

Le varie forme di cooperazione tra imprese presentate da Bettelheim lo portano a concludere che: “The producing enterprises thus subordinate their particular interests to the overall interests of the country. This is the driving force of a new kind of economic progress -- production is no longer dominated by the pursuit of exchange value, growth, monetary returns and profit, but by the pursuit of use value. This presupposes radical transformations in social relations in the economic base as well as in the superstructure. Contrary to certain views which claim Marxism as their authority but reject its basic ideas, such transformations are not spontaneous. They are not mechanistically determined by the development of the productive forces. Consequently -- and this point is essential for an understanding of the Great Proletarian Cultural Revolution and its significance -- it should be considered that the transformations in the economic base which can be currently observed in China must of necessity result from a struggle which has been waged, and continues to be waged, by the workers to transform the social division of labor, eliminate hierarchical relations within the production units, take management into their own hands, and master technology. This is a political and ideological struggle. It is not a mere revolt. It has a revolutionary character. Its success requires a unity of conception and action, and a correct estimate of the nature of viable transformations and their interdependence. This is why such a struggle demands the leadership of a revolutionary party.”

Si chiarisce, quindi, che i "modelli di gestione" si riferiscono sempre a forme sociali di impiego dei mezzi di produzione, distribuzione dei compiti e natura della produzione determinata da qualcuno, cioè si riferiscono a rapporti di produzione e rapporti di classe. Quindi, ciò che è fondamentale per il socialismo è trasformare proprio i rapporti di produzione basati sullo sfruttamento di classe, poiché nella combinazione delle forze produttive e dei rapporti di produzione, questi ultimi giocano il ruolo dominante imponendo alle forze produttive le condizioni per la loro riproduzione. Pertanto, l'autore si oppone all’idea che la trasformazione dei rapporti di produzione socialisti corrispondano allo "sviluppo delle forze produttive", "since the forms this development assumes reflect class relationships and are determined by the class interests, perceptions, aspirations, and ideas of the contending classes.” Poiché “the production relations that are reproduced in a factory, however, basically reflect the social relationships that -- are reproduced in the social formation as a whole, and the class struggle being waged throughout the society. The socialist transformation of the production relations always results from class struggle and, above all, from the ideological and political class struggle being waged throughout the social formation.”

Questo è il compito della dittatura del proletariato che, nella contraddizione tra il suo dominio politico e i restanti rapporti sociali capitalistici, deve creare le condizioni affinché i vecchi rapporti sociali vengano distrutti e sostituiti da rapporti socialisti. I cambiamenti apportati rispetto alla lotta per superare le divisioni ereditate dal capitalismo e per trasformare il tipo di sviluppo delle forze produttive sono considerati centrali per l'edificazione socialista, in quanto: “these changes have crucial implications, for they concern the production relations themselves -- the relations of the agents of production among themselves and with the means of production. Socialism, however, signifies not only, nor even primarily, a change in the juridical relations of ownership; such a change may be purely formal. Socialism implies also, and above all, a change in the relations of production.”

Le vecchie forme di divisione del lavoro, a quel tempo, erano evidentemente ancora lontane dall'essere superate, tuttavia tali iniziative puntavano alla realizzazione di un lavoro sempre più collettivo: “The process of revolutionizing the mode of work is of necessity a long one -- but it has been partially initiated through recognition of the fact that specific forms of the division of labor do not result from an abstract development of the productive forces, but that a work mode results from a transformation of the relations of production by past or present class struggles.”

Tali rivoluzioni nel campo delle relazioni sociali sono ciò che può consentire la liberazione delle forze produttive consentite dal socialismo, cioè si tratta della loro trasformazione da un punto di vista qualitativo piuttosto che quantitativo. Bettelheim chiarisce che: “The transformation of the conditions for the development of the productive forces currently being carried out in China is giving rise to a new kind of technical progress which is no longer limited and conditioned by capital – a fact, incidentally, that gives an utterly fanciful character to the attempts by economists to describe China in terms of the "models of development" they have constructed for the capitalist countries. This new type of technical progress corresponds to the socialist development of the productive forces.”

Tale sviluppo si sarebbe basato su innovazioni di massa, con il ruolo attivo determinante dei lavoratori nella trasformazione dei mezzi di produzione. Ciò avrebbe fatto avanzare lo sviluppo tecnico non legandolo alle condizioni della riproduzione capitalistica, dell'accumulazione e della centralizzazione del capitale. In questo modo: “in socialist development of the productive forces it is living labor which is the directly and immediately decisive and dominant factor, whereas dead labor is but a subordinated and secondary factor.”

In altre parole, il lavoro immediato svolto dagli uomini non è più appropriato come forza produttiva del capitale. Per effetto della liberazione dell'iniziativa operaia e della progressiva trasformazione dei mezzi di produzione, le piccole e medie imprese proliferano, crescendo organicamente e sviluppando la capacità di crescere autonomamente. Con ciò si comincia a superare anche la divisione tra campagna e città, poiché sono in atto profondi cambiamenti nell'ambiente rurale: “the development of elementary industrial networks constitutes the beginning of a profound break in the age-long opposition between town and countryside (town=industry/countryside=agriculture). This opposition is beginning to wither away – one of the essential features of socialist construction.”

Se la legge del valore viene applicata senza restrizioni, l'industria tende a sovrapporsi all'agricoltura, con differenze nella distribuzione del prodotto sociale tra operai e contadini, e la differenza tra campagna e città aumenterà. In Cina, invece, si è cercato di industrializzare la campagna e di “ruralizzare la città”, quando si è percepita la necessità di indirizzare uno sforzo progettuale verso le aree rurali più arretrate, contro la logica della redditività immediata. Bettelheim afferma che, con le suddette trasformazioni in Cina, si cominciava a visualizzare una nuova divisione spaziale delle forze produttive: all'industrializzazione seguì la de-urbanizzazione.



La maggior parte delle citazioni sono tratte dal libro di Charles Bettelheim “Cultural Revolution and Industrial Organization in China. Changes in Management and the Division of Labor”



 

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