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domenica 31 luglio 2022

0 IMPERIALISMO E SOTTOCONSUMO IN SWEEZY E BARAN


Paul Sweezy, un marxista americano di grande importanza nel XX secolo, ha collaborato lungamente con Paul Baran, un marxista nato nell'ex impero russo, con l'obiettivo di evidenziare l'unicità dell'economia mondiale sotto la direzione del capitalismo monopolistico, nonché la centralità della categoria “surplus economico” come spiegazione delle crisi. Sweezy, ancor prima della sua collaborazione con Baran, stava già cercando di approfondire, con maggiore attenzione, il problema del mismatch tra produzione e realizzazione di merci nella sua opera più nota “Theory of Capitalist Development”, pubblicata negli anni ‘40. In questo opuscolo, Sweezy ha sottolineato che Marx non ha dedicato un'analisi del sottoconsumo nella produzione capitalistica, concentrando la sua attenzione sull'ambito della produzione in situ. Il cuore dell'analisi di Sweezy è il processo di circolazione del capitale, secondario ai cambiamenti nella composizione organica del capitale come principale fattore scatenante della crisi.

Sweezy ha evidenziato che il sottoconsumo esercita un'influenza preponderante sulle dinamiche dell'economia mondiale, essendo una dimensione inscindibile del funzionamento del capitalismo che contribuisce a due distinti sviluppi: crisi e stagnazione. La crisi deriverebbe dall'offerta aggiuntiva di beni di consumo al mercato, ovvero dallo squilibrio tra offerta potenziale e domanda di consumo potenziale, determinando una riduzione della capacità produttiva aggiuntiva. La stagnazione deriverebbe dall'incapacità del mercato di assorbire il volume potenziale dei beni di consumo. A proposito di quest'ultimo punto, Sweezy ha affermato che, poiché il capitalismo presenta sempre una capacità produttiva potenziale che viene utilizzata raramente, pena la sofferenza del sottoconsumo, il suo ritmo normale è quello della stagnazione. Sweezy ha elencato alcuni fattori che controbilanciano la tendenza al sottoconsumo, vale a dire: industrializzazione, crescita demografica, spesa statale, investimenti sbagliati e consumi improduttivi. Nel pensiero dell'autore nordamericano l'industrializzazione è una misura privilegiata di opposizione al sottoconsumo, consistente nella possibilità di creare nuove industrie in altri paesi che decomprimano il mercato del paese esportatore.


Da ciò possiamo concludere che l’industrializzazione (creazione di nuove industrie) contrasta la tendenza al sottoconsumo in proporzione alla parte relativa dell’investimento totale che a detta creazione viene dedicata. Non occorre dire che questo fu un fattore di primaria importanza durante i secoli XVIII e XIX.”1


Tuttavia, in un mondo dominato dai monopoli, dice Sweezy, la lotta per creare nuove industrie in altri paesi tende a essere sempre più ostile, a scontrarsi con gli interessi antagonisti dei gruppi economici e contando sulla resistenza dei popoli dei paesi sottosviluppati, dove sono destinati principalmente all'esportazione di capitali. Nel suo proposito per la costruzione di una teoria marxista del sottoconsumo, Sweezy ha anche affermato che lo studio della crescita della popolazione è di grande valore. Nella sua analisi, un Paese che ha un basso tasso di crescita demografica contribuirà a rafforzare la tendenza al sottoconsumo. Questo perché il capitalista che vuole espandere la sua capacità produttiva, senza un contingente significativo di lavoratori disponibili per la loro incorporazione nel processo produttivo, destina la quota di accumulazione alla crescita del capitale costante e variabile nelle aziende e nei dipendenti esistenti, tuttavia, si rende presto conto che l'aumento della quota di capitale variabile tende a ridurre il saggio di profitto, utilizzando una risorsa che contribuisce solo a plasmare l'inesorabile tendenza al sottoconsumo nel capitalismo: il licenziamento della forza lavoro. Tuttavia, quando lo scenario consiste in una rapida crescita della popolazione, è possibile per il capitalista conciliare un aumento del capitale variabile con il mantenimento dei suoi saggi di profitto. In altre parole, Sweezy attribuisce alla crescita della popolazione il potere di neutralizzare la tendenza al sottoconsumo.


la parte di accumulazione che può andare al capitale variabile, senza deprimere il saggio di profitto dipende in gran parte dal saggio di aumento della popolazione; quanto più rapido è l’aumento della popolazione, tanto più grande sarà la parte che va al capitale variabile, tanto più rapido sarà l’incremento del consumo e, quindi, tanto minore sarà anche il pericolo del sottoconsumo. Ciò significa che la forza della tendenza al sottoconsumo è inversamente proporzionale alla rapidità dell’aumento della popolazione; è cioè debole nei periodi di rapido aumento e diviene più forte appena il saggio di aumento declina.”2


Quando non è possibile ottenere questa crescita demografica, a livello nazionale, è necessario allargare l'impresa industriale verso economie non capitaliste per garantire, attraverso l'espropriazione, l'aumento del capitale variabile e congelare l'incapacità di consumo. In questo senso la crescita della popolazione si intreccia con la necessità di creare nuove industrie in paesi che ancora non hanno la forza lavoro come merce. Non a caso Sweezy ha delineato un futuro avverso per il capitalismo, a causa del saldo demografico negativo che si stava già verificando nei paesi sviluppati nella prima metà del XX secolo.


Se il fattore popolazione è stato importante nel passato, esso non lo sarà certamente nel futuro. Appunto a tal riguardo il ben noto andamento discendente della popolazione, che è la caratteristica dei paesi capitalistici altamente sviluppati, acquista una speciale importanza. (...) Ne segue che, dal punto di vista dell’espansione capitalistica, è evidente che la situazione si sviluppa in un modo sempre più sfavorevole. In conclusione, per quanto riguarda l’incremento naturale numerico, la resistenza al sottoconsumo è costantemente in diminuzione e, quindi, per questo aspetto, non è possibile negare che il capitalismo sia trascinato verso uno stato di cronica depressione.”3


Per la concretizzazione dell'industrializzazione all'estero, l'uso della forza dello Stato è essenziale. Si spiega quindi perché lo Stato sia considerato, da Sweezy, anche un meccanismo di controtendenza al sottoconsumo. Questa istituzione non solo ha il compito di garantire l'egemonia delle relazioni sociali all'interno della nazione “a economia sviluppata”, ma agisce anche direttamente nel promuovere l'espansione dei monopoli negli altri paesi, alleandosi con la lotta dei capitalisti contro il sottoconsumo.

Il fatto che la funzione principale dello Stato sia quella di tutelare l'esistenza e la stabilità di una determinata forma di società non significa che esso non svolga anche altre funzioni di rilievo economico. Al contrario, lo Stato è stato un fattore di grande rilevanza nel funzionamento dell'economia all'interno della struttura del sistema dei rapporti di proprietà che essa garantisce. In sintesi, è chiaro che lo sfondo dell'analisi economica di Sweezy risiede nello sforzo di inscrivere il sottoconsumo al centro dello scoppio della crisi o della stagnazione capitalista. I fattori di controtendenza agiscono in modo articolato, ottenendo differenti portate nelle diverse formazioni sociali. Tuttavia, ciò che ci interessa nel presente studio è l'analisi della sua comprensione dell'imperialismo modellata dalla teoria del sottoconsumo.


Sempre in “Theory of Capitalist Development”, Sweezy stabilisce una differenza tra il periodo competitivo e il periodo monopolistico. Il periodo competitivo è stato caratterizzato dall'industrializzazione di alcune nazioni modellate da politiche economiche differenti tra i paesi, perché mentre l'Inghilterra, all'epoca pioniera nel processo di industrializzazione ed al comando dell'economia mondiale, praticava la libera concorrenza, senza preoccuparsi troppo per le tariffe commerciali sui prodotti esteri, altri paesi, in particolare gli Stati Uniti e la Germania, hanno cercato la protezione delle loro industrie come intervento strategico. Inoltre, nel periodo competitivo, dominava la circolazione delle merci, in quanto l'esportazione di capitali non era ancora il principale veicolo delle attività economiche. Il capitalismo monopolistico esplode con la centralizzazione del capitale industriale e la crescita delle banche.


Il monopolio rappresenta un rapporto economico qualitativamente diverso tra i rappresentanti delle frazioni di capitale, poiché la forza delle organizzazioni economiche è direttamente proporzionale alla capacità di associarsi, cosicché nelle nuove società diventa normale che gli stessi manager ricoprano incarichi in diverse società concorrenti. La crescita del capitale monopolistico rappresenta l'emergere delle società anonime, attraverso le quali le corporazioni si riproducono. Basandosi sulle note del libro III del Capitale, Sweezy ha anche ribadito la tendenza a separare la proprietà del capitale dalla funzione di gestione, rilevando che ciò non significa la democratizzazione della proprietà capitalista, ma l'altra faccia della medaglia, la concentrazione. Nella sua analisi, i monopoli, una volta consolidati, cercano la massima redditività, con le seguenti conseguenze:


1. Il monopolio rappresenta il controllo sulla rotazione del capitale dei beni monopolizzati, questi hanno prezzi diversi dai prodotti provenienti da società non monopolizzate e, a loro volta, producono tassi di profitto più elevati rispetto alle società appartenenti ai monopoli.


2. Ci sono investimenti nel capitale costante di società monopolizzate che rafforzano la tendenza alla diminuzione dei profitti, al sottoconsumo.


3. A causa dell'impossibilità di assorbire il volume dei beni prodotti dai monopoli, i capitalisti cercano regioni controllate da società competitive e non monopolistiche.


4. La produzione sociale media aumenta, incorrendo nella riduzione dei profitti monopolistici al livello dei profitti delle imprese competitive, a causa del sottoconsumo. Questo porta alla diversificazione della produzione industriale con l'invenzione di nuovi prodotti e investimenti in spese improduttive, come la pubblicità.


L'obiettivo di Sweezy era dimostrare la forza dei monopoli, che hanno influenzato la scomparsa di parte delle aziende non competitive, nonché i limiti del monopolio stesso, di fronte all'inesorabile tendenza alla stagnazione e alla crisi del capitalismo. Ovviamente, i monopoli avevano l'appoggio dello Stato. In altre parole, i fallimenti delle imprese monopolistiche dovrebbero, in teoria, essere evitati con l'azione dello Stato, dato che le dimensioni del business intrapreso da società di questa natura si intreccia, inevitabilmente, con il destino delle economie nazionali.

Nell'era del capitalismo competitivo, il risultato fu la scomparsa di numerose imprese, il fallimento e la rovina di molti capitalisti. Quando un settore in crisi, tuttavia, ospita grandi organizzazioni monopolistiche con ramificazioni in tutto il sistema economico, i fallimenti sono un problema molto più serio; diventa necessario che lo Stato intervenga attraverso fondi pubblici, sussidi e, in alcuni casi, la proprietà statale di società non redditizie. In questo modo, gli stati capitalisti sono costretti a un grado sempre maggiore di “socialismo”. Ciò che viene socializzato, quasi sempre, sono le perdite dei capitalisti.


È necessario sottolineare che, proprio come hanno evidenziato Hilferding, Bucharin e Lenin, Sweezy ha anche evidenziato che, in un'economia egemonizzata dai monopoli, lo Stato interviene ampiamente. La supremazia dei monopoli imponeva, contraddittoriamente, ostacoli al mantenimento dei loro profitti. Quindi lo Stato è intervenuto su due direttrici: il protezionismo per difendere gli interessi dei monopoli nazionali e l'espansione dei monopoli all'estero. Il protezionismo consisteva nell'innalzare le tariffe sui prodotti esteri. L'obiettivo era tassare pesantemente la concorrenza monopolistica dall'estero, al fine di evitare la caduta dei profitti. I profitti del monopolio erano possibili solo quando il campo d'azione di un altro monopolio era limitato. In questo senso, lo Stato era funzionale ai fini dei monopoli, perché utilizzava la prerogativa giuridico-politica per far valere interessi “nazionali”. La garanzia dell'espansione dei monopoli all'estero significava l'esportazione di capitali, il cui scopo era ritardare il maturare delle contraddizioni del processo di accumulazione nei paesi esportatori e affrettarne la comparsa nei paesi importatori di capitali.

Questa incursione dei monopoli all'estero è stata coperta dallo Stato, che non di rado ha utilizzato il suo apparato militare con l'obiettivo di espandere il “territorio”. In questo senso Sweezy condivideva l'idea che Hilferding aveva già sollevato in precedenza, quando aveva annunciato l'irrimediabile propensione ad ampliare il “territorio economico” di un Paese, sotto il dominio del capitale finanziario.

L'obiettivo ultimo del capitale monopolistico deve rimanere sempre l'ampliamento della portata dei prodotti monopolizzati, da un lato, e l'espansione del mercato protetto, dall'altro. Entrambi questi obiettivi richiedono l'espansione del territorio sotto il dominio politico del paese monopolista. Particolarmente forte è il desiderio dei monopolisti di avere accesso esclusivo a materie prime scarse che possono essere utilizzate per estrarre profitti da tutto il mondo, e ciò può essere realizzato molto più facilmente quando sono previste concessioni e tutele statali, cioè quando la regione della produzione materiale d’interesse è sotto il controllo dello Stato del monopolista.


Poiché l'espansione dei monopoli all'estero è una disputa sul destino dell'economia nazionale, fintanto che si vuole evitare o competere per mitigare la crisi e/o la stagnazione, Sweezy ha interpretato che non si è materializzata in modo armonioso, ma attraverso dei conflitti. In questo modo è possibile estrarre da questa esposizione la sua comprensione dell'imperialismo. Sweezy definì l'imperialismo come una fase dello sviluppo capitalistico in cui predomina il capitale monopolistico, con paesi economicamente sviluppati spinti ad esportare capitali. Questa esportazione di capitali nasce dalle contraddizioni create dal capitalismo stesso, che non consente il mantenimento di tassi di profitto disseminati solo all'interno della nazione. Si formano quindi accordi e/o associazioni tra i monopoli per l'agguerrita concorrenza nel mercato mondiale, nonché per la conquista di terre non ancora subordinate al capitalismo. Questi accordi di monopolio non sarebbero possibili senza l'intermediazione del potere statale, quindi il conflitto internazionale sotto l'imperialismo nasce da controversie tra capitalisti nazionali rivali, sotto la protezione del rispettivo stato, perché nella sfera internazionale gli interessi del capitale si traducono direttamente e rapidamente in termini di politica statale.


Paul Baran pubblica nel 1957 la famosa opera “The Political Economy of Growth”. Frutto di intensi dialoghi con Sweezy sulla Monthly Review, questo libretto riprende la discussione inaugurata dal pensatore nordamericano sul sottoconsumo per utilizzare con decisione il concetto di surplus economico come fulcro centrale della sua spiegazione dello sviluppo e dell'imperialismo. Baran sceglie di non utilizzare il concetto di plusvalore, tralasciando l'analisi del rapporto tra capitale e lavoro. La sua preoccupazione è centrata sulla produzione e destinazione del surplus economico. Per Baran, il surplus economico è la differenza tra ciò che viene prodotto nella società e il suo consumo effettivo, diviso in reale o effettivo. Baran dimostrerà che il surplus economico reale o effettivo esisteva in diversi modi di produzione, non essendo una caratteristica esclusiva del capitalismo. Tuttavia, sotto il capitalismo monopolistico, il problema del surplus economico diventa notevole. Questo perché il capitalismo monopolistico accresce lo squilibrio tra la capacità di produzione in un dato momento storico e il suo consumo effettivo.

L'emergere di società monopolistiche o oligopolistiche rappresenta una produzione di eccedenze su una scala senza precedenti, oltre alla concentrazione della ricchezza mondiale in poche imprese. Di conseguenza, come spiegato da Baran, si approfondiscono una disuguale ricezione degli utili e una disuguale appropriazione dell'eccedenza. Tuttavia, mentre l'immenso volume delle eccedenze adatte al reinvestimento nella produzione è molto maggiore, i monopoli e gli oligopoli non lo sono. Tutti i progressi tecnologici disponibili e di cui si appropriano le società monopolistiche sono consapevolmente sottoutilizzati dai capitalisti coinvolti in queste società, imponendo all'economia mondiale una tendenza alla stagnazione, alla sottoccupazione e alla sovrapproduzione. Questa è per Baran una delle principali contraddizioni del capitalismo monopolistico:


È difficile dubitare che a un certo stadio dello sviluppo capitalistico (...) lo sviluppo della grande impresa, del monopolio e dell’oligopolio sia stato un fenomeno progressivo che ha favorito il progresso della produttività e della scienza. Oggi però è altrettanto evidente che questo stesso fenomeno tende a trasformarsi economicamente, socialmente, culturalmente e politicamente in una forza regressiva che impedisce e svia l’ulteriore sviluppo. Il fatto che la concorrenza non sia compatibile con la produzione moderna e tecnicamente progredita non equivale in alcun modo alla proposizione secondo cui il monopolio è una struttura razionale per lo sviluppo delle forze produttive.”4


Monopoli e oligopoli sono istituzioni che comandano l'economia mondiale. Originate nei paesi centrali del capitalismo. Queste istituzioni concentrano e centralizzano enormi somme di capitale. Nonostante lo scarso utilizzo di questo prodigioso surplus economico nella continuità del processo di accumulazione del capitale, continuano ad espandersi. Lo sbocco per gli investimenti sono le economie sottosviluppate o arretrate. Per questo si appoggiano all'indispensabile sostegno dello Stato, attraverso varie forme: prestiti, forza militare a garanzia degli investimenti all'estero, fornitura di infrastrutture di base per le attività economiche... In altre parole, per Baran, monopoli e oligopoli, nonostante la loro forza economica, spesso dipendono dall'intervento statale. Questi sono responsabili della rottura della resistenza interna e, soprattutto, esterna all'espansione di queste società di capitali. L'inevitabilità dell'espansione di monopoli e oligopoli verso altre economie risiede nella loro inesorabile necessità di cercare una destinazione per la sovrabbondanza di capitale che hanno prodotto. Non essendo in grado di conquistarlo solo nelle loro economie domestiche, attualmente hanno bisogno di spostarsi tra paesi diversi. Poiché questo movimento non si concretizza nella più assoluta fraternità, ma viene alimentato da grandi controversie, conflitti e guerre, sembra che l'internazionalizzazione dei monopoli e degli oligopoli nel globo sia un momento di pace precaria. Baran spiega che in questo momento, in cui c'è una tenace disputa sullo sbocco del surplus economico, sono in conflitto monopoli e oligopoli contrapposti, dove l'impasse, non di rado, si risolve con l'uso della forza militare.

In questo senso, nell'interpretazione di Baran, l'imperialismo consisteva in un momento dell'economia mondiale in cui monopoli e oligopoli, che esercitano una centralità senza pari, si lanciavano alla ricerca di aree per i propri investimenti. Baran ha sottolineato che l'imperialismo del passato differisce dall'imperialismo da lui analizzato, in quanto il primo era caratterizzato dal semplice saccheggio di ogni sorta di risorse dalle colonie, mentre il secondo aveva lo scopo di risolvere, seppur in parte, l'indissolubile contraddizione del capitalismo monopolistico, la produzione eccessiva di eccedenze non consumate.


Senza dubbio, né lo stesso imperialismo né il suo modus operandi e i suoi accessori ideologici sono oggi quelli di cinquanta o cento anni fa. (...) Come tutti gli altri fenomeni storicamente mutevoli, la forma dell’imperialismo contemporaneo contiene e preserva tutte le sue modalità precedenti, ma le innalza a un nuovo livello. La sua caratteristica centrale è, oggi, quella di non mirare solamente alla rapida estrazione di larghi profitti saltuari degli oggetti della sua dominazione, di non accontentarsi più della semplice certezza di un flusso più o meno costante di quei profitti lungo un periodo di tempo piuttosto esteso. Sotto la spinta dell’iniziativa monopolistica bene organizzata e razionalmente diretta, esso cerca oggi di razionalizzare il flusso di questi profitti in modo da poter contare su di essi in perpetuo.”5


In questo modo è possibile identificare che, nonostante Hilferding, Bucharin e Lenin, che hanno individuato nell'imperialismo la conformazione di una trasformazione quantitativa e qualitativa nel capitalismo, o più chiaramente, la conformazione di una nuova fase di questo modo di produzione, Baran non fa analisi simili. Pur avendo identificato la presenza più che indiscreta di monopoli e oligopoli come parte integrante dell'imperialismo, Baran ha mostrato che l'imperialismo non corrispondeva a una nuova fase del modo di produzione capitalistico, poiché, ancor prima dall'avvento di monopoli e oligopoli, l'imperialismo si stava già manifestando sotto forma di invasioni coloniali e saccheggi. Il principale contributo di Baran alla comprensione dell'imperialismo risiede nella sua spiegazione che, oltre ad essere una via d'uscita del capitale in eccesso, riproduce relazioni diseguali tra le economie dei paesi. L'imperialismo nella misura in cui serve gli interessi delle "economie avanzate" è un carnefice per lo sviluppo economico delle nazioni "economicamente arretrate". Secondo Baran, le imprese monopolistiche e oligopolistiche, al di là di ogni preoccupazione per lo sviluppo delle forze produttive delle economie sottosviluppate, cercano solo aree aggiuntive per l'investimento del capitale in eccesso.


Contrariamente, all’opinione corrente, che tanto risalto riceve nella pubblicistica occidentale sui paesi sottosviluppati, il principale ostacolo allo sviluppo di questi non è la scarsità di capitale. Ciò che scarseggia in tutti questi paesi è il surplus economico effettivo investito nell’espansione di impianti produttivi.”6


Pertanto, l'imperialismo ha decisamente contribuito al mantenimento e/o all'approfondimento delle relazioni gerarchiche e diseguali tra economie sviluppate e sottosviluppate. Questo non vuol dire che non ci fosse produzione di eccedenze economiche nelle nazioni arretrate, ma che il capitale in eccesso fosse, secondo Baran, inviato nei paesi centrali o utilizzato in modo improduttivo dai capitalisti locali, con l'acquisto di beni e articoli di lusso, e da governi locali, con il mantenimento di un vasto apparato statale e militare. Riguardo le analisi di Baran e Sweezy, possiamo dire, in sintesi, che:


1. Gli autori rompono con il nucleo marxiano dell'analisi della produzione e appropriazione del plusvalore, avvalendosi del concetto di surplus economico. Al riguardo, va notato che nell'opera scritta dai due autori, “Monopoly Capital”, Baran e Swezzy affermano addirittura che il capitalismo monopolistico ha sostituito la legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto, essendo questa la variabile centrale nello scoppio delle crisi;


2. L'emergere di monopoli e oligopoli è il salto di qualità del capitalismo. Baran e Sweezy affermano che nessun marxista l'ha mai vista in questo modo, nemmeno Hilferding e Lenin. Secondo gli autori, l'emergere di monopoli e oligopoli non indica solo il grado di concentrazione e centralizzazione del capitale, ma una nuova dinamica di accumulazione capitalistica, in cui i reinvestimenti nella produzione e nel progresso tecnico tenderanno a essere minori, producendo uno scenario poco promettente di stagnazione e sottoconsumo;


3. La loro preoccupazione non è la creazione di una nuova teoria dell'imperialismo, ma l'inserimento dell'imperialismo nella nuova dinamica dell'economia mondiale, con l'emergere dei monopoli. Il funzionamento di questi implica la loro espansione dentro e fuori i confini nazionali, ma senza rinunciare all'appoggio dello Stato, alla ricerca di aree per il surplus di capitale. In questo senso, l'imperialismo mira ad aggiustare, sia pure temporaneamente, lo squilibrio nella produzione delle eccedenze e la difficoltà del loro consumo;


4. L'imperialismo, che significa l'espansione di monopoli e oligopoli nei paesi ad “economia arretrata”, riproduce relazioni ineguali nella produzione e appropriazione del surplus economico e mantiene quei paesi in uno stato di sottosviluppo.


Note

1 La teoria dello sviluppo capitalistico, pag.259

2 Ibid, pag.265

3 Ibid, pag.266-267

4 Il “surplus” economico e la teoria marxista dello sviluppo, pag.100

5 Ibid, pag.212

6 Ibid, pag.241


lunedì 25 luglio 2022

0 SULLA DETERMINAZIONE DEL VALORE DEI BENI CAPITALI IN UN'ECONOMIA MODERNA DI ANDREA PANNONE


Il tema affrontato in questo scritto può sembrare astratto e di appannaggio riservato ai soli specialisti. In realtà, quello della valutazione dei beni capitali è un aspetto estremamente problematico sin dagli inizi della storia del pensiero economico e costituisce, più o meno esplicitamente, un fattore discriminante di tutte le teorie del valore. 

Senza la minima pretesa di esaustività, nelle pagine seguenti procederemo come segue: 

a) forniremo brevissimi cenni su come le varie scuole economiche abbiano affrontato nel tempo il problema della valutazione dei beni capitali.

b) forniremo gli elementi di un approccio alternativo alla determinazione del valore dei beni di capitale. Tale approccio, oltre a permettere di superare (almeno alcuni de)i principali limiti degli approcci esistenti in letteratura, risulta estremamente coerente con importanti aspetti dell’evoluzione tecnologica e finanziaria delle economie moderne.

martedì 5 luglio 2022

0 LA RICCHEZZA IMPRODUTTIVA, L'ECONOMIA DI "CARTA" E LA TEORIA DEL VALORE DI ANDREA PANNONE


Premessa

In un articolo su Bollettino Culturale del 2021 ho affrontato il problema della forma valore in Marx in modo esplicitamente non convenzionale rispetto a come il tema è stato affrontato nella letteratura economica marxista. La non convenzionalità, per essere chiari, è stata quella di raggiungere in modo formalmente rigoroso le stesse conclusioni raggiunte da Marx nel primo libro del Capitale - prima di tutto quella di ricondurre l’origine del profitto al pluslavoro, ossia a un rapporto di sfruttamento – facendo riferimento, però, a una rappresentazione dell’economia capitalistica piuttosto diversa da quella adottata dal filosofo di Treviri, almeno per ciò che attiene al modo di produrre e all’organizzazione dei mercati. Questi due aspetti, infatti, sono stati rappresentati nel nostro schema teorico in modo estremamente coerente ad un sistema economico moderno, anche ricorrendo, seppur solo parzialmente, ad alcune idee di autori molto distanti dal pensiero di Marx (in primo luogo Keynes). 

In questo scritto integrerò le assunzioni portanti del suddetto schema teorico con il meccanismo di circolazione monetaria proposto da Marx nel terzo libro del Capitale (vedi Marx 1894), opportunamente modificato per essere maggiormente coerente con la realtà de sistemi economici e finanziari moderni. Lo scopo è quello di spiegare – in modo fortemente compatibile con l’approccio da me seguito nel mio primo articolo su Bollettino - il fenomeno dell’enorme espansione dei guadagni (earnings) derivanti dal possesso di asset non riproducibili (come ad esempio titoli, azioni, beni immobili ecc.), che sta caratterizzando le economie capitalistiche da almeno 25 anni.  Tali guadagni consistono nello sfruttamento delle oscillazioni di prezzo degli assetti di ricchezza che vengono comprati e venduti a prezzi diversi in diversi momenti, lucrando i differenziali di prezzo attraverso una pluralità di contratti con caratteristiche temporali definite. L’incremento di guadagno che affluisce ai possessori di titoli e azioni contribuisce significativamente all’accentuazione delle diseguaglianze distributive in quasi tutti i paesi del mondo (vedi Piketty 2013)  ; e delinea i contorni di un irreversibile processo di trasformazione del capitalismo in un’economia di ‘carta’. 

In letteratura molti autori hanno usato il termine ‘finanziarizzazione’ per descrivere (almeno alcuni degli) aspetti descritti in questo articolo. Ad ogni modo i contributi sono piuttosto disomogenei e privi di una visione coerente di ciò che deve essere spiegato (Krippner 2005, p. 181). Infatti, come sostengono giustamente Carnevali et al. 2022), a distanza di molti anni – gli albori della ‘finanziarizzazione sono già riconoscibili a partire dalla fine degli anni ’70 - manca tutt’ora un’interpretazione univoca del concetto.

Il testo completo è accessibile al seguente link.


lunedì 4 luglio 2022

0 RECENSIONE DI “UNA TEORIA DELL’IMPERIALISMO. IL VIAGGIO DELLE MERCI”


La categoria
"imperialismo" è stata sistematicamente emarginata a sinistra o affrontata con paraocchi ideologici e identitari sia a livello politico che teorico, come dimostra l'attuale guerra in Ucraina. Uno dei lavori più recenti sull'argomento è stato scritto dagli economisti indiani Utsa e Prabhat Patnaik. In Italia è stato pubblicato dalla casa editrice Meltemi con il titolo: “Una teoria dell’imperialismo. Il viaggio delle merci”.

Ho avuto l’onore di intervistare qualche anno fa Prabhat Patnaik. Potete recuperare sul mio sito l’intervista.

Il lavoro dei Patnaik ha avuto una grande risonanza nei circoli marxisti e progressisti in Asia, Europa e Stati Uniti. Tuttavia, questi autori sono ancora poco conosciuti e diffusi in Italia. Oltre ad essere importanti intellettuali, i Patnaik hanno legami storici con il movimento comunista indiano. Prabhat è editorialista del quotidiano Peoples Democracy del Partito Comunista d'India (marxista). La coppia partecipa anche al Tricontinental Social Research Institute, un’organizzazione che mira a riunire i ricercatori antimperialisti del Terzo Mondo.


In “Una teoria dell’imperialismo”, pubblicato nel 2016 dalla casa editrice della Columbia University negli Stati Uniti, i Patnaik sintetizzano le riflessioni sui principali temi presenti nei loro molteplici lavori: il capitalismo contemporaneo, i rapporti tra centro e periferia, il problema della fame nel Terzo Mondo e la questione agraria. Per gli autori, non c'è capitalismo senza imperialismo. L'imperialismo, tuttavia, si riconfigura nella sua forma e intensità.


Per i Patnaik è un errore concepire il modo di produzione capitalista come un “sistema chiuso” nella sua produzione e riproduzione sociale. Pertanto, il capitalismo dipende dallo sfruttamento e dalla subordinazione delle formazioni sociali non capitaliste per la sua riproduzione. Sullo sfondo delle realtà agrarie asiatiche e africane, pur condividendo apparentemente le formulazioni luxemburghiane, i Patnaik sono più vicini alla nozione leniniana di formazione economico-sociale e alla questione della subordinazione di altri modi di produzione al capitalismo.


Per quanto sia d'accordo con gli autori circa le fasi storiche e le metamorfosi dell'imperialismo, l'affermazione dei Patnaik circa una prospettiva di passaggio storico delle analisi teoriche dei classici marxisti della teoria dell'imperialismo mi sembra in parte ingiusta. Tra i classici ci sono linee guida fondamentali per comprendere le tendenze e le controtendenze in cui agisce l'imperialismo, come le formulazioni sul capitale finanziario, la formazione di nuove frazioni di classi come l'oligarchia finanziaria e l'aristocrazia operaia, la legge dello sviluppo ineguale e, naturalmente, la controversa tendenza alla stagnazione nel capitalismo monopolistico. 


Queste linee guida, in un certo senso, vengono utilizzate dai Patnaik nel tentativo di riaggiornare la nozione di drenaggio imperialista. La teoria del drenaggio è stata utilizzata da diversi autori per comprendere l'economia politica del colonialismo. I Patnaik sostengono l'attualità di questo fenomeno, sulla base di un nucleo argomentativo che passa per “l'aumento del prezzo dell'offerta”, il “valore della moneta” e la “deflazione da reddito” dei popoli della periferia.


Secondo gli autori, i paesi metropolitani hanno intensificato la loro dipendenza dalle importazioni di una serie di prodotti tropicali e subtropicali dalle loro ex colonie.

Uno dei motivi è che il trasporto aereo ora consente l'importazione di merci altamente deperibili. Ma il motivo più importante è l'insistenza sul fatto che le ex colonie continuano ad avere un vantaggio comparato nella produzione agricola e quindi il "libero scambio" sarebbe un vantaggio sia per i paesi sviluppati che per quelli in via di sviluppo. I paesi avanzati dipendono ancora dai paesi meno sviluppati per molti degli elementi essenziali della vita quotidiana che sono fondamentali per il paniere alimentare di base dei loro lavoratori. In questo senso, al di là della mera preoccupazione per il deterioramento delle ragioni di scambio nel commercio internazionale, gli autori rafforzano la loro tesi sul rapporto tra l'aumento dell'offerta di prodotti primari e la deflazione da reddito nelle periferie attraverso variazioni del valore della moneta.

Il valore della moneta, per i Patnaik, è legato all'ascesa dell'egemonia del dollaro, disaccoppiato dal gold standard dopo il 1971. Il dollaro, per diventare sovrano nel sistema monetario internazionale, dipende da una serie di presupposti per poter godere di stabilità e sicurezza. Il valore della forza lavoro statunitense, in termini di valuta, deve essere relativamente stabile (il che esclude un'inflazione significativa, per non parlare dell'inflazione accelerata nel proprio territorio). In relazione a ciò, anche il valore delle importazioni cruciali, che vanno nel costo dei salari e nel costo dei materiali, deve essere relativamente stabile.

Di fronte alla crescita dell'offerta di prodotti tropicali e alla necessità di stabilità nel valore della moneta, l'imperialismo contemporaneo opera una serie di controtendenze, secondo i Patnaik, al fine di generare deflazione da reddito nelle periferie. La deflazione da reddito garantisce prezzi bassi per i prodotti tropicali, tendenza al sottoconsumo nelle ex colonie e stagnazione economica. Gli autori, avvalendosi in particolare dei dati empirici della realtà indiana, evidenziano una serie di meccanismi e conseguenze della deflazione da reddito per i paesi periferici.


Evidenzio alcune tesi fondamentali del libro. La prima si riferisce al mondo del lavoro: operai e contadini dei paesi periferici rappresenterebbero una riserva mondiale di forza-lavoro.

Un altro meccanismo strutturale di deflazione dei redditi sono le politiche di austerità e la conversione degli stati nazionali in protettorati di grandi capitali finanziari. La deflazione delle entrate e la formazione di una riserva mondiale di forza-lavoro per i paesi metropolitani finiscono per provocare l'esplosione di vere sacche di fame e miseria nei paesi periferici. Un altro elemento importante evidenziato dai Patnaik si riferisce al sistema monetario internazionale e alla gerarchia delle valute. Il predominio del dollaro venne a sostituire i meccanismi di deflazione usati dal colonialismo, come l'imposizione di un inserimento complementare nella divisione internazionale del lavoro e nel sistema fiscale nelle colonie a beneficio delle metropoli. Oltre a presentare argomentazioni secondo cui l'egemonia del dollaro consente agli Stati Uniti di avere deficit della bilancia dei pagamenti per sostenere il loro enorme apparato militare, i Patnaik sottolineano il rapporto tra la gerarchia monetaria e le classi dirigenti periferiche.


Secondo gli autori, una delle principali forme di accumulazione di ricchezza per la borghesia periferica è attraverso la valuta estera, in particolare il dollaro e le obbligazioni del debito pubblico statunitense, a causa della loro stabilità. In questo senso, per gli autori, il drenaggio imperialista non sarebbe semplicemente un "nemico esterno" dei paesi periferici, ma un fenomeno socioeconomico che si articola con la struttura di classe e gli standard istituzionali del Sud globale.


Alla fine di “Una teoria dell’imperialismo”, c'è un commento critico del geografo marxista David Harvey e la replica dei Patnaik. In effetti, la polemica ha echeggiato molto negli ambienti degli intellettuali americani, europei e indiani.

Per Harvey, la nozione geografica di imperialismo presente nel libro sarebbe superata, in quanto dipenderebbe dall'idea che le regioni tropicali hanno un monopolio naturale sulla fornitura di determinati beni cruciali necessari per il funzionamento del capitalismo metropolitano a causa della geografia fisica (clima), condizione richiesta per la produzione di questi beni. Secondo il geografo, l'imperialismo è definito dai Patnaik come un insieme di meccanismi politici ed economici coercitivi non di mercato progettati per impedire ai produttori tropicali di esercitare i loro potenziali poteri monopolistici nel commercio globale.


Secondo Harvey, dalla fine degli anni '70 c'è stata una maggiore complessità nei trasferimenti di valore nell'economia mondiale.

Il geografo cita una serie di esempi per sottolineare che il drenaggio storico dei valori da Est a Ovest è stato invertito negli ultimi decenni. Pertanto, l'uso della categoria “imperialismo” sarebbe una grande semplificazione di fronte alla nuova geografia economica del capitalismo.


Nella replica dei Patnaik, essi affermano che il fulcro della loro teoria dell'imperialismo non è il determinismo geografico, ma l'aumento del prezzo di fornitura dei prodotti primari, che minerebbe il valore della moneta nei paesi metropolitani. Gli autori criticano la tendenza degli “accademici del nord” ad attribuire il problema della fame in periferia alla bassa produttività o alla crescita demografica. Per loro, le difficoltà dei paesi più poveri nel nutrire la propria popolazione risiedono nella dipendenza dei paesi centrali dall'estrazione di materie prime e prodotti primaria dalla periferia.


Sebbene Harvey abbia ragione sulla complessità della geografia economica del capitalismo contemporaneo e sui nuovi trasferimenti di valore, ritengo che le formulazioni dei Patnaik contribuiscano a comprendere parte di questa complessità, in particolare a svelare l'economia politica della fame, della povertà e della disoccupazione nei paesi periferici.


Anche la prospettiva del mantenimento del valore della moneta e, di conseguenza, dell'egemonia del dollaro, mi sembra interessante per comprendere le forme contemporanee di alleanze tra le classi dominanti locali e il capitale transnazionale.


Tuttavia, ci sono altri meccanismi di deflazione dei redditi che potrebbero essere ulteriormente esplorati per comprendere l'imperialismo contemporaneo.

A mio avviso, la teoria del drenaggio imperialista è anche complicata da vari meccanismi finanziari, come il reddito da proprietà intellettuale. Ignorare questo dibattito porta ad oscurare la gerarchia nelle proprietà intellettuali, nelle filiere produttive, nella questione militare e nell'esercizio ineguale della sovranità nazionale (la gerarchia della globalizzazione), ed è anche un disservizio politico alle lotte dei lavoratori, soprattutto di quelli della periferia del sistema-mondo.

Si tratta quindi di rinnovare criticamente la categoria di imperialismo e non di buttarla via.




 

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