FF

venerdì 27 maggio 2022

0 RECENSIONE DEL LIBRO "LAVORO GARANTITO. UN PROGRAMMA PER LA PIENA OCCUPAZIONE" DI PAVLINA R. TCHERNEVA

“Lavoro garantito. Un programma per la piena occupazione” è un libro eccezionale scritto dall’economista Pavlina R.Tcherneva che descrive in maniera estremamente dettagliata cosa sia un programma di lavoro garantito (Job Guarantee) e per quali motivi dovrebbe essere sostenuto.

Si tratta “di una politica pubblica che mette a disposizione un’opportunità occupazionale su richiesta a chiunque sia in cerca di lavoro, indipendentemente dalle sue circostanze personali o dalla situazione dell’economia. Essa converte gli uffici per la disoccupazione in uffici per l’occupazione allo scopo di offrire opportunità volontarie di lavoro in attività di servizio pubblico in un’ampia gamma di progetti di cura, di tutela ambientale, di riqualificazione e di piccole infrastrutture. La Job Guarantee è un’opzione pubblica di lavoro.”1


L’idea, difendendo l’obiettivo della piena occupazione, si pone in netta antitesi con una delle nozioni più influenti del monetarismo, ovvero la curva di Phillips e il successivo “Tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione”, in inglese Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment (NAIRU).

Secondo la teoria della curva di Phillips, in uno stato prospero dell'economia con bassa disoccupazione c'è il rischio di entrare in una spirale salari-prezzi a causa della volontà dei lavoratori di chiedere aumenti salariali. La teoria sostiene che il rischio sorge quando gli imprenditori applicano questo aumento dei prezzi ai propri prodotti per mantenere i margini di reddito da capitale. A loro volta, le banche centrali evitano questa spirale salari-prezzi aumentando gli interessi che applicano sui prestiti, rallentando l'economia e frenando gli aumenti salariali, dando luogo a un aumento della disoccupazione. D'altra parte, l'elevata disoccupazione ha un impatto negativo sui salari e sulla spesa dei consumatori, creando pressioni per ridurre l'inflazione e persino raggiungere punti di deflazione.

Pertanto, si può notare che le banche centrali, secondo questa teoria, cercano di trovare un equilibrio tra inflazione e disoccupazione definito da un tasso di interesse neutro che riesca a controllare l'economia all'interno di una stabilità dei prezzi, accettando una percentuale di disoccupazione. Le sfumature della critica monetarista nel NAIRU si avvicinano a una visione a lungo termine della curva di Phillips in cui l'economia è sempre a piena occupazione, escludendo così la popolazione inattiva.

Questo approccio utilizza i disoccupati a breve termine come un "esercito industriale di riserva" che fluttua con il ciclo economico controllando le forze frazionarie e inflazionistiche. Nelle recessioni, la spesa pubblica per stabilizzatori automatici (politiche sociali passive come l'assicurazione contro la disoccupazione) sarebbe lo stimolo che impedisce il crollo della domanda, oltre a compensare parzialmente le forze deflazionistiche. Nelle espansioni, mentre la disoccupazione si riduce, gli stabilizzatori automatici rallentano la loro attività, riducendo la spesa fiscale mentre la politica monetaria agisce aumentando i tassi di interesse. Il problema è che questo stabilizzatore automatico ha una capacità molto limitata di raggiungere una percentuale significativa della popolazione, ha una durata incerta e l'effetto moltiplicatore non è dimostrato. Questa mancanza di effetto può essere giustificata dall'integrazione di politiche di austerità fiscale in linea con l'approccio NAIRU, trasformando le fasi recessive in cicli di stagnazione di lungo periodo che generano sintomi di isteresi. Lo scarso coordinamento tra politiche fiscali e monetarie, nell'ottica di allontanarsi dalla visione "bottom to up" delle politiche pubbliche, può completare questa visione NAIRU di politica economica.

La teoria della NAIRU si dimostra uno dei costrutti più assiomatici e con meno risultanti empirici di tutta l'economia. Per dimostrarlo basterebbe citare tutti i think thank, le istituzioni governative e gli accademici impegnati a individuare un “livello ottimale di disoccupazione, mentre il numero effettivo di persone disoccupate va su e giù come uno yo-yo in base alle oscillazioni del ciclo economico”2 .


Tcherneva spiega che “il mercato del lavoro rimane comunque un gioco truccato. Anche al picco di un’espansione economica vi sono sempre più persone in cerca di lavoro di offerte di assunzione. (...) Il settore privato orientato al profitto crea la maggior parte delle opportunità di lavoro, ma non rientra nella logica aziendale assumere chiunque voglia lavorare.”3 Il motivo non risiede solamente nella necessità di assumere esclusivamente quando vendite e profitti lo giustificano. “Alle imprese non piace assumere persone disoccupate, in particolare se disoccupate di lungo periodo. Preferiscono dare un lavoro a soggetti che già lavorano o che hanno solo piccoli vuoti nella loro esperienza lavorativa. Per i disoccupati si tratta di una tipica situazione paradossale. (...) Le aziende, inoltre, sono restie ad assumere disoccupati di lungo periodo perché considerano nove mesi di disoccupazione equivalenti a quattro anni di esperienza lavorativa perduta. Lo stigma della disoccupazione rappresenta per molti il principale ostacolo a vedersi garantito un buon posto di lavoro. Le imprese cercano di evitare il “rischio” di assumerli e formarli, cosa che produce un moderno paradosso: un’economia dove abbiamo milioni di persone in cerca di lavoro mentre le imprese fanno a gara per accaparrarsi lavoratori già formati. Tale paradosso è reso ancora più drammatico dal fatto che, quando l’economia cresce, le aziende restringono ulteriormente i loro criteri di assunzione. Ciò significa che coloro che hanno maggiormente bisogno di trovare un lavoro - i disoccupati di lungo periodo - sono quelli che si trovano di fronte alle maggiori barriere all’ingresso. Non solo vengono assunti per ultimi e licenziati per primi - e in questo modo non sono in grado di costruirsi una sufficiente esperienza professionale, guadagnarsi la possibilità di rimanere assunti o di veder crescere il proprio reddito - ma hanno anche maggiore probabilità di rimanere esclusi del tutto dalle opportunità occupazionali quando i datori di lavoro modificano le regole del gioco.”4

Tutto questo ha dei costi non solo economici ma anche sociali. L’autrice cita una ricerca di Case e Deaton che dimostra come “l’aumento della mortalità tra gli uomini bianchi della classe lavoratrice è stato trainato dalle “morti per disperazione” dovute alle sofferenze, alle difficoltà e alle disfunzioni sociali generate dalla perdita dei lavori operai stabili iniziata negli anni Settanta e proseguita ben oltre la Grande recessione.”5

Un’altra ricerca del 2015 pubblicata su “The Lancet Psychiatry” aggiunge un altro elemento al rapporto tra morte e disoccupazione. “Un’analisi secondaria sui dati di 63 Paesi ha rilevato che un suicidio su cinque è dovuto alla disoccupazione, un impatto che è nove volte più elevato di quanto si ritenesse in precedenza”.6

La risposta ad un quadro così desolante è un piano di Job Guarantee. In contrapposizione al paradigma monetarista che presuppone un tasso naturale di disoccupazione, Tcherneva sostiene la necessità di soddisfare i bisogni vitali della popolazione promuovendo la piena occupazione per tutti coloro che possono e vogliono lavorare. Pertanto, difende la responsabilità dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza (ELR nel suo acronimo in inglese) utilizzando la piena occupazione come un'ancora per la stabilità dell'economia a livello di prezzo e sociale.


Nelle parole dell’autrice:


“La Job Guarantee ha dunque le caratteristiche di un programma di opzione pubblica e i vantaggi di uno schema di sostegno al prezzo. In quanto opzione pubblica essa garantisce un accesso universale ma volontario a un’opportunità occupazionale di base nel servizio pubblico a chiunque la desideri. Il programma è analogo al modo in cui alle persone è garantito un avvocato difensore d’ufficio se decidono di non assumerne uno privato, o al modo in cui si garantisce alle famiglie un posto in una scuola pubblica anche se alla fine decidono di mandare i loro figli in una scuola privata. Dal momento che la Job Guarantee fornisce un salario di base predefinito essa funziona anche da politica di sostegno al prezzo, non solo per i lavoratori nel programma ma anche per tutti gli occupati nell’economia. Questo perché agisce come alternativa ai posti di lavoro meno desiderabili nel settore privato - che pagano salari sotto la soglia di povertà, in cui si verificano abusi, molestie o furti salariali, o che presentano luoghi di lavoro pericolosi e altri tipi di problemi - stabilendo la retribuzione e le condizioni di lavoro minime che tutti i datori di lavoro devono soddisfare.”7


Attraverso la garanzia di un posto di lavoro derivante da un piano governativo permanente, indipendente dai cicli economici, lo Stato sarebbe il datore di lavoro di ultima istanza, direttamente responsabile del suo finanziamento pur trasferendo la responsabilità di organizzare progetti che prevedano la creazione di posti di lavoro a organizzazioni più vicine al cittadino. In questo modo verrebbero evitati i problemi di centralismo delle competenze grazie all'applicazione del principio di sussidiarietà. I cittadini aspirano ad essere oggetto di cambiamento grazie alle proprie conoscenze e ad organizzazioni come ONG e sindacati sulla base dei bisogni del territorio in cui vivono. Oltre ai bisogni generali che può avere un Paese, ogni quartiere particolare può avere i propri bisogni e con un piano di questa struttura dal basso verso l'alto i risultati possono essere molto positivi grazie ai particolari strumenti di azione specifici per ogni contesto. In relazione a questo, Minsky criticava chi analizza la piena occupazione con modelli che collocano il lavoro come un "tutto" omogeneo e fluido con il lato dell'offerta di lavoro in tutte le occupazioni infinitamente elastiche allo stesso salario. D'altra parte, Keynes ha affermato che era il lavoro che doveva bussare alla porta dei disoccupati, oltre ad attuare politiche preventive contro la disoccupazione per evitare problemi strutturali a lungo termine come l'isteresi.

In questo modo, grazie ad un piano di lavoro garantito, il governo offre uno stipendio fisso in cambio di un lavoro a chiunque voglia e possa lavorare, creando una scorta permanente di lavoratori occupati che crescerà o diminuirà in base alla domanda e alle condizioni offerte dai datori di lavoro del settore privato a seconda del ciclo economico. Durante le recessioni aumenta la capacità di assorbire i disoccupati, per cui i lavoratori espulsi dal lavoro privato possono accettare un lavoro garantito dallo Stato in cambio di un salario dignitoso o attendere che le condizioni migliorino in cambio di un salario base inferiore. Mentre l'economia è in espansione, la capacità di assorbimento si riduce a causa della domanda di nuovi lavoratori da parte del settore privato.

Quando ci troviamo in un ciclo espansivo dell’economia, le persone iscritte al programma ELR avranno un vantaggio nell'essere assunte rispetto a coloro che hanno optato per il sussidio di disoccupazione, poiché le aziende penalizzano i disoccupati di lunga durata essendo associati alla perdita di competenze. Tuttavia un piano di lavoro garantito sarà una misura permanentemente adottata per soddisfare i bisogni della popolazione, in modo che i disoccupati di lunga durata abbiano la possibilità di essere assorbiti. Ecco perché il governo decide di creare una domanda di lavoro infinitamente elastica (orizzontale) in cambio di un salario minimo di base, separando le aspettative di assunzione e retribuzione delle imprese in base al ciclo di investimento dai bisogni della popolazione disoccupata o a rischio di perdere il posto di lavoro.

L'idea è che un piano di lavoro garantito non occupi le opportunità offerte dal settore privato; offrirà opportunità di lavoro solo in settori con posti di lavoro inesistenti o scarsamente forniti dalle imprese private, generalmente necessari per l'ambiente concreto in cui verrà sviluppato il Piano.

Tuttavia, come ricorda Jacopo Foggi nell’ottima postfazione al libro, “esiste tutta una serie di servizi essenziali forniti o gestiti dallo Stato che avrebbero bisogno di essere rafforzati, ampliati e offerti su base continuativa; questi non possono essere affidati esclusivamente alla Job Guarantee, in ragione della sua funzione anticiclica. I lavoratori nel programma possono però ovviamente andare a sostenere tali servizi svolgendovi attività di formazione propria e di assistenza agli impiegati pubblici regolari.”8


Ribadisco, infine, che al momento dell'applicazione di un piano di lavoro garantito, le persone ritenute disoccupate, oltre ad una percentuale della popolazione disoccupata nascosta che appare come popolazione inattiva, avranno diritto a percepire una retribuzione come compenso per il lavoro offerto da enti pubblici o senza scopo di lucro superiore al sussidio, l'indennità di disoccupazione o qualsiasi assistenza sociale monetaria. Lo stipendio scelto per questo progetto sarà automaticamente lo stipendio minimo dell'economia del Paese, avendo l'utilità di fungere da ancoraggio per i prezzi dell'economia.


Se sul piano delle modalità di finanziamento del piano non si va oltre la ripetizione di tesi care alla MMT, di cui già ho ampiamente parlato in passato, l’aspetto più interessante delle conclusioni del libro sono i legami individuati con il Green New Deal.


“La Job Guarantee con un salario di base dignitoso incorpora la giustizia sociale all’interno della risposta climatica. In questo modo si riconosce che rimediare ai problemi ambientali necessita di lavoro, che molte persone che vogliono un lavoro decente non riescono a trovarlo, che il lavoro retribuito deve supportare attività tradizionalmente svalutate come la conservazione ambientale e la cura comunitaria, e che per milioni di persone l’esperienza lavorativa deve essere riabilitata attraverso migliori condizioni di lavoro.”9


Tcherneva fa interagire due tesi presenti nella Green New Deal Resolution. Da un lato creare lavori sindacalizzati altamente qualificati e remunerativi, tutelando i lavoratori colpiti dalla transizione ecologica. Dall'altro c’è la necessità di “garantire un posto di lavoro con un salario capace di sostenere una famiglia, con adeguati permessi familiari e di malattia, ferie pagate e sicurezza previdenziale”10 a tutti.


Questo perché avere una politica industriale favorevole alla transizione ecologica “non è l’equivalente di una politica per la piena occupazione, per quanto possa temporaneamente produrre uno stato di pieno impiego durante la fase di mobilitazione della trasformazione verde”11. Ecco allora l'importanza di un piano di lavoro garantito. Anche in un mondo in cui la transizione ecologica ha avuto successo è necessario tenere conto delle variazioni cicliche e strutturali dell’economia. Non verrebbe assolutamente meno la necessità della lotta per la piena occupazione.


Note


1 Lavoro garantito. Un programma per la piena occupazione, pag. 13


2 Ibid, pag. 35


3 Ibid, pag. 38-39


4 Ibid, pag. 39-40


5 Ibid, pag. 44


6 Ibid, pag. 45


7 Ibid, pag. 55


8 Ibid, pag. 130


9 Ibid. pag. 115-116


10 Ibid, pag. 116


11 Ibid, pag. 117



 

Bollettino Culturale Copyright © 2016 | Created by Tarosky | Powered by Blogger Templates