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giovedì 23 dicembre 2021

0 LA COMPOSIZIONE ORGANICA DEL CAPITALE DAL PUNTO DI VISTA DEI LAVORATORI


Per Marx, il capitolo ventitreesimo del primo libro del Capitale mira ad esaminare
"come l’aumento del capitale influisca sulle sorti [e sulla composizione] della classe operaia”. Quindi, anche se il titolo di questo capitolo è “La legge generale dell’accumulazione capitalistica”, non sono solo le leggi dello sviluppo del capitale che sembrano interessare il pensatore tedesco, ma soprattutto la classe operaia, il suo destino e il rapporto che mantiene con lo sviluppo capitalistico. Tuttavia, nell'intraprendere la sua indagine, Marx prende come linea guida la composizione del capitale e le alterazioni che subisce durante il processo di accumulazione.

“La composizione del capitale va considerata secondo il carattere duplice e contrapposto del lavoro rappresentato nelle merci.”

In primo luogo “dal lato del valore” ed in questo caso “si determina mediante la proporzione in cui il capitale si suddivide in capitale costante (ossia il valore dei mezzi di produzione, ossia le macchine, le materie prime...) e in capitale variabile (ossia il valore della forza di lavoro, ossia il monte salari).”  In altre parole, "dal lato del valore" la composizione del capitale è definita come il rapporto tra le parti costante e variabile del capitale, che è comunemente rappresentato dall'espressione 𝑐/𝑣 (dove c rappresenta il capitale costante e v rappresenta il capitale variabile). Questa proporzione viene chiamata da Marx “composizione di valore del capitale”. In secondo luogo abbiamo la composizione del capitale “dal lato della materia”. “Essa opera nel processo di produzione, ogni capitale si suddivide in mezzi di produzione e in forza di lavoro vivente, e questa composizione si determina mediante il rapporto fra la massa dei mezzi di produzione utilizzati e la quantità di lavoro necessaria per il loro utilizzo.”  In altre parole, “dal lato della materia”, la composizione del capitale si riferisce alla quantità di lavoro necessaria per trasformare una data quantità di mezzi di produzione in merci secondo un contesto definito. Questa proporzione è chiamata da Marx la “composizione tecnica del capitale”.

Ma oltre a ciò, continua, “esiste uno stretto legame reciproco” tra composizione tecnica e di valore: “chiamo «composizione organica del capitale» la sua «composizione di valore», in quanto è determinata dalla sua «composizione tecnica» e in quanto rifletti le variazioni di questa”, rappresentata anche dall'espressione 𝑐/𝑣 . Qui, la composizione di valore riceve un secondo nome quando è correlata alla composizione tecnica. Ciò è giustificato perché, come vedremo in seguito, variazioni nella composizione di valore del capitale, cioè tra le sue componenti costante e variabile, possono differire da quelle della sua composizione tecnica, cioè variazioni fisiche della produttività. Dopo aver presentato gli strumenti concettuali che utilizzerà, Marx prosegue esponendo due modelli di accumulazione del capitale. Nella prima si presuppone l'aumento di capitale e la conservazione della sua composizione tecnica. Quindi, la crescita del capitale implica, in termini assoluti, un aumento dei mezzi di produzione, da un lato, e – di maggiore importanza, poiché si tratta di esaminare l'influenza dell'aumento di capitale sul destino della classe operaia – la crescita della forza lavoro e, quindi, della stessa classe operaia, dall'altro. Quando la scala dell'accumulazione è maggiore della scala della crescita della forza lavoro, c'è una relazione favorevole tra domanda e offerta di lavoratori, causando un aumento dei loro salari – una situazione che rimane invariata mentre l'accumulazione supera i costi con il salario. Tuttavia, una volta che l'aumento dei salari inizia a esercitare pressioni sul raggiungimento dei profitti, l'accumulazione rallenta e, di conseguenza, la domanda di forza lavoro diminuisce, invertendo il rapporto tra domanda e offerta di lavoro e, quindi, provocando un calo dei salari, che a sua volta consente la ripresa dei profitti e, infine, l'accumulazione.

In questo primo modello abbiamo la descrizione di un sistema di aggiustamento automatico tra domanda e offerta di lavoro e la dinamica dell'accumulazione. In essa, sebbene accumulazione e sfruttamento possano aumentare o diminuire, ciò non altera in alcun modo il carattere fondamentale della produzione capitalistica, né la condizione di sottomissione dell'operaio al capitale, poiché tale aumento o diminuzione è dato in termini estensivi, o cioè, per prendere l'ultimo fattore del rapporto descritto, riguardano la maggiore o minore quantità di lavoratori coinvolti nel processo capitalistico di produzione. Nelle parole di Marx:


“Nelle condizioni di accumulazione più favorevoli ai lavoratori, fin qui presupposte, il rapporto di dipendenza degli operai dal capitale si ammanta di forme tollerabili [...].Invece di diventare più intensivo con l’aumento del capitale, esso si fa solo più estensivo, cosicché la sfera di sfruttamento e di dominio del Capitale si estende semplicemente mediante l’aumento di dimensione del capitale e con esso il numero dei suoi propri sudditi. A essi riaffluisce, sotto forma di mezzi di pagamento, una parte maggiore del loro proprio plusprodotto, che via via si ingrossa e si converte in capitale addizionale, cosicché gli operai possono ampliare la cerchia dei loro godimenti, arricchire il loro fondo di consumo in vestiario, mobilio, ecc. e costituire piccoli fondi di riserva in denaro. Ma come un vestiario adeguato, un’alimentazione più abbondante, un trattamento più umano e un peculio maggiore non aboliscono il rapporto di dipendenza e lo sfruttamento dello schiavo, così non aboliscono la stessa figura di salariato e sfruttato. [Né si ha pauperizzazione assoluta]. Un aumento del «prezzo del lavoro» in séguito a un’accumulazione del capitale significa in realtà soltanto che la catena dorata, con la quale il capitalista tiene legato il salariato e che questi non cessa di fucinare, si è ormai allungata e ha un volume e un peso tale da consentire un allentamento di tensione. [Si possono allora concedere, senza esagerazioni, i «diritti» ai lavoratori].”


Questo quadro cambierà nel secondo – e più importante – modello descritto da Marx, in cui la riduzione del capitale variabile è assunta con l'avanzare dell'accumulazione. Mentre nel modello precedente si considerava la conservazione della composizione tecnica del capitale, in questo caso tale conservazione sarà disturbata dall'ingresso di un nuovo elemento nel processo produttivo, ovvero l'aumento della produttività. Marx dice che, date le basi generali del sistema capitalista, arriva sempre un momento in cui i singoli capitalisti cercheranno di rendere le loro merci più economiche. Per soddisfare questo intento, la produttività, ovvero il “volume della grandezza relativa dei mezzi di produzione, che un operaio trasforma in prodotto durante un lasso di tempo determinato, e con la medesima tensione della forza di lavoro” deve aumentare “la massa dei mezzi di produzione relativamente alla massa della forza di lavoro che li anima” oppure deve essere ridotto il tempo necessario per la trasformazione in prodotti dello stesso volume di mezzi di produzione.

Che l'aumento della produttività implichi sempre un cambiamento nella composizione tecnica del capitale è evidente, perché, che sia il risultato di una maggiore cooperazione all'interno del processo produttivo, del miglioramento delle infrastrutture di una data regione o del miglioramento tecnologico dei macchinari, si ottiene sempre l'aumento della massa dei mezzi di produzione in rapporto alla forza lavoro viva o la diminuzione della forza lavoro in proporzione alla massa dei mezzi di produzione. Ciò che è più interessante in questo modello, tuttavia, è il fatto che il cambiamento nella composizione tecnica del capitale per produttività si riflette nella composizione di valore del capitale, rendendolo così una composizione organica. Questo processo è chiamato da Marx come “legge dell’incremento progressivo della parte costante del capitale in proporzione alla parte variabile”.

In esso, mentre la dimensione del capitale costante mantiene un rapporto direttamente proporzionale con l'aumento dell'accumulazione, la dimensione del capitale variabile mantiene con esso un rapporto inversamente proporzionale, cioè, nonostante l'accumulazione di capitale provochi la crescita assoluta sia del capitale costante che del capitale variabile, quest'ultimo diminuisce in termini relativi all'aumentare della produttività. Tuttavia, oltre alla diminuzione proporzionale o relativa della parte variabile della composizione organica del capitale, l'avanzata dell'accumulazione ne provoca anche la diminuzione assoluta. Marx afferma che: “I capitali addizionali, formatisi nel corso dell’accumulazione normale, {cioè l’aggiunta di nuovo capitale al vecchio, permettono l’ampliamento e la rivoluzione tecnologica delle condizioni oggettive del processo di produzione}. Quindi, i capitali addizionali servono in prevalenza come veicoli per lo sfruttamento di nuove invenzioni e nuove scoperte, ecc. e, in generale, per i perfezionamenti industriali.”

In altre parole, è normale che i capitalisti utilizzino il capitale accumulato nella ricerca di rami produttivi più moderni, come le ferrovie, o per innovazioni tecnologiche che contribuiscono a rendere più economica la produzione delle loro merci.

“Ma anche il vecchio capitale raggiunge, prima o poi, il suo termine e il momento della sua sostituzione definitiva, o del suo rinnovamento da capo a fondo, il momento in cui muta pelle e rinasce anch’esso in una forma tecnica perfezionata, in cui una massa minore di forza lavorativa può bastare per metter in moto una massa maggiore di attrezzature, macchine e materie prime.”

In questo caso, non solo l'assunzione di nuovi lavoratori diventa più difficile in proporzione all'accumulazione di capitale, ma il capitale originario, grazie alla riduzione dei posti di lavoro, inizia ad espellere un numero crescente di lavoratori che prima occupava. Così, l'influenza che l'accumulazione esercita sul destino della classe operaia varia sostanzialmente secondo i due modelli descritti da Marx. Se nel primo modello tale influenza avviene in modo estensivo, attraverso un rapporto direttamente proporzionale tra accumulazione di capitale e salario dei lavoratori, nel secondo, avviene in modo intensivo, attraverso un rapporto inversamente proporzionale tra accumulazione di capitale totale e il coefficiente del capitale variabile. Questo rapporto provoca la relativa diminuzione dei posti di lavoro, dapprima, e, in seguito, la scomparsa dei posti di lavoro esistenti, cosicché, nelle parole del pensatore tedesco, “l’accumulazione capitalistica, in proporzione alla propria energia e al proprio volume, produce costantemente, una sovrappopolazione operaia relativa, cioè eccedente i bisogni medi di valorizzazione del capitale, e quindi superflua.”


Questa sovrappopolazione di lavoratori, Marx la chiama "esercito industriale di riserva". L'esercito dei lavoratori in eccedenza svolgerà un ruolo cruciale nell'accumulazione di capitale. Mentre nel primo modello l'aumento e la diminuzione dell'accumulazione capitalistica obbedivano semplicemente a un rapporto tra domanda e offerta di lavoro, nel secondo modello, notevolmente più complesso, l'ingresso di nuovi elementi nel processo produttivo consentirà maggiori “leve” dell'accumulazione. Il primo elemento di novità che consentirà un maggiore incremento dell'accumulazione, come abbiamo visto, è l'aumento della produttività, cioè l'aumento della produzione in relazione alla quantità di lavoro. Il secondo elemento, chiamato da Marx “centralizzazione”, consiste nell'attrarre capitali minori verso capitali maggiori, consentendo una più ampia scala di produzione e, di conseguenza, rendendola più economica. Il terzo elemento che farà leva sulla produzione capitalistica, infine, sarà l'esercito industriale di riserva. Questo per due ragioni. Primo, perché la massa soprannumeraria dei lavoratori offre mutevoli variabili all'accumulazione capitalistica “materiale umano sfruttabile e sempre a disposizione, indipendentemente dall’aumento naturale della popolazione”; In altre parole, anche se l'aumento della domanda di lavoro superasse la crescita demografica, l'accumulazione capitalistica non verrebbe danneggiata grazie alla disponibilità di una massa di forza lavoro non occupata e disponibile, pronta ad integrare il processo produttivo. In secondo luogo, perché l'esercito industriale di riserva, attraverso la sua concorrenza, spinge l'esercito attivo, cioè la massa dei lavoratori occupati, a sovraccaricare e, quindi, ad aumentare l’intensità dello sfruttamento. L'esame della composizione del capitale, nonché delle sue variazioni, consente quindi a Marx di determinare quella che chiama la "legge generale dell'accumulazione capitalistica":


“Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e il peso della sua crescita, cioè la sua densità e intensità, e quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la produttività del suo lavoro, tanto maggiore è l’«esercito industriale di riserva». Le stesse cause che sviluppano la forza di espansione del capitale, aumentano la forza di lavoro disponibile. La grandezza proporzionale dell’«esercito industriale di riserva» cresce dunque insieme con le potenze [meccaniche e astratte, tangibili e intangibili], della ricchezza. Ma quanto maggiore, in rapporto all’«esercito operaio attivo», è l’«esercito di riserva», tanto maggiore è la sovrappopolazione consolidata, la cui miseria è in proporzione inversa del suo tormento di lavoro. Quanto maggiore, infine, è lo strato dei Lazzaro della classe operaia e l’«esercito industriale di riserva» tanto maggiore è il pauperismo ufficiale. Questa è la legge generale e assoluta dell’accumulazione capitalistica: [a un polo della società si concentra la ricchezza e al polo opposto dilaga la miseria].”


In altre parole, contrariamente a quanto potrebbe pensare il buon senso (ma anche alcuni economisti e ideologi, siano quelli esaminati da Marx o quelli attuali), l'accumulazione di capitale e il progresso del sistema capitalistico non portano ad un aumento dei salari e, conseguentemente, del miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Prendiamo come esempio il “miracolo economico” italiano. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano, trainato inizialmente dal Piano Marshall e dalla ricostruzione nazionale, è cresciuto ad un tasso medio annuo del 5,5% tra il 1951 e il 1958, tasso che salì al 6,3% tra il 1958 e il 1963, con la creazione del Comunità Economica Europea (CEE) e l'apertura dell'economia al mercato estero. Inoltre, i tassi di crescita della produzione industriale e della produttività dei lavoratori aumentarono vertiginosamente, raggiungendo livelli dell'89% e del 63%, rispettivamente, tra il 1951 e il 1960. Nello stesso periodo vi fu un indebolimento delle lotte sindacali e un conseguente peggioramento dei salari e dei rapporti di lavoro della classe operaia, che vanificarono completamente le conquiste e le aspettative coltivate dai lavoratori durante la Resistenza. Il punto simbolicamente culminante di questo indebolimento si può stabilire nel 1955, quando il più importante e combattivo sindacato italiano, la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), legato al PCI, perse per la prima volta, dalla fine della Seconda guerra mondiale, la sua maggioranza di rappresentanti sindacali nelle elezioni per la Commissione Interna della FIAT, la più grande fabbrica del paese. Come riflesso di tale indebolimento, possiamo vedere la diminuzione dei salari ad un tasso dello 0,6% tra il 1951 e il 1960, nonostante il significativo aumento della produttività nello stesso periodo.


Invece di aumentare i salari “nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare, [a meno che i profitti extra delle colonie affluiscano nella madrepatria e consentano la «redistribuzione del reddito»].”


Inoltre, il mantenimento di un esercito industriale di riserva “incatena l’operaio al Capitale in maniera più salda di quanto i cunei di Efesto non saldassero Prometeo alla roccia del suo supplizio”, sottomettendolo con crescente intensità ai dettami del capitale. Quindi è nel modo peggiore che l'accumulazione di capitale influenza il destino della classe operaia. Mentre significa un aumento della ricchezza nel polo capitalista, ha l'effetto contrario sul polo opposto. Ci dice Marx, “accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, abbrutimento e degradazione morale al polo opposto, ossia dal lato della classe che produce il proprio prodotto come capitale, [ma non siamo ancora alla pauperizzazione assoluta, perché la classe operaia organizza la sua disperata resistenza (...)]”.


È possibile sostenere che, nonostante l'intenzione, nel capitolo ventitreesimo del Capitale, di indagare soprattutto la classe operaia, il suo destino, e il rapporto che essa mantiene con l'accumulazione capitalistica, Marx finisce per delineare un quadro nel quale il capitale assume un ruolo attivo, in cui si serve di una serie di espedienti per soddisfare i suoi appetiti accumulativi, e alla classe operaia un ruolo passivo, in cui vede il suo destino determinato dall'accumulazione, essendo ora "dotato" dell'allentamento delle sue catene d'oro, ora sofferente del più crudele impoverimento, situazione che la fa sperare di rientrare nel sistema di sfruttamento della produzione capitalistica. Tuttavia, a un certo punto di questo capitolo, Marx interrompe questa descrizione, anche se momentaneamente. Polemizzando con l'“apologetica degli economisti”, cioè coloro che usano la legge della domanda e dell'offerta per giustificare l'aumento della disoccupazione, il pensatore tedesco fa notare che “Dunque, appena gli operai vengono a capo del mistero per il quale, nella stessa misura in cui lavorano di più, nella stessa misura in cui producono una maggiore ricchezza per altri e cresce la produttività del loro lavoro, perfino la loro funzione di mezzi di valorizzazione del capitale (cioè della ricchezza dei loro padroni) si fa sempre più precaria; appena scoprono che il grado di intensità della concorrenza fra loro stessi dipende in tutto e per tutto dalla pressione della sovrappopolazione relativa; appena quindi cercano, mediante «Trades’ Unions» [«sindacati»], ecc., di organizzare una collaborazione sistematica fra operai «occupati» e operai «disoccupati», per infrangere o indebolire le conseguenze rovinose di quella legge naturale della produzione capitalistica sulla propria classe; ecco il Capitale e il suo sicofante –l’economista– gridano al sacrilegio [della democrazia], alla violazione della legge «sempiterna», e quindi «inviolabile», dell’offerta e della domanda.”


In questo brano, la passività della classe operaia di fronte all'accumulazione capitalistica viene spezzata con l'evocazione della coscienza operaia sul proprio destino e con la conseguente organizzazione operaia contro il capitale. Tuttavia, questo tema non viene sviluppato con l'avanzare dell'esposizione marxiana, tanto che anche un lettore esperto dell'opera di Marx come Harvey può informarci – con sorpresa – e forse anche incredulità – che nel suddetto brano troviamo l'unica apparizione del termine “sindacato” in tutto il primo libro del Capitale. Tuttavia, se l'ambivalenza – e anche l'antagonismo – tra lavoratori e capitale non viene sviluppata nel capitolo sull'accumulazione, né emerge nei successivi capitoli sull'accumulazione primitiva e sulla moderna teoria della colonizzazione, gli ultimi del primo libro del Capitale, lo stesso non si verifica nei capitoli precedenti, dove questo tema acquista un carattere fondamentale. È il caso dell'ottavo capitolo, della giornata lavorativa. Inoltre, è anche il caso di un capitolo le cui considerazioni sono presupposte ed esplicitamente riprese nel capitolo sull'accumulazione, cioè il tredicesimo capitolo del Capitale, sulle macchine e la grande industria. Questo capitolo inizia con alcune considerazioni sullo sviluppo storico dei macchinari e sulla loro implementazione nelle fabbriche inglesi. Marx dedica poi una sezione al problema del trasferimento di valore dalla macchina al prodotto che fabbrica. In questa sezione, il pensatore tedesco esamina le condizioni necessarie affinché le macchine soddisfino la sua intenzione di rendere più economica la produzione di merci e di ridurre il costo del lavoro, ovvero aumentare la produttività. Qui possiamo vedere l'importante connessione che hanno i capitoli dedicati alle macchine e l'accumulazione di capitale. Se nel primo l'aumento di produttività è descritto come la prima grande leva per l'accumulazione capitalistica secondo un ragionamento logico, nel secondo è la storia di questo aumento di produttività attraverso il progresso tecnologico e la trasformazione della manifattura in una grande industria attraverso le macchine che è in gioco. Non è un caso, quindi, che Marx, alla fine della seconda sezione del tredicesimo capitolo del Capitale, avanzi le conclusioni sulla formazione dell'esercito industriale di riserva, su cui lavorerà solo dieci capitoli dopo.

Ma se l'introduzione delle macchine porta alla fine alla formazione di una popolazione soprannumeraria di lavoratori destinati all'impoverimento, vi sono, oltre a questo, altri effetti più “immediati” dell'introduzione della produzione meccanizzata nel destino dei lavoratori. Tali effetti sono esaminati nelle sezioni successive del capitolo sulle macchine, in modo che il rapporto tra lavoratori e capitale – o, nello specifico, tra l'introduzione di macchine da parte del capitale e la sua ripercussione sui lavoratori – ne diventi l'oggetto centrale. Marx esamina le ripercussioni delle macchine sui lavoratori a partire da tre voci, ciascuna legata a una data forma di accumulazione.

Si fa riferimento al “prolungamento della giornata lavorativa” degli operai, cioè alla forma più elementare di accumulazione del capitale (esaminata da Marx nella terza sezione del Capitale), dove il capitalista cerca di estendere il più possibile la quantità di lavoro non pagato al lavoratore e, quindi, fa un uso ottimale della sua merce. Un'altra riguarda l'“intensificazione del lavoro”, cioè una forma di accumulazione che utilizza non più espedienti estensivi, ma piuttosto espedienti intensivi per estrarre più valore (esaminata da Marx soprattutto nella quarta sezione del capitale). Il terzo punto, relativo all'“Appropriazione di forze di lavoro addizionali da parte del capitale. Lavoro femminile e infantile”, sarà di grande valore nel considerare la composizione di classe.

Sebbene abbia cercato di sostituire la forza lavoro umana [Arbeitskraft] con altre forme di energia [Kraft] (quella degli animali, del vento, dell'acqua corrente...) fin dal periodo dell’industria manifatturiera, è solo con l'avvento della grande industria e con il suo uso di macchine automatiche a vapore che il capitalismo è in grado di rivoluzionare il modo di lavorare e sostituire sistematicamente la forza lavoro umana con altre forme di energia. Questa sostituzione intaccava specialmente, tanto specifica quanto necessario, una forma di energia, vale a dire la forza muscolare [ Muskelkraft ], consumata specialmente dai lavoratori di sesso maschile. Poiché questa forma di energia diventa sempre più inutile, “nei limiti in cui rende superflua la forza muscolare, il macchinario diventa il mezzo per l’impiego di operai senza una {grande} forza muscolare, o dallo sviluppo fisico immaturo, ma dalle membra più flessibili. {Tanto più flessibili quanto meno sviluppate}. Quando il Capitale si impadronì della macchina, il suo moto fu: «The labour of women and children» [«Il lavoro delle donne e dei fanciulli»]! Questa è stata la prima parola dell’uso capitalistico delle macchine!”. 


Inoltre, il savoir - faire, l'abilità professionale dell'operaio artigiano, sebbene costituisse ancora la base del modo di produzione capitalistico nel periodo manifatturiero, divenne sempre più superfluo con l'avvento della grande industria.

Così, l'operaio specializzato si trasforma progressivamente in un semplice guardiano del lavoro della macchina, che “non libera dal lavoro l’operaio, ma toglie il contenuto al suo lavoro”, e, in tal modo, è la figura stessa non solo della forza lavoro, ma del lavoratore stesso che cambia con l'avvento della grande industria, in particolare, e, soprattutto, con l'aumento della produttività attraverso i progressi tecnologici, in generale. Pertanto, non è solo l'espansione intensiva o estensiva del lavoro che consente un aumento della composizione del capitale e, quindi, dell'accumulazione. Lo stesso effetto si può ottenere anche con la progressiva sostituzione di “forza-lavoro qualificata con forza-lavoro non qualificata, forza-lavoro matura con quella immatura, forza-lavoro maschile con quella femminile, forza-lavoro adulta con quella giovanile o infantile”, cioè con la modifica della costituzione stessa della forza lavoro.


 

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