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sabato 13 novembre 2021

0 LA LETTURA NEGRIANA DELLA RIVOLUZIONE KEYNESIANA


Nel modo di produzione capitalistico il fordismo si è combinato con il taylorismo, sebbene non siano la stessa cosa. Quest'ultimo può essere definito come una tecnica per razionalizzare il processo lavorativo con un effettivo guadagno di produttività attraverso la scomposizione e massificazione della forza lavoro. Utilizza la semplificazione dei compiti del lavoratore e la loro esecuzione sotto forma di gesti e movimenti ripetuti. Associato al taylorismo, il fordismo si affermò dando origine a quello che Antonio Gramsci definì
“un nuovo tipo di lavoratore”.

Con il consolidamento del fordismo, il proletario divenne l'operaio senza attributi, con la funzione di integrarsi nel movimento della macchina, incapace di riconoscersi nel risultato del suo lavoro e con pochissima capacità di intervenire nel processo produttivo. D'altra parte, è stato catturato da un'intera rete di relazioni sociali volte a tenerlo assoggettato al nuovo metodo di produzione non solo per coercizione, ma attraverso il suo consenso.

In “Americanismo e fordismo” Gramsci ha affrontato riccamente il tema, cogliendo l'ampiezza della trasformazione sociale operata dal fordismo. Ha analizzato un insieme di fattori esistenti per l'emergere dell'allora nuovo metodo di produzione e il suo momento di implementazione in America, che rivisiteremo qui in alcuni punti.

In primo luogo, ha evidenziato l'importanza della composizione della popolazione americana che ha messo a disposizione del sistema fordista un grande esercito industriale di riserva.

L'introduzione del fordismo in America è stata facilitata, secondo il pensatore italiano, dall'assenza di una maggiore complessità nella divisione in classi. Diversamente dalla condizione sociale dell'Europa, che, per la sua storia, sarebbe segnata dall'esistenza di un'ampia gamma di "classi parassitarie", per gli Stati Uniti pesavano significativamente il meticciato della popolazione, la presenza di neri americani e il forte afflusso di immigrati utilizzati come manodopera dalle industrie fordiste.

Un dato rilevante, accuratamente sottolineato da Gramsci, è stata la necessità di un adattamento psicofisico dell'operaio alla produzione fordista. Il lavoratore doveva adattarsi a un modo specifico di svolgere il suo lavoro che richiedeva solo movimenti fisici, lasciando in secondo piano qualsiasi attività cognitiva o comunicativa:


“Il Taylor esprime con cinismo e senza sottintesi il fine della società americana: sviluppare nell’uomo lavoratore al massimo la parte macchinale, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che domandava una certa partecipazione dell’intelligenza, dell’iniziativa, della fantasia del lavoratore, per ridurre le operazioni di produzione al solo aspetto fisico.”


Si rese conto della scissione operata dal metodo Ford tra mente e corpo, un processo di radicalizzazione che separava lavoro manuale e lavoro intellettuale e che obbligava il lavoratore a dimenticare o quantomeno a non riflettere sul contenuto intellettuale del proprio lavoro.

Data la "brutalità" del nuovo metodo e partendo dalla precedente situazione in cui prevaleva il lavoratore specializzato, sarebbe stato difficile per i lavoratori accettare una forma di produzione che richiedesse al lavoratore di adattarsi a lunghe ore di lavoro di routine e che rimuovesse in un modo quasi assoluto qualsiasi controllo sul disegno, sul ritmo e sull'organizzazione del processo produttivo.

Per superare la resistenza dei lavoratori, sono stati sviluppati alcuni meccanismi. Meccanismi che non riguardavano solo la coercizione, ma anche il consenso.

Secondo Gramsci, il puritanesimo e il proibizionismo tipici dell'uomo medio americano occupavano un posto fondamentale nell'implementazione efficace del fordismo. Per garantire un'elevata produttività, il lavoratore fordista non dovrebbe spendere energia vitale in attività diverse dal lavoro, cioè dovrebbe preservare la sua forza fisica. Si trattava, quindi, di creare abitudini compatibili con le esigenze del lavoro. Occorre quindi contenere l'istinto sessuale, organizzare la famiglia al fine di realizzare un'attività sessuale regolamentata, combattere l'alcolismo, il gioco d'azzardo e ogni condotta che possa in qualche modo caratterizzare una vita bohémien.

Questa funzione moralizzante non fu assunta solo dall'organizzazione industriale, ma anche dallo Stato. L'insistenza sulla lotta all'alcolismo negli Stati Uniti, ad esempio, può essere associata al drastico divieto di produzione, commercio e consumo di alcol in tutti gli Stati americani, regolato dal Diciottesimo Emendamento Costituzionale, entrato in vigore nel 1920 e applicato per tredici anni.


“In America la razionalizzazione e il proibizionismo sono indubbiamente connessi: le inchieste degli industriali sulla vita privata degli operai, il servizio di ispezione creato da alcuni industriali per controllare la «moralità» degli operai sono necessità del nuovo metodo di lavoro. Chi irridesse a queste iniziative e vedesse in esse solo una manifestazione ipocrita di «puritanesimo», si negherebbe ogni possibilità di capire l’importanza, il significato e la portata obbiettiva del fenomeno americano, che è anche il maggiore sforzo collettivo [finora esistito] per creare con una rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e d’uomo.”


Altro elemento fondamentale del fordismo era il pagamento di alti salari, almeno superiori alla media degli altri lavoratori. Rappresentava una forma temporanea di redistribuzione del reddito, finalizzata, da un lato, ad ottenere l'adesione dei lavoratori al nuovo metodo di produzione, che avrebbe potuto risultare a maggior costo se si fossero adottati solo mezzi violenti di coercizione. In un altro senso, mirava alla conservazione della forza lavoro, e questo punto è un aspetto strettamente legato all'insistenza nel voler instillare il puritanesimo nei lavoratori, per evitare che il reddito salariale venisse utilizzato per danneggiare o distruggere questa stessa forza con un comportamento moralmente inappropriato.

In questo saggio si possono evidenziare due aspetti molto rilevanti. In primo luogo, Gramsci si rese conto che il fordismo era decisamente destinato a forgiare un nuovo tipo di uomo, un nuovo tipo di lavoratore. In secondo luogo, divenne chiaro che lo Stato stava assumendo un ruolo sempre crescente come attore sociale ed economico, ruolo dal quale non poteva più sottrarsi.

Quindi, in risposta alla domanda che si pone, cioè se fosse possibile generalizzare il metodo Ford, “se cioè sia possibile, con la pressione materiale della società, condurre gli operai come massa a subire tutto il processo di trasformazione necessario per ottenere che il tipo medio dell’operaio Ford diventi il tipo medio dell’operaio moderno” Gramsci risponde affermativamente, purché la coercizione sia “sapientemente combinata con la persuasione e il consenso e questo può essere ottenuto nelle forme proprie della società data da una maggiore retribuzione che permetta un determinato tenore di vita capace di mantenere e reintegrare le forze logorate dal nuovo tipo di fatica.”


Antonio Negri fa la sua lettura del fordismo. Segue la direzione che Gramsci sembra indicare sottolineando il metodo Ford come fenomeno di trasformazione sociale e il ruolo dello Stato interventista, ma la sua riflessione raggiunge una nuova dimensione.

Negri si preoccupa di dimostrare fino a che punto il fordismo sia il risultato della lotta di classe e, più in generale, di indicare che l'avanzata del capitale avviene solo in mezzo al movimento delle lotte operaie.

Secondo Negri, la crisi del 1929 è una diretta conseguenza della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e della definitiva costituzione della classe operaia come soggetto politico. Un processo di costituzione che inizia in Francia con la Rivoluzione del giugno 1848 e si prolunga fino al 1870 con la Comune di Parigi, e riprende in seguito, dopo la sconfitta della Comune, fino al 1917 con la vittoria dei bolscevichi in Russia.


Con la Rivoluzione del 1917 il sistema capitalista subì uno sconvolgimento, un cambiamento nella composizione delle sue forze che non potevano più tornare al passato. Tuttavia, il capitalismo rimase cieco a questa trasformazione fino al 1929, quando il laissez-faire divenne insostenibile. La “mano invisibile” per la regolazione del mercato non bastava più, da quel momento sarebbe stato necessario negoziare con la classe operaia.

In effetti, gli stati capitalisti hanno dovuto affrontare la rivoluzione sovietica e le sue conseguenze. Inizialmente, hanno cercato di ottenere l'isolamento militare, politico e diplomatico dell’URSS, interpretando la minaccia comunista come qualcosa di esterno. Ben presto si resero conto che il problema non era così semplice. La rivoluzione comunista, realizzando la possibilità della sua organizzazione politica indipendente dal capitale, costituì definitivamente la classe operaia come soggetto politico e creò un punto di identificazione politico per la classe operaia internazionale, perciò la minaccia non era più solamente esterna ma divenne, principalmente, interna.

La risposta del capitale alla minaccia posta dalla rivoluzione comunista rimase invariata rispetto al passato: prima, violenta repressione per sconfiggere il movimento politico della classe operaia, e poi riassorbimento della forza lavoro attraverso un salto tecnologico.

Fu questo movimento di repressione violenta e di "repressione tecnologica" che si può osservare negli Stati Uniti nella prima metà del XX secolo, quando si diffuse il fordismo.

Negli Stati Uniti, l'International World Workers (IWW) è stata, all'inizio del XX secolo, una delle principali organizzazioni operaie a guidare le lotte di classe. Storicamente visto come un movimento anarco-sindacalista le cui idee furono portate in America nei primi decenni del secolo da immigrati politicamente radicali, fin dalle sue origini fu legato al Partito Socialista Americano, che difendeva la via elettorale per la costruzione del socialismo. L'IWW si costituì presto come un movimento di lavoratori americani, bianchi e neri, lavoratori rurali e urbani. Nel primo decennio del XX secolo fu il principale responsabile della convocazione e dell'organizzazione di scioperi generali negli Stati Uniti.

Alcuni numeri possono aiutare a comprendere la dimensione della lotta operaia di allora: nel 1914 e nel 1915 il numero degli scioperi fu rispettivamente di 1.204 e 1.593. Nel 1916 il numero salì a 3.789 e nel 1917 raggiunse quota 4.450, raggiungendo la partecipazione rispettivamente di 1.600.000 e 1.300.000 lavoratori. Nel 1919 vi furono 3.630 scioperi indetti, con la partecipazione di 4.160.000 lavoratori, cioè il 20,2% dei lavoratori degli USA.

Gli anni del rafforzamento degli IWW furono seguiti da una dura repressione da parte delle autorità statunitensi. Durante questo periodo furono approvate dal Congresso due importanti leggi, l'Espionage Act, del 1917, seguito dal Sedition Act, del 1918. Con queste nuove leggi, tutti i movimenti considerati politicamente radicali, in particolare gli IWW, furono duramente perseguitati.

Naturalmente non era sufficiente l'uso della violenza, da qui la diffusione del fordismo e del taylorismo come “via tecnologica alla repressione”. Le nuove tecniche di produzione assolvevano alla loro funzione di riassorbire la forza lavoro mentre disorganizzavano il movimento operaio.


“Taylorismo, fordismo hanno questa immediata funzione: togliere il partito bolscevico alla classe, attraverso la massificazione del modo di produrre e la dequalificazione della forza-lavoro, immettere per tal via nel processo produttivo nuove forze proletarie, distruggendo la forza d’urto delle vecchie aristocrazie ed impedendo che si ricostruiscano."


La coercizione e la via tecnologica alla repressione servirebbero alla sola conservazione del sistema di produzione capitalista. L'offensiva operaia, secondo Negri, potrebbe essere contenuta dal capitale solo con una vera ricostruzione del sistema capitalista, che implicherebbe “far scendere lo Stato nella società”.

La crisi del 1929 segnò la fine del laissez-faire e dello stato di diritto la cui funzione era quella di proteggere i diritti individuali, in particolare la proprietà e l'impresa privata. In risposta alla crisi economica nazionale, il modello del New Deal è stato uno sviluppo unico della politica statunitense, attraverso il quale l'intera società civile è stata sempre più assorbita dallo Stato. Dopo la Seconda guerra mondiale, questo modello di Stato che interviene e regola tutti gli aspetti della vita sociale e tutte le articolazioni produttive e riproduttive si diffuse tra i paesi a capitalismo avanzato come strumento per la ripresa mondiale.

In “Il New Deal e il nuovo assetto delle istituzioni capitalistiche” Luciano Ferrari Bravo ci aiuta ad analizzare le nuove forme giuridiche del New Deal per controllare la classe operaia, mostrando le categorie giuridiche come “dispositivo sociale, ovvero la funzione regolamentare che esse, di volta in volta, esercitano all’interno del conflitto di classe.”

Nelle parole di Negri: “bisognava identificare i soggetti che giocavano la partita del diritto. Nel caso che ci interessa, il New Deal rooseveltiano, un enorme e vivacissimo sindacato di operai-massa in formazione, il Cio, e dall’altra parte dei padroni reazionari [...], quei medesimi che per smisurata fame di profitto e per orgasmo antisovietico avevano negli anni ‘20 spinto la nazione americana alla più terribile delle crisi. Di mezzo il governo rooseveltiano. Big labor, big business, big government, Luciano assunse ad oggetto di studio questo rapporto, non semplicemente nei contenuti contrattuali (e/o di contropotere), che pure aveva sempre presenti, ma in quanto dispositivo costitutivo di nuove forme del rapporto giuridico. Dentro questa realtà. si formava dunque un modello del diritto, quello che, a partire dagli anni ‘30, avrebbe dominato il resto del secolo. Luciano non descriveva solo la genesi di questo diritto, ma nella genealogia scopriva il motore di un nuovo (futuro) dispositivo storico: quello del riformismo fordista.”



Nel saggio “John Maynard Keynes e la teoria capitalista dello stato nel ‘29”, Negri difende la tesi secondo cui lo “Stato sociale” sarebbe nato a partire dalla lettura keynesiana della crisi del 1929, riconoscendo la nuova composizione delle forze economiche e proponendo da allora in poi la ristrutturazione capitalistica dello Stato per interiorizzare la classe operaia nel capitale. La crisi del 1929, come sopra accennato, è il risultato, secondo Negri, della nuova composizione delle forze economiche emerse dalla rivoluzione comunista del 1917. Sulla base di questa comprensione, cerca di analizzare come la percezione di questo cambiamento nel rapporto di forza tra le classi in lotta si evolve nel pensiero di Keynes, dalla sua esperienza alla Conferenza di Parigi, sfociata nella pubblicazione di The Economic Consequences of Peace e della sua opera principale The General Theory of Employment, Interest and Money.

Negri cerca di dimostrare che nel 1919 l'intuizione di questo cambiamento era già presente nella riflessione di Keynes, sebbene concepisse ancora la “questione russa” come esterna agli altri Stati capitalisti – come una questione da affrontare tra Stati nazionali. In questo senso, Keynes si è limitato a indicare soluzioni come “incoraggiare e aiutare la Germania a riprendere il suo posto in Europa come creatrice e organizzatrice di ricchezza per i suoi vicini orientali e meridionali”, tra cui la Russia bolscevica. Tuttavia, si percepiva già la sua immensa preoccupazione per le conseguenze che la miseria potrebbe avere sugli animi delle persone.


“Il pericolo che ci sovrasta, perciò, è il rapido calo del tenore di vita delle popolazioni europee, fino al punto che alcuni saranno ridotti a morire semplicemente di fame (un punto già raggiunto in Russia, e quasi raggiunto in Austria). Gli uomini non sempre sono disposti a morire tranquillamente. La fame, che genera in alcuni apatia e un inerme scoramento, spinge altri temperamenti a un’isterica instabilità nervosa e al furore della disperazione. E nella loro angoscia costoro possono abbattere quel tanto di organizzazione che resta e sommergere la civiltà stessa nel tentativo disperato di soddisfare i prepotenti bisogni individuali. Questo è il pericolo contro il quale tutte le nostre risorse e coraggio e idealismo devono adesso collaborare.”


Due anni dopo la Conferenza, in The Revision of the Treaty, Keynes mantenne questo filo conduttore del suo ragionamento. Dando uno sguardo nuovo alla condizione dell'Europa e alle conseguenze del Trattato di Versailles. 


“Two years ago the Treaty, which outraged justice, mercy, and wisdom, represented the momentary will of the victorious countries. Would the victims be patient? Or would they be driven by despair and privation to shake society's foundations? We have the answer now. They have been patient.”


Insistendo sull'interiorizzazione dell'elemento politico nell'economia, Keynes promosse una critica radicale della teoria liberale di Say, sfidando i principi di separazione tra Stato e mercato e del laissez-faire. Sosteneva espressamente che la legge di Say non era più valida, essendo cambiate le variabili degli equilibri economici e politici. La critica di Keynes alla legge di Say, sostiene Negri, ha attaccato il cuore dell'economia liberale ribaltando la concezione di un equilibrio naturale tra domanda e offerta e accesso illimitato al mondo della ricchezza.

In “The General Theory of Employment, Interest and Money”, opera del 1936, Keynes proponeva un nuovo equilibrio, che doveva essere sostenuto non dalla “naturale mano invisibile”, ma da un sistema che attribuisce allo Stato la condizione di soggetto economico globale della vita.

Il punto di partenza per l'economista britannico è stato mettere in discussione l'origine della crisi del 1929. Keynes conclude che essa deriva da un eccesso di offerta, che influenza direttamente - per ridurli – i livelli di investimento netto e, infine, influenza - per ridurre anche loro - i parametri dell'efficienza marginale del capitale.

Il grande progresso della teoria keynesiana, sostiene Negri, è stato quello di portare la classe operaia nel capitale come momento autonomo nella dinamica della lotta.

Secondo Keynes, la crisi del 1929 ha minato la fiducia nel futuro. Risulta necessario salvarla affinché il capitalismo possa sopravvivere. Toccherebbe poi allo Stato intervenire affinché si ristabilisca la fiducia, il suo ruolo sarebbe “di proteggere il presente dal futuro”.

In primo luogo, l'intervento dovrebbe avvenire per assicurare il rispetto della legge, in questo senso lo Stato garantirebbe l'adempimento degli obblighi. L'intervento dovrebbe svolgersi anche su un altro livello, lo Stato dovrebbe farsi capitale e organizzare la produzione. In tal caso, lo Stato avrebbe la funzione di agire nel presente e programmare il futuro, regolando il flusso del risparmio e degli investimenti, garantendo una domanda effettiva, assumendo in generale il ruolo di attore globale della vita economica.


“La figura giuridica ed indiretta dell'intervento statuale non è sufficiente. Non è sufficiente il fatto che lo stato garantisca la convenzione economica fondamentale che lega presente e futuro: è necessario qualcosa di più, che lo stato si faccia struttura economica – soggetto produttivo. È necessario che lo stato divenga il ​​centro di imputazione dell’intera vita economica. Quale formidabile progresso!”


Per Negri, proponendo la riforma capitalista dello Stato, facendone garante del presente contro l'incertezza futura, Keynes riconosce e inserisce la lotta operaia all'interno della struttura capitalista. Proteggere il presente dal futuro significherebbe agire per ridurre le tensioni sul futuro causate dalla lotta della classe operaia e garantire la fiducia all'investitore capitalista. Considerare il ruolo della lotta dei lavoratori come una minaccia per il futuro è pensarla esterna al capitale, anche se, inserita nella sua struttura, ne determina la riforma.

La lettura di Keynes da parte di Negri dimostra che “il formidabile salto in avanti che la scienza del capitale opera con Keynes consiste nel riconoscimento della classe operaia come momento autonomo dentro il capitale”, Keynes lo fa con l'introduzione della teoria della domanda effettiva. Negri continua a esporre:


“La diagnosi comporta immediatamente una terapia: rialzare la propensione al consumo, il volume della domanda. Ma poiché le variazioni della propensione al consumo sono essenzialmente variazioni di reddito misurato in unità di salario, ecco che l’equilibrio corrispondente ad uno stadio di domanda effettivamente realizzata sarà quel valore per cui il prezzo dell’offerta complessiva della quantità di prodotto e l’aspettativa di ricavo imprenditoriale saranno determinati dal livello dell’occupazione operaia. È da dire che, prese così le cose, nella interdipendenza quasi circolare delle parti interne del sistema che Keynes si sforza di fissare, l’elemento politico del discorso keynesiano sembra difficile da cogliere. Ma un’osservazione solo un po’ più attenta rivela che l’intero sistema delle interrelazioni riposa su un postulato: quello della rigidità dei salari verso il basso. “L’unità di salario, quale è determinata dalle negoziazioni concluse tra i datori di lavoro e lavoratori” costituisce infatti la fondamentale “variabile indipendente definitiva”. Ed è qui, attorno a questo motivo, che la teoria keynesiana si scopre: registrazione ed uso della forza oggettiva di classe operaia colta nella sua autonomia. Essa non può essere repressa, non può essere tolta: l’unica possibilità è di coglierne il movimento, di regolarne la rivoluzione"


A questo punto, l'interpretazione della teoria keynesiana difesa da Negri è completamente inserita nella linea di pensiero per la quale lo sviluppo capitalistico può affermarsi solo nella dinamica e nella potenza della lotta operaia.


La composizione tra fordismo e Stato interventista costituisce un punto di svolta per il capitalismo. L'abbandono del laissez-faire e da allora in poi l'indiscussa necessità dello Stato come agente economico, come capitale sociale, hanno unito economia e politica, società civile e processo produttivo in modo che non potessero più essere dissociate.

Il New Deal nordamericano fu l'espressione più completa di questa combinazione tra fordismo e interventismo statale, subordinando tutti gli elementi sociali della produzione e della riproduzione al comando del capitale e dello Stato. La conseguenza non poteva che essere il passaggio del campo della lotta operaia dalla fabbrica alla società, uscendo dal limite del rapporto salariale e assumendo la proporzione della disputa della classe operaia come soggetto politico.


 

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