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venerdì 17 giugno 2022

0 L'ALBA DI TUTTO CI PARLA DEL FUTURO DI SANDRO PADULA

 

Gli esseri umani non sono di natura buoni, come affermano la cultura cristiana e la filosofia di Jean-Jacques Rousseau (1712–1778), e nemmeno cattivi, come invece ritengono i reazionari e il loro amato Thomas Hobbes (1588–1679), quel teorico dello Stato assoluto che giunse ad affermare l'idiotesca idea secondo cui la condizione dell'uomo sarebbe quella di una guerra di tutti contro tutti.

Entrambi questi miti, quello dell'uomo di natura buono o cattivo, hanno in comune l'idea secondo cui gli esseri umani preistorici o selvaggi (come arbitrariamente furono definiti gli indigeni delle Americhe o di altre parti del mondo colonizzato dagli occidentali) sarebbero stati stupidi, ma per buona fortuna adesso vengono sistematicamente distrutti da “L'alba di tutto” (David Graeber e David Wengrow, casa editrice Rizzoli, 2022), un saggio utile per la comprensione almeno della parte più recente di quel periodo ultramillenario che, in modo convenzionale e spesso con arroganza, chiamiamo preistoria.

L'antropologo David Graeber (New York, 12 febbraio 1961 – Venezia, 2 settembre 2020), un anarco-comunista famoso per aver organizzato il movimento “Open Wall Street”, ha lasciato così una specie di testamento culturale e l'ha potuto fare grazie al contributo dell'archeologo David Wengrow che oggi, assieme a molte altre persone, ne tutela la memoria.

È un vero peccato che Graeber sia morto prematuramente perché, senza dubbio, lui da solo o insieme ad altri avrebbe potuto realizzare anche altre opere di grande interesse culturale e politico.

Fatta questa doverosa precisazione, si può subito dire che, fin dall'inizio, gli autori del libro “L'alba di tutto” ci presentano il filosofo-statista wendat (o urone) Kondiaronk (c. 1649-1701).

Di costui, sia pur col nome di Adario, aveva già parlato l'eploratore francese Luois Armand Lahontan (1666-prima del 1716) nel suo “Dialogo con un selvaggio d'America”, ma Graeber e Wengrow hanno cercato di farlo conoscere il più possibile allo scopo di criticare le filosofie di intellettuali come Rousseau.

Per il pubblico europeo, o più precisamente per chi amava l'esistenza di centinaia di sette religiose cristiane o faceva l'apologia del denaro, la critica indigena avrebbe potuto costituire uno shock per il sistema, mettendo in risalto possibilità di emancipazione umana non più ignorabili. Ecco perché, al tempo di Kondiaronk, fu inventata la classica metanarrazione storica secondo cui le libertà si perderebbero nella misura in cui le società si fanno più grandi e più complesse.

Verso la metà del XVII secolo, molti pensatori giuridici e politici europei cominciarono ad ipotizzare l'esistenza di uno “stato di natura ugualitario, almeno nel senso minimo di condizione predefinita capace di accomunare società che, ai loro occhi, erano prive di governo, scrittura, religione, proprietà privata o altri strumenti significativi per distinguersi tra loro” (pag. 58-59).

Parole come “uguaglianza” e “disuguaglianza” cominciavano soltanto allora a circolare fra gli intellettuali europei, persone sempre più incuriosite dalla possibile strutturazione delle “società primordiali” ma non pensavano che lì ci fossero uomini e donne particolarmente “nobili”, né tantomeno degli scettici razionali e paladini della libertà individuale.

All'inizio, né i coloni della Nuova Francia (nel nord America) né i loro interlocutori indigeni avevano molto da dire sull'“uguaglianza”.

Piuttosto la discussione riguardava la libertà e l'assistenza reciproca, o forse faremmo meglio a dire la libertà naturale o il comunismo” (pag. 59).

Su quest'ultimo concetto è comunque necessario fare alcune precisazioni.

Dall'inizio del XIX secolo sono in corso accesi dibattiti sull'esistenza di qualcosa che si possa legittimamente definire “comunismo primitivo”. Al centro di queste discussioni c'erano sistematicamente le società indigene delle Foreste nordorientali, e questo da quando Friedrich Engels usò gli irochesi come esempio principale di comunismo primitivo nell'“Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” (1884). Qui “comunismo” si riferisce sempre alla proprietà comune, in particolare a quella delle risorse produttive (….). Molte società americane si potevano considerare alquanto ambigue in questo senso: le donne possedevano e lavoravano i  campi individualmente, anche se conservavano e vendevano i prodotti collettivamente, gli uomini possedevano gli attrezzi e le armi singolarmente, anche se di solito dividevano la selvaggina e i bottini di guerra.

Esiste tuttavia un altro modo per usare la parola “comunismo”: non come regime di proprietà, ma nel significato originario di “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. C'è anche un certo comunismo minimo, “di riferimento”, valido in tutte le società: l'idea che se i bisogni di un'altra persona sono abbastanza grandi (per esempio, quella persona sta affogando) e se il costo per soddisfarli è abbastanza modesto (per esempio, quella persona vi chiede di gettarle una corda) naturalmente qualunque essere umano perbene acconsentirebbe. Questo tipo di comunismo di riferimento potrebbe essere considerato la base della socievolezza umana, perché gli acerrimi nemici sarebbero gli unici a non essere trattati in questo modo. A variare è la misura in cui si ritiene opportuno estendere questo comunismo di riferimento” (pag. 59-60).

Qui  gli autori del libro “L'alba di tutto” hanno fatto bene a riportare la frase“da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, usata da Marx nella sua “Critica del programma di Gotha” (1875), ma probabilmente avrebbero dovuto precisare che i bisogni crescono di continuo e non tutti possono essere soddisfatti e, di conseguenza, essa andrebbe riferita solo ed esclusivamente ai bisogni di volta in volta fondamentali di ciascuno. D'altro canto, parlando di un comunismo basilare di riferimento, hanno fornito un'interpretazione più ampia del concetto di comunismo primitivo.

Sia pur in modo indiretto, questo ragionamento è stato confermato da un'opera di Madame de Graffigny intitolata “Lettere d'una peruviana” e pubblicata nel 1749, “dove un'immaginaria principessa inca rapita espone il proprio punto di vista sulla società francese. Il libro è considerato un punto di riferimento femminista, nel senso che potrebbe benissimo essere il primo romanzo europeo incentrato su una donna che non finisce con il matrimonio o la morte della protagonista. Zilia, l'eroina, è contrariata dalle vanità e dalle assurdità della società europea quanto lo è del patriarcato” (pag.71).

Madame de Graffigny dipinse l'impero inca come un dispotismo benevolo, un regime in cui tutti erano uguali davanti al re, e “la critica di Zilia alla Francia, come quella di qualunque straniero immaginario scriva nella tradizione di  Kondiaronk, si impernia nella società francese e nelle sue violente disuguaglianze” (pag. 72) ma A.R.J. Turgot, un seminarista ed economista in erba, trovò questo ragionamento inquietante e perfino pericoloso. Lui, per evidente reazione alla critica indigena nei confronti della Francia e degli altri paesi europei, dapprima teorizzò la presunta supremazia del progresso tecnologico come motore del miglioramento sociale generale e poi, su questa base, affermò che l'evoluzione sociale parte sempre con i cacciatori, poi passa a una fase di pastoralismo, quindi all'agricoltura e alla fine raggiunge la fase della civiltà commerciale urbana.
Nel giro di pochi anni questa teoria evoluzionistica della società fu ripresa da Adam Smith e consolidata dai suoi colleghi (Lord Kames, Adam Ferguson e John Millar).
Costoro pensavano che la libertà e l'uguaglianza dei selvaggi sarebbero segni di inferiorità e risulterebbero possibili soltanto nelle società con una generalizzata situazione di miseria; in tal modo,  condivisero e svilupparono le fantasticherie mentali presenti sia nell'opera “
Il discorso sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza tra gli uomini” (1755) di  Rousseau che nel “Leviatano” (1651) di Hobbes per meglio diffondere l'infame “mito dello stupido selvaggio”.

La teoria evoluzionistica del mondo sociale diventò così uno stereotipo tanto lineare e meccanicistico quanto eurocentrico.

Gli imperialisti del XIX secolo adottarono questo stereotipo con entusiasmo, limitandosi ad aggiungere una varietà di giustificazioni pseudoscientifiche – dall'evoluzionismo darwiniano al razzismo “scientifico” – per approfondire l'idea di semplicità innocente, e dunque offrire un pretesto per relegare i rimanenti popoli liberi del mondo (o sempre più spesso, con l'espandersi dell'imperialismo europeo, gli ex popoli liberi) in uno spazio concettuale in cui i loro giudizi non suonassero più minacciosi” (pag.86).

A quel tempo, se vogliamo dire le cose come stavano senza perdere tempo, imperava una grande ignoranza. Nessuno, ad esempio, sapeva quando fosse nato il cosmo in cui viviamo.

Agli albori del XIX secolo, gran parte degli “uomini di lettere” - scienziati compresi – dava ancora per scontato che l'universo non fosse nemmeno esistito fino alla fine di ottobre del 4004 a.C. e che tutti gli esseri umani avessero parlato la stessa lingua (l'ebraico) fino alla dispersione dell'umanità, dopo il crollo della torre di Babele sedici secoli dopo” (pag. 91).

Nel XXI secolo d.C. la situazione culturale è migliorata nettamente, ma sappiamo ancora poco della preistoria e perfino dell'Homo Sapiens che, secondo gli autori del libro “L'alba di tutto” - rifacendosi alla teoria oggi dominante - sarebbe comparso in Africa, si imbatté in Eurasia con altre popolazioni – come i Neanderthal e i Denisovani –  di cui vide l'estinzione e  costituì l'essere da cui derivano gli animali umani come noi.

Non sappiamo di preciso se l'Homo Sapiens sia comparso solo in Africa oppure – come alcuni ritengono negli ultimi decenni – in diverse aree del mondo (Africa, Europa, Asia, Sud-est asiatico e Cina) in modo quasi contemporaneo. Non sappiamo nemmeno quale fosse il rapporto fra  l'Homo Sapiens da un lato e popolazioni  come i Neanderthal e i Denisovani dall'altro. Qualche dietrologo, pensando alle macabre attività dei nazisti diretti da Hitler o all'apocalissi del 1945 costituita dalle bombe nucleari statunitensi sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, è giunto a ipotizzare che l'Homo Sapiens abbia sterminato altre popolazioni, ma su questo non esistono al momento delle prove sufficienti.

I dietrologi, discepoli coscienti o incoscienti di Thomas Hobbes, sono sempre uguali: risultano essere tanto reazionari quanto presuntuosi e ignoranti!

Partiamo perciò dal fatto che esiste quell'Homo Sapiens, da cui ognuno di noi deriva, e dall'ipotesi, la più realistica possibile, che l'Homo Sapiens non sia stato e non sia né buono né cattivo in sé. Dovremmo imparare ad essere, in maniera gramsciana, sia pessimisti con l'intelligenza che ottimisti con la volontà su noi stessi. Questa è la premessa per ampliare la conoscenza e il sapere di ognuno. Il resto sono davvero chiacchiere.

In questo senso, dovremmo da un lato ragionare e socializzare ciò che abbiamo già acquisito dal punto di vista culturale e dall'altro, sulla base delle nuove conoscenze, rielaborare frequentemente le nostre idee e le nostre teorie in ogni campo del sapere.

Il mondo sociale e anche fisico dei nostri lontani avi, come già sappiamo, era molto diverso da quello in cui viviamo e probabilmente la situazione rimase immutata almeno fino al 40000 a.C. circa. Inoltre, come stiamo iniziando a capire, è possibile dedurre che l'organizzazione sociale dei nostri antenati fosse, con tutta probabilità, molto variegata.

Il comunismo primitivo non era solo e semplicemente il possesso collettivo dei mezzi di produzione; aleggiava su tutte le società preistoriche o “primitive”, anche quelle con poca proprietà comune, rendendole meno inique nei rapporti fra uomo e donna e nel complesso dei rapporti sociali; aveva la capacità di revocare i dirigenti in modo frequente; rispettava di più i beni comuni naturali e sociali indispensabili alla vita; non di rado praticava l'economia del dono e comunque cercava sempre di soddisfare i bisogni collettivi e individuali di carattere fondamentale.

Per parecchio tempo si è pensato che gli uomini primitivi fossero stupidi, ma verso la metà del XX secolo le cose iniziarono a cambiare.

Allora l'antropologo Claude Lévi-Strauss (Bruxelles 1908 - Parigi 2009) cominciò a ritenere che i primi esseri umani fossero al nostro stesso livello intellettuale.

In questo quadro, per la precisazione nel 1944, pubblicò un saggio sull'attività politica della piccola popolazione dei nambikwara “che abitava in un'inospitale regione della Savana nel Mato Grosso nordoccidentale, in Brasile” (pag 112).

I nambikwara facevano una vita relativamente semplice e, stante la loro cultura materiale molto rudimentale, venivano considerati come una finestra affacciata sul Paleolitico, ma ciò, secondo  Lévi-Strauss, è un errore in quanto loro vivevano all'ombra dello Stato moderno “praticando il baratto con gli agricoltori e gli abitanti delle città e talvolta offrendosi come braccianti. Alcuni potrebbero persino  essere discendenti di coloro che fuggivano dalle città o dalle piantagioni” (pag. 112)

Ad ogni modo, sempre secondo quell'antropologo, i loro modi di organizzare la vita possono essere utili a farci capire quali fossero le condizioni più generali della condizione umana, in particolare per quanto concerne la politica.

I nambikwara  nominavano capi con il compito di guidarli. Questi dirigenti, a loro volta e a differenza dei politici moderni e contemporanei, non erano però faccendieri, quindi non facevano alleanze o compromessi fra diversi collegi elettorali o gruppi di interesse, e non avevano molte differenze, a livello di ricchezza o di status, col resto della popolazione. Nello specifico, loro facevano da mediatori fra due sistemi sociali ed etici totalmente diversi.

Negli anni Quaranta del XX secolo, “i nambikwara vivevano in quelle che, di fatto, erano due società differenti. Durante la stagione delle piogge occupavano villaggi di varie centinaia di persone in cima alle colline e praticavano l'orticoltura. Nel resto dell'anno si disperdevano in piccole bande di foraggiatori” (pag 113).

I capi cercavano di agire come leader eroici durante le “avventure nomadi” della stagione secca e di guidare gentilmente gli altri, nella costruzione di case e nella cura degli orti, nella stagione delle piogge. Nonostante queste interessanti analisi, il libro di  Lévi-Strauss sui nambikwara cadde presto nell'oblio.

David Graeber e David Wengrow hanno pensato però che, per conoscere meglio le caratteristiche fondamentali degli uomini preistorici o di quelli definiti “selvaggi”, bisogna valorizzare i risultati culturali migliori non solo dell'archeologia (ad esempio sui siti dell'era glaciale con sepolture sfarzose e architettura monumentale) ma anche dell'antropologia e, sulla scia delle analisi di Lévi-Strauss, giungono ad affermare che i nambikwara – e pure i winnebago e i nuer del XX secolo – ci permettono di comprendere l'esistenza sia di variazioni stagionali della vita sociale delle prime società umane sia di individui anomali capaci di svolgere ruoli politici significativi durante il Paleolitico.

Purtroppo, come si è accennato, lo studio di  Lévi-Strauss sui nambikwara non fu ripreso da altri antropologi e, come successe anche al “Saggio sulle variazioni stagionali delle società eschimesi” (1903) di Marcel Mauss e Henri Beuchat, fece parte della letteratura antropologica dimenticata.

La ricerca antropologica e archeologica è comunque andata avanti e oggi si può affermare che, negli ambienti altamenti stagionali dell'ultima era glaciale, i nostri lontani antenati, oscillando fra sistemi sociali alternativi, si comportavano in modo molto simile agli inuit, ai nambikwara o ai crow.

Gli ordini sociali, pur avendo dei gruppi dirigenti, non diventavano mai fissi e immutabili per molto tempo. C'era un movimento della e nella materia sociale che di fatto, a furia di revocare e cambiare quei gruppi dirigenti, aboliva lo stato di cose esistente.

Quando iniziarono allora a cristallizzarsi i sistemi sociali degli esseri umani basati sulla disuguaglianza?

Alcuni, dai tempi di Jean-Jacques Rousseau in poi, hanno pensato che la Rivoluzione del Neolitico, con l'invenzione dell'agricoltura e i connessi accumuli di eccedenze (cereali, prodotti caseari, eccetera), avrebbe provocato la vera disuguaglianza, ma a determinarne la nascita non fu automaticamente l'agricoltura e nemmeno la produzione di beni eccedenti.

In primo luogo, “la comparsa di mondi culturali locali durante il Mesolitico aumentò le probabilità che società relativamente autonome abbandonassero la dispersione stagionale e si adattassero a una sorta di sistema gerarchico verticistico permanente” (pag. 139).

Inoltre, precisando qui un argomento non affrontato in maniera approfondita dall'opera di Graeber e Wengrow, la produzione di beni eccedenti è qualcosa che precede la stessa invenzione dell'agricoltura. Dato che durante il Paleolitico e il Mesolitico gli uomini impiegavano la raccolta, la pesca e la caccia come fonti primarie di cibo, è probabile che allora la produzione di beni eccedenti fosse collegata soprattutto all'essiccare e all'affumicare pesci e carni in eccesso rispetto ai bisogni fisiologici immediati e, tanto per fare un altro esempio, all'abbrustolire una parte di semi e insetti per meglio conservarli.

La prevalenza nel sito Mesolitico danese di Svaerdborg di ossa della testa di lucci fa pensare che qui avvenisse un processo di trattamento per conservare le parti più importanti dal punto di vista nutritivo, scartando le teste stesse”.

(https://www.treccani.it/enciclopedia/le-paleoscienze-le-conoscenze-scientifiche-dell-uomo-di-25-000-anni-fa_%28Storia-della-Scienza%29/).

Al di là delle specifiche forme e caratteristiche del plusprodotto prima del Neolitico e quindi prima della stessa invenzione dell'agricoltura, qui si sta parlando di una tesi elaborata da Karl Marx: l'esistenza del plusprodotto, derivante da un corrispondente pluslavoro, come produzione specifica degli animali umani.

“Una delle cose che ci distinguono dagli animani non umani è che questi ultimi producono solo  ed esclusivamente ciò di cui hanno bisogno; gli esseri umani producono sempre molto di più. Siamo creature dell'eccesso, ed è questo a renderci insieme la più creativa e la più distruttiva di tutte le specie.  Le classi dirigenti non sono altro che quelle che hanno organizzato la società in modo da potersi impossessare della maggior parte delle eccedenze, a prescindere dal fatto che questo avvenga attraverso un tributo, la schiavitù, i dazi feudali o la palese manipolazione dei meccanismi del libero mercato” (pag. 142).

A dire il vero, anche il più equilibrato e meno manipolato sistema capitalistico può garantire l'esistenza del plusprodotto, ma il ragionamento di  Graeber e Wengrow è in sostanza corretto.

Come loro due hanno scritto, “nel XIX secolo, Marx e molti altri radicali immaginarono che fosse possibile amministrare queste eccedenze collettivamente, in modo equo (…), ma i pensatori contemporanei tendono ad essere più scettici. In realtà, l'opinione oggi prevalente tra gli antropologi è che l'unico modo per mantenere una società ugualitaria è eliminare la possibilità di accumulare qualunque tipo di eccedenza” (pag. 142-143).

Volendo essere precisi, Graeber e Wengrow non si sono azzardati a dire in maniera chiara ed esplicita quale sarebbe il modo migliore per far vivere, nel futuro, una società ugualitaria. Infatti, consapevoli che gli esseri umani producono sempre molto di più dei bisogni immediati, non hanno mai scioccamente teorizzato né la necessità di una generica decrescita economica né quella di una società ugualitaria senza plusprodotto.

Loro hanno studiato abbastanza bene il pensiero di Marx sul tema del plusprodotto, riguardante in primo luogo i beni di consumo di massa e i mezzi di produzione, e del pluslavoro che lo crea. Di conseguenza, forse conoscevano anche questa osservazione del rivoluzionario nato a Treviri:

Il pluslavoro in generale, inteso come lavoro eccedente la misura dei bisogni dati, deve sempre continuare ad esistere. Nel sistema capitalistico come in quello schiavistico ecc., assume semplicemente una forma antagonistica ed è completato dall'ozio assoluto di una parte della società. Una determinata quantità di pluslavoro è necessaria per l'assicurazione contro le disgrazie, per il necessario e progressivo ampliamento del processo di riproduzione corrispondente allo sviluppo dei bisogni ed all'incremento della popolazione, che dal punto di vista capitalistico si chiama accumulazione” (Marx, “Il Capitale”, libro III, capitolo 48, “La formula trinitaria”).

Secondo diversi antropologi, al contrario, l'assenza del plusprodotto, quindi pure la non presenza del pluslavoro che lo crea, sarebbe una sorta di garanzia  per la vita stessa delle società ugualitarie.
Graeber e Wengrow non hanno riflettuto molto su questa fantasiosa concezione propagandata da quegli antropologi, ma forse avrebbero potuto spiegare a sufficienza che, per forza di cose, senza plusprodotto le società ugualitarie sono destinate ad essere società ugualitarie della miseria.

Immaginare delle società ugualitarie dignitose senza plusprodotto è infatti un'idea sbagliata dalle fondamenta e quindi priva di senso logico. Invece, non sempre le idiozie appaiono come tali agli occhi di ognuno!

L'antropologo britannico James Woodburn nei decenni del dopoguerra fece delle ricerche tra gli hadza, una popolazione della Tanzania, e dopo aver fatto dei paragoni fra questa popolazione da una parte e i boscimani san e i pigmei mbuti dall'altra (oltre che rispetto a diverse e piccole società di foraggiatori nomadi al di fuori dell'Africa, come i pandaram dell'India meridionale o i batak della Malesia), giunse alla conclusione che le società davvero ugualitarie sarebbero quelle con economie «a rendimento immediato».

Le popolazioni come gli hadza sembravano applicare principi di uguaglianza non solo ai beni materiali, sempre condivisi o fatti circolare, ma anche al sapere erboristico o sacro e al prestigio (i bravi cacciatori vengono sistematicamente sbeffeggiati e sminuiti).

Dalla visione di Woodburn pare che la popolazione degli hadza sarebbe giunta “a conclusioni molte diverse da quelle di Kondiaronk e, in precedenza, di diverse generazioni di critici delle Prime nazioni, che ebbero tutti qualche difficoltà anche solo a immaginare come le differenze in termini di ricchezza potessero tradursi in disuguaglianze sistemiche di potere. Si ricordi che (…) all'inizio la critica indigena americana riguardava qualcosa di molto diverso, ossia la presunta capacità delle società europee di promuovere l'assistenza reciproca e di proteggere le libertà personali. Solo in seguito, una volta che gli intellettuali indigeni ebbero imparato a conoscere meglio i meccanismi delle società francese e inglese, la loro critica cominciò a concentrarsi sulle disuguaglianze in termini di proprietà. Forse dovremmo seguire il loro ragionamento iniziale.” (pag. 144).

A questo punto, dopo aver precisato che “... gli hadza, i wendat e i popoli  «ugualitari» come i nuer non sembravano interessati tanto alle libertà formali quanto a quelle sostanziali” (pag. 145), cioè avere la possibilità effettiva di viaggiare e di vivere in un contesto di assistenza reciproca che favorisse l'autonomia individuale, Graeber e Wengrow da un lato lasciano sfumare l'altrui idea della possibilità di società ugualitarie con economie «a rendimento immediato»; dall'altro si pongono un problema molto diverso: “il vero enigma non è quando siano comparsi per la prima volta i capi, o addirittura i re e le regine, bensì quando non sia più stato possibile cacciarli via a risate dalla corte” (pag. 148).

Secondo la loro opinione, le nuove scoperte sugli antichi cacciatori-raccoglitori nell'America del Nord, precisamente a Poverty Point nella Lousiana, e in Giappone stanno ribaltando le idee a proposito dell'evoluzione sociale. A Poverty Point ci sono i resti di massicci terrapieni eretti dai nativi americani intorno al 1600 a.C. . Si tratta di “un sito dell'età della pietra in un'area dove non c'è pietra” (pag.157) e forse lì furono presenti migliaia di persone in particolari periodi dell'anno.

“In Giappone e nelle isole vicine, un'altra designazione culturale monolita, «Jömon», domina oltre diecimila anni di storia dei foraggiatori, dal 14000 al 300 a.C. circa” (pag.161).

Sembra incredibile, ma è vero!

Quei progetti monumentali – che non sappiamo se abbiano coinvolto re o leader di altro tipo – cambiano “per sempre la natura della discussione sull'evoluzione sociale nelle Americhe, in Giappone, in Europa e senza dubbio in quasi tutti gli altri luoghi. Chiaramente i foraggiatori non si rifugiarono dietro le quinte alla fine dell'era glaciale, in attesa che un gruppo di agricoltori del Neolitico riaprisse il teatro della storia” (pag.163).

L'idea di bande di foraggiatori pigri, infantili e spensierati e quella secondo cui la «civiltà» propriamente detta – città, artigiani specializzati, specialisti di conoscenze esoteriche – sarebbe stata impossibile senza l'agricoltura sono prive di fondamento.

In maniera analoga, non esistono prove sufficienti sull'origine della disuguaglianza sociale, della proprietà privata e dello Stato.

Per quanto riguarda la proprietà privata si può comunque dire che essa ebbe un inevitabile rapporto con il sacro di cui è coetanea.

Senza dubbio la costruzione dei terrapieni a Poverty Point, ma pure dei siti di Sannai Maruyama, la chiesa dei giganti a Kastelli in Finlandia o le antiche tombe dei personaggi illustri del paleolitico superiore, furono, in un certo senso, luoghi sacri.

Poco prima degli albori dell'agricoltura, i sistemi sociali erano molto differenziati. Ad esempio, i foraggiatori canadesi avevano gli schiavi e i loro vicini californiani no. Due vicine società costituirono quindi due diverse aree culturali.

“Le «società di cattura» delle Americhe consideravano il reperimento degli schiavi una modalità di sostentamento a pieno titolo, ma non nel consueto senso di produzione di calorie. I predoni si ostinavano a dire che gli schiavi venivano catturati per la loro forza vitale o «vitalità», un'energia che poi veniva consumata dal gruppo conquistatore” (pag. 205).

Nelle Americhe “un manipolo di società mise in atto queste relazioni in modo letterale. Il punto importante riguardo alle «modalità di produzione» o alle «modalità di sostentamento» è che questo tipo di sfruttamento prendeva spesso la forma di rapporti costanti tra società” (pag. 205-206).

Come riportano Graeber e Wengrow, nella sezione nordoccidentale della California c'era – secondo l'etnografo Alfred Kroeber –  una «zona di frantumazione», “un territorio di diversità inconsueta, capace di fare da ponte fra le due grandi aree culturali del litorale del Pacifico. (Lì) alcune (…) micronazioni parlavano lingue della famiglia athabaska; altre, negli ordinamenti interni e nell'architettura, conservavano tracce di aristocrazia che ne collocano le origini sulla costa nordoccidentale. Eppure, salvo rarissime eccezioni, nessuno praticava lo schiavismo” (pag. 215).

“La schiavitù affonda le radici nella guerra ma, ovunque la incontriamo, è anche, anzitutto, un'istituzione domestica. La gerarchia e la proprietà possono derivare dalle idee del sacro, ma le forme più brutali di sfruttamento hanno origine nelle relazioni sociali più intime, come  perversioni dell'affetto, dell'amore e della premura” (pag. 224-225).

Ciò significa che la schiavitù non esisteva solo nel “mondo antico” ma, sia pur in modo diverso e limitato, anche nella preistoria.

Nella preistoria la schiavitù era figlia delle guerre vittoriose e delle perversioni dell'affetto, dell'amore e della premura,

Il lavoro di ricerca di Graeber e Wengrow smonta così tutta una serie di luoghi comuni sulla preistoria e, come vedremo, mette in discussione anche l'idea secondo cui ci sarebbe stato un rapporto di interdipendenza fra la nascita delle città e dell'agricoltura.

La città di Catalhoyuk, situata sulla pianura di Konya, nella Turchia centrale, nacque intorno al 7400 a.C., fu abitata per circa millecinquecento anni; si estendeva per 13 ettari, aveva circa 5 mila abitanti e finora è considerata come quella più antica del mondo.

Una sua caratteristica era che non aveva un centro riconoscibile, né strade o edifici comuni: “era solo un fitto agglomerato di case, tutte di pianta e dimensioni simili, ciascuna accessibile tramite una scala a pioli dal tetto” (pag. 229).

Scoperta negli anni Sessanta del XX secolo, all'inizio fece pensare che fosse un monumento alle origini dell'agricoltura, ma le cose cambiarono grazie a nuovi metodi di lavoro usati a partire dagli anni Novanta.

Si capì che i teschi e le corna di bovini presenti nei saloni centrali delle case non erano di animali domestici ma di feroci uri selvatici. Inoltre, si comprese che le statuine d'argilla, trovate nel relativo sito archeologico, raffiguravano delle donne sedute ma non erano rappresentazioni delle “dee della fertilità” o di obsolete fantasie vittoriane sul «matriarcato primitivo» e potrebbero essere state l'equivalente delle Barbie.

Graeber e Wengrow fanno comunque ulteriori precisazioni. Secondo loro, l'attuale rifiuto dell'idea del «matriarcato primitivo» da parte di antropologi e archeologi deriva in gran parte da una incomprensione dei risultati delle analisi dell'archeologa lituano-americana Marija Gimbutas che, negli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, costituì un punto di riferimento per la conoscenza della tarda preistoria nell'Europa Orientale.

Lei, a differenza di quanto affermavano i suoi critici più rigidi che spesso non avevano nemmeno  letto le sue opere, non voleva affatto modernizzare la ridicola fantasia vittoriana del «matriarcato primitivo».

In realtà, leggendo i libri della Gimbutas come «Le dee e gli dei dell'antica Europa» (1982), si capisce che lei aveva intenzione di creare una narrazione grandiosa sulle origini della società eurasiatica. A tale scopo usò il concetto di “aree culturali” e concluse che, per certi aspetti ma non per tutti, era vera “la vecchia storia vittoriana degli invasori ariani e degli agricoltori che veneravano le dee” (pag. 233).

L'archeologa cercava di capire quali fossero i contorni generali della tradizione culturale che chiamava «antica Europa», un'area costituita da villaggi neolitici stanziali concentrati sui Balcani e sul Mediterraneo orientale, ma estesi anche più a nord, dove – a suo parere – c'era una buona parità fra uomini e donne e non esistevano grandi differenze di status e ricchezza.

Quell'area, comprendeva società molto pacifiche che, sul piano religioso, avevano “un pantheon comune sotto l'egida di una dea comune” (pag. 234). Secondo i suoi calcoli, resistette dal 7000 al 3500 a.C. e proprio nel terzo millennio avanti Cristo andò verso una fine catastrofica perché a quel tempo i Balcani furono invasi da una migrazione di popoli di allevatori – i cosiddetti kurgan – originari della steppa pontica, a nord del Mar Nero.

Per la precisione, l'archeologa Gimbutas non riteneva che il matriarcato fosse la condizione originaria del genere umano, ma voleva difendere – come hanno scritto Graeber e Wengrow –  “l'autonomia e la priorità rituale delle donne nel Neolitico mediorientale ed europeo” (pag. 234).

Il fatto entusiasmante è che, diversi decenni dopo, l'analisi del DNA antico – non disponibile all'epoca di Gimbutas  – abbia spinto diversi e prestigiosi archeologici a riconoscere che una parte della sua ricostruzione era probabilmente corretta.

Se ciò è vero anche solo in linea di massima, “allora ci fu davvero un'espansione dei popoli di allevatori dalle praterie a nord del Mar Nero più o meno nel periodo individuato da Gimbutas, cioè il terzo millennio avanti Cristo” (pag. 236).

Sull'altra parte della sua tesi, bisogna precisare che l'archeologa non sostenne mai in maniera aperta e ufficiale l'esistenza dei matriarcati neolitici.

Graeber e Wengrow spiegano che il matriarcato inteso come una società in cui le donne detengono la maggior parte delle posizioni politiche formali è stato un fenomeno molto raro nella storia dell'umanità. Invece il matriarcato inteso come una situazione in cui “il ruolo della madre all'interno della famiglia diventa il modello e la base economica per l'autorità femminile in altri settori della vita” è stato qualcosa di abbastanza reale e forse “anche Kondiaronk si muoveva in un sistema di questo tipo” (pag. 237).

Fatte queste puntualizzazioni, i due autori passano a smontare la fantasiosa idea di Rousseau secondo cui l'agricoltura avrebbe avuto bisogno della recinzione di campi fissi per nascere; fanno osservare che dal 10 mila a.C. al 7 mila a.C. ci fu un lungo periodo di passaggio  verso l'agricoltura neolitica, un'agricoltura che all'inizio risultava “orientata verso il possesso collettivo delle terre” (pag. 254) e nacque “nell'Asia sudoccidentale come una serie di specializzazioni nella coltivazione delle piante e nell'allevamento del bestiame, disseminate in varie parti della regione, senza un epicentro” (pag. 263).

Graeber e Wengrow sottolineano inoltre  – cosa che quasi nessuno ha mai fatto prima, nemmeno Lévi-Strauss nel suo “Pensiero selvaggio” – l'importanza delle donne, grazie ai loro saperi accumulati,  nella nascita dell'agricoltura neolitica.

Senza i saperi e i poteri-qualità delle donne, molto probabilmente, l'agricoltura neolitica non si sarebbe configurata così come quando nacque ed avrebbe avuto bisogno di molto più tempo e di maggiori contraddizioni per svilupparsi.

Ad esempio, la Mezzaluna fertile del Medio Oriente aveva diverse situazioni fra la zona dei bassipiani (come quelle nella valle del Giordano) e quella degli altipiani (le pianure e le colline pedemontane della Turchia orientale).

La struttura sociale nei bassipiani era poco gerarchizzata, mentre negli altipiani era autoritaria.

In entrambi i casi, la nascita dell'agricoltura non significò anche l'inizio della proprietà privata terriera.

“Emerge che, per gran parte del suo passato, la nostra specie è stata bravissima a entrare e uscire liberamente dall'agricoltura (…), oppure a indugiare sulla sua soglia” (pag. 280).

L'agricoltura “tendeva ad attecchire dove le risorse selvatiche erano più rare. Era l'eccezione nelle strategie del primo Olocene, ma aveva un potenziale di crescita esplosivo, soprattutto dopo che il bestiame domestico si aggiunse alle colture dei cereali” (pag. 294-295).

Spesso si credeva che “la comparsa delle prime città, delle prime grandi concentrazioni di persone insediate in via permanente in un'unico luogo, corrispondeva anche all'ascesa degli Stati” (pag. 297).

Invece, “in alcune regioni, come ormai sappiamo, le città si governarono per secoli senza tracce dei templi e dei palazzi che sarebbero sorti solo in seguito; in altre, i templi e i palazzi non comparvero mai. In molte città antiche, nulla dimostra l'esistenza di una classe di amministratori o di qualunque altro tipo di ceto dominante. In altre, il potere centralizzato sembra comparire e poi scomparire. A quanto pare, il semplice fatto della vita urbana non implica necessariamente una forma particolare di organizzazone politica, e non la implicò mai” (pag. 297-298).

Molte persone pensano che le prime città grandi e popolose comparvero in Eurasia, ma ciò avvenne nel mesoamerica, per la precisione nella valle del Messico e a circa 40 chilometri dalla moderna Città del Messico. Stiamo infatti parlando della città di Teotihuacán che, abitata dal popolo dei mexica, nacque attorno al 100 a.C. ed ebbe il suo declino intorno al 600 d.C. .

Oggi sappiamo che “Teotihuacán aveva trovato il modo di autogovernarsi senza sovrani, come avevano fatto le città molto più antiche dell'Ucraina preistorica, della Mesopotamia nel periodo di Uruk e del Pakistan nell'età del Bronzo. Poi lo fece con una base tecnologica molto diversa, e su scala ancora più larga” (pag. 352).

Secondo Esther Pasztory, una storica dell'arte ungherese-americana, la città di Teotihuacán “non era solo antidinastica nello spirito, ma era essa stessa un esperimento utopistico di vita urbana” (pag. 354).

Se non c'è identificazione fra nascita delle città e nascita dello Stato, ciò vuol dire che per il momento non è possibile trovare le “origini dello Stato”.

Lo Stato, il cui termine fu coniato dal giurista francese Jean Bodin alla fine del XVI secolo, ha bisogno – secondo Graeber e Wengrow –  di tre elementi: il controllo della violenza (cioè il monopolio della violenza), il controllo delle informazioni e il carisma personale (pag. 388).

Quelli che “ora consideriamo Stati non si rivelano affatto una costante della storia. Non sono il risultato di un lungo processo evolutivo che iniziò nell'iniziò nell'età del Bronzo, bensì una fusione di tre forme politiche – sovranità, amministrazione e competizione carismatica –  che hanno origini  diverse. Gli Stati moderni sono semplicemente un modo in cui i tre principi di dominazione sono riusciti a unirsi, ma questa volta con l'idea che il potere dei re sia detenuto da un'entità detta «il popolo» (o la «nazione») e che le burocrazie esistano a beneficio del suddetto «popolo», e in cui una variazione sui vecchi premi e competizioni degli aristocratici è stata ribattezzata «democrazia», il più delle volte sotto forma di elezioni nazionali” (pag. 456-457).

Il libro “L'alba di tutto”  cerca di dimostrare la validità della critica indigena all'Europa moderna. Per fare questo, da un lato mette in discussione, sia pur in maniera implicita, una concezione lineare, evoluzionistica ed eurocentrica delle epoche della storia. Dall'altro lato permette di precisare cosa potrebbe essere stato il comunismo primitivo e soprattutto di pensare a come cambiare rotta per abolire di frequente lo stato di cose esistente.

venerdì 27 maggio 2022

0 RECENSIONE DEL LIBRO "LAVORO GARANTITO. UN PROGRAMMA PER LA PIENA OCCUPAZIONE" DI PAVLINA R. TCHERNEVA

“Lavoro garantito. Un programma per la piena occupazione” è un libro eccezionale scritto dall’economista Pavlina R.Tcherneva che descrive in maniera estremamente dettagliata cosa sia un programma di lavoro garantito (Job Guarantee) e per quali motivi dovrebbe essere sostenuto.

Si tratta “di una politica pubblica che mette a disposizione un’opportunità occupazionale su richiesta a chiunque sia in cerca di lavoro, indipendentemente dalle sue circostanze personali o dalla situazione dell’economia. Essa converte gli uffici per la disoccupazione in uffici per l’occupazione allo scopo di offrire opportunità volontarie di lavoro in attività di servizio pubblico in un’ampia gamma di progetti di cura, di tutela ambientale, di riqualificazione e di piccole infrastrutture. La Job Guarantee è un’opzione pubblica di lavoro.”1


L’idea, difendendo l’obiettivo della piena occupazione, si pone in netta antitesi con una delle nozioni più influenti del monetarismo, ovvero la curva di Phillips e il successivo “Tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione”, in inglese Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment (NAIRU).

Secondo la teoria della curva di Phillips, in uno stato prospero dell'economia con bassa disoccupazione c'è il rischio di entrare in una spirale salari-prezzi a causa della volontà dei lavoratori di chiedere aumenti salariali. La teoria sostiene che il rischio sorge quando gli imprenditori applicano questo aumento dei prezzi ai propri prodotti per mantenere i margini di reddito da capitale. A loro volta, le banche centrali evitano questa spirale salari-prezzi aumentando gli interessi che applicano sui prestiti, rallentando l'economia e frenando gli aumenti salariali, dando luogo a un aumento della disoccupazione. D'altra parte, l'elevata disoccupazione ha un impatto negativo sui salari e sulla spesa dei consumatori, creando pressioni per ridurre l'inflazione e persino raggiungere punti di deflazione.

Pertanto, si può notare che le banche centrali, secondo questa teoria, cercano di trovare un equilibrio tra inflazione e disoccupazione definito da un tasso di interesse neutro che riesca a controllare l'economia all'interno di una stabilità dei prezzi, accettando una percentuale di disoccupazione. Le sfumature della critica monetarista nel NAIRU si avvicinano a una visione a lungo termine della curva di Phillips in cui l'economia è sempre a piena occupazione, escludendo così la popolazione inattiva.

Questo approccio utilizza i disoccupati a breve termine come un "esercito industriale di riserva" che fluttua con il ciclo economico controllando le forze frazionarie e inflazionistiche. Nelle recessioni, la spesa pubblica per stabilizzatori automatici (politiche sociali passive come l'assicurazione contro la disoccupazione) sarebbe lo stimolo che impedisce il crollo della domanda, oltre a compensare parzialmente le forze deflazionistiche. Nelle espansioni, mentre la disoccupazione si riduce, gli stabilizzatori automatici rallentano la loro attività, riducendo la spesa fiscale mentre la politica monetaria agisce aumentando i tassi di interesse. Il problema è che questo stabilizzatore automatico ha una capacità molto limitata di raggiungere una percentuale significativa della popolazione, ha una durata incerta e l'effetto moltiplicatore non è dimostrato. Questa mancanza di effetto può essere giustificata dall'integrazione di politiche di austerità fiscale in linea con l'approccio NAIRU, trasformando le fasi recessive in cicli di stagnazione di lungo periodo che generano sintomi di isteresi. Lo scarso coordinamento tra politiche fiscali e monetarie, nell'ottica di allontanarsi dalla visione "bottom to up" delle politiche pubbliche, può completare questa visione NAIRU di politica economica.

La teoria della NAIRU si dimostra uno dei costrutti più assiomatici e con meno risultanti empirici di tutta l'economia. Per dimostrarlo basterebbe citare tutti i think thank, le istituzioni governative e gli accademici impegnati a individuare un “livello ottimale di disoccupazione, mentre il numero effettivo di persone disoccupate va su e giù come uno yo-yo in base alle oscillazioni del ciclo economico”2 .


Tcherneva spiega che “il mercato del lavoro rimane comunque un gioco truccato. Anche al picco di un’espansione economica vi sono sempre più persone in cerca di lavoro di offerte di assunzione. (...) Il settore privato orientato al profitto crea la maggior parte delle opportunità di lavoro, ma non rientra nella logica aziendale assumere chiunque voglia lavorare.”3 Il motivo non risiede solamente nella necessità di assumere esclusivamente quando vendite e profitti lo giustificano. “Alle imprese non piace assumere persone disoccupate, in particolare se disoccupate di lungo periodo. Preferiscono dare un lavoro a soggetti che già lavorano o che hanno solo piccoli vuoti nella loro esperienza lavorativa. Per i disoccupati si tratta di una tipica situazione paradossale. (...) Le aziende, inoltre, sono restie ad assumere disoccupati di lungo periodo perché considerano nove mesi di disoccupazione equivalenti a quattro anni di esperienza lavorativa perduta. Lo stigma della disoccupazione rappresenta per molti il principale ostacolo a vedersi garantito un buon posto di lavoro. Le imprese cercano di evitare il “rischio” di assumerli e formarli, cosa che produce un moderno paradosso: un’economia dove abbiamo milioni di persone in cerca di lavoro mentre le imprese fanno a gara per accaparrarsi lavoratori già formati. Tale paradosso è reso ancora più drammatico dal fatto che, quando l’economia cresce, le aziende restringono ulteriormente i loro criteri di assunzione. Ciò significa che coloro che hanno maggiormente bisogno di trovare un lavoro - i disoccupati di lungo periodo - sono quelli che si trovano di fronte alle maggiori barriere all’ingresso. Non solo vengono assunti per ultimi e licenziati per primi - e in questo modo non sono in grado di costruirsi una sufficiente esperienza professionale, guadagnarsi la possibilità di rimanere assunti o di veder crescere il proprio reddito - ma hanno anche maggiore probabilità di rimanere esclusi del tutto dalle opportunità occupazionali quando i datori di lavoro modificano le regole del gioco.”4

Tutto questo ha dei costi non solo economici ma anche sociali. L’autrice cita una ricerca di Case e Deaton che dimostra come “l’aumento della mortalità tra gli uomini bianchi della classe lavoratrice è stato trainato dalle “morti per disperazione” dovute alle sofferenze, alle difficoltà e alle disfunzioni sociali generate dalla perdita dei lavori operai stabili iniziata negli anni Settanta e proseguita ben oltre la Grande recessione.”5

Un’altra ricerca del 2015 pubblicata su “The Lancet Psychiatry” aggiunge un altro elemento al rapporto tra morte e disoccupazione. “Un’analisi secondaria sui dati di 63 Paesi ha rilevato che un suicidio su cinque è dovuto alla disoccupazione, un impatto che è nove volte più elevato di quanto si ritenesse in precedenza”.6

La risposta ad un quadro così desolante è un piano di Job Guarantee. In contrapposizione al paradigma monetarista che presuppone un tasso naturale di disoccupazione, Tcherneva sostiene la necessità di soddisfare i bisogni vitali della popolazione promuovendo la piena occupazione per tutti coloro che possono e vogliono lavorare. Pertanto, difende la responsabilità dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza (ELR nel suo acronimo in inglese) utilizzando la piena occupazione come un'ancora per la stabilità dell'economia a livello di prezzo e sociale.


Nelle parole dell’autrice:


“La Job Guarantee ha dunque le caratteristiche di un programma di opzione pubblica e i vantaggi di uno schema di sostegno al prezzo. In quanto opzione pubblica essa garantisce un accesso universale ma volontario a un’opportunità occupazionale di base nel servizio pubblico a chiunque la desideri. Il programma è analogo al modo in cui alle persone è garantito un avvocato difensore d’ufficio se decidono di non assumerne uno privato, o al modo in cui si garantisce alle famiglie un posto in una scuola pubblica anche se alla fine decidono di mandare i loro figli in una scuola privata. Dal momento che la Job Guarantee fornisce un salario di base predefinito essa funziona anche da politica di sostegno al prezzo, non solo per i lavoratori nel programma ma anche per tutti gli occupati nell’economia. Questo perché agisce come alternativa ai posti di lavoro meno desiderabili nel settore privato - che pagano salari sotto la soglia di povertà, in cui si verificano abusi, molestie o furti salariali, o che presentano luoghi di lavoro pericolosi e altri tipi di problemi - stabilendo la retribuzione e le condizioni di lavoro minime che tutti i datori di lavoro devono soddisfare.”7


Attraverso la garanzia di un posto di lavoro derivante da un piano governativo permanente, indipendente dai cicli economici, lo Stato sarebbe il datore di lavoro di ultima istanza, direttamente responsabile del suo finanziamento pur trasferendo la responsabilità di organizzare progetti che prevedano la creazione di posti di lavoro a organizzazioni più vicine al cittadino. In questo modo verrebbero evitati i problemi di centralismo delle competenze grazie all'applicazione del principio di sussidiarietà. I cittadini aspirano ad essere oggetto di cambiamento grazie alle proprie conoscenze e ad organizzazioni come ONG e sindacati sulla base dei bisogni del territorio in cui vivono. Oltre ai bisogni generali che può avere un Paese, ogni quartiere particolare può avere i propri bisogni e con un piano di questa struttura dal basso verso l'alto i risultati possono essere molto positivi grazie ai particolari strumenti di azione specifici per ogni contesto. In relazione a questo, Minsky criticava chi analizza la piena occupazione con modelli che collocano il lavoro come un "tutto" omogeneo e fluido con il lato dell'offerta di lavoro in tutte le occupazioni infinitamente elastiche allo stesso salario. D'altra parte, Keynes ha affermato che era il lavoro che doveva bussare alla porta dei disoccupati, oltre ad attuare politiche preventive contro la disoccupazione per evitare problemi strutturali a lungo termine come l'isteresi.

In questo modo, grazie ad un piano di lavoro garantito, il governo offre uno stipendio fisso in cambio di un lavoro a chiunque voglia e possa lavorare, creando una scorta permanente di lavoratori occupati che crescerà o diminuirà in base alla domanda e alle condizioni offerte dai datori di lavoro del settore privato a seconda del ciclo economico. Durante le recessioni aumenta la capacità di assorbire i disoccupati, per cui i lavoratori espulsi dal lavoro privato possono accettare un lavoro garantito dallo Stato in cambio di un salario dignitoso o attendere che le condizioni migliorino in cambio di un salario base inferiore. Mentre l'economia è in espansione, la capacità di assorbimento si riduce a causa della domanda di nuovi lavoratori da parte del settore privato.

Quando ci troviamo in un ciclo espansivo dell’economia, le persone iscritte al programma ELR avranno un vantaggio nell'essere assunte rispetto a coloro che hanno optato per il sussidio di disoccupazione, poiché le aziende penalizzano i disoccupati di lunga durata essendo associati alla perdita di competenze. Tuttavia un piano di lavoro garantito sarà una misura permanentemente adottata per soddisfare i bisogni della popolazione, in modo che i disoccupati di lunga durata abbiano la possibilità di essere assorbiti. Ecco perché il governo decide di creare una domanda di lavoro infinitamente elastica (orizzontale) in cambio di un salario minimo di base, separando le aspettative di assunzione e retribuzione delle imprese in base al ciclo di investimento dai bisogni della popolazione disoccupata o a rischio di perdere il posto di lavoro.

L'idea è che un piano di lavoro garantito non occupi le opportunità offerte dal settore privato; offrirà opportunità di lavoro solo in settori con posti di lavoro inesistenti o scarsamente forniti dalle imprese private, generalmente necessari per l'ambiente concreto in cui verrà sviluppato il Piano.

Tuttavia, come ricorda Jacopo Foggi nell’ottima postfazione al libro, “esiste tutta una serie di servizi essenziali forniti o gestiti dallo Stato che avrebbero bisogno di essere rafforzati, ampliati e offerti su base continuativa; questi non possono essere affidati esclusivamente alla Job Guarantee, in ragione della sua funzione anticiclica. I lavoratori nel programma possono però ovviamente andare a sostenere tali servizi svolgendovi attività di formazione propria e di assistenza agli impiegati pubblici regolari.”8


Ribadisco, infine, che al momento dell'applicazione di un piano di lavoro garantito, le persone ritenute disoccupate, oltre ad una percentuale della popolazione disoccupata nascosta che appare come popolazione inattiva, avranno diritto a percepire una retribuzione come compenso per il lavoro offerto da enti pubblici o senza scopo di lucro superiore al sussidio, l'indennità di disoccupazione o qualsiasi assistenza sociale monetaria. Lo stipendio scelto per questo progetto sarà automaticamente lo stipendio minimo dell'economia del Paese, avendo l'utilità di fungere da ancoraggio per i prezzi dell'economia.


Se sul piano delle modalità di finanziamento del piano non si va oltre la ripetizione di tesi care alla MMT, di cui già ho ampiamente parlato in passato, l’aspetto più interessante delle conclusioni del libro sono i legami individuati con il Green New Deal.


“La Job Guarantee con un salario di base dignitoso incorpora la giustizia sociale all’interno della risposta climatica. In questo modo si riconosce che rimediare ai problemi ambientali necessita di lavoro, che molte persone che vogliono un lavoro decente non riescono a trovarlo, che il lavoro retribuito deve supportare attività tradizionalmente svalutate come la conservazione ambientale e la cura comunitaria, e che per milioni di persone l’esperienza lavorativa deve essere riabilitata attraverso migliori condizioni di lavoro.”9


Tcherneva fa interagire due tesi presenti nella Green New Deal Resolution. Da un lato creare lavori sindacalizzati altamente qualificati e remunerativi, tutelando i lavoratori colpiti dalla transizione ecologica. Dall'altro c’è la necessità di “garantire un posto di lavoro con un salario capace di sostenere una famiglia, con adeguati permessi familiari e di malattia, ferie pagate e sicurezza previdenziale”10 a tutti.


Questo perché avere una politica industriale favorevole alla transizione ecologica “non è l’equivalente di una politica per la piena occupazione, per quanto possa temporaneamente produrre uno stato di pieno impiego durante la fase di mobilitazione della trasformazione verde”11. Ecco allora l'importanza di un piano di lavoro garantito. Anche in un mondo in cui la transizione ecologica ha avuto successo è necessario tenere conto delle variazioni cicliche e strutturali dell’economia. Non verrebbe assolutamente meno la necessità della lotta per la piena occupazione.


Note


1 Lavoro garantito. Un programma per la piena occupazione, pag. 13


2 Ibid, pag. 35


3 Ibid, pag. 38-39


4 Ibid, pag. 39-40


5 Ibid, pag. 44


6 Ibid, pag. 45


7 Ibid, pag. 55


8 Ibid, pag. 130


9 Ibid. pag. 115-116


10 Ibid, pag. 116


11 Ibid, pag. 117



martedì 26 aprile 2022

0 INTERVENTO DEL 26.04.2022 "SINDACATO E MOVIMENTI AMBIENTALISTI: UNA POSSIBILE CONVERGENZA"

Pubblico la trascrizione del mio intervento presso il corso "Ecologia e Lavoro nell'Antropocene" tenuto all'Università di Bologna dal professor Emanuele Leonardi che ringrazio per la fiducia. Ringrazio anche Jacopo Bergamo per la sua bella lezione sull'ecosocialismo, tenuta dopo il mio intervento.



Ringrazio Emanuele e Jacopo per la fiducia e l’invito. Cercherò nel mio intervento di trovare dei collegamenti tra l’impianto teorico del libro di Jacopo, che reputo fondamentale e indispensabile per l’introduzione in Italia del dibattito ecosocialista, e la mia esperienza di militante sindacale. 

La crescente espansione della scala della riproduzione capitalistica basata sul “doppio sfruttamento” del lavoro e delle risorse naturali sta portando al progressivo impoverimento delle condizioni ecosistemiche essenziali alla riproduzione della vita. I primi segnali materiali di questo aggravarsi delle condizioni ambientali a livello globale si sono fatti sentire negli anni '70, con la cosiddetta crisi energetica, favorendo l'approfondimento del dibattito sul modello di sviluppo e sull'ambiente che è seguito nei decenni successivi. Tuttavia, la crisi energetica non è stata la prima volta che gli esseri umani hanno affrontato i limiti ambientali del proprio modo di produzione e riproduzione sociale. Prendiamo come esempio il caso dell'Inghilterra, paese protagonista della Rivoluzione Industriale. L'inquinamento dell'aria e dei fiumi, generato dall'industrializzazione, insieme alla miseria umana di una parte considerevole della classe operaia, ha prodotto una resistenza sociale a questi risultati indesiderabili dello sviluppo capitalistico.  

Di conseguenza, sono stati apportati adeguamenti nell’utilizzo delle fonti energetiche, nel trattamento dei rifiuti e nella forma del rapporto tra capitale e lavoro, che hanno migliorato le condizioni ecosistemiche per la riproduzione della vita, a livello locale. È proprio qui che sta la distinzione tra queste conseguenze legate alla produzione industriale capitalistica e il nostro mondo. Viviamo in un'era in cui gli effetti dell'attività umana hanno un impatto globale significativo sul funzionamento degli ecosistemi e sul clima terrestre. In altre parole, ciò che si fa in alcune parti del globo ha un impatto sull'intero pianeta e non è più possibile superare i limiti imposti dall'ambiente con sole soluzioni locali, come lo spostamento delle attività produttive più inquinanti ad altre regioni del pianeta. 

Qui si aprirebbe il dibattito se definire o meno l’era in cui viviamo Capitalocene o Antropocene ma lascio la questione ad Emanuele e Jacopo e più in generale ai vostri studi.

Quello che mi interessa sottolineare è come i lavoratori, una volta espropriati dei mezzi di produzione, impararono subito ad affrontare, collettivamente, le sfide della produzione industriale che li subordinava agli imperativi del profitto. Solidamente organizzati attorno ai sindacati, i lavoratori hanno sviluppato lotte per chiedere migliori condizioni di vita materiale nella società industriale. Di particolare interesse sono stati i risultati in termini di condizioni di lavoro, in particolare per quanto riguarda il miglioramento dell'ambiente di lavoro, quello che oggi è noto come la salute e la sicurezza sul lavoro. 

La concertazione sociale che prevede la partecipazione dei sindacati è un pilastro della fase espansionistica del capitalismo nota come il “Trentennio glorioso”, durante il quale è stato edificato il moderno Welfare State. Ma già negli anni '70, parallelamente al periodo in cui si cominciò a discutere di un nuovo modello di sviluppo ecosostenibile, il sindacato iniziò a perdere forza di fronte all'avanzata delle politiche e dell'ideologia neoliberiste che prevalsero nei decenni successivi. La già menzionata dimensione globale dei problemi ambientali, in concomitanza con la crescita delle grandi imprese transnazionali e una nuova divisione internazionale del lavoro, ha imposto al movimento sindacale di ampliare il proprio compito sociale di tutela dei lavoratori verso un tema in cui non aveva molta esperienza, ovvero l'ambiente. Ma questo approccio, visto in modo più ampio, alla vita, è una sfida al movimento sindacale che trova la sua legittimazione nella difesa di una politica occupazionale concentrata in una certa regione del mondo e principalmente basata sulla difesa dei posti di lavoro.

La relazione che esiste tra le problematiche del lavoro e le problematiche ambientali è stata attivamente tenuta nascosta dal capitale. Questa iniziativa del capitale mira a ridurre la resistenza alla sua riproduzione allargata basata su una struttura produttiva che sfrutta il lavoro e l'ambiente. La possibilità di tenere insieme lavoro e questione ecologica potrebbe rappresentare una sfida sistemica al modo di produzione capitalistico. Di conseguenza il capitale non ha tardato a mettere il lavoro e l'ambiente in posizioni antagoniste. Basti pensare alle molte vertenze nel nostro paese dove le imprese, con la scusa di garantire posti di lavoro, premono per allentare le norme a tutela dell'ambiente (recentemente la Catalent di Anagni ha bloccato un investimento di 100 milioni di euro per 8 bioreattori per farmaci biologici a causa di mancate autorizzazioni da parte dell’Arpa poiché lo stabilimento sorge in una delle zone più inquinate d’Italia, la Valle del Sacco, e nella zona del sito c’è un problema con l’inquinamento delle falde acquifere). Questa realtà ha posto sindacalisti e ambientalisti in un'apparente contraddizione, molto improduttiva, che, a sua volta, serve bene gli interessi del capitale nel frammentare la resistenza alla sua espansione. 

La sempre crescente consapevolezza dei problemi ambientali e la presa di coscienza praticamente inequivocabile del cambiamento climatico causato dall'aumento delle emissioni e degli stock di gas serra pone il movimento sindacale a un bivio: non è più possibile chiudere gli occhi sulla dimensione ecosistemica del modo attuale di produzione e consumo. E, soprattutto, la necessità che questi problemi vengano affrontati a livello globale da istituzioni con una forte articolazione locale. Questo tipo di articolazione differenziata, ma coerente, tra il livello locale e quello globale di una data organizzazione permette di caratterizzarla come un tipo “glocale”. La struttura organizzativa e il modo in cui operano i sindacati, sia a livello locale che globale, li accreditano come organizzazione glocal, il che può costituire un vantaggio per questo attore nell'intervenire in questi processi.

Accade così che l'inserimento della dimensione ambientale nell'agenda sindacale sia complesso, soprattutto quando sono in gioco interessi più immediati dei lavoratori. In che misura i sindacati riescano a tradurre il loro discorso politico sul rispetto per l'ambiente, quando lo fanno, nelle loro azioni pratiche quotidiane è una questione molto impegnativa. E, oltre a ciò, è importante individuare i fili conduttori che facilitano questo avvicinamento dei sindacati alla questione ambientale, nel senso di diffondere possibili percorsi per i sindacati che non hanno ancora sviluppato tale sensibilità. In sintesi, è oggetto di ricerca indagare come il movimento sindacale stia facendo proprie le tematiche ambientali e, in particolare, la sfida del cambiamento climatico globale nelle sue politiche e pratiche quotidiane.

Si può tranquillamente affermare che i sindacati sono nati e si sono affermati come organizzazioni rappresentative degli interessi del proletariato sotto l'egida di un'industria intensiva nell'uso delle risorse naturali, alimentata da combustibili fossili e con alto impatto inquinante. Quando la minaccia ambientale è diventata concreta per quelle società in cui l'industria si è originariamente sviluppata, al fine di migliorare la qualità dell'aria e dell'acqua per queste popolazioni, la strategia iniziale adottata dall'industria è stata quella di distribuire le attività più inquinanti delle attività produttive in altre regioni del pianeta che hanno imposto meno restrizioni a questo tipo di attività. In generale, la strategia di internazionalizzazione della produzione all'interno di una nuova divisione internazionale del lavoro ha cercato di mantenere le attività a maggior valore aggiunto nelle regioni di origine (anche se le modalità con cui avvengono le delocalizzazioni possono variare molto da paese a paese. Per esempio quanto detto è totalmente vero per una nazione come la Germania mentre in Francia e in Italia si è teso delocalizzare l’intero processo produttivo)  e, in tal modo, di concentrare i guadagni di tale divisione, attraverso ragioni di scambio, nei paesi leader della Rivoluzione Industriale. Ma nel caso del cambiamento climatico è diverso. Non importa più dove vengono generate le emissioni di gas serra, poiché gli effetti di queste emissioni si faranno sentire in tutto il pianeta. Più che l'ubicazione degli impianti, acquista rilevanza il modello di produzione e consumo, che distribuisce in modo disuguale l'onere e il guadagno tra i paesi. In questo senso, i sindacati hanno esperienza e tradizione nelle controversie distributive, che possono collocarli come un attore importante in questa discussione.

Secondo il riferimento metodologico degli environmental labour studies, partendo dall'analisi di diverse esperienze internazionali di relazioni sindacali con il tema ambientale, le politiche delle organizzazione sindacali dei lavoratori sviluppate a livello internazionale possono essere, quando non negano il cambiamento climatico, caratterizzate principalmente dal perseguimento di strategie riformiste. La critica a questa posizione da parte dei settori sindacali più radicali li porta talvolta a una posizione più progressista, in quello che Rosa Luxemburg chiamerebbe "riformismo rivoluzionario". Queste caratterizzazioni dei tipi di politiche mi hanno ispirato una categorizzazione delle politiche sindacali a seconda degli interessi e dei rapporti di forza stabiliti dai sindacati a livello regionale e globale. Il movimento sindacale può assumere posizioni politiche conservatrici, riformiste o più rivoluzionarie di fronte al cambiamento climatico. Inoltre, dobbiamo tenere ben presente che il movimento ambientalista è abbastanza eterogeneo per quanto riguarda le sue posizioni politiche in relazione al cambiamento climatico e, forse, potrebbe essere segmentato anche in questi termini per quanto riguarda la possibilità di una combinazione di interessi che possa incoraggiare alleanze tra i due attori sociali.

Vale la pena notare che le strutture sindacali più ampie, in linea con gli interessi dei lavoratori, come federazioni, confederazioni, centrali sindacali e organizzazioni internazionali tendono ad avere posizioni più progressiste rispetto alla pratica quotidiana dei sindacati ancorati a livello locale, spinti da una base che richiede posti di lavoro ad ogni costo e incurante delle problematiche ambientali. A questo punto, c'è una questione cara alla reputazione dei sindacati, ovvero il raggiungimento della coerenza del loro discorso con la loro pratica politica. A volte, la mancanza di coerenza incide notevolmente sulle possibilità di alleanze con il movimento ambientalista, che potrebbe costituire un alleato importante nelle lotte sindacali.

I sindacati che propongono politiche conservatrici sono ancora legati, in un modo o nell'altro, alla negazione del cambiamento climatico come fenomeno che possa influenzare la vita di tutti sul pianeta, sottolineando l'incertezza scientifica sul cambiamento climatico. I sindacati che si posizionano in questo modo cercano di privilegiare gli interessi dei propri iscritti, lottando per il lavoro indipendentemente dall'impatto ambientale causato, oppure, in altro modo, si alleano con la strategia aziendale di contenere le resistenze ai propri progetti di investimento. Non di rado i lavoratori sono utilizzati dal capitale per fare pressioni sullo Stato affinché renda più flessibile la legislazione ambientale, che definisce le soglie di inquinamento e il loro costo per le imprese. Spesso le condizioni economiche, occupazionali e di aumento del reddito e dei consumi sono forti argomentazioni affinché il sindacato adotti una tale posizione di fronte a progetti di grandi imprese. I sindacati allineati a questo comportamento preferiscono affrontare le questioni ambientali legate all'ambiente di lavoro: salute e sicurezza dei lavoratori.

Ma molti sindacati stanno investendo nello sviluppo di una posizione alternativa più socialmente favorevole al cambiamento climatico. L'esperienza internazionale rivela che i sindacati migrati verso politiche riformiste hanno iniziato questo lavoro investendo molto nella formazione e nella sensibilizzazione dei loro membri in merito alla questione ambientale, al fine di ottenere, in primo luogo, la legittimità interna delle loro azioni in questo campo. Questa prospettiva è stata facilitata anche dalla più ampia strategia delle organizzazioni internazionali nel campo dello sviluppo sostenibile, ovvero la famosa green economy per contenere le emissioni responsabili del riscaldamento globale.

Per i sostenitori della green economy sono necessari cambiamenti nelle tecnologie dei processi e dei prodotti secondo un nuovo paradigma produttivo che favorisca la riduzione delle emissioni di gas serra, nel rispetto dei limiti ambientali. Ma questa transizione avrà inevitabilmente impatti sui lavoratori al punto che alcuni progetti diventeranno irrealizzabili, aprendo opportunità di business in altri settori. In questo particolare risiede il più grande contributo del movimento sindacale alla questione del cambiamento climatico: la nozione di una transizione giusta. I sindacati chiedono che questa transizione protegga i lavoratori, ad esempio offrendo loro protezione e sicurezza sul lavoro, al fine di garantire la coesione sociale nella transizione verso un'economia a basse emissioni. La transizione giusta comprende anche le condizioni complete affinché il lavoratore, attualmente allocato in un'industria tradizionale, possa accedere a nuove opportunità di lavoro nella green economy, attraverso la riqualificazione della forza lavoro: questi sono i cosiddetti “Green jobs”.

Queste posizioni sono state sviluppate, inserendo letture particolari di Keynes come quella proposta da Minsky o la famosa MMT, nel cosiddetto Green New Deal emerso come una forma di contestazione al mainstream economico a seguito della crisi finanziaria del 2008. Si tratta essenzialmente di un ampio piano di ripresa economica promosso dallo Stato, e per questo richiama nel nome il New Deal americano degli anni ‘30. Esistono diversi elementi di  convergenza tra il New Deal e il Green New Deal, come la preoccupazione per il recupero dell'occupazione e del reddito, supera un modello di politica industriale orizzontale che rinuncia all’intervento diretto dello Stato favorendo solamente tutta una serie di incentivi (come vantaggi fiscali o finanziamenti diretti) per realizzare investimenti e introdurre innovazioni tecnologiche e organizzative nelle imprese; il contesto economico critico in cui sono emerse tali proposte e la crescente contestazione dell'agenda economica neoclassica. C'è però un'importante novità rispetto al passato: la consapevolezza che la ripresa dell'economia deve avvenire attraverso investimenti con responsabilità ambientali e sociali, con particolare attenzione alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici. In questo senso, il Green New Deal cerca non solo di recuperare la crescita economica ma anche di rifondare le basi su cui si costruisce questa crescita.

Le proposte iniziali per un Green New Deal miravano a soluzioni sinergiche alla crisi finanziaria del 2008, al massimo storico dei prezzi del petrolio e alla crisi climatica. Questi elementi hanno delineato concretamente le proposte di azione anticiclica dello Stato, attraverso un pacchetto fiscale per stimolare l'economia con investimenti green finalizzati alla transizione energetica e alla costruzione di un'infrastruttura resiliente e low carbon. Tali proposte hanno inoltre individuato la necessità di un'ampia riforma finanziaria in grado di ridurre i rischi di crisi sistemiche del settore e di far leva sulla finanza verde. Inoltre, hanno sottolineato l'importanza della riforma fiscale per internalizzare i costi sociali dei combustibili fossili, con particolare attenzione alla tassazione del carbonio, che contribuisce sia a ridurre gli incentivi per i combustibili fossili sia ad aumentare le risorse per lo Stato per finanziare investimenti strategici nel GND

Successivamente, le proposte del Green New Deal hanno iniziato ad abbracciare politiche di assistenza sociale, che includono l'implementazione di programmi di formazione del lavoro per nuovi “Green jobs", oltre a sostenere la quota della forza lavoro nei settori ad alta intensità di carbonio le cui occupazioni rischiano di essere perse durante la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio. Si possono citare anche le proposte per ampliare la copertura del sistema sanitario pubblico, in particolare per la cura della popolazione più vulnerabile ai cambiamenti climatici.

L'inclusione delle politiche di assistenza sociale nell'ambito del GND è giustificata perché il cambiamento climatico tende ad aumentare le condizioni di povertà, disuguaglianza e vulnerabilità dei più poveri e perché la crescita guidata dalla spesa per i servizi pubblici è spesso immateriale e a basse di emissioni di carbonio. In questo senso, se lo scopo della crescita economica è aumentare il benessere, la spesa per le politiche sociali deve essere efficace e relativamente pulita. 

Nel GND, oltre alle funzioni regolatrici e stabilizzatrici dell'attività economica, lo Stato svolge anche quelle di investitore, protettore sociale e fornitore di servizi. Il disaccoppiamento della crescita economica dal consumo di risorse naturali e dalle emissioni inquinanti dipende dall'integrazione delle nuove tecnologie nella produzione. Le innovazioni più radicali degli ultimi decenni sono in gran parte il risultato degli sforzi pubblici nella ricerca e sviluppo (R&S) di base e applicata, nella mobilitazione delle risorse e nell'articolazione tra università e centri di ricerca pubblici e imprese private. La ricerca e lo sviluppo è un'attività circondata da incertezze su quando e se la tecnologia generata prospererà, nella fase di mercato, per generare innovazione.

Non ci sono garanzie che l'investimento fatto sarà redditizio. Poiché le innovazioni più radicali richiedono generalmente più risorse finanziarie e tempo e risultano da sforzi di R&S altamente incerti, la volontà del settore privato di assumere questo ruolo è relativamente bassa.

Infine, è importante notare che le proposte del Green New Deal partono dalla consapevolezza che il libero mercato non guiderà spontaneamente l'economia verso la sostenibilità, combinando la prospettiva macroeconomica keynesiana con elementi di economia ambientale. Lo Stato svolge un ruolo attivo nella decarbonizzazione e negli altri obiettivi socio-ambientali attraverso le politiche economiche e la modifica dell'apparato istituzionale, plasmando così la traiettoria di crescita economica e segnalando al settore privato la strada da seguire. Come sottolinea Keynes: “La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po' meglio o un po' peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto”.

Il GND si differenzia dal keynesismo convenzionale sottolineando che gli stimoli all’economia dovrebbero essere circoscritti a settori strategici a basso impatto ambientale e ad alta inclusione sociale. Gli investimenti “verdi” sono responsabili di stimolare l'attuale attività economica e di determinare come sarà la produzione “pulita” nel prossimo futuro. Allo stesso modo, gli investimenti in industrie inquinanti, in particolare in asset associati ai combustibili fossili, possono ritardare la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio.

Il confronto più energico con la questione ambientale e le strutture sociali che la sostengono è svolto dai rari sindacati che si imbarcano nel campo di politiche ambientaliste più progressiste o rivoluzionarie. Basandosi sul discorso ambientale più radicale, che rivendica la “giustizia climatica” e non vede nella green economy la soluzione al cambiamento climatico, molti sindacati hanno adottato questa posizione, che si dimostra socialmente più coerente per quanto internamente più complicata da difendere per i sindacati, visti gli interessi più immediati della sua base di sostegno operaia. C'è una grande eterogeneità di posizioni politiche in questo campo, da chi difende l'ecosocialismo, con l'appropriazione statale delle industrie come mezzo per garantire una transizione equa per i lavoratori, a chi difende altre forme collettive di controllo della produzione come l'economia solidale e il cooperativismo. Mi interessa la prima prospettiva perché collegata al libro di cui discuteremo oggi e potenzialmente più problematica da difendere per un sindacato.

Supportati dal lavoro di Marx, alcuni analisti possono giungere alla conclusione che la difesa dell'agente sociale operaio, che esiste solo come parte strutturante del modo di produzione capitalistico, attuata da rappresentanti ufficiali, possa essere intesa come un rafforzamento di quest’ultimo. Se concepiamo che questa struttura produttiva è il principale intensificatore della crisi ambientale, in parte, il rafforzamento del ruolo del lavoratore, soprattutto con l'obiettivo di migliorare la qualità della vita attraverso il raggiungimento di un livello di consumo americano, ha un notevole impatto ambientale. Quindi, per risolvere la crisi ambientale sarebbe necessaria solo la soppressione della società di classe, così come tutto questo modo di produzione. Ho trovato utile su questo tema leggere Michael Lowy, uno degli autori ecosocialisti più importanti. Per lui la teoria marxista è fortemente naturalistica, cioè l'essere umano è un essere naturale, inseparabile dalla natura.

Quindi, la fonte della ricchezza viene da entrambi: l'essere umano produce il valore di scambio, mentre la natura, il valore d'uso. In questo modo, anche nelle opere marxiane, non è da escludere che la dipendenza umana dalla natura debba essere considerata come sfondo per l'analisi dell'azione politica dei gruppi sociali. A mio avviso, i lavoratori, in quanto classe subordinata del capitale, sono portati all'esclusione sociale, in termini di accesso a una serie di servizi pubblici e naturali, essendo inclusi nel gruppo dei danneggiati dal degrado ambientale. Pertanto, i movimenti sindacali, in quanto legittimi rappresentanti dei lavoratori, hanno spazio per agire.

Quello cui verso occorre muoversi è da un lato studiare le esperienze concrete di convergenza tra sindacati e movimenti ambientalisti nel mondo e dall’altro sperimentare la validità delle tesi espresse in questo libro andando a svolgere un lavoro di inchiesta sul campo delle lotte che coinvolgono lavoro e ambiente in Italia.




 

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